viernes, febrero 19, 2016

 Fuoco nemico



Tempo fa scrissi una recensione a un saggio di critica letteraria che, a mio modesto parere, non manteneva quanto prometteva sin dal titolo; troppo ambizioso, troppo vasto il campo d’indagine, troppo limitato il punto di vista dell’autrice. E più d’una collega mi disse di smussare i toni, di non essere così spocchioso, di non fare troppo il gradasso, perché io non ero nessuno per crocifiggere una docente esperta, una persona degna, un’americana che lavora in Germania (o una tedesca che lavora negli USA, ora non ricordo più bene) che non mi aveva fatto nulla di male e che non si meritava i miei strali…

Ci pensai su solo dopo che la recensione venne pubblicata presso una rivista specializzata che leggeranno, sì e no, i cinque o sei abbonati che amano trastullarsi con questioni non poi così tanto trascendentali. E mi dissi che era vero, che le mie colleghe avevano ragione, che nemmeno il tuo più acerrimo nemico si merita una stroncatura del genere, e un po’ mi pentii di aver agito in quel modo, ma ormai era fatta, la recensione è lì, stampata, la possono leggere tutti (quelli che si prendessero la briga di cercarla).

Tempo dopo narrai su questo diario di bordo le vicissitudini di una scrittrice d’origini spagnole (o meglio, italo-argentine) che avrebbe voluto provare a pubblicare il suo primo romanzo in Italia; quella volta mi prodigai per cercarle tutti gli indirizzi ufficiali e affidabili di quasi tutte le case editrici più importanti d’Italia (non tralasciando, a dirla tutta, nemmeno quelli delle case editrici più piccole o quasi minuscole).

Ora tocca a me: un mio libro, un saggio pesante che potrebbe funzionare perfettamente come sonnifero ad effetto istantaneo, è stato bloccato per il parere negativo di un “revisore anonimo” che, a quanto pare, si è preso una bella rivincita nei miei confronti perché, a quanto pare, ripeto, non l’ho citato abbastanza e, quindi, non vede come io possa proporre all’attezione del pubblico spagnolo un testo in cui i riferimenti ai suoi dotti saggi non siano assidui, fondati e sensati. Dovevo dialogare di più con i suoi saggi, non l’ho fatto, il verdetto è la bocciatura assoluta. Senza se e senza ma.

Questo stesso libro (un mattone di quasi 400 pagine) è stato elogiato da un altro revisore, anch’egli “anonimo” ed esperto nel mio campo di studi, che, a quanto pare e a quanto si sente dire nei corridoi, ha apprezzato moltissimo i miei sforzi ermeneutici e crede che il saggio meriti assolutamente di apparire in lingua spagnola e presso un importante editore spagnolo, affinché anche gli esperti dell’area ispanofila e ispanica possano apprezzare i frutti che sono riuscito a cogliere dopo anni di ricerche dotte e approfondite.

In realtà, come è evidente anche a un lettore non coinvolto direttamente nei fatti, a me questo duplice esito assurdamente speculare non dovrebbe preoccuparmi più di tanto: o almeno, non tanto da farmi venire gli incubi o da togliermi il sonno. E’ sempre stato così, da che mondo è mondo: non possiamo pretendere di piacere a tutti; non possiamo assolutamente credere che i nostri sforzi debbano essere riconosciuti da tutti allo stesso modo e negli stessi termini. Che un libro veda o meno la luce non importa poi molto, se, per dire, lo compariamo alla nascita o meno di un bambino (anche quando l’autore del libro sente di averlo “partorito” come fosse un suo piccolo, fragile, piangente “figliolo”). Che un libro finisca in stampa o nel secchio della spazzatura o del tritacarte è questione all’ordine del giorni di tutti i giorni che Dio comanda su questa Terra (penso ad Antonio Moresco, ad esempio, e ai suoi 50 o 60 o forse 70 rifiuti accumulati in quasi 20 anni di sforzi e di tentativi; oggi è Antonio Moresco, i suoi romanzi cominciano a tradurli in francese, in tedesco, in spagnolo e in inglese e qualche prof. coraggioso comincia a organizzare corsi sulla sua opera all’Università e qualche collega illustre è arrivato a dire di lui che è un “classico contemporaneo”, e roba del genere). No, quello che è sorprendente o che lascia un po’ l’amaro in bocca è constatare che, in questo mondo, il fuoco nemico è sempre attivo e all’erta, c’è sempre qualcuno che si ricorderà di te per stroncarti, ostacolarti o criticarti, magari perché tu, in una tua precedente recensione, hai stronato, ostacolato o criticato una sua amica; non c’è bandiera bianca che valga, quando qualcuno che occupa un incarico superiore al tuo si ricorda di quando tu ti sei azzardato a dire male di qualche suo collega amico.

E allora uno si rende conto del fatto che: a) non si gioca mai ad armi pari (il più potente ha un maggiore peso militare e, quindi, una maggiore capacità di abbattere colui che considera come suo nemico); b) si gioca sempre come se fossimo all’interno di una guerra costante, infinita, fatta di opinioni, recensioni, pareri, critiche, in definitiva, parole che commentano parole altrui allo scopo di dire la propria versione dei fatti e di captare quella che all’emissore di tali parole dovrebbe essere la verità.

Ma le versioni dei fatti sono inevitabilmente soggettive e la verità, semplicemente, è troppo complessa per essere definita una volta per tutte. Un libro può essere considerato, allo stesso tempo, contemporaneamente, una robaccia con cui accendere un falò o un testo d’importanza capitale per l’Umanità. E non solo: anche noi siamo relativi, nel senso che il nostro parere, o giudizio, o critica può cambiare da un mese all’altro, da un momento all’altro, a seconda dello stato d’animo, a seconda dell’autore che abbiamo di fronte, a seconda delle relazioni che pensiamo di avere con quel determinato autore (se è amico di un mio amico, beh, allora è anche amico mio e non potrò mai parlarne male).

E così va il mondo, non solo quello letterario, o editoriale, o accademico; così va il mondo un po’ in tutti i campi dello scibile umano e dei lavori umani (di sicuro c’è il muratore che criticherà l’operato di un collega più giovane o più anziano; sono certo che esistono gli idraulici che bestemmieranno vedendo i rattoppi di altri colleghi meno professionali). E quindi, alla fine dei conti, che il mio libro sia piaciuto o che sia stato stroncato non ha, in realtà, importanza alcuna, soprattutto se, un po’ filosoficamente, ci mettiamo a pensare al fatto che noi stessi siamo frutto del caso; non era scritto da nessuna parte che dovessimo nascere in quel giorno, in quella città, da quella coppia di genitori. E il fatto che alla fine lo spermatozoo di nostro padre sia riuscito a fecondare l’ovulo di nostra madre dovrebbe renderci immuni agli attacchi o alle critiche degli altri, anch’essi frutto di casi fortuiti, di incroci strambi e casuali, di sviste o incidenti di percorso.


