viernes, marzo 16, 2012


Tempus ruit (pare ancora...)



E' da quasi un mese che non aggiorno questo blog; mi viene in mente la frase di Cervantes, quando, anticipando le probabili critiche o le domande dei curiosi lettori e per giustificare in qualche modo la lunga pausa intercorsa tra la stesura de La Galatea (1585) e quella della "Primera Parte" del suo Don Quijote (1605) scrisse: "Ho avuto altri affari da sbrigare" o "Sono stato occupato in altre questioni"...


Ho letto anche poco, ultimamente. E non ho libri nuovi da recensire (sì, ne ho comprati, come L'incantatore di Vladimir Nabokov, grazie alla suggestiva recensione di Gabrilù sul suo blog "NonsoloProust"; e Nanà, di Zola, su consiglio affettuoso della mia cara amica Danny - anche lei gli ha dedicato una recensione; devo ancora leggerla). Ma, appunto, ho avuto poco tempo per vivere attraverso le pagine di un buon libro (e la cosa mi manca, lo ammetto).


In compenso, ho vissuto parecchio, a ritmi sinceramente accelerati.


Ho mangiato un hambuger al McDonald in compagnia di una mia vecchia alunna di scuola, incontrata per caso alla Stazione Termini, e non ho resistito alla tentazione di aiutarla col bagaglio (un'enorme e pesantissima valigiona a fiori in perfetto stile Woodstock), come fossi un cavaliere errante d'altri tempi o come fossi il suo maggiordomo in giacca e cravatta (o, più semplicemente, come fossi suo padre); ho passeggiato sul Lungarno di Pisa insieme alla mia ex, rimembrando i bei tempi andati e sviscerando al chiar di luna le cagioni principali che hanno fatto sì che il nostro rapporto finisse in un baratro per non riprendere mai più quota (eravamo caduti in basso e nessuno dei due ha avuto mai la forza necessaria per tornare a viaggiare a quote più normali; le ho fatto notare la targa in cui si dice che Leopardi preferiva il Lungarno pisano a quello fiorentino; lei ha sorriso e poi mi ha  abbracciato stretto stretto); ho assaggiato dell'ottimo Chianti a Firenze, nei pressi di Santa Croce, la mia piazza preferita (con Dante che domina e osserva tutti), in compagnia di una collega che insegna Letteratura Inglese all'Università di Potenza. E ho sentito citare un mio articolo alla presentazione delle mie prime due traduzioni (dallo spagnolo all'italiano) nella magnifica Biblioteca Universitaria della Facoltà di Giurisprudenza dell'Università degli Studi di Pisa, quando meno me l'aspettavo (a citarmi, un prof. dell'Università di Milano, incredibile a dirsi...). E ho commentato una volta una simpaticissima riflessione di "V." (for "Vagina") nel suo blog assai divertente "memoriediunavagina", in merito al tema: "come resistere all'assenza degli ex", o meglio: "come un film può ricordarti immediatamente che il tuo ex non c'è più" (e la malinconia è dietro l'angolo; ti guarda sorniona; sorride infingarda; è pronta ad afferrarti per il collo e a non lasciarti più andare via). 


E poi mi sono ritrovato a parlare di mestruazioni con una amica giornalista (molto battagliera, un cervello sopraffino) davanti a un ottimo piatto di ravioli al ragù in un piccolo ristorantino in stile "toscano" ad Avellino, ridente cittadina dell'entroterra campano, in cui, a quanto mi dicono, c'è un'altissima percentuale di giovani che si tolgono la vita (il suicidio come unica salvezza agli inverni rigidi ed infiniti di quella città; o sarebbe meglio dire: alla mancanza di prospettive lavorative certe o a sbocchi occupazionali anche precari). 


