martes, enero 09, 2018

Iniziamo il 2018




Mio fratello mi chiede qual è la prima canzone che ho ascoltato allo scoccare del 2018; gli rispondo con sincerità: "Non me lo ricordo" (ero annebbiato dai fumi dell'alcol; siamo finiti a danzare in un locale del centro di una città spagnola che è perfino patrimonio dell'Umanità "de cuyo nombre no quiero acordarme"....).

E allora provo ad applicare il giochetto alla prima canzone che ho ascoltato nel mio mp3 durante il primo giro in bicicletta: Bella Belinda, dell'intramontabile e immenso e instancabile Gianni Morandi... Che pezzo! Che allegria! Che accordi di base! Belinda che parla con l'insalata; le lacrime che scendono nella minestra; unica al mondo, scende le scale, come volando...Partiamo bene. Decisamente bene.

Primo romanzo letto: La figlia oscura (2006) di Elena Ferrante (cfr. sotto- non so se si è capito che mi è piaciuto moltissimo);

primo film visto al cinema: Wonder Wheel (2017) di Woody Allen (un nerissimo Woody, dal pessimismo più che leopardiano - forse ne riparlerò "su questi schermi"; un film duro, che, a mio giudizio, va visto in rapporto agli altri due gioielli della versione "dostoyevskijana" di Allen, ovvero, Crimini e misfatti, del 1989, e, ovviamente, lo straordinario Match Point, del 2005);

primo saggio: Dieci lezioni sui classici (2017) del bravissimo e sempre appassionante (e appassionato di letteratura) Prof. Piero Boitani (che ci aiuta a riscoprire tutta la bellezza di Omero, Saffo, Eschilo, Sofocle, Euripide, Pindaro, Tacito e tanti altri amici della nostra cultura);

prima serie televisiva: The Young Pope (2016) di Paolo Sorrentino: e in tal caso sì che ci spenderò due parole (in un futuro prossimo, spero) perché questa sì che è una bellissima serie, 10 ore di film in perfetto stile-Sorrentino (quanto si sarà divertito a girare con la complicità di 4 attori "mostruosi" come Silvio Orlando, Diane Keaton, Javier Cámara e, soprattutto e ovviamente, Jude Law? Quanto?).

E insomma, non possiamo lamentarci, anzi, possiamo dirci pienamente soddisfatti, e se l'annata continua di questi passi, allora sì, potremmo dirci davvero felici...


viernes, enero 05, 2018

Un romanzo sull'angoscia della maternità: La figlia oscura (2006), di Elena Ferrante



Scoperta per puro caso, molti anni fa, dopo la visione del film che Mario Martone trasse dal suo primo romanzo, Elena Ferrante riesce sempre a sorprendermi e a lasciarmi tramortito dopo la lettura. Se L'amore molesto  (1992) sconvolge per il modo originale, lirico e spiazzante con cui l'autrice narra il complicato rapporto della narratrice con sua madre e con la città di Napoli; se con I giorni dell'abbandono (2002), ti lascia letteralmente con il fiato sospeso per il modo che l'autrice ha di narrare la fase immediatamente successiva a una seperazione e, dipoi, al divorzio, ebbene, con La figlia oscura (2006) turba e spiazza il lettore per la maniera che ha di raccontare la maternità, ovvero, la costante e continua battaglia tra madri e figlie a partire da una trama apparentemente banalissima e, in realtà, profondamente strutturata e architettata affinché il lettore s'immerga in una feroce radiografia di come ci trasformiamo quando smettiamo di fare i "figli" e diventiamo a nostra volta "padri" e "madri", di come la genetica che trasmettiamo alla prole ci si rivolti contro come un virus incubato a nostra insaputa per anni, di come quel feto che la donna porta in grembo, una volta fuoriuscito al mondo esterno, può svilupparsi sotto forma di un essere umano che ci ripugna o ci assorbe e ci ammorba oltre i nostri limiti e la nostra stessa forza di volontà.

Leda è una professoressa universitaria di Letteratura Inglese che, dopo anni e anni di sacrifici, riesce a trovare una più o meno stabile situazione lavorativa che, comunque, non le ha permesso di digerire tutto il dolore e il senso di colpa nati dal divorzio da suo marito e dalla fase di separazione auto-inflitta durante la quale, per ben 3 anni, ha deciso di staccarsi letteralmente dalle figlie, di abbandonarle a sé stesse e al padre.

Per cercare riposo e pace interiore, Leda va in vacanza da sola in un paesino del Sud dove s'imbatterà in una tipica famiglia napoletana caratterizzata dal chiasso, dalle risate a crepapelle e un po' volgari, dalle mangiate in spiaggia, oltre che da legami familiari affatto nitidi, né scontati. In particolare, Leda stringerà amicizia con Nina, una ragazza poco più che ventenne, incinta e già madre di Elena, una bimba di 3 anni affezzionatissima a Nani, una bambola semicalva, brutta e dal corpo e il volto impiastricciati dalla biro che, nel corso della trama, andrà occupando una posizione sempre più centrale, convertendosi (quasi) in un simbolo di quei nodi oscuri, esistenziali che Leda non riesce a sciogliere (né nei confronti delle figlie, ormai maggiorenni ed emigrate in Canada col padre, né in quelli del suo passato di figlia ribelle e moglie che, in nome della propria indipendenza, ha mandato all'aria il matrimonio).