E poi, diciamocela tutta: in questo mondo ci sono fin troppi libri; uno più o uno meno, non fa tanto la differenza. E che accada quel che deve accadere. “As you like it”, sarà la mia shakespeariana risposta alla domanda: e se poi davvero non te lo pubblicano?

miércoles, enero 27, 2016

David Bowie e "Lazarus"



E poi c’è David Bowie, morto il 10 di Gennaio (esattamente 17 giorni fa), dopo una vita di successi, di apparizioni stellari, di camei o partecipazioni in primo piano in vari film “cult” o, a volte, di serie B o Z, star protagonista della cultura “pop” che finirà nei libri di Storia che vogliano delucidare cosa accadde tra gli anni 70 del XX sec. e i primi anni 20 del XXI…

E ovviamente, manco a farlo apposta, torna fuori Lazzaro (lo so, ormai è una vera e propia ossessione, le mie tre o quattro lettrici ne avranno già piene le scatole di questa storia e di questo personaggio biblico-mitico), sin dal titolo di quella che viene giustamente presentata come una delle ultime canzoni del “Duca Bianco”, uno dei suoi ultimi “single” per il lancio dell’ultimo album, Blackstar: mi riferisco, ovviamente, a Lazarus, una canzone strana promozionata da un video ancor più strano, un cortometraggio angosciante che ci mostra David Bowie nei panni del “resuscitato”, qui disteso in un letto di una stanza spoglia e piena di angoli bui. La benda che porta sugli occhi è anch’essa angosciante e stramba, perché, proprio all’altezza degli occhi, presenta due bulloni, due pezzi di metallo sferici che sembrano stare lì al posto delle pupille.

Si vedono chiaramente le vene delle mani del morto che è tornato alla vita; la macchina da presa si concentra su questi dettagli che non fanno altro che esaltare la “vecchiezza” della pelle di Lazzaro.

Ai primi piani si succedono campi lunghi in cui lo stesso personaggio appare vestito completamente di nero, a lutto. Canta e trema. Trema e canta. A tratti pare essere vittima di attacchi epilettici. A tratti sembra spaventato da un’essere che si accuccia sotto ad un tavolino. Sullo stesso, Lazzaro scrive una specie di diario. In realtà, sembra che sia proprio la strana presenza al di sotto del tavolini ad obbligarlo a muovere la penna sulle pagine in bianco.

Alla fine, Lazzaro torna indietro, come in una specie di replay, fino a infilarsi dentro ad un armadio nero, più buio degli angoli bui della stanza.

E scompare, completamente e inesorabilmente, dalla nostra visuale.

L’armadio è come una tomba, come il sepolcro da cui Gesù ha fatto risorgere l’amico, almeno stando alle Sacre Scritture.

Ma di che parla Lazarus?

“Look up here, I’m in Heaven
I’ve got scars that can’t be seen”.

Lazzaro parla direttamente dal Paradiso. Ci dice che “Everybody knows me now”, tutti lo conoscono. Ma tutti chi? A chi si riferisce? E perché dice che ha “scars”, cicatrici, che non possono essere viste? A che tipo di cicatrici si riferisce qui Lazzaro?

“Look up here, man, I’m in danger
I’ve got nothing left to loose”

Che possiamo tradurre così:

“Guarda quassù, uomo, sono in pericolo
Non ho più niente da perdere”

E dal punto di vista di un morto che torna in vita, la cosa è del tutto verosimile. Ma poi continua:

“I’m so high it makes my brain whirl
Dropped my cell phone down below”

Che possiamo tradurre con:

“Sono così in alto che il mio cervello gira
Il cellulare caduto laggiù”.

E qui inziano i riferimenti a oggetti reali e quotidiani e perfino banali. Lazzaro, ascendendo al Paradiso, ha perso il cellulare; ora inizia a ricordare chi era prima di andare all’altro mondo: ci dice che viveva a New York, che era ricco, (“living like a King”), ma che poi ha perso tutto (non sappiamo come, non ce lo dice) e che comunque ora si sente libero, “Oh, I’ll be free”, canta, come in una specie di rito liberatorio, ora sarà libero, ma se seguiamo lo sviluppo di questa canzone attraverso il video vedremo che è esattamente il contrario, Lazzaro, qui, non è affatto libero, sia perché sembra incatenato al letto, sia perché poi, quando si alza, sembra essere obbligato a scrivere sul diario dalla presenza oscura e angosciosa di quell’essere demoniaco che si nasconde sotto al tavolo, sia, soprattutto, perché il video finisce con Lazzaro che entra in un armadio che si chiude, come una bara, come una tomba, come il sepolcro del passo biblico.


Il mistero resta. David Bowie – l’autore di questo testo – non c’è più. E chissà se si trova lassù, se è in “Heaven”, e si sente davvero “free”.

https://youtu.be/y-JqH1M4Ya8

viernes, enero 15, 2016

Lazzaro e Gesù: resurrezioni scandalose ab eterno


I casi della vita: Lazzaro sembra venirmi incontro anche quando non lo cerco. E’ stato il caso a farmelo ritrovare nel cap. 6 della “Parte prima” del Proemio dei morti, la prima delle tre macro-sezioni in cui si divide Gli increati, romanzo monstre di Antonio Moresco, ultimo capitolo di quella trilogia iniziata con Gli esordi, sviluppata nei Canti del caos e qui, finalmente, giunta alla sua conclusione.

Mi risulta davvero difficile riuscire a parlare di questo libro: sono 1013 pagine di narrazione estrema portata agli estremi perché estremi sono pure i temi di cui parla chi narra, ovvero, vita e morte e i labili confini tra il mondo dei vivi e quello dei morti. E proprio perché (attraverso la maschera del suo narratore, a tratti molto, molto autobiografico) Moresco ci parla di questi temi è inevitabile che a un certo punto iniziasse a mettere in scena la vita di Lazzaro, uno dei primi risorti grazie ai miracoli (e al volere supremo) di Gesù, un personaggio funzionale a tutto il messaggio della religione cristiana e cattolica e a tutti i Vangeli dei quattro autori canonici. Senza Lazzaro non c’è Gesù; o meglio ancora: la resurrezione di Lazzaro è una prova d’orchestra, una specie di esercitazione per quell’altra resurrezione fondamentale, quella di Cristo dopo essere stato condannato alla croce del Golgota.

Moresco ri-scrive quell’episodio emblematico della Bibbia per farci sentire cosa sente, cosa prova un morto. E ci riesce, perché ci sono brani che fanno venire i brividi.
La scena è la segunte: in mondo che sta crollando e in cui i confini tra vivi e morti sono sul punto di svanire, il narratore viene strattonato per la giacca da un sacco di morti, esseri che – come lui – vagano in un buio immenso. Alla fine, a prevalere è lui, Lazzaro. Il narratore – che lo riconsoce dopo aver sentito il suo nome - gli dice che conosce già la sua storia, ma Lazzaro lo smentisce subito, in modo quasi rude. E comincia:

“Ero là, solo, sepolto…” sento che la sua voce ha ripreso a dire “non sentivo niente, non avvertivo niente. Mi sembrava di non essere da nessuna parte, eppure c’ero…” (cfr. A. Moresco, Gli increati, Milano, Mondadori, 2015, p. 53).

E’ una descrizione che fa tesoro della brevità, ma che evoca qualcosa di enorme: il non-luogo che è la morte per chi ci “vive” dentro; ho tralasciato di dire che, in realtà, e in questo momento della trama, anche il narratore è morto, anzi, possiamo dire che per tutto il Proemio de morti non fa altro che cercare di rendere l’idea di ciò che “vive” essendo “morto” e quel che sente Lazzaro sembra coincidere con ciò che egli stesso esperimenta. La mancanza di sensazioni fisiche precise; la sensazione vaga di essere presente (fisicamente) in un non-luogo, in uno spazio che non si può delimitare. E tutto intorno a sé la solitudine immensa di chi sta dentro un sepolcro, il buio sconfinato che non dà spazio nemmeno alla luce più tenue.

Poi arriva la voce dell’amico:

“Lazzaro, vieni fuori!”, gridava. Come a dire: “Che cosa fai lì dentro? Falla finita con quella pantomima della morte con la quale mi hai attirato fin qui!”. E allora io, anche se ero morto gli ho gridato: “No, vieni dentro tu!” (id.)

