lunes, noviembre 16, 2009

Cose che succedono

Sono cose che succedono, ti dici, tutta questa distrazione, ultimamente, ma cos'è? Non dormi bene la notte? (la domanda me l'ha posta la collega d'inglese; mi offre una sigaretta, dopo che io l'ho invitata a un caffè; parliamo del più e del meno, qualcuno degli studenti che abbiamo in comune ci guarda e sorride, sono già pronti a smaliziare e a spettegolare con gli altri, ben presto lo saprà tutta la classe, quello di spagnolo, hai visto?, stava insieme a quella d'inglese, sì, li abbiamo beccati al bar...).

L'altra sera, ad esempio, passeggiavo in direzione dell'ospedale (niente di grave, un'analisi del sangue da ritirare), rimuginavo sulle domande che mi aveva appena posto la dottoressa (ma scusi, lei suda molto? Sì, vado in bici e sa com'è... No perché lei ha dei valori perfetti, ma le manca il potassio, scusi, le manca tanto potassio nel sangue...), quando ad un tratto vedo due persone, due operai, dalla divisa, intenti a trasportare una bara bianca a grandezza umana, voglio dire, formato standard, dall'interno di un grosso camion all'ingresso del Teatro La Pergola...una bara, ma come mai? Chi è morto? E solo dopo ricollegare, quando sei già in casa, e hai messo a posto la bici e il giaccone: non è morto nessuno, quella bara bianca era solo un attrezzo di scena, serviva per chissà quale rappresentazione teatrale, ma come, come ho fatto a non capirlo subito? Chi mai potrebbe entrare a teatro con una bara sulle spalle?

E poi ci sono quelle notti durante la quali pensi al passato e ti domandi dove diavolo è che hai sbagliato, qual è stato l'esatto minuto (o secondo) in cui hai fatto la scelta sbagliata, e tutto è andato a rotoli, e poi è ovvio che ti domandi: ma che ci faccio qui? Come sono arrivato a questo punto? Ed è inutile riavvolgere il nastro, tanto quel punto non lo trovi più...

Sono pazzo, mi dico. O scemo. O tutte e due le cose...

Cose che succedono, ti dici, per farti forza e andare avanti... Poi passi davanti a quella libreria e vedi quel saggio che tanto ti piace, vorresti comprarlo, ma non hai abbastanza soldi, e poi ti si piazza davanti un ragazzo con giacca e cravatta e ti chiede se vuoi comprare Lotta Comunista e tu lo guardi e vorresti dirgli che ne hai abbastanza di leggere i giornali, ma poi ti fa pena e quasi tenerezza, gli dici che non hai i soldi sufficienti nemmeno per il biglietto del ritorno, rischi di restare a Pisa, ti rendi conto? E dove vado a dormire?

Cose che capitano. Pare.

viernes, noviembre 06, 2009

"Letteratura", "realtà" e "critici letterari", ovvero: quando non ci s'incontra mai...

"C'è evidentemente un sacco di gente che ritiene di avere il possesso esclusivo della definizione di cosa è "realtà" e cosa non lo è. E, sulla base di questo, anche di essere autorizzata a dare pagelle sul tasso di "realtà" presente nei libri, come se questa fosse materia codificata una volta per tutte e una cosa sola e non ci fossero invece infiniti modi di intercettarla e stanarla e di aprirla e di sbudellarla. Come se questa cosa, che non abbiamo trovato di meglio che chiamare "realtà", la si potesse intercettare solo dentro un unico orizzonte e un pensiero unico e fuori di esso ci fosse... a proposito, chissà che cosa?, ma comunque qualcos'altro, e allora quella che si diceva essere tutta la "realtà" finisce per essere solo una parte di essa, addirittura una parte infinitamente piccola...

Perché tutto questo? Forse per un bisogno di autorappresentazione e autoposizionamento, di mettere sotto controllo ciò che è incontrollabile, che ci scavalca, che ci scavalcherà sempre, persino in quella piccola cosa umana che è stata chiamata "letteratura" e che sta venendo sempre più allo scoperto in modi e forme diverse, in questi anni. Un bisogno di normalizzare e di controllare, da parte di élite intellettuali specializzate in perdita verticale di ruolo, di far star giù anche gli altri, alla stanga, all'interno di leggi e mansioni codificate e di bisogni dell'industria dell'intrattenimento e del libro, alla fin fine, in una piccola lotta darwiniana per la sopravvivenza, in cambio di piccole gratificazioni per gli umani scrittori di cui, da qui a un po', non resterà traccia nell'immensità dello spazio cosmico.

