Ubriaco d'Italia
Sono ancora ubriaco d’Italia. L’arrivo a Milano Malpensa mi lascia a bocca
aperta: c’è il sole e sono tutti gentili, se chiedi un’informazione, te la
danno con il sorriso sulle labbra. Il bus per Torino Porta Susa parte alle
16:30, ho ancora quasi un’ora per prendere un caffè, ah, che buono il caffè
italiano, e leggere le notizie dal giornale online. Sul bus è un piacere
mangiare panini e guardare il paesaggio. Campi e distese di terreni lavorati da
agricoltori e imprenditori che sono il motore economico del paese. Casolari,
cascine, fabbriche che sembrano case, capannoni da dove s’intravede una stanza
con la luce accesa, un lampadario nel centro della stanza, uno si chiede chi
possa vivere in un edificio del genere, né luogo di lavoro né casa, un
non-luogo a metà tra l’industriale e l’artigianale. Fa anche un po’ paura il
Nord: con tutti questi filari di alberi allineati e i corsi d’acqua per
l’irrigazione e le distese di terra coltivata, non è molto difficile immaginare
le malefatte di qualche assassino che si diverte a squartare la gente e a
seppellirla nei boschi su cui ora cala la notte.
Quanti misteri italiani irrisolti, come quelli di cui è ghiotto un Carlo
Lucarelli qualsiasi...
Poi arrivo a Torino e qui le cose cambiano radicalmente. Un palazzo enorme
con la scritta illuminata LAVAZZA è il segnale evidente che siamo vicini al
centro. Fa freddo e anche percorrere i pochi metri che mi portano al tram 13 fa
intirizzire. Sembra di essere in Abruzzo, il freddo è lo stesso, ti sferza il
volto, non dà tregua. Sbaglio strada e ci metto il doppio per raggiungere i colleghi
al ristorante vicino all’Università, la “Spada Reale”, in Via Principe Amedeo,
53. Arrivo con netto anticipo, perché, dopo la prima giornata di lavori, i colleghi
hanno pensato bene di concedersi un bell’aperitivo. Quando arrivano, li accolgo
come fossi il maitre o il cameriere che si occuperà di loro per tutta la serata.
Risate a crepapelle, pettegolezzi su chi è andato via e chi resta, su chi
si è trasferito e che è asceso all’ordinariato, chi è ancora associato (come
me) e chi è appena diventato ricercatore a tempo fisso (come una giovane che
viene da Siviglia). Accanto a me, un signore distinto, molto simpatico e molto
elegante che sembra abbia conoscenze ovunque, è amico dell’Appendino, ha
pranzato una volta con Fassino, conosce Renzi, insomma, un tipo che ha un
collegamento abbastanza evidente con la politica (locale, ma anche nazionale).
Brindiamo all’amicizia, che ci lega nonostante l’ambiente non sempre facile
del mondo accademico, pieno zeppo di gente che fa lo sgambetto, di persone
spregevoli, di tipi davvero loschi e poco raccomandabili.
La sera non dormo per l’emozione di essere in Italia. L’Abruzzo è lontano,
ma mi sento a casa, e, come sempre mi succede nel cambiare letto, l’insonnia mi
fa compagnia, mentre provo a immaginare come vivano qui, in questa residenza
per studenti, le centinaia di iscritti alle più disparate facoltà dell’Università
di Torino.
Il 26 novembre, il secondo giorno di congresso sul Franchismo, è tutto un
fiorire di emozioni: per gli interventi degli esperti di letteratura (tra questi,
vengono incluso anch’io, anche se provo a smentire, non sono esperto di nulla,
nemmeno di come si fa a vivere), per la musica del gruppo che è stato invitato
a suonare i canti popolari antifranchisti, per i disegnatori e creatori di
fumetti e graphic novel e per i cinefili che ci regalano la visione di un
documentario molto premiato sugli anni della dittatura in Spagna e i rapporti
dei dissidenti comunisti con l’editore Einaudi (qui a Torino è nata la famosa
casa editrice, qui la FIAT, qui i movimenti sindacali, motore dell’economia
italiana e centro nevralgico della lotta anticapitalista).
