miércoles, marzo 15, 2017

Miguel de Cervantes & William Shakespeare: tra i Morti e i Dormienti




Come notava giustamente il bravo Salvador de Madariaga (una delle figure di intellettuale tra le più eleganti e iluminanti del panorama spagnolo della prima metà del Novecento), il capolavoro cervantino è tale anche perché cambia. Come teorizza e spiega bene nel suo saggio Guía del lector del Quijote (apparso negli anni 20, ristampato nel 2016 dalla casa editrice “Stella Maris” in onore del quarto centenario della morte di Cervantes), il libro cambia non solo per ciò che succede tra il 1605 e il 1615 (il successo della Prima Parte e l’apocrifo di Avellaneda spingono Miguel a darsi da fare e a sfruttare al massimo la sua vena immaginativa, anche per smentire l’operazione di mercato subdola del suo concorrente), ma anche per ciò che accade ai due protagonisti, per cui Don Chisciotte si “sanchifica” e Sancho Panza si “chisciottizza”. È un fenomeno evidente anche dal punto di vista del linguaggio. A furia di camminare insieme per le lande desolate della Mancha, a forza di chiacchierare tutto il tempo, i due finiscono per “mescolarsi” l’idioletto, oltre che il modo di pensare e di vedere (interpretare) la realtà. Più ci avviciniamo verso la fine della trama e più Sancho spera davvero di cambiare il proprio “status” (e il governo dell’Isola di Barataria gli offre perfino l’illusione di aver cambiato “classe sociale” d’appartenenza) e, al contempo, e in modo inversamente proporzionale, più Don Chisciotte si fa cupo e triste, proprio perché non crede più alle chimere che gli dettano gli amati “libros de caballería”, diventando sempre più (pericolosamente) saggio, ovvero, realista.

Riguardo al primo fenomeno di metamorfosi, Madariaga ci offre vari esempi di frammenti in cui Don Chisciotte abusa dell’uso dei “proverbi” (tipico modo di parlare del suo umile scudiero) e, in parallelo e al contrario, Sancho abusa dell’uso altisonante e aulico del “linguaggio letterario” (che è il modo tipico di parlare del suo folle padrone).

Ebbene, in uno di questi brani Sancho sembra dimostrare un’acume, un’intelligenza, uno spirito critico, oltre che d’osservazione, degni di uno Shakespeare (e non serve ricordare che il “manco de Lepanto” e il “Bardo” di Stratford-Upon-Avon condivisero la stessa temperie storica e culturale, finendo col coincidere perfino nella data di morte, quel fatidico 23 d’Aprile del 1616 che – a detta dei biografi e degli esperti di entrambi gli autori – li vide abbandonare per sempre questa nostra triste Terra).

Ecco il brano in questione (lo traduco, male e al volo, dal testo originale, ovvero, dal cap. 68 della IIª Parte):

“Non lo capisco – replicò Sancho –; so solo che, finché dormo, non ho paura, né speranza, né pena né gloria; e sia lodato colui che inventò il sonno, manto che copre tutti gli umani pensieri, prelibatezza che toglie la fame, acqua che fa fuggire la sete, fuoco che riscalda il freddo, freddo che tempera l’ardore e, infine, moneta universale con la quale si può comprare ogni cosa, bilancia e peso che rende uguali il pastore al Re e lo stolto all’edotto! C’è solo un aspetto che rende brutto il sonno, a quanto ho sentito dire, e cioè che si rassomiglia alla morte, perché tra un dormiente e un morto c’è poca differenza”.

Ecco, inutile sottolineare quanto sia abile qui Sancho a manipolare il linguaggio a fine retorici (qui il contadino ignorante dimostra una ars retorica davvero all’altezza di quella che sfodera Don Chisciotte). Ciò che più mi colpisce è un altro aspetto, e cioè, il tema della Morte, rapportata (paragonata) qui al sonno, una specie di benedizione divina proprio perché, quando dormiamo, ci liberiamo, in un certo senso, dal peso dei doveri della vita da svegli: quando si dorme, come osserva giustamente Sancho, non si patisce la fama, non si ha più sete, né freddo, né caldo (ed è così, il corpo assume una temperatura standard dimenticandosi – letteralmente – del clima dello spazio esterno che lo circonda in quel momento). Ma Sancho Panza non si ferma qui: oltre a parlare bene del sonno, a farne l'elogio, lo compara con la Morte ed è per via di questa comparazione che ne sottolinea anche un aspetto – come dire? – negativo: i dormienti somigliano (in maniera perturbante?) ai morti; ed è proprio così, quando siamo stesi in orizzontale su un letto siamo fin troppo simili ai nostri "simili" quando sono ormai cadaveri.

Ora: a parte il fatto che questa comparazione (o similitudine) potrebbe avere origini antichissime e remotissime, a me colpisce il fatto che qui Sancho (assumendo il linguaggio “elevato” ed aulico del suo padrone) sembri echeggiare proprio William Shakespeare, il contemporaneo di Miguel de Cervantes (che peccato che non si siano mai incontrati! Sarebbe stato certamente interessante vederli a chiacchiera l’uno di fronte all’altro).

