sábado, febrero 06, 2010

À une passante: Proust ri-scrive Baudelaire

E’ un po’ di tempo che Alyssa ha smesso di leggere…Il lavoro, lo stress, il solito tran tran quotidiano (come suolsi dire). E così, l’altra sera, prima di spegnere la luce e di addormentarci, prima di dirle “buonanotte”, ho voluto leggerle, ad alta voce, un brano della Recherche (che per me ormai è diventata una specie di droga: ho bisogno di una dose giornaliera, sennò mi sembra che la giornata non sia andata per il verso giusto, come se mancasse qualcosa di fondamentale e prezioso). Il brano è questo (da “All’ombra delle fanciulle in fiore. Nomi di paesi: il paese”, pp. 863-64 dell’ed. Mondadori, Milano, 1983, nella splendida traduzione di Giovanni Raboni):

“Era perché l’avevo solo intravista che mi era parsa tanto bella? Forse. Prima di tutto, l’impossibilità di trattenersi con una donna, il rischio di non incontrarla mai più le fanno acquistare di colpo lo stesso fascino assunto da un paese grazie alla malattia o alla povertà che ci impediscono di visitarlo, o dagli squallidi giorni che ci restavano da vivere grazie alla battaglia in cui certo periremo. Così, se non esistesse l’abitudine, la vita dovrebbe apparire deliziosa a creature continuamente minacciate di morte – cioè a tutti gli uomini. In secondo luogo, se l’immaginazione è stimolata dal desiderio di ciò che non possiamo ottenere, il suo sviluppo, nel corso di questi incontri in cui le attrattive della passante sono di solito direttamente proporzionali alla rapidità del passaggio, non viene limitato da una realtà còlta nella sua interezza. Basta che stia per scendere la sera o la carrozza vada un po’ più in fretta perché, in campagna come in città, non ci sia torso femminile – mutilato come un marmo antico dalla velocità che ci trascina e dal crepuscolo che l’inghiotte – che non scarichi sul nostro cuore, a ogni angolo di strada, dal fondo d’ogni bottega, le frecce della Bellezza, quella Bellezza a proposito della quale si sarebbe a volte tentati di chiedersi se sia, a questo mondo, qualcosa di diverso da quel complemento che la nostra immaginazione sovreccitata dal rimpianto aggiunge a una passante frammentata e fuggitiva”.

C’è dentro tutto Proust, in un brano simile: la poesia, il senso del ritmo, la forza creatrice e rivelatrice che il Narratore attribuisce all’immaginazione, l’erotismo, il senso della precarietà della bellezza e della felicità, l’ironia amara e l’amara constatazione che sia l’una che l’altra sono condannate a svanire in un attimo, la certezza della morte come limite invalicabile, il tentativo a volte ridicolo, altre folle, di non pensare alla fine grazie alla forza propulsiva dell’amore, la certezza che solo con la scrittura si possa cercare di scandagliare il mistero nel quale tutti – lettori e scrittore – siamo immersi, la plasticità o fortissimo potere icastico della scrittura proustiana (non può non restare impressa nella mente l’immagine di quella donna, della passante il cui busto è tagliato a metà dalla velocità della visione o dalla luce smorzata del sole al crepuscolo), la capacità che ha di farci “sentire” quello che lui stesso ha “sentito” nel ricordare quel preciso dettaglio (colto di sfuggita), questa specie di abilità nel camminare in equilibrio sul filo del rasoio – basterebbe un aggettivo in più, una virgola messa al posto sbagliato, una pausa troppo prolungata e tutto cadrebbe giù per terra…

Le chiedo se le è piaciuto; Alyssa resta in silenzio per un po’; sembra sorpresa, leggermente turbata; poi mi dice:

“E’ bello. E rende bene l’idea”.

Ecco, Proust è uno di quegli scrittori che “rende bene l’idea”, a prescindere dall’argomento che tratti o dall’idea che la sua penna e la sua mente sfiorino. Lui sì che avrebbe potuto scriverlo quel libro che sognava Flaubert (o era Mallarmé?): un libro sul niente; il libro “totale” e “infinito” che può trarre spunto da tutto quanto finisce sotto il nostro sguardo.

viernes, febrero 05, 2010

Phone calls
1
"Non ci crederai, ma in questo momento sto ascoltando proprio lei...".
"Lei chi?".
"Quella canzone, dai, quella del film di Muccino, quella che canta Jovanotti, la danno sempre alla radio, ultimamente...".
"Ah, sì, Baciami ancora!".
"Bella, vero? Io mi ci riconosco...".
"Eh, anch'io, mi piace tanto il primo verso, com'è che dice?
"Non me lo ricordo, non la so mica a memoria, ora!".
"Un bellissimo spreco di tempo, ecco, sì, lo trovo molto proustiano, l'amore è anche questo, no? Uno stupendo, enorme, incredibile spreco di tempo...Non credi?".
"Sì, per noi, almeno, è stato questo, non credi?".
"Sei proprio malata, te ne accorgi che sei malata?".
"E tu mi vieni dietro. Fammi riattaccare, va, che devo andare a lavorare...Ciao malato!".
"Ciao malata!".