Ecco un primo, sorprendente ribaltamento della scena memorabile tra Lazzaro e Gesù: se il primo grida la famosa frase “vieni fuori!” (da non confondere con “alzati e cammina!”, trasmissione erronea del testo originale), il secondo gli risponde per le rime, creando una specie di contrasto ironico tra l’imperativo del Signore e il rifiuto del morto: lo sfida ad entrare nel sepolcro, nel luogo in cui regna sovrana la Morte.

E Gesù – che è il Signore e che si trova lì perché ha una missione ben alta da compiere – accetta la sfida, entra, ma poi si sorprende del fatto che Lazzaro non gli parli, non emetta parola. E glielo fa notare:

“Non mi dici niente?” ho sentito che la sua voce ha sussurrato d’un tratto, da molto vicino alla mia testa bendata, perché si era seduto per terra accanto al mio corpo morto disteso sopra la pietra. (p. 54).

E anche questo è strano: Gesù si abbassa, anzi, si accascia letteralmente affianco al cadavere (bendato) dell’amico perché si aspetta una sua reazione verbale, che dica qualcosa, che lo ringrazi, o che comunque esterni il suo stato d’animo. Gesù si sdraia accanto a Lazzaro, sulla stessa pietra fredda su cui giaceva da morto. Gli ha detto “vieni fuori!”, anzi, gliel’ha gridato, e Lazzaro, in effetti, ha risposto, ha parlato, anche se si è rifiutato d’uscire dalla sua tomba e ha sfidato lui, il Signore, a venire dentro.

E Gesù continua a parlargli, per sussurri, accanto alla sua testa fasciata, fino a che è Lazzaro a prendere il là, inizia a fargli una serie di domande sconcertanti, che la Bibbia, ovviamente, non contempla, ma che Lazzaro, in quanto risorto che sa che tornerà a camminare fuori dal sepolcro, si porge esplicitamente, con tono quasi accorato:

““Perché sei venuto a resuscitarmi? Perché vuoi trascinarmi nella catastrofe della resurrezione?”. Non ha detto niente. Adesso avvertivo soltanto il suo leggero respiro molto vicino alla mia testa morta” (id.)

E questo è davvero sconvolgente: Lazzaro si arrabbia, chiede il perché di questo miracolo, e Gesù…non ha una risposta pronta. Non dice nulla. Respira e basta. E allora Lazzaro continua:

“Perché vuoi gettarmi di nuovo nella catastrofe della vita?”, gli ho chiesto ancora, e intanto sentivo contro le ossa della mia testa il freddo della pietra su cui ero disteso. Silenzio. “Perché vuoi farmi risorgere solo per farmi morire di nuovo?” ho continuato a domandargli nel buio. “E’ questa la vita che porti nel mondo? Sei venuto nel mondo solo per portare una simile resurrezione? Per perpetuare il ciclo delle resurrezioni dentro la vita e dentro la morte?” (id.)

Le domande di Lazzaro sono incalzanti: il risorto (da poco) prospetta al resurrettore (così s’intitolerà il successivo cap. 7) l’idea di un futuro tremebondo, un futuro in cui chi fa risorgere è costretto a far risorgere in continuazione, come in una catena perpetua, in un ciclo o circolo vizioso eterno. Poi alle domande Lazzaro fa seguire il ragionamento sillogistico:

“Perché, se adesso mi fai risorgere, io dovrò morire un’altra volta dentro la vita. E allora dovrai farmi risorgere ancora, per farmi morire ancora, per farmi risorgere ancora… Perché o mi fai risorgere continuamente o è come se non mi facessi mai risorgere!” (id.).

E Gesù stavolta risponde:

“Io devo morire perché tu possa risorgere”.

Ed è per questo che poco prima Lazzaro ha visto il suo amico piangere:

“Piangevo per te, ma piangevo anche per me”, aggiunge Gesù.

Stavolta è Lazzaro a restare in silenzio. E’ da questo momento in poi che Moresco (attraverso la maschera del narratore) s’inventa la teoria che tutte le cose sono “spaccate in due dall’interno”: sia la vita che la morte; tutto diviso in due. E la scena, in effetti, prende una piega del tutto nuova, per un lettore “classico” della Bibbia, una piega imprevedibile e sorprendente. Perché Gesù decide di vestire i panni di Lazzaro e di mandare Lazzaro fuori dal sepolcro con i suoi sandali e le sue vesti, al posto suo, in un voluto scambio d’indentità.

““Adesso tocca a te aiutarmi” ho sentito che la sua voce mi stava dicendo con dolcezza, nel buio. L’ho aiutato ad avvolgersi nelle bende, come lui aveva aiutato me ad uscirne, muovendo le mani sul suo corpo, alla cieca, nel buio. Poi ho capito che era andato a distendersi sulla pietra da cui mi ero appena alzato, mentre io camminavo al buio verso l’uscita” (p. 55).

Lo shock è ancora più esplicito quando, effettivamente, Lazzaro si è rivestito coi panni di Gesù e lo sente da dietro che gli dice:

“Rimetti a posto la pietra!”, con tono dolce, sottovoce, “sorrindendo con dolcezza nel buio”.

Che scena memorabile, che paradosso, che brividi provoca questo nuovo ordine di Gesù e questo suo sorriso dolce nel buio! Non ce lo saremmo mai aspettati e, invece, Moresco mette in scena l’impossibile: il ribaltamento speculare del rapporto tra chi risorge e chi fa risorgere (tra miracolato e profeta che fa miracoli); lo sconvolgimento ontologico dell’essenza di questo stesso, fondamentale, centrale miracolo. Lazzaro tornerà alla vita, ma sotto le spoglie di Cristo.

E in effetti, d’ora in avanti, tutti cominciano a prendere Lazzaro per Gesù; lui si sorprende, ma va avanti, fino alle estreme conseguenze, ovvero, fino al Golgota e alla crocefissione. E qui Lazzaro ci consegna (per via del narratore) le parole più tristi, angoscianti e spiazzanti di tutto il racconto:

“Oh, Signore, io non so neppure se tu mi hai abbandonato o non mi hai abbandonato! Io non ho neppure la consolazione di sapere che tu mi hai abbandonato!” (p. 59).

E’ come se Moresco amplificasse l’effetto distruttivo, dirompente, umanamente atroce del grido di Gesù sulla croce (un grido davvero umano: colui che sa che risorgerà trema, per un momento mostra tutta la sua fragilità, ed è per questo che si rivolge al Padre, che chiama in causa direttamente suo Padre, Dio onnipotente); è come se Moresco, attraverso questo Lazzaro che prende il posto di Cristo, volesse metterci sotto gli occhi lo scandolo della resurrezione in quanto tale, in quanto “miracolo” che permette a un morto di tornare alla vita.

E uno si domanda quale Dio potrebbe mai rispondere alle domande di questo Lazzaro-Gesù redivivo. Quale essere (per quanto supremo possa essere o concepirsi) potrebbe mai dare ascolto alle lamentazioni, alla crisi, al dolore di questo resuscitato così solo, così abbandonato a se stesso e al suo destino, così …umano. Troppo umano.

