lunes, junio 23, 2014

Mr. Apollinax (by T. S. Eliot): un incontro veneziano


Venezia. La città lagunare. La città condannata a sparire sott’acqua. Non avevo minimamente idea del fatto che, per trasferirsi dall’aeroporto di “Marco Polo” alla terra ferma, occorresse per forza di cose prendere un vaporetto. Sì, deve prenderlo, a meno che non preferisce dormire qui, mi fa l’addetta allo sportello di vendita dei biglietti (carissimi). Mi guardo attorno, sconsolato. Su alcune panchine barboni e indigenti dormono avvolti da stracci; qualche cane abbandonato pernotta fuori dalle porte scorrevoli; inizia a piovere; fa freddo; questo spiega il bisogno dei barboni di addobbarsi con stracci e lenzuola vecchie e cappotti decisamente fuori stagione.

L’idea stessa di stare su un’isola provoca le vertigini; usciamo dalle porte scorrevoli con i nostri pochi bagagli e ci accoglie una luna piena freddissima. Folate di vento, poi, calma piatta (lo sciabordare dell’acqua nera sui frangiflutti), prima che inizi a piovere forte, come fossimo in pieno inverno (è una pioggia cattiva, quella che ci dà il benvenuto, una pioggia che ti schiaffeggia la faccia senza tanti complimenti).

Ci ripariamo dentro il gabbiotto della Linea Arancio. Sono le 23,15, il vaporetto è appena andato via. Il prossimo passa a mezzanotte meno un quarto. Aspettiamo con pazienza, osservando il diverbio di una coppia che sembra uscita da un film di Alain Resnais. Lui, grasso, sudato, coi pantaloncini corti e le scarpe da trekking, le occhiaie più profonde delle mie, i capelli brizzolati tutti scompigliati; lei, bionda e magra, con una borsa di Louis Vuitton, gli stivali neri luccicanti, la gonna corta che lascia intravedere un paio di gambe di notevole muscolatura avvolte in calze nere velate (anche queste, come i cappotti dei barboni, decisamente fuori stagione). È come se tutti sapessero con anticipo che avrebbe piovuto, stasera.

Arriva il vaporetto, chiedo: si ferma anche all’Ospedale, vero? Il conducente (il marinaio?) mi dice di no, affatto, quello che passa per l’Ospedale è della Linea Azzurra, l’ultimo parte a mezzanotte e un quarto… Vedo la disperazione ritratta nel volto della mia compagna di sventure. Avrei voglia di bestemmiare. La coppia continua a litigare, mentre sale sul vaporetto della Linea Arancio. Hai chiesto? Ho chiesto. E mi ha detto che era l’Arancio, che bastava richiedere la fermata e ci avrebbero lasciati all’Ospedale. Non è vero. È vero. Non è vero. Discutiamo con ferocia. La mia compagna d’avventure, come i barboni del “Marco Polo”, si avvolge nell’unico indumento pesante che abbiamo in valigia: un asciugamano, giallo, quasi fluorescente, si nota a distanza di kilometri.

Aspettiamo con pazienza. Passa il nostro vaporetto, questa volta è quello giusto. L’unico rumore che si sente nel cuore della notte è il motore dell’attrezzo che ci trasporta da un punto all’altro della cartina geografica. Non ci sono luci; bisogna aspettare una mezz’oretta prima di avvistare l’isola di Murano. Sui moli non c’è anima viva. Quando arriviamo alla nostra destinazione e scendiamo, non c’è nessuno ad accoglierci. Nemmeno un vecchietto cui chiedere indicazioni. Ha smesso di piovere, almeno questo. Le strade labirintiche di Venezia possono condurre alla pazzia anche il più assennato e razionale e calmo degli esseri umani. Mi metto in contatto telefonico con la proprietaria dell’ostello in cui abbiamo prenotato un posto letto per ben 6 volte, prima di capire dove devo andare. Ha una voce suadente, sembra molto simpatica, ed anche lei è molto paziente, come la mia compagna di sventure che si trascina dietro la valigia divenuta improvisamente pesante, come se dentro vi trasportasse un cadavere.

Arriviamo a destinazione all’una in punto, dopo esserci persi almeno un paio di volte. Ci giravamo intorno. Odio Venezia. È questo il pensiero fisso, per ora. Poi la proprietaria dell’ostello ci apre le porte di casa sua, è una casa museo, la nostra camera matrimoniale è enorme, il letto è circondate da statue di ogni tipo e grandezza, sulle pareti un’infinità di quadri, maschere e cappelli agli angoli, una intera biblioteca sulla parete di fronte, mi sembra di essere finito all’interno di un set cinematografico (un film di Luis Buñuel o Federico Fellini, un film di un qualche regista onirico, o un quadro di De Chirico).

Mentre la mia compagna di sventure si fa la doccia, io apro a caso un paio di libri, poi m’imbatto nell’opera completa di T. S. Eliot (uno dei miei poeti preferiti) e leggo “Mr. Apollinax” in originale e poi guardo la traduzione di Roberto Sanesi. L’atmosfera diventa ancora più surreale.

“When Mr. Apollinax visited the United States”, inizia… E il lettore si chiede immediatamente chi sia questo Mr. Apollinax, perché e quando e come visita gli Stati Uniti (d’America) e da dove parte, se parte dall’Europa… E poi parla di una risata, anzi, della risata particolare di questo tizio, una risata che “tintinna” (o “squilla”) tra le tazze da tè (tipica strategia eliotiana: parlare di un essere umano, della vita e dell’opera di una persona anche importante, magari mitica, magari simbolicamente rilevante, abbassandone i tratti con il constante raffronto alla realtà più quotidiana e banale: qui, le tazze da tè).

Poi l’io del poeta inizia a parlare di altri personaggi mitici o semi-mitici, come Priapo (noto per la lunghezza del suo pene e – nella mitologia greca – símbolo per eccellenza della “fertilità”) e Fragilion (who’s him?) e una tale Mrs. Phlaccus (Quinto Fulvio Flacco? Lucio Valerio Flacco? Perché questa radice così esplicitamente latina per il cognome di questa signora? Di nuovo: who’s her?) e un tale Prof. Channing-Cheetah (di nuovo: who’s him? Costante il mix tra personaggi reali apparentemente umili e personaggi irreali dichiaratamente mitici).

E poi uno dei versi più misteriosi e inquietanti di tutta la poesia:

“He laughed like an irresponsible foetus”

Che possiamo tradurre con “Rise come un feto irresponsabile”. O anche: “Rideva come un irresponsabile feto”. O anche: “Rise come un feto irresponsabile”. Ma il punto è: che cosa significa davvero che uno ride come un feto? E perché “in modo irresponsabile”?

E poi la strofa più bella e più shakespeariana, una serie di versi che mi fanno venire i brividi e che mi fanno pensare anche al Coleridge di The Rime of The Anciet Mariner.

“His laughter was submarine and profound
Like the old man of the sea’s
Hidden under coral islands
Where worried bodies of drowned men drift down in the green silence,
Dropping from fingers of surf”.

Versi straordinari che rendono belle anche le immagini più mostruose e legate alla Morte.

“La sua risata era sottomarina e profonda
Come quella del vecchio del mare
Nascosto sotto isole coralline
Dove cadaveri preoccupati di uomini annegati galleggiano nel verde silenzio,
Gocciolando dalle dita della spuma”.

E qui traduco senza guardare la versione di Sanesi; cerco di sentire il ritmo dei versi; mi lascio guidare da queste immagini allucinanti di “morti per acqua” (cfr. The Waste Land) e di cadaveri galleggianti (quant’è sconfinato quel “green silence” – fa pensare al silenzio siderale).

