miércoles, octubre 25, 2017

Monolinguismo e Multilinguismo




25/10/2017

Carrollton: nel solito laboratorio linguistico del Dipartimento di “Foreign Languages” della “West Georgia University”. Oggi abbiamo battuto ogni record: abbiamo pranzato (a base di sandwich tipico americano) alle ore 11:00; una vera e propria follia! Ci ha invitato a pranzo il Direttore del Dipartimento. Ed e’ stata una bella sorpresa scoprire che parla un italiano perfetto, con leggero accento marchigiano. Scopro che sua moglie e’ italiana, di fatti, di Fabriano; incredibile l’effetto della globalizzazione e della “fuga dei cervelli”! Dopo vari concorsi da ricercatrice in cui e’ stata sempre sorpassata dal candidato locale, questa donna di cui so solo il nome, per ora, Anna, decide di fare il salto in America e diventa associato in un’altra Universita’ in Virginia (prima di riuscire a riavvicinarsi a suo marito in Atlanta). Ora insegna Lingua Italiana agli americani e, quando puo’, porta avanti la sua ricerca su un dopppio binario interessantissimo: Boccaccio, sul fronte medievale, e Pasolini, su quello della letteratura moderna e contemporanea.”Bellissima accoppiata!”, esclamo ad alta voce, e il Direttore se la ride. Ne conviene. Ha provato (lui che e’ americano e l’italiano lo ha imparato dalla moglie) a leggere il Decameron, ma non ci riesce; gli chiedo allora se ha letto Pasolini e mi dice di si’, anche se lo preferisce nei panni del regista, più che in quelli del romanziere (ma gli suggerisco di leggere "Le ceneri di Gramsci"...e prende nota su una Moleskine).

Mentre finiamo di mangiare i nostri panini imbottiti all’inverosimile (ed e’ quasi impossibile che dal panino non sguscino via pezzi d’insalata, pomodori e olive nere immerse in maionese spessa e d’un giallo impossibile da trovare in Italia), iniziamo a parlare di Salo’ o le 120 giornate di Sodoma, l’ultimo film di Pier Paolo Pasolini, forse anche quello piu’ controverso e complesso e sicuramente quello più difficile da vedere, anche quando lo spettatore dovesse essere uno scaltro e con lo stomaco forte… 

E finiamo col disquisire delle differenze culturali tra Europa e Stati Uniti in merito al modo di rappresentare il sesso al cinema, del puritanismo totale degli americani e della nonchalance degli spagnoli, di come un nudo in un film spagnolo sia quasi un topos e di come in Italia, ultimamente, i registi sono anche piu’ sciolti e disinvolti e di come, invece, gli Studios praticamente probiscono d’inquadrare da vicino gli organi sessuali (tanto maschili quanto femminili).

L’America e’ un paese affascinante, in questo senso, e lui, in quanto Direttore di un Dipartimento di Lingue Straniere, ci tiene a dirmelo, vuole trasmettermi tutta la sua voglia di combattere contro il Sistema: qui negli USA insegnare ai ragazzi a parlare altre lingue, metterli, quindi, in contatto con la cultura di altri paesi, non e’ affatto facile ne’ scontato. L’anglocentrismo e’ fortissimo e chi studia francese, spagnolo, italiano e’ uno studente che sa gia’ che non avra’ vita facile se un giorno vorra’ provare a lavorare con la propria laurea.

Non avevo mai considerato la questione da questo punto di vista: in Europa, perfino oggi che il Regno Unito e’ uscito dall’Unione, ci ammazziamo per poter avere un B2 in Inglese, e tendiamo a soffrire d’una sorta di complesso d’inferiorita’ nei confronti della lingua inglese e, invece, negli USA, c’e’ chi deve lottare e sudare per portare avanti una filosofia di vita multilinguistica (anche quando il multilinguismo e’, effettivamente, una realta’ quotidiana, come nelle zone di frontiera, dove si arriva a parlare lo ‘spanglish’, o come nei casi dei tanti studenti che, in famiglia, parlano una lingua diversa da quella ufficiale…e pensiamo soprattutto a cio’ che succede nelle famiglie latine, o di ispanoamericani, o ai figli di genitori di Puerto Rico o del Costa Rica, dove l’inglese e’, ovviamente, quasi una lingua ufficiale e necessaria per la sopravvivenza di entrambi i paesi nei confronti degli USA).

