martes, mayo 22, 2012


Quando il letto è (con)diviso



L’altro giorno ho sentito per telefono una mia vecchia amica e collega che insegna nelle scuole medie di un paese vicino Roma. Era da mesi che non avevamo più notizie l’uno dell’altra e così, senza quasi accorgercene, e dopo esserci aggiornati sulle ultime novità, ci siamo messi a parlare di sesso. Non che fosse previsto (nessuno dei due poteva pensare che saremmo arrivati a toccare proprio questo argomento), comunque, è successo ed è stato anche divertente (a volte, poche e rare volte, è divertente anche solo parlarne).

La mia amica ora vive da sola. Circa 2 anni fa ha subito il trauma del divorzio; il matrimonio con il suo ex (il fidanzato di tutta una vita, quello che con cui stava da 13 anni, ormai) è durato appena 7 mesi; lui aveva l’amante e lei lo ha colto in flagrante. Lui ha chiesto scusa e lei, giustamente, ha contattato un avvocato matrimonialista per farsi spiegare quali passi seguire per avviare le pratiche del divorzio.

“Eppure”, mi racconta, con un tono di voce a metà tra l’ironia e la rassegnazione, “io non ci riesco ad occupare tutto lo spazio del letto matrimoniale. Non ci riesco proprio. E’ come se il suo lato, il lato in cui si addormentava lui, quello che era solito occupare al mio fianco, fosse ancora suo, e io non posso impadronirmene”.
Sospiro. Provo a darle coraggio e aggiungo, riflettendo a voce alta: “E’ come se tu fossi fedele al suo ricordo”. E lei, subito dopo, interrompendomi: “E’ come se mi mantenessi fedele ad un fantasma. Questo letto è stato visitato da altri uomini, ma mai nessuno è rimasto a dormire qui da me, te lo assicuro, credimi”.

La telefonata con la mia vecchia amica mi ha fatto riflettere molto. Ho riattaccato (o meglio: chiuso il cellulare – oggi nessuno riattacca più, non ci sono più i telefoni di una volta) e ho pensato che da quando sono single (cioè, da un annetto ormai a questa parte) a me è capitata la stessa identica e strana cosa che è capitata (che capita) alla mia amica… E cioè, che il mio letto è condiviso con altre donne (o ragazze), ma resta pur sempre un letto diviso, in due, come se dall’altro lato dovesse dormirci un’altra, una donna (o una ragazza) che ancora non è arrivata e chissà se e quando arriverà (o che era già arrivata e faceva parte del mio passato in pianta stabile e io mi mantengo a lei fedele nonostante le scappatelle o le storie di una notte, le avventure veloci che, spesso e ahimè, non lasciano molto, una volta soddisfatti i puri istinti di base…).

Il mio letto matrimoniale, esattamente come quello della mia vecchia amica della provincia di Roma, è condiviso e diviso al tempo stesso, ed è strano, paradossale, assurdo che io non abbia il coraggio di occuparlo tutto, per intero, spiaccicandomici o stendendomici come se fossi l’unico e sovrano proprietario…

Ecco perché mi è capitato spesso, negli ultimi tempi, di dire alla mia compagna d’una notte: “Mi dispiace, non puoi restare, non puoi dormire qui”… frase che non avrei mai pensato di poter pronunciare davvero nella realtà di questo mondo, frase quasi machista (io che non lo sono mai stato e le donne le adoro e le rispetto o provo a rispettarle in nome dell’affetto e della buona educazione), frase alquanto antipatica che mai avrei immaginato detta da me, pronunciata dalla mia voce, rivolta ad un essere umano di sesso femminile… E quando la pronuncio è evidente che la persona cui è destinata non se lo aspetta o ci resta malissimo, mi guarda storto o mette il broncio, com’è possibile?, si domanda, e mi chiede ad alta voce: “Perché? Cosa c’è che non va? Perché non posso restare? Ora è tardi, come faccio a tornare a casa da sola a quest’ora?”. E quello è l’attimo fatale in cui ci si gioca la faccia: o si dice la verità e si è seri, o si finge e si è sciocchi.

“Non riesco più a dormire con una donna al mio fianco”, potrei dire. Oppure: “Non voglio che questa storia diventi qualcosa di più grosso; non voglio impigliarmi in un nuovo rapporto sentimentale; non voglio complicarmi la vita; non voglio una fidanzata, per ora; non mi sento pronto a condividere il letto, la mia intimità, con una donna con cui ho fatto solo sesso; non me la sento, scusami, non ce la faccio proprio, è più forte di me, io non sono innamorato, noi non abbiamo fatto l’amore, e il letto è il luogo intimo in cui si può dormire dopo che si è fatto l’amore, non sesso nudo e crudo”.

E l’altra persona mi guarda, con gli occhi lucidi, quasi sul punto di piangere. E tu, ovviamente, inizi a sentirti un verme, ti senti in colpa perché stai “scacciando” dal tuo letto una simile modella (o una così bella donna, o una così focosa giovincella, o una così intrigante amante coetanea…).