E poi parla di un desiderio, quello del poeta stesso di guardare la testa di Mr. Apollinax mentre “rolling under a chair”, rotola sotto una sedia, o sorride “over a screen”…

E poi c’è un nuovo riferimento al mito: parla di “centaur”, del galoppare di un cavallo sulla dura terra. E di nuovo parla di Mr. Apollinax, del suo modo di parlare “dry” e “passionate” (un evidente ossimoro: difficile che la conversazione di un essere umano possa essere al contempo “secca” e “appassionata”, o “razionale” e “passionale”). E poi seguono – incredibilmente, in appena 2 versi – i pareri, i pettegolezzi, i rumori di fondo intorno a questo famoso (e misterioso) Mr. Apollinax, c’è chi sostiene fosse “a charming man”, chi dice che aveva le orecchie a punta (“pointed ears”), chi afferma che fosse uno squilibrato (“He must be unbalanced”) e c’è pure chi si pone la domanda centrale di tutto il poema: “But after all what did he mean?” (“Ma alla fine cosa voleva dire?”, pensandoci bene è la stessa identica domanda che ci facciamo noi lettori arrivati al punto finale: “Ma in fin dei conti cosa diavolo vuole dire? Che significa tutto ciò?”).

Nella lista dei pareri c’è pure chi si mostra contrario al modo di fare (o di pensare) di Mr. Apollinax: “There was something he said that I might have challanged”, che possiamo tradurre più o meno così: “C’era qualcosa che disse su cui io avrei potuto oppormi” o “avrei avuto da ridire” o “mi sarei opposto”.

E poi, finalmente, i 2 versi finali:

“Of dowager Mrs. Phlaccus, and Professor and Mrs. Cheetah
I remember a slice of lemon, and a bitten macaroon”.

Che possiamo rendere con:

“Della vedova Mrs. Phlaccus e del Professore e di Mrs. Cheetah
Io ricordo una fettina di limone e un dolcetto masticato”.

C’è tutto Eliot qui dentro. Il senso trascendetale delle conversazioni banali di tutti i giorni; il senso della morte che tutto ricopre; il senso del tempo che fugge e che tutto distrugge; una rara (e strana) capacità di ritrarre la morte in azione (nel caso della strofa della “morte per acqua”).



La mia compagna di sventure torna dal bagno e mi guarda preoccupata. Cosa leggi?, mi chiede. Le mostro la copertina del libro. Le dico che è Eliot. Le faccio notare che è ben strano che proprio lì, a Venezia, una città che galleggia sull’acqua e che è condannata a sparire sott’acqua, mi sia imbattuto in una poesia che parla di un “vecchio del mare” e di un’isola corallina e di morti che galleggiano nel “silezio verde” dei flutti. Poi la stringo forte a me, l’abbraccio stretta e ci infiliamo a letto, col pensiero che domani dovremo svegliarci presto, se vogliamo arrivare a Roma per tempo. Ma mi è impossibile addormentarmi subito. Continuo a chiedermi chi sia (chi si nasconda davvero dietro) Mr. Apollinax…

jueves, junio 12, 2014





È quanto mi è capitato ieri con Nicanor Parra, conosciuto grazie a quel genio di Roberto Bolaño (che lo ha sempre presentato come “il” poeta cileno per eccellenza, un maestro e un modello per tanti), nato nel 1914 e ancora in vita e, dunque, poeta centenario, ha attraversato un secolo intero, incredibile la quantità di rughe che ha accumulato sul volto nobile, da aristocratico in decadenza, anche se lui è un ex professore di matematica, un artista a tutto tondo, una sorpresa per il lettore che cerchi una voce originale, ammaliante, amica…

E questa è una delle sue poesie che io preferisco:

Cartas a una desconocida

Cuando pasen los años, cuando pasen
los años y el aire haya cavado un foso
entre tu alma y la mía; cuando pasen los años
y yo sólo sea un hombre que amó,
un ser que se detuvo un instante frente a tus labios,
un pobre hombre cansado de andar por los jardines,
¿dónde estarás tú? ¡Dónde
estarás, oh hija de mis besos!

E questa è una (mia) possibile traduzione della poesia in italiano (e che Nicanor Parra non me ne voglia, e non aggiungo ulteriori commenti, perché, a volte, di fronte all’arte, i commenti non servono):

Lettere a una sconosciuta

Quando passino gli anni, quando passino
gli anni e l’aria avrà scavato una fossa
tra la tua anima e la mia; quando passino gli anni
e io sia solo un uomo che ha amato,
un essere che si fermò un istante davanti alle tue labbra,
un pover'uomo stanco di camminare nei giardini,
dove sarai tu? Dove

sarai, oh, figlia dei miei baci!

viernes, mayo 30, 2014

Ipotesi di lavoro (per un racconto sull’insonnia)



Non lo so il perché; sta di fatto che mi affascina l’insonnia, soprattutto come tema narrativo, come spunto per riflettere sulla condizione umana, come ottima scusa per girarci attorno e dare vita a racconti surreali o realisti e crudi o simbolici e allegoricamente interessanti (o entrambe le cose; si può?).

Eppure non soffro d’insonnia. O meglio: ne ho sofferto, ma tanti anni fa (quando, in realtà, più che d'insonnia “normale” potremmo parlare di una specie d’insonnia “alla rovescia”: appena le lancette della sveglia luminosa e fluorescente s’avvicinavano alla 4 del mattino, ecco che il mio cervello si ridestava e non c’era proprio verso di tornare a dormire tranquilli con la testa poggiata sul cuscino, dovevo alzarmi per forza e dedicarmi ad altro: la lettura di romanzi lunghissimi, i cosiddetti “romanzi-fiume”, o la visione dei film in bianco e nero che emetteva Enrico Ghezzi da Fuori orario, o la frequentazione di siti vietati ai minori – che titillavano gli “istinti di base” più che quelli legati alla facoltà immaginativa – e qui si potrebbe aprire una grande parentesi per discettare sull’annosa diatriba: può la pornografia aspirare ad essere considerata “arte”? E cos’è che ci permette di tracciare una linea sicura tra ciò che definiamo “arte” e ciò che definiamo “eros” e “porno” o “porno-soft” o “eros spinto”? Ma questa, appunto, è materia per un altro post, torniamo a Bomba).

Dunque, ecco una (delle tante) ipotesi di lavoro per un racconto futuro sull’insonnia: lui soffre d’insonnia, soprattutto da quando la seconda moglie, Marta, l’ha lasciato. In realtà, di notte, si ferma a riflettere davanti al computer e scrivendo dei suoi amori passati si accorge del fatto che tutte, ma proprio tutte le sue ex, soffrivano dello stesso male: in ordine cronologico di ex, dalla più recente (nonché traumatica) alla più veterana:

a) Marta perché faceva sempre lo stesso incubo ricorrente: in sogno le appare il fantasma della ragazzina che ha ucciso senza volerlo in un incidente stradale da cui è riuscita a sopravvivere illesa nel fisico ma segnata nella coscienza,
b) Sara (la prima moglie) perché oltre che insonne, alle volte è sonnambula e si sveglia e comincia a camminare per casa e a parlare con i muri, facendo discorsi strani sulla virilità del marito;
c) Nadia perché soffriva di uno strambo mal di schiena che si acuttizzava o veniva fuori solo di notte;
d) Anna perché scambiava il giorno con la notte e, quindi, dormiva di giorno e si svegliava ed era iperattiva di notte (con le logiche conseguenze sul suo rendimento accademico all’Università).

L’ennesima notte d’insonnia il nostro protagonista la passa a fare questa specie di lista degli amori del passato; si accorge di quanto abbia amato le sue ex condividendone gioie e dolori e, soprattutto, condividendo con loro le ore notturne passate a fissare le pareti o a litigare o a guardare film o a fare l’amore con stanchezza e stravolgimenti psichici reciproci (particolarmente sconvolgenti i rapporti con Nadia e con Sara) e, alla fine, capisce qual è la possibile medicina che fa al caso suo. Finire il racconto, smettere di ricordare il passato (soprattutto quello legato a Sara) e cercare di riproiettare la sua vita verso il futuro (magari accanto a una donna che non soffra d’insonnia come le sue ex succitate).

