lunes, julio 17, 2017


Liguori Editore




Mentre scrivo una poesia (chiamiamola pure “poesiola”) che s’intitola Dos ojos de gata (invece di stare a studiare con serietà e costanza per concludere due benedetti articoli che mi sono rimasti sul gozzo), mi giunge un’email che m’informa della scomparsa di Guido Liguori, il responsabile della Liguori Editore.

              E la domanda che sorge spontanea è la seguente: perché Franco Liguori (evidentemente, il figlio, il fratello, il nipote, o comunque sia, un parente stretto dell’Esimio Editore) mi ha mandato questo messaggio d’esequie? Perché ha sentito il bisogno di avvisarmi del suo cordoglio? Quand’è che io ho conosciuto Guido o Franco o altri membri della casa editrice “Liguori”?

È davvero sconcertante vedere in quali strambi modi, attraverso quali strade labirintiche e tortuose, un uomo del XXI Secolo può venire a conoscenza della scomparsa di un suo simile (entrando così in contatto diretto con la morte di un altro – o anche: con la Morte dell’Altro…).

Ascolto gli Arcade Fire (una canzone d’una bellezza e d’una tristeza infinite che s’intitola Mountains beyond Mountains) e ripenso anche a colei che mi ha ispirato la scrittura (e l’ideazione) di questa piccola poesia (ma chiamiamola pure “poesiola”). 

È davvero ben strano constatare che, così come è facilissimo, perturbantemente facile, entrare in contatto con la morte di un proprio simile, altrettanto semplice è entrare in contatto con una persona che conoscemmo in diretta 3 anni fa, a Pisa, che abbiamo rivisto dal vivo solo 2 anni fa, a Milano, e che abbiamo rivisto solo 1 mese fa, a Torino, e che ora, stranamente, ci occupa la mente quasi 24 ore su 24…

A volte la chiamo “Musa”; altre “modella”; altre ancora, semplicemente, “bella” (inutile aggiungere, caro lettore, che tutti questi nick names sorgono dalla sua belleza fisica obiettiva). Lei ride. A volte sorride. Non la guardo quando lo fa, ma è come se potessi vederla dal vivo (quelle fossette che spuntano allegre e spontanee, quando il sorriso le illumina il volto… internet annulla davvero le distanze, quando la persona che ci occupa la mente, che dimora in pianta stabile nella nostra testa, ci interessa davvero, perché c’ispira una curiosità che sembra insaziabile). 

E parliamo di tutto, della vita e della morte, dei viaggi in Spagna e di quelli in Italia, delle vacanze e degli impegni accademici, dei nipoti che vengono a trovarci nel pomeriggio e dei fratelli e le sorelle che, benintenzionati sempre, ci offrono il caffè appena uscito dalla macchinetta della Bialetti (ogni tanto, le mando anche la foto dei caffè che faccio con la mia splendida “Mokona”, regalo di mia madre che, ogni tanto, mi chiama perché sente forte la mia mancanza).

Parliamo anche di fumetti (Dylan Dog, una nostra passione in comune) e di cinema (Her, il film che le ho consigliato e che lei ha subito visto – ma le ha lasciato l’amaro in bocca, e forse si è rivista, o si è vista fin troppo identificata con Samantha e col personaggio protagonista che s’innamora di Samantha – un giorno dovrò scrivere un saggio sul cinema di Spike Jonze e l’Esistenzialismo contemporaneo, magari con un primo capitolo dedicato proprio a Her: titolo: “Her, di Spike Jonze: un futuro ricordato”   e chissà che qualche lettore curioso e “ozioso” non sgami il ghigno a quel saggio stupendo del grande Harold Fish, libro che lessi da ragazzo e che mi aprì la mente – solo in seguito avrei scoperto che il Prof. Fish si occupava anche di Bibbia e della presenza del testo sacro nelle opere di William Shakespeare…quante cose scopriamo solo a posteriori…com’è buffo il destino di ogni essere umano su questa Terra, in relazione al concetto di “conoscenza”...arriviamo sempre in ritardo, manchiamo sempre l'appuntamento, le intuizioni sono rare e raramente ci fidiamo di queste ultime, siamo troppo impegnati a far quadrare un circolo che è e sarà sempre vizioso...).

E così, mentre attendo che l’Università chiuda definitivamente i suoi battenti e io e la mia compagna d’avventure si inizi (insieme) un nuovo viaggio per il Portogallo, ecco che torno a chiedermi quand’è (quando cazzo è stato) che io ho provato a pubblicare con Liguori Editore e come mai (perché?) Franco Liguori mi avvisa del fatto che Guido è morto e che, nonostante tutto, la vita va avanti, la casa editrice continuerà a pubblicare libri di qualità (dò uno sguardo al catalogo e m’imbatto subito in un titolo che m’incuriosisce: Fellini-Satyricon. Tra  memoria, racconti e rovine: un sottosuolo dell’anima…e come non essere attratti da una roba del genere…la mia missione su questo Pianeta essendo proprio questa: “scavare dentro il sottosuolo dell’anima” per vedere cosa vi si nasconde dentro, nella zona d’ombra più oscura e pericolosa, più tetrica e paurosa…sono certo che se non avessi studiato Lingue avrei fatto Psicologia o, perché no?, Filosofia…Ludwig Wittgenstein il mio modello da imitare, il maestro, la luce in fondo al tunnel...).