P.S.: attorno alle pp. 520-525 assistiamo a un’altra scena che ribalta il senso di un’altra, seconda scena centrale all’interno della Bibbia, ovvero, quella della nascita di Gesù; quando Maria e Giuseppe arrivano a Betlemme e Maria si appresta a dare alla luce il figlio, i due scoprono con sconcerto che la capanna in cui vorrebbero riposarsi è già occupata da un neonato che piange come un agnellino, in mezzo al fiato caldo di un bue e un asinello. Attorno al bambino ci sono altri due Maria e Giuseppe che lasceranno nello sconforto più totale la prima Maria che ha appena partorito ed è ancora sudata e sporca del sangue del frutto del suo ventre…


Ecco, di fronte a certe scene il lettore di Moresco non può non restare a bocca aperta. E sorprendersi di come l’immaginazione dell’autore possa arrivare a tanto. E congratularsi con l’autore per come riesce a narrare anche le cose più impossibili e impensabili. Pensare l’impensabile. Ecco. E’ questo ciò che riesce a fare uno come Antonio Moresco (quasi prete, fuoriuscito dal seno della Chiesa per sposare l’ideologia di sinistra più estremista, per poi sopravvivere alle Brigate Rosse e alle lotte armate e diventare quello che è diventato oggi, uno scrittore di qualità, uno che ha – ancora – un mondo intero da raccontarci, con uno stile personale che non ha uguali nel panorama letterario italiano di oggi).

domingo, diciembre 27, 2015

Spedizione notturna nella mia stanza, di François-Xavier de Maistre: pensiero positivo



E dopo Sandro Veronesi, m'imbatto in un francese del XVIII sec.: si chiama François-Xavier de Maistre, nacque a Chambéry nel 1763, visse il periodo convulso della Rivoluzione Francese, viaggiò tra la Francia e l'Italia, finendo con l'innamorarsi di Torino, combattè contro Napoleone e morì nel freddo glaciale della Russia nel 1852, ovvero, all'età di 89 anni (un record, se calcoliamo l'epoca e gli eventi che lo videro protagonista).

Nel 1794 finisce 42 giorni in carcere e fu lì che ideò e scrisse l'opera destinata a dargli la fama postuma, ovvero, Voyage autour de ma chambre, un libro che non ho letto, ma che ho già messo nella lista dei desideri...


Seconda parte di questo primo "esperimento letterario", Expédition nocturne autour de ma chambre è un testo che sorprende per la grande empatia che l'autore cerca di (e, nel mio caso particolare, riesce a) stabilire con il lettore, per l'ironia e il sottile umorismo con cui descrive questo viaggio fatto stando da fermi (dentro una stanza, appunto), oltre che per la profondità di certe riflessioni...


Come fosse uno Zilbandone leopardiano, ma al contrario, nel senso che anche quando lo scrittore scova motivi più che validi per lamentarsi e per piangersi addosso, evita puntualmente di farlo e vira verso l'ironia acuta, l'acume umoristico, la sottigliezza di chi tanto ha sofferto, tanto ha vissuto e tanto, ancora, spera di poter vivere.


E' quel che traspare da questo brano (che riporto dall'edizione - bellissima - dell'editore Barbès di Firenze, del 2009):


“Allora morirò, un giorno?  Ma come, morirò io che parlo, io che m’ascolto e mi tocco, io potrò morire? Mi è difficile crederlo. 

Perché, infine, che muoiano gli altri mi sembra del tutto naturale: capita ogni giorno. Ma che muoia proprio io! Io in persona! Questo è assurdo…

Quanto a voi, signori, che credete queste mie meditazioni un’insulsa chiacchierata, sappiate che questo è il modo di ragionare di tutti; e pure il vostro.

Nessuno pensa che deve morire.

L’idea della morte spaventerebbe più di quanto spaventa noi anche una stirpe d’uomini immortali.

In tutto questo, c’è qualcosa che non riesco a spiegarmi. Com’è che gli uomini, continuamente agitati dalla speranza e dalle chimere dell’avvenire, si preoccupano così poco dell’inevitabile certezza riservataci da tale avvenire?

Non sarà magari la benefica natura a darci tanta felice spensieratezza e permetterci d’andare in pace incontro al nostro destino?

Io credo infatti che, senza farsi turbare l’immaginazione da neri fantasmi, si possa essere perfetti gentiluomini senza aggiungere agli evidenti mali della vita quella tendenza dello spirito che porta a lugubre riflessioni.

Penso insomma che dobbiamo permetterci di ridere, o almeno sorridere, ogni volta che se ne presenti occasione”.

Leopardi rabbrividirebbe dinanzi a tanto "pensiero positivo"; Sterne, invece, evidentemente, sorriderebbe, perché in parte la conclusione del ragionamento di de Maistre coincide con il suo, quando, in qualche "luogo" del capolavoro dello humor mondiale The Life and Opinions of Tristram Shandy, scrive che "un giorno privo di sorrisi o di risate è un giorno sprecato", o qualcosa del genere (non cito verbatim).

E così penso anch'io, anche se ci sono giorni in cui tutto ci appare davvero nero e triste e privo di ogni senso.

De Maistre la sapeva lunga; e continua a viaggiare dentro la sua stanza, alla scoperta di quegli aspetti leggeri, leggiadri, sereni che rendono la vita degna di essere vissuta.

sábado, diciembre 26, 2015

Lazzaro’s resurrection



Pura casualità, a due giorni esatti dalla vigilia di Natale, m’imbatto in Non dirlo, l’ultimo “libro” di Sandro Veronesi (Milano, Bompiani, 2015); e se utilizzo la parola “libro” e la metto tra virgolette è per l’incertezza intrinseca, l’indeterminatezza tutta ontologica, circa la natura di un testo che non è un romanzo, non è un saggio, non è un’agiografia, non è un manuale d’insegnamento catechistico, e che forse proprio in virtù di questa sua “indeterminatezza ontologica” risulta accattivante, cattura l’attenzione dalla prima riga all’ultima pagina, ti prende allo stomaco, insomma, e mantiene alta la suspense fino alla fine…

Veronesi – uno che negli anni passati ha già scritto testi ibridi: si pensi a Occhio per occhio (del 1992), una sorta di reportage in diritta sulla pena di morte nel mondo contemporaneo, o a No Man’s Land (del 2003), sorta di riscrittura teatrale di un film sulla guerra in Jugoslavia – si appassiona al Vangelo di Marco (tra i più brevi e “veloci” dei quattro) per mostrarcene la carica narrativa dirompente e la tecnica quasi cinematografica nella costruzione della trama. Come fosse un film di Tarantino, o di Sergio Leone, l’autore ne snocciola i punti salienti, servendosi di un corposo apparato di note finale che ampliano, descrivono, raccontano, comparano, studiano e interrogano il testo biblico (come se in quelle note si giocasse un’altra partita importante: quella dell’autore con i misteri irrisolti che si celano dietro le parole di Marco).

E tra queste note m’imbatto nella numero 63 (p. 194), una nota che non posso fare a meno di trascrivere qui, su questo diario di bordo, perché mi cattura e mi fa riflettere su una cosa su cui avevo discettato un paio d’anni fa in un congresso sulla poesia moderna e contemporanea:

“Malgrado la fama che l’accompagna, la resurrezione di Lazzaro è un episodio anomalo del Vangelo, tragico, sconvolgente, quasi spiacevole, nel quale Gesù appare sotto una luce insolitamente gotica. Questo perché quando, piangendo, ordina di aprire il suo sepolcro, Lazzaro è già morto da quattro giorni, e il testo specifica che “già puzza”; e   quando, obbedendo all’ordine di Gesù (“Vieni fuori”) Lazzaro compare sulla porta, è una mummia saltellante, uno zombie “legato mani e piedi con le fasce e col viso coperto da un sudario”. Giovanni spazza subito sotto il tappeto l’orrore che ha appena sparso attorno a questo prodigio, ma basta leggere la ricostruzione che ne fa Luca Doninelli nel suo bellissimo libro dedicato a Giuda Iscariota, Fa’ che questa strada non finisca mai (Milano, Bompiani, 2014), romanzesca e per questo ancora più vera, per rendersi conto che si tratta di un miracolo decisamente scandaloso, e che gli altri evangelisti hanno fatto bene a eliminarlo”.