2
"Ciao Danni!!! Cazzarola, è una vita che ti cerco! Come ho detto alla Giovanna: ma com'è che sei tanto indaffarata? Me pari Berlusconi, aho! Cos'è, per parlare con te devo rivolgermi a Napolitano?".
"Ah ah! Quanto sei scemo! E' che c'ho gli esami, 80 studenti, sembra impossibile, ma è così, non ho nemmeno il tempo per scendere al bar a mangiare un panino. Anzi, sbrigati perché devo tornare su e ho ancora il panino da finire...".
"Grazie, ma quale accoglienza!".
"Scemo che sei".
"No, ti volevo dire, se vuoi, che possiamo trovarci a Livorno per questo fine settimana, chessò, magari dopo pranzo, parliamo di quelle questioni dell'Università e ci facciamo un pomeriggio di relax insieme, che te ne pare?".
"Ma la tua fidanzata è d'accordo?".
"Alyssa? No, ovviamente. Ma la convinco io, tu non preoccuparti. Mica vengo là per violentarti, no?".
"Lo so, ma è lei che è gelosa, o sbaglio?".
"Lo so, ma tu tranquilla che a lei ci penso io...Oh, a proposito: ma lo sai che un amico di Alyssa m'ha procurato una nuova cliente?".
"Lezioni private?".
"Sì, brava. Devo cominciare con una che si chiama Sara e fa la...massaggiatrice! Ti rendi conto, Danni?!".
"Un mi di niente, un voglio sape niente, guarda, cambia argomento!".
"Ma dai, che male c'è? E poi che ne sapevo io che faceva la massaggiatrice? Cioè, il mio amico dice che è proprio diplomata...in massaggi".
"Sì, vabbè, senti io ti lascio, sennò fo tardi, fammi sapere a che ora arrivi, che ti vengo a prendere in stazione".
"Ma se tu non guidi!".
"Con l'autobus, scemo!".
"Ah, mi pareva...Ok, allora domani ti confermo tutto. Un beso, Danni!".
"Un bacio, bello. Ciao".
"Ciao".

3
"Amo, domani devo andare a Livorno, vado a trovare la Daniela. Te lo volevo dire prima che torno a casa, così ti arrabbi subito e quando rientro non mi rompi troppo le scatole".
"Ma quanto sei stronzo!".
"Dai, scherzo, e poi lo sai che siamo solo amici. Dobbiamo parlare di un concorso. Roba seria, lo sai".
"Sì, ma Daniela non ti può raccomandare, lo sai".
"Lo so, per questo è amica mia. Mica vado da lei perché mi devo far raccomandare, scusa?".
"Sì, ma si da il caso che è tornata single".
"Sì, ma si da il caso che io sia fedele, malgrado tutto".
"Sì, malgrado tutto".
"A dopo. Un bacio".
"A dopo. Ciao".

