viernes, mayo 30, 2008

Mario Monicelli e l'arte di essere coerenti

L'altra notte, intorno all'1,30, mi sono messo a guardare la tv (che in genere lascio spenta, onde evitare rincretinimento temporaneo) e mi sono imbattutto in una lunga intervista dedicata da un programma di Rai2 a Mario Monicelli.

Il giornalista parlava senza microfono, attorniato dai suoi aiutanti (cameraman, fotografi, attrezzisti vari) dentro la casa del Maestro. E già questo è un dettaglio che colpiva: non è mica facile oggi entrare in casa dei Maestri. Si trattava di una casa normale, diremmo quasi “comune”, anche se si notava il tocco dell'artista. Libri sparsi un po' ovunque, mobili antichi, molte foto e molti premi del regista de La grande guerra, I soliti ignoti, Amici miei, L'armata Brancaleone e tanti altri capolavori che sono giustamente entrati a far parte della Storia del Cinema Mondiale.

Ma la cosa che colpiva di più era l'atteggiamento dello stesso Monicelli: 93enne, pieno di rughe, con la barba bianca sfatta che ha da sempre caratterizzato la sua “maschera”, Monicelli parlava senza censure e senza curare troppo la forma, senza un linguaggio forbito, ma dicendo sempre la verità (la “sua” verità, ovviamente, non quella che il giornalista si sarebbe aspettato o quella che il pubblico potrebbe indovinare sulla base dei fatti noti intorno a questo autore).
Monicelli sembrava infastidito dal “chiacchiericcio” del giornalista, anche se guardava con amore gli spezzoni dei film che questi sottoponeva alla sua attenzione. Poi, a un certo punto, si è messo a spiegare quello che è successo all'Italia dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale: la Resistenza e l'anti-fascismo avevano fatto la Repubblica, l'Italia aveva tutte le carte in regola per diventare un paese civile e progredito, e invece, cosa è successo? E' successo che dagli anni 50 in poi, dietro alle false illusioni del Progresso, si è persa la ragione e abbiamo gettato nel dimenticatoio quello che eravamo e quello che avremmo potuto essere in futuro:“Oggi regna la raccomandazione; in Italia non esiste una vera meritocrazia; chi è bravo stenta e chi è asino e raccomandato va avanti e arriva al potere, anche a quello politico. Non si salva nessuno: anche tra loro, tra le maestranze, c'è sicuramente qualcuno che è entrato grazie alla raccomandazione di qualcun altro. E così, all'Università il professore promuove solo il figlio o il nipote del collega; all'ospedale, il Primario fa entrare i familiari o i conoscenti più stretti; in un qualsivoglia tipo di lavoro, si va avanti grazie alla raccomandazione, è uno schifo, è una catastrofe immane, guarda, io te lo dico con tutta onestà, spero che prima o poi arrivi il collasso, perché un sistema che funziona in questo modo è destinato a collassare, non ci sono altre soluzioni...”.

Uno ascolta queste parole e ci resta di sasso: è così, è proprio così, ti viene da dirti. E allora la domanda che nasce spontanea è: “ma perché queste cose le dice Mario Monicelli e non gli altri? Perché i media, i politici, i medici, gli studenti non vi fanno quasi mai cenno, o almeno, non in questi termini così chiari e cristallini?”.

Il giornalista gli chiede se crede in Dio: e Mario Monicelli risponde di no, non crede in un solo e unico Dio cattivo e temibile che ci punisce e ci fa vivere nel terrore del peccato, crede in Venere, in Marte, nei tanti dei pagani della tradizione. “Che male gli ho fatto io a Dio, se è stato lui a mettermi al mondo? Io non devo perdonargli nulla, fatti suoi se mi ha messo qui dove sto... sempre che sia stato lui ed esista davvero”.

Forse solo quando si è molto piccoli o, al contrario, quando si è molto grandi; forse solo chi è bambino o chi è giunto alla vecchiaia più piena, può permettersi il lusso di dire le cose che pensa con tanta onestà e chiarezza; senza girarci attorno; senza usare maschere ipocrite. Ecco anche perché si dice che i vecchi sono come i bambini: dicono la verità, e non importa loro un bel nulla che qualcuno non sia d'accordo o possa sgridarli. Quando ci si avvina alla morte diventa tutto più chiaro: e anche il parlare si fa più limpido e onesto. Di quanti Monicelli avremmo bisogno di questi tempi bui affinché le cose cambino o migliorino almeno un po'?

lunes, mayo 26, 2008





Vergogna, di J. D. Coetzee e L'elenco telefonico di Atlantide, di Tullio Avoledo



Approfitto della pausa semi-estiva prevista per legge dalle lezioni universitarie per riempire le ore libere che mi lasciano i miei alunni con due attività per me fondamentali: le corse in mountain-bike e la lettura.