Poi ci accingiamo ad entrare a lezione del college di Lingua Spagnola e il Direttore ci deve abbandonare perche’ deve risolvere le solite beghe legate alla burocrazia (anche qui molto invadente, proprio come in Europa). Prima, pero’, ci porta nel suo studio e ci regala due magliette, due t-shirt nere con una scritta maiuscola in bianco: “Monolingualism can be cured”, recita lo slogan, e ridiamo tutti. Gli promettiamo di portarla a lezione appena torneremo in Spagna. Dove uno slogan del genere, per tutto il casino che sta succedendo in Catalogna, assume di certo un valore politico di un certo impatto. E comunque e’ proprio cosi’, e’ verissimo: il monolinguismo si puo’ curare, e fa sempre bene essere multilingue, e’ sempre un toccasana “trasportare” il proprio cervello (anche solo per brevi periodi di tempo) in una lingua diversa da quella d’origine…

lunes, octubre 23, 2017

U.S.A.: Atlanta, Georgia


Scrivo al volo, dal laboratorio linguistico della Facolta' di Lingue della "West Georgia University", a Carrollton, a un'ora circa da Atlanta, nello stato della Georgia (U.S.A.).

Sono le ore 13:30 locali (ovvero, le 19:30 in Spagna, o in Italia). Sono qui per una sorta d'intercambio tra professori di Lingua d'Europa e d'America: io e la mia compagna d'avventure siamo appena usciti da una lezione di Letteratura Spagnola a ragazzi americani, ispanoamericani e afroamericani. 

Uno si siede qui, accanto a studenti bianchi, neri, mulatti e si domanda: ma come si puo' essere razzisti negli Stati Uniti? Come? E la prima domanda che facciamo ai nostri colleghi e': ma chi l'ha votato Trump?

Basta porre la domanda e subito la faccia dei colleghi si rabbuia: diventano tristi, non sanno dare una risposta logica, qualcuno si strappa i capelli, qualcun'altro fa notare che molti votanti di Trump vengono da qui, dalla Georgia, dal Sud del paese, sempre piu' conservatore e tradizionalista del Nord...

Abbiamo gia' pranzato (alle 12:00) e stasera ceneremo tutti insieme in un ristorante messicano alle 18:00 in punto; il 'jet-lag' ci sta ammazzando, poco a poco; ci prende l'abbiocco quando dovremmo essere iper-svegli; ci viene fame quando dovremmo dormire; si fa lezione, quando noi, in Spagna o in Italia, stiamo gia' dormendo. E' tutto un grandissimo e bellissimo caos d'orari e di lingue e di stress mentale, ma sento, anzi, so benissimo, che questa sara' una settimana stupenda, di esperienze nuove e stimolanti, di interscambio reale e profondo d'idee di emozioni...

domingo, octubre 15, 2017

INCUBI (SEMPRE)



Questi tre incubi (o diciamo pure: “sogni strambi”) devo appuntarmeli per non dimenticare (è un periodo di forte stress psicofisico: tra le lezioni, i convegni, i congressi, le recensioni, le interviste, etc. etc., non riesco più a riposare bene e il fine settimana è l'unico momento in cui riesco a dormire più di 5 ore filate e, dunque, credo proprio che a causa della maggiore quantità di ore di sonno raggiunte il mio cervello riesce ad entrare nella famosa fase REM e a generare sogni che poi, stranamente, riesco anche a ricordare, ma da qui a un mese? Ecco, meglio scriverli, metterli nero su bianco).

1 – Nel primo incubo, un vero incubo, mi ritrovo in mezzo a una strada in salita. Sono alla guida della AX Citroen verde militare che mia madre era solita prestarmi quando avevo tra i 24 e i 26 anni. La macchina arranca, è una salita davvero erta e, tra l'altro, è piena di curve strette. All'orizzonte, all'improvviso, appare un contadino con un Ape, di queste con 3 ruote e il rimorchietto. Ha la faccia arrabbiata, non frena, provo ad accostarmi più che posso al guard-rail; il contadino mi sfiora lo specchietto retrovisore e scappa via. Ho un appuntamento importante: lo so, lo sento, lo ricordo. Devo scappare anch'io, ma all'Università, dove dovrò vigilare un esame della mia materia agli alunni del terzo anno. Dopo l'ennesima curva stretta, in prima (non riesco ad andare a più di 20 km/h), ecco che m'imbatto nell'atrio enorme dell'Università e in un gruppo di studenti. Li guardo, li riconosco, sono proprio loro, i miei studenti del terzo anno, e sono tutti attorno a una bara, con il volto contrito. Mi avvicino e, come per istinto, di scatto, sollevo il coperchio e dentro la bara ci sono io, il mio “io” cadavere.

