martes, febrero 26, 2013

Vaglielo a spiegare (a chi ci guarda dall'estero)



Un caro amico dei tempi del liceo che ora vive (felicemente) nel Sud dell'Inghilterra mi chiede: "Ma chi ha vinto? Mr. Berluska o Mr. Bersani? Non ci capisco niente!". 

Un altro amico e collega di Salamanca scrive su Facebook quella che, a mio parere, è una delle definizioni più azzeccate del mio paese: "Italia: quel paese in cui tutti dicono di non votare Berlusconi, ma poi...".

E chissà quante altre domande, da parte di chi ci vive (ci vede) dall'estero (o dall'esterno), che paese di matti dobbiamo sembrare agli occhi di chi non è ben addentro nei misteri della politica italiana...

Io ero personalmente troppo impegnato a fare l'amore con la mia donna per interessarmi delle sorti del paese e quando ho visto l'andazzo, sinceramente, mi è venuta una gran voglia di spegnere la tv e di vomitare...

Mettiamola così: Bersani ha perso, perché il PD (dietro cui si cela l'ombra lunga di D'Alema e co.) non è così tanto di sinistra come molti italiani di sinistra sperano e si augurano; Berlusconi (il pagliaccio che s'ostina a lottare contro la Morte, ma tanto, caro mio, la Morte arriva, prima o poi, per tutti) ha vinto, perché, al di là dei sondaggi che lo davano per spacciato un italiano su tre (dico, 1 su 3!) lo ha votato, ovvero, ha creduto ancora una volta alle sue stronzate e alle sue promesse da Pinocchio (ma non offendiamo Pinocchio, suvvia...); Grillo ha vinto, perché sicuramente - oltre ai molti che gli credono - c'è stata una folta schiera di elettori che gli ha dato credito per ripicca, rabbia o semplice schifo dei rappresentanti degli altri partiti... In sintesi: l'Italia ha perso, perché con una ripartizione dei voti simile diventa impossibile (o molto difficile) formare un governo degno di questo nome.

Ovviamente, non è che ora esulti e mi auguri che il mio paese faccia la fine della Grecia (o continui a degradarsi ben oltre l'arco temporale in cui ha dominato il berlusconismo). No. Mi auguro solo che tutti quanti ci si metta una mano sulla coscienza e si decida di non far prevalere né le spinte populiste né, però, i giochetti di partito (che fanno male alla gente e a chi li pratica). Mi auguro che chi si definisce di sinistra lo sia fino in fondo e metta da parte le strategie, i trucchetti, gli ammiccamenti, gli spot ("Smacchiamo il leopardo", mio dio, madre mia, che slogan assurdo, fa arrossire anche solo scriverlo!) che competono meglio alla concorrenza; che chi promuove la sinistra la smetta di promuovere teorie in abstracto e inizi a dedicarsi un po' di più alla vita reale e alla pratica; che ci sia davvero un ricambio generazionale (magari affidato a gente meno "berlusconiana" di un altro pagliaccio come Renzi).

Italiani brava gente... sì, proprio.

lunes, febrero 11, 2013


Monica e il desiderio: Ingmar Bergam e l’“uomo sentimentale”



Non credo esista (all’interno della storia del cinema, dai suoi albori ai giorni nostri) un regista più “spietato” di Ingmar Bergman nella capacità di affondare il bisturi, di avvicinare la lente d’ingrandimento e di fare la radiografia dei rapporti umani sentimentali (o passionali). Possiamo anche citare Erich Rohmer (altro “mostro”); possiamo provare anche a pensare a Woody Allen (ma lui stesso si proclama “allievo” di Bergman) o a François Truffaut (anche troppo “romantico”), ma nessuno, credo, nessuno si può avvicinare alla fine eleganza e al sottile cinismo del regista svedese quando si tratta di sviscerare i rapporti di coppia, o di domandarsi in cosa consista l’amore, o di fotografare i momenti in cui (fatalmente) l’amore si converte in odio e poi (finalmente) in indifferenza…

Monica e il desiderio (film del 1953 che fece impazzire uno dei padri fondatori della Nouvelle Vague, Jean-Luc Godard) ne è la riprova, nel senso che riconferma tutte le capacità e le abilità di Ingmar Bergman nel provare a riflettere sulle tematiche testé citate…

Monica è un’allegra ragazza che fa la commessa e che ama andare al cinema per evadere dalla dura realtà quotidiana; dalle prime inquadrature capiamo pure che è una tipetta piuttosto scaltra e vivace; non disdegna la compagnia maschile, tanto che molti uomini se ne approfittano e vorrebbero portarsela a letto senza tanti preamboli. Ecco, già qui, già in questa presentazione del personaggio, Bergman è all’avanguardia: ci mostra una ragazza libera, indipendente, o che almeno si impegna a vivere al di là delle etichette e delle convenzioni sociali (sarà anche per questo che fuma come un turco dalla mattina alla sera per tutto il film?) e nel fare ciò si scontra subito con il maschilismo serpeggiante di certi padri di famiglia che se ne fregano del corteggiamento e che tendono a usarla quasi come fosse una prostituta… Finché non arriva lui, un timido ragazzo biondo, commesso anche lui in un negozio di porcellane, che verrà abbordato da Monica e finirà per innamorarsene perdutamente (anche contro le critiche e i calci e i pugni degli altri aspiranti amanti).

C’è una scena che – come nota Piera Detassis in un’intervista acclusa nel dvd che ho usato io – la dice lunga su quale sarà il destino dei due giovani innamorati: davanti un film-spazzatura pieno di melodramma stantio, Monica piangerà a pieni polmoni, mentre il suo “lui” sbadiglierà a mandibola sciolta… Insensibilità dell’uno e ipersensibilità dell’altra? Le cose non sono come sembrano.

Monica sogna di evadere davvero, non le basta più solo il cinema: d’altronde, come biasimarla, se casa sua è infestata dai fratellini più piccoli (che fanno sempre rumore e “rompono tutto”), da una madre casalinga un po’ antipatica e da un padre che si ubriaca un giorno sì e l’altro pure? Monica decide di evadere sul serio e, approfittando della barca del padre del ragazzo, lo convince ad andare a passare l’intera estate (o l’intera vita?) su un’isola non lontana. E’ qui che i due ricostruiscono una sorta di Eden perduto: si limitano ad amarsi, a fare il bagno e a prendere il sole nudi (soprattutto lei, splendida e smagliante, selvaggia e pura forza della natura)…

Bergman è bravo a farci notare il contrasto anche paesaggistico tra i due spazi: alla luce sfolgorante dell’isola fa da contraltare il grigiore uniforme della città; agli scogli da cui i due giovani si buttano vengono contrapposti i palazzi freddi delle fabbriche, con le loro ciminiere sempre fumanti.

Ma si può vivere di solo amore? E’ davvero possibile essere “due cuori e una capanna” al di là del bene e del male? L’uomo è un animale sociale e l’amore non basta; se il ragazzo biondo non tornerà a lavoro, entrambi rischiano di morire di fame. Monica fa i capricci e si arrabbia, spingendosi addirittura a rubare un pezzo di carne arrosto dalla casa di un ricco facoltoso che vive vicino all’isola (la scena è un po’ troppo simbolicamente sottolineata dalla cinepresa, ma è anche coinvolgente: Monica sembra una lepre che ruba ai ricchi per dare a se stessa… anche perché – come ha confessato poco prima al fidanzato – ha appena scoperto di essere incinta).

Natura contro cultura; amore puro contro società del denaro. Il ragazzo si sente responsabile nei confronti di Monica e, alla fine, la convince a tornare sulla terra ferma: si sposeranno, lui troverà un lavoro, e vivranno tutti e tre felici e contenti.

