lunes, septiembre 11, 2017

8 Settembre del 2017 (o anche: “che ne è della mia vita?”)



Oggi è l'8 Settembre del 2017; oggi è il giorno del mio compleanno, il quarantesimo, per essere precisi...

Come mi sento? Che cosa provo a compiere 40 anni? Com'è la mia vita, oggi? Che ne è (stato e sarà) della mia vita di neo-quarantenne?

Non so darmi risposte di sorta. Penso alla mia compagna d'avventure (che mi ha festeggiato omaggiandomi con un balletto sensazionale a suon di Raffaella Carrà - “Tanti auguri”, la canzone, del 1978, se non erro, ovvero, dell'anno dopo la mia venuta al mondo...). E mi viene da sorridere ripensando al fatto che, quella notte, nessuno di noi due avrebbe mai pensato che saremmo finiti qui, a questo punto, in questo luogo...

Ripenso alle fotocopie che mi ha regalato una collega che vive vicino a Napoli e che mi ha fatto conoscere l'antro della Sibilla Cumana e l'ingresso del Lago d'Averno (quello che – secondo la mitologia pagana – consentiva l'ingresso nell'Inferno).

Fotocopie del Prof. Giancarlo Mazzacurati sul romanzo più noto di Luigi Pirandello, Il Fu Mattia Pascal, che dovrò presentare a un gruppo di lettrici ultrasessantenni presso l'Università pubblica della città levantina (nel Sud del Sud del mondo dell'Europa occidentale) in cui vivo...

Uno dei tanti impegni accademici, essendo l'intervista ad uno scrittore contemporaneo l'altra mia grande sfida del mese d'Ottobre. Intervista? Io? A uno scrittore vivo? Mai fatto prima, non so nemmeno da dove cominciare... Eppure mi sento di accettare la scommessa, anzi, questo ennesimo impegno accademico mi stimola e mi spinge a fare sempre meglio il mio lavoro (lascio stare la tipica: “Quali sono gli autori che più l'hanno influenzata?”, o quell'altra: “Perché scrive?”, o l'altra ancora: “ Crede che la letteratura potrà cambiare il mondo?” (ma quando mai la letteratura o l'arte cambiano il mondo? E però, spesso, ci salvano la vita...) e continuo a cercare domande più interessanti, sia per lui, che verrà intervistato, che per il pubblico, che si suppone assisterà all'evento...).

Poi vado a fare una piccola spesa, dopo aver passato la mattinata a mettere un po' d'ordine in camera da letto. E alla cassa, la cassiera mi sfiora la mano, mentre m'appresto ad afferrare la bottiglia di vino DOC di Ribera del Duero che ho in mente di scolarmi prima che torni da lavoro la succitata e mia cara compagna d'avventure... Il tatto. Sfiorarsi la mano in un gesto quotidiano come riempire i sacchetti della spesa, prima di pagare il totale dei prodotti acquistati per la sussistenza. Il sorriso (forse malizioso) di questa giovane donna (avrà al massimo trent'anni, ovvero, 10 meno di me, che oggi ne compio 40!). La mano calda. Le labbra carnose, con il rossetto rosso fuoco che le risalta il sorriso. Le curve che si indovinano (o s'intuiscono) da sotto la divisa d'ordinanza (maglietta a maniche corte gialla e pantaloni marroni, piuttosto stretti). E ripenso a quella citazione famosa di John Cheever, quando, nei suoi diari, allude all'“incessante sessualità dell'esperienza” e (cito verbatim, stavolta): “C'è sempre, da qualche parte, questo accenno di aberrante carnalità”.

Sì, c'è sempre, e gli anni non aiutano, non ho imparato nulla dall'esperienza, né dai molti libri letti, né dai vari amori finiti per caso, né da quelli che sono esplosi all'improvviso, continuo a peccare di lussuria, continuo a commettere errori madornali, continuo a pensare a quei due occhi da gatta che mi hanno mostrato l'ingresso dell'antro della Sibilla Cumana e immagino come sarebbe eccitante preparare il tiramisù con lei, che ha le mani inanellate e che quando cammina sembra che ondeggi, non riesce a camminare lungo la linea retta, forse sintomo della sua intelligenza curiosa, della sua curiosità intelligente, e mi dà l'idea di una donna passionale, una di quelle che quando la baci trema tutta, una di quelle donne che, sotto l'influsso della mia retorica ricercata e l'incanto delle mie proposte indecenti (posso essere davvero scurrile ed esplicito quando voglio), può arrivare perfino a bagnarsi...(mi successe, una volta, con Alyssa, la mia ex, a cui ancora voglio bene, in un ristorante di Genova, mentre si mangiava gli spaghetti con il pesto – ovviamente – alla genovese, e cominciai a dirle all'orecchio le sconcezze più crude e appetitose, e lei mi confessò che sì, che insomma, quelle parole avevano sortito il loro effetto, e dovette alzarsi di corsa per andare al bagno e rassettarsi un po' i pantaloni, come dimenticarla questa scena? Come poter dimenticare quel visino dolce tutto arrossito dalla vergogna? Che tenerezza mi trasmetteva Alyssa quando si comportava in quel modo...come fosse una bambina...).