Ora, il punto nodale è proprio l’aggettivo “scandaloso”: lo stesso che io adottai per descrivere la ri-scrittura di questo famosissimo passo della Bibbia (del Vangelo di Giovanni) da parte di quel poeta moderno e contemporaneo su cui mi concentrai proprio per parlare del concetto di “ri-scrittura”.

Il fatto che Lazzaro (amico di Gesù) torni alla vita dopo essere morto e dopo essere stato sepolto per quattro giorni è uno “scandalo”; il poeta in questione lo dice velatamente assumendo il punto di vista del risorto: Lazzaro si chiede che senso ha tornare a vedere la luce del sole dopo essere stato mortalmente avvolto dalla tenebra dell’al di là. Perché Lazzaro è stato nell’al di là, che si presenta subito come un luogo freddo, privo di luce e assolutamente triste. E ciononostante, il fatto di tornare nel mondo dei vivi non gli dà nessun conforto, perché appena fuorisce dalla tomba, appena varca la soglia del sepolcro, e può rivedere il suo amico e abbracciarlo, si rende conto che non ha più i sensi, ovvero, il suo olfatto non percepisce più gli odori, il suo gusto non percepisce più i sapori e il suo tatto non percepisce più le mille sfumature delle cose; la sua vista gli permette di vedere, ma i colori si riducono a un grigiore informe e indistinto. Come se su tutte le cose della Terra fosse calata una nebbia che rende impossibile distinguere i colori. Insomma, come se i colori avessero perso il loro spessore.

Ecco. Il “libro” inclassificabile di Veronesi (e dotato di uno stile agile molto vicino al registro della lingua orale – non è un caso, dunque, se leggo su internet che questo stesso “libro” Veronesi lo usa come sceneggiatura di partenza per un monologo da svolgere a teatro, in diretta, a viva voce) ci permette di entrare in contatto con i risvolti più originali perché più dirompenti e rivoluzionari di un testo, come il Vangelo di Marco, alla base di una religione come quella cristiana cattolica che fa della resurrezione un “mito” fondante. Senza Lazzaro e, poi, senza la resurrezione di Cristo tre giorni dopo la crocifissione, non ci sarebbe la buona novella. Non ci sarebbe la religione cristiana cattolica così come oggi noi la conosciamo.

Eppure, proprio una delle scene che prefigura la “resurrezione” è permeata di un’aura apocalittica, paurosa, che ci fa dubitare. Che ci trasmette un certo fastidio. Che ci sconvolge perché è, effettivamente, “scandalosa” (Lazzaro è davvero un morto vivente, uno che da cadavere – come Frankenstein – torna a camminare nel mondo dei vivi).

E allora la domanda è: come coniugare quella scena “scandalosa” (che solo Giovanni si premura di riportare nel suo Vangelo) con quell’altra “fondamentale” di Gesù che torna in vita per trasmettere la buona novella agli Apostoli e all’Umanità tutta intera? Come non domandarsi circa il parallelismo e il contrasto netto tra l’una e l’altra scena?


Ovvio che dopo questa nota al testo di Veronesi non potrò non andarmi a leggere il romanzo di Luca Doninelli che egli stesso cita come esempio di “ri-scrittura” di questa famosa scena…Oltre che di approfondimento romanzesco sulla figura di Giuda Iscariota: un altro personaggio “anomalo”, il “cattivo” che deve svolgere bene il proprio ruolo (il “traditore”) affinché si compia quella morte che è alla base di quella seconda resurrezione fondamentale affinché l’Umanità creda… I misteri della fede…

domingo, diciembre 20, 2015

Milano (a fine Novembre)




“Le stesse cose ritornano, ma non sono mai esattamente le stesse”: così si chiudeva un post di qualche anno fa, quando frequentavo il Sud del mondo (e d’Italia) e pernottavo tra Salerno e Avellino e godevo dei panorami mozzafiato che si possono contemplare dalle colline più alte di Giffoni (sì, lo stesso paese del “Giffoni Film Festival”, Campania profonda, profondo Sud).

La citazione (auto-citazione, sarebbe meglio dire) mi torna immediatamente alla memoria pensando al mio recente viaggio a Milano: per colpa (o grazie a) un congresso internazionale ho potuto riabbracciare e rivedere le stesse persone che mi hanno aiutato ad essere ciò che oggi sono, gli stessi professori che – negli anni 90 e nei primi anni 2000 – mi hanno trasmesso la passione per lo studio e la ricerca, le stesse colleghe con le quali ho patito gli “alti” e i “bassi”, le sventure molteplici, insomma, del periodo (fatidico, duro, spietato, ma anche allegrissimo) del Dottorato (quando alcuni fine settimana decidevo di staccare il cellulare, di non controllare le email, di rinchiudermi in camera e di dire “addio” temporaneamente alla mia fidanzata per tuffarmi nella scrittura accademica del tomo di 300 e passa pagine che poi sarebbe diventata la mia tesi dottorale).

Fa un certo effetto rivederli a distanza di (almeno) 2 anni: c’è la prof. che è improvvisamente imbiancata (effetto dovuto alla dismissione dell’abitudine di tingersi i capelli di nero); c’è il prof. che si è lasciato crescere una barba bianca a metà strada tra Padre Pio e Babbo Natale; c’è la collega che prova a nascondere le rughe dietro uno spesso strato di cipria (o di ombretto o di come diavolo si chiamerà quell’intruglio che molte donne adottano per mascherare i difetti della pelle: mascara? Bah! In materia sono del tutto incompetente).

Insomma, l’effetto è molto simile a quello che constata Marcel nell’ultimo volume della sua Recherche, in una delle ultime scene apocalittiche o più strettamente malinconiche di tutta l’opera, quando, in una delle ennesime riunioni mondane, si imbatte in vecchie conoscenze e amiche d’un tempo, ormai diventate donne mature o pensionate in una fase di tracollo fisico inarrestabile… E quando poi mi fermo a contemplare da vicino certi volti acciaccati dall’azione del tempo non posso fare a meno di pensare che se loro sono così per me, se loro appaiono così malridotti ai miei occhi, allora anch’io devo apparire così per loro, anch’io devo sembrare loro molto invecchiato…anche se sono passati soltanto (si fa per dire) 2 anni…

Ed entrando in un bagno al secondo piano, guardandomi allo specchio, penso che è proprio così: sono aumentate le rughe attorno agli occhi e ne sono spuntate un paio sottili sulla fronte; ho le occhiaie scure quasi tutti i giorni (continuo a dormire troppo poco, per le ore di lavoro cui sottopongo il mio povero corpo); ho molti meno capelli di una volta, anzi, ormai le stempiature si stanno allargando a macchia d’olio alla conquista di uno spazio che, 2 anni prima, non era mai stato attaccato dalla calvizie; il naso mi sembra ingrossato; la pelle del collo mi sembra più afflosciata; la pancetta è una realtà che non posso ormai più nascondere né a me stesso né alla bilancia né alla mia cara compagna di avventure; ogni tanto mi tremano le dita della mano destra, un tremolio strano, assurdo, per me inspiegabile, che mi fa pensare al peggio…

Ma siamo a Milano, a un congresso internazionale, siamo qui per dotte disquisizioni, ma anche per rammentare i bei tempi passati e per parlare dei nostri spledidi (e sensatissimi) progetti futuri; ovvia, non ci si può abbandonare alla depressione proprio in questi 4 giorni che dura il congresso, dobbiamo ridere e sorridere, nei limiti del possibile.