4
"Buongiorno, professore! Come la va?".
"Ma quanto sei simpatica, professoressa! Che mi racconti?".
"Mi perdoni se ti dico che...ho dimenticato di nuovo la separata a casa?".
"Ma cazzo, non è possibile, Cate, sei impressionante! Ma non te lo potevi appuntare da qualche parte? Lo sai che esistono i messaggi che servono a ricordarsi le cose sul cellulare? Hai mai sentito parlare di post-it? Sai cos'è un post-it?".
"Non farmi la paternale. Te la porterò sta separata, prima o poi, dai!".
"Sì, anche perché sennò sono io che ti separo: la testa dal collo".
"Ah ah! Grande umorismo, sì. Battutona delle tue, eh?".
"Lo sai che se non avessi fatto questo mestiere sarei stato un comico o un...".
"...deejay, lo so, era il tuo sogno, sin da ragazzino. E a proposito: quando andiamo a pranzo insieme? Lo proporrei anche all'Elena, che dici, è di tuo gradimento?".
"E' deejay questa Elena?".
"No, è precaria come noi".
"Beh, allora, va bene, mi abbasso al vostro livello e vengo. Dove? Se mi dite sushi vi mando a quel paese, lo sai".
"Ma come sei provinciale! Tu sei l'unico che ancora odia il sushi e che ancora non si è fatto un profilo su Facebook! Tu e mia nonna!".
"Uhm...interessante, dovresti presentarmi tua nonna, uno di questi giorni, che dici?".
"Sì, di sicuro è più allegra e vispa di te! Ma dai, non ami il sushi, ma come si fa?".
"Ti riattacco in faccia. Cambia argomento, porta la separata e fa la persona seria".
"Ok, ma ti ricordo che sei tu quello poco serio..."
"Senti, Cate, ma com'è che oggi tutti mi prendono per scemo? A proposito, te l'hai visto Baciami ancora, l'ultimo film di Gabriele Muccino?".
"No, e non ci penso nemmeno!".
"A me incuriosisce, l'ho proposto a mia moglie, la "padrona", come la chiamo io, ma dice che non vuole andarci perché si sentirebbe troppo identificata con le protagoniste femminili...".
"Ma cosa le hai fatto a quella povera donna?".
"Io? Niente!".
"Vabbè, te credo. Senti, devo riattaccare, vado a scrivermi sulla fronte: separata, e ci aggiorniamo per la prossima settimana, ok?".
"Ok, Cate. Buona giornata e buon lavoro".
"Anche a te, ciao".
"Ciao, profe".

5
"Ciao fratè!".
"Aho, ciao. Come va?".
"No, tu come va? M'ha detto mamma che c'hai la febbre".
"Eh, sì, du lineette, domani c'ho pure n'udienza, nun posso manca".
"Ma quanto c'hai?".
"38 e mezzo".
"Ma cazzo, allora non puoi andare a lavoro, devi restare fermo a casa, sotto le coperte!".
"Ma no, non posso, è un'udienza importante, non posso mancare. Se vinco la causa, mi pagano bei soldi. E ce n'ho bisogno, lo sai...Sai quant'ho pagato il termometro? L'altro s'è perso. So sceso mo in farmacia a comprallo".
"Quanto?".
"Otto euri, te rendi conto? Otto! E' di quelli senza mercurio, come si dice, quelli elettronici...che poi, secondo me, so na sòla...vanno a pile, e se se scaricano?".
"Hai ragione, io li odio quei termometri là. Comunque, ribadisco: per me domani non dovresti andare in tribunale".
"Sì, ci provo. Poi vedo, se migliora, vado. Tanto sto in macchina. E tu?".
"Eh, io tiro a campa. Domani devo stare a scuola fino alle sette, c'abbiamo ancora gli scrutini del primo quadrimestre. Na palla che non ti dico. E dopodomani sto provando a fissare con Daniela, l'amica di Livorno".
"Ho capito".
"No, che hai capito? Ci vado per motivi di lavoro. Non pensare a male, come mi moglie".
"Vabbè, poi se la raccontamo, eh?".
"Voi maschi siete tutti uguali".
"Quanto sei scemo".
"E tre...Oggi so scemo pe tutti. Comunque, te saluto".
"Alla prossima. Stammi bene".
"Pure te, e riguardati".
"Se beccamo...".
"Sì, però avvisame, se vieni a Roma".
"Lo sai. Ciao".
"Cià".

domingo, enero 31, 2010

Rettifica sul post precedente




[...] la nostra vita è così poco cronologica,
tanti anacronismi interferiscono nella successione dei giorni
Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto
(All'ombra delle fanciulle in fiore. Parte II: Nomi di paese: il paese)

In realtà, e ripensando meglio la questione (adoro gli scrittori che ti obbligano a ripensare le questioni, che ti aprono la mente, che ti scombussolano le idee): non è che Proust ci spinga a stare da un lato o dall'altro dell'abisso (dentro o fuori del Tempo - l'uso del maiuscolo non è casuale, ovviamente). E' che tutti noi, in quanto esseri mortali, siamo sempre immersi fino al collo nel Tempo (nello scorrere inesorabile ed inarrestabile dei minuti e delle ore, dei giorni e dei mesi, degli anni...).