Ceniamo “Da Michele 1922”, un ristorante e pizzeria storica della città, in
Piazza Vittorio Emanuele (enorme e senza statue nel mezzo). Io mangio delle
strepitose fettuccine ai funghi; qualcun’altro preferisce il secondo: tanto la
carne como i primi piatti e le pizze sembrano ottime. Antichi sapori che mi
carezzano il palato.
La notte, finalmente, riesco a prendere sonno, faccio almeno 5 ore filate
di riposo. Il giorno dopo riparto per Pisa, dove, appena sceso dal treno, mi
aspetta la Dany, amica di vecchia data, sin dai tempi del dottorato.
Che strano tornare a Pisa! Dopo più di 10 anni! E 20 anni fa il dottorato,
la parentesi felice di studio intenso, di scrittura intensa, di amori
intensi... Quanti ricordi legati a Pisa e che emozione davvero enorme entrare
al Palazzo Boileau e fare lezione sul Quijote, in italiano, ai ragazzi dei
licei linguistici della zona. Sono quasi tutte ragazze: stanno attente, fanno
domande, una mi dice che le ho fatto venire la voglia di leggere il capolavoro
di Cervantes. Tutto questo non ha prezzo. Mi emoziono ancora di più quando la
Dany chiede un applauso ai partecipanti e loro lo fanno, mi applaudono per il
piccolo, modesto intervento per introdurre i più giovani a un classico
universale.
E siccome domani, 28 novembre, c’è lo sciopero nazionale, la Dany
preferisce fare un aperitivo e scappare prima delle 21:00, tornare a Livorno in
treno prima di correre rischi di cancellazioni o blocchi. Il tagliere; il
Morellino di Scansano; i sapori toscani che facevano parte della mia quotidianità
quando vivevo qui con Alyssa (tra Pisa e Firenze, per quasi 9 anni). L’ho avvisata.
Domani arriva. In macchina, lei che ha il terrrore di guidare.
Dormo male, perché cambio di nuovo letto, presso le Benedettine, a pochi
passo da quello che Leopardi considera il Lungarni più bello di tutti (migliore
anche di quello di Firenze).
Intanto, il 28 mattina, Selena mi scrive, è tornata da Trento, un congresso
sui dialoghi rinascimentali. È davvero un’impresa starle dietro: mi presenta
tutti i responsabili della Biblioteca d’Ateneo; mi fa chiacchierare con
colleghe spagnole ormai diventate pisane; mi trascina da un prestito all’altro,
da un ufficio all’altro, senza pausa né soste, fino a che, verso le 14:00, si va
a mangiare un panino con salsiccia strepitosa a “I Porci Comodi”, una paninoteca
gestita da un ex-pugile toscanaccio e sarcastico come solo i toscani sanno
esserlo. Mangiano in preda all’estasi. Poi un caffè e l’addio, arrivederci,
amore, ciao...
Alle 17:30 Alyssa mi avvisa: è arrivata nel suo ostello, ha parcheggiato,
possiamo trovarci, se voglio. E sì, lo voglio: passiamo il resto del pomeriggio
e della serata a rimembrare i tempi passati, a ridere come una coppia di vecchi
comici che si conoscono a memoria e sanno rispettare i tempi dell’altro, i
nostri sketch continuano a far(ci) ridere, ci abbracciamo forte, ci baciamo, ci
confessiamo tenerezza mutua e infinita, amicizia eterna, al di là delle
distanze spaziotemporali. La notte mi risulta impossibile dormire. L’areo parte
alle 11:00, Alyssa fa colazione con me a pochi passi dall’aeroporto Galileo
Galilei. “Ma te lo ricordi quando mi stressavo per nulla?”. “Ma guarda che
ancora oggi ti stressi per nulla! Non sei cambiato per nulla, caro mio!”. E la
vita ci scorre davanti. Siamo entrambi consapevoli di averla vissuta a fondo,
con passione, con intensità, con determinazione, anche quando ci facevamo del
male...