E allora si va a cena tutti insieme in una sorta di navata industriale riabilitata a ristorante e sita nei pressi di Segrate o di Sesto San Giovanni (Segrate, Linate, Lombrate, Orio al Serio, Brescia, Bergamo, Milano 2, Maranello, sono tutti termini che indicano luoghi che io credevo nemmeno esistessero, perché per me erano solo nomi che sentivo pronunciare da Mike Bongiorno in televisione, e invece, caspita, esistono davvero, sono reali e mi fa impressione leggere i cartelli che ne annunciano la presenza); ci si siede coi colleghi favoriti; si ride e si scherza, qualcheduno comincia a raccontare barzellette sconcie (gli ordinari e gli associati adorano questo tipo di barzellette), qualchedun’altro, invece, anche per l’effetto del vino, comincia ad ammiccare verso la scollatura generosa del vestito di qualche altra collega più giovane, magari una ricercatrice confermata da poco, e altri ancora afferrano il microfono di uno scenario pseudo-teatrale predisposto in un angolo dell’enorme navata e comincia a cantare “O sole mio”, canzone che stona decisamente con il contesto in cui ci troviamo, perché, si sa, a Milano il sole è un fenomeno piuttosto raro, la nebbia ci circonda dalle 7 del mattino (che è quando ci si alza) fino alle 17 del pomeriggio (che è quando a Milano il sole tramonta, almeno ora, che siamo a fine Novembre, dopo, chissà, sparirà ancor prima).

Milano è enorme, come Roma, ma è decisamente meno ospitale di Roma; non ci sono panchine per sedersi o rilassarsi, o almeno, io non ne ho viste (sì, ci sono almeno due grossi parchi in città, due polmoni verdi in cui è possibile fare sport o farsi anche una pennichella, ma da Sesto San Giovanni alla Stazione Centrale non ho trovati molti angoli adatti al relax); la gente è molto più cupa e stressata e meno sorridente che nella capitale; rispuntano i soliti pregiudizi e un docente sul punto di andare in pensione fa la solita battuta: “La Borsa a Roma non potrebbe mai fuzionare, è per questo che l’abbiamo qui da noi”. E comincia con la solita solfa: Roma ladrona, nessuno paga le tasse, tutti evadono il fisco. Gli racconto di mio fratello che è avvocato e ha uno studio vicino a Piazza Cavour e del fatto che, a quanto dicono le statistiche, gli evasori fiscali del Nord si equivalgono quasi a quelli del Sud e del Centro. Ci guardiamo in cagnesco; non credo che voti Lega ma già mi sta sulle palle e io a lui, l’antipatia è reciproca e si tasta nell’aria. Una mia amica, ricercatrice confermata di Vercelli, cambia argomento. Iniziamo a criticare questa mania di addobbare le città con le decorazioni natalizie quando manca ancora un mese al Natale. Progetto per l’indomani una spedizione alla Coop. Anch’io sono contrario agli addobbi natalizi anticipati. Ma quando varco la soglia del supermercato mi rendo conto di quanto mi manchi l’Italia (questo paese assurdo pieno di bellezza e pieno di difetti ancestrali che sembrano incurabili e quasi inevitabili): sniffo il Caffè Lavazza; soppeso le mozzarelle di bufala campane doc; tocco tutti i triangoli di Parmigiano Reggiano che mi è possibile toccare senza dare nell’occhio; guardo estasiato le cataste di pandori e panettoni, assaporando in anticipo il piacere che proverò a tornare dai miei per la Vigilia…

Si invecchia, ma certi vizi non ci abbandonano mai; fanno parte di noi; sono parte del nostro bagaglio e del nostro DNA.

Ci riabbracciamo con la promessa di rivederci al prossimo congresso internazionale; questa volta Sud, per favore, sussurra un’amica bionda originaria di Cassino; e un’altra le fa eco: Napoli! Oppure la Sicilia! Io voto Palermo o Catania…


Ci diamo la mano; ci diciamo d’accordo; ci allontaniamo, chi in direzione di Orio al Serio, chi di Milano Linate, chi della Stazione Centrale. Ognuno torna ai suoi posti di combattimento. Io torno in Spagna, con la sensazione di aver lasciato qualcosa di prezioso nella capitale del Nord e con la voglia di tornare a sentire il dialetto abruzzese del paesino in cui sono nato, con la voglia di tonare ad assaporare l’aria di casa…

viernes, noviembre 20, 2015

RIUNIONI ALL’ESTERO (ITALIANS)




È inevitabile: basta che due o più italiani che vivono e lavorano all’estero si riuniscano davanti a una tavolata imbandita perché si finisca a parlare di Berlusconi... Non ce la facciamo proprio a superare il trauma, a ignorare l’argomento politico (e politicizzato), a dimenticarci per un momento dell’artefice del cambiamento antropomorfico dell’italiano medio degli anni ’80 (20 anni di berlusconimo... se ci si pensa un po’ su, son veramente tanti, 20 anni, e un mio collega de “La Sapienza” lo dice sempre, lo sostiene a spada tratta: “Ci vorranno altri 20 anni per digerire gli effetti del berlusconismo, altri 20 anni!”... finirà mai? Ho i miei dubbi: è una forma mentis radicatissima nel cervello di certa gente...).

È successo l’altra sera, quando un collega romano de Roma ha avuto la brillantissima idea di riunire altri 7 compagni di lavoro italiani. È stato divertentissimo tornare a parlare italiano con gli italiani: una toscana, un pugliese, due calabresi, l’anfitrione è romano, come già detto, io abruzzese, un’altra di Genova, un altro di Torino... Dal Nord al Centro al Sud Italia...

Una delle calabresi ha portato un ciambellone con schegge di cioccolata incorporate, io una bottiglia di vino rosso di quello buono (Ribera del Duero), un altro un’altra bottiglia di vino, ma bianco, un’altra un vassoietto di dolci assortiti. Primo piatto: una carbonara buonissima, con parmigiano (“il pecorino m’è finito l’artro giorno, me dispiace”); secondo piatto: bistecchine di vitella tenerissime al pepe giallo (una vera goduria); antipasto: mozzarella di bufala campa doc (prodotta a Salerno) e finti pachini (“ragà, ce o sapete, qua i pachini veri nun se trovano”). Il tutto accompagnato da risate, chiacchiere spensierate, risate e sorrisi, fino a quando qualcuno non comincia a parlare di politica (e, quindi, a parlar male dei politici italiani) e, puntuale come una bomba sganciata su un’accampamento d’estremisti islamici in Siria, il richiamo a Berlusconi, la critica al Cavaliere, l’attacco al “fantasma” del Capo dei Capi...

“Che poi il problema è tutto qua: Craxi ha voluto che il suo pupillo andasse avanti con la costruzione di Milano 2, è stato Craxi, il socialista Craxi, a proteggere e portare avanti il progetto del suo allievo...”.
“Ma perché proprio lui e non un altro?”
“La P2”, dice uno.
“La P2, la Massoneria”, aggiunge un altro.
“Ma la P2 è collegata alla mafia?”, chiede un’altra.
“La mafia è al servizio della P2, in realtà, ovvero: la mafia nasce come braccio armato della Massoneria”, risponde un altro.
L’anfitrione si altera: “Comunque, c’ha proprio rovinato, e Renzi nasce come costola da Berlusconi”.
“Ma perché, voi credete che sia mai andato a fare i servizi sociali nell’ospizio dei vecchietti?”
“Vecchietti? Dei suoi coetanei, volevi dire!”.
“Esatto, dei suoi coetanei... voi ci credete davvero che abbia mai fatto anche solo un giorno di servizi sociali?”.
“Se per “servizi sociali” intendi: prendersi il caffè e fare due battute di spirito con gli ospiti dell’ospizio, sì”.
“Ospizio! Ma si dice “casa di riposo”, no?”, sottolinea un’altra.