Cos’è che t’impedisce davvero di farla restare qui, su questo letto, al tuo fianco? Cos’è che ti spinge – ancora oggi, ancora ora, a un anno di distanza dalla fine del tuo rapporto sentimentale più importante e significativo – a dormire sul tuo lato, a lasciare intatto il lato in cui, in un’altra casa e in un altro letto matrimoniale, in un’altra città e in tutt’altra situazione esistenziale c’era lei, la donna che amavi e con cui ormai non condividi più nulla, se non il ricordo dei bei momenti passati insieme? Cos’è che ti spinge a dormire sempre e solo da un lato?

Ecco, io credo che la risposta stia tutta nella frase che mi ha detto la mia vecchia amica alla fine della nostra telefonata e che riadatto al caso mio: “E’ come se mi mantenessi fedele a un fantasma. Questo letto è stato visitato da altre donne, ma mai nessuna è rimasta a dormire qui da me. Nessuna è riuscita a scalzare la presenza del fantasma. E io, come un cretino, continuo a dormire solo su un solo lato, il mio, come se questo letto fosse diviso in due”.

miércoles, mayo 09, 2012


Il comun denominatore (nelle Università italiane)



E poi, all’improvviso, arriva l’estate ed è tutto un rigoglio di maniche corte, pantaloni leggeri, giacche di puro lino, scarpe da tennis tutte colorate e il sorriso perenne sul volto delle persone per la presenza benevola (e per un periodo di tempo più lungo) del Sole (uno dei miei pianeti preferiti).

E così, il prof. che si trovasse a camminare in mezzo alla mandria variegata ed eterogenea dei suoi studenti (oltre che di quelli degli altri), noterebbe subito l’arrivo della bella stagione e sentirebbe anche un certo senso di vertigine, nel contemplare le curve di certe ragazze, i seni prosperosi di altre, le gambe tornite e già abbronzate di altre ancora (gli ormoni impazziscono, a volte mi gira la testa, e avrei voglia di non uscire dall’ufficio, troppa grazia, troppa abbondanza, Dio mio, mio Dio…).

E poi noterebbe anche un’altra cosa: le coppie di fidanzati che si abbracciano, si baciano, si tengono stretti per mano, si fanno i dispetti, si prendono in giro, ridendo e scherzando, scherzando e ridendo, spensierati e innamorati (ah! Beatà gioventù! Quant’è beata la gioventù! Che invidia, ragazzi!).

E, infine, riposandosi un attimo sotto l’ombra di un albero antistante la Facoltà (di Lettere e Filosofia), noterebbe quello che solo ora intuisce essere il comun denominatore di tutte le Università italiane che ha visitato fino ad oggi (o perché ci ha lavorato con contratto a tempo determinato, o perché vi ha pronunciato una delle sue tante conferenze, o perché semplicemente vi si è trovato di passaggio da semplice collega amico di altri colleghi che, pur abitando in città diverse, insegnano la sua stessa materia).

Ed è proprio questo qua il comun denominatore di tutte le Università italiane (da Trento a Palermo, da Udine a Catania, da Pisa a Roma, da Firenze a Lecce): le coppie di giovani che si amano e che esternano il loro amore baciandosi in pubblico, ignari di tutto, dei loro amici, dei passanti occasionali, ignari, soprattutto, si direbbe, dei proprio docenti (che fanno la faccia di chi guarda con invidia e vorrebbe censurare, ma non può; di chi ormai ha passato la giovinezza e si ritrova dalla parte degli “anta”; di chi può solo guardare e non toccare; di chi pensa: “Io e mia moglie…ma da quand’è che non ci baciamo a quel modo? Da quand’è che non ci diciamo le fatidiche parole?).

E allora uno pensa (il prof pensa): c’è ancora qualcosa di vivo e di vero, in questo Universo votato alla distruzione e al fallimento; c’è ancora un senso, in questa società fatta di materialismo e di consumismo sfrenati; c’è ancora chi, tra i 19 e i 26 anni, crede nell’amore e sogna ad occhi aperti; c’è ancora speranza, insomma, ragazzi… e questo vale ovunque, da Nord a Sud, da Est a Ovest, in questa povera patria ridotta a brandelli…

lunes, mayo 07, 2012


Aire de Dylan, di Enrique Vila-Matas: Amleto ci salverà (o dei fantasmi che ritornano dal passato e ci parlano del presente)



