lunes, junio 19, 2017

Terry Gilliam e l'atto di coltivare i sogni (che si realizzano)


Leggo dalla bacheca del Facebook di un amico di Arezzo (una delle città più belle d’Italia) che Terry Gilliam ha finalmente concluso le riprese e il montaggio di The man who killed Don Quixote; l’impossibilità di finirlo aveva dato luogo al documentario (divertente e nostalgico al contempo) Lost in La Mancha (2002), in cui due assistenti della troupe raccontano gli alti e i bassi e l’inarrestabile lista di incidenti, imprevisti e sfortune varie che caratterizzarono quel primo tentativo di trasposizione cinematografica da parte del regista inglese (o americano, ora non ricordo più bene, comunque, Gilliam fu uno dei membri “storici” del mitico gruppo di comici dei Monthy Python). Sono passati 17 anni, ma, alla fine, a quanto pare, il mitico regista di Brazil (1985) e di Paura e delirio a Las Vegas (1998) ce l’ha fatta. Ha coronato il suo sogno. E questo “happy end” mi spinge a domandarmi: ma quanta forza di volontà avrà avuto Gilliam prima di vedere la luce alla fine del tunnel? Quanta capacità ha dovuto sfruttare per portare a buon porto un film che sembrava “impossibile”? Quante ore di lavoro? E di passione? E di studio? E di fatica fisica? (Orson Welles, che era un geniaccio, non ci è mai riuscito a finire la sua, di versione del classico cervantino, nonostante gli anni passati a girarci attorno, dal ’60 fino alla sua morte, se non ricordo male, ovvero, fino al 1985, incredibile la quantità di tempo spesa per poi non riuscire a montare il materiale, la Morte ha fatto prima di lui, Welles non ha mai dato il “final cut” a quel film che doveva sintetizzare tutte le sue ossessioni…ci sono addirittura critici cinematografici esperti wellesiani che sostengono che Welles non avesse alcuna vera intenzione di finirlo, quel benedetto film…).

Senza forza di volontà; senza capacità; senza molte ore di lavoro; senza passione e senza studio; senza sgobbare e sudare, non si possono realizzare i sogni di una vita. Questo l’ho capito un paio di settimane fa, il giorno in cui ho fatto lezione al bar (quella lezione di cui annunciavo alcuni temi nel post qui sotto). Doveva trattarsi di una semplice chiacchierata tra amici; un modo ameno e divertente per avvicinare i “non esperti” alle tematiche tipiche degli studi letterari, senza entrare troppo nel merito (nei tecnicismi tipici) di ciò che alcuni chiamano “Teoria della Letteratura” o “Letterature Comparate”; doveva trattarsi di un’oretta di intrattenimento dal vago sapore culturale (senza scadere nell’intellettualismo vacuo)… E invece… Proprio perché per me era un sogno che si avverava, proprio perché ho sudato e ho impiegato ore ed ore, giorni interi, per prepararmi, questa lezione è diventata la cartina di tornasole in cui ho potuto vedere (e toccare con mano) quanto la professione di docente sia parte fondante della mia vita, quanto questo lavoro (studiare e poi discutere con gli altri i frutti della propria ricerca) sia per me una sorta di vocazione, qualcosa di cui, ormai, non solo non posso fare più a meno, ma anche, e soprattutto, un modo d’intendere la vita (e gli affetti e il lavoro).

Mi ero preparato le citazioni giuste da proiettare sullo schermo gigante (un telone bianco posto a pochi centrimetri dal bancone) attraverso la presentazione in Power Point; avevo scelto con cura ogni link di video da mandare al momento giusto; avevo anche predisposto i link da usare con internet e poi…scopro che il computer del ragazzo che gestisce il bar non ha l’Office e, quindi, nemmeno il Power Point. E che il computer non ha il caricabatterie e si sta scaricando a ritmo accelerato. Ecco che una ragazza di Biologia, una dottoranda che studia le lumache, mi offre il suo, di computer portatile, e finalmente riesco ad accedere alla mia presentazione. Il pubblico sorride, poi io faccio qualche battuta per sdrammatizare: ridono, tra loro anche alcuni dei miei colleghi più cari, anche la mia compagna d’avventure, anche un paio di amici di lungo corso.

Ed è allora, in quel momento, quando sento le loro risate che prendo il microfono in mano (per farmi sentire anche da quelli che si sono seduti in fondo alla sala, un po’ distanti dallo schermo) e comincio a parlare con fluidità e ritmo sincronizzato, vedete questa frase? Si ripete in questo brano. Vedete? E questa citazione? Viene da questo testo. E questo testo? Diventa film in questo capolavoro. E questo capolavoro? Si rifà a questo classico della letteratura.

Poi proietto questa lettera:


“You May Want to Marry My Husband” che possiamo tradurre, letteralmente, così: “Dovresti sposare mio marito”. Si tratta di una lettera in cui Amy Krouse Rosenthal, una scrittrice (anche) di libri per ragazzi, dichiara tutto il suo amore per Jason, suo marito. Una lettera che scrive il 14 Febbraio, il giorno di San Valentino, sapendo che quello sarà molto probabilmente il loro ultimo San Valentino. La lettera apparirà, di fatto, il 3 Marzo del 2017 su The New York Times; e Amy, malata terminale di cancro, morirà di lì a 10 giorni.

Cito questa lettera perché dimostra in modo palese, quasi atroce, che sì, che è vero che la realtà è spesso (ahinoi) più irreale e assurda della finzione; si parlava di “triangoli d’amore”, di tabù e di sesso, di adulterio e di Madame Bovary, di come la letteratura, sin dai tempi di Omero, si sia impegnata a descrivere e narrare l’eterno conflitto (la guerra incessante) tra Eros e Thanatos e il pubblico che mi ascoltava ha capito. Ho sottolineato soprattutto la parte finale della lettera, quella in cui Amy dice che lascerà uno “intentional empty space” (uno spazio volutamente vuoto) affinché la futura moglie che lei immagina potrà innamorarsi del suo Jason possa iniziare a scrivere con lui la loro nuova avventura amorosa. E io me lo figuravo che qui avrei potuto toccare un nervo scoperto, avrei potuto commuovere qualcuno, e così è stato, accidenti, la maggior parte degli spettatori ha cominciato a piangere e io mi sono commosso insieme a loro, una situazione quasi surreale, all’interno di un bar, in mezzo a mezze pinte di birra e olive e patatine, tutti giù a piangere e a battere le mani.

Ecco, sono questi i sogni che si avverano. E sono queste le motivazioni per cui vale la pena studiare, sudare, impegnarsi, perderci molte ore del tuo tempo, girarci attorno: trasmettere quello che sai alla gente per fare in modo che la gente capisca che lì c’è qualcosa su cui vale la pena fermarsi a riflettere; studiare non per il solo fine egotista di prendere un bel voto o un applauso, ma per lanciare il seme del dubbio; leggere non solo per il piacere di farlo, ma anche e soprattutto per il piacere di contagiare anche il pubblico attraverso il virus benigno della lettura.


È come quando Terry Gilliam dà l’ultimo ciak. E poi monta il “final cut” del suo Don Quixote. A volte possono passare anche anni prima di arrivare alla fine. Ma sappiamo che ne è valsa la pena, perché abbiamo lavorato con la passione nel cuore e con la gioia del lavoro ben fatto, consapevoli del fatto che sì, certi sogni si possono davvero realizzare.

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