Attraverso una scrittura apparentemente semplice e piana, un lessico quotidiano apparenemente banale, Elena Ferrante va disegnando l'enigma attorno a cui ruota tutta la scrittura del romanzo con finali di capitolo ricchi di "suspense", riflessioni aforistiche che aprono gli occhi sulla morbosità a volte funesta che lega i genitori ai figli (e viceversa) e con un linguaggio ricco di metafore (soprattutto "liquide", o legate all'ambito acquatico) e di immagini liriche che non ti aspetti (soprattutto quelle legate alla graduale e inarrestabile antropomorfizzazione della bambola, un esserino che sembra quasi muoversi di vita propria).

Un romanzo duro che ti colpisce per la struttura narrativa, per la ricchezza degli echi che evoca, per il coraggio oserei dire "morale" che mostra l'autrice (ancora oggi chiusa e protetta nell'anonimato di quello che si suppone sia un "nome d'arte", a dispetto dell'enorme successo internazionale della tetralogia - che, a questo punto, non vedo l'ora di affrontare - intitolata L'amica geniale, e sviluppata dal 2011 al 2014) nel descrivere l' "Ingegneria [...] e insieme necessità furibonda della riproduzione" (cit., La figlia oscura, Roma, e/o, 2006, p. 34).

Non lo so se in Italia esistono scrittrici capaci di farcela così bene e con tale coraggio come Elena Ferrante...un'autrice che a volte mi ricorda Anna Maria Ortese e altre volte Elsa Morante(e chissà che, in quest'ultimo caso, la rima assonante tra i due cognomi non sia affatto casuale).

jueves, diciembre 14, 2017

Grazie, Liszt


Di nuovo la maledetta insonnia. Sono le 2 e gli occhi stanchi contemplano il paesaggio esterno: 3 lampioni illuminano con luce al neon il selciato, ricoperto di foglie secche, foglie morte, foglie gialle. È il 10 di Dicembre, è normale, anzi, qui fa più caldo che a Madrid (o che a Roma).

Per non pensare al tempo che non vuole passare, mi metto a leggere un romanzo atroce, uno di quei libri che già so che non potrò smettere di leggere fino alla fine, Resistere non serve a niente, di Walter Siti (solo a lettura finita scoprirò che si tratta del “Premio Strega” del 2013). È un romanzo che parla di un giovane di borgata che, inseguendo la sua passione per la matematica e i calcoli, arriva a diventare un grande esperto di finanza mondiale, uno squalo sullo stile del Leonardo Di Caprio del bellissimo The Wolf of Wall Street di Martin Scorsese (che curioso! Anche questo film è uscito nel 2013).

“Non si scrive quello che si vuole, si scrive quello che si può”, afferma il narratore in prima persona in uno dei primi capitoli del romanzo. E come dargli torto. Mi faccio un cappuccino col caffè decaffeinato, con l’idea di poter trovare la pace interiore. Ripenso a ciò che sono stato nel 1997 (fidanzato con una spagnola arrivata a Roma per l’Erasmus); nel 2004 (dottorando all’Università di Pisa fidanzato con una fiorentina doc); nel 2012 (ricercatore a tempo in zona Campania, senza fidanzata e, perciò, una mina vagante, sempre pronto ad accogliere nel mio letto qualche giovane compagna che avesse voglia di sperimentare l’innominabile); nel 2014 (professore in un’Università spagnola, sposato, amante incallito e imperterrito della mia compagna d’avventure, com’è possibile che abbia sempre più voglia di fare sesso con lei? Cos’è che ci lega così tanto? Perché la libido non decresce, ma, anzi, sembra accrescersi sempre di più?).

Scatta l’effetto nostalgia: m’imbatto in vecchie foto (ma la cartella che le contiene s’intitola “Foto recenti”? Quanto è relativo l’aggettivo se lo applichiamo alle foto che scattiamo nel corso di un’intera esistenza? Quanto?), ci resto di sasso, soprattutto dinanzi a quelle scattate nel mini-appartamento di Pisa, vivevo in una stanza di 10 metri quadri ricolma fino all’inverosimile di libri, libri ovunque, per terra, sugli scaffali di una libreria di terza mano sul bordo del collasso, sotto il letto, sopra la scrivania che si piega sotto l’effetto del peso della cultura, libri letti e sottolineati ed evidenziati all’inverosimile, commentati a penna, a matita, non c’è pagina che abbia lasciato immune dalla mia foga critica o ammirativa, quanti elogi scritti al lato delle frasi che mi sembravano più belle e riuscite e compatte…

All’epoca (stiamo parlando esattamente del febbraio del 2003) avevo l’immagine di Marcello Mastroianni come sfondo del desktop del mio “Acer”: il Marcello che fuma e che veste di nero elegante in 8 ½ di Fellini; mi sono sempre identificato in questo personaggio un po’ solitario (anche se è perennemente circordanto da colleghi e amici) e un po’ dongiavanni (chi non sogna di diventare il Re di un harem pieno di belle donne pronte a soddisfare ogni nostro più turpe desiderio? Chi non sogna di giocare al dottore e all’infermiera con una belleza mediterranea e tutte curve come la Sandra Milo di quel film?).