Il primo libro che ho “divorato” in questi giorni s'intitola Vergogna (Torino, Einaudi, 2000; tit. originale: “Disgrace”, 234 pp.) ed è del Premio Nobel del 2003 J. D. Coetzee. Non conoscevo questo scrittore afroamericano e Vergogna è il primo romanzo che mi capita di leggere, tra quelli che ha pubblicato fino a oggi.

David Lurie è un docente che insegna Letteratura Inglese all'Università. Sogna di scrivere un'opera lirica che racconti con l'aiuto della musica l'ultima fase della vita avventurosa di Lord Byron, quando questi si trova a Ravenna e accende di passione irrefrenabile la bella Teresa Guiccioli, moglie del suo amico italiano. Potremmo considerare David Lurie una sorta di “versione parodica” del famoso poeta romantico: nei primi capitoli ci viene narrata la sua placida vita di cinquantenne che, con due matrimoni falliti alle spalle e per soddisfare le voglie sessuali, ricorre a una prostituta piacevole e simpatica che si fa chiamare Soraya. Nei capitoli seguenti, invece, ci viene presentato quando scoppia improvvisa la passione per una sua studentessa, di circa trent'anni più giovane di lui., e la sua vita subisce una specie di scossa sismica.
Come reagisce il mondo a una simile relazione? Con lo scandalo e l'indignazione. L'Università caccia il vecchio lascivo; anzi, lo obbliga a partecipare a una sorta di processo in cui David dovrebbe ammettere le proprie colpe e pentirsi pubblicamente. E' questo il nodo tematico del romanzo: Vergogna ci parla di che cos'è diventata oggi la “morale”; di come è impossibile distinguere il bene dal male se il metro di giudizio è stabilito a priori da una corte di individui che si considerano migliori degli altri; di che cosa voglia dire realmente pentirsi (o provare vergogna). Vergogna ci parla della difficoltà di scegliersi una vita al di là della morale e dei valori che la società (troppo spesso surrettiziamente) ci impone (inutile rimarcare la radice dostoevskiana di un simile romanzo).

Per sbarcare il lunario e dopo essere caduto in disgrazia, David fa un viaggio a ritroso nel tempo: va a visitare sua figlia Lucy in quella che dovrebbe essere la sua fattoria personale. Lucy ha rifiutato le norme sociali: lesbica e convivente con una donna più grande di lei, accetta che Petrus, un africano suo vicino di casa, si impossessi della sua terra in cambio di protezione contro gli sbandati e i razziatori della zona. Lucy non capisce più il padre, non solo per il distacco generazionale, ma anche e soprattutto perché lui la considera ancora una bambina, e un personaggio secondario in quel romanzo “centrale” e “importante” che è la sua vita (Lucy gli risponderà che “siamo tutti personaggi centrali e importanti nelle nostre vite” - come darle torto).

David prova a capire quali meccanismi guidino il comportamento di Lucy e a un certo punto si mette al servizio di Bev Shaw, una sorta di veterinaria che aiuta i cani malati a morire, iniettando loro del veleno con una siringa. Le pagine dedicate alle descrizioni delle varie malattie degli animali sono terribili, nella loro scarna efficacia e nel loro duro realismo. Vergogna è anche questo: una rappresentazione icastica del mondo contemporaneo come apocalisse. I primi a morire sono loro, gli animali, soprattutto i cani, che ci amano incondizionatamente, senza volere nulla in cambio. L'inceneritore brucia le loro ossa e le riduce in cenere. Cosa possiamo fare per contrastare questa catastrofe quotidiana? Come fermare l'apocalisse? Sono queste alcune delle domande (anch'esse di stampo morale) che ci invita a porci l'autore con questo libro scritto con una prosa semplicemente perfetta nella sua apparente (e falsa) semplicità.

Ben diverso è il discorso su L'elenco telefonico di Atlantide, di Tullio Avoledo (Torino, Einaudi, 2003, 500 pp.). Qui i problemi morali ci sono, ma restano sullo sfondo. Ciò che conta è la trama, sviluppata con piglio energico e con grande senso dell'avventura (e del colpo di scena ottocentesco). Non è una caso se lo stesso autore confessa (in un'intervista reperibile su internet) che Salgari è stato uno degli autori che più lo hanno influenzato nella sua esperienza di lettore (prima) e di scrittore (poi).