Ma basta divagare. Mando l’email con l’allegato, superando la mia cronica timidezza di fronte alle donne belle che sembrano modelle. La “Musa” legge e mi risponde con un messaggio vocale: “Ho appena letto Dos ojos de gata…Ma lo sai che mi è piaciuta tantissimo? Guarda, io sono ancora emozionata…te lo devo confessare…è così bella che mi viene voglia di leggerla una seconda volta…anzi, sai cosa ti dico? Io me la rileggo…e grazie!”. 

L’allegria che si trasmette da un cellulare all’altro, la gioia di vivere che oltrepassa i confini e mi arriva diretta attraverso le onde sonore e quel pulviscolo attraversato dai raggi del Sole di cui parla Epicuro (o forse no, era Democrito che ideò tutta una teoria atomistica - o atomica? - per spiegare di quali elementi effimeri e, al contempo, speciali siamo fatti).

È una vera e propria gioia sapere che le è piaciuta la “poesiola”. L’ho riscritta 3 volte, prima di arrivare alla versione definitiva. Ho cancellato parole che mi sembravano poco liriche; ho tolto qualche aggettivo, ho aggiunto qualche assonanza, ho amplificato qualche anafora, ho esagerato qualche iperbole. E lei ha apprezzato, lo noto dal tono della voce (prima o poi qualcuno dovrà scriverlo un racconto – o, perché no? un romanzo – sull’influsso di Whatsapp nelle relazioni umane; sta cambiando tutto, sia il concetto d’identità che quello di tradimento; siamo tutti le maschere che indossiamo; solo che la tecnologia ci aiuta a inventarci una maschera al giorno, a seconda del destinatario; finiremo tutti morti e solitari, tutti rinchiusi  e rintanati nella propria stanza, come Joaquin Phoenix in Her – il finale è da capolavoro e glielo dico e glielo confesso: “Il giorno che muoio vorrei che come epitaffio sulla mia lapide ci fosse scritta l’ultima email che il protagonista manda a Catherine, la sua ex”. Silenzio e poi la sua domanda: “E perché ti piace tanto quell’email?”. Risposta: “Perché c’è dentro tutta la fragilità di un uomo che ha amato, sapendo di essere stato riamato, e che ha fatto degli errori imperdonabili e che proprio per questo sa che non potrà più essere perdonato”. Silenzio dall’altra parte. Whatsapp diventa un tomba. C’è solo la tua foto in bianco e nero, da modella che sfila a Cannes, a sorridermi da chilometri e chilometri di distanza).

Ho amato. Sono stato riamato. E spero di esserlo in futuro.

Ecco un’epitaffio alternativo…

Gli Arcade Fire cantano ancora mentre mi accingo a porre fine a questo sproloquio senza senso e privo di sensi e io, caro lettore, non resisto alla tentazione, ti copio e incollo questi versetti:

Sometimes I wonder if the world's so small,
That we can never get away from the spraw.

Ecco, questa potrebbe essere una potenziale traduzione in italiano:

A volte mi domando se il mondo sia così piccolo
da non farci mai scappare dal nostro quartiere.

O anche: “da non permetterci mai di fuoriuscire dalla nostra cerchia”...

Fine


17/07/2017 (quanti sette in questa data!)

lunes, junio 19, 2017

Terry Gilliam e l'atto di coltivare i sogni (che si realizzano)


Leggo dalla bacheca del Facebook di un amico di Arezzo (una delle città più belle d’Italia) che Terry Gilliam ha finalmente concluso le riprese e il montaggio di The man who killed Don Quixote; l’impossibilità di finirlo aveva dato luogo al documentario (divertente e nostalgico al contempo) Lost in La Mancha (2002), in cui due assistenti della troupe raccontano gli alti e i bassi e l’inarrestabile lista di incidenti, imprevisti e sfortune varie che caratterizzarono quel primo tentativo di trasposizione cinematografica da parte del regista inglese (o americano, ora non ricordo più bene, comunque, Gilliam fu uno dei membri “storici” del mitico gruppo di comici dei Monthy Python). Sono passati 17 anni, ma, alla fine, a quanto pare, il mitico regista di Brazil (1985) e di Paura e delirio a Las Vegas (1998) ce l’ha fatta. Ha coronato il suo sogno. E questo “happy end” mi spinge a domandarmi: ma quanta forza di volontà avrà avuto Gilliam prima di vedere la luce alla fine del tunnel? Quanta capacità ha dovuto sfruttare per portare a buon porto un film che sembrava “impossibile”? Quante ore di lavoro? E di passione? E di studio? E di fatica fisica? (Orson Welles, che era un geniaccio, non ci è mai riuscito a finire la sua, di versione del classico cervantino, nonostante gli anni passati a girarci attorno, dal ’60 fino alla sua morte, se non ricordo male, ovvero, fino al 1985, incredibile la quantità di tempo spesa per poi non riuscire a montare il materiale, la Morte ha fatto prima di lui, Welles non ha mai dato il “final cut” a quel film che doveva sintetizzare tutte le sue ossessioni…ci sono addirittura critici cinematografici esperti wellesiani che sostengono che Welles non avesse alcuna vera intenzione di finirlo, quel benedetto film…).