Nella foto s’intravede un’abat-jour di plastica rossa; sicuramente comprata da un cinese (all’epoca si tendeva al risparmio, la borsa ammontava a circa 800 euro al mese, se non erro, e dovevo pagarci l’affitto e mangiarci e – quando e ove possibile – acquistarci i libri, tutti quei libri che affogavano il mio spazio vitale, ma io ne godevo, non sono mai riuscito a vivere senza essere circondato letteralmente dai libri).

E poi delle fotocopie, di sicuro erano articoli relativi all’argomento della mia tesi di dottorato, quanti anni sono trascorsi da allora, quanti! Quasi 15, accidenti! Una vita fa…
Ascolto Franz Liszt, un pezzo famosissimo, La Campanella, una festa per l’udito, le dita che stuzzicano il piano con un brio, una gioia, una carica emotiva che fa venire voglia di sorridere al nulla.

Ciò che più colpisce di questa foto – ciò che Roland Barthes definirebbe il “punctum” della foto – è che manca il soggetto principale, il proprietario di tutti quei libri e delle fotocopie e del computer, manco io, perché nella foto c’è solo il fantasma del mio “io” di un tempo, un “io” totalmente diverso dall’ “io” che scrive ora, di notte, in una casa enorme del centro di una città del Levante spagnolo (il Sud del Sud della Spagna e del Mondo), un “io” che non riuscendo a dormire (a chiuedere letteralmente un occhio) si lascia accecare dalla contemplazione estasiata di una quantità enorme di foto del passato, anche se la cartella che le contiene si intitola “Foto recenti”, e uno si rende conto di quanto strambo, relativo, assurdo sia l’uso di quell’aggettivo…


Buonanotte, Franz Liszt. E grazie per la musica.

sábado, diciembre 09, 2017

Stanley Kubrick (o della difficoltà di creare)

In questi giorni di stress e di corsa ai regali per l'imminenza del Natale (non vedo l'ora che arrivi solo perché così potrò tornare in Italia e starmene rintanato nella casa dei miei genitori - in quella casa che mi ha visto crescere e trasformarmi dai 0 ai 18 anni, prima della fuga a Roma - per leggere e vedere i film che ho in lista d'attesa), sono riuscito a finire la biografia che John Baxter ha dedicato a Stanley Kubrick e che pubblicò nel 1997 (ovvero, due anni prima della morte del regista americano – avvenuta nel 1999, pochi giorni prima che Eyes Wide Shut iniziasse a fare il suo cammino sugli schermi dei cinema di tutto il mondo, a partire da quelli della Mostra di Venezia, dove io ebbi la fortuna di vederlo in anteprima assoluta – e 20 anni dopo la sua prima apparizione per Harper Collins) e la prima cosa che uno pensa quando chiude il libro è: “ma quanto è difficile creare? Quant'è dura la vita dell'artista che, dal nulla, e sfidando se stesso e il mercato e le mode del momento, decide di rischiare tutto per poter inseguire una sua particolare, individualissima, perturbante idea del mondo?”.

Spesso paragonato a Howard Hughes, Kubrick incarnò alla perfezione (secondo le tesi di Baxter) l'ideale del regista che è capace di vendersi la casa o di divorziare dalla moglie pur di arrivare al montaggio finale del film che ha in mente. Isolato dal mondo, in una tenuta di campagna inglese, in effetti, Kubrick passò quasi la metà della sua vita a elaborare film lontano dagli “studios” hollywoodiani (sebbene mantenesse un buon rapporto con la Warner Brothers e producesse i suoi film in accordo con la stessa produttrice cinematografica) e lontano dal "gossip" e dalle domande dei giornalisti e dei curiosi, oltre che dalle mode del momento. Anzi, spesso Kubrick dovette frenare o rimangiarsi un progetto o rimandare un film solo perché qualcuno prima di lui lo aveva già anticipato nel tempo: l'idea di Full Metal Jacket, ad esempio, gli venne quando Coppola aveva appena finito Apocalypse Now e Oliver Stone aveva appena mandato nelle sale il suo Platoon...scherzi del destino o gaffe dell'ultim'ora o sfortuna di chi a volte assume i tratti di Fantozzi.

E un'altra delle cose che si pensano a libro terminato è che, in realtà, Kubrick dovette soffrire parecchio a causa della propria genialità, delle proprie ossessioni, delle proprie manie sul set. Era un perfezionista, che riusciva a portare all'esaurimento chiunque decidesse di lavorare con lui (anche se Emilio D'Alessandro, il suo autista personale, riesce a farci vedere anche il suo lato più umano e più tenero, per così dire, nel libro confezionato da Filippo Ulivieri (cfr. il post che ho dedicato a Stanley e me (Milano, il Saggiatore, 2012) quando uscì: bellissima l'esperienza avuta a Roma alla presentazione del libro, gentilissimo Ulivieri e generosissimo D'Alessandro nel raccontare la sua avventura con il regista).



Un esempio fra tanti: quando, prima di Eyes Wide Shut e subito dopo Full Metal Jacket, Kubrick torna all'idea di fare un secondo film di fantascienza (quell' A.I. che poi avrebbe girato Spielberg, anni dopo la morte del collega) decide che è ora di appoggiarsi a un esperto e ordina a Aldiss, uno dei suoi più fedeli collaboratori, di contattare Hans Moravec, uno dei maggiori esperti al mondo di “Intelligenza Artificiale”.