Enrique Vila-Matas è stato spesso considerato uno “scrittore per scrittori” per le innumerevoli citazioni dalla letteratura universale che tempestano le trame dei suoi libri; autore “borgesiano” come pochi altri, in Spagna, attualmente, Vila-Matas ha fatto dell’intertestualità non solo (e non tanto) una tecnica letteraria, quanto uno strumento fondamentale per perlustrare sia la letteratura sia la realtà che ci circonda. Lo si può comprendere facilmente leggendo opere come Historia abreviada de la literatura portátil o il trittico metaletterario composto da Bartleby y compañía, El mal de Montano e Doctor Pasavento (tutti editi, in Italia, da Feltrinelli – tranne il primo, uscito nel da Sellerio).
L’ultimo romanzo, Aire de Dylan (Barcelona, Seix Barral, 2012) non fa eccezione alla regola: il contrasto tra un padre (scrittore) e un figlio (che, come lo “scrivano” di Melville “preferirebbe di no” – ma qui, il modello per eccellenza dell’ “uomo senza qualità” è il più volte citato Oblomov, protagonista dell’omonimo romanzo di Goncharov) è lo spunto da cui parte Vila-Matas per ordire una trama che si struttura evidentemente sulla prima scena dell’Hamlet: Vilnius (questo il nome del ragazzo, che per la straordinaria somiglianza con Bob Dylan è chiamato da tutti anche Little Dylan) riceve letteralmente le visite del padre defunto, Lancastre (nemmeno questo nome è casuale e ha un’origine chiaramente shakespeariana), che tenta di “penetrare” nella mente del figlio per spiarne le mosse, spingerlo a vendicare la propria morte (a quanto pare, causata dall’odio della moglie, Laura Verás – altro “nombre hablante”) e controllarne l’atteggiamento nei confronti di Débora (sua giovane amante ed erede letteraria).
Ecco, è da questa famosa scena dell’Amleto che nasce Aire de Dylan: Amleto senior torna da quella “oscura regione da cui mai nessuno è tornato” (affascinante contraddizione interna del plot – se mai nessuno è tornato perché lui sì?) per spingere Amelto junior ad aprire gli occhi sull’atteggiamento di sua madre e sulle colpe (inequivocabili) dello zio Claudio (colpevole di averlo avvelenato con del veleno versato nell’orecchio).
Lancastre farà lo stesso: solo che in questo caso, più che “apparire” al figlio Vilnius, “entra” all’interno del suo cervello, trasmettendogli anche i ricordi personali di un passato che, anagraficamente, non potrebbe mai riguardare il giovane sosia del cantante americano.
Ma cosa fa nella vita Vilnius? All’inizio ci viene spiegato che è un regista cinematografico: piccolo neo, non ha mai girato un film, solo un cortometraggio, con scarso successo, tra l’altro. Niente di strano, allora, che Vilnius voglia tornare dietro la macchina da presa per girare un grandioso e megalomane film sul “fracaso”, ovvero, sul fallimento, su tutti coloro che, in questa vita, hanno perso la loro battaglia personale. E non è strano nemmeno, allora, che Vilnius partecipi a un convegno con un intervento che s’intitola “Teatro de realidad”, in realtà, un esperimento che tenta di portare a termine nel bel mezzo di una sala piena di spettatori: l’esperimento riuscirà se Vilnius farà letteralmente scappare dalla sala i vari partecipanti. E invece? Fallisce, anche questa volta. Tra il pubblico, c’è il narratore in prima persona che, in modo graduale, inizia ad interessarsi alle vicende di Vilnius, della fidanzata Débora, delle strani voci che Vilnius sente nella mente ed attribuisce al padre Lancastre.
Che fine fa il principio di verosimiglianza in un contesto simile, all’interno di una trama imbastita per disorientare? Verso la conclusione del romanzo, il narratore che fa da testimone oculare e segue gli spostamenti e i dialoghi della giovane coppia sembra accettare le teorie dei “falibilistas”: non ci sono certezze, la vita umana è regolata dal caso, nessuno di noi potrà mai aspirare alla verità. Ma è anche Lancastre a sostenere, all’inizio della vicenda, che “Si Dios no tiene unidad, cómo voy a tenerla yo” (“Se Dio non ha unità, come potrò mai averla io”). Insomma, e modificando la domanda iniziale: come seguire le disavventure di Vilnius, Débora, Lancastre e dello stesso narratore-testimone oculare in un contesto siffatto?
Potremmo rispondere affermando che, in Aire de Dylan, ancor più che negli altri suoi romanzi, a Vila-Matas il principio di verosimiglianza non interessa più. E potremmo apportare prove, spiegando che, in realtà, nello scontro costante tra Vilnius e Lancastre si ripete lo scontro (tutto contemporaneo e assolutamente attuale) tra l’istanza di coloro che puntano tutto sulla “autenticità” (termine molto heideggeriano, sia detto per inciso) e coloro che, invece, credono nella “postmodernità”; tra chi, come il giovane sosia di Bob Dylan, pensa che, contro la crisi, non ci sia altra soluzione che “percorrere la strada dell’insuccesso”, smettere d’agire, di cercare lavoro, di fare soldi, di scendere a patti con la società che ci influenza – società a sua volta pesantemente manipolata da certa politica e da certo modo d’intendere l’economia – e chi, come il vecchio e ormai morto (e ancora per poco fantasma) Lancastre, pensa che “postmoderno” non sia un aggettivo vuoto o svuotato di senso, ma la quintessenza dell’arte contemporanea, l’unico humus che può rendere fertile la letteratura (impossibile, per il lettore che segue Vila-Matas da anni, non intravedere in questa critica al “postmodernismo” anche una sottile forma di auto-critica).
Insomma, Aire de Dylan mette in scena (anche teatralmente) la lotta tra due contrastanti punti di vista: tra chi intende l’arte come “finzione” (e sarà lo stesso narratore anonimo a sostenere che “siempre se han contado historia y siempre se contarán”) e come ri-scrittura e ri-elaborazione di opere di autori appartenenti al passato e alla tradizione letteraria passata e chi, invece, intende l’arte come “espressione dell’io”, scavo verso l’autenticità e la verità ultima.
Chi ha ragione? Se seguiamo attentamente le parole del narratore anonimo ci renderemmo conto subito che, in realtà, nessuna delle due istanze sembra soddisfare a pieno i nostri bisogni e le nostre esigenze (di “esseri umani”, oltre che di “lettori” o “spettatori” – il cinema e i riferimenti ad alcuni film della storia del cinema occupano uno spazio considerevole, all’interno di questo romanzo, più che in qualsiasi altra opera di Vila-Matas). E allora il lettore smaliziato può anche ipotizzare che il narratore esista, oltre che per raccontarci le vicende assurde, surreali o tragicomiche dei due personaggi, anche per creare una sorta di “ponte” metaforico tra due spazi che sembrano non comunicare tra di loro, tra due “luoghi” (culturali e artistici) distanti anni luce l’uno dall’altro. Forse l’arte (e la letteratura) sono gli unici strumenti che abbiamo per arrivare all’ “autenticità”; forse possiamo coglierla proprio grazie alle “finzioni” (a volte, finzioni al quadrato, come sono quelle che crea anche Vila-Matas) che l’arte e la letteratura inventano dai tempi di Omero (sono molti anche i riferimenti alla mitologia classica – da Ulisse a Ermete, fino ad Arianna). Forse, anche quella frase misteriosa che ossessiona tanto Vilnius e che lo spinge all’azione (lui che è l’incarnazione della passività e dell’oblomovismo), quella frase che appare nel film Tres camaradas di Frank Borage, quella frase che sembra sia stata scritta da uno degli sceneggiatori d’eccezione che partecipò a quel film ormai dimenticato da tutti (Francis Scott Fitzgerald, a quanto pare), forse quella frase, dicevo, e che recita: “Cuando oscurece, siempre necesitamos a alguien” (“Quando cala la notte, si ha sempre bisogno di qualcuno”), ecco, forse questa frase, che sembra così sdolcinata e banale, è anch’essa espressione di quell’ “autenticità” che, nei tempi che viviamo, sembra essere smarrita per sempre (o sembra sempre irragiungibile).
Aire de Dylan è un romanzo atipico, a volte tremendamente comico, altre sinceramente sconclusionato e raffazzonato, che ci invita a perlustrare e a inseguire questa chimera con ironia e intelligenza, con lirismo e, a tratti, con un po’ di sano spirito dadaista.