Al centro della serie degli eventi a volte assurdi, altre grotteschi che formano il plot c'è Giulio Rovedo (inutile dire che foneticamente il nome del protagonista riprende quello dell'autore in carne ed ossa), un giovane che lavora in banca come responsabile legale. La vita quotidiana del dipendente bancario sembra l'anticamera dell'inferno per gli atteggiamenti che minano i rapporti umani tra dipendenti e superiori, oltre che tra dipendenti e familiari. Ovunque regna l'ipocrisia e la corruzione; l'arrivismo e l'egoismo sono l'unica vera moneta di scambio. In un quadro così triste, una cena dal cinese in compagnia dei vecchi amici sembra un evento eccezionale. E' in corrispondenza di questo capitolo (l'VIII), che Giulio scherza e ride coi vecchi compagni di liceo giocando a quello che loro definiscono “il Bartezzaghi”. In sintesi: si sceglie una definizione arbitraria per permettere all'avversario d'indovinare il termine esatto cui ci si sta riferendo con giochi di parole a volte davvero divertenti (in genere, il titolo di un film o di un romanzo famoso). Esempio: “scena muta all'esame di geometria: I solidi ignoti”; oppure: “speculazione edilizia: Rasa Howard”. Uno degli amici si lamenta del cibo: e l'altro, come fosse Groucho Marx: “i pignoli finiscono negli involtini”.

A un certo punto, Giulio finisce immischiato nella mega-fusione che porta la sua piccola banca a ridimensionamenti drastici e a licenziamenti in tronco; Bancalleanza, che è il gruppo che comanda su tutte le piccole filiali, lo vuole spedire a Milano. Un incontro sul treno, però, cambia le carte in tavola. Non sto qui a raccontare in quale modo strampalato Bancalleanza diventa una specie di consorteria massonica che va in cerca dell'Arca dell'Alleanza di origine biblica. Né posso qui spiegare come nel Nobile (il condominio in cui vive temporaneamente Giulio, dopo una crisi con sua moglie e un tradimento a sorpresa con la responsabile delle risorse umane), si scopre una fonte sacra la cui acqua sembra fare letteralmente i miracoli. Il punto è che la narrazione scorre velocemente verso un finale quasi-apocalittico ma molto più artificiale e artificioso di quello evocato da J. D. Coetzee nel romanzo succitato. Una volta lessi un saggio di Carla Benedetti dal titolo: Pasolini contro Calvino; lì si prefigurava la contrapposizione tra due stili che sono anche (inevitabilmente) due modi diversi di intendere la letteratura e la vita (oltre che il ruolo dello scrittore nei confronti della vita). Se Pasolini è lo scrittore “impegnato”, allora Calvino è lo scrittore “giocoso” o "ludico", che tratta l'intera Storia della Letteratura come “enciclopedia aperta” e sempre ricomponibile a piacere e ad libitum. La scrittura pasoliniana si sporca degli elementi del reale, quando quella calviniana tenta di offrirci eleganti arabeschi postmoderni del mondo (appunto) postmoderno in cui siamo sommersi e di cui formiamo parte.
Se dovessimo allora catalogare Avoledo in una di queste due “scritture”, non avrei dubbi: rientra in quella più sopra allusa come “calviniana”. Ciò non toglie che L'elenco telefonico di Atlantide intrattenga offrendo spunti di riflessione e squarci lucidi sullo “sporco” che caratterizza certi paesaggi.

Venezia, Milano, e una non ben definita e futuristica “Pista Prima” (o era "Prima Pista"?) sono gli scenari in cui si muove questo povero cristo alle prese con una banca vampira che succhia il denaro dei suoi clienti e prova a dominare le menti dei più; alla fine, nella “Coda” finale, scopriamo che tutto è già successo: ovvero, che c'è già stata una terza guerra mondiale; che Milano (insieme al Sud Italia) è stato percorso da tumulti razziali terribili nel 2027 (come non avvertire il tono profetico di questo brano leggendo i giornali di oggi? Il romanzo è stato pubblicato nel 2003 – Alemanno non era ancora sindaco di Roma, i rom non erano stati attaccati a Napoli da gente forse stufa delle loro baracche, forse spinta a gesti estremi su consiglio o sotto l'influenza della Camorra); le grosse multinazionali sono riuscite a catturare le immagini della nostra mente e i nostri ricordi vitali grazie a dei programmi che, racchiudendo tutto in microchip minuscoli, permettono al giocatore di “rivedere” e “rivivere” l'avventura della persona deceduta. Non sorprende allora scoprire come nella finalissima pagina dei ringraziamenti Avoledo ringrazi proprio Sir Arthur C. Clarke (l'inventore del romanzo 2001: A Space Odissey, da cui Kubrick trasse il famoso film). Anzi, dall'intervista che ho citato sopra da internet si capisce che Avoledo condivide con Rovedo una passione tutta letteraria: anche lui, come il suo protagonista romanzesco, intrattiene una corrispondenza fitta con i suoi autori preferiti. Tra questi, il famoso autore di opere di fantascienza.

