martes, abril 25, 2017

Nota mentale

Dunque, dopo la vacanze pasquali (per la prima volta trascorse in Spagna e non in Italia, ma è andata di lusso, tra i vigneti de La Rioja che ricordano, per certi versi, quelli del Chianti e del resto della Toscana), mi aspettano i seguenti appuntamenti (questa nota mentale è per non impazzire del tutto e poter ricordare un minimo con ordine le cose):

a) oggi pomeriggio chiacchierata con un gruppo di signore maggiori di 60 anni in un paesino dell'entroterra; parlerò loro de La piel del tambor di Arturo Pérez-Reverte (temi principali: l'amore e la fede, ai tempi d'internet);

b) domani mattina, dalle ore 10, intervento di una mezz'oretta su Miguel de Cervantes (e te pareva!), alla ricerca dell'identità d'autore a partire dall'analisi dei famosi "prologhi" alle sue opere;

c) dopodomani chiacchiarata con un altro gruppo, un club di lettura di donne sempre maggiori di 60 anni, ma in centrocittà; parlerò loro di un grande classico della Letteratura Universale come è Cien años de soledad, del mitico Gabo (Gabriel García Márquez); questo romanzo uscì nel 1967; io lo lessi attorno ai primi anni 90; e mi rese il lettore onnivoro che sono a tutt'oggi...

d) il 9 Maggio intervento su Cinema e Letteratura: parlerò dell'importanza del fuoricampo a partire da alcune scene clou di Don Quixote (by Orson Welles, il film che non finì mai e che sognò tutta la vita); Apocalypse Now (by Francis Ford Coppola) e The Purple Rose of Cairo (by Woody Allen)... Verranno anche alcuni critici cinematografici; me la faccio sotto, ma bisogna buttarsi (senza paracadute)...

e) il 10 Maggio (ovvero, il giorno dopo il congresso sui rapporti tra Cinema e Letteratura) intervento su Letteratura e Guerra: parlerò de Los girasoles ciegos di Alberto Méndez all'Università pubblica. L'intervento è già pronto, dovrò però fare una presentazione in PowerPoint...

Insomma, non ci possiamo lamentare; non ci s'annoia...

jueves, marzo 30, 2017

VERO


Il tempo passa, lo sanno tutti, e però ci sono delle persone che sembrano mantenersi a galla sopra la superficie liquida dei giorni, dei mesi e degli anni (che passano senza pietà, senza senso, senza compassione per le nostre paturnie o i nostri dolori più intimi). Sono persone che sembrano restare perennemente presenti allo scopo di salvarci e di riscattarci nel momento peggiore, quello in cui ci sembra di affogare e di non riuscire più a venire a galla. Veronica (“Vero” per gli amici) è una di quelle amiche che per me esistono e resistono al di là del tempo (e anche dello spazio, perché io vivo nel Sud e lei a Madrid capitale).

Arrivo prima di lei e la receptionist (vestita in modo elegante, tutta di nero, ovvero, total black style) mi chiede in cosa può essermi utile. Le dico che ho una stanza prenotata a nome di Vero; verifica che è così e mi chiede se preferiamo una camera doppia con letto matrimoniale o con due letti separati. Un italiano e un’argentina che s’incontrano in un hotel. Sulla mia carta d’identità, all’altezza dello “stato civile”, c’è scritto “coniugato”; nel passaporto di Vero di sicuro non appare la scritta “single” (né, tantomeno, quella che recita “ufficialmente findanzata”). Chissà cosa penserà questa fanciulla… Di sicuro, pensa che siamo due amanti che si nascondono nel suo hotel per fare sesso selvaggio da ora (le 10:30 del mattino) fino a notte fonda. Le rispondo, con tono neutro, fermo: “Letti separati”. Lei mi sorride e procede alle operazioni di rito, poi mi offre la chiave, con un sorriso ancora più grande (quant’è difficile far capire all’opinione comune che due amici, anche se di sesso opposto, possono perfino dormire nello stesso letto e non succederà mai nulla, almeno fino a quando, tra i due, si manterrà quella distanza di sicurezza che dettano le norme implicite in un rapporto di amicizia vero, quando ci si rispetta e ci si preoccupa per l’altro, quando il tuo amico, quello che hai davanti, è parte di te e della tua vita, quando il sesso è l’ultima cosa a cui pensi, quando lo vedi ridere o soffrire, piangere o saltare di gioia, quant’è difficile rompere certi schemi e preconcetti, la mia “compagna d’avventure” l’ha capito subito che tipo di rapporto abbiamo io e Vero, è il suo ragazzo che ha protestato e all’inizio si è opposto, Vero ha dovuto spiegargli che abbiamo percorso gli ultimi 172 chilometri del Camino de Santiago e che abbiamo condiviso sudore, crampi, storte, lacrime e risate, durante quell’avventura, e solo allora se n’è fatto finalmente una ragione).

Nemmeno il tempo di poggiare la valigia e di aprire la finestra del balcone per vedere il panorama su Valencia, quand’ecco che suonano alla porta. Ci abbracciamo come due fratelli separati alla nascita. La sollevo da terra (Vero è bassina e pesa poco, un fuscello tra le mie braccia nerborute) e lei grida il mio nome facendo spaventare i due vecchietti della stanza di fronte alla nostra.