Posso guardarmi come "fuori del Tempo" solo se mi sforzo di osservare la mia vita dall'esterno, come se la mia fosse la "vita di un altro", come se io stesso fossi il "protagonista" della mia vita ancora da vivere (è quando Proust veste i panni di Marcel, del Narratore, che - essere mortale, in carne ed ossa, soggetto al potere del Tempo - può riuscire a parlare di sé come personaggio fuori del Tempo - o come essere la cui memoria (quand'è involontaria) gli permette, per pochi e rari momenti privilegiati, di cogliere verità o illuminazioni sul proprio "io" che esulano (sono perciò fuori) del Tempo.

Eppure è proprio questa possibilità: di vedere la mia vita come un romanzo e di considerare il mio "io" come un personaggio a mettermi davanti all'incapacità di vivere davvero fuori del Tempo, senza la presenza ingombrante e, a volte, opprimente, dello scorrere delle lancette sull'orologio...

Si tratta, insomma, di un'illusione o di una "menzogna romanzesca". Io non posso, ad esempio, immaginarmi il capitolo finale, l'ultima pagina della mia vita: come dimostra Freud in vari suoi scritti sul tema, posso immaginarmi la mia morte solo proiettando quest'ultima sulla morte di un altro. Posso pensare la morte di uno sconosciuto, la morte di un amico o di un parente, posso addirittura immaginare la morte di un padre o di una madre, ma non potrò mai immaginare sul serio il giorno e il modo in cui io smetterò di vivere. Si può narrare la propria morte, fingendosi fuori del Tempo, solo grazie all'immaginazione delle morti altrui (che poi vivere consista anche nell'accettazione dell'essere stati gettati nel mondo proprio in quanto "esseri-per-la-morte", beh, questo è un altro paio di maniche su cui Heidegger ha riflettuto a lungo e ci ha illuminato parecchio, dicendo cose molte interessanti, anche se con linguaggio a volte davvero troppo arzigogolato, nel suo Essere e tempo...).

Anche lo spagnolo Javier Marías, come Proust, ha riflettuto in varie sue opere su tale strano legame che abbiamo col Tempo (e sulla dicotomia spaziale tra lo "stare fuori" e lo "stare dentro" il Tempo).

Prendiamo un curriculum vitae: ebbene, esso dovrebbe incarnare alla perfezione questo nostro tentativo di vederci come "personaggi di un romanzo (ancora) da scrivere" (o "persone di una vita (ancora) da vivere"); in un curriculum vitae io organizzo il "mio tempo" in parti, capitoli, paragrafi ben precisi e separati cronologicamente tra loro per comunicare e mostrare agli altri "quello che io sono" in quanto essere mortale immerso nel Tempo. Peccato, però, che, troppo spesso, ci si dimentica di valutare (e apprezzare) debitamente anche quegli eventi, quei progetti, quelle aspirazioni che, non essendosi concretizzate nel Tempo, non vengono annoverate come facenti parte integrante del curriculum. Quando invece e a ben guardare noi siamo fatti non solo di quanto abbiamo effettivamente fatto, ma anche e soprattutto di quanto avremmo voluto fare e non siamo riusciti a fare. Non solo di lavori concreti e portati a termine, ma anche di sogni, illusioni e aspirazioni ancora non realizzate. E quindi consistiamo sia di tempo concreto e computabile e matematicamente misurabile, ma anche di tempo potenziale, non tangibile e non calcolabile e che chissà se un giorno arriveremo a vivere (dal "di dentro", oltre che "dal di fuori").

sábado, enero 30, 2010

Le citazioni di Proust: tra echi e rime interne

L'aveva già detto Italo Calvino in una raccolta di saggi tanto brevi quanto densi, le famose (e inconcluse) Lezioni americane: "Come nelle poesie, così nei testi in prosa, nei racconti o nei romanzi, ci sono frasi che rimano tra loro, avvenimenti che riecheggiano e creano un sistema di echi e di ritmi interni non dissimile da quello che formano le rime in un sonetto" (la citazione è mia e non verbatim).

Proust ne è l'esempio (forse) più esplicito: nella Recherche (ovvero: nel maremagnum della Recherche) certi personaggi, alcuni fatti, determinati ricordi del Narratore si ripetono, vengono citati o ricordati in modo leggermente diverso da quando sono stati evocati per la prima volta in un modo tale che il lettore non può non avvertirli come una sorta di dejà-vu (con tutta la carica d'inquietudine, di vertigini, d'instabilità ontologica che questo fenomeno è solito suscitare in ognuno di noi). Ed esemplare, in tal senso, è l'uso (polimorfico e polisemico) delle citazioni, le quali vengono predisposte e organizzate da Proust proprio per dare vita ad una sorta di sistema di sotto-testi o sotto-trame nascoste che, in modo a volte implicito e altre decisamente enigmatico, punteggiano l'intera trama del romanzo.