2 – Due studentesse, una castana dai capelli ricci ricci, una bionda dai capelli lisci lisci, mi si avvicinano e mi chiedono se ho da accendere. Nella realtà, sono un fumatore occasionale. Nel sogno, fumo Marlboro Lights, e offro subito loro il mio accendino. Ridono. Ridacchiano. Iniziano a sedurmi. Sono in parte lusingato e in parte preoccupato. E se fosse studentesse che ancora devono fare il mio esame? Se le ho già bocciate? Se poi mi ricattano e il gioco seduttivo è solo una trappola per incastrarmi? Alla fine, cedo, la bionda mi slaccia la cintura, mi abbassa prontamente i pantaloni e inizia a praticarmi una fellatio. Non è brava, non ci sa fare, le chiedo quanti anni ha e lei mi risponde: “17 appena compiuti”. Solo ora mi accorgo che assomiglia in un modo impressionante all'attrice di American Beauty, il film di Sam Mendes che andai a vedere al cinema insieme alla mia ex di allora (correva l'anno 1999). L'attrice, nella realtà, si chiama Mena Suvari, nel mio sogno resta nell'anonimato, ma, nel giro di pochi secondi, diventa così brava da trasformarsi in un'esperta attrice porno alla Cicciolina (o alla Moana Pozzi), ed è strano, anzi, è stranissimo che nel giro di un così ristretto arco temporale questa minorenne abbia appreso alla perfezione l'arte della fellatio... L'amica, invece, è improvvisamente scomparsa dall'orizzonte.

3 – Sogno la trama di Patria, il romanzo di Fernando Aramburu uscito in Spagna nel 2016 e subito divenuto un best-seller internazionale. Conosco ogni dettaglio, anche i nomi dei protagonisti; anzi, nel corso del sogno, sogno anche la trama di tutte le puntate della serie basata su Patria (mi sembra d'intuire diversi punti di contatto tra questa serie e il nostro Gomorra, basata sul romanzo di Saviano). Ora, il punto è che – da quel che so – non esiste alcuna serie basata su Patria e, soprattutto, cosa ancora più allucinante e stramba, è che io non ho mai letto Patria. So solo che è un romanzone (di circa 600 pagine) che parla del terrorismo dell'ETA nei Paesi Baschi. Solo questo, ma, per il resto, nel sogno m'invento tutto, mescolando trame di libri che, molto probabilmente, non hanno nulla a che vedere con questo di Aramburu. E tutto questo ragionamento lo faccio all'interno del sogno (o incubo) e quando finalmente mi risveglio afferro carta e penna e scrivo questa frase: “Comprare subito Patria”.

Ebbene, cosa dedurre da questi 3 incubi? O sogni strambi? Cosa pensare? Chi mi potrebbe offrire un'interpretazione psicanalitica dei 3 sogni?

Una cosa è certa (o forse 3):

a) nel primo sogno rivivo la stessa (quasi identica) scena iniziale de Il posto delle fragole di Ingmar Bergman (capolavoro del regista svedese del 1957 cui dedicai – ad oggi – il mio primo ed unico articolo tutto basato sull'analisi di un film); in quel caso, è il protagonista a vedersi immerso in una realtà surreale fatta di architetture impossibili, di orologi che si liquefanno, di ombre minacciose e, soprattutto, del corteo funebre in cui appare la tomba che trasporta il suo cadavere trainato da 2 cavalli (o i cavalli erano 4?). Comunque sia, a quanto pare io costruisco sogni a partire (anche) da frammenti o scene di film visti (anche) molto tempo fa... La mia mente frulla pezzi di cinema e ci gioca e ci gira intorno (l'unica amica a cui ho raccontato questo incubo mi ha detto che mi sono allungato la vita: che sognare la propria morte, in realtà, porta bene);

b) in quanto al secondo sogno e alla seduzione da parte di due adolescenti ancora non maggiorenni: mi pare evidente che ho un problema con il sesso; la mia mente non può fare a meno di pensare al sesso, nemmeno quando si suppone che stia riposando e ossigenando. Ogni riferimento a Cicciolina o Moana Pozzi NON è puramente casuale...(e il tema "sesso orale" forse è davvero una mia ossessione...e poveretta la mia "compagna d'avventure" del momento cui non piaccia...per me sarebbe una vita d'incubo farne a meno, intendo dire: praticarlo e riceverlo)...

c) in quanto al terzo incubo: è uno dei più assurdi perché mi permette di credere di conoscere al dettaglio una trama di un libro mai letto; e qui entriamo di pieno nell'ambito della “metaletteratura”; ovvero, la mia mente – a quanto pare – assume nei confronti della letteratura lo stesso atteggiamento bizzarro e strafottente che ha nei confronti del cinema: mi permette di sostituirmi alla voce dell'autore; d'inventare un narratore che non esiste; di sovrapporre trame “in potentia” in cui i terroristi dell'ETA vengono associati in modo diretto con quelli della nostra Mafia (o Camorra)...


In sintesi: non è che sia messo proprio bene, ultimamente...

jueves, octubre 05, 2017

La prima intervista




Il 2 Ottobre del 2017. Ecco: è questa la data della mia prima intervista; mai fatto prima, e ora mi tocca intervistare addirittura uno scrittore che ammiro, che apprezzo per quello che scrive e per come lo scrive, per i temi che affronta (con un certo coraggio, bisogna dirlo).