Poi la faccio accomadare su uno dei due divanetti predisposti accanto al balcone, nel mezzo un tavolinetto di marmo su cui predispongo la seconda colazione: una pera, una banana, due barre di cioccolato Milka, un pacchetto di crackers, un panino con prosciutto, formaggio e pomodoro (e una goccia d’olio extravergine d’oliva) e…una bella bottiglia di vino rosso della mia Regione (14,5 gradi, bello intenso, sapore deciso, retrogusto fruttato, sembrano fragole o mirtilli).

Ovviamente, abbiamo così tante cose da dirci che non sappiamo da dove cominciare. Era da due anni che non ci vedevamo. C’è l’imbarazzo (della scelta).
“Bello il panorama da qui sopra, non trovi?”.
“Bellissimo”, mi fa lei, sorseggiando il primo di una lunga serie di bicchieri. Ha le labbra carnose. La pelle più scura di come la ricordavo, sembra quasi mulatta. E con gli anni assomiglia sempre di più alla bellissima Inma Cuesta (cfr. foto supra).
“E come va il lavoro?”.
“Uno schifo, come sempre”, dice sorniona (Vero è molto caustica e anche assai sarcastica).
“E la tua storia d’amore?”.
A questa domanda non mi risponde subito. Il viso si rabbuia. È solo un attimo, dura un istante. Poi torna a sorridermi e mi dice che non lo lascerà mai, che non potrebbe lasciarlo, dopo 10 anni di rapporto.
Bevo anch’io un bel sorso di vino forte. E le spiego che, a volte, proprio i rapporti più longevi sono quelli destinati a finire, se non si cambia insieme, se tu cambi e l’altro resta troppo legato al suo “io” di tanti anni fa, se l’evoluzione (per così dire) non avviene in entrambi allo stesso ritmo e verso la stessa direzione.
“Tu l’hai mai tradita tua moglie?”.
A Vero non posso non dire la verità. Rispondo. E lei suggella la mia risposta con una laconico: “La verità s’insegue, sempre”. E poi finiamo a parlare del futuro, dei figli (“ti ci vedi nei panni di una mamma?”; “e tu che padre saresti?”; “te l’immagini la Domenica mattina circondati nel lettone matrimoniale da tanti pestiferi pargoli?”; “sai cambiare i pannolini?”) e dell’ignoranza generale che circola per le strade delle nostre città (“l’unica religione in cui credo è quella della conoscenza”) e della difficoltà di scendere a patti con tanta gente non solo incolta, ma anche ignorante e volgare, e del fatto che siamo entrambi comunque due stranieri, due espatriati (gli argentini, in questo, sono davvero come gli italiani: viaggiatori nati, nomadi che si adattano ad ogni clima, e Vero: “quando sei straniero, lo sei per tuta la vita”), e del fatto che ci appoggeremo l’uno all’altro se, in futuro, dovesse succederci qualcosa di brutto (una separazione, un divorzio, una malattia grave)…


Poi ci lasciamo alle spalle la stanza con le coperte sconvolte e la bottiglia vuota e il panino smangiato e ce ne andiamo a fare i turisti per caso per il centro storico di Valencia. Siamo tornati adolescenti; lei con la cartina in mano (le è sempre piaciuto guidarmi, come se fosse il mio GPS personale) e io con la macchina fotografica buona, quella semiprofessionale, intento a captare ogni minimo angolo artistico della città vecchia. E quando s’alza un vento polare inaspettato ci abbracciamo, o meglio, l’abbraccio forte, come a volerla proteggere dal freddo improvviso e lei: “Mi piace che mi proteggi”. E io non dico nulla. Amici da quasi 16 anni. Una delle amiche più care che ho. Una gran fortuna. Una grande opportunità. Una delle cose belle della vita.

miércoles, marzo 15, 2017

Miguel de Cervantes & William Shakespeare: tra i Morti e i Dormienti




Come notava giustamente il bravo Salvador de Madariaga (una delle figure di intellettuale tra le più eleganti e iluminanti del panorama spagnolo della prima metà del Novecento), il capolavoro cervantino è tale anche perché cambia. Come teorizza e spiega bene nel suo saggio Guía del lector del Quijote (apparso negli anni 20, ristampato nel 2016 dalla casa editrice “Stella Maris” in onore del quarto centenario della morte di Cervantes), il libro cambia non solo per ciò che succede tra il 1605 e il 1615 (il successo della Prima Parte e l’apocrifo di Avellaneda spingono Miguel a darsi da fare e a sfruttare al massimo la sua vena immaginativa, anche per smentire l’operazione di mercato subdola del suo concorrente), ma anche per ciò che accade ai due protagonisti, per cui Don Chisciotte si “sanchifica” e Sancho Panza si “chisciottizza”. È un fenomeno evidente anche dal punto di vista del linguaggio. A furia di camminare insieme per le lande desolate della Mancha, a forza di chiacchierare tutto il tempo, i due finiscono per “mescolarsi” l’idioletto, oltre che il modo di pensare e di vedere (interpretare) la realtà. Più ci avviciniamo verso la fine della trama e più Sancho spera davvero di cambiare il proprio “status” (e il governo dell’Isola di Barataria gli offre perfino l’illusione di aver cambiato “classe sociale” d’appartenenza) e, al contempo, e in modo inversamente proporzionale, più Don Chisciotte si fa cupo e triste, proprio perché non crede più alle chimere che gli dettano gli amati “libros de caballería”, diventando sempre più (pericolosamente) saggio, ovvero, realista.