Aldiss ci riesce e gli comunica che in quel momento Moravec è in Giappone per un ciclo di conferenze e Kubrick (secondo la testimonianza di Aldiss):

Ok, trovalo in Giappone”.
Ah, Stanley, come faccio?”
Chiama la Warner a Tokyo. Digli di muovere il culo e trovare Moravec”.
Ma Stanley, è mezzanotte a Tokyo...”
Un'ora più tardi Moravec era al telefono” (cit. John Baxter, Stanley Kubrick. La biografia, Torino, Lindau, 1999, p. 466).

E allora uno si ferma a riflettere: Kubrick era un solitario, un regista autoritario, uno inflessibile, eppure, doveva pur avere una qualche qualità speciale, una capacità invidiabile, se davvero riusciva (dal suo cottage inglese immerso nei boschi) a parlare con personalità ed esperti mondiali da ogni parte del Globo. E l'ambivalenza sorge anche contemplando le molte foto che appaiono nel libro: a partire dalla copertina, dove un Kubrick ancora relativamente giovane sorregge nella mano destra un obiettivo attaccato ad un'occhio e poggia paternalmente la mano sinistra sulla spalla di Gary Lockwood nei panni dell'astronauta di 2001: A Space Odissey. L'ipotetico spettatore che non avesse mai visto nemmeno un film di Kubrick potrebbe facilmente pensare che si tratta della foto di un padre con il figlio, intento a fargli forza, a infondergli coraggio e a fare il tifo per lui poco prima che inizi il gioco (la partita del film).

Ma possiamo citare anche un'altra foto in cui Kubrick, in una pausa sul set di Orizzonti di gloria, completamente avvolto in un giaccone enorme di fustagno, sorseggia un caffè americano in compagnia di Kirk Douglas e di quella che poi sarebbe diventata la sua terza moglie, Christiane Harlan. Kubrick ha la testa avvolta in un cappello di lana e sembra davvero un superstite della Prima Guerra Mondiale, un soldato scampato alla morte e alle bombe nelle trincee, le mani inguantate, lo sguardo rivolto all'orizzonte, mentre gli altri due attori ridono e scherzano, anche loro sorseggiando del caffè bollente.

O come in un'altra foto dal set di Arancia meccanica: Kubrick, già più vecchio, con la barba incolta e i capelli scompigliati, sembra un prete intento ad officiare la messa a pochi passi da un enorme crocefisso. Sopra di lui, un secondo crocefisso sembra osservarlo dall'alto in basso. E' lo spazio che ricrea la cappella all'interno del carcere minorile in cui finirà Malcon MacDowell dopo che i “drughi” si saranno ribellati e lo tradiranno. Uno spettatore ingenuo contempla la foto e pensa che a breve quest'uomo barbuto leggerà brani dal Vangelo secondo Matteo.



Kubrick e la difficoltà di creare. Kubrick e la genialità di un regista che sapeva benissimo che cosa stava girando e che, per questo motivo, era capace di sferzare la forza psichica e fisica di chi gli stava attorno. Kubrick e la serietà di chi gioca a un gioco rischioso: quello di ri-creare il mondo a partire dalle immagini e dal montaggio cinematografico sperando di avere (sempre) il controllo assoluto e totale sul risultato finale. Kubrick e il cinema come arte che ri-produce (all'infinito) la bellezza di inquadrature che sono rimaste (e forse rimarranno anche in un futuro lontano) nella retina di milioni di spettatori. Kubrick e la difficoltà di generare questo tipo d'immagini indelebili.

sábado, diciembre 02, 2017

Intertestualità

Stanco e senza quasi voce (mal di gola maledetto, che arriva puntuale al primo abbassarsi della temperatura), mi reco in aula come il condannato a morte verso la sedia elettrica. Tanti, troppi alunni seduti in attesa del prof. che li illumini.

Stanco e stressato, con la testa a Roma (dove una casa editrice abbastanza seria ha appena ricevuto il nostro "visto si stampi" - il che vuol dire che, a partire da quel momento, il libro va in stampa e non sarà più possibile apportare correzioni o ripulire gli inevitabili refusi), mi accingo a spiegare un concetto non certo facile: che cos'è l'intertestualità e come funziona. Che vuol dire che i testi (soprattutto quelli del cosidetto "postmodernismo") dialogano tra di loro, a distanza, a volte sotto forma di parodia, altre sotto forma di omaggio, altre ancora (la maggior parte delle volte) come ri-scrittura di un modello appartenente a un'altra epoca, un altro contesto culturale, un'altra ideologia...