E qui il film subisce una virata: Monica diventa brutta e sciatta; il marito dimostra vent’anni di più dell’età che ha. Studia di notte per cercare di diventare ingegnere; di giorno, lavora come uno schiavo; arriva addirittura ad accudire il figlioletto perché Monica dice di essere sempre troppo stanca… E il giorno che è fuori per lavoro, Monica lo tradisce, torna alla vecchia vita, fatta di bar equivoci, di incontri con amanti fortuiti, di mille sigarette, fumate una dopo l’altra.

Quando il marito torna dal viaggio di lavoro e scopre l’amara verità, Monica piange e si dispera, ma ormai il danno è fatto. Scappa, lasciando la bambina appena nata al marito…

Quella che era iniziata come una romantica storia d’amore, diventa la storia della fine dell’amore… L’ultima inquadratura – bellissima – ci mostra il marito con in braccio la neonata mentre si guarda in uno specchio. Una dissolvenza incrociata ci fa capire a cosa sta pensando in quel momento il povero neo-divorziato: sta ricordando Monica, la sua nudità, le sue corse sopra gli scogli, i suoi tuffi in mare, quando ancora non erano sposati e ancora non gli aveva detto che sarebbe diventato padre…

Di nuovo, appare evidente il contrasto tra il grigio cupo dello spazio urbano e il bianco sfavillante del sole dell’isola (che non c’è più). Per il marito abbandonato Monica nuota ancora nel mare di quell’isola. Mentre per noi spettatori è tornata ad essere una tra tante; una povera commessa che piange davanti a film strappalacrime; e una domanda s’insinua spontanea nella mente dello spettatore: perché è finita così? Di chi è la colpa? Perché Monica non ha saputo dire di no al desiderio? Perché il marito continua a guardarla come una sorta di sirena su un’isola paradisiaca?

In questo senso, nell’indurre lo spettatore a porsi di simili domande, possiamo dire che Ingmar Bergman è un “uomo sentimentale”: tutti i suoi film sono indagini poetiche a volte crudeli, analisi sottili e a volte ciniche dei sentimenti umani (soprattutto – come in questo caso – quando entrano in gioco il sesso e la passione, l’amore e il desiderio, la voglia di evadere e di ribellarsi alla società e il bisogno di stare coi piedi per terra).

lunes, febrero 04, 2013


L’amore (che torna)



E poi, un bel giorno di fine Settembre, in una città straniera in cui ti senti stranamente a casa, tu alzi la mano per fare la solita domanda di rito – alla fine di un intervento all’interno di un convegno su “Teoria della Letteratura” – e lei ti guarda e senti, percepisci che ti teme, che ha paura, che, in quel preciso istante, si sta domandando: “E ora cosa diavolo vorrà chiedermi questo tipo? Sembra uno di quei topi di biblioteca che passa tutto il santo giorno a spulciare manoscritti medievali o a collazionare edizioni quattrocentesche”. E invece no, fai una domanda semplice e diretta, lei ti guarda, tu la guardi e senti, percepisci quasi, una sorta di brillio nei suoi occhi, una specie di sorriso malizioso, una sorta d’interessamento improvviso e pensi: “Ma questa studiosa è davvero carina, ha un viso interessante, uno sguardo che cattura, ha una bocca che ispira baci, disegnata con una perfezione preraffaellita, è una bella ragazza, questa ragazza che ho qui di fronte a me, a pochi metri di distanza, e che ha appena finito di fare il suo intervento sulla Carmen di Mérimée e le riscritture di questo mitico personaggio femminile nel corso dei secoli e delle letterature del mondo…”.

E da quella domanda nascono altre domande. E da quello sguardo primigenio, altri sguardi (e da quel giorno, altri mille giorni – e ancora non sono finiti, anche se quella volta non lo potevi immaginare, nessuno dei due poteva minimamente immaginarlo o anche solo ipotizzarlo, quanto tempo ancora trascorreremo insieme, io e te, quanto?).

Siamo entrati nella sua stanza d’albergo alle 3 del mattino, alquanto alticci e ottimisti, per tornare in strada alle 9 del mattino, io con i capelli scombussolati e le occhiaie nere nere, lei con il rossetto spostato e il sorriso ancora più grande di quando gli ho fatto la domanda famosa… E prendersi per mano è stato quasi un automatismo, un gesto spontaneo e diretto e facile e bello e intenso e tenero, come è lei, ai miei occhi che ancora non ci credono che sta succedendo di nuovo, l’amore che torna a farti visita e ti scuote (ti scombussola) la vita, i ritmi, le giornate, i sogni e i progetti per il futuro…

Ed è bello tornare a sentire quei brividi nello stomaco. Quella particolare attenzione prestata ad ogni dettaglio dei suoi vestiti, del suo modo di pettinarsi, del suo modo di truccarsi e di camminare e di ridere (ah, quella risata infantile, che tenera che sei, mio dio!). Girati, mi dici, perché ci si vergogna, la mattina dopo, a farsi vedere dal partner che credevamo occasionale e che, invece, senza preavvisi, senza che noi ne abbiamo ancora piena coscienza, è destinato ad entrare nella nostra vita quotidiana con tutto l’impeto della novità inaspettata e, al tempo stesso, agognata. Girati, che mi vergogno, mi ripeti. Ma tu non devi vergognarti. Abbiamo avuto io 2 e tu 6 orgasmi, come puoi vergognarti? E allora lei capisce e sorride e si abbandona, e mentre l’abbraccio forte mi sussurra nell’orecchio una sua fantasia del momento – farlo in piedi, davanti alla finestra priva di serrande, solo una tenda chiara – e io rido e tu ridi e in queste risate che scoppiano spontanee nella stanza d’albergo riconosco una sintonia incredibile, riconosco te e me, me e te, ti accarezzo la schiena, tu ti volti per baciarmi le labbra, io ne approfitto per appoggiarti le mani sul collo, fingo di stringere (la mia solita mania sadomasochista – che è un po’ anche la tua, anche se noi in quel momento non lo sapevamo né potevamo minimamente sospettarlo), ma poi cambio posizione e le mie labbra accarezzano il tuo collo e poi scendono giù, lungo la spina dorsale, e tu tremi, sei tutta un brivido ormai, sei di nuovo pronta, e le mani affondano e le gambe vibrano e tutta la stanza d’albergo – anonima e fredda – trattiene il respiro, mentre le mani si bagnano e le bocche arrossiscono e le gambe ballano e la pancia si struscia sul culo sodo e le mani si intrecciano e le menti viaggiano e i cuori cantano…

E’ veramente strano tutto ciò. Uno pensa: “Sarà difficile trovare una persona di cui rinnamorarsi, dopo tante batoste, dopo tante delusioni, dopo tanto tempo da single, dopo tanti dubbi”. E poi riflette: “Le probabilità di trovare la donna della mia vita sono minime, certe cose succedono solo nei film”. E invece, quando succede, uno si ferma a pensare, si guarda nello specchio, e si dice: “Sono un uomo fortunato, l’ho trovata”. La donna ideale. E poi ti specchi nel suo sguardo e ti riconosci per quello che sei: un uomo che ama… E che amando si sente vivo.

Si alza dal letto (un altro mese, un’altra città) e inizia a cantarmi una canzone di Jovanotti nell’orecchio: “Amamiiii, come se avessimo un solo giorno per fare l’amore! Amamiiii, come se fossimo soli al mondo!”.