E ho preparato l'aperitivo a B., una mia cara amica attrice che studia Lettere a Napoli e sogna di vivere recitando al Piccolo o alla Scala (sogniamo in grande, noi, mica pizza e fichi). E l'ho perfino ascoltata recitare pezzi tratti da La signora delle camelie o da Questa sera si recita a soggetto (poi abbiamo stemperato l'atmosfera cantando a squarciagola "Amore disperato" di Nada - i magnifici anni 80). E ho perfino ballato con B., un pezzo di Lou Reed, di quando ancora cantava coi Velvet Underground (solo che non ricordo più come s'intitolava quel pezzo, magnifico per smaltire una sbronza, o distendersi sul divano a contemplare il soffitto, con una sigaretta accesa in bocca o sospesa tra indice e medio). E ho visto un film di Wim Wenders, del 1977 (l'anno in cui ho visto la luce), con uno stranissimo Dennis Hopper (doppiato malissimo in italiano) e con un giovanissimo Bruno Ganz (stranamente somigliante a Valerio Mastrandrea, in quel film)...come s'intitolava? Ah, sì, L'amico americano (o Der Amerikanische Freund, nel titolo originale), un film ispirato allo stesso romanzo che poi ispirerà pure Il talento di Mr. Ripley di Anthony Minghella e Il gioco di Ripley di Liliana Cavani - entrambi ancora da vedere). E lo vedevo seduto in uno striminzito stanzino di un piccolissimo pub di Salerno in compagnia di una critica d'arte contemporanea che sembrava mia nonna per il suo modo di non capire i film e il suo continuo chiedermi: "Ma lui chi è? Da dove esce fuori?" o "Ma lui è il marito di lei?" o "Ma ora perché lui muore?" o "Ma come mai ammazzano pure il controllore?" (indimenticabile quella scena "keatoniana" sul treno; una strage infinita compiuta da due pupazzi che non sanno nemmeno come tenere in mano la pistola)... 


E ho fatto lezione a un centinaio di studenti che non sanno che le mie occhiaie nascono da insonnia e che, molto probabilmente, ancora non sanno cosa significa soffrire d'insonnia... E ho visto, come al solito, il tempo scorrere...fuggire via...senza fare mai ritorno. E come dicevano gli antichi: "Tempus ruit" (ancora pare)...indefinitamente...

domingo, febrero 19, 2012

FAUST di Aleksandr Sokurov (2012): la stanza degli zombie


Non conoscevo il cinema di Sokurov; qualche amica mi aveva detto che era lento, troppo lento. Qualcun altro mi aveva detto che era pesante, troppo pesante. E io mi sono guardato il suo ultimo capolavoro, non trovandovi né "lentezza" né "pesantezza", ma una visionarietà allucinata e che cattura la retina dello spettatore dalla prima all'ultima immagine (dalla prima inquadratura enigmatica, in cui voliamo tra le nuvole come uccelli prima di planare in città, all'ultima, piena di grida di disperazione e di flussi d'acqua che il Dr. Faust crede di poter gestire a proprio piacimento).

Faust mi è sembrato perfino "veloce", per il ritmo che il regista è riuscito a imprimere a quest'opera "classica" che ci parla di noi, del nostro rapporto con la verità (una delle prime domande che il servo pone al padrone è: "Dove si trova l'anima?"; il tutto, mentre il Dr. Faust è impegnato in un'autopsia che sembra quasi un atto cannibalico, con tutte quelle budella e fegato e viscere e sangue carezzati, toccati, manipolati, "mangiati" - se non erro e ho visto bene...). Dove sta l'anima? Dove la verità? Non lo sa nessuno, neppure il dottore che ha studiato Teologia, Giurisprudenza e ... Filosofia. 

E poi c'è il problema del bene e del male, di cosa è giusto (e lecito) e di cosa ci allontana dalla luce (di Dio, il Sommo Bene, se si ha fede). E allora, nel momento del massimo dubbio e della massima crisi esistenziale, può capitare d'imbattersi nel Male Assoluto, nel Demonio, qui incarnato da Mauritius, un robivecchi cui 150 anime hanno dato l'anima in cambio di denaro, lusso, sesso, potere... soprattutto potere, un personaggio affascinante proprio perché mostruoso (chi potrà dimenticarlo nudo, mentre fa il bagno nelle vasche che le donnine del paese usano per fare il bucato? Chi potrà dimenticare quel corpo viscido, ammuffito e simile al bozzolo di un bruco?).


Mauritius è il Diavolo; l'angelo caduto dal cielo che sfida Dio e tenta l'uomo con l'arte retorica e la promessa del soddisfacimento di ogni desiderio (materiale o spirituale). Vuoi conoscere la verità? Dove sta l'anima? Il Dr. Faust tentenna, vacilla, e solo quando incontra Margarete, l'anima bella e fragile di una ragazzina, solo quando la vede e ne rimane abbagliato, comincia a tramare, a desiderare ardentemente, contro natura e contro Dio, contro la morale e contro ogni ostacolo che gliene sottragga la vista.

C'è una scena che mi ha colpito più delle altre ed è quella in cui, finalmente, il dottore ha ottenuto (tramite Mauritius) l'oggetto del desiderio: Margarete è completamente nuda, stesa nel suo letto; Faust le si avvicina, la carezza dolcemente (il regista qui ci regala dei primi piani della giovane attrice che lasciano letteralmente a bocca aperta - mai visto un viso così radioso al cinema, mai), le poggia le labbra sul sesso, insomma, sta per consumare l'atto e soddisfare il suo sogno lussurioso, quando a un certo punto si aprono le porte della camera, le ante di un armadio, sembra come se persino da sotto il letto sbuchino delle persone estranee, che non abbiamo mai visto prima, sembrano degli zombie, camminano a rilento come gli zombie e attraversano la stanza, passando vicino al letto, prima di sparire per sempre (dalla vista del dottore e dallo schermo cinematografico).