Mi chiedono anche di scrivere la recensione a un libro che è la traduzione di alcune delle opere più difficili di uno dei poeti spagnoli più complessi di tutti i tempi (un classico del XVII sec. che oggi ed in Italia leggono davvero in pochi). E io ci provo, leggo il testo a fronte, comparo il tutto col testo d'arrivo, cerco di ricostruire i ponti semantici e sintattici che il traduttore ha dovuto costruire per restare fedele al testo di partenza... Quanta fatica, quante ore davanti al computer, quante parole scritte e inviate per la pubblicazione! Che poi chissà chi le leggerà codeste parole scritte col sudore della fronte...le mie e quelle del traduttore, siamo umanisti, ci lavoriamo con la parola scritta, eppure...(mi domando anche se mai la pubblicheranno la recensione, non sono un esperto in materia, e il traduttore è un pezzo grosso, un Professore Ordinario, uno di quelli cui, una volta morto, faranno di sicuro una serie di omaggi postumi, magari dedicandogli perfino una sezione della Biblioteca d'Ispanistica dell'Università in cui lavora...).

Ed intanto, per distrarmi un po' (sia dalle possibili domande per l'intervista allo scrittore vivo, sia dall'intervento su Pirandello), leggo un libro strambo e stranissimo, appassionante e appassionato: The Adventures of Sir Thomas Browne in the 21st Century, di Hugh Aldersey-Williams, un saggio del 2015 sulla vita e le opere - e l'influsso della vita e delle opere - del famoso scrittore inglese del 700 sulla cultura e la letteratura della nostra contemporaneità. Un libro anomalo, pieno di foto, di erudizione, d'invenzione, d'immaginazione, in cui l'autore – sotto l'egida di Browne – ci spinge a riflettere su che cosa è la morte, su quali sono le relazioni tra filosofia e religione, e tra religione e scienza, su che cos'è l'amicizia, e l'amore, e la malinconia... Un libro in cui l'autore immagina un dialogo con lo stesso Sir Thomas Browne (segno evidente del fatto che chi ha scritto il testo si è davvero innamorato del soggetto oggetto della sua biografia) e in cui si leggono perle come questa (che traduco al volo e sicuramente male):

TB: Molte cose ho visto e molte altre ancora avrei voluto vederne. Perché è certo che c'è qualcosa, oltre a ciò che riusciamo a vedere. Pensare che il mondo non offra altro che ciò che ci consentono di percepire i nostri sensi è sommo inganno, per quanto ci siano innumerevoli fenomeni che ci suggeriscano il contrario”.

E allora riascolto la colonna sonora di quel bellissimo film di Paolo Sorrentino che s'intitola Le conseguenze dell'amore e inizio a bere in un grosso calice il buon vino rosso di Ribera del Duero citato supra. Una delle canzoni s'intitola “Hello” ed è di un tale James, che non conoscevo. Non riesco a tradurre al volo il testo, ma mi evoca l'emozione di una bella storia d'amore e sesso selvaggio vissuta senza freni inibitori; e due occhi da gatta che, in modo malizioso, mi illustra le bellezze del paesaggio (la città che l'ha vista liceale); e un movimento sinuoso e ondeggiante, che mi fa pensare ai ritmi dell'amplesso quando è fatto senza fretta e senza secondi fini, solo per il gusto di stare a letto, a contemplare il mondo da un cuscino...


40 anni: che ne è della mia vita? Non ne ho idea. So solo che ho vissuto. Ed ho amato. E sono stato riamato. E spero di esserlo ancora in futuro...

martes, agosto 29, 2017


NON E' LO STESSO (NO, NON LO E' MAI)

Non ricordavo quasi più di essere stato un poeta durante la mia adolescenza e la prima giovinezza. Sì mi ricordo di essermi innamorato follemente (e, dunque, platonicamente) di una ragazza "dark" che andava vestita sempre di nero, che portava sulla faccia un trucco nerissimo che le rendeva gli occhi più neri di una notte senza luna e senza stelle. E all'improvviso, eccola qui, una poesia superstite di quegli anni (stiamo parlando del 1997 o del 98, comunque il periodo in cui lasciavo i 20 anni per compiere i 21) e mi fa un certo effetto e una certa tenerezza re-incontrarmi con il mio "io" di "allora" (non ricordo più nemmeno chi fosse quella "baby" a cui il mio "io" di "allora" si rivolge: forse una fidanzata che mi mollò senza dare spiegazioni; forse la "dark" amata a distanza; forse qualcuna che frequentai per un mese - la mia relazione più longeva, a quei tempi; forse una donna di cui mi innamorai follemente, non ricambiato).