E non so né come né perché, mi rammento della famosa scena della carrozzina ne La corazzata Potemkin di Sergej Ejzenstejn (del 1925!): è una scena mitica, ogni cinefilo che si rispetti la conosce a memoria:


L'esercito sta trucidando il popolo ribelle e una madre prova come può a difendere il figlioletto, ma un soldato le spara e mentre la donna si accascia a terra, spinge senza volere la carrozzina del bimbo... E la carrozzina, ovviamente, comincia a scendere lungo la scalinata, inesorabilmente, inevitabilmente, e Ejzenstejn, che ha inventato il montaggio alternato, riesce a creare una suspense immane con l'alternarsi (appunto) di primi piani (delle vittime) e campi lunghi (del paesaggio), di movimenti inarrestabili dei soldati e di movimenti sincopati del popolo innocente... Dura 2 minuti, ma sono intensissimi, gli studenti trattengono il fiato, è incredibile come un film del 1925 riesca ancora oggi a sorprendere e a scioccare lo spettatore.


Bene, e ora guardate cosa fa Brian De Palma nel 1987 ne Gli intoccabili, un gangster-movie americano tipico:


Il bambino nella culla è un po' più grandicello di quello del film russo: la scena è molto più lunga (circa 7 minuti) e, soprattutto, il finale è specularmente opposto a quello di Ejzenstejn. Perché? Una ragazza coi capelli neri lunghi alza la mano: "Perché qui i buoni vincono e i cattivi perdono".

La ringrazio e le rispondo che ha ragione: ma non solo. Qui De Palma spettacolarizza la scena de La corazzata Potemkin, perché il bambino si salva in mezzo a una pioggia di proiettili e di mafiosi intenzionati a fare fuori chiunque gli si pari innanzi. Perché qui l'agente amico di Kevin Costner arriva (proprio all'ultimo momento) a frenare la corsa spericolata della carrozzina parandola come fosse un pallone sul punto di finire in rete (anzi, ha perfino il tempo di lanciare una pistola carica all'amico rimasto a secco).

Omaggio? Parodia? Ironia? Ri-scrittura?

Possiamo rifletterci un po' su, ma è quasi inevitabile constatare come tra la Russia degli anni 20 di Ejzenstejn e gli USA degli anni 80 di De Palma c'è un vero e proprio abisso. E il fatto che l'americano non possa fare a meno dell' "happy end" la dice lunga su un certo modo d'intendere la vita, e il cinema, e la realtà tutta (da parte dello stesso regista, ma anche da parte della politica degli "studios" e di Hollywood tutta...). Riflettiamoci. Riflettetici. E poi tornate a leggervi l'Odissea e, in parallelo, aprite Ulysses di Joyce.

La voce completamente svanita, il bruciore in gola mi paralizza, ma mi faccio violenza e esco dall'aula con in mano lo zainetto pieno d'acqua. Sta piovendo a dirotto. Il cielo è nero. E tira un vento che fa tremare le auto. Le chiome degli alberi sbandano come alcolizzati sulla via del ritorno. È il primo giorno del mese di Dicembre. E siamo riusciti a portare a termine una lezione che sembrava un macigno. Un'alunna che si era seduta nelle ultime file mi si avvicina con un ombrello in mano e mi chiede se accetto una caramella alla menta: "Per il suo mal di gola", aggiunge. Ha un sorriso bellissimo. Vorrei abbracciarla forte forte. Mi trattengo e accetto, la ringrazio e affronto la tempesta. Iniziamolo bene quest'ultimo mese di fatica prima delle vacanze natalizie. Dai.


jueves, noviembre 23, 2017

DIARIO D'ATLANTA


21/10/2017

Ore 10:00 a.m.

Iniziamo la traversata oceanica. Siamo già in aeroporto, con 3 ore d'anticipo, seduti in attesa d'imbarcare per New York. Ho mandato un messaggio audio a mia madre e, subito dopo, una foto del gate e mia madre ha esclamato: "Che bello! Dio mio! New York!". È ciò che penso anch'io: mi sembra incredibile atterrare al "JFK" di NY! Come entrare in un film di Martin Scorsese, o di Francis Ford Coppola, o di Woody Allen (o di David Lynch), di quei grandi registi che hanno trasmesso al mondo una certa immagine (autoriale, originale, ognuno col suo stile) dell'America...

Peccato che io e la mia compagna d'avventure e di viaggio non potremo perlustrare la città. Solo l'aeroporto, per un paio d'ore, prima di riprendere un secondo volo diretti ad Atlanta (Georgia). That's all. Ma è già molto.

22/10/2017

12:15 a.m.

Siamo al "Ramada Plaza Hotel", ovvero, a circa 10-15 minuti di taxi dall'aeroporto di Atlanta. A piedi ci avremmo messo 30 minuti. Ma, ovviamente, non volevamo rischiare di perderci o di camminare su strade non adatte a due pedoni che girano con 3 valigie cariche.

Se mi affaccio dalla hall dell'hotel (che qui si chiama "lobby", e non "hall") si vede un monumento che commemora le Olimpiadi del 1996. Una colonna di ferro bianco sostiene la famosa fiamma rossa dei Giochi Olimpici del 96.

Abbiamo fatto colazione al Waffel House, una catena di fast-food sparsa in tutto il territorio americano (o almeno, in tutto quello dello stato della Georgia). 




Ci abbiamo messo un po' a capire che per "waffel" gli americani intendono delle tartine di uova fritte, delle frittelle tonde che mia nonna chiamerebbe "ferratelle". E insieme a questa prelibatezza, due mini-hamburguer, una frittata da 2 uova, una specie di omelette fatta solo di patate fritte tagliate alla "julienne" e due fette di pane in cassetta imburrate con, all'interno, uva passa.