Ecco, questa è la mia scena preferita di Faust. Proprio quando sembra che hai raggiunto il tuo scopo, proprio quando ormai sembra fatta e il desiderio appagato, spuntano fuori questi loschi figuri, questi mostri spaventosi a rovinare la festa e a farti urlare di spavento, a farti piangere dal rimorso (forse) e a farti tremare per il destino che (ormai) ti attende...

domingo, febrero 05, 2012


Pulp Fiction e la questione della “durée” (in senso bergsoniano, forse)




Pulp Fiction è un film che dura 2 ore e 45 minuti circa, ma che scorre liscio come un video musicale di pochi minuti. Da dove deriva questa “percezione” accelerata di un film obiettivamente “lungo”? La domanda ce la possiamo porre alla settima o ottava visione del capolavoro di Quentin Tarantino (io l’altro giorno l’ho visto per la dodicesima volta). Le risposte possono essere varie. Proviamo a stenderne un po’:

a)    I dialoghi. Assurdi, esilaranti, ironici, comici, surreali. In Pulp Fiction si parla molto e i personaggi chiacchierano di tutto: dai massaggi ai piedi alle differenze culturali tra Europa e USA in campo culinario; dalle droghe pesanti alla Bibbia (Ezechiele 25,17 – “E tu saprai che il mio nome è quello del Signore, quando farò calare la vendetta sopra di te”); dal sesso estremo alle frittelle con la marmellata di mirtilli; dal cunnilingus ai piercing, ogni dialogo tra due o più personaggi è l’occasione che il regista sfrutta per coinvolgere lo spettatore in una specie di conversazione ininterrotta e sviluppata come davanti al bancone di un bar (o all’interno di un pub o sul divano di casa). Questo tipo di conversazione coinvolge e, ovviamente, non annoia mai. E anche se i personaggi sono tutti – chi più e chi meno – delle figure “bordeline”, noi spettatori “normali” veniamo letteralmente catturati dalle loro chiacchiere scattanti, strambe e piene di humor.




b)   Il piano-sequenza (l’uso del). Tarantino ha imparato il linguaggio cinematografico non sui manuali, ma sul campo, ovvero, guardando e riguardando migliaia e migliaia di film (lavorava come dipendente in un negozio di video-noleggio). Una delle tecniche che ha imparato meglio è quella del “piano-sequenza”, cioè, quando il regista inquadra una scena senza “stacchi”, ovvero, dando l’illusione di continuare una scena senza fare ricorso al montaggio, mettendo davanti alla m.d.p. (macchina da presa) gli attori che parlano e si muovono, agiscono e camminano come se la stessa m.d.p. non ci fosse (in realtà – Orson Welles docet – è essa stessa che tenta di nascondersi agli occhi dello spettatore). Potremmo fare moltissimi esempi di “piano-sequenza” (il mio preferito resta quello iniziale in cui si vedono Samuel L. Jackson e John Travolta che si recano dal gruppetto di giovani che ha raggirato il loro capo e aspettano un po’ prima di irrompere nell’appartamento: la m.d.p. li segue, non appena escono dall’ascensore e mentre camminano, fino a fermarsi davanti alla porta e poi spostarsi sul fondo del corridoio; dopo l’ennesimo scambio di battute con l’amico, Samuel L. Jackson esclama: “Ok, è ora, caliamoci nel ruolo”, e la cinepresa smette di seguirli). Ecco, l’uso sapiente del “piano-sequenza” rende l’azione “presente” agli occhi dello spettatore, che ha l’illusione di stare dentro gli spazi occupati dagli attori (su questo aspetto inviterei tutti a leggere le pagine che André Bazin dedica a Billy Wilder in Che cos’è il cinema, illuminanti davvero). E’ questo effetto “testimoniale” a rendere il film più scorrevole e veloce, sebbene duri quasi 3 ore. Ci siamo dentro. E non importa quanto tempo impieghino i personaggi per portare a termine le loro imprese. Potremmo restare lì con loro per ore e ore (o giorni e giorni). E non annoiarci mai.