La poesiola s'intitola "Non è lo stesso"; risente pesantemente dell'influsso della scrittura di Tiziano Sclavi (l'inventore di Dylan Dog, come tutti sanno, ormai) ed è piena di imprecisioni, di sbavature, di sciocchezzuole lessico-sintattiche totalmente accettabili quando uno ha 20 o 21 anni e non sa ancora nulla della vita (anche se crede di saperne tutto).

Alle due o tre lettrici di questo blog (quelle che ancora mi sopportano), quest'omaggio che viene dal passato (dal mio passato che è una terra straniera, come per tutti, d'altronde) e che va spedito verso il futuro (ignoto - anch'esso - a tutti, ahinoi)...


NON E' LO STESSO

E ti ricordi di quando sei venuta
a casa e mi chiudesti il tuo cuore in faccia,
non ce la faccio più, così non vado più avanti,
allora io ti dissi, per favore, smettila,
perché lo so anch'io che nel cibo ci sono troppi
troppi conservanti.
Tu mi odiavi e io forse ti amavo, ma non
me ne sono accorto.
Il telefono è lì, se vuoi chiama pure tua madre,
mi piace fare il buffone quando non ho
nulla
nulla da perdere, nulla da prendere,
è sempre la stessa storia: mi dici ti voglio bene,
ti penso anche la notte, ma è una notte
di plenilunio.
Grida il tuo dolore, baby, gridalo insieme a me,
perché sai che un'occasione è sacappata.
E ti ricordi di quando te ne sei andata via
senza salutare, a volte ci penso, ma poi lascio stare.
Restiamo amici, se vuoi, ma non è la stessa cosa,
quando non hai il tempo per tirare avanti,
per tirare indietro, per tirare le cuoia.
Sono rimasto a casa, fuori cominciò a piovere,
sei un segreto, ho pensato, sei un segreo
del mio cuore e nessuno ti capirà
mai.
E potrei continuare così per tutto il giorno,
ma non è giusto piangere, fuori già piove.
Semmai t'incontrerò di nuovo, ti racconto
una barzelletta,
ti piace tanto ridere, ma a volte è difficile
anche solo sorridere e starsene in silenzio
è la cosa migliore.
Baby ti scrivo una poesia se me ne viene in mente una,
una soltanto, purché sia sincera,
e che tu possa restare per sempre giovane e viva
finché morti non ti separi.
Guarda il sole, baby, guarda il sole com'è bello,
com'è rosso.
Guardo il sole da solo e ascolto il silenzio
in silenzio.
E starsene in silenzio a volte è la cosa migliore,
perché a volte è difficile anche solo sorridere.
Restiamo vivi, se vuoi, sì ma non è la
stessa cosa.

lunes, julio 17, 2017


Liguori Editore




Mentre scrivo una poesia (chiamiamola pure “poesiola”) che s’intitola Dos ojos de gata (invece di stare a studiare con serietà e costanza per concludere due benedetti articoli che mi sono rimasti sul gozzo), mi giunge un’email che m’informa della scomparsa di Guido Liguori, il responsabile della Liguori Editore.

              E la domanda che sorge spontanea è la seguente: perché Franco Liguori (evidentemente, il figlio, il fratello, il nipote, o comunque sia, un parente stretto dell’Esimio Editore) mi ha mandato questo messaggio d’esequie? Perché ha sentito il bisogno di avvisarmi del suo cordoglio? Quand’è che io ho conosciuto Guido o Franco o altri membri della casa editrice “Liguori”?

È davvero sconcertante vedere in quali strambi modi, attraverso quali strade labirintiche e tortuose, un uomo del XXI Secolo può venire a conoscenza della scomparsa di un suo simile (entrando così in contatto diretto con la morte di un altro – o anche: con la Morte dell’Altro…).

Ascolto gli Arcade Fire (una canzone d’una bellezza e d’una tristeza infinite che s’intitola Mountains beyond Mountains) e ripenso anche a colei che mi ha ispirato la scrittura (e l’ideazione) di questa piccola poesia (ma chiamiamola pure “poesiola”). 