Cosa avrebbero detto figure analoghe se fossero vissute a metà dell'Ottocento negli Stati Uniti oppure in Russia, ad esempio, dei libri di scrittori come Dostoevskij o Melville? Che non affrontavano la realtà, che non parlavano del piccolo gioco umano, storico, sociologico, religioso, istituzionale e dei "veri" problemi, ma che deliravano di enormi pesci e di leviatani o mettevano in scena filosofie folli?"

By: Antonio Moresco, Lettere a nessuno, Torino, Einaudi, 2008, pp. 414-15.

lunes, noviembre 02, 2009

Piero Boitani, Il vangelo secondo Shakespeare, Bologna, il Mulino, 2009: la "scandalosa" modernità di un classico



Amleto ha appena messo in scena una rappresentazione teatrale in cui "mima" il regicidio della cui colpa sappiamo già che si è macchiato per sempre Claudio, il fratello del Re legittimo; Claudio, zio di Amleto, ha assistito allo spettacolo in compagnia della madre di questi, Gertrude, e non sa decidersi se il nipote abbia intuito la verità (è effettivamente lui l'assassino del padre di Amleto) o se si tratta solo di un pazzo. A un certo punto, Amleto da sfogo alla sua cronica inquietudine esistenziale con uno dei soliti monologhi "filosofeggianti":

"Oh, che vigliacco
E malfattore sono! Non è mostruoso
Che quest'attore, in una mera finzione,
In un suo sogno di passione, possa tanto forzare
La sua anima al concetto che per il suo operare
Tutto il suo volto è impallidito, lacrime
Nei suoi occhi, disperazione nel suo aspetto,
La voce rotta, e l'intera funzione
Che s'adattava con le forme della sua idea?
E tutto per niente. Per Ecuba! Cos'è
Ecuba per lui, o lui per Ecuba,
Che debba piangere per lei? Che farebbe
Se avesse il motivo e la spinta alla passione
Che ho io?"

(Amleto, II, ii, vv. 547-59).

Piero Boitani, da ottimo lettore "obliquo" e "inquieto" (oltre che "irrequieto") qual è si domanda a questo punto: che vuol dire? Cosa significa: cos'è Ecuba, un personaggio di finzione, per l'attore che la impersona? Cosa sono i "personaggi di finzione" per noi, essere umani in carne ed ossa? E' solo una delle tante domande che suscita la lettura e l'analisi dei versi del Bardo di Stratford upon Avon... Domande che Boitani "pone" all'autore (uno dei cosiddetti "classici" della letteratura universale - o Weltliteratur, come la definisce Goethe) per interrogarlo in merito a quel presunto, sconvolgente ed eterodosso Vangelo che egli stesso va ri-scrivendo nei drammi dell'ultimo periodo (da Racconto d'inverno a La tempesta, passando per Pericle e Cimbelino). Dunque, dicevamo, con Boitani: cosa sono Madame Bovary, il dottor Faust, Ulisse o Don Chisciotte per noi esseri viventi in carne ed ossa? E' una questione complessa, che scatena una molteplicità di riflessioni sui confini tra Arte e Vita, tra fiction e realtà oggettiva. Ma Shakespeare è un classico "modernissimo"; non si ferma qui. Va oltre e fa dire ad Amleto: "e che cos'è lui per Ecuba"? Ovvero: cos'è un attore per un personaggio di finzione? E Boitani - e noi lettori con lui - si stupisce e si chiede:

"Come, lui per Ecuba!? Cos'è l'uomo in carne ed ossa per una "finzione", per un personaggio immaginario? E' un paradosso, e anche un abisso ontologico. Sì, certo, è ancora questione di teatro, anche: ma non meno paradossale. Cos'è l'attore che recita una parte per il personaggio le cui vicende egli recita? Se "Ecuba" è un personaggio immaginario, e rappresenta quindi la finzione in generale, che senso ha chiedere se la realtà significhi qualcosa per la finzione, come sembra implicare la seconda parte della domanda di Amleto?" (p. 27 del Il vangelo secondo Shakespeare, cit. supra).