c)    La musica. Quentin Tarantino deve aver ascoltato anche molta musica, quando noleggiava videocassette. E’ bravissimo a scegliere i pezzi più azzeccati per ogni scena del film. E quando una colonna sonora varia e si armonizza in modo perfetto con le immagini, beh, allora diventa davvero difficile annoiarsi o “patire” la durata del film. Oltre che regista, dunque, Tarantino sa fare bene anche il deejay. Mette la canzone giusta al momento giusto; anche in questo caso, potrebbe continuare all’infinito, noi spettatori saremmo lieti di seguirlo in ogni sua variazione musicale (che delusione la colonna sonora di Inglorious Basterds! Al confronto perfino quella di Jackie Browne è un gioiello…).


d)    La suspense. Citiamo una delle tante inquadrature “cult” di Pulp Fiction (di quelle che poi gli altri hanno copiato, parodiato, etc.): i due killers, Jackson e Travolta, aprono il bagagliaio della macchina per prendere le loro pistole (“Avremmo bisogno di fucili per simili lavori, cazzo”). E poi richiudono, immergendo lo spettatore nel buio del bagagliaio. In realtà, questa è la tipica inquadratura che il regista sfrutta per creare suspense nello spettatore (e ora che ci penso: non è che questa inquadratura sia poi così originale, se la sono inventata i grandi registi americani dei noir degli anni 40-50-60 – solo che poi Tarantino è stato abilissimo a rivitalizzarla): a partire da questo momento non potremo non chiederci su chi, come e quando questi due brutti ceffi useranno le loro pistole per uccidere a bruciapelo. Tarantino sa usare come pochi la tecnica della suspense (da antologia la scena della siringa di adrenalina nello sterno di Uma Thurman). E l’adotta dall’inizio alla fine del film, per cui, a ogni inquadratura, ad ogni scena, lo spettatore è ormai coinvolto emotivamente e convinto che…qualcosa di tremendo sta per succedere (o dovrà succedere). Morti ammazzati, stupri, incidenti autostradali, litigate o discussioni acide, incontri improvvisi: noi spettatori siamo proiettati “dentro” un costante stato d’animo di paura e di tensione. E anche questo rende il film “veloce” o “scorrevole”. Anche se dura quasi 3 ore. Non hai tempo per rilassarti o distrarti. Ogni minuto è buono perché qualcuno ammazzi qualcun altro. O lo offenda a morte. O lo stupri. O lo minacci con una pistola in mano. E tu soffri per la potenziale vittima. Perché ormai sei anche tu vittima dello stile di quel pazzo di Tarantino…


viernes, febrero 03, 2012



Racconti che fanno piangere: il caso di “Profezia”, di Sandro Veronesi




Tempo fa consideravo Sandro Veronesi uno degli scrittori più eleganti della letteratura italiana contemporanea; avevo letto e studiato tutti i suoi libri, e avevo perfino raccolto materiale per scrivere un articolo su “La figura del padre nell’opera di Sandro Veronesi”. L’intenzione era vedere come evolve, nel tempo, il personaggio del padre dal primo romanzo, quello d’esordio, ovvero: Per dove parte questo treno allegro (1988), fino ad arrivare a Caos calmo (2005), l’ultimo pubblicato al momento in cui avevo intenzione di buttare giù qualcosa in più che appunti o riflessioni sparse.
Si trattava di mostrare come il personaggio del padre fosse centrale, all’interno dell’universo romanzesco (e della poetica) dell’autore. Si partiva, appunto, dal padre bello, edonista ed immaturo di Per dove parte questo treno allegro (in cui il figlio si prende la briga di aiutare il padre attraversando l’Italia da Sud a Nord, prima d’arrivare in Svizzera e approdare alla scena finale anti-climax) fino a quello di Caos calmo (interpretato, al cinema, da Nanni Moretti nel film fedele ma non bello di Antonello Grimaldi), padre che, in termini freudiani, non riuscendo a portare a termine la cosiddetta “elaborazione del lutto” dopo la morte improvvisa della moglie, riversa tutta la sua ansia e la sua tendenza protettiva nella figlia di dieci anni, passando per il padre dal passato ignoto e incredibile de La forza del passato (2000), forse la miglior prova narrativa di Veronesi, in cui si racconta di come un modesto scrittore per bambini scopre che suo padre, in passato, apparteneva alla sinistra più radicale e lavorava in incognito per il KGB russo (sebbene, in vita, si fregiasse d’essere iscritto alla vecchia DC andreottiana).

Poi è passato il tempo, e mi sono disinnamorato, ho iniziato ad intravedere alcuni limiti nella scrittura di Veronesi, o comunque, ho cominciato a guardarlo con occhio meno benevolo, sebbene abbia continuato a leggere in ordine sparso quanto pubblicava: dall’inchiesta molto interessante sulla pena di morte nel mondo, Occhio per occhio (del 1992), passando per la trasposizione teatrale del film omonimo No man’s land (del 2003), finendo con la spassosissima raccolta di cronache italiche Superalbo (del 2002).