È davvero ben strano constatare che, così come è facilissimo, perturbantemente facile, entrare in contatto con la morte di un proprio simile, altrettanto semplice è entrare in contatto con una persona che conoscemmo in diretta 3 anni fa, a Pisa, che abbiamo rivisto dal vivo solo 2 anni fa, a Milano, e che abbiamo rivisto solo 1 mese fa, a Torino, e che ora, stranamente, ci occupa la mente quasi 24 ore su 24…

A volte la chiamo “Musa”; altre “modella”; altre ancora, semplicemente, “bella” (inutile aggiungere, caro lettore, che tutti questi nick names sorgono dalla sua belleza fisica obiettiva). Lei ride. A volte sorride. Non la guardo quando lo fa, ma è come se potessi vederla dal vivo (quelle fossette che spuntano allegre e spontanee, quando il sorriso le illumina il volto… internet annulla davvero le distanze, quando la persona che ci occupa la mente, che dimora in pianta stabile nella nostra testa, ci interessa davvero, perché c’ispira una curiosità che sembra insaziabile). 

E parliamo di tutto, della vita e della morte, dei viaggi in Spagna e di quelli in Italia, delle vacanze e degli impegni accademici, dei nipoti che vengono a trovarci nel pomeriggio e dei fratelli e le sorelle che, benintenzionati sempre, ci offrono il caffè appena uscito dalla macchinetta della Bialetti (ogni tanto, le mando anche la foto dei caffè che faccio con la mia splendida “Mokona”, regalo di mia madre che, ogni tanto, mi chiama perché sente forte la mia mancanza).

Parliamo anche di fumetti (Dylan Dog, una nostra passione in comune) e di cinema (Her, il film che le ho consigliato e che lei ha subito visto – ma le ha lasciato l’amaro in bocca, e forse si è rivista, o si è vista fin troppo identificata con Samantha e col personaggio protagonista che s’innamora di Samantha – un giorno dovrò scrivere un saggio sul cinema di Spike Jonze e l’Esistenzialismo contemporaneo, magari con un primo capitolo dedicato proprio a Her: titolo: “Her, di Spike Jonze: un futuro ricordato”   e chissà che qualche lettore curioso e “ozioso” non sgami il ghigno a quel saggio stupendo del grande Harold Fish, libro che lessi da ragazzo e che mi aprì la mente – solo in seguito avrei scoperto che il Prof. Fish si occupava anche di Bibbia e della presenza del testo sacro nelle opere di William Shakespeare…quante cose scopriamo solo a posteriori…com’è buffo il destino di ogni essere umano su questa Terra, in relazione al concetto di “conoscenza”...arriviamo sempre in ritardo, manchiamo sempre l'appuntamento, le intuizioni sono rare e raramente ci fidiamo di queste ultime, siamo troppo impegnati a far quadrare un circolo che è e sarà sempre vizioso...).

E così, mentre attendo che l’Università chiuda definitivamente i suoi battenti e io e la mia compagna d’avventure si inizi (insieme) un nuovo viaggio per il Portogallo, ecco che torno a chiedermi quand’è (quando cazzo è stato) che io ho provato a pubblicare con Liguori Editore e come mai (perché?) Franco Liguori mi avvisa del fatto che Guido è morto e che, nonostante tutto, la vita va avanti, la casa editrice continuerà a pubblicare libri di qualità (dò uno sguardo al catalogo e m’imbatto subito in un titolo che m’incuriosisce: Fellini-Satyricon. Tra  memoria, racconti e rovine: un sottosuolo dell’anima…e come non essere attratti da una roba del genere…la mia missione su questo Pianeta essendo proprio questa: “scavare dentro il sottosuolo dell’anima” per vedere cosa vi si nasconde dentro, nella zona d’ombra più oscura e pericolosa, più tetrica e paurosa…sono certo che se non avessi studiato Lingue avrei fatto Psicologia o, perché no?, Filosofia…Ludwig Wittgenstein il mio modello da imitare, il maestro, la luce in fondo al tunnel...).

Ma basta divagare. Mando l’email con l’allegato, superando la mia cronica timidezza di fronte alle donne belle che sembrano modelle. La “Musa” legge e mi risponde con un messaggio vocale: “Ho appena letto Dos ojos de gata…Ma lo sai che mi è piaciuta tantissimo? Guarda, io sono ancora emozionata…te lo devo confessare…è così bella che mi viene voglia di leggerla una seconda volta…anzi, sai cosa ti dico? Io me la rileggo…e grazie!”. 

L’allegria che si trasmette da un cellulare all’altro, la gioia di vivere che oltrepassa i confini e mi arriva diretta attraverso le onde sonore e quel pulviscolo attraversato dai raggi del Sole di cui parla Epicuro (o forse no, era Democrito che ideò tutta una teoria atomistica - o atomica? - per spiegare di quali elementi effimeri e, al contempo, speciali siamo fatti).