Il tutto accompagnato da caffè americano (ovvero, "dirty brown water", come la definirà una collega dell'Università) e succo di frutta artificiale.

Non possiamo sorprenderci del fatto che molti americani soffrano di obesità. Se solo provo ad immaginare di fare colazione ogni mattina con tale quantità industriale di calorie (qui segnalate matematicamente su ogni prodotto alimentare), mi vengono i brividi. E però, e appunto, gli americani sono onesti e giocano pulito: attaccato ad ogni prodotto c'è scritta la quantità esatta di calorie che contiene. Incredibile, ma vero! E sono anche gentilissimi. Non solo i camerieri del Waffel House (che lo devono essere anche per la questione "mancia" e per contratto), ma anche la gente che s'incontra per strada almattino (per colpa del jet-lag siamo usciti alle 8 del mattino...le 14 ora europea) e la mia compagna ha starnutito e tutti a dirle "bless you!", e quelli che andavano a spasso col cane, tutti a salutarci e a dirci "Good morning!".

Certo, poi passi davanti a un parco (in cui gruppi di giovani e meno giovani stanno allestendo dei gazebo per una sorta di "Giornata della Scienza", una specie di esposizione pubblica di simpatiche invenzioni o riusi ecologici di materiale vario) e t'imbatti in un cartello che avvisa: "No Firearms or Weapons permitted on this property"...


Se qualcuno viene beccato con una pistola o altra arma addosso,potrà essere multato o, addirittura, arrestato. E uno pensa che un cartello del genere sarebbe impensabile (almeno per ora) in Spagna o in Italia, in Francia o in Germania, sarebbe assolutamente assurdo o surreale...

E il secondo pensiero che sorge spontaneo è che gli USA rappresentano uno dei primi paesi al mondo nella classifica di quelli in cui si verifincano più morti violente per armi da fuoco (non so quanti ogni ora)...

E questo secondo pensiero fa paura e mette i brividi, fa venire letteralmente il sudore freddo sulla schiena. Meglio non pensarci troppo, infatti. Alle 14:00 arriverà il nostro cicerone a prenderci in hotel e ci condurrà a Carrollton, a pochi kms da qui: Jack è un professore di Lingua e Letteratura Spagnola, proprio come noi, e ci farà partecipare alle sue lezioni e a un congresso che sembra promettere molto. Tema: "Scismi e differenze nel mondo globalizzato: interculturalità e letteratura". Non vedo l'ora.

23/10/2017

7:05 a.m.

Ci siamo appena svegliati presso il "Courtyard Marriott" di Carrollton, un hotel alla periferia di una città a circa un'ora di distanza da Atlanta.

E dopo tanti (svariati) mesi, io e la mia compagna d'avventure torniamo a vedere (e a sentire) la pioggia. Incredibile la sensazione da film: mi sembra di essere all'interno di "Paris, Texas", con una piccola differenza: la nebbiolina che serpeggia tra i pick-up della Ford e i SUV (giganteschi) di case e marche automobilistiche che non conosco (tranne la Chevrolet e la Chrysler).

Per fortuna che in valigia abbiamo messo anche un cappotto invernale, dei pullover e un'ombrello piccolo. È strana la sensazione del freddo.

Il jet-lag continua a fare il suo effetto: ieri abbiamo cenato con Jack alle 18:00 e siamo andati a dormire alle 20:00!

Ho visto in tv qualche scena da Fifty Shades Darker (seconda parte assurda della versione cinematografica del famoso romanzo di E. L. James) e alle 21:00 anch'io ho chiuso gli occhi. Abbiamo dormito circa 10 ore! E adesso, ovviamente, ho una fame da lupi!

9:28 a.m.: West Georgia University. Un campus enorme immerso in un bosco. Il verde predomina sul rosso dei mattoncini delle strutture in cui sono alloggiati i vari dipartimenti e le varie facoltà. 

A lezione con Ana Z. C., professoressa di Letteratura Spagnola di Ciudad Real. Siamo in 14 in aula: tre spagnole, un italiano, tre ragazzi di colore (non so se afroamericani o afroispanici), un'americana bianca, uno studente del Costa Rica, un'altra peruviana, un'altra messicana, un'altra ecuatoriana, quest'aula è l'incarnazione degli USA in quanto melting-pot del mondo, un mix incredibile di razze con prevalere della lingua spagnola e inglese come lingue franche. Uno si chiede: ma come si può essere razzisti in America? Certo che Trump ci mette del suo nel creare conflitto tra bianchi e neri, tra statunitensi doc e messicani, lui che è d'origini tedesche, se non erro, eppure, in quest'aula si respira aria di rispetto mutuo, guardare questi studenti fa sperare verso un futuro migliore, a dispetto di quanto possa dichiarare Trump e i suoi accoliti e i suoi votanti più beceri ed estremisti...

25/10/2017

15:12 p.m.