La sala della Facoltà di Lettere dell'Università in cui si organizza l'incontro è stracolma: ci sono alunni del terzo anno; alcune donne anziane di un "Club de Lectura"; alcuni professori di Teoria della Letteratura e Letterature Comparate; un paio di colleghi dell'Università in cui lavoro che si sono presi la briga di venirmi a vedere e a darmi il loro appoggio morale.

Mi presentano l'intervistato: "Piacere", "No, il piacere è mio". E ci sorridiamo. Ci stringiamo le mani. Con rispetto e una certa distanza. Poi ci fanno accomodare: "Sinistra o destra?", "Per me è uguale". Inizio a fargli i complimenti per i romanzi e i racconti che più mi sono piaciuti. Lui mi ringrazia, intimidito. Si nota che non se l'aspettava (forse ha più paura lui di me...). Poi una delle professoresse che ha organizzato il tutto ci presenta. Qualche studente comincia a prendere appunti sin da ora. Chissà quanti storpieranno il mio cognome. Poi si parte. Ringrazio tutti per essere venuti; premetto che non ho mai intervistato uno scrittore vivo. Lui sorride e afferra il microfono: "Se vuole posso rimediare". E ridiamo tutti. Con spontaneità e sincerità. Poi inizio a parlare dei suoi libri, del perché - secondo me - meritano di essere letti. E leggo anche un brano, sulla paura di volare. Ridono di nuovo tutti. Faccio notare che, oltre all'età, questo è un altro dei punti in comune che abbiamo io (l'intervistatore) e lui (l'intervistato). E l'ansia scompare, ci sciogliamo, iniziamo a parlare dei suoi romanzi, dei suoi racconti, ma anche dei romanzi e dei racconti degli altri, di Paul Auster, di Enrique Vila-Matas, di chi sarà il prossimo Premio Nobel, di arte e di letteratura, dei rapporti sempre complicati tra parola e immagine, di ekfrasis, di metaletteratura, di Walter Benjamin e di Jacques Lacan, della teoria dello specchio, dell'ombra e dell'impossibilità congenita di non poter guardare il mondo dal punto di vista dell'altro, dell'impossibilità cronica di non poter assumere il punto di vista di un altro, nemmeno durante un rapporto sessuale, anzi, l'amore e Eros impediscono, di fatto, una visione nitida, di che cosa resta sulla superficie dello specchio una volta che smettiamo di specchiarci, di poesia e di musica, di poemi in prosa e di prosa poetica, di estetica e di Kant, di Ludwig Wittgenstein e della sua teoria dei "giochi linguistici", e alla fine si crea un clima tale di fiducia e diverimento e confidenza che sia io che lui capiamo che potremmo stare ore ed ore a parlare di questi argomenti, per tutto il pomeriggio, fino a notte fonda... E il pubblico apprezza, quando smettiamo, perché l'organizzatrice dell'evento c'interrompe, non ce ne siamo accorti ma sono passate quasi 2 ore, e il pubblico applaude, un applauso fragoroso, spontaneo, incredibile, e una signora prende il microfono e ci ringrazia e ci dice che abbiamo formato un duetto eccezionale e gli altri continuano ad applaudire...

Ecco: sono queste le cose che danno davvero un senso a questo lavoro, per me. Lo scambio reale delle idee; la voglia di condividere il pensiero e che sia un pensiero critico; il desiderio di ascoltare e quello di imparare dall'altro; la voglia di crescere un pochettino di più in quanto persone umane dotate d'intelletto ("fatti non foste a viver come bruti...", come suonano attuali, oggi, i versi di Dante...).

Io e lo scrittore lo sappiamo già, ormai: abbiamo appena conquistato un nuovo amico, qualcuno con cui parlare di libri e di letteratura, di arte e di cultura ad infinitum...

Queste sì, sono le soddisfazioni della vita, penso, mentre Glenn Gould suona come Dio le sue Variazioni Goldberg.

jueves, septiembre 28, 2017

Passivi e inetti e riflessivi




È sempre emozionante stare dietro una cattedra e parlare ad un pubblico composto da persone che non conosci e che non hai mai visto prima (cosa ben diversa è farlo davanti ad una clase di alunni che, alla fine, volente o nolente, finisci col conoscere – c’è sempre un secchione, un perdigiorno, la bella e sfrontata, la timida e riservata, quello che disturba e chiacchiera a vanvera con tutti, etc. etc.). E fa sempre molto piacere vedere che – una volta svanita l’ansia da prestazione dei primi due minuti – ti accorgi che riesci a stabilire un contatto con questo nuovo pubblico di persone a te del tutto sconosciute. E vedere che ti seguono (qualcuna prende appunti, addirittura…come se le cose che stai dicendo de Il Fu Mattia Pascal fossero oro colato o riflessioni profondissime, e non semplici osservazioni di lettore non esperto di Pirandello e non italianista…).