E insomma, ci attorcigliamo con doppio salto mortale attorno al problema “Berlusconi” e non se ne esce vivi... L’Italia è una grande nazione, peccato per gli italiani, o meglio, per quegli italiani che c’hanno la mentalità mafiosa e berlusconiana... L’Italia, l’arte italiana, siamo i primi al mondo per quanto riguarda il patrimonio artistico e culturale! E quanti sono i romani che non sono mai stati dentro i Musei Vaticani? Ah! La Grande Bellezza! Secondo me solo un napoletano come Sorrentino poteva fare un ritratto così positivo della capitale del Regno? Ma secondo voi non ha copiato da “La dolce vita”? Non credete che Fellini sia inimitabile? Ah! La Grande Bellezza! Il cinema italiano! Dove sono andati a finire i Vittorio De Sica, i Rossellini, i Pasolini d’un tempo? Dai, suvvia, non possiamo piangerci addosso o piangere sul latte versato, i tempi sono cambiati... Oggi c’è Laura Pausini ed Eros Ramazzotti (fanno più soldi in Spagna e in America Latina che in Italia, vi rendete conto?). Comunque a me manca Paolo Fox, le previsioni di Paolo Fox! Nooo!!! Ma davvero? Ma come fai a crederci? Tu di che segno sei? Vergine! Ascendente? Pesci! Un segno di terra con ascendente un segno d’acqua... ti piace spassartela! E piano piano, finalmente, smettiamo di parlare di Berlusconi e di Renzi e ci concentriamo sulle risate, sui sorrisi e sui dolci... Evviva il ciambellone, con le schegge di cioccolata!

martes, noviembre 17, 2015


RECENSIONI

Chi mi conosce nel piano della “realtà” (Nabokov la scriveva sempre tra virgolette, questa parola, e come dargli torto) e non solo e soltanto su quello della “virtualità” (o del “cyber-spazio” di questo “diario di bordo”), sa bene che mi risulta difficile, a volte impossibile, dire di “no” agli amici... Sono – come suolsi dire – “molto amico dei miei amici” e, quindi, se uno di loro mi scrive e mi chiede il suo parere su un suo libro appena uscito e mi lascia intuire che gli piacerebbe che io scrivessi per lui una recensione al suo testo fresco di stampa, ecco, se uno di loro fa così, io non riesco a dire di no, tendo sempre ad accettare, dimenticandomi del fatto che, nella vita di tutti i giorni, il lavoro che faccio mi obbliga a leggerne altri 100 di libri che non sono stati scritti dai miei amici, altri 1000, di testi a volte non così ameni o divertenti come quelli che mi piacerebbe leggere.

E così, all’improvviso, e senza quasi rendermene bene conto, mi ritrovo con la scrivania dello studiolo invasa da libri da recensire, tomi che (in alcuni casi) sfiorano le 500 pagine, e mi tremano i polsi all’idea di dover poi consegnare la recensione entro (mettiamo) il 15 di Gennaio, o il 20 di Febbraio, o il 30 di Marzo.

Il primo è un saggio di critica letteraria sul concetto di flâneurie e la narrativa di un autore spagnolo molto quotato (forse un po’ sopravvalutato). Il libro mi arriva dalla “University of Liverpool”, da parte di una collega e amica che lavora per una rivista scientifica tra le più importanti del mio ambito di ricerca. L’autore, inglese, analizza le opere di quest’autore (che non voglio citare, per non dargli ulteriore pubblicità) a partire dal concetto succitato: a quanto ricordo, la figura del flâneur (del “passeggiatore solitario”, per così dire) nasce con la poesia di Baudelaire, ovvero, quando la città in quanto “cosmo” entra di prepotenza nell’immaginario collettivo e il poeta diventa vagabondo che canta le stranezze, le bellezze, le bruttezze, le sconcezze dell’urbe moderna e modernizzata... Dal risvolto di copertina, si capisce che l’autore fa riferimento anche ad altri modelli e cita E. A. Poe (non lo sospettavo) e Walter Benjamin (lui sì, sapevo che prima di morire aveva in mente di scrivere un tomo su Parigi, capitale europea, un testo dove il vagabondare diventa sinonimo di rimemorare il passato – personale e storico, ovvero, intimo e collettivo – dell’autore e di una nazione). E citando Benjamin, il pensiero corre alle sue letture della Recherche proustiana e a quell’altro flâneur dell’anima umana che fu Marcel Proust... Insomma, si prospetta come una lettura interessante, vedremo se l’autore oggetto di studio sarà all’altezza dei modelli citati (ora che ci penso: pure Fernando Pessoa è catalogabile come flâneur, anche se, a quanto ricordo, non si mosse mai da Lisboa, o solo rare volte, era un sedentario, ma con l’immaginazione volava alto, altro che...).

Il secondo tomo è davvero un volume gigante, sul “fantastico” all’interno del “fumetto”. Gli autori (sono due) ripercorrono la storia del genere a partire da questo elemento e mi viene subito un dubbio: cos’è “fantastico”? Cosa dobbiamo o possiamo intendere con questo termine? Comunque, basta sfogliare il libro per rendersi (fortunatamente) conto che è pieno d’immagini; anzi, a guardare bene, la parte scritta è nettamente inferiore a quella iconografica. E quindi mi domando: cosa scriverò nella recensione se sembra che ci sia poco da recensire? Dovrò parlare delle fonti iconiche? Certo è che scoprirò fumetti mai visti prima. Il panorama è davvero ampio (dagli USA anni 20 alla Francia anni 80, passando per la Spagna anni 40 e l’Italia anni 70 – Guido Crepax, Hugo Pratt, Leone Frollo, quanti geni ha dato l’Italia al genere “fumetto”!).

Il terzo libro è un’altro saggio, sul teatro di Juan Benet, uno degli scrittori più strani, affascinanti, ostici, complessi, geniali che la letteratura spagnola abbia mai creato negli ultimi 50 anni... Ingegnere di professione, come il nostro benemerito Carlo Emilio Gadda, Benet si è dedicato alla letteratura solo come passatempo, come hobby, come forma d’ozio. Risultato? Ha dato alle stampe uno dei romanzi più enigmatici che siano mai stati pubblicati in Spagna negli anni 70 (Volverás a Región, del 1969); una serie di saggi di altissimo livello e capaci di catturare l’attenzione anche del lettore più svagato o distratto su questioni “facili facili” come il Tempo, la Morte, l’Amore, il Tradimento, l’Origine delle Lingue, l’Origine dell’Uomo, Dio, l’Apocalisse, et coetera... et coetera...; una serie di racconti, favole e, appunto, opere teatrali inclassificabili.
So già che la lettura di questo saggio mi terrà inchiodato alla sedia (o al sofà) per un fine settimana intero. La mia compagna di sventure è avvisata. Non disturbare. Lettura in corso. Lettore in azione.

Il quarto e ultimo libro di cui dovrei dare un’opinione scritta poi convertibile in recensione è... No, di questo meglio che non parlo. Non ora. Non qui. Di certo è che non mi annoierò. Non è un saggio, ma un romanzo. E siccome chi lo scrive è davvero una persona amica, non voglio parlarne a sproposito per scaramanzia (e mettiamo poi che non mi piace? Che Dio ce ne scampi e liberi! È difficilissimo scrivere una recensione di un romanzo di un’amica che poi scopriamo non essere all’altezza: che fai? Fingi? T’inventi una recensione positiva anche se poi riconosci che il libro non vale molto? Come si fa? Come ci si comporta quando si vuole essere onesti intellettualmente e, allo stesso tempo, non si vuole ferire la sensibilità di una persona che conosciamo, che ammiriamo umanamente, e che letterariamente può fallire? Chi sono io per giudicare gli altri? Quest’ultima domanda me la faccio ogniqualvolta mi si chiede di scrivere una recensione; non credo che il mio parere sia più valido o azzeccato o scientificamente sicuro di quello di un altro; e poi, di nuovo: ma chi sono io per giudicare lo sforzo di un altro?).