Pensiamo a un primo riferimento evidente: nell’Atto II, Scena I del Macbeth, Lady Macbeth scuote suo marito, che si è appena reso colpevole di aver ucciso il Re legittimo e i suoi rivali per la conquista della Corona, e cerca di tranquillizzarlo. Macbeth presagisce che, da quel momento in poi, non riuscirà più a dormire (teme che i fantasmi dei morti gli appariranno in sogno per ricordargli il suo ignobile gesto). Lady Macbeth gli risponde:

“The sleeping and the dead
Are but as pictures”.

Che possiamo tradurre proprio come Sancho: “I dormienti e i morti non sono altro che immagini”, che è concetto ben diverso dal comparare i morti e i dormienti come fa lo scudiero cervantino. In tal senso, Shakespeare è più “oscuro” di Cervantes. La comparazione è qui totalmente implicita e accomuna (nel giro di soli due versi) “sleeping” (dormienti, ma anche “il Sonno” o “il dormire”) con “the dead” (i morti, ma anche, in senso letterale, “la Morte” o “il morire”). E chissà quanti fiumi d’inchiostro avranno fatto spargere questi versi (più avanti Lady Macbeth torna a sottolineare l’apparato visuale o visivo della comparazione:

“[…]'tis the eye of childhood
That fears a painted devil”.

Che possiamo rendere con queste parole in italiano: “è l’occhio dell’infanzia [o anche: dell’infante, oppure: del bambino che è in te] che ha paura [o anche: che teme] di un diavolo dipinto [o anche: solo immaginario, perché solo “dipinto”]).

Insomma, il “Bardo” vuole dirci che Macbeth ha paura perché sta sovrapponendo due immagini che possono esser paragonate entrambe a un quadro dipinto: morti e dormienti sono solo “fantasie”, cose immaginarie; o anche: comparare i morti ai dormienti è qualcosa di spontaneo, quasi automatico, ma una cosa è un morto (che non si sveglierà più) e un’altra ben diversa è un dormiente (che sì che tornerà a stare in piedi e a camminare). L’errore di Macbeth è tutto qui: crede che i morti (le persone che ha appena ucciso) possano tornare in vita (perché solo “dormienti”). Ma così non è. Il fatto è fatto. Non si può più tornare indietro (ed è per questo che Lady Macbeth gli sottrae la daga con la quale ha ucciso quegli innocenti per “sporcarsi” anche lei del sangue dell’assassino; è come se Lady Macbeth volesse esplicitamente diventare co-autrice del delitto, assassina in contumacia con il marito).

Ma tornando a Sancho Panza: quando paragona il Sonno a una “bilancia” e a un “peso” che rende uguali il povero e il Re, l’ignorante e il dotto, sembra che stia evocando altre tragedie shakespeariane, in particolare, quei due o tre drammi storici (o cosiddetti “storici”) in cui il “Bardo” fa in modo tale che il Re di turno soffra d’insonnia e cominci tutta una tirata per dire esattamente il contrario di quanto va qui dicendo il nostro caro scudiero, e cioè, che il Re è il più sfortunato di tutti perché, a differenza dei suoi sudditi, deve vegliare per il bene di tutti, deve essere sempre pronto a vigilare sulla propria nazione, quando, invece e al contrario, il povero morto di fame non deve preoccuparsi di nulla e può dormire sonni tranquilli dentro la sua capanna fatta di paglia.

Ecco, questo tipo di ragionamento appare in modo molto curioso e quasi negli stessi termini in almeno tre casi: penso a Richard The Third (Riccardo III), penso a Herny The Fourth (Enrico IV) nella sua Prima e nella sua Seconda Parte e penso forse anche a Henry The Fifth (Enrico V).

Ecco i versi finali di uno dei primi monologhi di Enrico IV nell’omonima tragedia (II Parte, Scena I dell’Atto III):

“Then, happy low, lie down!
Uneasy lies the head that wears a crown”.

Che possiamo tradurre in italiano con queste parole: “Felici, dunque, quelli che giacciono di sotto! [oppure: che vivono in basso]. Scomoda giace la testa di chi indossa [o anche: di chi porta] una corona”. E ciò prorio perché il fatto di essere il Re impedisce allo stesso di dormire sonni tranquilli (come se detenere il Potere implicasse il soffrire – per sempre? – d’insonnia; e non ha tutti i torti Shakespeare a pensare una cosa del genere, perché chissà quanti “potenti” – come Enrico IV – soffrono la stessa malattia cronica proprio perché preoccupati di manterlo il Potere che hanno; chissà a quanti nemici devono pensare, da quanti occhi malvagi devono guardarsi le spalle, l’indomani mattina….).

Ecco: Sancho Panza sembra aver letto questo monologo di Shakespeare, ma per smentirlo. Secondo lui il Sonno rende uguali tutti, ricchi e poveri, superbi ed umili, Re e straccioni, proprio come…la Morte (Totò la chiama “a livella”, proprio per questo motivo).