Senza forza di volontà; senza capacità; senza molte ore di lavoro; senza passione e senza studio; senza sgobbare e sudare, non si possono realizzare i sogni di una vita. Questo l’ho capito un paio di settimane fa, il giorno in cui ho fatto lezione al bar (quella lezione di cui annunciavo alcuni temi nel post qui sotto). Doveva trattarsi di una semplice chiacchierata tra amici; un modo ameno e divertente per avvicinare i “non esperti” alle tematiche tipiche degli studi letterari, senza entrare troppo nel merito (nei tecnicismi tipici) di ciò che alcuni chiamano “Teoria della Letteratura” o “Letterature Comparate”; doveva trattarsi di un’oretta di intrattenimento dal vago sapore culturale (senza scadere nell’intellettualismo vacuo)… E invece… Proprio perché per me era un sogno che si avverava, proprio perché ho sudato e ho impiegato ore ed ore, giorni interi, per prepararmi, questa lezione è diventata la cartina di tornasole in cui ho potuto vedere (e toccare con mano) quanto la professione di docente sia parte fondante della mia vita, quanto questo lavoro (studiare e poi discutere con gli altri i frutti della propria ricerca) sia per me una sorta di vocazione, qualcosa di cui, ormai, non solo non posso fare più a meno, ma anche, e soprattutto, un modo d’intendere la vita (e gli affetti e il lavoro).

Mi ero preparato le citazioni giuste da proiettare sullo schermo gigante (un telone bianco posto a pochi centrimetri dal bancone) attraverso la presentazione in Power Point; avevo scelto con cura ogni link di video da mandare al momento giusto; avevo anche predisposto i link da usare con internet e poi…scopro che il computer del ragazzo che gestisce il bar non ha l’Office e, quindi, nemmeno il Power Point. E che il computer non ha il caricabatterie e si sta scaricando a ritmo accelerato. Ecco che una ragazza di Biologia, una dottoranda che studia le lumache, mi offre il suo, di computer portatile, e finalmente riesco ad accedere alla mia presentazione. Il pubblico sorride, poi io faccio qualche battuta per sdrammatizare: ridono, tra loro anche alcuni dei miei colleghi più cari, anche la mia compagna d’avventure, anche un paio di amici di lungo corso.

Ed è allora, in quel momento, quando sento le loro risate che prendo il microfono in mano (per farmi sentire anche da quelli che si sono seduti in fondo alla sala, un po’ distanti dallo schermo) e comincio a parlare con fluidità e ritmo sincronizzato, vedete questa frase? Si ripete in questo brano. Vedete? E questa citazione? Viene da questo testo. E questo testo? Diventa film in questo capolavoro. E questo capolavoro? Si rifà a questo classico della letteratura.

Poi proietto questa lettera:


“You May Want to Marry My Husband” che possiamo tradurre, letteralmente, così: “Dovresti sposare mio marito”. Si tratta di una lettera in cui Amy Krouse Rosenthal, una scrittrice (anche) di libri per ragazzi, dichiara tutto il suo amore per Jason, suo marito. Una lettera che scrive il 14 Febbraio, il giorno di San Valentino, sapendo che quello sarà molto probabilmente il loro ultimo San Valentino. La lettera apparirà, di fatto, il 3 Marzo del 2017 su The New York Times; e Amy, malata terminale di cancro, morirà di lì a 10 giorni.

Cito questa lettera perché dimostra in modo palese, quasi atroce, che sì, che è vero che la realtà è spesso (ahinoi) più irreale e assurda della finzione; si parlava di “triangoli d’amore”, di tabù e di sesso, di adulterio e di Madame Bovary, di come la letteratura, sin dai tempi di Omero, si sia impegnata a descrivere e narrare l’eterno conflitto (la guerra incessante) tra Eros e Thanatos e il pubblico che mi ascoltava ha capito. Ho sottolineato soprattutto la parte finale della lettera, quella in cui Amy dice che lascerà uno “intentional empty space” (uno spazio volutamente vuoto) affinché la futura moglie che lei immagina potrà innamorarsi del suo Jason possa iniziare a scrivere con lui la loro nuova avventura amorosa. E io me lo figuravo che qui avrei potuto toccare un nervo scoperto, avrei potuto commuovere qualcuno, e così è stato, accidenti, la maggior parte degli spettatori ha cominciato a piangere e io mi sono commosso insieme a loro, una situazione quasi surreale, all’interno di un bar, in mezzo a mezze pinte di birra e olive e patatine, tutti giù a piangere e a battere le mani.

Ecco, sono questi i sogni che si avverano. E sono queste le motivazioni per cui vale la pena studiare, sudare, impegnarsi, perderci molte ore del tuo tempo, girarci attorno: trasmettere quello che sai alla gente per fare in modo che la gente capisca che lì c’è qualcosa su cui vale la pena fermarsi a riflettere; studiare non per il solo fine egotista di prendere un bel voto o un applauso, ma per lanciare il seme del dubbio; leggere non solo per il piacere di farlo, ma anche e soprattutto per il piacere di contagiare anche il pubblico attraverso il virus benigno della lettura.


È come quando Terry Gilliam dà l’ultimo ciak. E poi monta il “final cut” del suo Don Quixote. A volte possono passare anche anni prima di arrivare alla fine. Ma sappiamo che ne è valsa la pena, perché abbiamo lavorato con la passione nel cuore e con la gioia del lavoro ben fatto, consapevoli del fatto che sì, certi sogni si possono davvero realizzare.

jueves, mayo 25, 2017

CHIACCHIERATE DA BAR (QUANDO LE LEZIONI SI FANNO FUORI DALL'UNIVERSITÀ)


Fra poche ore dovrò scendere in pista, o salire sullo scenario, per parlare di letteratura davanti a un pubblico che ancora non conosco, all’interno di un bar del centro in cui non sono mai entrato e con l’appoggio morale della mia compagna d’avventure che, proprio oggi, guarda il caso, compie gli anni...