Ora mi sorridi, ora non ci credo che girato l’angolo improvvisa ti rivedo, ora mi ubriaco dentro ai baci tuoi, le rispondo, e aggiungo: tu fai ciò che voglio mentre faccio ciò che vuoi, tu fai ciò che voglio mentre faccio ciò che vuoi…
Ora mi ricordo, le dico, quello che volevo era proprio questo, ora sono vivo. Amami. E lei ride, col sorriso di una bambina, perché sa bene che anch’io, quella canzone, la so ormai a memoria, grazie a lei.

jueves, enero 31, 2013


T. S. Eliot’s Four Quartets, musica per la mente e poesia (metafisica) che si nutre di dubbi…


Non sono un lettore accanito di poesia; diciamo pure (subito) che non leggo quasi (mai) poesia e che il genere che preferisco è la narrativa, in particolare, il romanzo. E però… quando mi capita di leggere (o di ri-leggere) i miei poeti favoriti (Shakespeare, Luis Cernuda, Pier Paolo Pasolini e pochi altri) ecco che mi sorprendo a stupirmi di fronte alla sfuggevolezza del significato quand’esso è incastrato o abilmente infilato all’interno di significanti disposti in versi…T. S. Eliot è un altro di quei poeti che non mi stanco di ri-leggere, proprio perché non lo capisco bene fino in fondo e perché la sua poesia è piena di riferimenti nascosti, di significati misteriosi, di rimandi a cose che non so decifrare. All’interno dell’opera eliotiana, i Four Quartets (Quattro quartetti) occupano senz’ombra di dubbio una posizione strategica, sia perché sono l’ultima prova importante dell’autore sia perché coronano quel percorso accidentato e pieno di domande che conduce Eliot verso la conversione alla religione cristiana (per cui, il lettore attento si rende conto di come cambia il “pensiero” del poeta dalla visione apocalittica e indelebilmente pessimista di The Waste Land (La terra desolata) e di The Hollow Men (Gli uomini vuoti) alla visione critica e “dubbiosa” di Ash Wednesday (Il mercoledì delle ceneri) fino a quella “convertita” e apparentemente risolta e pacificata dei Four Quartets succitati (l’arco temporale spazia dal 1922, annus mirabilis perché in quello stesso periodo uscirono Ulysses di Joyce e il primo vol. della Recherche proustiana, se non erro e non ricordo male, fino al 1942, l’anno in cui uscì Little Gidding, che è l’ultimo dei quattro quartetti dopo, nell’ordine, Burnt Norton – del 1936 – East Coker – del 40 – e Dry Salvages – del 41).

Se dico che la visione di T. S. Eliot diventa “risolta” e “pacificata” solo apparentemente è perché – credo – anche i Four Quartets si nutrono di dubbi, al di là della fede in Dio o in una giustizia divina che punirà i malvagi e premierà i buoni di cuore. In tutti e quattro i lunghi componimenti, sembra come se Eliot si sforzasse di credere in un ordine superiore e divino, ma è come se non ci riuscisse fino in fondo e hai voglia a citare il Paradiso dantesco, il poeta americano si sporge sull’abisso, si pone domande esistenziali sui limiti umani, costruisce a grandi linee una metafisica del “perdono” e dell’ “umiltà”, ma, alla fine, sembra non dare credito lui per primo alle visioni celestiali che dovrebbero attenderci di là, una volta scampati all’Inferno e ai demoni delle tentazioni…

Uno dei problemi metafisici più complicati che Eliot sviluppa all’interno di tutti e quattro i quartetti è il tempo. Lo si può intuire da subito, basta leggere le due epigrafi in greco tratte da Eraclito, il filosofo del pantha rei, del “tutto scorre” (ovvero, del tempo come una freccia: non ci può bagnare due volte dentro l’acqua dello stesso fiume). E come comincia Burnt Norton? Con una serie di aforismi che fanno venire il capogiro, se uno si ferma a sviscerare i singoli versi…

Time present and time past
Are both perhaps present in time future,
And time future contained in time past.

Sembra proprio uno scioglilingua, più che un aforisma smontato e rimontato in versi:

Tempo presente e tempo passato
Sono forse entrambi presenti nel tempo futuro,
e il tempo futuro è contenuto nel tempo passato.

Se è vero che ci è possibile intuire che sia il passato sia il presente sono entrambi presenti nel futuro (confluiscono verso il tempo futuro, anche perché noi siamo fatti di tempo che si proietta costantemente verso il tempo futuro, io sono il “progetto di me” in vista di quello che farò o penserò di fare domani o fra un anno), diventa piuttosto difficile (per non dire impossibile) capire il terzo verso: che diavolo significa che il tempo futuro è “contenuto” dentro il tempo passato? Come fa il futuro a stare anche dentro al passato? Lascio aperta la domanda (e trovo questa possibile o plausibile piccola risposta: anche quando eravamo passato proiettavamo il nostro tempo presente di allora verso il futuro…).

Ecco come continua la prima strofa della prima parte del primo quartetto:

If all time is eternally present
All time is unredeemable.

Ovvero:

Se tutto il tempo è eternamente presente
Allora tutto il tempo è irredimibile.

E qui la cosa si complica per la semplice presenza di un aggettivo legato al verbo (ultra-connotato) “redimire”: si redimono i peccati, il Dio cristiano, in particolare, si è fatto uomo ed è sceso sulla Terra per “redimire” i peccati dell’uomo… Solo che qui Eliot sta indossando i panni del filosofo, più che le vesti del prete: “Se tutto il tempo è eternamente presente, se si vive in un eterno “tutto scorre”, allora si vive in un tempo e si vive una vita che non si possono redimere”… Insomma, il tempo non può essere eterno presente, il presente deve avere un senso, nel senso anche di “direzione”, ovvero: deve andare verso qualche altro tempo, un tempo altro dal presente, quale? Quello dell’eternità così come ce lo racconta la Bibbia? L’eternità è assenza di tempo, anche perché, nell’eternità, e se crediamo alla buona novella, il tempo scompare, e tutti siamo redenti… se crediamo e abbiamo fatto il Bene…

E subito dopo Eliot torna a filosofeggiare:

What might have been is an abstraction
Remaining a perpetual possibility
Only in a world of speculation.

Che possiamo tradurre così:

Ciò che avrebbe potuto essere è un’astrazione
Che resta una perpetua possibilità
Solo in un mondo di speculazione.

E qui – a quanto capisco – mi sembra che Eliot stia criticando sottilmente i sofisti e i filosofi che si nutrono di speculazione, che costruiscono interi universi basandosi sul “se” o sul “come se” kantiano: “come sarebbe stata la mia vita se, invece che A, avessi scelto B”…
Ecco dunque la sua versione dei fatti: bando alle ciance, bando ai filosofemi, bando ai tanti “se” che non portano a nulla:

What might have been and what has been
Point to one end, which is always present.

L’affermazione è contundente, netta, decisa, non lascia adito ai tanti dubbi sollevati dai versi precedenti:

Ciò che avrebbe potuto essere e ciò che è stato
Mirano a un solo fine, che è sempre presente.

E qui il verbo “to point to” fa davvero la differenza: mirare, puntare, indicare, segnalare, questo verbo – come fanno i segnali autostradali – guida ogni “come se”, ogni “possibilità” o “ipotesi” non realizzata verso un destino preciso, netto, su cui non si può dubitare: l’eterno presente, ciò che è sempre presente (e uno può anche tranquillamente pensare – in questo contesto – a colui che è sempre presente, l’Onnipresente, Dio stesso). Poi il componimento prende un’altra piega; Eliot abbandona la riflessione sul tempo per entrare di colpo in un ambito diverso, quello delle immagini (e lui è bravissimo a creare poesia a partire dalle immagini, sensoriali, tattili, visive, o uditive – non è un caso se i Four Quartets si chiamano così, il riferimento all’udito, alla musica, oltre che alla musicalità – dei versi, delle rime, delle assonanze interne e dei parallelismi, insomma, della poesia tout court – è voluto, auspicato e perseguito sin dal titolo dell’opera):

Footfalls echo in the memory
Down the passage which we did not take
Towards the door we never opened
Into the rose-garden. My words echo
Thus, in your mind.

Non è facile tradurre questi versi; questa è la mia versione:

Eco di passi nella memoria
Verso il passaggio che non prendemmo
Verso la porta che non aprimmo
Nel giardino delle rose. Le mie parole fanno eco
Dunque nella tua mente.