Possibile scenetta tragicomica (secondo lo stile di certo Woody Allen): l’apparizione momentanea e repentina, in camera da letto, dei fantasmi delle ex (che cominciano ad accusarsi a vicenda o a litigare su chi avrebbe amato meglio il nostro eroe).

Possibile scena “horror”: lui che tenta di suicidarsi dopo aver visto alla tv un film che racconta quanto abbiamo appena raccantato. È come se si vedesse in uno specchio. Solo che si tratta del film che parla della sua vita. Prendere coscienza di quanto triste sia questa vita è il motivo scatentante che lo spinge ad ammazzarsi.

Possibile scenetta esplicitamente grottesca: lui che tenta di impiccarsi, ma la corda si scioglie e fa un grosso capitombolo che provoca l’ira del coinquilino del piano di sotto; lui che tenta di infilare la testa nel microonde ma salta il contatore; lui che si spara alle tempie con una vecchia pistola, ma la pistola fa cilecca; lui che si taglia le vene, ma la lama non è affilata e riesce solo a provocarsi dei lividi orrendi; lui che chiama Marta e le confessa che ancora la ama e che, finalmente, ha capito qual è la causa della sua insonnia e lei gli dice che può anche crepare perché lei ormai non lo ama più ed è guarita (il fantasma della ragazzina che ha ucciso con la macchina non la disturba più, si è riappacificata con lei).


Ecco: questo è il punto; usare l’insonnia come motivo “serio” di riflessione in un racconto in cui si bilancino le scenette tragicomiche a quelle “horror” e a quelle più esplicitamente grottesche. Ci vorrebbero insieme un Dario Argento, un Ingmar Bergman e un Woody Allen per fare una roba del genere. E un tocco (o pizzico) di Hitchcock. E un linguaggio poetico e sperimentale. Un James Joyce in vena di battute. E saturnino. E molto, molto malinconico (i discorsi sull’amore, e sul tempo che passa, e sulla morte che s’appressa)…

lunes, mayo 19, 2014

Salò o le centoventi giornate di Sodoma: un cinema che riflette il (e sul) male


Ieri, dopo più di 10 anni, ho rivisto Salò o le centoventi giornate di Sodoma (1975) di Pier Paolo Pasolini. Questa volta l’ho rivisto in compagnia, non da solo, come la prima volta, quando avevo circa 21 anni ed ero un cinefilo fissato con le pietre miliari della “storia del cinema” e non avevo paura di niente e vedevo ogni genere di film, anche quelli più “indigesti” o strambi o fuori dall’ordinario. L’ho rivisto con la mia “compagna di sventure”, come amo definirla in questo blog, e lei – al di là dei miei avvisi (guarda che è un film duro, guarda che c’è chi non è riuscito a vederlo fino alla fine, guarda che qualcuno ha vomitato prima di arrivare all’ultima inquadratura, guarda che è uno dei film più censurati della storia del cinema italiano, etc.) – ha apprezzato molto, le è sembrato un film duro, ma perfetto, un film certamente “disturbante”, ma anche bello, nel senso di “compatto” ed “esteticamente riuscito”.

Concordando con la mia compagna di sventure e, a visione ultimata, mi chiedo: in cosa consiste questa “compattezza”? Perché è un film “esteticamente riuscito” (al di là e al di sopra delle immagini che lo popolano)? [pensiamo anche ai casi "eclatanti" come A Clockwork Orange di Stanley Kubrick o a Trainspotting di David Fincher o a Il silenzio degli innocenti di Johnatan Demme].

Un primo pregiudizio che potrebbe portarci ad una erronea interpretazione del film è legato alla fonte: si sa che Pasolini s’ispira ai romanzi del Marchese De Sade per creare quello che sarà il suo ultimo film e, in particolare, trarrà spunto da Les 120 journées de Sodome (un romanzo incompiuto del 1785).

Ovvio che un regista che s’ispira all’inventore dei termini “sadico” e “sadismo” ci spingerà verso un certo tipo di immagini, dove la violenza, la ferocia e la freddezza mostrata nell’esercitare entrambe le cose diventano elementi (sempre) espliciti (oserei dire: "insopportabilmente espliciti"). Il punto è che il discorso di un regista come Pasolini esula dalla fonte prettamente letteraria o strettamente legata alla visione che del mondo aveva uno come De Sade. Ne è una riprova uno dei primissimi fotogrammi, in cui il regista cita altre fonti, specificando che nel corso della trama i personaggi parleranno con le parole di altri (autori), come Maurice Blanchot (quello de Le livre à venir e de L’entretien infini) o Roland Barthes (quello di Sade, Fourier, Loyola) o di altri che adesso non cito verbatim perché non li ricordo. In realtà, Pasolini fa citare ai quattro protagonisti anche Nietzsche e Proust e Baudelaire (netta prevalenza della letteratura francese, dunque, su tutte le altre letterature nazionali) e lo fa con uno scopo ben preciso: dimostrare come anche gli assassini possono avere buon gusto (letterario o artistico) e un ottimo olfatto, in quanto a riferimenti culturali (paradosso che la Storia ci ha descritto anche prima della Letteratura, ancor prima dei romanzi di De Sade: cfr. certi capi delle SS di Hitler).

 Pasolini, in realtà, allarga e amplia il discorso "sadiano" per trasferire i fatti in un contesto storico ben delimitato: quattro nazifascisti rapiscono uno svariato numero di ragazzi e ragazze nella Salò che sta per assistere alla fine di Mussolini allo scopo di dare sfogo a ogni aberrazione o perversione sessuale venga loro in mente (geniale l'uso del sonoro: ogni tanto - sopra la villa che sarà luogo del delitto - si sentono gli aerei "nemici" volare).

E qui tocchiamo un altro tema che – ad una prima visione e a 21 anni – mi era sfuggito: Salò parla del Potere e di come esso si esercita e di come esso possa trasformare ognuno di noi (ogni corpo umano) in merce, in oggetto di consumo, in pezzo o giocattolo intercambiabile.

Di fatto, i quattro protagonisti incarnano ognuno un diverso tipo di Potere: il Duca è il potere della Nobiltà; il Monsignore quello della Chiesa; Eccellenza quello della Giustizia; il Presidente quello dell’Economia. Di fronte al Potere è proprio il corpo in quanto “essenza” dell’essere umano a patire una prima, radicale metamorfosi: questi adolescenti, una volta fatti prigionieri e una volta oltrepassata la soglia dell’elegante villa in cui moriranno, diventano immediatamente carne da macello, perdono la loro identità per trasformarsi in oggetti delle perversioni dei quattro fascisti...

E sono proprio le scene in cui la telecamera più si avvicina ai corpi che più schifo proviamo in quanto spettatori; schifo (o ribrezzo) che nascono non dalla nudità, bensí dalle parole, dal linguaggio verbale che i quattro capi usano per comandare, modellare, plasmare quei corpi a propria immagine e somiglianza.

E a proposito di linguaggio verbale, non posso non notare come – per tutto il corso del film – è l’imperativo il modo verbale più usato dai gerarchi nazifascisti: “Mangia!”, urla uno; “Piscia!”, ordina un altro; il film mette in scena il Potere che comanda a forza (e a suon) di imperativi. Pena: la morte (uno dei quattro appunta su un quaderno i nomi di coloro che non ubbidiscono o che realizzano atti religiosi o che contravvengono alle regole del gioco; chi finisce nella lista sa già che verrà ammazzato senza pietà).