È una vera e propria gioia sapere che le è piaciuta la “poesiola”. L’ho riscritta 3 volte, prima di arrivare alla versione definitiva. Ho cancellato parole che mi sembravano poco liriche; ho tolto qualche aggettivo, ho aggiunto qualche assonanza, ho amplificato qualche anafora, ho esagerato qualche iperbole. E lei ha apprezzato, lo noto dal tono della voce (prima o poi qualcuno dovrà scriverlo un racconto – o, perché no? un romanzo – sull’influsso di Whatsapp nelle relazioni umane; sta cambiando tutto, sia il concetto d’identità che quello di tradimento; siamo tutti le maschere che indossiamo; solo che la tecnologia ci aiuta a inventarci una maschera al giorno, a seconda del destinatario; finiremo tutti morti e solitari, tutti rinchiusi  e rintanati nella propria stanza, come Joaquin Phoenix in Her – il finale è da capolavoro e glielo dico e glielo confesso: “Il giorno che muoio vorrei che come epitaffio sulla mia lapide ci fosse scritta l’ultima email che il protagonista manda a Catherine, la sua ex”. Silenzio e poi la sua domanda: “E perché ti piace tanto quell’email?”. Risposta: “Perché c’è dentro tutta la fragilità di un uomo che ha amato, sapendo di essere stato riamato, e che ha fatto degli errori imperdonabili e che proprio per questo sa che non potrà più essere perdonato”. Silenzio dall’altra parte. Whatsapp diventa un tomba. C’è solo la tua foto in bianco e nero, da modella che sfila a Cannes, a sorridermi da chilometri e chilometri di distanza).

Ho amato. Sono stato riamato. E spero di esserlo in futuro.

Ecco un’epitaffio alternativo…

Gli Arcade Fire cantano ancora mentre mi accingo a porre fine a questo sproloquio senza senso e privo di sensi e io, caro lettore, non resisto alla tentazione, ti copio e incollo questi versetti:

Sometimes I wonder if the world's so small,
That we can never get away from the spraw.

Ecco, questa potrebbe essere una potenziale traduzione in italiano:

A volte mi domando se il mondo sia così piccolo
da non farci mai scappare dal nostro quartiere.

O anche: “da non permetterci mai di fuoriuscire dalla nostra cerchia”...

Fine


17/07/2017 (quanti sette in questa data!)

lunes, junio 19, 2017

Terry Gilliam e l'atto di coltivare i sogni (che si realizzano)


Leggo dalla bacheca del Facebook di un amico di Arezzo (una delle città più belle d’Italia) che Terry Gilliam ha finalmente concluso le riprese e il montaggio di The man who killed Don Quixote; l’impossibilità di finirlo aveva dato luogo al documentario (divertente e nostalgico al contempo) Lost in La Mancha (2002), in cui due assistenti della troupe raccontano gli alti e i bassi e l’inarrestabile lista di incidenti, imprevisti e sfortune varie che caratterizzarono quel primo tentativo di trasposizione cinematografica da parte del regista inglese (o americano, ora non ricordo più bene, comunque, Gilliam fu uno dei membri “storici” del mitico gruppo di comici dei Monthy Python). Sono passati 17 anni, ma, alla fine, a quanto pare, il mitico regista di Brazil (1985) e di Paura e delirio a Las Vegas (1998) ce l’ha fatta. Ha coronato il suo sogno. E questo “happy end” mi spinge a domandarmi: ma quanta forza di volontà avrà avuto Gilliam prima di vedere la luce alla fine del tunnel? Quanta capacità ha dovuto sfruttare per portare a buon porto un film che sembrava “impossibile”? Quante ore di lavoro? E di passione? E di studio? E di fatica fisica? (Orson Welles, che era un geniaccio, non ci è mai riuscito a finire la sua, di versione del classico cervantino, nonostante gli anni passati a girarci attorno, dal ’60 fino alla sua morte, se non ricordo male, ovvero, fino al 1985, incredibile la quantità di tempo spesa per poi non riuscire a montare il materiale, la Morte ha fatto prima di lui, Welles non ha mai dato il “final cut” a quel film che doveva sintetizzare tutte le sue ossessioni…ci sono addirittura critici cinematografici esperti wellesiani che sostengono che Welles non avesse alcuna vera intenzione di finirlo, quel benedetto film…).

Senza forza di volontà; senza capacità; senza molte ore di lavoro; senza passione e senza studio; senza sgobbare e sudare, non si possono realizzare i sogni di una vita. Questo l’ho capito un paio di settimane fa, il giorno in cui ho fatto lezione al bar (quella lezione di cui annunciavo alcuni temi nel post qui sotto). Doveva trattarsi di una semplice chiacchierata tra amici; un modo ameno e divertente per avvicinare i “non esperti” alle tematiche tipiche degli studi letterari, senza entrare troppo nel merito (nei tecnicismi tipici) di ciò che alcuni chiamano “Teoria della Letteratura” o “Letterature Comparate”; doveva trattarsi di un’oretta di intrattenimento dal vago sapore culturale (senza scadere nell’intellettualismo vacuo)… E invece… Proprio perché per me era un sogno che si avverava, proprio perché ho sudato e ho impiegato ore ed ore, giorni interi, per prepararmi, questa lezione è diventata la cartina di tornasole in cui ho potuto vedere (e toccare con mano) quanto la professione di docente sia parte fondante della mia vita, quanto questo lavoro (studiare e poi discutere con gli altri i frutti della propria ricerca) sia per me una sorta di vocazione, qualcosa di cui, ormai, non solo non posso fare più a meno, ma anche, e soprattutto, un modo d’intendere la vita (e gli affetti e il lavoro).