Il tema del tempo viene qui esplicitato attraverso varie metafore: la memoria come un passaggio (una strada, un corridoio, un cammino) che non abbiamo percorso; come uno spazio in cui risuona l’eco dei passi (in questo senso Eliot sposa il punto di vista di molti filosofi ed esperti in materia – a partire da Sant’Agostino – secondo i quali il tempo è sempre spazio che si ricorda o si evoca, tendendo l’essere umano a “spazializzare” costantemente il tempo stesso); memoria del passato come ricordo di quella scelta (proprio quella) che abbiamo scartato e dimenticato: qui questa scelta è indicata dal “correlativo oggettivo” della porta che non aprimmo (verso dove? Che cosa c’era dietro quella porta? Quante volte ci chiediamo: e se avessi varcato quella soglia? Insomma, quel “regno delle possibilità” più sopra criticato torna qui a farsi sentire – e vedere – con la potenza delle immagini; Sliding doors, come nell’omonimo film, Eliot ci fa venire in mente – con pochi versi – tutte quelle volte in cui abbiamo preso una strada piuttosto che l’altra, abbiamo aperto (o chiuso) una porta piuttosto che l’altra…). In realtà, qui la porta non aperta introduce in un luogo preciso: il “rose-garden”, il giardino delle rose… E chissà a quale giardino concreto stava pensando il poeta? Ma non è pure il Paradiso un giardino? Ci sono le rose nel Paradiso? Non era per caso per Dante – e secondo la sua visione medievale delle cose – la Rosa il simbolo dell’Empireo?
“Le mie parole dunque – ma anche “perciò”, “quindi” – fanno eco nella tua mente”. E qui il limite tra citazione e espressione dei propri stati d’animo si fa sottile: a chi si sta riferendo il poeta dicendo “your”? Di chi è la mente a cui si riferisce? In quale mente riecheggiano le parole di Eliot? Nella “mia” di lettore? In quella di una donna amata in passato?

Ecco: qui capisco una cosa, e cioè che la poesia è “sempre” eco delle parole di un altro; parole che riecheggiano anche a lettura completata; parole che evocano paesaggi, passaggi, momenti che non ricordiamo, o che non credevamo potessimo ancora ricordare…

The Four Quartets, in tal senso, è poesia allo stato puro…


domingo, enero 13, 2013


David Lynch si perde (e noi con lui) e tutto ciò è meraviglioso




Se qualcuno mi chiedesse qual è il mio regista preferito (è successo di recente, a Madrid, mentre aspettavo un aereo per andare ad Alicante), risponderei nel seguente modo: a) Orson Welles, perché a 24 anni (o giù di lì) ha rivoluzionato il linguaggio cinematografico inventandosi un capolavoro immenso e spericolato come Citizen Kane (“Quarto potere”); b) Francis Ford Coppola, perché con Apocalypse Now (forse il mio film preferito) non solo ha saputo trasporre in immagini gli incubi che Joseph Conrad ci racconta dalla penombra con la voce di Marlow in Heart of Darkness, ma è riuscito anche come pochi altri a descrivere l’orrore della guerra, la follia insita in ogni impresa guerresca; c) Stanley Kubrick, perché con 2001: A Space Odyssey (e tutti gli altri suoi film) ci fa viaggiare verso l’infinito (e oltre); d) Woody Allen, perché anche se sforna film come fossero panini, riesce sempre a strapparci un sorriso – e questo non ha prezzo (cfr. la scena in cui la sorella del protagonista di Mariti e mogli confessa al fratello e tra le lacrime che il suo ultimo amante temporaneo voleva farle la cacca… sulla pancia); e) Ingmar Bergman, perché come lui sono pochi i registi che sanno usare così bene il primo piano (cfr. Sussuri e grida o Persona) e come lui nessuno sa fare meglio e con maggiore eleganza la radiografia dei rapporti di coppia (cfr. l’horror domestico Scene da un matrimonio); infine, f) David Lynch, perché è il regista più folle, geniale, anormale, spiazzante, coinvolgente e paranoico che ci sia (cfr. il suo primo lungometraggio Eraserhead – La mente che cancella, del 1977, un film che ancora oggi mi fa paura, fa venire la nausea, il mal di testa, le vertigini, e di sicuro ancora oggi mi sentirei di vietarlo alle donne in stato interessante – chi lo ha visto sa a cosa mi riferisco).

Insomma, in sintesi e in soldoni, non ho un regista preferito, ma se devo scegliere su quello più affascinante proprio perché non riesco a decifrarlo e mi spiazza sempre, ebbene, costui è l’unico, l’inimitabile David Lynch (uno dei pochi registi il cui cognome è diventato anche un aggettivo: “lynchiano” come sinonimo, appunto, di strano, grottesco, violento, angosciante, inquietante, etc. etc. – e sono davvero pochi i registi che hanno questo privilegio – anche se i nostrani non se la cavano male, si pensi a Pasolini, Fellini, Rossellini, Moretti…).

Da Minimun Fax è uscita di recente una raccolta d’interviste dal significativo titolo: David Lynch. Perdersi è meraviglioso, ovvero, un’occasione d’oro per avvicinarsi al mondo lynchiano e cercare di capirci qualcosa.

In realtà, il libro è uno spassoso campionario dei tentativi falliti da parte dei vari intervistatori di carpire la natura del regista e del senso dei suoi film. Una costante invariabile, nel corso degli anni, è proprio questa sorta di auto-censura di Lynch quando si tratta di “aprirsi” o di “condividere” col pubblico il suo mondo interiore. Guai al giornalista che osi chiedergli “che cosa signfica” o “che cosa ha voluto dire” con quel particolare film o in quella particolare inquadratura: la risposta di Lynch sarà sempre la stessa, lui non lo sa, e non vuole spiegare i film, ciò che conta per lui è l’atmosfera, e il senso di mistero che aleggia in molte di quelle “atmosfere” che tutti noi (spettatori) riconosciamo al volo come “lynchiane”…

I film non devono trasmettere un messaggio (unico e univoco), ma coinvolgere lo spettatore fino a fargli vivere un’altra vita, quella proiettata sullo schermo che il regista ha inventato per lui (bellissima la battuta di Lynch in una delle ultime interviste: “Sarebbe fantastico che gli spettatori dei nostri film avessero il desiderio di rivedere i film che facciamo, di rivevere più volte dentro gli universi di quei film”, cito non verbatim e al volo).

Fa quasi tenerezza, Lynch, quando ci svela che, tra i classici della letteratura, apprezza molto Franz Kafka; e ci colpisce, quando ci dice che adora Kubrick, ma anche Bergman e il Federico Fellini di 8 e ½, ma anche Billy Wilder (per il suo Viale del tramonto) e Jacques Tati… Ci fa sorridere, quando compara il sesso (un altro grande mistero) al jazz, perché è la stessa melodia ma basata su un sacco di variazioni; e ci fa riflettere, quando tenta di spiegare al giornalista di turno perché anche il corpo umano è un mistero insondabile (anche se la scienza ci ha apparentemente spiegato tutto). E fa di nuovo tenerezza, quando parla di quelle fasi della sua vita in cui ha perso il favore del pubblico e si è trovato costretto a fermarsi e a fare i conti con se stesso e con la sua arte (dopo i favolosi flop di Dune e di Fuoco cammina con me). E’ qui che ci rendiamo conto che, al di là dell’immagine che vuole offrire di sé, Lynch è un brav’uomo, un americano come tanti che crede (ancora) fermamente nella capacità che ha l’uomo di creare (dal niente) un qualcosa di nuovo e di originale (non è un caso, dunque, che, oltre che regista, Lynch sia anche pittore, musicista, cantante, scultore e… inventore di mobili! Uno più strano e inutilizzabile dell’altro, sia detto per inciso).