In questi giorni mi è capitato tra le mani l’ultimo suo libro, la raccolta di racconti Baci scagliati altrove (Roma, Fandango, 2011): qualcuno di questi racconti l’avevo già letto in passato (notevoli mi sono sempre parsi “Il ventre della macchina” e “La scarpa”); alla fine, ho deciso di lasciare per ultimo quello che appare come il primo racconto della serie, “Profezia”, ed è stata una folgorazione, questo racconto mi ha lasciato a bocca aperta, e mi ha fatto piangere, cosa che non mi capitava da anni, ormai…

“Profezia” è un racconto narrato in prima persona; la novità è che a parlare è Dio, ovvero, un Essere Supremo e Onnisciente. Dio sa chi siamo; sa come ci comporteremo in futuro; sa cosa abbiamo combinato nel nostro passato. Conosce perfettamente e nel dettaglio ogni minuto, ogni secondo della nostra vita presente. Inutile nascondersi, o fingere, davanti a Dio. Sandro Veronesi si mette nei panni di Dio e comincia a profetizzare ciò che farà lui stesso quando scoprirà che suo padre (di nuovo, la figura centrale del padre) si ammalerà ed inizierà a subire lo stesso calvario della madre (morta di tumore pochi mesi prima).

“Io so chi sei, Alessandro Veronesi,  conosco l’animo tuo […]”, inizia con queste parole terribili, inequivocabili, implacabili, il racconto di Veronesi… Dio può profetizzare il futuro, può predirci le nostre azioni future (remote o prossime che esse siano), perché conosce chi siamo ancora prima che venissimo al mondo. Ed è tutta in questa prospettiva temporale “straniante” (del futuro che in realtà – e sul piano autobiografico – è già passato) che si basa la forza di questo racconto che cattura, affascina e turba.

Veronesi ci parla dei fatti suoi, di fatti privati, è vero, però riesce a trasfigurarli in narrazione valida per tutti, perché la Morte è un dilemma, un mistero e un problema che riguarda tutti noi; ed è davvero difficile non leggere tutto d’un fiato questa iniqua lotta tra un mortale (figlio) e un morente (padre), tra chi cerca d’infondere coraggio e buon senso e chi, invece, sembra non volere altro che spegnersi per sempre, una volta per tutte, e mandare tutto alla malora.

Non solo: Veronesi ci fa capire anche quanto sia limitata la medicina, di fronte alla Morte, quanto possano risultare inutili certi palliativi, e vani i gesti di certi medici. E’ in casa nostra che vorremmo morire, non in una corsia d’ospedale, in un letto anonimo su cui sono morti già altri pazienti a noi totalmente sconosciuti. E non ci sono livelli A e livelli B nella cosiddetta “terapia del dolore”. Il dolore non lo si può curare, quando si arriva alla fase terminale. E ognuno è solo, di fronte a quel mistero.

Omaggio al padre, racconto autobiografico iperrealista, riflessione amara e, a tratti, anche ironica sulle nostre paure ancestrali, sull’impossibilità di fermare il tempo, sulla necessità di avere accanto le persone care, quando arriverà il momento di andarcene per sempre.

Io ho pianto. E non so se mi ricapiterà così facilmente, leggendo un racconto di una ventina di pagine (lette tutte d’un fiato, come se anch’io dovessi salvare qualcuno dalla Morte)…

P.S.: sul sito della Rai http://www.letteratura.rai.it è possibile trovare il video della lettura dell'autore; ma non fa lo stesso effetto, o almeno, non mi ha coinvolto tanto quanto la lettura individuale e in silenzio.

miércoles, enero 25, 2012


Qualcuno mi legge (e non sono le solite 3 o 4 lettrici di vecchia data)




Non sono un informatico, né un esperto di computer; se qualcuno mi chiede di preparare una presentazione in power point, vado in crisi e inizio a sudare freddo (è successo, in passato, anche per convegni e congressi in varie Università italiane e straniere); se qualcun altro mi chiede d’introdurre una piccola didascalia sotto a una foto inserita come immagine all’interno di un documento word, mi viene l’ansia e l’emicrania. Però mi piace smanettare, cercare di vedere come funziona il giocattolo (mi piace sfruttare le funzionalità che dà un profilo su YouTube, ho ceduto a Facebook, sto imparando ad usare Twitter, m’interessa Linkedin, etc. etc.)… E così, inavvertitamente, improvvisamente, m’accorgo che questo blog è dotato della funzione che permette di vedere in diretta quanti utenti hanno letto questo o quel post, quante pagine sono state visualizzate nell’arco della giornata, o della settimana, o del mese… “Statistiche” che rivelano matematicamente quante volte qualcuno ha letto qualcosa dentro il tuo blog… E la cosa mi ha lasciato di stucco, perché, se i calcoli automatici che fa “blogger” non sono errati, allora vuol dire che, da quando ho messo online questo “diario”, le pagine viste sono state 11.376, di cui 698 visitate nell’ultimo mese, 21 viste ieri, 18 viste oggi (fino a ora)…