Sono questioni che ci trasmettono il veleno del dubbio; sono domande che ci mostrano in modo lapalissiano quanto moderno sia un autore come Shakespeare. Boitani, come fosse un novello Virgilio, ci guida nei meandri dei molteplici "sensi" e delle spinose questioni teologiche (oltre che teleologiche) che Shakespeare sembra spargere all'interno dei suoi ultimi drammi per insegnarci come si articola la ri-Scrittura della Bibbia che compie l'autore; per mostrarci in quali luoghi sembri addirittura ri-scrivere e rievocare la preghiera del Padre nostro; e in quali versi ri-crea una nuova versione dell'Apocalisse...

Era un uomo di fede un'artista polifacetico come Shakespeare? Credeva in Dio (nel Dio cristiano) o ha solo usato immagini tratte dalle Sacre Scritture ai soli fini estetici perseguiti all'interno dei vari drammi? Credeva nella resurrezione dei morti o faceva finta di crederci? Da dove spunta fuori il fantasma del padre di Amleto? Dal Purgatorio o dal Paradiso? E perché torna in vita ad avvisare il figlio e a spingerlo alla vendetta se, come dice lo stesso Amleto nel famoso monologo "be or not to be", la morte è un "undiscovered country" dal quale "no traveller returns" ("una terra sconosciuta dai cui confini nessun viaggiatore ritorna"?). E che vuol dire Re Lear quando, rivolgendosi a sua figlia Cornelia, si augura per entrambi di "assumere su di sé il mistero delle cose" e di diventare come le "spie di Dio" ("God's spies")?

Sono le domande cruciali cui cerca di trovare risposta Piero Boitani in un saggio che si legge tutto d'un fiato, come un giallo in cui bisogna scoprire chi è l'assassino (o se c'è un colpevole e, nell'eventualità che ci fosse, se è possibile redimersi da ogni assassinio commesso su questa misera, povera Terra). Un saggio che appassiona perché mette in contatto con la parte più oscura e sacra e labirintica che ci riguarda in quanto esseri umani: quella che tocca la sfera della religione e del nostro rapporto con il "divino"...

sábado, octubre 31, 2009

Geoff Dyer, Amore a Venezia. Morte a Varanasi (tit. originale: “Jeff in Venice. Death in Varanasi”), Torino, Einaudi, 2009: una meditazione surreale e semi-seria sulla vita che scorre


Geoff Dyer è un autore anomalo e mi piace proprio perché è un’anomalia, è diverso dagli altri; scrive libri che è difficile, se non impossibile, riuscire ad etichettare, proprio perché concepiti al fine di varcare i confini, le etichette, i cosiddetti “generi letterari”. Spero di averne conferma leggendo il suo But Beautiful. A Book about jazz (tradotto in italiano con il titolo “Natura morta con custodia di jazz”); la prima volta, invece, l’ho capito leggendo quella personalissima e, per certi versi, geniale “storia della fotografia” che è The Ongoing Moment (“L’infinito istante. Saggio sulla fotografia”, Torino, Einaudi, 2007), in cui l’autore ripercorre buona parte della storia di quest’arte indagandone il fascino, il mistero e alcune delle prove migliori (alcune delle opere d’arte dell’arte fotografica) dal suo soggettivo e volutamente “non specialistico” punto di vista; lo dice lui stesso, a p. 8 del libro-saggio (o romanzo-saggio o “storia personale della fotografia”):

“[…] io non sono un fotografo. Non voglio semplicemente dire che non sono un fotografo professionista o serio; intendo proprio dire che nemmeno posseggo una macchina fotografica. Le sole volte che scatto delle foto è quando i turisti mi chiedono di fargliene una, con la loro fotocamera (queste rare opere sono adesso disperse in giro per il mondo in collezioni private, soprattutto in Giappone)”.

Soffermiamoci per un momento sulla frase contenuta all’interno della parentesi: questa frase incarna alla perfezione il sense of humor tipicamente inglese di questo scrittore (inglese fin nel midollo, a mio modo di vedere “italiano”). Dyer sa parlare di morte, di stragi, di paesaggi invernali e di solitudine, di panchine vuote e di spogliarelliste tristi, con un tono ironico che riesce a strapparti un sorriso anche quando – appunto – l’argomento è intriso di tristezza e angoscia e dolore…

E’ quanto si riscontra leggendo anche Amore a Venezia. Morte a Varanasi, due romanzi in uno, o un romanzo diviso in due parti, tra loro comunicanti, anche se non in modo così netto e diretto. La prima parte è scritta in terza persona; la seconda, invece, in una prima persona che sembra avere molti (molti?) punti di contatto con quella che sembra essere la “personalità” eccentrica e irrequieta dell’autore stesso.