Riguardo al primo fenomeno di metamorfosi, Madariaga ci offre vari esempi di frammenti in cui Don Chisciotte abusa dell’uso dei “proverbi” (tipico modo di parlare del suo umile scudiero) e, in parallelo e al contrario, Sancho abusa dell’uso altisonante e aulico del “linguaggio letterario” (che è il modo tipico di parlare del suo folle padrone).

Ebbene, in uno di questi brani Sancho sembra dimostrare un’acume, un’intelligenza, uno spirito critico, oltre che d’osservazione, degni di uno Shakespeare (e non serve ricordare che il “manco de Lepanto” e il “Bardo” di Stratford-Upon-Avon condivisero la stessa temperie storica e culturale, finendo col coincidere perfino nella data di morte, quel fatidico 23 d’Aprile del 1616 che – a detta dei biografi e degli esperti di entrambi gli autori – li vide abbandonare per sempre questa nostra triste Terra).

Ecco il brano in questione (lo traduco, male e al volo, dal testo originale, ovvero, dal cap. 68 della IIª Parte):

“Non lo capisco – replicò Sancho –; so solo che, finché dormo, non ho paura, né speranza, né pena né gloria; e sia lodato colui che inventò il sonno, manto che copre tutti gli umani pensieri, prelibatezza che toglie la fame, acqua che fa fuggire la sete, fuoco che riscalda il freddo, freddo che tempera l’ardore e, infine, moneta universale con la quale si può comprare ogni cosa, bilancia e peso che rende uguali il pastore al Re e lo stolto all’edotto! C’è solo un aspetto che rende brutto il sonno, a quanto ho sentito dire, e cioè che si rassomiglia alla morte, perché tra un dormiente e un morto c’è poca differenza”.

Ecco, inutile sottolineare quanto sia abile qui Sancho a manipolare il linguaggio a fine retorici (qui il contadino ignorante dimostra una ars retorica davvero all’altezza di quella che sfodera Don Chisciotte). Ciò che più mi colpisce è un altro aspetto, e cioè, il tema della Morte, rapportata (paragonata) qui al sonno, una specie di benedizione divina proprio perché, quando dormiamo, ci liberiamo, in un certo senso, dal peso dei doveri della vita da svegli: quando si dorme, come osserva giustamente Sancho, non si patisce la fama, non si ha più sete, né freddo, né caldo (ed è così, il corpo assume una temperatura standard dimenticandosi – letteralmente – del clima dello spazio esterno che lo circonda in quel momento). Ma Sancho Panza non si ferma qui: oltre a parlare bene del sonno, a farne l'elogio, lo compara con la Morte ed è per via di questa comparazione che ne sottolinea anche un aspetto – come dire? – negativo: i dormienti somigliano (in maniera perturbante?) ai morti; ed è proprio così, quando siamo stesi in orizzontale su un letto siamo fin troppo simili ai nostri "simili" quando sono ormai cadaveri.

Ora: a parte il fatto che questa comparazione (o similitudine) potrebbe avere origini antichissime e remotissime, a me colpisce il fatto che qui Sancho (assumendo il linguaggio “elevato” ed aulico del suo padrone) sembri echeggiare proprio William Shakespeare, il contemporaneo di Miguel de Cervantes (che peccato che non si siano mai incontrati! Sarebbe stato certamente interessante vederli a chiacchiera l’uno di fronte all’altro).

Pensiamo a un primo riferimento evidente: nell’Atto II, Scena I del Macbeth, Lady Macbeth scuote suo marito, che si è appena reso colpevole di aver ucciso il Re legittimo e i suoi rivali per la conquista della Corona, e cerca di tranquillizzarlo. Macbeth presagisce che, da quel momento in poi, non riuscirà più a dormire (teme che i fantasmi dei morti gli appariranno in sogno per ricordargli il suo ignobile gesto). Lady Macbeth gli risponde:

“The sleeping and the dead
Are but as pictures”.

Che possiamo tradurre proprio come Sancho: “I dormienti e i morti non sono altro che immagini”, che è concetto ben diverso dal comparare i morti e i dormienti come fa lo scudiero cervantino. In tal senso, Shakespeare è più “oscuro” di Cervantes. La comparazione è qui totalmente implicita e accomuna (nel giro di soli due versi) “sleeping” (dormienti, ma anche “il Sonno” o “il dormire”) con “the dead” (i morti, ma anche, in senso letterale, “la Morte” o “il morire”). E chissà quanti fiumi d’inchiostro avranno fatto spargere questi versi (più avanti Lady Macbeth torna a sottolineare l’apparato visuale o visivo della comparazione:

“[…]'tis the eye of childhood
That fears a painted devil”.