Ritmo di lavoro assurdo: lezione da Jack dalle 9:00 alle 11:00 e poi, alle 11:30, pranzo (sì! Pranzo!) con il Direttore del Dipartimento di Lingue e Letterature Straniere. Robert è americano DOC, nato proprio ad Atlanta ma - per mia somma sorpresa - parla benissimo l'italiano: mi confessa che sua moglie è marchigiana e anche lei fa la Professoressa in un'altra Università americana, insegna Letteratura Italiana: Boccaccio e Pasolini (due autori difficili, ma entrambi affascinanti, mi complimento con lui per il coraggio della moglie italiana ed italianista).
Inevitabile parlare di diffirenze e somiglianze tra sistema spagnolo ed italiano, da un lato, e americano, dall'altro.
Trump è un problema (globale) per tutti. La mancanza di motivazione degli studenti più giovani nei confronti della lettura: idem. 
Stasera, di fatto, andremo a cena con alcuni dei ragazzi che stiamo conoscendo in questi giorni in aula. Per loro sarà un modo di praticare lo spagnolo con noi (gli "ospiti stranieri"). La cena è fissata per le 17:30: per noi è l'ora di merenda, ma dopo un pranzo (a base di hamburguer e sandwich) alle 11:30 mi sembrano quasi le 20:30 di sera.

Intanto, Heather D., una tipica studentessa bionda americana, ci parla degli effetti della guerra civile ne La ronda, di Juan Goytisolo (o Fausta, di Ana María Matute). Mai sentiti (letti) questi racconti. Dovrò rimediare. Intanto, Heather prova ad arrivare alle conclusioni della sua presentazione in PowerPoint. Le compagne si sforzano anche loro a pronunciare correttamente, ma fanno fatica e a me fanno tenerezza, col loro accento americanissimo.
Penso a Vladimir Nabokov, a Lolita e alle sue lezioni americane al Wellesley College, dove le alunne erano tutte donne...

26/10/2017 

07:32 a.m.

Inizia il congresso internazionale in cui siamo stati invitati a parlare. L'interculturalità si tocca con mano, anche qui. Studiosi da ogni angolo degli USA; ma anche dall'Europa e dall'America Latina. Sono felice. Siamo felici. C'è sintonia e molti interventi aprono le porte verso un futuro migliore, in cui la letteratura e la cultura in generale siano (ancora) strumenti di conoscenza di sè e degli altri.

27/10/2017

21:24 p.m.

Stanchissimo. L'intervento (che ho fatto dopo pranzo, alle 16:30) è andato bene e ha suscitato scalpore (succede sempre così, se uno si mette a discettare dei rapporti tra etica ed estetica). Abbiamo conosciuto le alunne dottorande di una collega spagnola che insegna in Alabama. Sweet Home Alabama. Inés ci sorride. Ci stringe forte la mano e quando scopre che veniamo dalla sua stessa città natale quasi si commuove. Non riesce a crederci. Parliamo della cucina spagnola tipica del Levante, della sua terra. Ci ripromettiamo d'invitarla per darle l'occasione (crearle la scusa perfetta) per lasciare un po' gli USA e tornare a casa (speriamo d'includerla in qualche lezione per il Dottorato o in un qualche altro congresso).

28/10/2017

19:23 p.m.

Abbiamo visto un film tedesco degli anni 90 (sottotitolato in inglese). Il jet-lag è quasi del tutto scomparso, ma questi ritmi mi distruggono. Il film è interessante: parla di un architetto che, nella Germania pre-caduta del muro di Berlino, decide di rivoluzionare l'architettura del suo quartiere in espasione, sogna una città senza barriere architettoniche e in cui la gente possa riunirsi e parlare di libri, al di là degli schematismi e delle costruzioni geometriche fredde del regime comunista russo. Niente: i suoi capi gli mettono i bastoni tra le ruote, non è un vero socialista, un vero socialista mette l'estetica al servizio dell'etica; niente cessioni alla moda; niente piazze enormi; niente circoli che non siano affiliati al Partito... Poi c'è il dibattito e fa un certo effetto ascoltare le domande interessate e acute degli studenti di Cinema e "Visual Arts". Il regista è felice e stanco: forse anche lui soffre il jet-lag...

29/10/2017

13:12 a.m.

Gli Stati Uniti d'America non sono un paese: sono un mix di paesi.

30/10/2017

17:10 p.m.

Jack ci riaccompagna in aeroporto. L'areo della DELTA Airlines partirà tra un paio d'ore. Siamo già nostalgici. Ci abbracciamo con affetto sincero. Ci sembra stranissimo. Il tempo è passato in fretta, ma ci sembra di essere rimasti in Atlanta per un mese, talmente tante sono le cose che abbiamo fatto insieme.

Gli USA non sono un paese: sono un continente. Io e la mia compagna d'avventure ci ripromettiamo di attraversarlo in macchina coast-to-coast. Dall'Oceano Pacifico all'Atlantico (o viceversa). La Route 66. Il deserto e i motel che abbiamo visto tante volte in tanti film. È stata un'esperienza incredibile. Come vivere dentro a un film. Quanto devono gli USA al cinema? Quanto siamo legati all'immagine che dell'America del Nord ci offrono i film? 