Spazio e Tempo: la prima parte, come è facile intuire dal titolo, si svolge tutta in Italia, in una Venezia attanagliata dal caldo torrido dell’estate del 2003; la seconda, invece, in India, in quella città che prima si chiamava Benares e che oggi si chiama Varanasi. Qui il tempo sembra essersi fermato; o meglio, il protagonista riesce a staccarsi in modo così radicale dalla percezione “occidentale” del tempo da desiderare di restare a vivere a Varanasi e di abbandonare la natia Londra a tempo indeterminato. Non ci sono date che ci consentano di stabilire o ricostruire una “cronologia interna” alla seconda parte del romanzo.

In Amore a Venezia accompagniamo il protagonista, Jeff Atman, per le calli della città lagunare nel periodo in cui vi si organizza la famosa Biennale d’Arte Contemporanea. Il lettore si diverte a spiare i gesti, le parole, i tic nervosi di tutta una serie di personaggi dell’arte e dello spettacolo che sembrano non fare altro che partecipare a party in cui si beve a scrocco bellini, vini vari e superalcolici a fiumi. Se Dyer voleva ri-scrivere la quasi-omonima novella lunga (o romanzo breve) di Thomas Mann Morte a Venezia, beh, bisogna riconoscere che ci è riuscito appieno. Tanto Gustav von Aschenbach rifugge dalla passione omosessuale che sente per il fanciullo in fiore Tadzio, quanto Jeff Atman dà sfogo e persegue la passione etero che scoppia non appena il suo sguardo incrocia quello della bella gallerista americana Laura. I due “critici d’arte” non si danno appuntamento contando sul fattore “casualità”: a Venezia ci si rincontra tutti, e ci si perde in continuazione, tra canali, ponti e calli che sfociano chissà dove… E così è: Atman trascorre intere nottate di sesso (e droga) in compagnia di Laura, con la speranza che questo amore improvviso possa continuare a vivere in eterno (quando sia Laura sia noi lettori sappiamo bene che così non sarà).

Ecco, questa prima parte è davvero ricca dell’umorismo anglosassone di Dyer. Le pagine in cui descrive la gioia di Jeff davanti al corpo nudo di Laura ci ricordano per certi versi le pagine migliori del Philip Roth di Lamento di Portnoy (o de Il teatro di Sabbath, tanto per fare un altro esempio). In questa prima parte il lettore ride, sorride, si emoziona e prova una certa compassione per Jeff Atman perché sa che quanto Jeff Atman sta sperimentando è condannato a finire. Come la Biennale, con le sue infinite feste private in appartamenti extra-lusso. E come una storia d’amore nata all’improvviso in una città che del romanticismo ha fatto quasi un suo marchio di fabbrica (e si sa che tanto, ormai, Venezia non esiste; o meglio, ormai ci si è talmente assuefatti all’idea che di Venezia si sono fatti gli artisti, i poeti, gli scrittori e i pittori che ci hanno preceduto che quando ci vai ti rendi conto del fatto che quanto vedi lo avevi già visto prima e che, perciò, non ti appare più reale della stessa Venezia vista in foto, descritta in un romanzo, studiata in un saggio di storia dell’arte).

La seconda parte, invece, è più lenta, triste, meditata. Non sappiamo se a parlare sia ancora lo stesso giornalista e critico d’arte che abbiamo conosciuto sotto il nome di Jeff Atman. Sta di fatto che qui il narratore in prima persona assomiglia molto all’Atman già noto per certi suoi tic nervosi e per il fatto di essere anche lui una sorta di viaggiatore incallito, di flâneur di benjaminiana memoria, che lascia Londra e si reca in India non per ricevere l’illuminazione, non per praticare yoga e ritrovare se stesso o tastare la qualità del suo karma, ma per osservare con occhio attento, il più possibile razionale e analitico, quello che è diventata oggi una città turistica come Varanasi.