sábado, abril 21, 2012


Diaz, di Daniele Vicari: un film duro, che ci ricorda cos’è (diventata) l’Italia oggi



Tempo fa, e su queste “pagine virtuali”, elogiavo uno dei film più intensi (e meno noti) di Daniele Vicari, Il mio paese, un documentario – uscito nel 2006 – su cos’è l’Italia oggi e su cos’era in passato. Memore della lezione di alcuni maestri del cinema documentaristico (come Joris Ivens) e di alcuni “mostri sacri” del cinema nostrano cosiddetto “civile” (penso a Francesco Rosi e a Citto Maselli), Daniele (mi viene spontaneo chiamarlo così, anche perché quando lo conobbi la prima volta ero ancora un giovincello e, all’epoca, non sapevo ancora cosa fosse il linguaggio cinematografico) intraprendeva un viaggio da Sud a Nord per tentare di mostrare l’altra faccia dell’Italia, quella che gli slogan berlusconiani e le tv di Stato tentavano costantemente di nasconderci. E riusciva nell’intento: nel senso che Il mio paese metteva sotto gli occhi dello spettatore quei luoghi, volti, eventi da cui, in genere, le telecamere dei cronisti si tengono a debita distanza (la stessa “giusta distanza”, oserei dire, che Daniele mostra verso il finale del film, quando inquadra da lontano suo padre, intento ai lavori umili del contadino e dell’allevatore, sotto una coltre di neve impressionante, e riflette con voce in off su cosa sia diventata l’Italia – da mondo contadino a mondo industrializzato a “piccolo mondo globalizzato” che non sa (più) che pesci pigliare).

Con Diaz Daniele torna a occuparsi dell’Italia, ma fissando lo sguardo (suo e della sua macchina da presa) su un solo, singolo e ben delimitato spazio, quella tristemente nota “scuola Diaz” che divenne centro di scontri disumani tra manifestanti no-global e polizia di Stato durante le tragiche giornate del G8 di Genova.

Il regista è abilissimo a mescolare le immagini di repertorio (quelle amatoriali finite poi su internet e quelle trasmesse dai vari telegiornali) con le immagini che “re-inventa” a partire dalle carte dei processi che hanno visto indagati gli uomini delle forze dell’ordine resisi protagonisti del pestaggio ai danni dei manifestanti presunti violenti e/o affiliati ai famigerati “black block”.

Per re-inventare, Daniele ci racconta la storia di quella giornata riprendendola da diversi punti di vista: quello del giovane del Global Forum che non sospetta nulla e che non vede l’ora di fare l’amore con la fidanzata; del giornalista francese che non vede l’ora di tornare a casa con l’aereo; del poliziotto che guiderà l’irruzione nella scuola, dopo la schifosa cena servita a mensa; del vecchio sindacalista che, in mancanza d’alloggio, decide di dormire per una notte dentro la palestra della scuola, ecc.