E il corpo (o il “basso corporale”, come direbbe Bachtin) è un altro degli aspetti più “compatti” che rende il film “esteticamente riuscito”: non esistono scene in cui non ci sia un nudo (come a ricordare allo spettatore che è la condizione della nudità di fronte al Potere a rendere la vita un vero Inferno – e non è un caso che il film si suddivida “al modo dantesco” in un “Antinferno” e in 3 gironi: “Il girone delle manie”; quello “della merda” e, infine, quello “del sangue”, in un crescendo che fa davvero spavento); così come non esistono scene più cruente e fastidiose (o direttamente “insopportabili”) come quelle in cui i corpi sono costretti a mangiare le proprie feci (e qui Pasolini non solo ha rischiato la censura, la critica dei più, la rabbia dello spettatore, ma – elemento ancor più decisivo – la “compattezza” del film stesso; il pericolo essendo o quello di scadere in un “carnevalesco” che non fa ridere o quello di scadere in un “horror” che non spaventa ma provoca solo i conati di vomito degli stomaci più deboli - e non nego che a qualche spettatore la visione di queste scene possa provocare il vomito - come già anticipato in partenza; Pasolini, però, vuole anche farci riflettere, vuole andare oltre il mero "dato di fatto" o la mera "immagine" disgustosa).

Il banchetto a base di merda è anch’esso funzionale al tema di fondo: come il Potere può avvelenarci fino a obbligarci a mangiare quanto espelliamo (il contrario del cibo, la riduzione del cibo a scarto).

Di fronte a queste scene mi viene in mente un saggio del 2009 di Giorgo Agamben, un saggio intitolato proprio Nudità; cito (questa volta verbatim):

La nudità del corpo umano è la sua immagine, cioè il tramite che lo rende conoscibile, ma che resta, in sé, inafferrabile. Di qui il fascino del tutto speciale che le immagini esercitano sulla mente umana. E proprio perché l'immagine non è la cosa, ma la sua conoscibilità (la sua nudità), essa non esprime né significa la cosa; e, tuttavia, in quanto non è che il donarsi della cosa alla conoscenza, il suo spogliarsi delle vesti che la ricoprono, la nudità non è altro della cosa, è la cosa stessa.

Non ho mai ben capito cosa volesse dire Agamben con queste parole; e però un fatto è certo: la nudità ci attrae perché: a) è inafferrabile (si tratta solo di un’immagine o di una parte del corpo umano, composto anche di "parti" che non si vedono a occhio nudo, appunto); b) è affascinante (perché si traduce in immagini che ci attraggono, che ci colpiscono, che ci invitano alla riflessione).

Ecco un altro, decisivo aspetto che rende il film di Pasolini (l’ultimo, prima della sua morte violenta – e oggi ancora “misteriosa”, per i motivi che tutti sappiamo o possiamo arrivare a sapere) “compatto” ed “esteticamente riuscito”: ci mostra la rabbia, ma pure l’impotenza somma di quattro emissari del Potere alle prese con corpi che li ispirano, che li attraggono, che li catturano, che li ipnotizzano, ma che non possono mai arrivare a capire, proprio perché nudi, di fronte a loro, proprio perché privi di velo.

E questo spiegherebbe il ghigno d’insofferenza assoluta di uno dei quattro aguzzini quando, torturando le ultime vittime nel cortile della villa, urla come un pazzo e si arrabbia: qui vediamo davvero il Potere che, forse per la prima volta, si sente incapace di piegare il prossimo, di plasmare il corpo altrui a propria immagine e somiglianza, di storpiarlo fino alla morte.

E poi (sempre nell’ambito delle scene finali) c’è la scena più assurda e paurosa di tutte, quella in cui vediamo tre dei quattro assassini mentre improvvisano un balletto: tutti in vestaglia, ballano come fossero le danzatrici del Moulin Rouge, con piccoli saltelli ridicoli.

Questa scena fa davvero paura, perché ci fa vedere senza veli (per tornare alla citazione di sopra di Agamben) il Potere che si diverte in modo fanciullesco alle spalle dell’indifeso, della persona priva di identità e ridotta a semplice corpo nudo (quando non a corpo morto, a cadavere).

È per questi motivi che dico (insieme alla mia compagna di sventure) che Salò è un film "esteticamente riuscito": perché partendo da una ipotesi (vediamo, cari spettatori, che cosa succede quando il Potere s’impossessa dei corpi innocenti di poveri adolscenti figli di partigiani) sviluppa una tesi (il Potere si scatena calpestando ogni corpo e ogni principio morale o etico o giuridico) per approdare a una sintesi (il Potere balla e ride e si diverte, mentre tutto intorno a sé muore o soffre o urla o si dispera).

Salò è uno dei pochi film (di Pasolini? Della “storia del cinema”?) che si spinge così lontano sulla rotta verso la rappresentazione e l’analisi del male; è un film che riflette il male e che ci fa riflettere sul male (che ognuno di noi può scatenare contro il prossimo o che ognuno di noi potrebbe presenziare in quanto testimone innocente dell’ingiustizia e del mondo “alla rovescia”).

P.S.: in un’intervista a pochi mesi dalla morte di Pasolini, Dacia Maraini dice che Pasolini non era un “sadico”, bensí un “mite”. Ricordo che un giorno ascoltai un intervento di Ninetto Davoli nell’ambito di un congresso sul cinema pasoliniano e l’attore (sorridente e riccioluto) ricordava un breve aneddoto legato ai giorni delle riprese per Il Vangelo secondo Matteo (per me il miglior film dell’autore di Accattone). Ebbene, Ninetto Davoli ricordò che fu solo in quell’occasione che udì pronunciare una bestemmia da parte di Pier Paolo: dovevano girare la scena in cui la Vergine Maria fugge da Betlemme insieme a Giuseppe e al Bambin Gesù. Solo che l’asinello su cui viaggiano non si muove. E Pier Paolo si arrabbia. E bestemmia. Quel film gli valse un Premio Speciale da parte del Vaticano... E una valanga di critiche da parte della “intelighenzia” comunista o della sinistra più "ortodossa".

P.P.S.: c’è una scena che nessuno potrà dimenticare di Salò ed è quella in cui uno dei soldati viene scoperto a letto con la cameriera di colore. I quattro gerarchi nazifascisti sono pronti a sparare, il ragazzo, invece, completamente nudo e senza paura, solleva il braccio e fa il gesto del pugno chiuso (come fosse un quadro o un manifesto). La faccia che fanno i suoi carnefici ricorda il ghigno dei killers dei film di Tarantino. Solo che nel caso di Pasolini non c’è un filo d’ironia. E quando uno dei quattro aguzzini finisce la cameriera lo spettatore non può non provare pietà per queste ennesime vittime del Potere...


lunes, mayo 05, 2014

Via Mecenate e i drammi del cuore




Chi ha abitato a Roma o chi ancora (per sua fortuna o sventura) ci abita e conosce il centro sa bene che Via Mecenate è una delle strade più belle della capitale (pur restando appartata, come un po' in disparte, come se non volesse darsi tante arie e preferisse non dare nell'occhio). 

Sita nel quartiere dell'Esquilino, Via Mecenate collega la ben più famosa Via Merulana (che tanto deve al titolo del romanzo-pasticcio di Carlo Emilio Gadda) al Colle Oppio, uno dei posti più grati da cui godersi la vista (panoramica e a 360 gradi) del Colosseo... (e, perché no, anche uno dei posti migliori in cui leggere, riposarsi su una panchina, fare jogging o - semplicemente - prendere il sole, senza troppi rumori di fondo, tranne il traffico cittadino leggermente attutito dalla distanza rispetto a Via Labicana e i bambini che giocano a pallone o corrono dietro ai cani dei loro padroni sorridenti).

Inutile aggiungere che Via Mecenate è anche una delle mie strade favorite di Roma capoccia... (e una di quelle che più frequentavo quando, per motivi di lavoro, ci passavo tutte le mattine alle 8 in punto e ci ripassavo tutti i pomeriggi alle 16,30 per tornarmene a casa, a Piazza Vittorio).