Ripenso – leggendo – a tutte le volte che ho avuto paura, guardando un film di Lynch, e a tutte le volte che ho riso, o che mi sono commosso fin quasi al pianto, a tutte le volte che ho sobbalzato dalla sedia, guardando Velluto blu o Mulholland Drive, Inland Empire o The Elephant Man, e poi sottolineo questa frase:

“E sono davvero grato che esistano i segreti e i misteri, perché danno l’impulso alla scoperta e all’esplorazione. E spero, in un certo senso, di non ottenere mai una risposta completa, a meno che questa non sia accompagnata da un’incredibile euforia. Adoro addentrarmi nei misteri”.

E così noi, spettatori e fan di Lynch, adoriamo addentrarci nei suoi universi senza ottenere mai una risposta completa… perché perdersi (al cinema) è (davvero) meraviglioso, quando dietro la cinepresa c’è un pazzo come lui…

miércoles, diciembre 26, 2012


STORIA DI NESSUNO, OVVERO: PERCHE’ DYLAN DOG E’ UN CLASSICO


Un vecchio con la barba incolta e i capelli arruffati, vestito di stracci, e intirizzito dal freddo, cammina lentamente sotto una placida nevicata. Arrivato di fronte a un cancello, lo apre: è l’ingresso di un cimitero. Il vecchio, per tentare di scaldarsi, si inoltra lungo il sentiero che lo porta a una cappella. Si siede per terra, davanti ad una cassa da morto. E qui succede l’imprevisto, nella realtà del vecchio subentra ciò che Freud definirebbe come “il perturbante”: il coperchio della bara si solleva lentamente, è Nessuno (il protagonista della storia) a tornare in vita dal mondo dei morti e che, con il suo ritorno, provoca l’infarto del vecchio barbone.

E’ così che si apre uno degli albi “storici” (e “mitici”) di Dylan Dog, il n. 43, ovvero “Storia di Nessuno” (con la maiuscola), perché Nessuno è tutti noi e tutti noi possiamo riconoscerci (o rispecchiarci) nelle ansie, nelle paure, nei dubbi e nelle speranze di quest’uomo qualunque talmente “qualunque” da avere il nome che Ulisse adottò per sventare alle grinfie di Polifemo, Nessuno, appunto (e già qui c’è un tacito rimando al Pirandello di Uno, nessuno e centomila). Ecco, questo è uno dei motivi per cui sono ancora affascinato da Dylan Dog, un fumetto citazionista (come pochi altri in Italia) le cui storie vanno avanti a forza di citazioni (ed è per lo stesso motivo che Umberto Eco, in una storica – e anch’essa “mitica” – intervista con il creatore dell’ “indagatore dell’incubo”, Tiziano Sclavi, lo definì come “opera smontabile”, proprio perché costruita su più livelli di lettura e perché  “aperta” alle più disparate contaminazioni – in gergo tecnico, per Dylan Dog si può certamente parlare di “intertestualità” di stampo “postmodernista”).

Ma torniamo al nostro amico Nessuno. Non ricorda da dove viene e non sa dove deve andare. Fino a quando non ripete (come in un mantra) una specie di filastrocca: “Sono nato, mi sono laureato, ho trovato un lavoro, mi sono sposato, sono morto, e poi?” (da notare bene: la filastrocca verrà ripetuta anche alla fine, ma con i verbi al futuro: “Nascerò, mi laureerò, troverò un lavoro, mi sposerò, morirò, e poi?” – cito non verbatim, ma la sostanza è questa). E ripetendosi queste frasi si trova a bussare al portone di quella che era la sua casa: la moglie, spaventatissima, ci resta malissimo, non sa che farsene di un marito redivivo, anche perché, la brava donna non ha perso tempo (e si è rifatta una vita con il suo amante “storico”, oltre che miglior amico del defunto).



Cosa fare se tornassero dall’al di là i nostri cari? Dove potremmo sistemarli? Come influenzerebbero la nostra vita quotidiana? Sono queste le domande che suscitano le vignette in cui vediamo la moglie di Nessuno alle prese con chi è davvero (ontologicamente) “nessuno” (ovvero, con chi è diventato un cadavere e un nome stampato su una lapide del cimitero). Qui Sclavi potrebbe stare strizzando l’occhio a Balzac e al suo racconto lungo (o romanzo breve) Le colonel Chabert (in cui si narra di un ufficiale dell’esercito napoleonico dato per morto in battaglia e che, invece, riesce a farla franca: peccato che, quando tornerà “alla vita”, ancora innamorato di sua moglie, troverà questa tra le braccia di un altro, un conte, un uomo della nobiltà dal quale ha avuto già due figli), oppure al già citato Luigi Pirandello (e all’altro suo romanzo di “de-formazione”, Il Fu Mattia Pascal – quando tutti ti credono morto, diventi letteralmente “uno, nessuno e centomila”, o puoi adottare il nome di un altro – o auto-nominarti “Nessuno”).

Ecco, è in queste scene, quando interviene perfino l’amante, che consiglia al “ritornante” o “morto vivente” di andarsene al cimitero, di tornare lì da dove è venuto, che il lettore si commuove e parteggia per lui. Sta in queste scene la potenza della scrittura (e dell’immaginazione malinconica) di Tiziano Sclavi. E sta in queste pagine la motivazione della mia passione indefessa per un personaggio come Dylan Dog, l’eterno adolescente (“old boy” lo definisce l’ispettore Bloch) che si ferma spesso a riflettere e a mettere per iscritto, sulla scrivania del suo studiolo, accanto al famoso modellino del galeone infinito, su Vita e Morte (Eros e Thanatos), sul significato ultimo dell’esistenza, sui limiti della conoscenza umana, sui perché fondamentali…

E “Storia di Nessuno” è un capolavoro, in tal senso, perché spinge fino alle estreme conseguenze le teorie più moderne, come quella (spiegata in modo anche troppo didascalico dal “cattivo” per eccellenza, il mad doctor Xabaras – forse padre dello stesso Dylan) degli “universi paralleli” per cui: non c’è un solo Nessuno, ma esistono tanti Nessuno quanti sono i mondi che la mente di un altro può sognare o plasmare; non c’è un solo Dylan, astemio, che non fuma, che vive a Londra, a Craven Road, e suona il clarinetto, e non riesce mai a finire il galeone, e vive insieme all’assistente Groucho – sparabattute che in questo albo si supera – ma anche un Dylan dedito al whiskey, che fuma e suona il sax e ha già finito quel benedetto modellino…

Si sa, però, che un fumetto – per quanto “filosofico” voglia essere – deve basarsi sulle immagini; i fumetti sono come film muti e il disegno gioca il ruolo principale. In “Storia di Nessuno” troviamo all’opera Angelo Stano che, a mio modesto parere, è uno dei disegnatori più bravi della serie (oltre che l’autore di tutte le copertine ultime di Dylan Dog). E a proposito dei disegni, è davvero notevole la capacità che ha il fumettista di trasportarci in un’altra dimensione; oltre che di “spostarci” da un mondo all’altro, nel giro di un paio di tavole. La teoria della relatività einsteniana e quella dei “multiversi” viene qui resa visivamente con una serie di salti spaziali e temporali che possono certamente disorientare, ma che riescono anche ad affascinare il lettore, catapultato in una serie di abissi, o voragini, di cui non si riesce a vedere la fine…

In una bella intervista reperibile su YouTube, Tiziano Sclavi dice che “Storia di Nessuno” è un albo folle, che non saprebbe riscriverlo nello stesso modo e che, ancora oggi, non sa bene cosa avesse voluto dirci con questa storia…

Io sostengo che se Dylan Dog rimarrà nella storia del fumetto italiano (ed europeo) è anche grazie a storie come questa, in cui perdersi è un piacere, per gli occhi e per la mente.