E’ come se, da spettatori, diventassimo via via quei personaggi, come se, ogni volta, sposassimo il loro personale e soggettivo punto di vista. Ed è qui che il film ottiene il suo scopo: renderci partecipi dell’orrore, sia da vittime che da carnefici (non mi dilungo sulla fotografia – davvero bella e iperrealistica – né sulla prova degli attori né sulla colonna sonora).

Confesso di aver avuto paura e di aver sofferto, di essere stato fisicamente male, mentre guardavo le scene più violente e sanguinolente (o quella della tortura ai danni della giovane tedesca, davvero difficile da sostenere fino in fondo). E confesso pure di avere provato una rabbia cieca, non solo e non tanto contro gli “sbirri”, ma contro tutto quell’insieme di concause che hanno portato a quegli effetti devastanti (per tanti giovani venuti da Francia, Spagna, Grecia, ecc.). Confesso anche che il film mi ha fatto vergognare di essere italiano e che, mentre lo guardavo con occhi lucidi, mi venivano in mente sia Il divo (di Paolo Sorrentino) sia Gomorra (di Matteo Garrone).

E poi ho pensato ad una delle ultime frasi che appaiono prima dei titoli di coda: in Italia non esiste il reato di “tortura”. Se torturo qualcuno, in Italia, nessuno può condannarmi, perché, semplicemente, la legge non contempla quel reato. E infine, chiacchierando con l’amica giornalista che mi ha accompagato a vedere il film, mi sono ricordato di un articolo di Adriano Sofri, uno dei pochi articoli che, recentemente, avevo ritagliato da La Repubblica: quello che s’intitola “L’uso della tortura negli anni di piombo” (del 16/2/2012); non sono sempre d’accordo con le cose che scrive Sofri, però ricordo che quell’articolo mi colpì così tanto che fui spinto a ritagliarlo e a conservarlo come qualcosa di prezioso perché lì, con pacatezza e dovizia di particolari, l’autore mi spiegava che anche uno Stato democratico come l’Italia consentiva (e non ignorava affatto) l’uso della tortura come strumento per punire o estorcere informazioni al “nemico”.

Concludendo: Diaz è uno di quei film che, insieme ai succitati Il divo e Gomorra, farei vedere a tutti gli studenti delle scuole superiori, dopo attenta e corretta disanima dei fatti di cronaca, politici e storici cui questi film si riferiscono. Diaz è un film duro, a volte anche troppo duro, ma va visto perché serve a ricordarci che cos’è (diventata) l’Italia oggi; che cosa non deve diventare domani.

martes, abril 17, 2012


Ipotesi di lavoro (di scrittura – in potentia): ovvero, fino a dove è lecito impossessarsi delle parole “altrui”?



Dunque, la situazione è questa: nel monolocale-attico in cui vivo in questo momento (e fino a data da precisarsi – forse già da Luglio torno ad essere “madrilegno”), ho scoperto una cassa di legno. In realtà, più che di una vera e propria “scoperta” si tratta di un “riconoscimento” (ovvero, “riscoperta”): quella cassa di legno - messa in un angolino e accanto all'unico armadio che ho - mi era stata già segnalata dalla padrona di casa, ma non mi ha mai spiegato cosa ci fosse dentro. E solo in seguito, soltanto in un secondo momento (cioè: ieri), ho ri-conosciuto e ri-scoperto la cassa. L’ho aperta, con grande curiosità, e ho scoperto che dentro c’erano…libri. Ora, se c’è una cosa che più mi appassiona in questa vita (terrena ed effimera), dopo le donne, sono proprio i libri. E per ora, ringraziando il cielo, e a Dio piacendo, io coi libri ci ho campato – nel senso che li studio, li spiego e li faccio leggere ai miei (vari e svariati – a volte anche “avariati”) studenti. Ed è quindi ovvio che, non appena appurato che si trattava di carta stampata, mi sia messo ad aprirli uno ad uno e scartabellarli per vedere se dentro ci fossero fogli, appunti, tracce del loro legittimo proprietario.

In un primo momento ho pensato: “Sono i libri della signora, la padrona di casa”. In un secondo momento, e dopo aver letto un paio di dediche scritte a matita (chi può scrivere dediche a matita?), ho dedotto: “No, caspita, questi non sono della signora, questi libri sono di un altro, sono di un uomo – o un ragazzo, uno di sesso maschile”. E il motivo era presto detto: le dediche si rivolgevano a un fantomatico R. ed erano tutte scritte di pugno di una tale Luisa (dal tono e dai contenuti si capiva chiaramente che R. era inoppugnabilmente un "uomo"). Ergo: Luisa scriveva dediche a Roberto (Rino, Rocco, Rosario, Romualdo, Rinaldo, Rambaldo, Rambo) per i libri che lei gli regalava con tanto trasporto e affetto (e amore?).