Che possiamo rendere con queste parole in italiano: “è l’occhio dell’infanzia [o anche: dell’infante, oppure: del bambino che è in te] che ha paura [o anche: che teme] di un diavolo dipinto [o anche: solo immaginario, perché solo “dipinto”]).

Insomma, il “Bardo” vuole dirci che Macbeth ha paura perché sta sovrapponendo due immagini che possono esser paragonate entrambe a un quadro dipinto: morti e dormienti sono solo “fantasie”, cose immaginarie; o anche: comparare i morti ai dormienti è qualcosa di spontaneo, quasi automatico, ma una cosa è un morto (che non si sveglierà più) e un’altra ben diversa è un dormiente (che sì che tornerà a stare in piedi e a camminare). L’errore di Macbeth è tutto qui: crede che i morti (le persone che ha appena ucciso) possano tornare in vita (perché solo “dormienti”). Ma così non è. Il fatto è fatto. Non si può più tornare indietro (ed è per questo che Lady Macbeth gli sottrae la daga con la quale ha ucciso quegli innocenti per “sporcarsi” anche lei del sangue dell’assassino; è come se Lady Macbeth volesse esplicitamente diventare co-autrice del delitto, assassina in contumacia con il marito).

Ma tornando a Sancho Panza: quando paragona il Sonno a una “bilancia” e a un “peso” che rende uguali il povero e il Re, l’ignorante e il dotto, sembra che stia evocando altre tragedie shakespeariane, in particolare, quei due o tre drammi storici (o cosiddetti “storici”) in cui il “Bardo” fa in modo tale che il Re di turno soffra d’insonnia e cominci tutta una tirata per dire esattamente il contrario di quanto va qui dicendo il nostro caro scudiero, e cioè, che il Re è il più sfortunato di tutti perché, a differenza dei suoi sudditi, deve vegliare per il bene di tutti, deve essere sempre pronto a vigilare sulla propria nazione, quando, invece e al contrario, il povero morto di fame non deve preoccuparsi di nulla e può dormire sonni tranquilli dentro la sua capanna fatta di paglia.

Ecco, questo tipo di ragionamento appare in modo molto curioso e quasi negli stessi termini in almeno tre casi: penso a Richard The Third (Riccardo III), penso a Herny The Fourth (Enrico IV) nella sua Prima e nella sua Seconda Parte e penso forse anche a Henry The Fifth (Enrico V).

Ecco i versi finali di uno dei primi monologhi di Enrico IV nell’omonima tragedia (II Parte, Scena I dell’Atto III):

“Then, happy low, lie down!
Uneasy lies the head that wears a crown”.

Che possiamo tradurre in italiano con queste parole: “Felici, dunque, quelli che giacciono di sotto! [oppure: che vivono in basso]. Scomoda giace la testa di chi indossa [o anche: di chi porta] una corona”. E ciò prorio perché il fatto di essere il Re impedisce allo stesso di dormire sonni tranquilli (come se detenere il Potere implicasse il soffrire – per sempre? – d’insonnia; e non ha tutti i torti Shakespeare a pensare una cosa del genere, perché chissà quanti “potenti” – come Enrico IV – soffrono la stessa malattia cronica proprio perché preoccupati di manterlo il Potere che hanno; chissà a quanti nemici devono pensare, da quanti occhi malvagi devono guardarsi le spalle, l’indomani mattina….).

Ecco: Sancho Panza sembra aver letto questo monologo di Shakespeare, ma per smentirlo. Secondo lui il Sonno rende uguali tutti, ricchi e poveri, superbi ed umili, Re e straccioni, proprio come…la Morte (Totò la chiama “a livella”, proprio per questo motivo).


E insomma: probabilmente né il “manco di Lepanto” ha mai letto le opere del suo contemporaneo, né, probabilmente, il “Bardo” ha mai letto le opere del suo collega spagnolo. Una cosa è certa: ci sono temi e tematiche che si riprensentano in modo simmetrico tra l’uno e l’altro classico. Come il fatto che il Sonno somigli alla Morte. O come il fatto che il Sonno, come la Morte, possa renderci tutti uguali (tutti vittime, in un certo senso) o, al contrario, possa visitare senza problemi le case dei più poveri e tenersi a debita distanza dalle corti dei Re più potenti (e, proprio per questo, più facili prede dell’insonnia). William & Miguel. Cervantes & Shakespeare. Nel mezzo: noi, morti in potenza, dormienti quotidiani…

lunes, febrero 27, 2017

UN MASSAGGIO AI PIEDI



L’altro giorno, ad esempio, ho parlato per un’ora intera di massaggio ai piedi con una collega di Letteratura Inglese. Cinefila e lettrice colta, mi ha fatto notare che, in effetti, un massaggio ai piedi può diventare facilmente (e pericolosamente) il preludio a massaggi ben più “intimi” (e nel dirmelo è arrossita leggermente, in un modo che a me è parso molto tenero, e poi ha di nuovo affondato i denti sulla mela che aveva comprato pochi minuti prima al bar dell’Università – sì, care lettrici, nella mia Università uno per colazione può anche decidere di comprarsi una mela, una soltanto – anche se la brillantezza delle stesse, la loro estrema luminosità, mi fa dubitare circa la loro natura biologica o scevra da trattamenti chimici di sorta).