Ci sono tutti gli ingredienti per: a) fare una figuraccia inenarrabile; b) fare una bella figura e lasciare il segno; c) fare un’intervento accademico serio e forse anche un po’ serioso che, molto probabilmente, farà addormentare la metà (più uno) degli spettatori.

E allora ho deciso che prima di prendere il microfono, prima di spiccicare anche solo una parola, mi berrò una birra, fresca, a volo, a stomaco vuoto, con l’intento esplicito (volontario) di ubriacarmi un po’ (di arrivare a stare “alticcio”), al fine di dare libero sfogo all’improvvisazione e che la “lezione” informale venga come deve venire, senza freni inibitori, senza troppe citazioni colte, senza troppi ragionamenti astrusi (anche se dovrò parlare di “triangoli amorosi”, di dialoghi intertestuali tra le opere di un contemporaneo e quelle di Miguel de Cervantes, di paratesti e di ipotesti, di ipertesti e dei rapporti sempre ambigui, sempre problematici, sempre affascinanti tra la finzione e la realtà – ovviamente, come sempre, la realtà supererà la finzione...).

Ho anche pensato di proiettare un video per spiegare che ci sono “amori” che, davvero, non finiscono “mai”, storie eterne di fantasmi del passato che, quando tornano a visitarci nel nostro presente, ci lasciano esterrefatti, a bocca aperta e sul bordo delle lacrime.


Ecco, sì, ho deciso: questo farò. E vediamo come va a finire...

lunes, mayo 15, 2017

Godard (un film de) Jean-Luc




È da circa una settimana che io e la mia compagna d’avventure non facciamo altro che guardare film di Godard: il 1 Maggio, la festa dei lavoratori, l’abbiamo festeggiato guardando Tout va bien (1972), che in italiano è stato tradotto con il titolo ben più minaccioso (e fuorviante, rispetto all’originale): Crepa padrone, tutto va bene; il 2 è stata la volta di Passion (1982) e poi, subito dopo (sessione doppia), di Prénom: Carmen (1983); il primo non c’è piaciuto (a dispetto di un prologo scoppiettante che prometteva bene; poi si è sgualcito, il film è diventato una lenta e stanca critica del sistema capitalista a partire dallo sciopero di un gruppo d’operai alle dipendenze di un grosso imprenditore dell’industria carnica – si dice “carnica” in italiano? Mi sa che me lo sono inventato…forse si dice “industria della carne”); il secondo e il terzo sono entrambi film “metacinematografici”: in Passion Godard si sollazza nel descrivere la crisi d’ispirazione di un regista che mescola l’immagine pittorica alle immagini in movimento (e viene subito in mente l’ormai cult saggio di un altro francese, il matto e mitico Gilles Deleuze, sempre spiazzante, sia in Image-mouvement che in Image-temps, strepitoso dittico per spiegare che cos'è l'immagine cinematografica a partire dai saggi di Henri Bergson su tempo e durata...); in Prénom: Carmen, invece, è lo stesso Jean-Luc Godard ad entrare in scena e ad interpretare la parte di un regista in crisi (e tutto mezzo stempiato e spettinato) che, nonostante tutto, sembra accettare la sfida di una nipote (o una figlia o un’amante o non ricordo più bene chi) bella e attraente che gli chiede di girare l’ennesima versione della mitica opera di Bizet.

Il 3 siamo tornati alle origini: che bellezza À bout de soufflé (1961), ovvero, Fino all’ultimo respiro! Che piacere tornare a (in)seguire i sorrisi, i dialoghi assurdi, le passeggiate lungo Senna di Jean-Paul Belmondo e della bellissima e sensualissima Jean Seberg (col caschetto sbarazzino)!



Il 4 abbiamo rifatto il bis: prima Deux ou trois choses que je sais d'elle (ovvero – e qui la traduzione è rimasta fedele all’originale – Due o tre cose che so di lei) e poi, subito dopo, Weekend (ovvero – e qui la traduzione spiega più di quel che vuol suggerire il titolo originale – Weekend, un uomo e una donna da sabato a domenica), entrambi girati nel 1967 (sembra che di mattina Godard girasse le scene del primo e di pomeriggio o di sera quelle del secondo, o viceversa, ora non ricordo più bene) ed entrambi molto ribelli, pieni di trovate, di dialoghi arrabbiati e trascendentali, di spirito illuminista puro, applicato alla Francia, a Parigi, ai borghesi parigini che si apprestavano a vivere (o a sopravvivere) al Maggio del 68…

Il 5 è stata la volta di Bande à part (1964), ovvero, di nuovo un tuffo nella Nouvelle Vague più genuina (è da qui che Quentin Tarantino prenderà spunto per il nome della sua casa di produzione cinematografica), ovvero, di quella corrente in cui il regista si prende la massima libertà nel cantare il proprio amore per il cinema e nel giocare con tutti i pezzi di questo enorme giocattolo (Godard smonta il montaggio, fa ballare i suoi attori senza musica, la voce in off  interagisce per guidare e poi spaesare lo spettatore, falsi raccordi che non portano da nessuna parte, etc.) e, poi, il 6 è toccato a Vivre sa vie (1962), con la stupenda Anna Karina (compagna sentimentale dello stesso regista, per una fase ampia della sua vita), che per me è come la versione-Godard della Passion de Jeanne d’Arc di Carl T. Dreyer…