P.S.: in questo albo, e a proposito di vertigini visive, c'è uno degli "zoom" all'indietro più vasti della storia del fumetto (credo): dalla stanza in cui chiacchierano Xabaras e Dylan Dog, a Londra, alla visuale panoramica dall'alto dell'Europa, per poi allargarsi ancora di più, salire ancora più alto, fino a contemplare il sistema solare e la Via Lattea... (nemmeno Stanley Kubrick ha osato tanto in 2001: A Space Odissey).

sábado, diciembre 22, 2012

E' Natale e siamo tutti più buoni... (io non direi)




E così, senza quasi accorgercene, non solo il mondo non è finito, come invece prevedeva la famosa profezia dei Maya, ma tutti insieme siamo arrivati alle soglie di un altro Natale, e lo si sa, ormai, è una sorta di ritornello, a Natale siamo tutti più buoni.

Se c'è però una cosa che mi urta i nervi è proprio il buonismo e l'ipocrita atmosfera da "volemose bene" legati a questa festività. Io personalmente mi dissocio e ne approfitto sempre per peccare il più possibile, per trattare male i familiari, per andare, un minimo, in controtendenza (forse ha ragione quella cara amica - e collega - che sostiene che io sia "anarchico dentro").

E così, anche quest'anno, in questi ultimi giorni dell'anno, approfitterò delle meritate vacanze natalizie per isolarmi dal mondo esterno, prendere a parolacce tutti i consenguinei che si azzarderanno ad invitarmi a giocare a carte o a tombola a casa loro, per peccare di lussuria nei modi più strambi e arzigogolati possibili, per spegnere la tv ogni volta che vi farà la sua apparizione Benedetto XVI e per riguardarmi i migliori film horror, gore, splatter e porno della stagione (Annette Schwartz, oh, Annette Schwartz, che mattacchiona che è questa attrice-regista tedesca che ne sa davvero una più del diavolo; vorrei scrivere un racconto su Annette, ma come si fa? Bisognerebbe avere la stessa fervida immaginazione di James Joyce quando inviava le sue lettere "erotiche" a sua moglie, povera Nora Barnacle, cosa ha dovuto sopportare in vita, quella porella...).

E non me ne frega niente dei regali. Non ne farò né mi farà piacere riceverli. Tanto, a che servono? Solo a occupare spazio (a meno che uno non si fa furbo e li ricicla al volo).

Gli unici parenti che andrò a visitare saranno i miei nonni; sono perfetti se uno vuole suicidarsi o pensare al peggio, hanno il dono di trasmetterti l'ansia, la paura e l'angoscia esistenziale, sono dei maestri in quanto a pessimismo cosmico ("non c'è nemmeno una notizia buona da darti, caro mio", questo fu il prologo del discorso di mio nonno il Natale scorso - e mia nonna, giusto per rincarare la dose: "Io quando mangio penso sempre a voi, voi ce la fate a mangiare? Ci arrivate a fine mese con quel poco che guadagnate? Ah, che sacrifici! Ah!").

E poi spegnerò la luce e resterò a lume di candele fino a notte fonda a leggermi i diari di John Cheever (Una specie di solitudine - Milano, Feltrinelli, 2012 - contiene pagine memorabili, notevoli, sorprendenti, davvero liriche su chi siamo, su Roma, su come ci percepiscono gli americani, sul matrimonio, sui rapporti sentimentali in generale, sui figli, sull'amore, sulla follia, sull'alcolismo, sulla bellezza) e a domandarmi anch'io, con lui, se la solitudine non sia, in fondo, l'unica condizione che ci permette di ascoltarci, e di capire chi siamo, e di trarne le dovute conclusioni: nasciamo soli, moriamo soli.

E' Natale, sì, e siamo tutti più buoni... certo, come no...

miércoles, noviembre 28, 2012


Stanley Kubrick e me, di Emilio D'Alessandro, ovvero: come vivere (e sopravvivere) accanto a un genio



Comprato quasi per caso presso l'ex MelBookStore (attuale IBS) di Via Nazionale, Stanley Kubrick e me (il sottotilo esplicita: “Trent'anni accanto a lui. Rivelazioni e cronache inedite dell'assistente personale di un genio”, Milano, Il Saggiatore, 2012) è un libro che mi ha profondamente colpito e divertito ed emozionato...

E' una sorta di diario di bordo, redatto da Filippo Ulivieri (esperto kubrickiano di lunga data e responsabile dell'ArchivioKubrick sul web – mai sentito parlarne prima, dovrò farci una capatina) e “dettato” allo stesso Ulivieri dall'eroe (o anti-eroe?) protagonista Emilio D'Alessandro, destinato a diventare l'amico più intimo, l'aiuto indispensabile, la spalla su cui piangere, il tuttofare disponibile 24 ore su 24, l'assistente più tartassato, oltre che quello più rispettato, del regista di Arancia Meccanica.

Come non provare subito simpatia per uno come D'Alessandro? Fuggito da un paesino nei pressi della natia Cassino nel 1960 in Inghilterra per evitare il servizio militare obbligatorio, fa vari lavoretti per poter sopravvivere insieme alla moglie, Janette, e ai figli piccoli. Coltiva la sua passione per le auto da corsa, fino a quando non viene contattato da tale Stanley Kubrick, che lo assume per fargli fare l'autista personale (quello che, per intenderci, è chiamato a scarrozzare i vari attori chiamati a partecipare nei film del regista americano dall'aeroporto di Londra alla tenuta che lo stesso si costruisce nella periferia più verde e isolata dell'Impero Britannico).

Emilio D'Alessandro non sa che pesci pigliare: non ha particolare esperienza nel campo del cinema, non sa nemmeno bene di preciso in cosa consista il lavoro del regista cinematografico. Ma comincia a stare bene, accanto a quest'uomo corpulento e dalla barba folta che, di media, impiega un paio d'anni per documentarsi sul film in corso e ce ne mette altri 2 per portare a termine il progetto finito...

Stanley Kubrick e me è, quindi, anche questo: il racconto in prima persona di una gran bella amicizia, quella tra Emilio e Stanley, ed è, al contempo, il racconto che consente a noi lettori aficionados di “entrare” nel dietro le quinte della vita di un genio, con tutte le sue debolezze e idiosincrasie, con tutti i tic che lo rendono, appunto, una persona “geniale” (o “fuori dalla norma”).

Sono innurevoli gli anedotti di vita vissuta che potremmo citare; a me sono rimasti in mente quello che riguarda Viviane (una delle figlie di Kubrick), giovanissima regista intenta a riprendere il papà mentre gira Shining (e Kubrick la sgrida – sia perché intralcia il suo lavoro con gli attori sia perché... sta usando lenti a suo parere sbagliate! Kubrick voleva avere l'ultima parola sempre e comunque, perfino nelle scelte della figlia aspirante regista!) e quello che riguarda la scena del ballo con cui si apre Eyes Wide Shut. Emilio è chiamato, in questo caso, a dare una mano e a ballare accanto a una delle modelle figuranti per permettere a Stanley di “calcolare” al centimetro la giusta distanza tra Nicole Kidman, Tom Cruise e gli altri attori del set e la famosa “steady-cam”. Dopo 3 ore di ballo, Emilio D'Alessandro non ce la fa più, cede la modella a un altro e sbotta, non prima, però, di averci confessato che quella è stata una delle serate più belle, serene e piacevoli passate in compagnia dell'amico regista.

Genio e follia; genio è follia. Emilio D'Alessandro ci mostra il volto umano (a volte, umanissimo) di un regista che, se agli occhi dei media è sempre apparso come una sorta di “orco cattivo” o “orso solitario”, agli occhi dei futuri lettori di questo diario di viaggio riuscirà ad apparire per quello che era in realtà: un uomo pieno di ansie, di paure, di ansia da prestazione; uno che non voleva mai deludere il suo pubblico e che, pur di fare buoni film, era disposto a tutto, anche a ribaltare un'intera casa, anche a disturbare il buon vecchio D'Alessandro alle 3 del mattino (per chiedergli, magari, soltanto: “Dove sono i miei calzini?”).