La collega arrossisce e io colgo l’occasione al volo per citarle per intero (o quasi) il dialogo che mantengono John Travolta e Samuel Lee Jackson sulle scale e fuori la porta di alcuni giovani ladri poco prima di entrare in scena in Pulp Fiction, quando il primo racconta al secondo la disavventura di un altro “body-guard” che, per intrattenere Mia Wallace (Uma Thurman), si è azzardato a farle un massaggio ai piedi e il capo, Marsellus Wallace (Ving Rhames), ha pensato bene di “defenestrare” il suo scagnozzo rendendolo per sempre un paralitico.

La mia collega d’Inglese ride a crepapelle. Non riesce a crederci che il tema “massaggio ai piedi” sia così importante all’interno della trama del capolavoro di Tarantino e, così, alla fine, mi dice che lo vedrà, sono anni che il dvd originale del film riposa il sonno dei giusti sul comodino. Questo fine settimana mi promette che lo vedrà e che così avremo la scusa perfetta per tornare a parlare di “massaggio ai piedi”.

Ecco: questo piccolo sketch mi fa pensare a quanto possa legare le persone la convidisione di una passione; un libro, un film, un quadro, una canzone, una scultura, ogni “pezzetto” di cultura (e di arte) può trasformarsi in una scusa perfetta per rivedersi e parlare e discutere e ragionare. Quanta importanza ha oggi l’arte (e la cultura, in generale), in un mondo in cui stiamo diventando tutti dei “voyeur” ciechi; in un mondo in cui la parola (tanto scritta quanto pronunciata a voce alta) sta diventando qualcosa di subordinato all’immagine, alla caterva d’immagini sparate in aria nell’etere virtuale e reale senza ordine né lógica né senso, a volte…


Ne parlavo l’altro giorno con una scrittrice che è anche psichiatra (un mix interessante, non c’è che dire, anche Giuseppe Tomasi di Lampedusa lo era o gli sarebbe piaciuto esserlo, se non ricordo male): oggi molti non sanno chi sono o non sanno cosa vogliono dalla vita semplicemente perché non sanno più narrare né narrarsi, non fanno più affidamento sulla parola per conoscere gli altri e conoscersi. Dove andremo mai a finire (verrebbe da chiedersi, anche se ci si sente improvvisamente dei “vecchi”, anche solo a immaginarla una frase del genere). Dove andranno a finire le nuove generazioni che comunicano tutto (e mostrano tutto) tramite le reti sociali (o “social networks” che dir si voglia). Quanti massaggi ai piedi si perderanno per strada questi giovani che non sanno nemmeno cosa sia Pulp Fiction né mostrano alcun interesse nell’andare a scoprirlo. E… viva i massaggi ai piedi!

viernes, febrero 17, 2017

118 (oggi); 317 (ieri); 1025 (nell'ultimo mese)


Non sto dando i numeri; o meglio, sì, li sto dando: 118 sono le visualizzazioni del blog a tutt'oggi; 317, quelle relative alla giornata di ieri; 1025, invece, quelle avvenute nell'ultimo mese.

E mi domando che faccia abbiano questi lettori "misteriosi" del mio "diario di bordo" virtuale; e mi chiedo anche perché mai siano aumentati (paradossalmente, ma anche esponenzialmente) sopratutto a partire dal momento in cui ho smesso di scrivere in modo assiduo (quando qualcuno mi chiede: "Scrivi?", io rispondo: "A volte, nei momenti di ozio"; quando qualchedun'altro mi domanda: "Ma allora ti consideri uno scrittore?", io rispondo: "Nemmeno per idea: scrittore è colui che scrive perché non potrebbe vivere senza, e io invece posso stare anche mesi interi senza scrivere una parola", che poi non è la verità, perché sia che si tratti di "scrittura creativa", sia che si tratti di "scrittura scientifica" (o "accademica") io passo la mia vita a scrivere (e però, ovviamente, un conto è scrivere in modo creativo e per divertimento - giochiamo a ricreare il mondo con le parole - e un altro, ben diverso, è scrivere per "pubblicare" i "risultati" delle proprie "ricerche" - e ogni tanto qualche collega di altri rami della Scienza mi domanda: "Ma su cosa diavolo fate ricerca voi letterati?", vaglielo a spiegare! Vaglielo!).

E insomma (I): sono (siete) davvero tanti (o così mi pare). E qualcuno protesta perché non ho mai messo il mio nome reale (quello vero) e continuo a firmarmi come "Rendl" (c'è pure chi mi offre la fonte di questa citazione, ma, a tutt'oggi, nessuno è ancora riuscito a capire davvero da dove cazzo ho tratto questo assurdo "nick-name")...