In un post precedente ho citato Barthes e la sua teoria dell'effet du réel per dire che a Proust quell'effetto di realtà non interessa affatto: se Proust inserisce i nomi veri (reali) delle strade della Parigi a lui contemporanea (o dei negozi alla moda, delle chiese più note, dei posti più chic, degli angoli più pittoreschi e meno noti) non è per dare l'idea di un maggiore realismo, di una maggiore e presunta fedeltà del narratore alla realtà che descrive, quanto per immergere quei pezzi di realtà dentro la cornice "autonoma" del suo romanzo (è da Omero che gli scrittori mescolano realtà e fantasia; ma è da Cervantes che si arrischiano a usare i pezzi della realtà, le nozioni che conosciamo sul piano della realtà, per farne strumenti utili a creare la "realtà" di secondo grado o la "realtà immaginata" del romanzo; Proust cita pezzi di realtà come fossero oggetti utili a puntellare la realtà "altra" del suo romanzo; e se oggi uno storico volesse conoscere usi e costumi della Parigi dei primi del 900 avrebbe maggori probabilità di scorgere la verità andandosi a rileggere la Recherche piuttosto che spulciando i libri di storia dedicati alla stessa materia...).

E così, in una citazione che parla del tempo, il Narratore può esprimere verità che verranno ribaltate (o ingnorate o eluse) in una citazione successiva sullo stesso argomento...Un argomento clou, visto anche il titolo dell'opera. E se in una prima citazione potrebbe anche legare il mistero del tempo al modo in cui esso entra a far parte degli strumenti che ha a disposizione il romanziere per dare un senso alla sua storia, così, in una seconda occasione, potrebbe allargare quello stesso tema per includervi...se stesso in quanto "scrittore in erba" o "romanziere in potenza" della propria vita personale.

E' quello che succede alle pp. 582-83 (da Alla ricerca del tempo perduto, Milano, Mondadori, 1983, vol. I, "All'ombra delle fanciulle in fiore. Intorno a Madame Swann"):

"Il secondo sospetto [...] era ch'io non mi trovassi al di fuori del Tempo, bensì sottoposto alle sue leggi, esattamente come quei personaggi letterari che, proprio per questo, mi rattristavano talmente quando, a Combray, in fondo alla mia poltrona di vimini, leggevo la loro vita. Teoricamente uno sa che la terra gira, ma di fatto non se ne accorge, il suolo sul quale cammina sembra che non si muova, e si vive tranquilli. Lo stesso avviene col Tempo nella vita. E, per renderne percettibile la fuga, i romanzieri sono costretti ad accelerare follemente gli scatti della lancetta, facendo varcare al lettore dieci, venti, trent'anni in due minuti. [...]. Dicendo di me: "Non è più un bambino, i suoi gusti non cambieranno più, ecc.", mio padre aveva fatto apparire di colpo ai miei occhi l'immagine di me stesso dentro il Tempo, e mi causava un particolare genere di tristezza, come se fossi stato, non ancora il vecchio illanguidito dell'ospizio, ma uno di quegli eroi dei quali l'autore, in un tono che l'indifferenza rende particolarmente crudele, ci dice, alla fine d'un libro: "Lascia sempre più di rado la campagna. Ha finito per stabilirvisi definitivamente, ecc.".

Ora, questa riflessione (il Narratore che si vede come un personaggio letterario "dentro il Tempo" e non più fuori per colpa della frase del padre) è pronta e disponibile a nuove ri-scritture. E il lettore non potrà non stare all'erta: uno può anche sentirsi (percepirsi) fuori o dentro del Tempo; ma a partire da questa citazione non potrà non sentirsi partecipe degli "sprofondamenti" nel Tempo del Narratore. E starà attento a capire quando il Narratore vuole farlo sbilanciare da un lato o dall'altro dell'abisso che si apre tra "dentro" e "fuori".

lunes, enero 25, 2010

Lussuria, di Ang Lee (USA, 2007)


Sono riuscito a trovare un film in cui le scene di sesso non si riducono a una perlustrazione chirurgica o asettica dei corpi degli attori avvinghiati tra loro e in mezzo alle lenzuola né a una pudica ellissi che evita i "punti strategici" e le parti pudibonde prontamente tagliate dalla macchina da presa (e dall'autocensura), ma diventano parte fondante della trama, strumento attraverso il quale la storia va avanti, attorcigliandosi, magari, come quei corpi di cui sopra...