Il libro è “impreziosito” (come si dice in questi casi – sembra proprio una pubblicità, sta recensione) da un bel po' di foto inedite di Kubrick, del suo “entourage” e dei set dei suoi film più famosi (e queste foto fanno impressione, perché – pur essendo solo fotografie – riescono a “bucare” lo schermo della memoria e a riattivare nello spettatore le scene dei film cui alludono).

domingo, noviembre 25, 2012


Da un po' di tempo


E' da un po' di tempo che non aggiorno questo blog (quasi 18300 pagine visitate, inizio ad avere un po' paura e non riesco proprio ad immaginare chi siano i miei "potenziali" lettori... continuo a constatare che i "post" preferiti e più letti sono quelli dedicati al "cinema" - e io che pensavo di poter puntare tutto sulla "letteratura", vabbè... e vabbè pure che con la "letteratura", o meglio, con le cosiddette "humanae litterae" - o anche "studia humanitatis"  - ci campo, almeno fino ad oggi...).

Dicevo: è da un bel po' di tempo che non aggiorno il mio "diario di bordo" (di un "bordeline") e ce ne sarebbero di cose da annotare, appuntare, o su cui discettare, riflettere, pensare...

Un pensiero fisso, da un mesetto circa a questa parte, concerne però le donne... Quelle che ho conosciuto, quelle che frequento ogni giorno, oltre che quelle che mi piacerebbe conoscere per farci (magari) che ne so una famiglia (dei figli, per dire)... Le donne (in quanti "post" parlo di voi, donne?).

E pensa che ti ripensa, mi è venuta in mente una frase, che ho messo nero su bianco, e ho cercato di trasformare in algoritmo (che ci sia riuscito, beh, questo è - come suolsi dire - un altro bel paio di maniche).

E dunque, le donne ("male necessario" per noi maschi, secondo alcuni; "bene prezioso" per me che senza di loro sarei perso, o non sarei ciò che sono - un uomo, con tutti i limiti e i difetti che il termine "uomo" implica; un amante, schiavo di certe debolezze, affascinato dal corpo femminile, e da certe parti dello stesso; un compagno di avventure, cui confidare i propri segreti più nascosti e che ama confidare a certe donne i propri segreti più inconfessabili). Ecco, questo è l'algoritmo (piuttosto sciocco e strampalato, come sono io ultimamente):

"Le donne con me sono come le altalene: ridono, piangono, si disperano, gioiscono, fanno piani per il futuro e poi sposano qualcun'altro. Delle due l'una:o sono io che le faccio schizzare o è che attiro solo le altalene. O ancora un'altra ipotesi (la più inquietante): sono io l'altalena e loro salgono su per farsi un giro..."

E ciò detto, rimando a una prossima puntata le riflessioni pseudo-seriose su "cinema" e "letteratura"...

lunes, octubre 29, 2012




Guarda gli arlecchini!... e reinventa il mondo!



Immaginate... Immaginatevi di leggere l'autobiografia di uno scrittore famoso che sembra (ma non è) Vladimir Nabokov... Immaginate anche che questo scrittore finga di chiamarsi Vadim Vadimovic e che abbia alcune delle principali idiosincrasie dell'autore di Ada o ardore... E immaginate anche che il sunnominato Vadim Vadimovic scriva per tentare di esorcizzare una specie di malattia mentale (o tic nervoso) che assomiglia in modo preoccupante alla schizofrenia... Immaginate uno che non riesce a fare dietrofront – dopo aver percorso una strada da un punto A ad un punto B – perché ha seri problemi a concepire e percepire lo spazio in termini obiettivi, fisici, spaziali, appunto (confonde costantemente lo spazio con il tempo). Ecco... ci siamo quasi: siamo vicini alla trama (ma non ancora al nocciolo, all'essenza nascosta, al nodo essenziale) dell'incredibile Look at the Harlequins! (o anche: “Guarda gli arlecchini!”, tr. it. a cura di Franca Pece, Milano, Adelphi, 2012), romanzo tra i più sconcertanti e originali e lirici tra quelli pubblicati dal Nostro (la prima edizione uscì in America nel 1974 – dopo il successo planetario di Lolita – che, nel frattempo, nel 1962, era già diventata un film per la regia di Stanley Kubrick).

Da dove nasce il titolo? Da una frase che la balia-insegnante d'inglese soleva rivolgere al piccolo ancora in fasce (o in procinto di fare il suo ingresso nel mondo degli adolescenti):

“Smettila di tenere il broncio!”, gridava: “Look at the arlequins! Guarda gli arlecchini!”.
“Quali arlecchini? Dove?”.
“Oh, dappertutto. Tutt'attorno a te. Gli alberi sono degli arlecchini, le parole sono degli arlecchini; anche le situazioni e le addizioni. Metti assieme due cose – due arguzie, due immagini – ed eccoti un arlecchino triplo. Avanti dunque! Gioca! Inventa il mondo! Inventa la realtà!” (id., pp. 22-23).

Ecco: è in questo imperativo categorico della balia che troviamo parte (non tutto!) dell'essenza della scrittura nabokoviana, qui portata all'ennesima potenza, sviluppata con mille capriole, mille arguzie, mille battute umoristiche e con quello stile prezioso, mai lezioso, elegante, sempre originale che è lo stile di Nabokov...

Guarda gli arlecchini! è il romanzo in cui Nabokov reinventa la sua stessa vita (fino al 1974) e reinventa la realtà, fingendo d'essere un pazzo furioso che ama le donne, si sposa tre volte, per tre volte le tradisce e coltiva la passione lussuriosa dell'amore per le ninfette... oltre alla passione smodata per la letteratura, la sua, quella che non rispetta le leggi della verosimiglianza (“la verosimiglianza è stata la rovina di molti correttori di bozze scrupolosi” commenta a un certo punto a p. 136 in una parentesi) e che tenta costantemente di guardare oltre la superficie, di coltivare il dettaglio (il “divino dettaglio”) e di stimolare costantemente l'intelligenza del lettore, al di là della trama, al di là della possibile, potenziale conclusione (Guarda gli arlecchini! non finisce col punto finale, ma ricomincia esattamente nel punto in cui sembra finire per sempre, obbligando il lettore curioso a ripercorrere daccapo la traversata appena conclusa).

Sono moltissime le scene che si potrebbero citare per avallare questa ipotesi; mi limito a citarne soltanto una, perché, a mio modesto giudizio, contiene gran parte di quella magia, di quell'erotismo, di quell'umorismo, di quell'ironia, di quella poesia che rendono unica la scrittura di Nabokov: Vadim è in riva al mare, sta per fare la sua dichiarazione di matrimonio all'ennesima amante, lei è giovane e bella, anche se un po' troppo timida. C'è molto sole, quel giorno, sulla spiaggia. E molta gente nei paraggi. Ecco i due piccioncini... nell'atto di comunicarsi il grande amore (e di farsi promesse che durano una vita):

“Iris, devo farti una confessione che riguarda la mia salute mentale”.
“Aspetta un momento. Devo abbassare quest'antipatica... fin dove... fin dove la decenza lo consente”.
Eravamo distesi sul pontile, io supino e lei prona. Si era strappata via la cuffia e lottava con le spalline del costume da bagno umido per abbassarle ed esporre al sole l'intera schiena nuda; una lotta supplementare si stava svolgendo sul lato sinistro, in prossimità dell'ascella tenebrosa, nel vano tentativo di non mostrare il candore di un piccolo seno là dov'era la delicata giunzione con le costole. Non appena ebbe raggiunto, a forza di contorsioni, uno stato di decoro soddisfacente, si sollevò a mezzo busto trattenendo contro il busto il corpetto nero, mentre con l'altra mano frugava nella borsa con quell'agilità deliziosa, simile alle grattatine fra scimmie, tipica delle ragazze quando cercano qualcosa a tastoni [...]” (id., p. 54).