E insomma: probabilmente né il “manco di Lepanto” ha mai letto le opere del suo contemporaneo, né, probabilmente, il “Bardo” ha mai letto le opere del suo collega spagnolo. Una cosa è certa: ci sono temi e tematiche che si riprensentano in modo simmetrico tra l’uno e l’altro classico. Come il fatto che il Sonno somigli alla Morte. O come il fatto che il Sonno, come la Morte, possa renderci tutti uguali (tutti vittime, in un certo senso) o, al contrario, possa visitare senza problemi le case dei più poveri e tenersi a debita distanza dalle corti dei Re più potenti (e, proprio per questo, più facili prede dell’insonnia). William & Miguel. Cervantes & Shakespeare. Nel mezzo: noi, morti in potenza, dormienti quotidiani…

lunes, febrero 27, 2017

UN MASSAGGIO AI PIEDI



L’altro giorno, ad esempio, ho parlato per un’ora intera di massaggio ai piedi con una collega di Letteratura Inglese. Cinefila e lettrice colta, mi ha fatto notare che, in effetti, un massaggio ai piedi può diventare facilmente (e pericolosamente) il preludio a massaggi ben più “intimi” (e nel dirmelo è arrossita leggermente, in un modo che a me è parso molto tenero, e poi ha di nuovo affondato i denti sulla mela che aveva comprato pochi minuti prima al bar dell’Università – sì, care lettrici, nella mia Università uno per colazione può anche decidere di comprarsi una mela, una soltanto – anche se la brillantezza delle stesse, la loro estrema luminosità, mi fa dubitare circa la loro natura biologica o scevra da trattamenti chimici di sorta).

La collega arrossisce e io colgo l’occasione al volo per citarle per intero (o quasi) il dialogo che mantengono John Travolta e Samuel Lee Jackson sulle scale e fuori la porta di alcuni giovani ladri poco prima di entrare in scena in Pulp Fiction, quando il primo racconta al secondo la disavventura di un altro “body-guard” che, per intrattenere Mia Wallace (Uma Thurman), si è azzardato a farle un massaggio ai piedi e il capo, Marsellus Wallace (Ving Rhames), ha pensato bene di “defenestrare” il suo scagnozzo rendendolo per sempre un paralitico.

La mia collega d’Inglese ride a crepapelle. Non riesce a crederci che il tema “massaggio ai piedi” sia così importante all’interno della trama del capolavoro di Tarantino e, così, alla fine, mi dice che lo vedrà, sono anni che il dvd originale del film riposa il sonno dei giusti sul comodino. Questo fine settimana mi promette che lo vedrà e che così avremo la scusa perfetta per tornare a parlare di “massaggio ai piedi”.

Ecco: questo piccolo sketch mi fa pensare a quanto possa legare le persone la convidisione di una passione; un libro, un film, un quadro, una canzone, una scultura, ogni “pezzetto” di cultura (e di arte) può trasformarsi in una scusa perfetta per rivedersi e parlare e discutere e ragionare. Quanta importanza ha oggi l’arte (e la cultura, in generale), in un mondo in cui stiamo diventando tutti dei “voyeur” ciechi; in un mondo in cui la parola (tanto scritta quanto pronunciata a voce alta) sta diventando qualcosa di subordinato all’immagine, alla caterva d’immagini sparate in aria nell’etere virtuale e reale senza ordine né lógica né senso, a volte…


Ne parlavo l’altro giorno con una scrittrice che è anche psichiatra (un mix interessante, non c’è che dire, anche Giuseppe Tomasi di Lampedusa lo era o gli sarebbe piaciuto esserlo, se non ricordo male): oggi molti non sanno chi sono o non sanno cosa vogliono dalla vita semplicemente perché non sanno più narrare né narrarsi, non fanno più affidamento sulla parola per conoscere gli altri e conoscersi. Dove andremo mai a finire (verrebbe da chiedersi, anche se ci si sente improvvisamente dei “vecchi”, anche solo a immaginarla una frase del genere). Dove andranno a finire le nuove generazioni che comunicano tutto (e mostrano tutto) tramite le reti sociali (o “social networks” che dir si voglia). Quanti massaggi ai piedi si perderanno per strada questi giovani che non sanno nemmeno cosa sia Pulp Fiction né mostrano alcun interesse nell’andare a scoprirlo. E… viva i massaggi ai piedi!

viernes, febrero 17, 2017

118 (oggi); 317 (ieri); 1025 (nell'ultimo mese)


Non sto dando i numeri; o meglio, sì, li sto dando: 118 sono le visualizzazioni del blog a tutt'oggi; 317, quelle relative alla giornata di ieri; 1025, invece, quelle avvenute nell'ultimo mese.

E mi domando che faccia abbiano questi lettori "misteriosi" del mio "diario di bordo" virtuale; e mi chiedo anche perché mai siano aumentati (paradossalmente, ma anche esponenzialmente) sopratutto a partire dal momento in cui ho smesso di scrivere in modo assiduo (quando qualcuno mi chiede: "Scrivi?", io rispondo: "A volte, nei momenti di ozio"; quando qualchedun'altro mi domanda: "Ma allora ti consideri uno scrittore?", io rispondo: "Nemmeno per idea: scrittore è colui che scrive perché non potrebbe vivere senza, e io invece posso stare anche mesi interi senza scrivere una parola", che poi non è la verità, perché sia che si tratti di "scrittura creativa", sia che si tratti di "scrittura scientifica" (o "accademica") io passo la mia vita a scrivere (e però, ovviamente, un conto è scrivere in modo creativo e per divertimento - giochiamo a ricreare il mondo con le parole - e un altro, ben diverso, è scrivere per "pubblicare" i "risultati" delle proprie "ricerche" - e ogni tanto qualche collega di altri rami della Scienza mi domanda: "Ma su cosa diavolo fate ricerca voi letterati?", vaglielo a spiegare! Vaglielo!).