Ebbene, l'altro giorno, su Via Mecenate, nell'arco di nemmeno un kilometro, ho assistito a ben 3 diverse scene che - prese singolarmente - meriterebbero ognuna un diverso racconto, 3 storie incipienti di cui, non conoscendo il finale, potrei inventare tutto, anche l'incipit (e quanti incipit interessanti!).

Nell'ordine ho assistito a questi 3 spezzoni di dialogo:

a) un uomo sulla cinquantina, coi capelli grigi e sparsi al vento, mentre parla con una donna sulla quarantina, vestita sportiva, in tenuta da ciclista, con il viso abbronzato: 

"Se per te è solo contatto sessuale, a me sta bene così...", questo diceva l'uomo alla donna, abbronzata e dalle gambe muscolose, ferma e ben piantata a terra;

b) una ragazza, sulla trentina, con il piercing sulla guancia (non esagero, era proprio un piercing fatto sulla guancia destra), dall'interno della sua auto, una Opel Corsa nuovo modello un po' ammaccata e grigio metallizzato, mentre urla al telefono queste parole:

"Tu mi devi avvisare se vuoi usarmi come tuo sfogo personale, hai capito?! Mi devo preparare psicologicamente per ascoltare le tue paturnie, intesi?! Non so a che cazzo pensi certe volte, guarda, io non lo so proprio!!";

c) una coppietta di fidanzatini, lui massimo 18 anni e lei massimo 16; lui con i jeans strappati e la maglietta dei Nirvana e lei - alquanto dark - con un trucco pesante e i capelli neri tirati davanti a coprire il volto, le Converse (nere) ai piedi, un paio di leggins molto attillati a fasciare un discreto lato B: in questo caso le mie orecchie non captano alcun suono, né frammento di dialogo, bensì solo il pianto disperato di lei, che si abbraccia al collo di lui, e lui non sa cosa dire né cosa fare, il poveretto è in evidente imbarazzo, mentre la sua ragazza che forse non è già più "sua" non si rassegna all'idea dell'abbandono e lo abbraccia forte forte e piange a dirotto, il trucco scomposto per le lacrime copiose che sembrano non finire mai, e pare avere le convulsioni tanto piange, sembra essere preda di spasmi irrefrenabili e più piange e più si aggrappa al ragazzo, molto più alto di lei...

E uno - che è diventato "testimone per caso" di tanto dolore e di tanta incomprensione per motivi apparentemente sentimentali (o sessuali o, chissà, entrambe le cose allo stesso tempo) - si domanda: com'è possibile che in Via Mecenate, a quest'ora, in questo preciso istante, si stiano svolgendo così tanti drammi del cuore, com'è possibile, mio Dio, che nell'arco di meno di un kilometro 3 coppie stiano discutendo in un modo così "teatrale", con quello che va bene così, se per lei è solo "contatto sessuale", va bene così, basta saperlo, e quella che urla in macchina e avvisa lui che deve prima avvisarla se vuole utilizzarla come suo "sfogo personale", e che cazzo, e gli ultimi due che, in diretta e senza censure, interpretano i ruoli (eterni) della vittima e del carnefice (anche se chi è lasciato non sa, o non vuole sapere in quel momento, che anche chi lascia si sente un po' vittima e soffre, il ragazzo non sa letteralmente dove mettere le mani e mi vede di sfuggita e si vergogna per le lacrime di quella che forse non è già più la sua fidanzata, a quell'età è tutto davvero un grosso dramma, la vita stessa è una tragedia, di cui si disconosce il finale...).

E uno pensa anche a come è facile trovarsi nel momento giusto al posto giusto o, al contrario, nel momento sbagliato e sul posto sbagliato... Quanto poco dipende da noi, che andiamo a passeggio per le strade del centro e pensiamo ai fatti nostri, fino a quando qualche frase o spezzone di frase o di dialogo richiama all'istante la nostra attenzione distratta e quella frase o dialogo o pezzo di frase o di dialogo diventa così intrigante da spingerci a inventare mille ipotesi, tipo: che avrà mai fatto di male quella ragazza un po' "dark" per meritarsi questo, tante lacrime per un ragazzo come quello, che va in giro con la maglia dei Nirvana e ha l'aria da ribelle (probabilmente è nato quando i Nirvana avevano da poco ottenuto il successo con "Smells Like Teen Spirit" e io di anni ne avevo 17); o perché la donna ciclista e in forma aspira solo a un "contatto sessuale" (ma il cinquantenne si vede che è amareggiato, si nota che è lui la vittima, in questo caso, e lei sta svolgendo il ruolo della carnefice - ha il volto tirato, ma non sembra nutrire compassione per l'uomo che le parla e che fissa dritto negli occhi); o perché quell'altra urla dal telefonino che vuole essere avvisata se l'altro vuole "usarla" come "sfogo personale" (a quale tipo di "sfogo" si starà mai riferendo, in che senso quell'altro può "usarla"...); e così di seguito, in una carambola di ipotesi e incipit e sviluppi che potrebbero trovare mille diverse conclusioni (ma non l'happy end, quello, probabilmente, mai, quando si parla di drammi del cuore).

Ecco: a Via Mecenate (come in tutte le strade di tutte le città del mondo, evidentemente) ne succedono di tutti i colori, e c'è posto perfino per i drammi del cuore...

miércoles, marzo 26, 2014

Alla fermata del bus


Alla fermata del bus capitano le cose più assurde e strambe e incomprensibili. Come l’altro giorno, quando un tizio coi capelli sconvolti e al vento, il fisico rachitico, l’andatura da vecchio, mi si avvicina e inizia a parlarmi e io non ricordo chi sia, né come si chiami, né quando l’ho conosciuto (“Non ti ricordi? Al congresso sul valore educativo dell’esperienza” e io mi domando subito: “Ma ho mai partecipato a un congresso sul valore educativo dell’esperienza? Può l’esperienza avere un valore educativo?”).

Arriva il bus e il tizio che non so come chiamare mi sospinge e mi fa accomodare accanto a sé. Iniziamo a parlare dell’Università, delle molte ore di lezione, dello stress creato dagli studenti più pigri o più ignoranti, quelli che ti scrivono email su questioni facilmente risolvibli consultando il sito del Campus, quelli che chiedono a che ora è l’esame, quelli che rompono le palle per ogni bazzecola, e poco a poco comincia a parlarmi dei suoi interessi, dei suoi campi d’indagine, del suo ambito di ricerca:
“Sai, qui do corsi su Lingua Inglese, ma la mia vera passione è la Letteratura Inglese”.
Gli chiedo che periodo studia o a quale autore si dedica. Ed è come se gli avessi dato il “là”. Inizia a sproloquiare, non si ferma più, so già che dovrò ascoltare fino al capolinea.
“Mi occupo di Dante Gabriel Rossetti”, mi fa, con tono papale, e aggiunge: “Studio i rapporti tra l’immagine e la parola nella poetica del Poeta”.
Provo a fare mente locale: i Preraffaelliti, Dante Gabriel Rossetti, un italiano che appare nel manuale di Letteratura Inglese, ma non ricordo se scrisse sempre e solo in inglese o se pubblicò qualcosa anche in italiano.
Il tipo assurdo mi viene in soccorso, specificando e snocciolando amabilmente date e nomi ed interi alberi genealogici:
“Suo padre, Gabriele Rossetti, fu famoso per aver pubblicato un saggio su Dante, o meglio, sull’immagine di Beatrice all’interno della Divina Commedia”.
Allora è per questo che si chiama così, deduco in quattro e quattr’otto: Dante, la grande passione di Gabriele, suo padre. Dante + Gabriel + Rossetti. Ma suo padre scrisse e pubblicò sempre e solo in italiano?
“Fece scalpore. Offriva una rilettura in chiave esoterica del famoso personaggio femminile. Il libro fu censurato e messo al bando. Era impossibile procurarsene una copia, fino a qualche anno fa”.
Mi viene subito la curiosità di sapere come s’intitola questo saggio esoterico su Beatrice e Dante.
Il tizio non lo ricorda e assume un tono a metà tra la malinconia e la depressione più nera:
“Che gran peccato non conoscere l’italiano... So per certo che quel libro potrebbe darmi qualche indizio giusto per interpretare correttamente l’intera poetica del Nostro. Una volta l’ho perfino toccato con mano. Il manoscritto originale, intendo, quello che scappò alle grinfie della censura. È conservato all’interno della British Library. Che emozione. E che tristezza non parlare la tua lingua. Dovrei studiare italiano a fondo. Conosco bene l’inglese, mi difendo in francese, ma l’italiano...mio Dio...”.
Ecco: questo folle è riuscito a contaminarmi. Mi ha già trasmesso il virus (benevolo) della curiosità erudita. Come s’intitola? Chi è davvero Gabriele Rossetti? Che razza di lettura ha fatto del capolavoro dantesco? Deriva davvero dalla sua passione per Dante il nome del figlio? Dove visse o dove nacque il figlio? Chi erano i Preraffaelliti?