Il 7 siamo tornati al XXI sec. e abbiamo visto il manifesto del cinema irredento del Godard di questi ultimi anni, Film Socialisme (2010) e qui non ci abbiamo capito quasi nulla, forse esausti, forse nauseati da tanto sperimentalismo e da tanto spirito rivoluzionario godardiano…


Nel frattempo, abbiamo cambiato casa, ci siamo traslocati in una zona residenziale e pedonale in cui è proibito l'accesso alle auto, i giardini sono rigogliosi, due alberi enormi dai rami pieni di fiori viola ci inondano la vista, l'appartamento è luminosissimo, la vista è tranquilla e ispira un contatto più puro con la natura, i bambini giocano al pallone, le mamme li accompagnano nella scuola elementare vicina, di fronte a noi c'è un'altra scuola, questa per disabili, e ogni tanto c'è uno studente (il più grande di tutti, a giudicare anche dall'età, oltre che dalla stazza) che grida, soprattutto attorno alle 17:30, che è quando fanno merenda e passeggiano nel cortile interno della scuola, e insomma, la nostra vita è cambiata, chissà se un giorno riusciremo a portare qui dentro le nostre rispettive biblioteche, intanto, Jean-Luc Godard ci dice che una parola è una parola, che un'immagine vale più di mille parole, che il cinema è arte, ma anche artigianato, ed entrambi capiamo quanto devono a questo regista ribelle sia il folle Lars (von Trier) che il mattacchione Quentin (Tarantino)...



Macron, intanto, è diventato Presidente della Repubblica Francese. Siamo al 16 Maggio del 2017 e io ancora non mi abituo a tanto spazio a disposizione (e la mia compagna di avventure mi propone di lasciare da parte Godard e di passare a Truffaut: Jules et Jim? Oppure Les 400 coups?).

martes, abril 25, 2017

Nota mentale

Dunque, dopo la vacanze pasquali (per la prima volta trascorse in Spagna e non in Italia, ma è andata di lusso, tra i vigneti de La Rioja che ricordano, per certi versi, quelli del Chianti e del resto della Toscana), mi aspettano i seguenti appuntamenti (questa nota mentale è per non impazzire del tutto e poter ricordare un minimo con ordine le cose):

a) oggi pomeriggio chiacchierata con un gruppo di signore maggiori di 60 anni in un paesino dell'entroterra; parlerò loro de La piel del tambor di Arturo Pérez-Reverte (temi principali: l'amore e la fede, ai tempi d'internet);

b) domani mattina, dalle ore 10, intervento di una mezz'oretta su Miguel de Cervantes (e te pareva!), alla ricerca dell'identità d'autore a partire dall'analisi dei famosi "prologhi" alle sue opere;

c) dopodomani chiacchiarata con un altro gruppo, un club di lettura di donne sempre maggiori di 60 anni, ma in centrocittà; parlerò loro di un grande classico della Letteratura Universale come è Cien años de soledad, del mitico Gabo (Gabriel García Márquez); questo romanzo uscì nel 1967; io lo lessi attorno ai primi anni 90; e mi rese il lettore onnivoro che sono a tutt'oggi...

d) il 9 Maggio intervento su Cinema e Letteratura: parlerò dell'importanza del fuoricampo a partire da alcune scene clou di Don Quixote (by Orson Welles, il film che non finì mai e che sognò tutta la vita); Apocalypse Now (by Francis Ford Coppola) e The Purple Rose of Cairo (by Woody Allen)... Verranno anche alcuni critici cinematografici; me la faccio sotto, ma bisogna buttarsi (senza paracadute)...

e) il 10 Maggio (ovvero, il giorno dopo il congresso sui rapporti tra Cinema e Letteratura) intervento su Letteratura e Guerra: parlerò de Los girasoles ciegos di Alberto Méndez all'Università pubblica. L'intervento è già pronto, dovrò però fare una presentazione in PowerPoint...

Insomma, non ci possiamo lamentare; non ci s'annoia...

jueves, marzo 30, 2017

VERO


Il tempo passa, lo sanno tutti, e però ci sono delle persone che sembrano mantenersi a galla sopra la superficie liquida dei giorni, dei mesi e degli anni (che passano senza pietà, senza senso, senza compassione per le nostre paturnie o i nostri dolori più intimi). Sono persone che sembrano restare perennemente presenti allo scopo di salvarci e di riscattarci nel momento peggiore, quello in cui ci sembra di affogare e di non riuscire più a venire a galla. Veronica (“Vero” per gli amici) è una di quelle amiche che per me esistono e resistono al di là del tempo (e anche dello spazio, perché io vivo nel Sud e lei a Madrid capitale).