E insomma (II): il fatto che questo diario virtuale venga letto da molte persone dovrebbe spingermi a prestare più attenzione (a ciò che scrivo e abbandono all'immensa rete globale) o a scrivere in modo più costante. Ma a me sinceramente non va: preferisco scrivere in modo lento (ci sono scrittori che adorano la lentezza, ci impiegano anni e anni e anni prima di arrivare a considerare come "terminato" un loro romanzo o anche un racconto). E così ecco spiegato il perché, negli ultimi anni, preferisco scrivere (e "pubblicare", verbo curioso se lo applichiamo a un "blog") solo una volta al mese o, a volte, anche meno (avrò lasciato di sicuro qualche mese "orfano" di post).

E insomma (III): il fatto che siate molti di più di quelle 2 o 3 lettrici che so che ancora mi leggono (e mi sopportano, da ormai lunga data) non mi ha cambiato di molto, non ha ancora modificato le mie abitudini. Ecco, questo "blog" per me è un po' come un rituale, una sana abitudine, un modo per continuare a scrivere (e anche a leggere) nonostante tutto, nonostante la rapidità e nonostante l'enormità del numero di "blog" cui è possibile accedere da internet immettendo una qualsiasi (davvero "qualsiasi") parola di ricerca...

P.S.: moltissimi lettori provengono dalla Russia. E io mi chiedo quanti italiani ci siano in Russia (o quanti russi studino e parlino e capiscano l'italiano, stando in Russia) da finire col leggere un "diario di bordo" come il mio... Un luogo pieno zeppo di recensioni o pseudo-tali di film e libri; un posto pieno dei dubbi del sottoscritto (falso) Rendl; uno spazio in cui - chissà come e chissà perché - si sono ritrovate (in silenzio e per puro caso) più di mille persone provenienti da tutto il mondo (con una netta e inspiegabile maggioranza di abitanti della Russia).

P.S.2: andiamo avanti...

viernes, enero 13, 2017

FAUST di Friederich Murnau, un capolavoro della storia del cinema che anticipa altri capolavori della storia del cinema


L’altra sera io e la mia compagna di avventure non avevano molto da fare, dopo aver fatto l’amore sul divano (una cosa assurda, ma molto bella, quando non è programmata a tavolino e non te l’aspetti perché sembra che non è l’ora, non è il posto, non è il momento e il luogo giusto - quanto può essere salvifica la rottura della routine quotidiana? Quanti gesti, piccoli, apparentemente banali, possono salvarci la vita e aiutarci a rompere la monotonia? Ma l’amore – e il sesso – si sa, non è mai banale), e così, di punto in bianco, bel belli, ci siamo messi a guardare il Faust (1926) di Murnau, il geniale regista di Nosferatu, forse tra le prime versioni cinematografiche del mitico personaggio vampiresco, e de Il gabinetto del Dottor Caligari, forse tra i più impressionanti esempi del cosiddetto cinema espressionista tedesco.

E sono bastate le prime inquadrature del film per capire che ci trovavamo dinanzi a un vero capolavoro, uno di quei film che sai che tornerai a vedere una seconda o terza volta perché le immagini che il regista ti offre sprigionano tale e tanta forza, tale e tanta carica, tale e tanto fascino che non potrai non tornare indietro sui tuoi passi per ri-contemplare lo spettacolo (e magari, dopo, avrai anche la curiosità di leggerti la versione letteraria originale di Goethe).


In un Medioevo indefinito, Faust cerca la ricetta magica che possa aiutarlo a salvare vite umane in un momento in cui la peste sta mietendo vittime e portando la popolazione alla follia. Faust è il filosofo e lo scienziato che, in nome della verità, sarebbe disposto a tutto, anche a vendere la sua anima al diavolo. E così accade: mentre brucia tutti i suoi preziosi libri in un falò domestico, ecco che le pagine di un trattato stregonesco gli offrono uno spunto; dovrà recarsi a un bivio del paese e declamare le parole di una formula apparentemente infallibile. In realtà, sin dal prologo (strepitoso, maestoso, genialoide), noi spettatori sappiamo già che Faust è soltanto il “bersaglio” o, ancor meglio, il “campo di battaglia” in cui si sfideranno l’Arcangelo Gabriele e Satana; i due – rappresentanti del Bene e del Male – si sfidano a duello in una scommessa all’ultimo sangue: il primo scommette che Faust, in quanto essere umano, riuscirà a non farsi convincere dal Demonio perché prova amore, il secondo scommette esattamente il contrario perché il Male ha sempre la meglio sul Bene e l’amore non può nulla contro l’egoismo e i piaceri terreni. E insomma, alla fine, Satana si presenta al cospetto del nostro povero scienziato-folle-filosofo sotto le spoglie di Mefisto, un vecchio brutto e cisposo che lo convince a firmare (con il sangue) un contratto della durata d’un giorno (ma sarà solo un sotterfugio; a Mefisto interessa solo “comprare” l’anima di Faust per rivenderlo al suo Signore, il Demonio in persona; quel contratto sa già che diventerà a tempo indeterminato).