Spero di riuscire a dormire. Perché dopo 9 ore di volo, 4 di macchina e un'oretta per mangiare, jet-leg o meno, dovrò entrare a lezione. E non so in che lingua parlerò, dopo tutta questa full-immersion nell'inglese. Arrividerci Atlanta! Arrivederci USA! È stato un vero piacere...

miércoles, octubre 25, 2017

Monolinguismo e Multilinguismo




25/10/2017

Carrollton: nel solito laboratorio linguistico del Dipartimento di “Foreign Languages” della “West Georgia University”. Oggi abbiamo battuto ogni record: abbiamo pranzato (a base di sandwich tipico americano) alle ore 11:00; una vera e propria follia! Ci ha invitato a pranzo il Direttore del Dipartimento. Ed e’ stata una bella sorpresa scoprire che parla un italiano perfetto, con leggero accento marchigiano. Scopro che sua moglie e’ italiana, di fatti, di Fabriano; incredibile l’effetto della globalizzazione e della “fuga dei cervelli”! Dopo vari concorsi da ricercatrice in cui e’ stata sempre sorpassata dal candidato locale, questa donna di cui so solo il nome, per ora, Anna, decide di fare il salto in America e diventa associato in un’altra Universita’ in Virginia (prima di riuscire a riavvicinarsi a suo marito in Atlanta). Ora insegna Lingua Italiana agli americani e, quando puo’, porta avanti la sua ricerca su un dopppio binario interessantissimo: Boccaccio, sul fronte medievale, e Pasolini, su quello della letteratura moderna e contemporanea.”Bellissima accoppiata!”, esclamo ad alta voce, e il Direttore se la ride. Ne conviene. Ha provato (lui che e’ americano e l’italiano lo ha imparato dalla moglie) a leggere il Decameron, ma non ci riesce; gli chiedo allora se ha letto Pasolini e mi dice di si’, anche se lo preferisce nei panni del regista, più che in quelli del romanziere (ma gli suggerisco di leggere "Le ceneri di Gramsci"...e prende nota su una Moleskine).

Mentre finiamo di mangiare i nostri panini imbottiti all’inverosimile (ed e’ quasi impossibile che dal panino non sguscino via pezzi d’insalata, pomodori e olive nere immerse in maionese spessa e d’un giallo impossibile da trovare in Italia), iniziamo a parlare di Salo’ o le 120 giornate di Sodoma, l’ultimo film di Pier Paolo Pasolini, forse anche quello piu’ controverso e complesso e sicuramente quello più difficile da vedere, anche quando lo spettatore dovesse essere uno scaltro e con lo stomaco forte… 

E finiamo col disquisire delle differenze culturali tra Europa e Stati Uniti in merito al modo di rappresentare il sesso al cinema, del puritanismo totale degli americani e della nonchalance degli spagnoli, di come un nudo in un film spagnolo sia quasi un topos e di come in Italia, ultimamente, i registi sono anche piu’ sciolti e disinvolti e di come, invece, gli Studios praticamente probiscono d’inquadrare da vicino gli organi sessuali (tanto maschili quanto femminili).

L’America e’ un paese affascinante, in questo senso, e lui, in quanto Direttore di un Dipartimento di Lingue Straniere, ci tiene a dirmelo, vuole trasmettermi tutta la sua voglia di combattere contro il Sistema: qui negli USA insegnare ai ragazzi a parlare altre lingue, metterli, quindi, in contatto con la cultura di altri paesi, non e’ affatto facile ne’ scontato. L’anglocentrismo e’ fortissimo e chi studia francese, spagnolo, italiano e’ uno studente che sa gia’ che non avra’ vita facile se un giorno vorra’ provare a lavorare con la propria laurea.

Non avevo mai considerato la questione da questo punto di vista: in Europa, perfino oggi che il Regno Unito e’ uscito dall’Unione, ci ammazziamo per poter avere un B2 in Inglese, e tendiamo a soffrire d’una sorta di complesso d’inferiorita’ nei confronti della lingua inglese e, invece, negli USA, c’e’ chi deve lottare e sudare per portare avanti una filosofia di vita multilinguistica (anche quando il multilinguismo e’, effettivamente, una realta’ quotidiana, come nelle zone di frontiera, dove si arriva a parlare lo ‘spanglish’, o come nei casi dei tanti studenti che, in famiglia, parlano una lingua diversa da quella ufficiale…e pensiamo soprattutto a cio’ che succede nelle famiglie latine, o di ispanoamericani, o ai figli di genitori di Puerto Rico o del Costa Rica, dove l’inglese e’, ovviamente, quasi una lingua ufficiale e necessaria per la sopravvivenza di entrambi i paesi nei confronti degli USA).

Poi ci accingiamo ad entrare a lezione del college di Lingua Spagnola e il Direttore ci deve abbandonare perche’ deve risolvere le solite beghe legate alla burocrazia (anche qui molto invadente, proprio come in Europa). Prima, pero’, ci porta nel suo studio e ci regala due magliette, due t-shirt nere con una scritta maiuscola in bianco: “Monolingualism can be cured”, recita lo slogan, e ridiamo tutti. Gli promettiamo di portarla a lezione appena torneremo in Spagna. Dove uno slogan del genere, per tutto il casino che sta succedendo in Catalogna, assume di certo un valore politico di un certo impatto. E comunque e’ proprio cosi’, e’ verissimo: il monolinguismo si puo’ curare, e fa sempre bene essere multilingue, e’ sempre un toccasana “trasportare” il proprio cervello (anche solo per brevi periodi di tempo) in una lingua diversa da quella d’origine…