Mi ero preparato le citazioni giuste da proiettare sullo schermo gigante (un telone bianco posto a pochi centrimetri dal bancone) attraverso la presentazione in Power Point; avevo scelto con cura ogni link di video da mandare al momento giusto; avevo anche predisposto i link da usare con internet e poi…scopro che il computer del ragazzo che gestisce il bar non ha l’Office e, quindi, nemmeno il Power Point. E che il computer non ha il caricabatterie e si sta scaricando a ritmo accelerato. Ecco che una ragazza di Biologia, una dottoranda che studia le lumache, mi offre il suo, di computer portatile, e finalmente riesco ad accedere alla mia presentazione. Il pubblico sorride, poi io faccio qualche battuta per sdrammatizare: ridono, tra loro anche alcuni dei miei colleghi più cari, anche la mia compagna d’avventure, anche un paio di amici di lungo corso.

Ed è allora, in quel momento, quando sento le loro risate che prendo il microfono in mano (per farmi sentire anche da quelli che si sono seduti in fondo alla sala, un po’ distanti dallo schermo) e comincio a parlare con fluidità e ritmo sincronizzato, vedete questa frase? Si ripete in questo brano. Vedete? E questa citazione? Viene da questo testo. E questo testo? Diventa film in questo capolavoro. E questo capolavoro? Si rifà a questo classico della letteratura.

Poi proietto questa lettera:


“You May Want to Marry My Husband” che possiamo tradurre, letteralmente, così: “Dovresti sposare mio marito”. Si tratta di una lettera in cui Amy Krouse Rosenthal, una scrittrice (anche) di libri per ragazzi, dichiara tutto il suo amore per Jason, suo marito. Una lettera che scrive il 14 Febbraio, il giorno di San Valentino, sapendo che quello sarà molto probabilmente il loro ultimo San Valentino. La lettera apparirà, di fatto, il 3 Marzo del 2017 su The New York Times; e Amy, malata terminale di cancro, morirà di lì a 10 giorni.

Cito questa lettera perché dimostra in modo palese, quasi atroce, che sì, che è vero che la realtà è spesso (ahinoi) più irreale e assurda della finzione; si parlava di “triangoli d’amore”, di tabù e di sesso, di adulterio e di Madame Bovary, di come la letteratura, sin dai tempi di Omero, si sia impegnata a descrivere e narrare l’eterno conflitto (la guerra incessante) tra Eros e Thanatos e il pubblico che mi ascoltava ha capito. Ho sottolineato soprattutto la parte finale della lettera, quella in cui Amy dice che lascerà uno “intentional empty space” (uno spazio volutamente vuoto) affinché la futura moglie che lei immagina potrà innamorarsi del suo Jason possa iniziare a scrivere con lui la loro nuova avventura amorosa. E io me lo figuravo che qui avrei potuto toccare un nervo scoperto, avrei potuto commuovere qualcuno, e così è stato, accidenti, la maggior parte degli spettatori ha cominciato a piangere e io mi sono commosso insieme a loro, una situazione quasi surreale, all’interno di un bar, in mezzo a mezze pinte di birra e olive e patatine, tutti giù a piangere e a battere le mani.

Ecco, sono questi i sogni che si avverano. E sono queste le motivazioni per cui vale la pena studiare, sudare, impegnarsi, perderci molte ore del tuo tempo, girarci attorno: trasmettere quello che sai alla gente per fare in modo che la gente capisca che lì c’è qualcosa su cui vale la pena fermarsi a riflettere; studiare non per il solo fine egotista di prendere un bel voto o un applauso, ma per lanciare il seme del dubbio; leggere non solo per il piacere di farlo, ma anche e soprattutto per il piacere di contagiare anche il pubblico attraverso il virus benigno della lettura.


È come quando Terry Gilliam dà l’ultimo ciak. E poi monta il “final cut” del suo Don Quixote. A volte possono passare anche anni prima di arrivare alla fine. Ma sappiamo che ne è valsa la pena, perché abbiamo lavorato con la passione nel cuore e con la gioia del lavoro ben fatto, consapevoli del fatto che sì, certi sogni si possono davvero realizzare.

jueves, mayo 25, 2017

CHIACCHIERATE DA BAR (QUANDO LE LEZIONI SI FANNO FUORI DALL'UNIVERSITÀ)


Fra poche ore dovrò scendere in pista, o salire sullo scenario, per parlare di letteratura davanti a un pubblico che ancora non conosco, all’interno di un bar del centro in cui non sono mai entrato e con l’appoggio morale della mia compagna d’avventure che, proprio oggi, guarda il caso, compie gli anni...