Ma allora non mi leggono solo le 3 o 4 lettrici affezionate e amiche di vecchia data! Ma allora qui c’è gente che legge e che io non conosco! Ma allora è tutta un’altra storia!

Ora, la domanda è: può questo dato, può questa informazione, influenzarmi e modificare il mio modo di intendere questo blog? Può la coscienza d’avere un pubblico che non credevo affatto di avere influenzare il modo in cui scrivo? Certamente no. Però lo confesso: mi fa uno strano effetto vedere quanti individui passano di qui per leggere (o magari neanche leggono, magari s’incuriosiscono solo per il titolo del post in questione e poi smettono e vanno da un’altra parte). Curiosare: lo faccio anch’io, nei blog degli altri, perché sorprendersi, perché restare a bocca aperta? Forse solo perché pensavo davvero di essere in buona e piccola compagnia; m’illudevo davvero che ci fossero solo gli happy few, come si suol dire…E invece mi sa che siamo in un gruppetto o comitiva più folta. Ma va bene lo stesso. Sono democratico e liberale: chiunque voglia passare e leggere è liberissimo di farlo; anzi, è liberrimo, in questo “diario” di bordo di “borderline”…

P.S.: se faccio una rapida ricerca su Google trovo perfino qualcuna che mi cita in un forum in cui si parla di Arte e Psichiatria! E i post più letti e apprezzati sembrano essere quelli che ho scritto sui film visti al cinema o rivisti dopo anni su internet o in dvd…(e c’è pure qualche altro blogger che mi cita sotto forma di “recensione” – il post su Fiorello e lo show più bello, ad es.: “Per approfondire consulta la fonte: Diariodiborderline)…

lunes, enero 16, 2012


Siamo spiacenti, l’editore è morto 


Non ricordo se era Sandro Veronesi a raccontare che una volta suo fratello gli raccontò di una donna che, tentando il suicidio, si gettò dal terzo piano per atterrare sul cofano della macchina del povero Giovanni (il regista e fratello dello scrittore) e, quindi, distruggergli quasi l’auto senza farsi danni seri (l’aspirante suicida finì all’ospedale, ovviamente, ma se la cavò, dopo non so più quanti giorni di degenza).
O forse è solo un ricordo inventato (da me o da Sandro Veronesi o che io attribuisco – e, direi anche, mi ostino ad attribuire – a Sandro Veronesi quando invece, e nella realtà, non è mai accaduto un incidente simile né qualcosa che gli si possa anche lontanamente associare o somigliare). E comunque, checché se ne dica, la vita è piena di racconti strani, o meglio: di racconti di fatti strani, di eventi che non si spiegano o che, quando ce li raccontano, restiamo a bocca aperta, per poi esclamare: “Ma no! Non ci credo! Non è possibile!”.

A me è capitato qualcosa di simile qualche giorno fa, mentre ero intento a cercare disperatamente un editore che si degnasse di pubblicare il mio primo saggio di critica letteraria (il terzo libro che porta il mio nome e cognome reali in copertina, se includo nella lista le due traduzioni che pubblicai qualche tempo fa per un’importante casa editrice pisana). Il mondo dell’editoria sta male e non lo dico perché io meriti di essere pubblicato e gli altri no, né per partito preso, né per vittimismo, dunque. Ma insomma: c’è gente assurda che dà risposte assurde, tipo quella che mi scrive: “Ci dispiace, il suo saggio non ha abbastanza appeal e sarebbe difficilmente spendibile sul mercato”, come se un saggio dovesse avere le stesse doti di un prodotto come una pomata contro la cellulite o un telefonino, come se davvero la bontà di uno scritto di tipo critico si misurasse con lo stesso metro che serve per vendere dei vestiti firmati o delle auto di grossa cilindrata (il mercato: parola-chiave per capire che l’industria culturale non è un’entelechia, esiste ed è sempre stata un ossimoro, checché ne dicano gli umanisti più à la page o avanguardisti – ma l’avanguardia è solo apparente, temo).
E poi c’è l’editore onesto che ti scrive in prima persona personale e ti dice sinceramente che sì, il saggio è molto bello, è ben scritto, ci ha dato un’occhiata veloce, ma non rientra, purtroppo, nella loro linea editoriale (anche su questo sintagma ci sarebbe molto da dire, “linea editoriale”, come “linea autunno-inverno”, come “linea sportiva” o “linea per la notte”… o “per lui” o “per lei” e via discorrendo…).