Al capolinea mi saluta stringendomi forte la mano e promettendomi un caffè al bar della facoltà. La mattina seguente a questo incontro assurdo vado a cercare informazioni su Wikipedia (fonte inaffidabile, ovvio, ma è pur sempre un principio, un modo per iniziare le indagini).

E scopro che Gabriele Rossetti è mio conterraneo: è nato a Vasto, in Abruzzo, a pochi passi dal paesino di montagna in cui sono nato anch’io. Ha pubblicato un Commento analitico al Purgatorio di Dante nel 1826 e dei Ragionamenti sulla Beatrice di Dante nel 1842. Fu “conservatore dei marmi e dei bronzi antichi” del Museo di Napoli; “poeta” del Teatro San Carlo, sempre a Napoli; nel 1820 appoggiò i moti liberali (era un giacobino convinto) e per questo fu costretto all’esilio, prima a Malta, poi a Londra, dove arriva nel 1824 e dove resterà per il resto dei suoi giorni. Qui diventò professore di Lingua e Letteratura Italiana presso il King’s College, dove insegnò fino al 1847 (morirà 7 anni dopo, all’età di 71 anni). Come suo figlio, scrisse poesie, sia di carattere civile che religioso. Recentemente sono stati scoperti due manoscritti autografi di un poema che s’intitola Il Tempo, ovvero Dio e l’Uomo, opera subito inclusa nell’ “Indice dei Libri Proibiti” per i suoi violenti attacchi contro il Papato e contro la Monarchia.
A Vasto è attivo un “Centro Europeo di Studi Rossettiani” che, tra le altre cose, organizza i “Giovedì rossettiani”: ora, ad esempio, dal 27 Marzo al 24 Aprile, ogni Giovedì, presso la Pinacoteca del Palazzo d’Avalos, si riuniscono scrittori e critici italiani per parlare... di letteratura contemporanea.
Cerco su Amazon i due titoli che riguardano le interpretazioni di Dante e della figura di Beatrice nella Divina Commedia e scopro che costano moltissimo, dai 110 euro in su (chi ce li ha usati non li molla per meno di 90 euro). Cosa ci sarà mai scritto nei Ragionamenti sulla Beatrice di Dante... O nel Commento analitico al Purgatorio di Dante... Perché proprio il Purgatorio e non l’Inferno; perché Beatrice e una lettura esoterica del personaggio; perché giacobino e anti-papista; perché Il Tempo, ovvero Dio e l’Uomo...


Ecco: ormai non potrò più avere pace fino a quando non potrò trovare risposte certe a questi interrogativi. Maledetto sconosciuto che ti ho conosciuto a un congresso sul “Valore educativo dell’esperienza”... Può l’esperienza avere un valore educativo? Almeno a quest’interrogativo so rispondere: certo che sì, certo che può... Perfino alla fermata del bus.

martes, marzo 25, 2014

Troppo lavoro


Lo stress. Mi sento sotto stress, dormo poco e bevo troppi, troppi caffè. Perché non riesco a smettere?

Mi chiedono (in ordine rigorosamente sparso): a) di scrivere una recensione per un saggio su uno scrittore spagnolo attivo negli anni 20 e 30 del secolo passato; b) di scrivere (e pubblicare subito) un racconto sul tema della “città” (ho pensato subito a Le città invisibili di Italo Calvino, qui lo conoscono anche se non è famoso come in Italia, potrei “rubare” qualche idea interessante, la città come spazio dell’immaginazione, lo spazio come ricettacolo del tempo che passa, la città come luogo d’incontro e di scontro di “immaginazioni” diverse, di “enciclopedie” differenti (pensiamo anche alla “stratificazione” di tali “immaginazioni” ed “enciclopedie” nelle case e nei palazzi di Roma, così come li studiava e li contemplava attonito il buon Henry James); c) di scrivere un articolo di taglio comparatistico su un romanzo picaresco spagnolo pubblicato nel 1631 e di una novella di Francesco Sansovino apparsa a Venezia nella sua raccolta di Cento novelle del 1561; d) di leggere (per un parere spassionato) una tesi di dottorato che l’autore desidererebbe trasformare in saggio di critica letteraria; e) di preparare un intervento su un romanzo che parli di “donne” e di “femminismo” (l’intervento dovrà essere svolto nell’ambito di una serie d’incontri di “studentesse” dell’Università della Terza Età – mi hanno detto che sono “studentesse” agguerrite e piene di curiosità e pronte a fare domande difficili sull’argomento, uomo avvisato…); f) di leggere (e dare un parere su) un romanzo scritto da un’italiana e pubblicato in Argentina (a quanto pare l’autrice ora vive in Francia).

Insomma, troppe cose (tutte interessanti, per l’amor del cielo). E uno si domanda: “Ma quando lo trovo il tempo per leggere le “mie” cose? Quelle che mi appassionano per il solo piacere di leggerle? Quando potrò tornare a leggere senza secondi fini?”.


E poi uno riflette e si dice che è un privilegiato: mi pagano per fare quello che più mi piace e questo – come dice la pubblicità – è un lusso che non ha prezzo. E in più sono vivo. E in salute. È davvero una gran fortuna.

martes, marzo 18, 2014

Quel mostro di Montaigne



“Non ho visto portento né prodigio al mondo più evidente di me stesso. Ci si abitua ad ogni stranezza con la consuetudine e col tempo. Ma più mi frequento e mi conosco, più la mia difformità mi stupisce. Meno mi capisco”

Queste le parole (dirette, sincere, spassionate, sorprendenti e universalmente condivisibili) di un signore francese vissuto nel XVI sec. e impegnato nell’ardua impresa socratica di riuscire a “conoscere se stesso”… Montaigne si rintanò nella proverbiale “torre d’avorio” proprio per questo, per frequentarsi e conoscersi meglio. Non sapeva che, così facendo, stava dando vita a un genere letterario, quello del “saggio”, che avrebbe poi avuto una fortuna secolare e che, ancora oggi, ci serve per porci domande e sollevare dubbi senza fine (o senza un fine prestabilito e univoco) sui temi più vari e disparati.

La scienza pretende di trovare la risposta a ogni fenomeno empirico; la filosofia, invece, pretende di scuotere gli animi in nome del dubbio costante, della critica spietata contro l’evidenza (anche contro se stessi), della domanda che non si accontenta di trovare risposte preconcepite o scontate (o esposte in un linguaggio di tipo scientifico-matematico).

Nell’originale, in realtà, Montaigne non dice esattamente così,  la prima parte del ragionamento, la prima frase, recita così:

“Je n’ai vu monstre et miracle au monde plus exprès que moi-même”

E le cose, evidentemente, cambiano: in italiano “portento” o “prodigio” suonano auliche, nobili, sono termini quasi “poetici”; nella sua lingua materna, invece, Montaigne voleva sottolineare proprio questo, l’eccezionalità, l’abnormità e l’anormalità del suo essere in quanto “essere umano pensante” e, per questo, parla di “monstre” e “miracle”: un mostro o un miracolo, qualcosa che ci sorprende perché sfugge alle definizioni normali di ciò che è “normale” e “quotidiano” o che ci lascia a bocca aperta perché tocca la sfera del “sacro”, il “miracolo” come “evento inspiegabile” o che la ragione non può concepire e spiegare in base alle leggi della non contraddizione o dell’identità.