Si intitola Lussuria-Seduzione e tradimento ed è l'ultima opera girata da Ang Lee - regista che ho scoperto in tenera età con Il banchetto di nozze (1993) e che poi,da grande, ho imparato ad amare e apprezzare in tutto il suo splendore melodrammatico per lo strafamoso I segreti di Brokeback Mountain (2005).

La storia è ambientata negli ultimi anni della Seconda Guerra Mondiale, a Hong Kong: una giovane cinese sposa la causa rivoluzionaria, si schiera contro il nemico e accetta di andare fino in fondo, insieme ad un gruppo di studenti disposti a usare le armi, pur di vincere la loro guerra personale contro il Giappone.

La ragazza (interpretata dalla bella e brava - in questo caso il binomio è inevitabile - Wei Tang) riesce ad entrare in casa di Mr. Yee (il sempre perfetto ed elegante Tony Leung - l'attore feticcio di Wong Kar-Wai - quello di In the mood for love), un politico giapponese di destra (o schierato a favore dei giapponesi) che va a caccia di rivoluzionari e ribelli.

Il nocciolo del film è proprio la relazione che si instaura tra questi due esseri umani così diversi (nell'ideologia) e così simili (nell'atteggiamento a volte deciso e a volte completamente smarrito di fronte a eventi storici che li sorpassano e li fanno sbandare). Se lo scopo della ragazza è far cadere l'uomo in un agguato organizzato dai suoi amici, quello dell'uomo è portarsi a letto la ragazza nella stessa casa in cui vive con sua moglie. Quando i due, dopo alterne vicende e sguardi ammiccanti, si "incontrano", non saranno più gli stessi.




Come si può fare l'amore con una persona che detesti e di cui desideri la morte? Come si può anche solo immaginare di accettare di fare sesso con l'obiettivo della tua missione di morte? Come si può ancora desiderare la morte del nemico quando quel nemico si infiltra dentro il tuo stesso cuore e dentro l'anima, come un serpente, e non ti lascia più?

Le scene di sesso sono di una crudezza notevole: coinvolgono lo spettatore ma, al contempo, lo lasciano impietrito. Quei due che si amano e si odiano e che arrivano a sospettare l'uno dell'altro ci mostrano una faccia del sesso che tendiamo a rimuovere (forse anche per una sorta di autodifesa inconscia). Darsi all'altro vuol dire anche abbandonare il proprio corpo e il proprio "io" più nudo e profondo all'altro. E' un donarsi pericoloso (anche perché in quei momenti non solo il nostro piacere dipende dall'azione dell'altro, ma anche il piacere che "regaliamo" all'altro dipende da quanto siamo disposti a piegare l'altro al nostro ritmo, al nostro respiro, al nostro modo d'intendere la vita e l'amore e il piacere insieme).

I due attori sono come due animali che si guardano in cagnesco; nessuno dei due si fida completamente dell'altro (nella seconda parte del film i dubbi aumentano, fino a divenire amare verità); eppure l'uno è attratto irresistibilmente dall'altro. E si sa che "quando si è innamorati non si ama più nessuno" (come scrive Proust); ormai quei due esseri così primitivi hanno abbandonato ogni morale, ogni ideologia, ogni contatto con la realtà. Non c'entra più niente la vittoria della Cina o del Giappone; non importa più a nessuno se l'attentato riuscirà o fallirà; se Mr. Yee finirà la sua carriera di brillante uomo politico sotto i colpi degli studenti e alleati della ragazza. Quello che conta, ormai, sono solo loro due in quanto esseri animali e legati indissolubilmente dal sesso (e da una specie d'amore che sembra odio - o a volte lo è davvero - in contesti come questi anche i termini "amore" e "odio" assumono valori relativi e intercambiabili; a chi non è mai successa una cosa del genere, e quanto sconforto e quanto dolore e, pure, quanto piacere puramente fisico...).