Arrivo prima di lei e la receptionist (vestita in modo elegante, tutta di nero, ovvero, total black style) mi chiede in cosa può essermi utile. Le dico che ho una stanza prenotata a nome di Vero; verifica che è così e mi chiede se preferiamo una camera doppia con letto matrimoniale o con due letti separati. Un italiano e un’argentina che s’incontrano in un hotel. Sulla mia carta d’identità, all’altezza dello “stato civile”, c’è scritto “coniugato”; nel passaporto di Vero di sicuro non appare la scritta “single” (né, tantomeno, quella che recita “ufficialmente findanzata”). Chissà cosa penserà questa fanciulla… Di sicuro, pensa che siamo due amanti che si nascondono nel suo hotel per fare sesso selvaggio da ora (le 10:30 del mattino) fino a notte fonda. Le rispondo, con tono neutro, fermo: “Letti separati”. Lei mi sorride e procede alle operazioni di rito, poi mi offre la chiave, con un sorriso ancora più grande (quant’è difficile far capire all’opinione comune che due amici, anche se di sesso opposto, possono perfino dormire nello stesso letto e non succederà mai nulla, almeno fino a quando, tra i due, si manterrà quella distanza di sicurezza che dettano le norme implicite in un rapporto di amicizia vero, quando ci si rispetta e ci si preoccupa per l’altro, quando il tuo amico, quello che hai davanti, è parte di te e della tua vita, quando il sesso è l’ultima cosa a cui pensi, quando lo vedi ridere o soffrire, piangere o saltare di gioia, quant’è difficile rompere certi schemi e preconcetti, la mia “compagna d’avventure” l’ha capito subito che tipo di rapporto abbiamo io e Vero, è il suo ragazzo che ha protestato e all’inizio si è opposto, Vero ha dovuto spiegargli che abbiamo percorso gli ultimi 172 chilometri del Camino de Santiago e che abbiamo condiviso sudore, crampi, storte, lacrime e risate, durante quell’avventura, e solo allora se n’è fatto finalmente una ragione).

Nemmeno il tempo di poggiare la valigia e di aprire la finestra del balcone per vedere il panorama su Valencia, quand’ecco che suonano alla porta. Ci abbracciamo come due fratelli separati alla nascita. La sollevo da terra (Vero è bassina e pesa poco, un fuscello tra le mie braccia nerborute) e lei grida il mio nome facendo spaventare i due vecchietti della stanza di fronte alla nostra.

Poi la faccio accomadare su uno dei due divanetti predisposti accanto al balcone, nel mezzo un tavolinetto di marmo su cui predispongo la seconda colazione: una pera, una banana, due barre di cioccolato Milka, un pacchetto di crackers, un panino con prosciutto, formaggio e pomodoro (e una goccia d’olio extravergine d’oliva) e…una bella bottiglia di vino rosso della mia Regione (14,5 gradi, bello intenso, sapore deciso, retrogusto fruttato, sembrano fragole o mirtilli).

Ovviamente, abbiamo così tante cose da dirci che non sappiamo da dove cominciare. Era da due anni che non ci vedevamo. C’è l’imbarazzo (della scelta).
“Bello il panorama da qui sopra, non trovi?”.
“Bellissimo”, mi fa lei, sorseggiando il primo di una lunga serie di bicchieri. Ha le labbra carnose. La pelle più scura di come la ricordavo, sembra quasi mulatta. E con gli anni assomiglia sempre di più alla bellissima Inma Cuesta (cfr. foto supra).
“E come va il lavoro?”.
“Uno schifo, come sempre”, dice sorniona (Vero è molto caustica e anche assai sarcastica).
“E la tua storia d’amore?”.
A questa domanda non mi risponde subito. Il viso si rabbuia. È solo un attimo, dura un istante. Poi torna a sorridermi e mi dice che non lo lascerà mai, che non potrebbe lasciarlo, dopo 10 anni di rapporto.
Bevo anch’io un bel sorso di vino forte. E le spiego che, a volte, proprio i rapporti più longevi sono quelli destinati a finire, se non si cambia insieme, se tu cambi e l’altro resta troppo legato al suo “io” di tanti anni fa, se l’evoluzione (per così dire) non avviene in entrambi allo stesso ritmo e verso la stessa direzione.
“Tu l’hai mai tradita tua moglie?”.
A Vero non posso non dire la verità. Rispondo. E lei suggella la mia risposta con una laconico: “La verità s’insegue, sempre”. E poi finiamo a parlare del futuro, dei figli (“ti ci vedi nei panni di una mamma?”; “e tu che padre saresti?”; “te l’immagini la Domenica mattina circondati nel lettone matrimoniale da tanti pestiferi pargoli?”; “sai cambiare i pannolini?”) e dell’ignoranza generale che circola per le strade delle nostre città (“l’unica religione in cui credo è quella della conoscenza”) e della difficoltà di scendere a patti con tanta gente non solo incolta, ma anche ignorante e volgare, e del fatto che siamo entrambi comunque due stranieri, due espatriati (gli argentini, in questo, sono davvero come gli italiani: viaggiatori nati, nomadi che si adattano ad ogni clima, e Vero: “quando sei straniero, lo sei per tuta la vita”), e del fatto che ci appoggeremo l’uno all’altro se, in futuro, dovesse succederci qualcosa di brutto (una separazione, un divorzio, una malattia grave)…


Poi ci lasciamo alle spalle la stanza con le coperte sconvolte e la bottiglia vuota e il panino smangiato e ce ne andiamo a fare i turisti per caso per il centro storico di Valencia. Siamo tornati adolescenti; lei con la cartina in mano (le è sempre piaciuto guidarmi, come se fosse il mio GPS personale) e io con la macchina fotografica buona, quella semiprofessionale, intento a captare ogni minimo angolo artistico della città vecchia. E quando s’alza un vento polare inaspettato ci abbracciamo, o meglio, l’abbraccio forte, come a volerla proteggere dal freddo improvviso e lei: “Mi piace che mi proteggi”. E io non dico nulla. Amici da quasi 16 anni. Una delle amiche più care che ho. Una gran fortuna. Una grande opportunità. Una delle cose belle della vita.