Poi arriva il momento degli applausi, quando, ormai sudato, sei arrivato ad esporre un minimo di conclusioni (che tali non sono, anche perché, come Pirandello ci insegna, “non si conclude mai” – nessuna storia può concludere in modo netto e chiaro, i finali di Pirandello – sia quelli dei romanzi che quelli delle opere teatrali – sono sempre aperti e non potrebbero essere altrimenti).
E, infine, giunge il momento delle domande e delle osservazioni, delle riflessioni a voce alta dei più coraggiosi e meno timidi. Alza la mano una signora che avrà sui 60 anni e inizia a sparlare male di Mattia Pascal: “A me non è piaciuto per niente! Ma come si fa? Come può uno andare in giro per il mondo con quell’atteggiamento?”. Le chiedo che intende dire e la donna, ormai in preda ad un attacco isterico, continua, senza freni, senza censure: “Perfino l’operazione agli occhi! Non è lui a prendere la decisione, segue il consiglio dell’affittuario! E Adriana? Avrebbe potuto rifarsi davvero una vita, una vita vera, con una bella ragazza come Adriana e lui che fa? La molla, perché, diciamocela tutta, non ha le palle di dire la verità e di vivere una storia d’amore vero e sincero con lei! È uno totalmente passivo e in balia degli eventi!”.

C’è chi sorride; chi guarda in basso; chi guarda in alto; chi attende con un certo piacere che io apra bocca e cerchi di dare una spiegazione all’interpretazione (del tutto soggettiva e, perciò, legittima) della signora. E allora nel mio cervello si accende una lampadina e inizio a spiegare (con tono pacato e diplomatico) che, in realtà, non solo nel caso de Il Fu Mattia Pascal, ma in gran parte della letteratura del Novecento, assistiamo ad un vero e proprio proliferare di personaggi “passivi”, che non agiscono e che sembrano lasciarsi guidare dal caso e dalle forze oscure della vita: pensiamo alla figura dell’ “inetto”, così centrale per capire l’opera di Italo Svevo, a partire proprio da quel romanzo “rivoluzionario” che fu La coscienza di Zeno; o pensiamo al capolavoro di Robert Musil che, non a caso, s’intitola proprio L’uomo senza qualità; o pensiamo anche al Leopold Bloom, l’uomo qualunque, protagonista dell’Ulysses di Joyce, che fu amico intimo di Svevo; ma pensiamo anche a quel gigantesco uomo “passivo” e “riflessivo” che è il Marcel della Recherche proustiana, uno che impiega migliaia e migliaia di pagine per cercare di scandagliare il suo “io” e di ricostruire la propria “identità” a partire dalla riflessione sul proprio passato; e pensiamo, infine, anche al povero K., il protagonista de Il processo di Kafka, uno che la mattina viene prelevato dalla propria camera da un paio di poliziotti e accusato di un reato che non si sa bene in cosa consista e che finisce davanti ad un Tribunale che non si sa bene quando e perché lo condannerà alla pena capitale. E allora, mi fermo, faccio un bel respiro e lancio la domanda alla sala: “Perché? Secondo voi perché nei primi anni 20 e 30 del XX secolo c’è un boom così eclatante ed evidente ed esplicito di “personaggi passivi”? Pensate anche ad Hans Castorp, il protagonista de La montagna incantata di Thomas Mann. È un altro “passivo” famosissimo: uno che doveva andare a fare visita al cugino nel sanatorio di montagna in cui fa le cure per l’asma (o il tumore, o la malaria, o non ricordo più cosa) e che resta lì per ben 7 anni! Perché? Perché tanta “passività” o “riflessività” proprio in quel periodo? Dobbiamo ricordarci del fatto che si tratta di romanzi apparsi subito dopo la Prima Guerra Mondiale e subito prima dello scoppio della Seconda! Perché?”. 

Silenzio di tomba. Il gelo cala sull’intera aula. Lancio la domanda, ma, in realtà, nemmeno io so darmi una risposta. Una giovane dottoranda in prima fila alza la mano: “E pensiamo alla generazione attuale! Ai giovani che non studiano né cercano un lavoro” (quanta letteratura del Novecento potrebbe sembrare anticipare i problemi e la crisi di oggi – come se, davvero, le stesse cose ritornassero sempre). Il dibattito prosegue. E io gioisco internamente, perché se incontri di questo tipo hanno un senso è proprio perché favoriscono o danno luogo allo scambio d’idee tra lettori appassionati. E poi torno a casa e ne parlo anche con la mia compagna d’avventure. Si rallegra della buona riuscita della chiacchierata su Pirandello. E poi m’invita a cercare le date esatte dei romanzi che ho citato al volo. E questo è il risultato assurdo che trovo dopo una rapida ricerca su internet:

1 – Il Fu Mattia Pascal (1904);
2 – La coscienza di Zeno (1923);
3 – Ulisse (1922);
4 – Recherche (1913-1927);
5 – L’uomo senza qualità  (1930-1933);
6 – Il processo (1925)
7 – La montagna incantata (1924)

E uno pensa: ma com’è stato possibile? Com’è successa una concentrazione così alta di capolavori epocali in un così ristretto arco temporale? E Pirandello, da par suo, non sta per caso anticipando questa schiera di “passivi” e “inetti” o “riflessivi” cronici che caratterizzerà i primi 30 anni del Novecento? E ritorna, imperterrita, la domanda: ma perché tanti “passivi” e “inetti” e “riflessivi”?


lunes, septiembre 25, 2017

Il Fu Mattia Pascal (o della forza delle abitudini)




Dopodomani dovrò chiacchierare (per così dire) de Il Fu Mattia Pascal all'Università; non sono un esperto di Letteratura Italiana e tanto meno un profondo conoscitore dell'opera di Luigi Pirandello. E però due cose sono certe e le ho capite: a) è vero, Pirandello è un autore complesso, anche solo per quel continuo e costante ragionare dei suoi personaggi (qui Anselmo Paleari è tra i più riusciti, in quanto a stravaganza e tendenza al grottesco); b) è vero, Pirandello potrebbe a tratti peccare di “pirandellismo”, ma ci sono brani, all'interno di quest'opera, che riescono a scavalcare questo ostacolo con brillantezza e un certo senso di leggerezza che non guasta affatto, all'interno di una trama in cui la pesantezza sembra avere la meglio (anche quando cambia nome e passa a chiamarsi Adriano Meis, il povero Mattia Pascal continua a restare attaccato alla sua identità; hai voglia a viaggiare, lontano, lontanissimo da quella casa in periferia in una città di provincia in cui la suocera e la moglie fanno il bello e cattivo tempo; hai voglia a vincere somme ingenti di denaro al casinò di Nizza; hai voglia a vivere in affitto presso pensioni decadenti! Mattia Pascal non può re-inventarsi davvero un destino nemmeno indossando la maschera di Adriano Meis...ed è tutto qui il dramma (anche il nostro dramma...ahinoi!).

Uno di questi brani in cui Pirandello sembra riuscire a salvarsi dal pirandellismo è proprio quello in cui, verso il finale, Mattia Pascal torna a casa, sotto le vere spoglie (non è morto, come credevano moglie e suocera, ma ha solo fatto finta di impossessarsi della morte di un altro per scappare e rifarsi una vita). Ebbene: ormai, a distanza di tanto tempo, la moglie si è rifatta una vita (come si suol dire), è diventata sposa di Pomino, uno dei vecchi amici e soci in affari di Mattia, ha avuto dei figli da lui e, quindi, come rimediare? Dove collocare questo “morto in vita” che torna dall'aldilà?

Si tratta di una scena drammatica, ricca di tensione, proprio perché ci obbliga a pensare e a domandarci: cosa faremmo noi con un nostro caro morto se tornasse a bussare alla nostra porta? Se tornasse alla vita, essendo creduto morto per tanto tempo? Come trattare un risorto, quando le nostre condizioni di vita sono cambiate? Dove metterlo? Cosa dirgli? Come giustificarci di fronte ai suoi occhi increduli? Cosa fare con i soldi che noi credevamo di avere ereditato? Cosa?

E allora, a un certo punto, Romilda, la ex-moglie ed ex-vedova ora non più vedova di Mattia Pascal, si mette a fare il caffè e, qui, in questo momento, Pirandello s'inventa questo dialogo:

Nel porgermi la tazza, mi guardò, con su le labbra un lieve, mesto sorriso, quasi lontano, e disse:
  • Tu, al solito, senza zucchero, vero?
Che lesse in quell'attimo negli occhi miei? Abbassò subito lo sguardo”.

Ecco che in questa scena il lettore avverte tutta l'irresistibile forza, la potenza inevitabile delle abitudini. La viva chiede al presunto morto se il caffè lo prende sempre uguale, come quando vivevano insieme, sotto lo stesso tetto, e lei era sua moglie legittima e lui suo marito e non c'era Pomino né dei figli nuovi appena nati...

La scena va avanti e il tono familiare continua in questo nuovo dialogo:
A proposito, Romilda: avresti ancora, per caso, qualcosa di mio...abiti, biancheria?”.
No, nulla...”, mi rispose dolente, aprendo le mani. “Capirai...dopo la disgrazia”.
Chi poteva immaginarselo?”, esclamò Pomino”.