Ho passato due ore a leggermi tutte le dediche di tutti e 13 i libri che tale Luisa ha regalato a tale misterioso R. tra il 12 Luglio del 2002 e il 5 Maggio del 2004… in totale, quasi 2 anni pieni di libri con rispettive dediche…

Confesso che mi sono sentito un po’ un ladro: stavo usurpando il ruolo del destinatario, stavo occupando (temporaneamente) il posto di R. E leggendo pensavo: ma quanto doveva essere cotta questa Luisa di questo R.? Perché le dediche sono bellissime, intelligenti, acute, spiritose, ironiche e danno l’idea di una ragazza (o donna?) con le stesse qualità. Una donna (o una ragazza?) innamorata di uno che non la ricambia; magari R. è (era?) un burbero, uno di quelli che non legge mai, o che, al massimo, legge un libro all’anno… E che libri sceglieva Luisa per R.! Milan Kundera (L’insostenibile leggerezza dell’essere e L’immortalità), Philip Roth (Lamento di Portnoy e Il teatro di Sabbath), Thomas Bernhard (Il soccombente e Il nipote di Wittgenstein), insomma, roba forte, di qualità, mica pizza e fichi (mica cotiche!). Insomma, Luisa stava tentando, con tutti questi suoi regali speciali, di trasmettere al suo R. un po’ del suo vizio della lettura, un po’ della sua spiccata e travolgente passione per la buona letteratura… E pensavo: ma com’è, se è ancora viva, questa Luisa? Che viso ha una donna (o una ragazza) che scrive cose come questo P.S.: “questo libro è una palla, ma il capitolo 7 è un racconto molto bello completamente staccato dal resto, che mi ha fatto pensare a te, e in generale al cammino sentimental-passionale-sessuale che ognuno di noi fa nella sua vita”? O cose come: “Nota bene: per capire quello che provo per te devi leggerti almeno le prime 50 pagine di questo libro, ti assicuro che non te ne pentirai e che ne varrà la pena”? Dio, che voglia di abbracciarla, una capace di scrivere dediche così “sentite” e così… come dire? personali, per niente scontate, sempre divertite e divertenti, traboccanti di un sentimento che, se non è proprio amore, ci si avvicina parecchio…

E poi mi sono chiesto: ma se R. questi bei libri li ha abbondanti dentro questa cassa di legno; se R. se ne è andato da questo monolocale senza portarsi dietro la cassa, li avrà davvero mai letti sti benedetti libri? E dove sarà oggi R.? Che faccia ha? Che faccia ha Luisa? E se erano una coppia scoppiata? Se R. già tradiva la povera Luisa con la sua migliore amica? Se con tutti questi libri la poveretta non è mai riuscita a scalfire la corazza di superficialità o d’ignoranza di R.? E se R., invece, e contro il mio farneticare e il mio assurdo pregiudizio anti-maschilista, li ha letti tutti, i libri, ed è rimasto così scottato dai messaggi che, tramite questi, Luisa gli inviava da non avere più il coraggio di portarseli nella sua nuova vita? E se Luisa ed R. si incontravano proprio dentro questo mio spazio temporaneo, dentro questo monolocale-attico nei pressi del centro storico di Salerno? Se, magari dopo aver fatto l’amore, Luisa gliele leggeva a voce alta quelle prime 50 pagine de L’insostenibile leggerezza dell’essere che R. doveva assolutamente conoscere?

Ho smesso di spulciare le dediche; a un certo punto mi sono dovuto fermare. Stavo fantasticando troppo. Mi era pure venuta in mente l’idea per scrivere un racconto su un ritrovamento così strano, in questo 2012, in questo mondo così lontano dalle trame alla Possession (di Antonia S. Byatt, per intenderci). E poi mi sono chiesto: “Ma sarebbe moralmente corretto o accettabile, da parte mia, infilare in un mio racconto ipotetico e potenziale le frasi di questa fantomatica Luisa? Chi mi dà il diritto di rubare queste dediche e usarle a fini “artistici” per un raccontino? Si sentirebbe più offesa o più lusingata la legittima proprietaria, se, in un incredibile e fortuito caso, e in un futuro più o meno lontano, venisse in contatto col mio racconto e scoprisse il mio furto? Si possono “sottrarre” in questo modo delle dediche per costruirci sopra una narrazione fittizia?

Ho richiuso la cassa di legno. E’ da un po’ che la guardo, ma non voglio riaprirla. Anzi, ho già preso una decisione: non leggerò più quelle dediche. E riguardo ai dubbi esistenzial-letterari, diciamo pure: “Ai poster(i), l’ardua sententia…”.

Fine – Fin – The End

miércoles, abril 11, 2012

Roma (e ciò che ha da offrire la capitale italica)

Nell'ultimo post parlavo di Madrid, decantandone le bellezze e la grande ospitalità, oltre che l'incredibile vivibilità, rispetto a molte città italiane che conosco. Oggi vorrei spezzare una lancia a favore di Roma "capoccia", che è senza alcun dubbio la "città più bella del mondo" (checché se ne dica o ne dicano gli altri e malgrado i suoi mille difetti, il traffico, lo stress, lo smog e gli altri duemila "impicci" vari).

Da dove partire? Beh, potremmo partire dalla nuova (di zecca) e strabiliante (nonché quasi fantascientifica) Stazione Tiburtina:


La foto mostra chiaramente il nuovo "skyline" che crea la stazione; ma non fa vedere la biglietteria minuscola, i mille sottopassaggi e gli innumerevoli corridoi alternativi che si sono dovuti inventare per permettere ai poveri passeggeri di salire a bordo dei treni (i treni delle nostre FS, ah, che treni all'avanguardia! Meglio chiudere subito questa parentesi; sento già salirmi la bile in gola).