E poi accade l’incredibile: una segretaria di una casa editrice minore della provincia di Salerno mi scrive con tono commosso e contrito spiegandomi la loro nuova situazione: “Siamo spiacenti, professore, ma in questo momento non possiamo sottoporre il suo libro all’attenzione del nostro caro editore: l’editore è morto, è venuto a mancare la scorsa settimana, siamo ancora tutti molto scossi, ci scusi tanto”. E uno rimane di sasso e non sa come rispondere e se è il caso di rispondere, a me non è mai capitata una cosa del genere e dubito che si possano dare le condoglianze via email, io nemmeno lo conoscevo questo signore, questo editore di una piccola casa editrice salernitana, che pubblica libri di viaggi, romanzi d’avventura e qualche dignitoso saggio di letteratura e filosofia (oltre che di storia delle letteratura e storia della filosofia). Chi era costui? Com’è morto? Ha senso dare le condoglianze, ora che ne sono venuto a conoscenza?

E allora smetto di cercare un editore per il mio primo saggio di critica letteraria e vado dal mio dermatologo, un tipo in gamba, un dottore molto gentile e disponibile, colto ed elegante, uno che ama leggere Dostoevskj e Tolstoj, uno che conosce perfino Walter Benjamin. E così parliamo del più e del meno e gli racconto dell’editore morto e della segretaria sconvolta dalla triste notizia che mi scrive quell’email con tono contrito. E allora il mio dermatologo ride e mi racconta un aneddoto simile, capitato a sua moglie, una donna sulla quarantina già laureata in Economia e Commercio e che, non contenta, ha voluto prendersi anche una seconda laurea, nella sua materia prediletta: Teologia (un bel salto, non c’è che dire). E insomma, sua moglie si mette d’impegno a scrivere una tesi sulla Chiesa e sulle ingiustizie commesse dalla Santa Inquisizione, sul concetto di libertà individuale e schiavitù sociale (o una roba del genere), trova anche il relatore, un giovane prete sulla trentina, una persona molto seria e studiosa, forse uno che fa ricerca, e insomma, si avvicina il momento di spedire la versione definitiva della tesi, il giovane sacerdote tergiversa, da Giugno la rimanda a Settembre, per effettuare le correzioni in tutta calma, e a Settembre la santa donna richiama l’Università e il presidente del corso di laurea in Teologia le dice che gli dispiace, il suo relatore, il giovane prete studioso, “non è più dei nostri”; ha smesso i panni da curato e ha abbondonato la retta via, rinunciando ai voti…

Morale della favola: non sai mai quale assurdità ti può capitare, anche perché l’assurdità è ingrediente quotidiano di questo ammasso di fatti, persone e ricordi strambi che è la vita… 

domingo, enero 08, 2012


KARL SCHLÖGEL, LEGGERE IL TEMPO NELLO SPAZIO. SAGGI DI STORIA E GEOPOLITICA (2003), Milano, Bruno Mondadori, 2009






Ecco uno di quei saggi che si leggono con piacere e con trasporto, mai appesantiti da un eccesso d’erudizione e scritti con stile garbato verso il profano (il lettore che, ad es., e come me in questo caso, non sa un’acca di geopolitica)…

Che l’essere umano tenda – per convenzione, per abitudine secolare e per maggiore facilità di comprensione – a spazializzare il tempo è un dato di fatto che sappiamo sin dai tempi di Aristotele… Che lo spazio determini inevitabilmente e, a volte, “fatalmente”, il nostro destino è, invece, qualcosa che ho scoperto leggendo proprio Schlögel, studioso tedesco di geopolitica e storico del paesaggio (o dello spazio), come potremmo definirlo a lettura terminata di questo Leggere il tempo nello spazio. L’autore ci fa scoprire come, ad esempio e durante gli anni della guerra balcanica, moltissimi cittadini di Sarajevo (durante l’assedio della capitale iniziato nel 1992 e finito solo nel 96) diventarono esperti in “topografia urbana e ricognizione del territorio” (id., p. 40): dovevi saper individuare al volo i posti più sicuri, i bunker o le trincee più nascoste, se volevi salvare la pelle. Sottopassaggi, tunnel e nascondigli sia naturali che urbani divennero spazi strategici per buona parte della popolazione, se si voleva stare lontani dalle bombe e dalle mitragliatrici dei cecchini nemici…