E’ in Morte a Varanasi che il protagonista smette di pensare all’amore (e al sesso) e si concentra sul tema della morte (fisica e spirituale) di chi lo circonda. Orde di turisti occidentali si avvicinano al Gange con atteggiamento di schifo o di rigetto quando scoprono che è un fiume pieno di rifiuti (carta straccia, ossa di animali e, a volte, di esseri umani, cenere e buste di plastica lo solcano nell’indifferenza generale della popolazione locale). I bambini e gli adulti del posto cercano di accaparrarsi qualche spicciolo anticipando nel pensiero i desideri dei turisti. Tutti si prostituiscono a Varanasi – chi noleggiando la barca, chi predicendo il futuro nel palmo della mano, chi vendendo roba vecchia – perché sono tutti indicibilmente poveri. Il protagonista, che alloggia in uno degli hotel di lusso della città, non può non constatare come Varanasi sia il centro ideale - quasi il fulcro - della povertà mondiale. C’è una scena particolarmente cruda in cui il narratore, su una riva del fiume, scorge un morto disteso con la faccia a terra e vede come un cane stia mangiandone le braccia nella più completa calma, assolutamente indisturbato. Nessuno si scandalizza; nessuno si preoccupa di recuperare il cadavere dalle zanne del cane. Anche le battute e gli slanci ironici del narratore diminuiscono per fare spazio a una visione critica o, per meglio dire, satirica della religione del luogo. Gli induisti sembrano essersi specializzati nell’inventare un Olimpo in cui gli dèi sono: a) troppi; b) dai nomi troppo complessi; c) troppo labili, nel senso che, come si evince dalla lettura delle Upanishad (l’insieme dei libri sacri dell’Induismo), cambiano spesso di ruolo, di sesso e di nome tra di loro, lasciando nello sconcerto il lettore troppo legato agli schemi razionalizzanti dell’Occidente e delle religioni monoteiste. Come vivere in un contesto del genere? Come occupare il tempo a disposizione?

Mentre i turisti vanno e vengono, lui resta da solo, incastrato in un tempo “altro”, all’interno di uno spazio “altro” in cui il tempo stesso sembra essersi fermato (altro riferimento intertestuale a un’altra opera fondamentale di Thomas Mann? Quella stessa Montagna incantata che permetterà ad Hans Castorp di raggiungere una migliore conoscenza di sé e degli altri?).

Il narratore è fermo e scava dentro di sé. Riporta i pensieri che gli ispirano gli altri turisti, gli indiani locali e il paesaggio. E sente di trasformarsi lui stesso in un nuovo “io”, in un “altro da sé” che ancora deve imparare a conoscere.

Quello che era cominciato come un romanzo divertente e divertito sul mondo dell’arte e sull’amore diventa una riflessione surreale, per metà seria e per metà tragicomica, su quello che siamo diventati oggi… Venezia e Varanasi come i due nuclei geografici dai quali è possibile partire per scindere l’atomo e vedere cosa contiene. Anche se, come recita l’epigrafe finale del libro, sappiamo bene che: “Ciò che è qui è anche lì, e ciò che è lì è anche qui”. Un libro inclassificabile, quindi, che mette in crisi le normali coordinate spazio-temporali per parlarci di noi, qui e oggi…(o lì e ieri, dipende).

jueves, octubre 29, 2009

Nabokov e l'uomo di Neardenthal

Le magie di internet permettono d'inviare un libro quando ancora è nella fase di bozza via email e nel giro di pochi secondi da un posto all'altro della Terra, come, per esempio, dalla Spagna all'Italia...Una specie di miracolo, che mi lascia ogni volta a bocca aperta... E il miracolo si ripete: stamane l'amico Enrique L.T. mi ha inviato in allegato una copia di un suo saggio sulla "favola" come genere letterario. Il saggio è coraggioso e, per scovare le origini del genere, risale talmente indietro nel tempo da arrivare all'uomo primitivo che dipinse le prime pitture parietali nelle famose "cuevas" di Altamira. Del saggio mi è rimasta impressa una citazione, in particolare, di quel geniaccio di Vladimir Nabokov (di cui è possibile ascoltare la voce in un video scovato in rete dalla sempre generosa Gabrilù nel suo interessantissimo blog Non solo Proust - vedi lista ad latere e post in data 17/10/2009); questa è la citazione (da me tradotta - malamente - dallo spagnolo all'italiano):

"La letteratura non è nata il giorno in cui un ragazzo arrivò correndo dalla valle di Nearderthal al grido di "al lupo! Al lupo!", con un enorme lupo grigio che lo inseguiva; la letteratura nacque il giorno in cui un ragazzo arrivò correndo al grido di "al lupo! Al lupo!", senza che ci fosse alcun lupo che lo inseguisse. Il fatto che il povero ragazzo finisse divorato da un animale vero per aver mentito troppe volte è solo un mero incidente. Tra il lupo della steppa e il lupo della storia incredibile c'è un luminosissimo termine intermedio. Questo termine intermedio, questo prisma, è l'arte della letteratura".