Il nostro povero eroe non crede ai suoi occhi quando, declamando le parole giuste, riesce a riportare in vita malati ormai morti o sulla via della morte. Il punto è che se prova ad avvicinarsi alla croce (simbolo di Cristo) è costretto a ritrarsi; il popolo lo crede un indemoniato e gli volta le spalle, anzi, provano ad ucciderlo a pietrate. Faust si rifugia in casa e qui cede ancor di più alle lusinghe di Mefisto, che gli offrirà giovinezza, bellezza e conoscenza, se lui opterà per passare dalla parte del Demonio.

Ecco, a questo punto assistiamo a una scena che ha dell’incredibile: la visione (dall’alto) della Terra in volo, con Faust che viaggia accanto a Mefisto. Ora, a parte l’incredibile audacia e l’incredibile resa cinematografica di questa scena, è qui che uno (un po’ cinefilo) si rende conto del fatto che Faust è un capolavoro che anticipa opere che, a loro volta, diverranno tali: quegli strani uccelli che volano allineati nel cielo infinito del pianeta terrestre ricordano straordinariamente e da vicino gli elicotteri dell’esercito americano che, sulle note della famosa “Cavalcata delle Walkirie” di Wagner attaccano i vietcong in Apocalypse Now di Francis Ford Coppola. E uno (un po’ su di giri) si domanda: guardò questo film il regista italo-americano? Pensò a questi uccelli mezzo rettili e mezzo aerei per girare la sua scena più spettacolare?



In un altro punto del film, Faust riesce a far invaghire di sé una tenera fanciulla; peccato che poi lui la abbandoni a se stessa. La ragazza rimane incinta e partorisce, ma Faust è distratto da Mefisto e non sa né vede niente. La ragazza porta in grembo il bambino, lo avvolge tra le sue vesti, ma nessuno è disposto a farla entrare in casa sua: fuori fa freddo, anzi, si gela, e comincia anche a nevicare. E’ una delle scene più drammatiche di tutto il film. Noi spettatori patiamo lo stesso freddo che sente in quel momento questa nuova Maria Vergine che non sa a che santo votarsi. La neve si accumula velocemente sul suo corpo e sugli stracci in cui lei cerca di tenere al caldo il neonato. Poi non ce la fa più, si arrende: resta accasciata per terra, con il figlioletto in braccio, congelata, col viso immobile, la neve che le copre i capelli e la faccia. Lo spettatore cinefilo non potrà non ricordare a questo punto il finale di Shining di Stanley Kubrick, quando Danny riesce a battere suo padre grazie all’astuzia, all’interno del labirinto in cui è andato a rifugiarsi su consiglio della madre, mezza uccisa dal folle Jack Torrance. Danny – come Teseo nel momento in cui ha ucciso il Minotauro e riesce a tornare all’aperto grazie al filo d’Arianna – torna letteralmente indietro sui suoi passi e riesce a far prendere le proprie tracce; Jack Torrance / Nicholson si perde e la neve non perdona, in una delle ultime inquadrature lo vediamo col ghigno congelato sul viso, morto ghiacciato proprio come sta per morire la ragazza sedotta e abbandonata da Faust.


E ora che ci penso: anche prima mi torna in mente Kubrick, nella scena già citata del viaggio dall’alto sulla Terra; Murnau gira una sorta di unico piano sequenza intervallato, però, da inquadrature di dettagli di porzioni del nostro pianeta: si vedono boschi, picchi di montagne, laghi in lontananza, mescolati a folle velocità. Ecco, io accanto a questa inquadratura ci vedo il viaggio “verso l’Infinito ed oltre” di David Bowman nel finale di 2001: A Space Odissey, quando l’astronauta, dopo aver vinto la sua battaglia personale contro HAL9000, si ritrova sperduto nello spazio e finisce dentro a una specie di buco nero che non è altro che la porta d’ingresso verso un mondo “altro” in cui non esistono più il sopra e il sotto, in cui tutto è diventato tridimensionale e noi spettatori vediamo con lui un mix incredibile di paesaggi, colori e forme geometriche varie (si dice che per girare questa scena Kubrick abbia sperimentato l’LSD, per avere allucinazioni visive più “realiste” per il suo film).



Forse è solo una mia impressione; forse le mie sono soltanto letture “viziate”; sta di fatto che Faust di Murnau sembra davvero anticipare di cinquant’anni alcuni dei capolavori che faranno la storia del cinema come Apocalypse Now, o 2001: Odissea nello spazio o Shining