E insomma (I): sono (siete) davvero tanti (o così mi pare). E qualcuno protesta perché non ho mai messo il mio nome reale (quello vero) e continuo a firmarmi come "Rendl" (c'è pure chi mi offre la fonte di questa citazione, ma, a tutt'oggi, nessuno è ancora riuscito a capire davvero da dove cazzo ho tratto questo assurdo "nick-name")...

E insomma (II): il fatto che questo diario virtuale venga letto da molte persone dovrebbe spingermi a prestare più attenzione (a ciò che scrivo e abbandono all'immensa rete globale) o a scrivere in modo più costante. Ma a me sinceramente non va: preferisco scrivere in modo lento (ci sono scrittori che adorano la lentezza, ci impiegano anni e anni e anni prima di arrivare a considerare come "terminato" un loro romanzo o anche un racconto). E così ecco spiegato il perché, negli ultimi anni, preferisco scrivere (e "pubblicare", verbo curioso se lo applichiamo a un "blog") solo una volta al mese o, a volte, anche meno (avrò lasciato di sicuro qualche mese "orfano" di post).

E insomma (III): il fatto che siate molti di più di quelle 2 o 3 lettrici che so che ancora mi leggono (e mi sopportano, da ormai lunga data) non mi ha cambiato di molto, non ha ancora modificato le mie abitudini. Ecco, questo "blog" per me è un po' come un rituale, una sana abitudine, un modo per continuare a scrivere (e anche a leggere) nonostante tutto, nonostante la rapidità e nonostante l'enormità del numero di "blog" cui è possibile accedere da internet immettendo una qualsiasi (davvero "qualsiasi") parola di ricerca...

P.S.: moltissimi lettori provengono dalla Russia. E io mi chiedo quanti italiani ci siano in Russia (o quanti russi studino e parlino e capiscano l'italiano, stando in Russia) da finire col leggere un "diario di bordo" come il mio... Un luogo pieno zeppo di recensioni o pseudo-tali di film e libri; un posto pieno dei dubbi del sottoscritto (falso) Rendl; uno spazio in cui - chissà come e chissà perché - si sono ritrovate (in silenzio e per puro caso) più di mille persone provenienti da tutto il mondo (con una netta e inspiegabile maggioranza di abitanti della Russia).

P.S.2: andiamo avanti...

viernes, enero 13, 2017

FAUST di Friederich Murnau, un capolavoro della storia del cinema che anticipa altri capolavori della storia del cinema


L’altra sera io e la mia compagna di avventure non avevano molto da fare, dopo aver fatto l’amore sul divano (una cosa assurda, ma molto bella, quando non è programmata a tavolino e non te l’aspetti perché sembra che non è l’ora, non è il posto, non è il momento e il luogo giusto - quanto può essere salvifica la rottura della routine quotidiana? Quanti gesti, piccoli, apparentemente banali, possono salvarci la vita e aiutarci a rompere la monotonia? Ma l’amore – e il sesso – si sa, non è mai banale), e così, di punto in bianco, bel belli, ci siamo messi a guardare il Faust (1926) di Murnau, il geniale regista di Nosferatu, forse tra le prime versioni cinematografiche del mitico personaggio vampiresco, e de Il gabinetto del Dottor Caligari, forse tra i più impressionanti esempi del cosiddetto cinema espressionista tedesco.

E sono bastate le prime inquadrature del film per capire che ci trovavamo dinanzi a un vero capolavoro, uno di quei film che sai che tornerai a vedere una seconda o terza volta perché le immagini che il regista ti offre sprigionano tale e tanta forza, tale e tanta carica, tale e tanto fascino che non potrai non tornare indietro sui tuoi passi per ri-contemplare lo spettacolo (e magari, dopo, avrai anche la curiosità di leggerti la versione letteraria originale di Goethe).