Da V. Nabokov, Curso de Literatura Europea, Barcelona, Ediciones B, 1987, pp. 28-29 (che, se non vado errato, coincide con la versione italiana di Lezioni di letteratura, Milano, Garzanti, 1991).

jueves, octubre 22, 2009

David Foster Wallace docet (su tempo, pensiero e linguaggio)




"Ecco un altro paradosso: nella vita di una persona la maggior parte dei pensieri e delle impressioni più importanti attraversano la mente così rapidi che rapidi non è nemmeno la parola giusta, sembrano totalmente diversi o estranei al cronometro che scandisce regolarmente la nostra vita, e hanno così pochi legami con quella lingua lineare, fatta di tante parole messe in fila, necessaria a comunicare fra di noi, che dire per esteso pensieri e collegamenti contenuti nel lampo di una frazione di secondo richiederebbe come minimo una vita intera ecc. - eppure sembra che andiamo tutti in giro cercando di usare la lingua (quale che sia, a seconda del paese d'origine) per cercare di comunicare agli altri quello che pensiamo e per scoprire quello che pensano loro, quando in fondo lo sanno tutti che in realtà si tratta di una messinscena e che si limitano a far finta. Quello che avviene dentro è troppo veloce, immenso e interconnesso e alle parole non rimane che limitarsi a tratteggiarne ogni istante a grandi linee al massimo una piccolissima parte. La velocità mentale interna o quello che è di queste idee o ricordi, percezioni o emozioni e via dicendo è perfino più veloce - esponenzialmente, inimmaginabilmente più veloce - in punto di morte, cioè durante quel nanosecondo così minuscolo e sul punto di sparire che separa il momento in cui si muore tecnicamente da ciò che avviene subito dopo, perciò il cliché sull'intera esistenza che scorre come un lampo davanti agli occhi di chi è in punto di morte non è poi così peregrina - anche se in questo caso intera esistenza non vuol dire una sequela ininterrotta dove prima nasci e poi sei nella culla e poi sei al piatto nella squadra dell'American Legion ecc., che in fondo è quello che pensano un po' tutti quando dicono "la mia intera esistenza", riferendosi a una serie cronologica, discontinua, di momenti che mettono in fila e chiamano vita. Non è affatto così. Non mi viene in mente un modo migliore per dirlo se non che succede tutt'a un tratto, ma questo a un tratto non significa certo un momento finito di tempo all'interno di una sequela ininterrotta nei termini in cui consideriamo il tempo quando siamo vivi, e poi quello che risulta essere il significato dell'espressione la mia vita non si avvicina neanche lontanamente a quello che crediamo di dire quando diciamo "la mia vita". Le parole e il tempo cronologico creano tutti questi equivoci assoluti su quello che succede per davvero a livello elementare. Eppure al tempo stesso la lingua è tutto ciò che abbiamo per cercare di capirlo e per cercare di instaurare qualcosa di più vasto o significativo e vero con gli altri, il che è un altro paradosso".

David Foster Wallace, "Caro vecchio neon", in Oblio, Torino, Einaudi, 2004, pp. 180-81.

[P.S.: Diciamo che neppure Roman Jakobson né Ludwig Wittgenstein - il tizio nella foto - sarebbero stati più chiari di lui qui; diciamo pure che sia Henry James che James Joyce sarebbero stati d'accordo - soprattutto l'ultimo, forse, che ha impiegato quasi mille pagine per descrivere i pensieri di un gruppo di persone così come si presentano, nascono e si intrecciano all'interno delle loro menti e nell'arco di sole 24 ore].

sábado, octubre 17, 2009

Una foto

Qui, in provincia de L'Aquila, fa più freddo che a Firenze (o che a Roma). Diciamo pure che fa un freddo becco (come direbbero in Toscana). Ma col camino acceso è tutta un'altra cosa, si sta bene, viene voglia di fumare e di stare fermi a guardare la legna ardere, tutto quel calore che ti avvolge e ti ispira e ti rilassa e ti fa venire voglia di abbracciare l'amata, il cane (Laika), la mamma... Una sensazione avvolgente totale; una bella sensazione (come di essere tornato in porto dopo una lunga traversata o una tempesta che ha messo a repentaglio la tua e la vita degli altri).