E da Tiburtina potremmo fare un salto in centro: Roma è una di quelle città che ti permette di contemplare i fasti del passato (a gratis!) e d'imbatterti nei protagonisti del Presente (politici, attori, giornalisti, cantanti famosi oggigiorno). A me è capitato proprio questa mattina, all'uscita dalla Feltrinelli della bella (ed elegantissima) Galleria Alberto Sordi. Indovinate un po' chi ho incontrato? Lui:


Sì, è proprio lui, lo avrete riconosciuto tutti, è Andrea Occhipinti, il "padre" della Lucky Red, una delle case di produzione e distribuzione di cinema più valide, quotate e apprezzate d'Italia (prima che la Fandango di Domenico Procacci cominciasse a farle concorrenza, ovvio). 

Fa sempre effetto vedere dal vivo persone che ci si è abituati a vedere dentro uno schermo cinematografico: sì, perché Andrea Occhipinti, oltre che produttore cinematografico, ha fatto anche l'attore (negli anni 80 in qualche filmaccio di Lamberto Bava o Lucio Fulci; nei 90, facendo qualche cammeo o ruolo da co-protagonista).


Io, personalmente, lo ricordo nel ruolo di uno sbirro burbero in quel curiosissimo esperimento di cinema d'azione (a metà tra il poliziesco e il western) che è R.D.F. Rumori di fondo, per la regia di Claudio Camarca (dell'ormai lontano 1996 - ricordo che era molto bella sia la fotografia che la colonna sonora; ricordo che c'era anche Licia Maglietta, la cui fama è poi "esplosa" con Agata e la tempesta, di Silvio Soldini, del 2004 - molto elegante, la Maglietta in quel film, molto attraente, anche):


[da N.B.: la Maglietta recita sempre con la sigaretta in mano o in bocca; sembra che ormai la sigaretta sia diventata parte integrante dell'attrice; come se i registi non se la sentissero proprio di farle girare scene senza nicotina].

E poi si può fare un salto nella Roma dei Parioli; non che sia la mia zona preferita; quel quartiere non mi entusiasma; però c'è Ponte Milvio, e la vista che si gode da là non ha prezzo, come dice la pubblicità, e poi se a invitarti a fare una passeggiata è una cara amica che non vedi da una vita, beh, come dire di no?

Erano anni, in effetti, che non ci andavo, a Ponte Milvio, e guardare i lucchetti mi ha fatto davvero molta, molta impressione. La mia amica dice che li hanno limitati (o proibiti?), perché il peso eccessivo ha causato cedimenti del ponte stesso; non so se dare retta a tutto quello che mi racconta F.L. (ama raccontare balle o farmi scherzi scemi), però una cosa gliela voglio dire a Federico Moccia:


"Un giorno lontano, quando Ponte Milvio sarà ferito a morte o, peggio, crollerà rovinosamente, avrai più di un peso sulla coscienza, caro il mio scrittore; pensaci e rifletti, Moccia, tutto questo è stato fatto a causa tua (e non venirmi a dire ora che ne valeva la pena, per stare e sentirsi davvero Tre metri sopra il cielo...)".

Stordisco di chiacchiere la mia amica F.L., finché non mi propone di scattarmi una foto per immortalare il momento: non sono vanitoso, ma mi piace l'idea di farmi una foto su Ponte Milvio (e a debita distanza dai lucchetti): F.L. scatta, io poso, e questo qui sotto è il (modestissimo) risultato (F.L. ha scoperto la funzione "bianco e nero" e ora non la smette più di fare foto in bianco e nero):


La zona dei Parioli è piena di ristorantini chic, ma anche di trattorie dove sembra di poter saziarsi a prezzi umani e a base di cucina casereccia. La mia amica F.L. mi propone di goderci la bella giornata di sole primaverile sulla terrazza di un posticino tranquillo in cui servono piatti di trofie con zucchine, guanciale, panna e parmigiano come questo:


Diciamocela tutta: per 8,50 euro ci possiamo stare, anche perché la terrazza in cui ci servono i piatti è davvero portentosa, la cameriera è gentile (oltre che assai carina), la vista sul Tevere è fantastica, e il sole riscalda e abbronza che è un piacere (anche se bisogna mangiare con gli occhiali da sole se non si vuole stare tutto il tempo con lo sguardo in cagnesco).

Propongo a F.L. di cambiare aria e di andare a Piazza Vittorio per andarci a prendere il gelato da Fassi (noto anche come "il Palazzo del Freddo" - storica gelateria del quartiere Esquilino). F.L. tentenna (bisogna attraversare mezza città via tangenziale), poi si accende una sigaretta, una Camel Lights, me ne offre una (accetto), pensa e ti ripensa e, infine, e a testa bassa si avvia verso la sua macchinina per accontentarmi (per questo siamo amici: mi accontenta - quasi - sempre).

F.L. accende il motore, ma si dimentica di allacciarsi la cintura di sicurezza; le dico: "T'immagini, ci manca solo che ci fermino gli sbirri". 


Detto fatto, a pochi metri, appena svoltata la curva, una pattuglia di Carabinieri alza la paletta e ci blocca: patente e libretto, prego.