Ang Lee è uno dei pochi che sia riuscito a mostrare questi grovigli al cinema; con quel tatto, quel realismo e quella poesia che caratterizzano il suo cinema (un cinema fatto di poesia e che, credo, sarebbe piaciuto anche a uno come Pasolini, che il "cinema di poesia" lo ha teorizzato nei lontani anni 60)...

jueves, enero 21, 2010

Talismani

"Toccando un mosaico fatto con le diverse lave del Vesuvio e dell'Etna,
la sua anima si slanciava nella calda e fulva Italia: assisteva alle orge dei Borgia,
libero correva per le terre d'Abruzzo, ardentemente desiderava amori italiani,
si appassionava per i bianchi volti dai lunghi occhi neri".
Balzac, La pelle di zigrino

Ma quanta tristezza c'è nello sguardo di questa donna sui sessant'anni, quando mi confessa candidamente che oggi si pente di non aver saputo sfruttare al meglio il suo tempo, di non avere studiato e scritto di più (oggi è un'eminenza nel suo campo di studi; un luminare della Letteratura Spagnola del Siglo de Oro; ha pubblicato pochi saggi, ma quei pochi sono citati da tutti, sono diventati dei "pezzi" di critica letteraria imprescindibili, rispetto agli altri che trattano gli stessi temi...). Quanta nostalgia per gli anni che sono svaniti così rapidamente, mentre mangiamo un piatto di pasta alle vongole in pieno centro, in Piazza Dante, ricordando quello che è stato.
Ho 33 anni, le dico. E' ancora così giovane....lei, mi dice. Poi il cameriere porta il conto e lei paga al volo, ancor prima di darmi il tempo di rendermi conto che è stata lei ad invitare me, e non viceversa.

Giornata davvero pesante. Dopo aver parlato con la professoressa mi ritrovo in stazione per prendere il treno. Mi sento uno zombie; tutto mi spaventa; tutto mi repelle.

Treno (disastrato, maleodorante, vecchio, come tutti) Pisa-Firenze. Accanto a me sono sedute due giovani ragazze sulla quarantina. Entrambe molto truccate; vestite alla moda; con scarpe coi tacchi a spillo; e dei cellulari che non ho mai visto prima in vita mia.
Parlano una lingua che non riesco a riconoscere. Anche per effetto della stanchezza accumulata dalle 5 del mattino. Di cosa parlano queste due? E in che lingua? Sono italiane? E' italiano quello che sento? L'una dice all'altra che quel viaggio è stato del tutto inutile; l'altra è d'accordo, poi squilla il cellulare, risponde (in inglese), mi sembra che parli di scarpe, di sfilate, di import-export, poi riattacca mentre l'altra sbadiglia e chiede se era Kim, lei risponde di sì, era Kim, allora sbadiglio anch'io e, accavallando una gamba sull'altra, tocco sbadatamente il ginocchio di una delle due giovani donne (quella coi capelli neri, tinti, corvini) e chiedo scusa e finalmente m'addormento.

"Come poteva fare il pubblico a capire che erano trascorsi 5 anni dall'ultima azione rappresentata?". La domanda è rivolta all'intera classe. Il testo preso in esame è Don Giovanni. Prima silenzio di tomba; poi una mano (la mano di una morta vivente) si solleva.
"Passava una scritta che ci diceva: 5 anni dopo".
Il prof. fa cenno di no con la testa. Vorrebbe sbattere la testa contro il muro. Poi ride, per non piangere.
"No; avanti un'altra".
Un'altra zombie alza la mano, convinta:
"Passava una ragazza con una scritta che diceva: 5 anni dopo...".
Il prof. piange. L'aula, gelata, mantiene un rispettoso silenzio.
"No, prof., secondo me non è così che funziona. Forse c'era uno del gruppo degli attori, forse il regista, che con voce fuori-campo diceva: 5 anni dopo. Forse".
Il prof. piange e mugula ancora più forte. Prova a spiegare alla classe che la parola, a teatro, è veicolata soprattutto dai personaggi; che gli attori che interpretano i vari personaggi possono farsi carico (con estrema facilità) del compito di trasmettere allo spettatore un messaggio così semplice e, pure, così importante come quello: che dall'ultima volta che li abbiamo visti in azione sul palco sono trascorsi ben 5 anni. Ma non sarà tutto fiato sprecato?