In un Medioevo indefinito, Faust cerca la ricetta magica che possa aiutarlo a salvare vite umane in un momento in cui la peste sta mietendo vittime e portando la popolazione alla follia. Faust è il filosofo e lo scienziato che, in nome della verità, sarebbe disposto a tutto, anche a vendere la sua anima al diavolo. E così accade: mentre brucia tutti i suoi preziosi libri in un falò domestico, ecco che le pagine di un trattato stregonesco gli offrono uno spunto; dovrà recarsi a un bivio del paese e declamare le parole di una formula apparentemente infallibile. In realtà, sin dal prologo (strepitoso, maestoso, genialoide), noi spettatori sappiamo già che Faust è soltanto il “bersaglio” o, ancor meglio, il “campo di battaglia” in cui si sfideranno l’Arcangelo Gabriele e Satana; i due – rappresentanti del Bene e del Male – si sfidano a duello in una scommessa all’ultimo sangue: il primo scommette che Faust, in quanto essere umano, riuscirà a non farsi convincere dal Demonio perché prova amore, il secondo scommette esattamente il contrario perché il Male ha sempre la meglio sul Bene e l’amore non può nulla contro l’egoismo e i piaceri terreni. E insomma, alla fine, Satana si presenta al cospetto del nostro povero scienziato-folle-filosofo sotto le spoglie di Mefisto, un vecchio brutto e cisposo che lo convince a firmare (con il sangue) un contratto della durata d’un giorno (ma sarà solo un sotterfugio; a Mefisto interessa solo “comprare” l’anima di Faust per rivenderlo al suo Signore, il Demonio in persona; quel contratto sa già che diventerà a tempo indeterminato).


Il nostro povero eroe non crede ai suoi occhi quando, declamando le parole giuste, riesce a riportare in vita malati ormai morti o sulla via della morte. Il punto è che se prova ad avvicinarsi alla croce (simbolo di Cristo) è costretto a ritrarsi; il popolo lo crede un indemoniato e gli volta le spalle, anzi, provano ad ucciderlo a pietrate. Faust si rifugia in casa e qui cede ancor di più alle lusinghe di Mefisto, che gli offrirà giovinezza, bellezza e conoscenza, se lui opterà per passare dalla parte del Demonio.

Ecco, a questo punto assistiamo a una scena che ha dell’incredibile: la visione (dall’alto) della Terra in volo, con Faust che viaggia accanto a Mefisto. Ora, a parte l’incredibile audacia e l’incredibile resa cinematografica di questa scena, è qui che uno (un po’ cinefilo) si rende conto del fatto che Faust è un capolavoro che anticipa opere che, a loro volta, diverranno tali: quegli strani uccelli che volano allineati nel cielo infinito del pianeta terrestre ricordano straordinariamente e da vicino gli elicotteri dell’esercito americano che, sulle note della famosa “Cavalcata delle Walkirie” di Wagner attaccano i vietcong in Apocalypse Now di Francis Ford Coppola. E uno (un po’ su di giri) si domanda: guardò questo film il regista italo-americano? Pensò a questi uccelli mezzo rettili e mezzo aerei per girare la sua scena più spettacolare?



In un altro punto del film, Faust riesce a far invaghire di sé una tenera fanciulla; peccato che poi lui la abbandoni a se stessa. La ragazza rimane incinta e partorisce, ma Faust è distratto da Mefisto e non sa né vede niente. La ragazza porta in grembo il bambino, lo avvolge tra le sue vesti, ma nessuno è disposto a farla entrare in casa sua: fuori fa freddo, anzi, si gela, e comincia anche a nevicare. E’ una delle scene più drammatiche di tutto il film. Noi spettatori patiamo lo stesso freddo che sente in quel momento questa nuova Maria Vergine che non sa a che santo votarsi. La neve si accumula velocemente sul suo corpo e sugli stracci in cui lei cerca di tenere al caldo il neonato. Poi non ce la fa più, si arrende: resta accasciata per terra, con il figlioletto in braccio, congelata, col viso immobile, la neve che le copre i capelli e la faccia. Lo spettatore cinefilo non potrà non ricordare a questo punto il finale di Shining di Stanley Kubrick, quando Danny riesce a battere suo padre grazie all’astuzia, all’interno del labirinto in cui è andato a rifugiarsi su consiglio della madre, mezza uccisa dal folle Jack Torrance. Danny – come Teseo nel momento in cui ha ucciso il Minotauro e riesce a tornare all’aperto grazie al filo d’Arianna – torna letteralmente indietro sui suoi passi e riesce a far prendere le proprie tracce; Jack Torrance / Nicholson si perde e la neve non perdona, in una delle ultime inquadrature lo vediamo col ghigno congelato sul viso, morto ghiacciato proprio come sta per morire la ragazza sedotta e abbandonata da Faust.


E ora che ci penso: anche prima mi torna in mente Kubrick, nella scena già citata del viaggio dall’alto sulla Terra; Murnau gira una sorta di unico piano sequenza intervallato, però, da inquadrature di dettagli di porzioni del nostro pianeta: si vedono boschi, picchi di montagne, laghi in lontananza, mescolati a folle velocità. Ecco, io accanto a questa inquadratura ci vedo il viaggio “verso l’Infinito ed oltre” di David Bowman nel finale di 2001: A Space Odissey, quando l’astronauta, dopo aver vinto la sua battaglia personale contro HAL9000, si ritrova sperduto nello spazio e finisce dentro a una specie di buco nero che non è altro che la porta d’ingresso verso un mondo “altro” in cui non esistono più il sopra e il sotto, in cui tutto è diventato tridimensionale e noi spettatori vediamo con lui un mix incredibile di paesaggi, colori e forme geometriche varie (si dice che per girare questa scena Kubrick abbia sperimentato l’LSD, per avere allucinazioni visive più “realiste” per il suo film).