Poi, per una qualche strana distrazione, ti rechi in sala e ripeschi due vecchi album di fotografie. Le foto risalgono a dieci, undici, addirittura tredici anni fa... E fa effetto riguardarsi con un altro viso (che sembra lo stesso, ma non lo è, perché nel frattempo anche il tempo ha fatto la sua parte e ha distrutto o livellato quanto c'era da distruggere o livellare - quanti di quei sorrisi potrò ancora bissare? Quanti di quegli sguardi così spensierati e innocenti e ingenui? Perché il passato, visto dal presente, ci sembra sempre così innocente e ingenuo?).

Ad un tratto, senza saperlo e senza volerlo, senza quasi rendertene conto, t'imbatti in una foto che avevi completamente dimenticato di avere scattato... Risale (questo sì, lo ricordi) a circa 11 anni fa; la scattasti a una persona per te speciale in Spagna, dentro una Ford Fiesta rosso bordò, parcheggiata sulla spiaggia di un paesino vicino Valencia (o era Santander?) di cui ormai non ricordi più il nome (né le vie né le principali attrazioni).

Un tempo lontano, uno spazio lontano, un "c'era una volta" che adesso, ahimè, non c'è più...

Ricordi che la spiaggia era deserta; che era notte fonda; che forse tu e la ragazza della foto eravate andati a ballare in discoteca. La ragazza appare in primo piano e ha la testa distesa su un giaccone imbottito di colore grigio che fa venire caldo solo a guardarlo. I capelli, lunghi e neri, sono sciolti sopra il sedile, il viso è pallido, ma sorridente, o meglio, la ragazza sembra accennare un sorriso, anche se è strano, perché in realtà l'intera posizione che occupa sul sedile fa pensare al sonno, sembra stia dormendo o che si stia per svegliare (ha dormito o è in procinto di alzarsi da quel sedile ribaltato?). Un braccio (quello destro) poggia in parallelo lungo il giaccone fino ad arrivare alla nuca, la mano (sempre quella destra) sembra sfiorare la fronte, mentre braccia e mano sinistre si indovinano in stato di riposo assoluto, magari sul grembo, o sopra le ginocchia distese anch'esse, anche se nell'inquadratura della foto non appaiono...

Una ragazza che sembra stia per addormentarsi (o che sembra stia per ridestarsi da un piacevole sonnellino estemporaneo) sorride e tu scatti la foto, convinto di poter congelare per sempre quell'istante, curioso di vedere come uscirà questo primo piano del viso, già predisposto a pregustarti lo spettacolo e a pensare a come sarà questa foto fra dieci, venti o trent'anni...

E poi ti viene da piangere. I dieci anni sono effettivamente passati, quella ragazza non è più dentro quella macchina, né tu sei più tornato in quel paesino in riva al mare, e non sai nemmeno che fine farai, senza di lei, nel futuro... senza quel sorriso misterioso, di persona che comunque sembra godersi la vita, e gioire di quanto la circonda, ti senti più vulnerabile e triste. E riscoprire che quella foto con quel sorriso esiste, non può che farti male, e farti venire una nostalgia enorme di un passato che (lo sai bene) non ritorna...

E allora ti viene da piangere di nuovo, ti viene un magone e una tristezza ancora più lacerante. Ma smetti subito, è da sciocchi piangere davanti a una foto, tanto quella ragazza non ti può sentire, né ti guarda, né sa che tu, in questo momento, la stai guardando di nuovo, dopo tanto tempo passato (non) invano...

Ed è doloroso, fa male, pensare a quello che starà facendo oggi quella stessa ragazza dal sorriso enigmatico e vorresti (ma non puoi) chiederle il perché di quel sorriso, se avevate appena fatto l'amore o se eravate in procinto di farlo, se stava riposando davvero o se faceva solo finta di dormire, tanto per mettersi in posa e permetterti di scattare la foto; se vi eravate davvero amati o era solo una finzione. Se ci tornerebbe, dentro quella macchina, per rifare tutto daccapo...foto inclusa... con sorriso misterioso incorporato... o lasciare tutto com'è, lasciare che il tempo sia trascorso e che lo spazio continui a tenervi lontani l'uno dall'altra, che la vita si sia indirizzata verso altri lidi e altri porti...