L’uomo come “mostro” o come “miracolo”: quanti film – nel corso della storia del cinema – sono nati proprio a partire da questa concezione alla Montaigne? Quanti primi piani non hanno tentato di mostrare il “mostro” che è dentro di noi, il “miracolo” che possiamo essere per un altro essere umano?

E mi vegono subito in mente i primi piani di Ingmar Bergman (non a caso, un altro connazionale di Montaigne, e cioè, Gilles Deleuze, affermava che il regista svedese si è spinto come nessun’altro verso la contemplazione del volto umano, trasformando i “primi piani” sui suoi attori in una figura retorica che si sgancia dalla trama del film per “narrare” un altro film, sotterraneo, anarchico, ingovernabile – e François Truffaut fa eco a Deleuze, quando dice: “Il volto umano. Non c’è nessuno che gli si avvicini tanto quanto Bergman”), o le scene più efferate dei vari “mostri” che popolano il nostro immaginario collettivo (pensiamo ai film di Dario Argento – in cui di solito del “mostro” vediamo sempre e solo la mano, almeno all’inizio – o a quell’Hannibal Lecter che Jonathan Demme è riuscito egregiamente a tradurre per immagini a partire dal famoso romanzo – dal titolo piuttosto biblico The Silence of The Lamb – di Thomas Harris – e a proposito di primi piani, non esiste spettatore al mondo – credo – che non provi terrore nel contemplare da vicino la “mostruosità” che trasmette il protagonista, cannibale e sensibile, mix esplosivo di brutalità primitiva e di buone maniere da aristocratico, perfettamente incarnato da quel “mostro” di bravura che è Anthony Hopkins).

Ma anche la pittura è piena (è fatta) di esseri umani mostruosi o portentosi (pensiamo al Grido di Munch o alla Primavera di Botticelli, tanto per fare due esempi banali); e così la letteratura (pensiamo al Grande Inquisitore che Dostoevskij s’inventa ne I fratelli Karamazov, o a Molly Bloom, un “miracolo” di donna adultera e sensibile e romantica e ironica cui nessun lettore dell’Ulysses può sottrarsi, per il fascino che trasmette, per l’umanità che incarna, per quel suo “sì” ripetuto tre volte alla fine del suo torrenziale monologo).

Ma ciò che più colpisce della riflessione di Montaigne è un altro aspetto: la temporalità. 

Più passa il tempo a frequentarsi e a tentare di conoscersi, meno capisce se stesso (addio, Socrate). Il fattore “tempo” è centrale. Montaigne ci sta dicendo apertamente che non è affatto vero che “il tempo aggiusta le cose” o che “il tempo ci rende più saggi” o “più maturi” o “più esperti”, anzi… 

Montaigne ci dice che succede esattamente il contrario: accumuliamo anni, esperienze e rughe sulla pelle, senza riuscire a venire a capo di quasi nulla. Più si invecchia e, quindi, più ci si avvicina al traguardo finale (la morte) e più ci si sorprende di quanto poco c’insegna la vita (o l’esperienza in generale). E questo pensiero è spietatamente realista, se ci riflettiamo bene, e pessimista, e direi quasi fatalista. La relazione tra gli anni che passano (o che fuggono via a grandi passi) e la capacità di comprensione dell’essere umano è una relazione inversamente proporzionale e di fronte a questo non ci sono santi, né Cristi, né divinità varie che possano consolarci… Montaigne ci da il quadro (cupo) della situazione. Prendere o lasciare, non ci sono opzioni.

Eppure… il lettore si rende conto che - andando avanti nella lettura degli Essais -, l’autore non scrive tanto per rattristarci o per contaminarci dei suoi dubbi, quanto per cercare di esorcizzare le verità che va scoprendo nel corso della sua missione: “conosci te stesso” (perché “io stesso sono l’argomento di questo libro”).

E uno non può non sentirsi avvinto da questa missione, non può non condividere con Montaigne il sapore amaro che, a volte, le sue scoperte ci lasciano in bocca. E soprattutto, non può non fare il tifo per lui, e non può ignorare le verità cui giunge (a partire dal proprio “io”) questo filosofo scettico, che dubita di tutto e che, con stoicismo, accetta ogni dolore, ogni dispiacere, ogni delusione della vita. Ogni verità. Anche quelle che più fanno male o sfiancano o sorprendono.


“Je n’ai vu monstre et miracle au monde plus exprès que moi-même”… Appunto.

lunes, marzo 10, 2014

Kassel no invita a la lógica, di Enrique Vila-Matas: un "libro" su un autore invitato a scrivere in pubblico non si sa bene per quale oscuro motivo

Sono un fan (come molti) di Enrique Vila-Matas, questo signore qui:


Ho letto praticamente tutti i suoi libri. E come sempre, quando compro il suo ultimo "parto", mi ritrovo a domandarmi: "Ma cosa significa? Dove vuole portarmi con questo nuovo esperimento narrativo? Che senso ha questo esperimento narrativo?".

Le stesse domande me le sono fatte dopo aver raggiunto l'ultima frase di Kassel no invita a la lógica (Barcelona, Seix Barral, 2014), un "libro" strano perché si presenta come un romanzo ma è, al contempo, una sorta di diario di viaggio, un pezzo di autobiografia (fittizia), un saggio sull'arte contemporanea.

La trama (se di "trama" possiamo parlare) è la seguente: uno scrittore (anonimo, ma che si inventa 2 maschere all'interno del "libro": Autre e Piniowski) viene interrotto da una telefonata improvvisa di una fanciulla dalla voce sensuale che lo invita a partecipare a un'installazione artistica presso la "Documenta 13", la più grande mostra di arte contemporanea organizzata nella città tedesca del titolo. 

Lo scrittore dovrà limitarsi a scrivere stando seduto all'interno di un ristorante cinese poco distante dal centro della mostra stessa. I curiosi spettatori potranno avvicinarglisi e fargli domande su quanto va scrivendo in un bloc-notes rosso.

In realtà, nel corso della telefonata, la fanciulla riuscirà a convincere l'autore ad accettare e a prendere l'aereo per Kassel perché gli prospetta la possibilità di capire "il mistero dell'universo", ovvero, "il senso ultimo della vita".

Ecco: già da questi presupposti si può capire quanto sia folle il Nostro, quanto giochi con il lettore, quanto rischi al momento di narrare ciò che è impossibile mettere per iscritto (il mistero dell'universo? Il senso ultimo della vita? Ma siamo matti?).

Kassel non solo non invita alla logica, ma sembra trasformarsi nel corso della narrazione in una porta d'ingresso ideale, perfetta, verso la follia.

Il narratore che sembra coincidere con l'autore (ma che è anche Autre e Piniowski) ci descrive con ricchezza di dettagli tutte le opere d'arte contemporanea più strambe e folli che ci siano e, poco a poco, va scoprendo come quelle stesse opere d'arte lo spingano a scrivere, a creare arte, a fare con le parole scritte qualcosa di nuovo, di originale, di non prestabilito, di non canonico...