miércoles, marzo 15, 2017

Miguel de Cervantes & William Shakespeare: tra i Morti e i Dormienti




Come notava giustamente il bravo Salvador de Madariaga (una delle figure di intellettuale tra le più eleganti e iluminanti del panorama spagnolo della prima metà del Novecento), il capolavoro cervantino è tale anche perché cambia. Come teorizza e spiega bene nel suo saggio Guía del lector del Quijote (apparso negli anni 20, ristampato nel 2016 dalla casa editrice “Stella Maris” in onore del quarto centenario della morte di Cervantes), il libro cambia non solo per ciò che succede tra il 1605 e il 1615 (il successo della Prima Parte e l’apocrifo di Avellaneda spingono Miguel a darsi da fare e a sfruttare al massimo la sua vena immaginativa, anche per smentire l’operazione di mercato subdola del suo concorrente), ma anche per ciò che accade ai due protagonisti, per cui Don Chisciotte si “sanchifica” e Sancho Panza si “chisciottizza”. È un fenomeno evidente anche dal punto di vista del linguaggio. A furia di camminare insieme per le lande desolate della Mancha, a forza di chiacchierare tutto il tempo, i due finiscono per “mescolarsi” l’idioletto, oltre che il modo di pensare e di vedere (interpretare) la realtà. Più ci avviciniamo verso la fine della trama e più Sancho spera davvero di cambiare il proprio “status” (e il governo dell’Isola di Barataria gli offre perfino l’illusione di aver cambiato “classe sociale” d’appartenenza) e, al contempo, e in modo inversamente proporzionale, più Don Chisciotte si fa cupo e triste, proprio perché non crede più alle chimere che gli dettano gli amati “libros de caballería”, diventando sempre più (pericolosamente) saggio, ovvero, realista.

Riguardo al primo fenomeno di metamorfosi, Madariaga ci offre vari esempi di frammenti in cui Don Chisciotte abusa dell’uso dei “proverbi” (tipico modo di parlare del suo umile scudiero) e, in parallelo e al contrario, Sancho abusa dell’uso altisonante e aulico del “linguaggio letterario” (che è il modo tipico di parlare del suo folle padrone).

Ebbene, in uno di questi brani Sancho sembra dimostrare un’acume, un’intelligenza, uno spirito critico, oltre che d’osservazione, degni di uno Shakespeare (e non serve ricordare che il “manco de Lepanto” e il “Bardo” di Stratford-Upon-Avon condivisero la stessa temperie storica e culturale, finendo col coincidere perfino nella data di morte, quel fatidico 23 d’Aprile del 1616 che – a detta dei biografi e degli esperti di entrambi gli autori – li vide abbandonare per sempre questa nostra triste Terra).

Ecco il brano in questione (lo traduco, male e al volo, dal testo originale, ovvero, dal cap. 68 della IIª Parte):

“Non lo capisco – replicò Sancho –; so solo che, finché dormo, non ho paura, né speranza, né pena né gloria; e sia lodato colui che inventò il sonno, manto che copre tutti gli umani pensieri, prelibatezza che toglie la fame, acqua che fa fuggire la sete, fuoco che riscalda il freddo, freddo che tempera l’ardore e, infine, moneta universale con la quale si può comprare ogni cosa, bilancia e peso che rende uguali il pastore al Re e lo stolto all’edotto! C’è solo un aspetto che rende brutto il sonno, a quanto ho sentito dire, e cioè che si rassomiglia alla morte, perché tra un dormiente e un morto c’è poca differenza”.

Ecco, inutile sottolineare quanto sia abile qui Sancho a manipolare il linguaggio a fine retorici (qui il contadino ignorante dimostra una ars retorica davvero all’altezza di quella che sfodera Don Chisciotte). Ciò che più mi colpisce è un altro aspetto, e cioè, il tema della Morte, rapportata (paragonata) qui al sonno, una specie di benedizione divina proprio perché, quando dormiamo, ci liberiamo, in un certo senso, dal peso dei doveri della vita da svegli: quando si dorme, come osserva giustamente Sancho, non si patisce la fama, non si ha più sete, né freddo, né caldo (ed è così, il corpo assume una temperatura standard dimenticandosi – letteralmente – del clima dello spazio esterno che lo circonda in quel momento). Ma Sancho Panza non si ferma qui: oltre a parlare bene del sonno, a farne l'elogio, lo compara con la Morte ed è per via di questa comparazione che ne sottolinea anche un aspetto – come dire? – negativo: i dormienti somigliano (in maniera perturbante?) ai morti; ed è proprio così, quando siamo stesi in orizzontale su un letto siamo fin troppo simili ai nostri "simili" quando sono ormai cadaveri.

Ora: a parte il fatto che questa comparazione (o similitudine) potrebbe avere origini antichissime e remotissime, a me colpisce il fatto che qui Sancho (assumendo il linguaggio “elevato” ed aulico del suo padrone) sembri echeggiare proprio William Shakespeare, il contemporaneo di Miguel de Cervantes (che peccato che non si siano mai incontrati! Sarebbe stato certamente interessante vederli a chiacchiera l’uno di fronte all’altro).

Pensiamo a un primo riferimento evidente: nell’Atto II, Scena I del Macbeth, Lady Macbeth scuote suo marito, che si è appena reso colpevole di aver ucciso il Re legittimo e i suoi rivali per la conquista della Corona, e cerca di tranquillizzarlo. Macbeth presagisce che, da quel momento in poi, non riuscirà più a dormire (teme che i fantasmi dei morti gli appariranno in sogno per ricordargli il suo ignobile gesto). Lady Macbeth gli risponde:

“The sleeping and the dead
Are but as pictures”.