Ci sono tutti gli ingredienti per: a) fare una figuraccia inenarrabile; b) fare una bella figura e lasciare il segno; c) fare un’intervento accademico serio e forse anche un po’ serioso che, molto probabilmente, farà addormentare la metà (più uno) degli spettatori.

E allora ho deciso che prima di prendere il microfono, prima di spiccicare anche solo una parola, mi berrò una birra, fresca, a volo, a stomaco vuoto, con l’intento esplicito (volontario) di ubriacarmi un po’ (di arrivare a stare “alticcio”), al fine di dare libero sfogo all’improvvisazione e che la “lezione” informale venga come deve venire, senza freni inibitori, senza troppe citazioni colte, senza troppi ragionamenti astrusi (anche se dovrò parlare di “triangoli amorosi”, di dialoghi intertestuali tra le opere di un contemporaneo e quelle di Miguel de Cervantes, di paratesti e di ipotesti, di ipertesti e dei rapporti sempre ambigui, sempre problematici, sempre affascinanti tra la finzione e la realtà – ovviamente, come sempre, la realtà supererà la finzione...).

Ho anche pensato di proiettare un video per spiegare che ci sono “amori” che, davvero, non finiscono “mai”, storie eterne di fantasmi del passato che, quando tornano a visitarci nel nostro presente, ci lasciano esterrefatti, a bocca aperta e sul bordo delle lacrime.


Ecco, sì, ho deciso: questo farò. E vediamo come va a finire...

lunes, mayo 15, 2017

Godard (un film de) Jean-Luc




È da circa una settimana che io e la mia compagna d’avventure non facciamo altro che guardare film di Godard: il 1 Maggio, la festa dei lavoratori, l’abbiamo festeggiato guardando Tout va bien (1972), che in italiano è stato tradotto con il titolo ben più minaccioso (e fuorviante, rispetto all’originale): Crepa padrone, tutto va bene; il 2 è stata la volta di Passion (1982) e poi, subito dopo (sessione doppia), di Prénom: Carmen (1983); il primo non c’è piaciuto (a dispetto di un prologo scoppiettante che prometteva bene; poi si è sgualcito, il film è diventato una lenta e stanca critica del sistema capitalista a partire dallo sciopero di un gruppo d’operai alle dipendenze di un grosso imprenditore dell’industria carnica – si dice “carnica” in italiano? Mi sa che me lo sono inventato…forse si dice “industria della carne”); il secondo e il terzo sono entrambi film “metacinematografici”: in Passion Godard si sollazza nel descrivere la crisi d’ispirazione di un regista che mescola l’immagine pittorica alle immagini in movimento (e viene subito in mente l’ormai cult saggio di un altro francese, il matto e mitico Gilles Deleuze, sempre spiazzante, sia in Image-mouvement che in Image-temps, strepitoso dittico per spiegare che cos'è l'immagine cinematografica a partire dai saggi di Henri Bergson su tempo e durata...); in Prénom: Carmen, invece, è lo stesso Jean-Luc Godard ad entrare in scena e ad interpretare la parte di un regista in crisi (e tutto mezzo stempiato e spettinato) che, nonostante tutto, sembra accettare la sfida di una nipote (o una figlia o un’amante o non ricordo più bene chi) bella e attraente che gli chiede di girare l’ennesima versione della mitica opera di Bizet.

Il 3 siamo tornati alle origini: che bellezza À bout de soufflé (1961), ovvero, Fino all’ultimo respiro! Che piacere tornare a (in)seguire i sorrisi, i dialoghi assurdi, le passeggiate lungo Senna di Jean-Paul Belmondo e della bellissima e sensualissima Jean Seberg (col caschetto sbarazzino)!



Il 4 abbiamo rifatto il bis: prima Deux ou trois choses que je sais d'elle (ovvero – e qui la traduzione è rimasta fedele all’originale – Due o tre cose che so di lei) e poi, subito dopo, Weekend (ovvero – e qui la traduzione spiega più di quel che vuol suggerire il titolo originale – Weekend, un uomo e una donna da sabato a domenica), entrambi girati nel 1967 (sembra che di mattina Godard girasse le scene del primo e di pomeriggio o di sera quelle del secondo, o viceversa, ora non ricordo più bene) ed entrambi molto ribelli, pieni di trovate, di dialoghi arrabbiati e trascendentali, di spirito illuminista puro, applicato alla Francia, a Parigi, ai borghesi parigini che si apprestavano a vivere (o a sopravvivere) al Maggio del 68…