Di cosa parla allora questo "libro"? Di uno scrittore che, a contatto con frammenti eccellenti dell'arte contemporanea, si domanda in cosa consiste creare "arte" o vivere dell' "arte". Di uno scrittore che riflette sul mondo circostante e su quello del passato (molti i riferimenti alle vittime della seconda guerra mondiale, al nazismo, a Hitler, alla Germania che creò uno degli incubi peggiori della storia recente). Di uno scrittore che riflettendo scrive di sè, dei suoi alti e bassi, della sua felicità al mattino e della sua apatia e tragica tristezza alla sera (secondo uno schema tragicomico di "euforia" e "abbattimento", "eccitazione mattutina" e "nichilismo notturno"). Di uno scrittore che spera che l'arte possa tornare ad occupare uno spazio centrale, all'interno del mondo contemporaneo (dove tutto è meccanizzato, strumentalizzato dal denaro, dal sistema capitalista, dalla fretta di consumare, dalla "falsa arte" di chi sfrutta l'arte solo per motivi egoistici o economici).

Kassel no invita a la lógica, recita il titolo, che ha origini italiane; fu Italo Calvino a dire di Torino che è una città che "invita alla logica" e, dunque, alla "follia". Ecco cosa scrisse l'autore de Le città invisibili in un pezzo su Torino:

"Torino è una città che invita al rigore, alla linearità, allo stile. Invita alla logica, e attraverso la logica apre la via alla follia".

Dice il narratore del libro di Vila-Matas che qui Calvino si sta riferendo all'esperienza tragica di Nietzsche che, quando viveva a Torino, finì col diventare pazzo e con l'accarezzare un cavallo come fosse un bambino.

Alla fine della lettura di questo "libro", possiamo certo ammettere che anche Kassel, come Torino, invita alla follia. E che Vila-Matas è uno degli autori più folli e stravaganti e spiazzanti che esistano nell'ambito della letteratura europea. Uno che sorprende e spiazza, che lascia il lettore in balia di una quantità impressionante di citazioni letterarie, uno che dialoga con la letteratura e con la cultura del passato per cercare le chiavi che permettano d'interpretare correttamente il presente e il futuro. Uno che si sente forte ed energico la mattina e triste e depresso al calar del sole. Uno che accetta gli inviti ad andare a Kassel (o a Torino).

martes, marzo 04, 2014

UN SOGNO LETTERARIO



“Dunque, la situazione è la seguente: siamo in una casa al mare, in un posto tipo "Le Cinque Terre" (anche se non so come siano fatte perché io non ci sono mai stato) o tipo San Vincenzo, vicino Livorno...

Abbiamo appena finito di fare l'amore (o sesso selvaggio, dipende) e tu, coi capelli al vento, ti alzi per fumare una sigaretta.

Mi chiedi se ne voglio una e ti dico di no, che ho smesso. Poi telefoni a uno e io inizio a intuire che si tratta di un amante.

Mentre penso a quello che farai, al vestito che indosserai, al profumo che userai per vedere l'amante anonimo, giro per casa in vestaglia (la stessa che hai tu in casa a Pisa, la stessa identica vestaglia con cui ti sei presentata una mattina al mio cospetto per fare colazione insieme – e mi criticasti dandomi del “selvaggio” solo per aver infilato il mignolo nel pentolino del latte per tastare se era caldo abbastanza…).

Poi rientro in camera e tu hai posizionato un proiettore sul letto e videoproietti un film (ma non capisco di quale film si tratti, riesco a sentire solo parte della colonna sonora, rumori di fondo, piatti che si rompono, forse una coppia che litiga).

"Esci?", ti chiedo.

E tu - reggiti forte - mi rispondi: "Certo, ogni uomo è artefice del proprio destino".

Io ci resto male, diciamo pure che resto come uno scemo a guardarti, inebetito e impotente dinanzi alle tue parole.

Tu te ne vai con una minigonna vertiginosa, nera, luccicante e scarpe coi tacchi alti...

Il sogno (o l'incubo) finisce qua...

La cosa più assurda di tutte? Il fatto che nel sogno mi dicevi quella frase che - bada bene - non è una frase qualunque, è una citazione da Appio Claudio Cieco (ma attribuita anche a Sallustio):

"Faber est suae quisque fortunae"...

Tu dimmi... no, dico: tu dimmi se è normale (e se tu sei normale)! Ma non potevi apparirmi solo in un sogno erotico? Privo di citazioni dalle auctoritates? Non potevi uscirtene con una frase meno letteraria e un pochettino più realista?

Un bacio, pazza…”

Questo è – nella sua versione integrale – il messaggio che ho mandato questa mattina alla mia cara amica e collega protagonista “irreale” del sogno.

Non so se e quando mi risponderà, per darmi la sua versione dei fatti, o meglio, la sua ipotesi d’interpretazione del “testo onirico” (perché lei di certo lo definirebbe così, un “testo onirico”, e non semplicemente un “sogno” o un “incubo”, come farebbe invece il resto dei comuni mortali – lo Strutturalismo ha fatto davvero tanti danni, dagli anni 70 in poi, in ambito accademico e non solo….).

Di certo so che pagherei anche una bella cifra per sapere che cazzo di film stia proiettando nel sogno Selene; sempre che si tratti di un film “vero” o “certificabile”, un film che è stato davvero girato sul piano del “reale” e non solo per me e da me diretto all’interno di quell’altro film che è un “testo onirico” come questo che ho riassunto più sopra.

Quanti film parlano di crisi di coppia? Quanti illustrano la tipica scenetta in cui lei prende e si mette a distruggere i piatti del servizio buono? Una marea… La storia del cinema ne è piena…

E poi mi domando: ma perché Selene nel sogno (o incubo) mi parla per citazioni letterarie? E soprattutto: come cazzo ho fatto io a sognare una citazione letteraria quando pensavo di non conoscerla affatto?

Prima di questa mattina io non sapevo che si trattasse di una citazione, o di una “frase storica”, come si suol dire; né sapevo dell’esistenza di Sallustio né, tantomeno, di quella di Appio Claudio Cieco, un letterato romano vissuto tra il 350 e il 271 a.C. (ovvero, se ci atteniamo alle date e diamo credito a quanto racconta Wikipedia – non tra le fonti più affidabili che ci siano in giro oggigiorno – uno morto alla veneranda età di 79 anni! Un’età davvero veneranda, calcolando che all’epoca si poteva morire per un raffreddore mal curato…).

E mi domando, infine, ma perché? Perché dovrei essere geloso di Selene, che è sì un’amica, una confidente, una specie di seconda sorella per me, ma, appunto, niente di più, né una fidanzata né una ex né, tantomeno, un’amante?

Che razza di sentimenti nutro io verso una come Selene? (certo che è bella, una delle donne più belle e affascinanti che conosca, e certo che una minigonna nera e luccicante le donerebbe, anche se io preferisco vederla con addosso una gonna più lunga e più classica, più nel suo stile “professorale”, diciamo). 

Che cosa ha spinto il mio cervello a pensare alla gelosia e a collegare questo sentimento (così pericoloso) a un volto così simpatico e affascinante, così pulito e acqua e sapone com’è il volto di Selene?

E perché quella frase che non è altro che una traduzione dal latino?
Che cazzo vuol dire, davvero, nella sua essenza, la frase: “Ogni uomo è artefice del proprio destino”? Che significa? 

Si tratta, forse, di un messaggio poi nemmeno così tanto subliminale che io stesso invio a me stesso per il tramite di Selene affinché mi assuma totalmente le mie sacrosante responsabilità circa la vita che conduco e che, bontà mia, mi sto costruendo con le mie mani e da solo qui in terra straniera? 

Sarà una specie di “pubblicità positiva” che io stesso recito a me stesso affinché mi senta meno oppresso dal senso di stress che a volte mi attanaglia e mi spinge a fare incubi davvero assurdi, oltre che assai spaventosi?

Selene, per favore, rispondimi, dimmi che ne pensi, dammi una tua versione dei fatti (o, ancora meglio, la tua ipotesi interpretativa su questo pazzo “testo onirico”). Sto aspettando. Scrivimi. Sono tutto orecchi… Sono tutto occhi... Scrivimi, dai...

 Quasi fatto tutto (in tempi record) Non so esattamente come ci sono riuscito, ma ho quasi fatto tutto (in tempi record). Sarà che sotto str...