Lo spazio determina la nostra vita (vivere è anche questo: abitare spazi, in modo costante e continuo, anche se non ce ne rendiamo conto). E’ quanto succede leggendo l’indirizzario (o elenco telefonico o Pagine Gialle attuali): in uno dei capitoli più affascinanti, Schlögel ci mostra come sia possibile ri-scrivere la storia della Germania moderna e contemporanea leggendo attentamente i vari indirizzari della Berlino degli anni 30 e 40: un conto era l’indirizzario del 1932, dove prevalevano determinate attività e professioni tra gli abitanti della capitale, e un conto molto diverso leggere l’elenco del 1933, quando Hitler è già salito al potere e il Nazismo si appresta a diventare l’unica religione di Stato. Dall’indirizzario del 1940, quando ormai ci si avvia verso la fine della guerra, non ci sono più gli ebrei o comunque, se non scompaiono del tutto, il loro numero e le loro attività commerciali si sono ridotte moltissimo; se prima prevalgono certe attività – birrai, macellai, calzolai – ora, dopo la guerra, prevalgono le attività di ricostruzione post-bellica – ricoveri, centri assistenza, centri per la ricostruzione, una mappa precisa della desolazione e del desiderio di ripartire verso un mondo migliore e una società più civile…

La situazione cambia di nuovo negli anni della Guerra Fredda e della contrapposizione tra i due blocchi (USA e Occidente da un lato, URSS e mondo “orientale” dall’altro). Come osserva acutamente e prontamente l’autore, la vita degli individui dipenderà dallo spazio in cui si nasce e si cresce: a seconda che si viva da un lato o dall’altro della linea divisoria che spartisce in due blocchi il mondo, la vita prenderà (o potrà prendere) un percorso ben preciso ed è per questo che: “L’indirizzo divenne un destino decisivo per le prospettive di vita, per gli studi, per quello che si sarebbe o non si sarebbe diventati” (p. 143). 

Pensiamo poi a quelli che, di mestiere, faranno le spie: in quei casi, la missione impossibile consisterà proprio in questo: abitare spazi “altri”, mescolarsi con il nemico, fingendosi “indigeni” e persone del posto…

Bellissimo, in tal senso, il cap. intitolato “Biografia, curriculum vitae”: è qui che lo storico ci fa capire come il curriculum altro non sia che lo schema o riassunto sintetico di quali luoghi abbiamo abitato in quel determinato momento della nostra esistenza. Il curriculum segnala gli spazi via via occupati prima di arrivare ad occupare la posizione che abitiamo nel presente. E ci dice che la vita (umana) è fatta di frecce, percorsi, movimenti da una città all’altra, da un luogo ad un altro, in nome dei nostri desideri, dei sogni, delle predisposizioni, dei “mestieri” per i quali ci siamo sentiti pronti e portati… oltre che, ahinoi, di false partenze e falsi approdi, di spostamenti inconsulti e di fughe disperate (pensiamo, ancora una volta, a come dovettero percepire l’Europa gli esuli ebrei scampati ai campi di concentramento – Primo Levi docet – o tutti quegli altri cittadini obbligati a lasciare le proprie case per cercare di rifarsi una vita all’estero o, attraversando l’Oceano, in America…).

“ ‘Di regola’ la vita procede ‘su binari regolari’. In periodi di catastrofe la vita deraglia.” (p. 166). E’ vero, e queste stesse espressioni ci spiegano meglio di qualsiasi trattato filosofico di come la “spazializzazione del tempo” sia consustanziata al nostro modo di pensare e di ragionare (geometrizziamo l’esistenza, anche quando non ce ne rendiamo conto in maniera conscia – la vita è fatta di alti e bassi; si superano gli ostacoli; ci si rimette in moto; si corrono rischi; si arriva in porto).

Schlögel ha anche un altro dono (o merito), che non tutti gli studiosi hanno: quello della sintesi. Come in questa frase lapidaria, che spiega la differenza tra democrazia e dittatura sulla base dell’aspetto che assumono i marciapiedi o le strade delle città: “Le dittature hanno le strade pulite, le democrazie in genere no” (p. 183). 

Ecco, allora, come e perché leggere il tempo nello spazio aiuta a renderci più consapevoli: di chi siamo, di cosa abbiamo fatto in passato (la cosiddetta Storia), di cosa potremmo diventare in futuro (con internet e l’abbattimento delle distanze spaziali tramite le realtà virtuali messe in piedi dalla rete, con tutti quegli stravolgimenti che la cosiddetta globalizzazione sta creando poco a poco sotto i nostri stessi occhi).