Il 5 è stata la volta di Bande à part (1964), ovvero, di nuovo un tuffo nella Nouvelle Vague più genuina (è da qui che Quentin Tarantino prenderà spunto per il nome della sua casa di produzione cinematografica), ovvero, di quella corrente in cui il regista si prende la massima libertà nel cantare il proprio amore per il cinema e nel giocare con tutti i pezzi di questo enorme giocattolo (Godard smonta il montaggio, fa ballare i suoi attori senza musica, la voce in off  interagisce per guidare e poi spaesare lo spettatore, falsi raccordi che non portano da nessuna parte, etc.) e, poi, il 6 è toccato a Vivre sa vie (1962), con la stupenda Anna Karina (compagna sentimentale dello stesso regista, per una fase ampia della sua vita), che per me è come la versione-Godard della Passion de Jeanne d’Arc di Carl T. Dreyer…

Il 7 siamo tornati al XXI sec. e abbiamo visto il manifesto del cinema irredento del Godard di questi ultimi anni, Film Socialisme (2010) e qui non ci abbiamo capito quasi nulla, forse esausti, forse nauseati da tanto sperimentalismo e da tanto spirito rivoluzionario godardiano…


Nel frattempo, abbiamo cambiato casa, ci siamo traslocati in una zona residenziale e pedonale in cui è proibito l'accesso alle auto, i giardini sono rigogliosi, due alberi enormi dai rami pieni di fiori viola ci inondano la vista, l'appartamento è luminosissimo, la vista è tranquilla e ispira un contatto più puro con la natura, i bambini giocano al pallone, le mamme li accompagnano nella scuola elementare vicina, di fronte a noi c'è un'altra scuola, questa per disabili, e ogni tanto c'è uno studente (il più grande di tutti, a giudicare anche dall'età, oltre che dalla stazza) che grida, soprattutto attorno alle 17:30, che è quando fanno merenda e passeggiano nel cortile interno della scuola, e insomma, la nostra vita è cambiata, chissà se un giorno riusciremo a portare qui dentro le nostre rispettive biblioteche, intanto, Jean-Luc Godard ci dice che una parola è una parola, che un'immagine vale più di mille parole, che il cinema è arte, ma anche artigianato, ed entrambi capiamo quanto devono a questo regista ribelle sia il folle Lars (von Trier) che il mattacchione Quentin (Tarantino)...



Macron, intanto, è diventato Presidente della Repubblica Francese. Siamo al 16 Maggio del 2017 e io ancora non mi abituo a tanto spazio a disposizione (e la mia compagna di avventure mi propone di lasciare da parte Godard e di passare a Truffaut: Jules et Jim? Oppure Les 400 coups?).

martes, abril 25, 2017

Nota mentale

Dunque, dopo la vacanze pasquali (per la prima volta trascorse in Spagna e non in Italia, ma è andata di lusso, tra i vigneti de La Rioja che ricordano, per certi versi, quelli del Chianti e del resto della Toscana), mi aspettano i seguenti appuntamenti (questa nota mentale è per non impazzire del tutto e poter ricordare un minimo con ordine le cose):

a) oggi pomeriggio chiacchierata con un gruppo di signore maggiori di 60 anni in un paesino dell'entroterra; parlerò loro de La piel del tambor di Arturo Pérez-Reverte (temi principali: l'amore e la fede, ai tempi d'internet);

b) domani mattina, dalle ore 10, intervento di una mezz'oretta su Miguel de Cervantes (e te pareva!), alla ricerca dell'identità d'autore a partire dall'analisi dei famosi "prologhi" alle sue opere;

c) dopodomani chiacchiarata con un altro gruppo, un club di lettura di donne sempre maggiori di 60 anni, ma in centrocittà; parlerò loro di un grande classico della Letteratura Universale come è Cien años de soledad, del mitico Gabo (Gabriel García Márquez); questo romanzo uscì nel 1967; io lo lessi attorno ai primi anni 90; e mi rese il lettore onnivoro che sono a tutt'oggi...

d) il 9 Maggio intervento su Cinema e Letteratura: parlerò dell'importanza del fuoricampo a partire da alcune scene clou di Don Quixote (by Orson Welles, il film che non finì mai e che sognò tutta la vita); Apocalypse Now (by Francis Ford Coppola) e The Purple Rose of Cairo (by Woody Allen)... Verranno anche alcuni critici cinematografici; me la faccio sotto, ma bisogna buttarsi (senza paracadute)...

e) il 10 Maggio (ovvero, il giorno dopo il congresso sui rapporti tra Cinema e Letteratura) intervento su Letteratura e Guerra: parlerò de Los girasoles ciegos di Alberto Méndez all'Università pubblica. L'intervento è già pronto, dovrò però fare una presentazione in PowerPoint...

Insomma, non ci possiamo lamentare; non ci s'annoia...