Il treno arriva puntualmente in ritardo. Di pochi minuti. E comunque: in ritardo, cazzo. Squilla il cellulare (e mentre solleva la cornetta si convince che quelle due sedute affianco a lui sul treno siano due rappresentanti di una marca famosa, di una grossa marca di moda per scarpe di alta qualità - roba tipo Prada, Max Mara, Geox, etc.). E' una sua amica. Silvia:
"Ciao, come va?".
"Ciao, Silvia, non mi aspettavo una tua telefonata?".
Lei gli spiega di un esperimento che sta cercando di portare a termine con la Tim. Lui non capisce bene cosa c'entri la Tim, né di quale esperimento si tratti. Un barbone gli chiede l'elemosina e lui ride sotto i baffi - non per il barbone, ma per una battuta che ha fatto l'amica. A Vercelli c'è nebbia fitta da quattro giorni. Non ci si vede più dalla nebbia.
"Hai ragione, dovremmo vederci più spesso. Ma lo sai, io sono metereopatico, a me la nebbia m'amazza!".
Fa battute idiote di cui, subito dopo, si pente. Si pente anche di quello che le ha appena raccontato: non sa bene nemmeno lui come ci sia riuscito, fatto sta che ha finito col parlare con Silvia di Annette Schwarz, la famosa attrice porno.
"Vedi, anch'io sono d'accordo con te: uno deve trovare la forza, il coraggio, la sfrontatezza anche, se vogliamo, di portare avanti il proprio talento, di farlo sviluppare al meglio e di farsi valere per esso. Qual è il mio talento? In cosa sono davvero bravo? E' questa la risposta cui bisogna dare una domanda".
Silvia, preoccupata, all'altro capo del telefono:
"La domanda cui bisogna dare risposta, semmai, scusa".
Lui si corregge e afferra la bici, sbatte contro un capotreno, chiede scusa (scusandosi in un sol colpo con l'amica al telefono e col capotreno, in diretta).
"Sì, e poi bisogna anche sapere come farsi pubblicità", aggiunge lei, immersa nella nebbia.
"Sì, hai ragione. Nessuno viene a cercarti a casa tua", aggiunge lui, sempre più in bambola.

Ci vorrebbe un talismano. Ai primi del Novecento c'era gente che credeva ancora nei medium; nelle sedute spiritiche. C'era gente che credeva di parlare col caro estinto. C'era gente che pensava davvero che fosse possibile trovare un varco per stabilire un contatto con i morti. E, soprattutto, ci vorrebbe un po' più di tempo per fermarsi a riflettere. Qui dentro corrono tutti. Non c'è pace. Non c'è requie. Nessuno si ferma più a guardare come brilla il cielo di notte (anche perché le stelle sono diventate più opache, a furia di gas tossici e smog). Che romantico che sei! Alyssa urla questa frase dal bagno. Mentre è intenta a fare i suoi bisogni e legge una rivista femminile che parla di problemi di cuore (nel senso sentimentale del sintagma, non in quello salutare - o salutista, o medico, che dir si voglia). Che romantico, ancora credi ai Re Magi!

In tv danno una replica di un vecchio programma degli anni 80. Un trio di comici scimmiotta la postura impettita di certi giornalisti dei telegiornali della RAI. E poi passano a fare la parodia delle telenovelas messicane che, anni prima, andavano così tanto di moda. Che fine hanno fatto quelle telenovelle? Che fine hanno fatto quelle casalinghe d'un tempo? Ci sono ancora o sono tutte emigrate in Messico?

Talismano o meno, qui è difficile trovare la strada giusta. Parcheggio la bici sotto casa. Mi scordo di metterci il lucchetto. La mattina alle 5 sono di nuovo in piedi. Faccio colazione al volo. Do un bacio sulla fronte ad Alyssa. Scendo le scale a quattro a quattro. E quando apro la porta e vedo che mi hanno fregato la bici bestemmio e impreco perché non è giusto, non si può punire così un onesto cittadino che paga le tasse e che usava la bici per andare a lavoro e per guadagnarsi il pane col sudore della fronte, cazzo! Sento un rumore forte, una frenata improvvisa, un fischio sull'asfalto...Prego. E penso: forse c'è un Dio, in questo mondo, che ristabilisce un minimo di giustizia civile...oltre che morale...

lunes, enero 18, 2010

I misteri della lettura (riscoperta)

"Chi può dire perché abbiamo respinto per tanto tempo un libro, dopo averlo comperato, perché non siamo neppure riusciti a iniziarlo, nonostante lo avessimo desiderato a lungo, perché lo abbiamo sempre guardato con fastidio, senza che in definitiva ne sapessimo qualcosa di preciso, tirato fuori ogni tanto dallo scaffale franante per il sovrappeso per dargli un'occhiata frettolosa e avida, infastiditi persino dai suoi caratteri di stampa, e poi un giorno, senza che in apparenza sia cambiato nulla, lo riprendiamo in mano dopo molti anni senza la minima esitazione, e cominciano a leggerlo con passione crescente e inarrestabile, esattamente nel momento in cui può avere su di noi la massima capacità d'irradiazione?"

Antonio Moresco, Lettere a nessuno, Torino, Einaudi, 2008, p. 173.