Forse è solo una mia impressione; forse le mie sono soltanto letture “viziate”; sta di fatto che Faust di Murnau sembra davvero anticipare di cinquant’anni alcuni dei capolavori che faranno la storia del cinema come Apocalypse Now, o 2001: Odissea nello spazio o Shining

sábado, diciembre 24, 2016

EGLI PASSEGGIA



Egli passeggia. Avanti e indietro, in modo costante, con precisione millimetrica, tra il bar e il negozio di ferramenta, tra il portone di casa mia e la palestra di fronte, senza stancarsi mai. Egli passeggia e osserva i passanti, le persone “normali” che vanno a fare la spesa, che vanno in palestra a cercare di dimagrire, che scappano a lavoro perché sono in netto ritardo, che corrono a gettare l'immondizia in pantofole di flanella prima che cominci il film di prima serata. Passano i giorni, i mesi, perfino le stagioni, e lui è sempre lì, che passeggia placido e apparentemente senza nessunissima fretta e senza alcun motivo che sia spiegabile dal punto di vista della ragione. Forse è già in pensione o forse si annoia (come chi, ad esempio, ha perso il lavoro e, all'improvviso, non sa più come occupare il tempo, come riempire le ore di cui si compone un'intera giornata); forse è malato e non si rende conto che continua a passeggiare nello stesso spazio (lo stesso perimetro) anche quando fa freddo o piove o tira vento (indossa quasi sempre gli stessi panni, gli stessi vestiti un po' sgualciti, d'un colore a metà tra il nero e il grigio, colori tristi, insomma). E ogni tanto il mio sguardo s'incrocia con il suo e allora mi viene il dubbio di chiedergli se sta bene, ma me ne pento immediatamente, non sono nessuno io per lui per chiedergli cosa diavolo ci fa tutto quel tempo per strada, a camminare, da sinistra a destra e viceversa, dalla palestra alla ferramenta e dalla ferramenta al portone d'ingresso di casa mia, dal portone al bar (non sembra un senza-tetto, come si dice oggi con gergo politicamente corretto, perché a dispetto dell'apparenza, ripeto, sembra uno che ha una casa in cui stare, un tetto sotto cui ripararsi).

Ne ho parlato anche con la mia compagna di sventure; quando siamo usciti, l'altra sera, per andare al cinema, per andare a vedere un film in cui Jude Law interpreta Thomas Wolf, lo scrittore, gliel'ho indicato e allora anche lei se ne è subito ricordata: “Ma io l'ho già visto quel tizio, lo vedo tutti i giorni accanto al bar e, a volte, di fronte alla palestra”.

Ci guarda, è come se rispondesse (in silenzio) alla nostra ispezione visiva; poi ci vergognamo e distogliamo entrambi lo sguardo verso l'alto o verso un punto all'orizzonte in cui non appaia la sua sagoma oscura.

Avrà sui quarant'anni o forse qualcosa di più; ha delle rughe molto vistose sulla fronte, spaziosa e con delle stempiature evidenti ai lati, anche se i ricci che occupano la nuca sono piuttosto folti e forti. S'intravede della forfora sulle spalle della giacca. Le mani sempre infilate in tasca, sia quando fa caldo che quando fa freddo. Ai piedi porta delle polacchine classiche di colore marrone. I pantaloni sono a coste ampie, anch'essi di un colore scuro (neri, marroni o grigi). Ha un po' di gobba, quando deambula si nota che guarda troppo verso terra, non è eretto, si piega sotto il peso di chissà quale dramma interiore. Non sappiamo come si chiama, né se ha una moglie o una fidanzata. Quando ci vede felici, quando s'imbatte in me e mia moglie nell'atto di baciarci o di abbracciarci con passione o con allegria, sembra lanciarci uno sguardo reprobo, sembra quasi che gli diamo fastidio, o meglio, che gli dia fastidio tanta manifestazione pubblica d'affetto, tanta smanceria...

Quando torno dal fruttivendolo, con le buste di plastica stracolme di banane e mandarini, di mele e di ananas, mi guarda con aria di sfida, come a voler sottolineare che lui, tutta quella frutta, non ce l'ha in casa perché, forse, non può permettersela.

Quando rincaso tardi con i nervi a fior di pelle, perché è stata una giornataccia, perché a lavoro ho avuto mille beghe da risolvere e che non ho risolto, quando fumo per il nervosismo, mi lancia uno sguardo come di soddisfazione, come se godesse nel leggermi nel volto lo stress di un'intera giornata passata a sgobbare.

Quando, invece, mi trova vestito da ginnasta, quando decido che è arrivata l'ora di andare a correre e indosso le scarpe da tennis e il completo sportivo, con le maniche corte e i pantaloncini estivi, mi osserva di sottecchi come a dire che lo sport non mi farà affatto bene, che non perderò quei tre chili di sovrappeso che si notano quando indosso giacca e cravatta.

Quando torno in bici, lo stesso: sembra assumere l'atteggiamento di sfida del vigile urbano che ti farà la multa perché hai parcheggiato dove è proibito farlo.