F.L. comincia a sudare freddo; io tremo (sempre avuta una paura irrazionale di fronte alle forze dell'ordine; le divise mi sono sempre state antipatiche; ogni simbolo d'Autorità mi repelle e mi provoca l'allergia, l'orticaria, l'ansia). 


Faccio un paio di battute per sdrammatizzare; F.L. ne fa una che fa ridere anche i Carabinieri:
"Vi assicuro che in macchina non porto niente d'illegale, tranne lui...", dice, con un sorrisetto isterico, segnalandomi col dito...

Uno dei due sbirri mi fissa. Poi sorride anche lui. Nemmeno mi chiedono la carta d'identità. Ci avranno scambiato per una coppietta di fidanzatini che ha appena appeso il loro lucchetto-promessa-d'amore-eterna su Ponte Milvio...

E mentre guardo dal finestrino il paesaggio che Roma mi offre (gratuitamente e a tutte le ore del giorno e della notte) penso: "Grazie, Roma!", come canta Venditti alla fine di ogni partita della "Magica"...

[P.S.: ecco, Roma offre questo e molto altro ancora; Roma ti accoglie, regalandosi, e se ne frega che tu sia bianco o nero, italiano o straniero, ricco o povero; è totalmente indifferente al tuo stato d'animo, perché Roma è uno stato d'animo, più che uno spazio fisico e geografico; è una condizione mentale che solo chi ci vive - o ci ha vissuto, come è il mio caso, fino a ora - può capire; Roma ti cattura e ti entra nell'anima ed è impossibile non amarla, anche se è casinara, caotica, follemente dispersiva e maniacalmente grande; Roma ci osserva, indifferente, perché sa già che siamo "suoi"]

jueves, abril 05, 2012


Madrid: capitale ospitale e vivibile




Non se dipende tutto dallo stato d'animo in cui uno si trova; non so se tendo (sempre) a idealizzare la Spagna e tutto ciò che concerne questo paese; non so se esagero, però a me pare che Madrid sia una delle capitali più vivibili e accoglienti e comode del mondo (ovvio che non le ho visitate tutte, le capitali del mondo, e ne ho viste pochine, ancora, però, sulla base della mia esperienza personale mi sento di fare una simile affermazione).

Prendiamo una giornata qualsiasi, prendiamo come esempio Martedì 3 Aprile 2012:

ore 8,15: sveglia e colazione abbondante a base di latte, caffè e "galletas Maria" (chi è stato in Spagna mi capisce; biscotti semplici, simili ai nostri "Oro Saiwa", ma più buoni);

ore 9,30-10,30: un'oretta di corsa in compagnia di un'amica conosciuta da poco (tenuta ginnica, cuffiette dell'mp3 alle orecchie, andatura svelta e allegretta, in un parco vicino al "Canal de Isabel II" con attrezzature moderne per fare anche golf, tennis, calcetto e volleyball);

ore 11,30-18,30: dopo la doccia di rito, full immersion nei libri della "Biblioteca Nacional" (con una breve pausa pranzo di mezz'ora nei giardini fantastici della stessa mitica Biblioteca) e studio intenso con, a disposizione di ogni utente, internet wi-fi gratuito e postazioni di lettura confortevoli e che danno davvero l'ispirazione giusta per scrivere, riflettere, pensare e ricordare;

ore 19,00-1,00 del mattino: passeggiate in centro con amici di vecchia data (ormai, ho quasi più amici qui che a Firenze o Pisa o Salerno) e poi cena (con gli stessi) e vagabondaggi di bar in bar nel quartiere "La Latina" fino all'una di notte;

ore 1,30-2,30: lettura di una raccolta di racconti, mini-saggi e poesie varie di Julio Cortázar dal titolo (molto bello) Papeles inesperados (che potremmo tradurre liberamente con l'espressione "Carte inaspettate" o "Appunti inaspettati").

Ecco, io in Italia non ci riesco a fare tutte queste belle cose nell'arco di un'unica giornata; mi sembra di non aver mai il tempo; mi sembra di essere sempre stressato e sotto pressione; mi sento come un folle che gira a vuoto, a volte (e non mi riferisco ai mezzi pubblici che, in generale, da noi, funzionano male – il confronto Roma-Madrid, in tal senso, è davvero penoso: Roma ci perde alla grande; non conosco Milano, la situazione al Sud è piuttosto simile – se non peggiore - a quella di Roma “capoccia”), e altre ancora come un pazzo che gira e corre e si sposta come una trattola.
Qui no, qui sembra tutto più “razionale” e più funzionale; tutto più vivibile e ben organizzato. E, quindi, so già che sarà un trauma, tra un paio di giorni, tornare alla dura realtà e riabituarmi ai ritmi italici (o italioti). Ma per il momento non ci voglio pensare (mi arrivano notizie di non so quale altro ennesimo scandalo di corruzione e tangenti tra i politici nostrani; ma, ripeto, per ora voglio godermi ancora un po' di pace e serenità, di società civile che sembra funzionare al meglio e di capitale che sembra accogliere tutti – sempre – a braccia aperte).
In foto: “jarras con tapas” (con, in primo piano, le unghia smaltate di Vero); anche questo mi mancherà, lo so già...