Ed è qui che noi capiamo il dramma di un revenant, di uno zombie, di un morto in vita che torna alla vita quando ormai la vita è andata avanti, il tempo non si è fermato, sua moglie si è rifatta una vita, e il morto vivo non ha più vestiti o biancheria da riciclare... I nostri vestiti, una volta dati per morti, non li indosserà più nessuno; al massimo, verranno riciclati o dati in beneficenza. Ed è così che Mattia Pascal – in una scena ricca di pathos – riceve l'ennesima riprova del fatto che non si può scappare ai fili che ci legano alla vita; che chi si finge morto poi la paga cara; che chi torna alla vita dopo essere stato in fuga dalla stessa non ritroverà più né la moglie ad attenderlo né i vestiti ad aspettarlo affinché vengano riutilizzati. Resta solo quella abitudine di sempre di prendere il caffè senza zucchero. Sono trascorsi, in realtà, due anni dalla fuga di Mattia Pascal e dal suo presunto decesso; eppure, Romilda, sua moglie vedova ormai solo ex-moglie e non più vedova, si ricorda ancora di come suo marito prendeva il caffè... Ci sono fili che sembrano non spezzarsi mai, sembra suggerirci Luigi Pirandello. Ci sono fili e rapporti che durano anche dopo che si sono interrotti o spezzati.

lunes, septiembre 11, 2017

8 Settembre del 2017 (o anche: “che ne è della mia vita?”)



Oggi è l'8 Settembre del 2017; oggi è il giorno del mio compleanno, il quarantesimo, per essere precisi...

Come mi sento? Che cosa provo a compiere 40 anni? Com'è la mia vita, oggi? Che ne è (stato e sarà) della mia vita di neo-quarantenne?

Non so darmi risposte di sorta. Penso alla mia compagna d'avventure (che mi ha festeggiato omaggiandomi con un balletto sensazionale a suon di Raffaella Carrà - “Tanti auguri”, la canzone, del 1978, se non erro, ovvero, dell'anno dopo la mia venuta al mondo...). E mi viene da sorridere ripensando al fatto che, quella notte, nessuno di noi due avrebbe mai pensato che saremmo finiti qui, a questo punto, in questo luogo...

Ripenso alle fotocopie che mi ha regalato una collega che vive vicino a Napoli e che mi ha fatto conoscere l'antro della Sibilla Cumana e l'ingresso del Lago d'Averno (quello che – secondo la mitologia pagana – consentiva l'ingresso nell'Inferno).

Fotocopie del Prof. Giancarlo Mazzacurati sul romanzo più noto di Luigi Pirandello, Il Fu Mattia Pascal, che dovrò presentare a un gruppo di lettrici ultrasessantenni presso l'Università pubblica della città levantina (nel Sud del Sud del mondo dell'Europa occidentale) in cui vivo...

Uno dei tanti impegni accademici, essendo l'intervista ad uno scrittore contemporaneo l'altra mia grande sfida del mese d'Ottobre. Intervista? Io? A uno scrittore vivo? Mai fatto prima, non so nemmeno da dove cominciare... Eppure mi sento di accettare la scommessa, anzi, questo ennesimo impegno accademico mi stimola e mi spinge a fare sempre meglio il mio lavoro (lascio stare la tipica: “Quali sono gli autori che più l'hanno influenzata?”, o quell'altra: “Perché scrive?”, o l'altra ancora: “ Crede che la letteratura potrà cambiare il mondo?” (ma quando mai la letteratura o l'arte cambiano il mondo? E però, spesso, ci salvano la vita...) e continuo a cercare domande più interessanti, sia per lui, che verrà intervistato, che per il pubblico, che si suppone assisterà all'evento...).

Poi vado a fare una piccola spesa, dopo aver passato la mattinata a mettere un po' d'ordine in camera da letto. E alla cassa, la cassiera mi sfiora la mano, mentre m'appresto ad afferrare la bottiglia di vino DOC di Ribera del Duero che ho in mente di scolarmi prima che torni da lavoro la succitata e mia cara compagna d'avventure... Il tatto. Sfiorarsi la mano in un gesto quotidiano come riempire i sacchetti della spesa, prima di pagare il totale dei prodotti acquistati per la sussistenza. Il sorriso (forse malizioso) di questa giovane donna (avrà al massimo trent'anni, ovvero, 10 meno di me, che oggi ne compio 40!). La mano calda. Le labbra carnose, con il rossetto rosso fuoco che le risalta il sorriso. Le curve che si indovinano (o s'intuiscono) da sotto la divisa d'ordinanza (maglietta a maniche corte gialla e pantaloni marroni, piuttosto stretti). E ripenso a quella citazione famosa di John Cheever, quando, nei suoi diari, allude all'“incessante sessualità dell'esperienza” e (cito verbatim, stavolta): “C'è sempre, da qualche parte, questo accenno di aberrante carnalità”.