E insomma: quattro recensioni su quattro testi diversi da fare entro massimo quattro mesi (Marzo 2016  la dead-line).


Speriamo bene...

martes, noviembre 10, 2015

INCUBI RICORRENTI (RINCORRENDOMI)




Dunque si diceva degli incubi (oggi, 9 Novembre del 2015, mi sembra proprio il giorno giusto per parlarne, oggi che metto il punto finale al “libro”, una roba da 350 pp. che fa venire il sonno sin dall’introduzione, un mattone indigesto che chissà quante copie venderà, se mai ne venderà più delle 2 o 3 che io posso immaginare, un tomo che andrà ad occupare spazio nelle biblioteche nazionali della Spagna e, chissà, fors’anche in qualche biblioteca italiana, pubblica o privata, un lavoraccio che mi ha tenuto impegnato e mi ha fatto sudare per circa 6 mesi, un lavorone che sono certo mi terrà attaccato allo schermo del pc per altri 5 mesi, prima di arrivare al “visto si stampi” e alla fantomatica “versione definitiva” – ma è mai esistita, esiste, esisterà mai una versione che possa definirsi davvero tale? Quando è il momento giusto per dire: sì, questa è la “definitiva”, questa è quella in cui non ci sono più refusi? E’ mai pensabile stampare un libro senza refusi?)…

E insomma, dicevamo, gli incubi… Ci sono incubi ricorrenti che mi tormentano la notte e mi fanno sudare freddo; sono sogni strani, che si ripetono, e il fatto stesso che “tornino” me li rendi ancor più odiosi e strambi e fastidiosi.

In uno di questi, mi trovo a Roma, sono vicino alla Stazione Termini, diciamo pure, tra la Stazione Termini e Piazza della Repubblica. Sono in compagnia di N. (non ho il coraggio di scrivere il suo nome per intero), una mia ex-alunna, diciamo pure, una delle ex-alunne più belle e pazze e affascinanti che abbia mai avuto in tanti anni di “onorata” carriera.
“Ma cosa ci fai a Roma?”, le chiedo, sorpreso dalla sua presenza (veste da sposa).
“Ma non te lo ricordi che ieri sei venuto a prendermi e mi hai dato una mano con la valigia? Te l’ho detto: scendo da Udine e vado a Salerno”, mi risponde piccata, spostandosi il velo con un soffio e un buffetto della mano (un gesto rapidissimo che nel sogno si svolge praticamente al ralenty).
Poi cominciamo a camminare. N. ha fame e dice che ha voglia di McDonald (è strano come nei sogni utilizziamo le marche del mondo reale) e io allora le propongo di andare a Via Nazionale perché lì ce n’è uno che è sempre aperto, 24h (ma nella realtà so che non è così; nel sogno, mi convinco che sia così).
E continuiamo a camminare, ma Via Nazionale è un deserto, non c’è un cane in giro, io mi spavento perché c’è troppo silenzio. Si fa notte subito, senza preavviso.
“Andiamo a fare un giro nei musei?”, mi chiede N., propone, come fosse la Notte Bianca.
Faccio di sì con la testa. E all’improvviso ci troviamo a correre e a percorrere le sale del Museo del Prado, prima, degli Uffizi, poi. Non capisco più se il monumento su cui mi appoggio per ripigliare fiato sia il Nettuno gigante che occupa un lato di Piazza della Signoria o se si tratti del Saturno dell’omonimo quadro di Goya (“Saturno che divora i suoi figli”, un quadro impressionante, pieno di sangue e di buio). Non capisco, in realtà, se siamo già a Salerno o siamo ancora a Udine (e ora mi ricordo di doverle chiedere cosa ci fa mai a Roma se prima mi ha detto chiaramente che scendeva da Udine per andare a Salerno; che senso ha, cosa cazzo c’entra Roma, con Udine e Salerno, qual è il nesso, se un nesso c’è, da chi dorme N. se io non la ospito in casa).
“Accidenti, ci seguono”, mi fa N., obbligandomi a riprendere la corsa. Mi volto indietro e mi accorgo che siamo circondanti e che veniamo inseguiti da un’orda assurda di paparazzi con le macchine fotografiche vecchio stampo. I flash ci accecano. N. corre, ma rompe il velo del vestito. Comincia a piovere. Scoppia a ridere perché vede nel mio volto il ritratto della paura.
“Ma cosa vogliono da noi?”, le chiedo. E N. ride a crepapelle. Mi sbatte contro la cancellata di un’ambasciata (non ricordo più di quale paese, in realtà, a volte cambia, a volte si tratta di una saracinesca, di un bidone della spazzatura, di un’auto parcheggiata) e comincia a spogliarmi. Le strade si riempiono di traffico, ma io ed N., ignari dei passanti, ci mettiamo a fare sesso selvaggio sul marciapiede. Inizia a piovere. Fa sempre più buio e inizio ad avvertire una sgradevole sensazione di bagnato, di umido, di freddo e bagnato insieme. N. gode, grida sottovoce, io le stringo le mani al collo, grida forte, poi si accascia per terra.
“Sono ancora là”, mi fa, dopo essersi rialzata (si rassetta il vestito da sposa, ora tutto macchiato e sporco di fango). Le orde di paparazzi impazziti.
“Ma cosa abbiamo fatto di male? Perché ci inseguono? Che vogliono da noi?”, le chiedo. E N. ricomincia, prima sorride, poi ride. Mi ritrovo un obiettivo di una macchina fotografica in mano. Mi volto e vedo che i paparazzi, in realtà, sono degli zombie, dei ritornanti, dei morti viventi, in perfetto stile The Walking Dead, e io ho sempre più paura, tremo, scappo, corro, riattraversando le sale di un museo enorme, un museo che non esiste, ma che è dato dal mix delle sale sovrapposte del Louvre, degli Uffizi, del Prado, dei Musei Vaticani, della Galleria Borghese…
Finché perdo di vista N. e non so più da che parte scappare…
Fine… Mi sveglio… Sudato… freddo… come fossi Dylan Dog alla fine di uno dei tanti incubi delle sue avventure disegnate. Accanto a me non c’è N., ma da un momento all’altro mi aspetto di ritrovarmi con l’obiettivo di una macchina fotografica in mano. E invece niente. Cosa mai vorrà significare questo incubo ricorrente? Perché N.? Perché anche adesso non riesco a scrivere il suo nome per esteso? Perché mi vergogno? Perché N. è vestita da sposa? E perché facciamo l’amore in mezzo alla strada e alla sporcizia, di notte, al buio e al freddo, come due bestie? E chi sono, o meglio, cosa diavolo rappresentano (per me) quei paparazzi impazziti? E soprattutto: perché questo è – da un mese a questa parte – uno dei miei incubi peggiori e ricorrenti? Perché tanta “ricorrenza”?

Vado a letto, immaginando la faccia dell’editore quando aprirà il mio file Word: 350 pp., che potrebbero diventare tranquillamente 400 (o anche 450) in base ai criteri redazionali della casa editrice stessa… Un tomo, un mattone, un librone che ancora non mi sembra di essermi tolto dalle spalle, un peso immane che mi opprime come N. vestita da sposa o come le orde dei paparazzi che mi inseguono e che mi accecano coi loro maledetti flash.

Freud, io t’invoco. Illuminami (anche se non d’immenso), ma, per favore, illuminami…

 Quasi fatto tutto (in tempi record) Non so esattamente come ci sono riuscito, ma ho quasi fatto tutto (in tempi record). Sarà che sotto str...