Egli passeggia e osserva e sembra avere doti da profeta, sembra immischiarsi nelle vite degli altri col suo solo atto di guardare e di camminare, instancabile, imperterrito, ignaro degli attentati suicidi che tempestano la quotidianità di mezza Europa, ignaro anche della crisi economica, ignaro dei titoli dei giornali, concentrato, apparentemente, solo su se stesso e sulla contemplazione del prossimo, dei vicini che abitano tra il negozio di ferramenta e il bar dell'angolo, tra la palestra e il portone di casa mia...

Egli passeggia, osserva e giudica con lo sguardo e non c'è proprio modo di sapere davvero a cosa pensi, cosa ne pensa di noi, che siamo sempre affannati, sempre di corsa, sempre di sfuggita, sempre sotto stress.

Egli passeggia, osserva, giudica e forse ci critica nel suo io più intimo e nascosto, o forse ci odia, o forse ci invidia, o forse, molto più semplicemente, gli siamo indifferenti, anche quando i suoi occhi non possono fare a meno di radiografare ogni nostro minimo movimento.


E' una presenza quotidiana inquietante. Ecco, è forse questa l'unica certezza che ho. Che abbiamo. 

lunes, diciembre 19, 2016

S'AVVICINA (IL NATALE)




Non l’immaginavo mica che, sul finire del 2016, a ridosso del Natale (si avvicina e la gente impazzisce dietro ai regali, file chilometriche di clienti nei negozi di vestiti, di scarpe, di sciarpe, di alimentari, di abbigliamento sportivo), mi sarei ritrovato a consultare il sito della mia banca per vedere come procedono i fondi (a bassissimo rischio, così me li ha presentati il direttore, ma vatti poi a fidare, chissà): risalgono, per fortuna, anche se di pochissimo (all’inizio ho perso circa 124 euro, ora un po’ meno, mi dice che per la prossima primavera sarò andato in parità, se non con qualche spicciolo in più di guadagno netto su non so quale diavolo di percentuale); né immaginavo che potessi finire col comprarmi un prosciutto intero (si sa, qui in Spagna, il “jamón serrano” non è un cibo qualunque, c’è dietro tutta una serie di rituali, una sfilza di secoli, un insieme impressionante di saperi e di abilità culinarie che si coagulano per darci una prelibatezza che non ha uguali al mondo). E così, mentre ascolto Luigi Boccherini (morto in Spagna e al servizio della corona spagnola finché campò – famosa la sua “La musica notturna per le strade di Madrid”), mi accorgo di com’è difficile vivere, di com’è dura affrontare le vacanze natalizie (sto già sognando di rintanarmi in casa, anzi, in camera da letto, di staccare tutto, cellulare, computer, fax, di non vedere nessuno, amico o parente che sia, solo per guardare decine, centinaia di film che ho in lista da un bel pezzo e che non ho ancora potuto vedere con la calma che meritano), di com’è antipatico dover essere per forza felici solo perché è così che vuole il calendario, lo detta la legge delle norme sociali: è Natale (s’avvicina! S’avvicina!) e siamo tutti più buoni, siamo tutti più clementi, siamo tutti più pronti ad offrire amore (ma quando mai?).

La mia compagna di avventure mi dice che sono troppo scorbutico, ultimamente, e anche troppo negativo: l’altro giorno, passeggiando in centro, capitiamo sotto tiro d’una statua di un equilibrista che cammina con un bastone in mano sul filo del rasoio; all’estremo opposto della testa dell’equilibrista pende un globo, un pallone gigante che dovrebbe rappresentare il mondo. Lo guardo e glielo dico (è più forte di me, non posso resistere): “Guarda quella scultura; immagina che ora si trovi a passare di lì un pedone e si scioglie il nodo che tiene attaccata la palla alla base dei piedi dell’equilibrista e che la palla rovini addosso al pedone e gli spacchi il cranio, immagina la massa encefalica e il sangue che schizzano sul marciapiede, gli occhi che come schegge impazzite fuoriescono dalle orbite, immaginatelo…”.

E tutto ciò nonostante il fatto che non abbia tanti problemi di cui lamentarmi, non ho troppe rogne, non ho tanti nodi da sciogliere, come è magari capitato anni addietro…

Anzi, l’editrice del mio libro mi dice che (testuali parole) “si sta vendendo bene”; e penso che sia davvero incredibile, che si tratti quasi di un miracolo, che “si venda bene” un tomo di quasi 400 pagine di critica letteraria, in un mondo come il nostro in cui – siamo sinceri – si legge sempre meno e la minoranza che incarnano i lettori “forti” non si dedica di certo a leggere opere di “critica del testo” (elucubrazioni a volte astratte e astruse che non portano da nessuna parte, discettazioni a volte scritte con stile arzigogolato solo per mascherare la propria impossibilità di capire il testo – spero non sia questo il mio caso, io almeno ci ho provato, a dire la mia sul testo, e il tutto con uno stile il più possibile “asciutto” e “chiaro” e “diretto”).