Sì, c'è sempre, e gli anni non aiutano, non ho imparato nulla dall'esperienza, né dai molti libri letti, né dai vari amori finiti per caso, né da quelli che sono esplosi all'improvviso, continuo a peccare di lussuria, continuo a commettere errori madornali, continuo a pensare a quei due occhi da gatta che mi hanno mostrato l'ingresso dell'antro della Sibilla Cumana e immagino come sarebbe eccitante preparare il tiramisù con lei, che ha le mani inanellate e che quando cammina sembra che ondeggi, non riesce a camminare lungo la linea retta, forse sintomo della sua intelligenza curiosa, della sua curiosità intelligente, e mi dà l'idea di una donna passionale, una di quelle che quando la baci trema tutta, una di quelle donne che, sotto l'influsso della mia retorica ricercata e l'incanto delle mie proposte indecenti (posso essere davvero scurrile ed esplicito quando voglio), può arrivare perfino a bagnarsi...(mi successe, una volta, con Alyssa, la mia ex, a cui ancora voglio bene, in un ristorante di Genova, mentre si mangiava gli spaghetti con il pesto – ovviamente – alla genovese, e cominciai a dirle all'orecchio le sconcezze più crude e appetitose, e lei mi confessò che sì, che insomma, quelle parole avevano sortito il loro effetto, e dovette alzarsi di corsa per andare al bagno e rassettarsi un po' i pantaloni, come dimenticarla questa scena? Come poter dimenticare quel visino dolce tutto arrossito dalla vergogna? Che tenerezza mi trasmetteva Alyssa quando si comportava in quel modo...come fosse una bambina...).

Mi chiedono anche di scrivere la recensione a un libro che è la traduzione di alcune delle opere più difficili di uno dei poeti spagnoli più complessi di tutti i tempi (un classico del XVII sec. che oggi ed in Italia leggono davvero in pochi). E io ci provo, leggo il testo a fronte, comparo il tutto col testo d'arrivo, cerco di ricostruire i ponti semantici e sintattici che il traduttore ha dovuto costruire per restare fedele al testo di partenza... Quanta fatica, quante ore davanti al computer, quante parole scritte e inviate per la pubblicazione! Che poi chissà chi le leggerà codeste parole scritte col sudore della fronte...le mie e quelle del traduttore, siamo umanisti, ci lavoriamo con la parola scritta, eppure...(mi domando anche se mai la pubblicheranno la recensione, non sono un esperto in materia, e il traduttore è un pezzo grosso, un Professore Ordinario, uno di quelli cui, una volta morto, faranno di sicuro una serie di omaggi postumi, magari dedicandogli perfino una sezione della Biblioteca d'Ispanistica dell'Università in cui lavora...).

Ed intanto, per distrarmi un po' (sia dalle possibili domande per l'intervista allo scrittore vivo, sia dall'intervento su Pirandello), leggo un libro strambo e stranissimo, appassionante e appassionato: The Adventures of Sir Thomas Browne in the 21st Century, di Hugh Aldersey-Williams, un saggio del 2015 sulla vita e le opere - e l'influsso della vita e delle opere - del famoso scrittore inglese del 700 sulla cultura e la letteratura della nostra contemporaneità. Un libro anomalo, pieno di foto, di erudizione, d'invenzione, d'immaginazione, in cui l'autore – sotto l'egida di Browne – ci spinge a riflettere su che cosa è la morte, su quali sono le relazioni tra filosofia e religione, e tra religione e scienza, su che cos'è l'amicizia, e l'amore, e la malinconia... Un libro in cui l'autore immagina un dialogo con lo stesso Sir Thomas Browne (segno evidente del fatto che chi ha scritto il testo si è davvero innamorato del soggetto oggetto della sua biografia) e in cui si leggono perle come questa (che traduco al volo e sicuramente male):

TB: Molte cose ho visto e molte altre ancora avrei voluto vederne. Perché è certo che c'è qualcosa, oltre a ciò che riusciamo a vedere. Pensare che il mondo non offra altro che ciò che ci consentono di percepire i nostri sensi è sommo inganno, per quanto ci siano innumerevoli fenomeni che ci suggeriscano il contrario”.

E allora riascolto la colonna sonora di quel bellissimo film di Paolo Sorrentino che s'intitola Le conseguenze dell'amore e inizio a bere in un grosso calice il buon vino rosso di Ribera del Duero citato supra. Una delle canzoni s'intitola “Hello” ed è di un tale James, che non conoscevo. Non riesco a tradurre al volo il testo, ma mi evoca l'emozione di una bella storia d'amore e sesso selvaggio vissuta senza freni inibitori; e due occhi da gatta che, in modo malizioso, mi illustra le bellezze del paesaggio (la città che l'ha vista liceale); e un movimento sinuoso e ondeggiante, che mi fa pensare ai ritmi dell'amplesso quando è fatto senza fretta e senza secondi fini, solo per il gusto di stare a letto, a contemplare il mondo da un cuscino...


40 anni: che ne è della mia vita? Non ne ho idea. So solo che ho vissuto. Ed ho amato. E sono stato riamato. E spero di esserlo ancora in futuro...