Che possiamo tradurre proprio come Sancho: “I dormienti e i morti non sono altro che immagini”, che è concetto ben diverso dal comparare i morti e i dormienti come fa lo scudiero cervantino. In tal senso, Shakespeare è più “oscuro” di Cervantes. La comparazione è qui totalmente implicita e accomuna (nel giro di soli due versi) “sleeping” (dormienti, ma anche “il Sonno” o “il dormire”) con “the dead” (i morti, ma anche, in senso letterale, “la Morte” o “il morire”). E chissà quanti fiumi d’inchiostro avranno fatto spargere questi versi (più avanti Lady Macbeth torna a sottolineare l’apparato visuale o visivo della comparazione:

“[…]'tis the eye of childhood
That fears a painted devil”.

Che possiamo rendere con queste parole in italiano: “è l’occhio dell’infanzia [o anche: dell’infante, oppure: del bambino che è in te] che ha paura [o anche: che teme] di un diavolo dipinto [o anche: solo immaginario, perché solo “dipinto”]).

Insomma, il “Bardo” vuole dirci che Macbeth ha paura perché sta sovrapponendo due immagini che possono esser paragonate entrambe a un quadro dipinto: morti e dormienti sono solo “fantasie”, cose immaginarie; o anche: comparare i morti ai dormienti è qualcosa di spontaneo, quasi automatico, ma una cosa è un morto (che non si sveglierà più) e un’altra ben diversa è un dormiente (che sì che tornerà a stare in piedi e a camminare). L’errore di Macbeth è tutto qui: crede che i morti (le persone che ha appena ucciso) possano tornare in vita (perché solo “dormienti”). Ma così non è. Il fatto è fatto. Non si può più tornare indietro (ed è per questo che Lady Macbeth gli sottrae la daga con la quale ha ucciso quegli innocenti per “sporcarsi” anche lei del sangue dell’assassino; è come se Lady Macbeth volesse esplicitamente diventare co-autrice del delitto, assassina in contumacia con il marito).

Ma tornando a Sancho Panza: quando paragona il Sonno a una “bilancia” e a un “peso” che rende uguali il povero e il Re, l’ignorante e il dotto, sembra che stia evocando altre tragedie shakespeariane, in particolare, quei due o tre drammi storici (o cosiddetti “storici”) in cui il “Bardo” fa in modo tale che il Re di turno soffra d’insonnia e cominci tutta una tirata per dire esattamente il contrario di quanto va qui dicendo il nostro caro scudiero, e cioè, che il Re è il più sfortunato di tutti perché, a differenza dei suoi sudditi, deve vegliare per il bene di tutti, deve essere sempre pronto a vigilare sulla propria nazione, quando, invece e al contrario, il povero morto di fame non deve preoccuparsi di nulla e può dormire sonni tranquilli dentro la sua capanna fatta di paglia.

Ecco, questo tipo di ragionamento appare in modo molto curioso e quasi negli stessi termini in almeno tre casi: penso a Richard The Third (Riccardo III), penso a Herny The Fourth (Enrico IV) nella sua Prima e nella sua Seconda Parte e penso forse anche a Henry The Fifth (Enrico V).

Ecco i versi finali di uno dei primi monologhi di Enrico IV nell’omonima tragedia (II Parte, Scena I dell’Atto III):

“Then, happy low, lie down!
Uneasy lies the head that wears a crown”.

Che possiamo tradurre in italiano con queste parole: “Felici, dunque, quelli che giacciono di sotto! [oppure: che vivono in basso]. Scomoda giace la testa di chi indossa [o anche: di chi porta] una corona”. E ciò prorio perché il fatto di essere il Re impedisce allo stesso di dormire sonni tranquilli (come se detenere il Potere implicasse il soffrire – per sempre? – d’insonnia; e non ha tutti i torti Shakespeare a pensare una cosa del genere, perché chissà quanti “potenti” – come Enrico IV – soffrono la stessa malattia cronica proprio perché preoccupati di manterlo il Potere che hanno; chissà a quanti nemici devono pensare, da quanti occhi malvagi devono guardarsi le spalle, l’indomani mattina….).

Ecco: Sancho Panza sembra aver letto questo monologo di Shakespeare, ma per smentirlo. Secondo lui il Sonno rende uguali tutti, ricchi e poveri, superbi ed umili, Re e straccioni, proprio come…la Morte (Totò la chiama “a livella”, proprio per questo motivo).


E insomma: probabilmente né il “manco di Lepanto” ha mai letto le opere del suo contemporaneo, né, probabilmente, il “Bardo” ha mai letto le opere del suo collega spagnolo. Una cosa è certa: ci sono temi e tematiche che si riprensentano in modo simmetrico tra l’uno e l’altro classico. Come il fatto che il Sonno somigli alla Morte. O come il fatto che il Sonno, come la Morte, possa renderci tutti uguali (tutti vittime, in un certo senso) o, al contrario, possa visitare senza problemi le case dei più poveri e tenersi a debita distanza dalle corti dei Re più potenti (e, proprio per questo, più facili prede dell’insonnia). William & Miguel. Cervantes & Shakespeare. Nel mezzo: noi, morti in potenza, dormienti quotidiani…