Ecco. Immaginate il biancore di quel piccolo seno; immaginate il movimento flessuoso del corpo di quella ragazza in riva al mare. E immaginate l'amore, la passione, l'eros che sprizza dagli occhi del ragazzo che le è accanto e che, tra poco, le chiederà se vuole sposarlo... a dispetto delle malelingue, e della malattia mentale che non gli permette di avere un buon rapporto con lo spazio... Immaginatevi la scena... E' facile, si può fare, quando a scrivere è uno come Nabokov...

Guardate gli arlecchini! è un romanzo sulla possibilità che abbiamo tutti di reinventarci la realtà attraverso la scrittura e la letteratura; è un romanzo su chi ancora si stupisce a collegare due o più parole anche distanti anni luce tra di loro e che, attraverso questo collegamento casuale, riesce a scoprire la bellezza dietro la bruttezza o la piattezza della vita di tutti i giorni; è un romanzo sulla tragicità della vita umana (“la morte è stupida, la morte è degradante” si dice a p. 264, verso la conclusione del libro) e sulla comicità insita nel nostro tentativo costante di renderla meno brutta... E' un romanzo che ci fa immergere completamente nel mondo pieno di arlecchini di quel burattinaio folle che fu Vladimir Nabokov... Ed è un romanzo che, una volta letto, spinge alla rilettura, perché si è vagamente coscienti del fatto che qualcosa di prezioso, di decisivo, ci è sfuggito, che dobbiamo stare attenti, e aprire bene gli occhi, se vogliano riconoscere i mille arlecchini che ci danzano attorno... Insomma, è un altro grande capolavoro targato V.N....

miércoles, octubre 03, 2012


L’amore molesto, di Elena Ferrante: l’amore è (sempre) molesto, quando non si fanno i conti col passato



Ma che bel romanzo, questo romanzo! Ma che libro coinvolgente, che scrittura cristallina si respira ne L’amore molesto della misteriosa (perché forse pseudonimo dietro cui si celerebbe un autore maschile e perché di “lei” non si hanno foto) Elena Ferrante, esordiente dalle doti già ben evidenti sin da questa prima prova letteraria (Roma, e/o, 1996 – ma la prima ed. risale addirittura al 1992).
L’amore molesto ci parla di un tema antico come il mondo (greco-romano, da cui deriviamo): il contrasto, la lotta sotterranea e a volte esplicita, la competizione subdola e a volte implicita, le molteplici e assurde incomprensioni, la guerra giornaliera tra una madre (Amalia) e una figlia (Delia). L’una (Delia) viene a sapere della morte dell’altra (Amalia): Amalia è affogata mentre faceva un bagno nuda (o semi-nuda – è stata ritrovata con addosso soltanto il reggiseno), di notte, in un tratto di mare poco lontano da Minturno, in un luogo che si chiama poeticamente “Spaccavento”. Delia decide di tornare a Napoli, di abbandonare temporaneamente Roma, per andare a parlare coi pochi parenti che le sono rimasti (lo zio Filippo, la vicina di casa e amica della madre la signora De Riso, un vecchio amante e forse complice di Amalia che risponde al nome di Caserta) e toccare con mano quel passato che, invano, ha tentato di reprimere o di ignorare fino a quel momento della sua vita di adulta.

Delia torna a Napoli per fare i conti con il passato che ritorna e con quello strano sentimento d’amore e odio che l’ha (da sempre) legata ad Amalia. E il lettore ne segue i ragionamenti oscillanti, le passeggiate inquisitive, gli incubi ricorrenti con empatia e interesse… L’amore molesto potrebbe essere scambiato anche per un romanzo giallo, di fatto, qui sì che c’è (o ci potrebbe essere?) un colpevole (o un assassino?) e un testimone che sa e che potrebbe fare luce su quell’incidente (o morte) per acqua…

Due sono le cose che colpiscono di più: a) la descrizione di Napoli, città magica e spettrale, una specie di Macondo pericolosa e piena di minacce, trasfigurata e disegnata come se fosse un acquarello sbiadito di tanti anni fa, o inquadrata come se si trattasse del set di un film iperrealistico (e non è un caso che uno come Mario Martone decise a suo tempo di trarne l’omonimo film con una splendida Licia Maglietta nel ruolo di Amalia da giovane e una bravissima Anna Bonaiuto in quello della protagonista – il film è del 1995, se non erro, ed io lo vidi quando ancora esisteva “Tele+”); b) lo stile peculiare, sinuoso, fascinoso, a tratti surrealista, che adotta l’autrice (diamo per buono che sia una donna – sul mistero legato ad Elena Ferrante cfr. anche Domenico Starnone, Autobiografia erotica di Aristide Gambìa, Torino, Einaudi, 2011 – di cui ho parlato in queste stesse pagine di diario di bordo).

Mi soffermo sul punto b) perché su Napoli sarebbero davvero tante, troppe, le cose da dire. Lo stile della Ferrante, dunque… Uno stile che è fatto di precisione millimetrica nel rappresentare gli oggetti della realtà quotidiana e di andamento lirico, quasi “proustiano”, nella rievocazione di quella realtà… Come quando Delia entra in casa della madre e pensa che il fantasma della stessa aleggi ancora nell’aria, tra le mura e le lenzuola delle stanze che sanno di chiuso… E si accorge che cola acqua dal rubinetto, una goccia (lenta) dopo l’altra… E si ricorda di quanto Amalia ci tenesse a risparmiare su tutto, sul pane (che non si butta mai) e sull’acqua (che non si può sprecare):

 “Usava l’acqua con una parsimonia che si era trasformata in riflesso del gesto, dell’orecchio, della voce. Se da ragazza lasciavo anche solo un silenzioso filo d’acqua, teso verso il fondo del lavandino come un ferro da calza, un attimo dopo mi gridava senza rimprovero: “Dalia, il rubinetto”. Mi sentii inquieta: aveva sprecato più acqua con quella distrazione delle ultime ore di vita, che in tutta la sua esistenza” (id., p. 28).

E già qui uno si alza in piedi e farebbe un applauso all’autrice. Ma il periodo continua con la frase seguente:

“La vidi galleggiare a faccia in giù, sospesa al centro della cucina, sullo sfondo delle maioliche azzurre”.

E qui uno si risiede, mezzo tramortito, e pensa che la Ferrante si meriterà tutta la nostra attenzione fino al finale (si spera) risolutore…

Il romanzo è attraversato in lungo e in largo (dalla prima all’ultimissima riga) da una costante oscillazione armonica tra passato e presente; potrei citare le mille immagini che evocano nel pensiero di Delia i tessuti che Amalia confezionava per i vestiti di clienti più o meno facoltosi e più o meno attratti sessualmente da lei…

Il romanzo è “proustiano” proprio perché s’impegna (e s’ingegna) a riflettere su questo enigma insolubile che è il tempo (insolubile perché – finché siamo in vita – ci siamo immersi – come Amalia nell’acqua di Spaccavento).

Il romanzo fa riflettere sul tempo perché ci colpisce con frasi come queste:

“Quante cose attraversano il tempo staccandosi fortunosamente dai corpi e dalle voci delle persone” (id., p. 93)

“L’infanzia è una fabbrica di menzogne che durano all’imperfetto” (p. 165)

“Dire è incatenare tempi e spazi perduti” (p. 169).

E a uno non può non venire in mente Marcel Proust, che col suo “dire” non solo riesce a incatenare tempi e spazi perduti, ma anche a resuscitare il tempo (passato) che fu, con la memoria involontaria (anche se l’oblio ha una funzione altrettanto importante, rispetto al “ricordare”).

E uno allora capisce anche questo: che Elena Ferrante ci insegna che l’amore è (sarà sempre) molesto, fino a quando non si fanno i conti con il passato, fino a quando non ci si riappacifica con quello che siamo stati e con quello che abbiamo fatto…

 Quasi fatto tutto (in tempi record) Non so esattamente come ci sono riuscito, ma ho quasi fatto tutto (in tempi record). Sarà che sotto str...