sábado, diciembre 24, 2016

EGLI PASSEGGIA



Egli passeggia. Avanti e indietro, in modo costante, con precisione millimetrica, tra il bar e il negozio di ferramenta, tra il portone di casa mia e la palestra di fronte, senza stancarsi mai. Egli passeggia e osserva i passanti, le persone “normali” che vanno a fare la spesa, che vanno in palestra a cercare di dimagrire, che scappano a lavoro perché sono in netto ritardo, che corrono a gettare l'immondizia in pantofole di flanella prima che cominci il film di prima serata. Passano i giorni, i mesi, perfino le stagioni, e lui è sempre lì, che passeggia placido e apparentemente senza nessunissima fretta e senza alcun motivo che sia spiegabile dal punto di vista della ragione. Forse è già in pensione o forse si annoia (come chi, ad esempio, ha perso il lavoro e, all'improvviso, non sa più come occupare il tempo, come riempire le ore di cui si compone un'intera giornata); forse è malato e non si rende conto che continua a passeggiare nello stesso spazio (lo stesso perimetro) anche quando fa freddo o piove o tira vento (indossa quasi sempre gli stessi panni, gli stessi vestiti un po' sgualciti, d'un colore a metà tra il nero e il grigio, colori tristi, insomma). E ogni tanto il mio sguardo s'incrocia con il suo e allora mi viene il dubbio di chiedergli se sta bene, ma me ne pento immediatamente, non sono nessuno io per lui per chiedergli cosa diavolo ci fa tutto quel tempo per strada, a camminare, da sinistra a destra e viceversa, dalla palestra alla ferramenta e dalla ferramenta al portone d'ingresso di casa mia, dal portone al bar (non sembra un senza-tetto, come si dice oggi con gergo politicamente corretto, perché a dispetto dell'apparenza, ripeto, sembra uno che ha una casa in cui stare, un tetto sotto cui ripararsi).

Ne ho parlato anche con la mia compagna di sventure; quando siamo usciti, l'altra sera, per andare al cinema, per andare a vedere un film in cui Jude Law interpreta Thomas Wolf, lo scrittore, gliel'ho indicato e allora anche lei se ne è subito ricordata: “Ma io l'ho già visto quel tizio, lo vedo tutti i giorni accanto al bar e, a volte, di fronte alla palestra”.

Ci guarda, è come se rispondesse (in silenzio) alla nostra ispezione visiva; poi ci vergognamo e distogliamo entrambi lo sguardo verso l'alto o verso un punto all'orizzonte in cui non appaia la sua sagoma oscura.

Avrà sui quarant'anni o forse qualcosa di più; ha delle rughe molto vistose sulla fronte, spaziosa e con delle stempiature evidenti ai lati, anche se i ricci che occupano la nuca sono piuttosto folti e forti. S'intravede della forfora sulle spalle della giacca. Le mani sempre infilate in tasca, sia quando fa caldo che quando fa freddo. Ai piedi porta delle polacchine classiche di colore marrone. I pantaloni sono a coste ampie, anch'essi di un colore scuro (neri, marroni o grigi). Ha un po' di gobba, quando deambula si nota che guarda troppo verso terra, non è eretto, si piega sotto il peso di chissà quale dramma interiore. Non sappiamo come si chiama, né se ha una moglie o una fidanzata. Quando ci vede felici, quando s'imbatte in me e mia moglie nell'atto di baciarci o di abbracciarci con passione o con allegria, sembra lanciarci uno sguardo reprobo, sembra quasi che gli diamo fastidio, o meglio, che gli dia fastidio tanta manifestazione pubblica d'affetto, tanta smanceria...

Quando torno dal fruttivendolo, con le buste di plastica stracolme di banane e mandarini, di mele e di ananas, mi guarda con aria di sfida, come a voler sottolineare che lui, tutta quella frutta, non ce l'ha in casa perché, forse, non può permettersela.

Quando rincaso tardi con i nervi a fior di pelle, perché è stata una giornataccia, perché a lavoro ho avuto mille beghe da risolvere e che non ho risolto, quando fumo per il nervosismo, mi lancia uno sguardo come di soddisfazione, come se godesse nel leggermi nel volto lo stress di un'intera giornata passata a sgobbare.

Quando, invece, mi trova vestito da ginnasta, quando decido che è arrivata l'ora di andare a correre e indosso le scarpe da tennis e il completo sportivo, con le maniche corte e i pantaloncini estivi, mi osserva di sottecchi come a dire che lo sport non mi farà affatto bene, che non perderò quei tre chili di sovrappeso che si notano quando indosso giacca e cravatta.

Quando torno in bici, lo stesso: sembra assumere l'atteggiamento di sfida del vigile urbano che ti farà la multa perché hai parcheggiato dove è proibito farlo.

Egli passeggia e osserva e sembra avere doti da profeta, sembra immischiarsi nelle vite degli altri col suo solo atto di guardare e di camminare, instancabile, imperterrito, ignaro degli attentati suicidi che tempestano la quotidianità di mezza Europa, ignaro anche della crisi economica, ignaro dei titoli dei giornali, concentrato, apparentemente, solo su se stesso e sulla contemplazione del prossimo, dei vicini che abitano tra il negozio di ferramenta e il bar dell'angolo, tra la palestra e il portone di casa mia...

Egli passeggia, osserva e giudica con lo sguardo e non c'è proprio modo di sapere davvero a cosa pensi, cosa ne pensa di noi, che siamo sempre affannati, sempre di corsa, sempre di sfuggita, sempre sotto stress.

Egli passeggia, osserva, giudica e forse ci critica nel suo io più intimo e nascosto, o forse ci odia, o forse ci invidia, o forse, molto più semplicemente, gli siamo indifferenti, anche quando i suoi occhi non possono fare a meno di radiografare ogni nostro minimo movimento.


E' una presenza quotidiana inquietante. Ecco, è forse questa l'unica certezza che ho. Che abbiamo.