Boccherini continua a suonare (archi, violini, trombe, violoncelli, è un tripudio di suoni che mettono allegria, nonostante i passanti che sbattono l’uno contro l’altro per la furia di fare l’affare del secolo e di comprare i regali a buon prezzo); sulla scrivania Guido Paduano aspetta che lo riprenda in mano: La nascita dell’eroe, è così che s’intitola questo saggio su Achille, Odisseo ed Enea, ovvero, sull’Iliade, l’Odissea e l’Eneide, ovvero, i tre principali poemi epici della classicità greco-romana da cui nascerà gran parte della letteratura occidentale così come oggi la conosciamo… Lo incontrai solo una volta, Guido Paduano, per sbaglio, in un corridoio della Facoltà di Lingue presso l’Università di Pisa (lì insegna – o insegnava, forse è andato in pensione – Filologia Classica e Letterature Comparate), e non ricordo nemmeno più che faccia abbia. L’oblio è sempre pronto a cancellare porzioni del nostro passato; e quando uno si sforza e tenta di tornare con la memoria a quella determinata scena passata non può più farcela, il nome è rimasto saldo in mente, il volto è scomparso per sempre nella nebbia.


Felice Natale a tutti, gente! 

viernes, diciembre 09, 2016

Mia madre, di Nanni Moretti: non solo un film e basta



“Un film e basta”, così s’intitola uno degli “extra” del dvd di Mia madre, l’ultimo lavoro di Nanni Moretti, uscito nel 2015 e che io non ho potuto vedere al cinema (magari al Sacher dello stesso Moretti) perché ormai, dal 2013, vivo in pianta stabile in Spagna… (ed è la prima volta che non corro a vedere l’ultimo di Nanni, mi sento un traditore, come se avessi mancato un appuntamento importante…). E invece no, non è affatto “un film e basta”, questo qui, è anche un canto alla madre scomparsa, un piccolo saggio di auto-analisi e una breve ma intensa riflessione su chi siamo (noi tutti) di fronte alla morte, piccoli essere umani deboli e pieni di difetti e di dubbi e di illusioni (e su questo versante, è inutile aggiungerlo - chi ha visto il film lo sa - Margherita Buy svolge un ruolo fondamentale, riesce a dare davvero un volto e un corpo alla disperazione e alla rabbia, al senso d’impotenza di chi sta di fronte alla Morte e sa che non potrà fare più nulla per contrastarla o arrestarla, Margherita Buy è bravissima e Nanni Moretti le regala i primi piani più belli ed intensi del cinema italiano di questi ultimi anni).

E c’è una scena, in particolare, che mi è rimasta impressa, ed è quella in cui Margherita Buy, che qui impersona l’alter-ego di Nanni Moretti e fa la regista intellettuale di sinistra in crisi, tocca i libri che sono appartenuti a sua madre, professoressa di Latino al liceo, e si domanda (in pieno set, davanti agli operatori e a John Turturro, la star americana chiamata a recitare il ruolo del “cattivo” di turno): “Tacito, Seneca, che fine faranno? Dove andranno a finire tutti i libri di mia madre? Tutte le giornate, le ore, passate a leggere, a tradurre e a studiare?”.

La domanda ce la poniamo tutti, prima o poi. Io me la sono posta quando La Repubblica mise a disposizione dei lettori un breve video di un paio di minuti in cui si vede Umberto Eco gironzolare all’interno dell’immensa biblioteca di casa sua e uno si domanda di nuovo, insieme alla Buy: “Dove andranno a finire tutti quei saggi, quelle centinaia di romanzi, quei manoscritti antichi e medievali rarissimi e costosi, appartenuti al grande Eco? Che fine faranno?”.

E c’è un’altra scena che poi, alla fine, Nanni Moretti ha deciso di scartare e, invece, è morettiana al massimo grado ed è un vero peccato che, alla fine, l’abbia eliminata, ed è la scena in cui una donna chiede alla regista che film stia girando e Margherita Buy non vuole rispondere e s’inventa una trama, dice che si tratta di un film sentimentale, un film d’amore, addirittura, e allora Nanni Moretti ci mostra uno spezzone, un frammento di questo film “immaginario”, in cui si vede John Turturro che torna a Roma dall’America e ritrova la donna della sua vita all’interno di una libreria e i due si guardano, si riconoscono, si sorridono e poi si mettono a ballare, in modo dolce, dinoccolato, e così pure il resto dei dipendenti della libreria, tutti danzano, al ritmo di una canzone che domani andrò a cercarmi su YouTube, perché è un pezzo formidabile, romantico, nostalgico, pieno di tenerezza, che fa sorridere e fa anche un po’ piangere, Nanni Moretti al cento per cento, in questa scena alla fine tagliata, in cui tutti ballano, tutti si abbracciano, e l’amore – quello vero, ma qual è l’amore vero? – sembra prevalere su tutto, e lo spettatore viene trasportato per un minuto in una dimensione in cui la Morte non c’è più, perché ha stranamente perso la sua partita contro l’uomo e siamo tutti più sorridenti e allegri e rilassati…

Non sarà un capolavoro, non sarà di certo il suo miglior film (io non so scegliere tra Ecce Bombo e Caro Diario), ma Mia madre è certamente un gran bel film, una di quelle opere da vedere e rivedere, uno di quei pezzi d’arte in cui ci si ritrova tra le mani, le braccia e l’immaginazione di un grande narratore come è Nanni Moretti…