Se questo è quanto ci aspetta nel futuro, allora non possiamo non dirci “stressati”. Uno crede che la morte sia la fine di tutto o l'ingresso in un mondo altro, in un mondo eterno in cui potrà gioire dei piacere paradisiaci di cui ci racconta anche Dante (tra gli altri) e invece scopre che la nostra anima potrà finire incapsulata in un microchip che verrà utilizzato come “sceneggiatura primaria” per rimontare il film della nostra vita a uso e consumo di spettatori futuri... Un quadro apocalittico anche questo, ma a mio parere un po' meno “angoscioso” e meno “profondo” di quello disegnato da Coetzee in Vergogna. Se lì uno degli "ipotesti" centrali è Dostoevski, qui è Martin Mystère, accompagnato da tanto cinema e da tanta letteratura "distopica" e "di genere"...

domingo, mayo 25, 2008



Le fasi dell'amore?

Ci sono delle fasi regolari che scandiscono un rapporto amoroso senza che noi ce ne accorgiamo. L'amore è prevedibile, al contrario di quanto si possa pensare. C'è il momento (fantastico, nel senso etimologico del termine) dell'infatuazione; c'è il momento (pieno di illusioni e di speranze per il futuro) dell'innamoramento vero e proprio (quando si conosce la persona che ci ha colpito, che ha colpito i nostri sensi e titillato la nostra immaginazione); c'è la fase dell'amore stabilizzato, quello fatto di tanti piccoli, a volte minuscoli, gesti quotidiani, che scandiscono una vita di coppia ormai collaudata per cui l'altro capisce le vere intenzioni dell'altra (o i suoi desideri più nascosti) con un semplice sguardo o gesto d'intesa; e c'è la fase della crisi, dell'allontanamento, dell'abbandono, della separazione (sono i momenti peggiori, quelli durante i quali ci si domanda perché: perché è finita; perché proprio a me; perché questa persona che avevo affianco mi ha mostrato un lato del suo carattere che io disconoscevo; perché questa reazione così violenta - o così fredda e indifferente – in amore i valori sono eternamente e inevitabilmente relativi: ciò che oggi amiamo possiamo domani arrivare ad odiarlo; un luogo familiare, un letto in cui abbiamo fatto l'amore innumerevoli volte, una casa in cui abbiamo pranzato a nostro completo agio possono diventare rispettivamente un luogo terribile, un letto di spine e una casa in cui ormai saremo accettati sempre e solo come ospiti - momentanei, ospiti che non sono destinati a durare, lì sono di passaggio, purtroppo).
E poi c'è la fase del re-incontro insperato: è quella in cui i due si rivedono dopo magari un mese (o una settimana, o un anno: anche il tempo, in amore, assume valori altamente relativi e malleabili) e si scrutano l'un l'altra per vedere se la persona che ora non è più al nostro fianco ha già trovato un sostituto, ci ha già rimpiazzati con un'altra o un altro; e basta accorgersi del fatto che lui (o lei) è solo (o sola) per farsi coraggio e continuare a guardare e ad avvicinarsi, quasi a fiutarsi, come fanno tra loro i cani (indipendentemente dal sesso), e ci si osserva in cagnesco (appunto), lui guarda lei come fosse ancora “lei”, una sua metà, la sua dolce metà, e una “cosa sua”, che faceva parte poco prima della propria intimità, e lei ricambia lo sguardo e guarda lui come fosse ancora “lui”, la persona sulla quale faceva tanto affidamento, colui che avrebbe potuta portarla all'altare, ma non l'ha fatto per una strana forma di codardia o di paura atavica, colui che la rassicurava poco tempo prima durante la notte e le carezzava i capelli se aveva fatto un brutto sogno...
Lei e lui si guardano di sottecchi ed entrambi pensano la stessa cosa: “Quello sguardo mi ha contemplato in estasi per tante notti, poco prima che io mi addormentassi; quel corpo è stato dentro di me – oppure: io sono stato dentro quel corpo – così tante volte che è quasi impossibile distinguerle l'una dell'altra, quella bocca l'ho baciata così spesso e con variabile passione che mi sembra assurdo non poterla baciare ancora oggi, che non stiamo più insieme, che non formiamo più una “coppia”, che non viviamo più nello stesso spazio, non abitiamo più la stessa casa, non parliamo più con la stessa sincerità e spontaneità del passato”.
E allora succede che dopo i saluti di rito ci si allontani l'uno dell'altra senza avere il coraggio di riannodare il filo interrotto della storia passata e vissuta in un passato magari ancora recente e ci si ritrova da soli, nella propria camera da letto, a guardarsi allo specchio e a chiedersi se siamo cambiati davvero poi così tanto perché “lei” (o “lui”) non abbiano sentito il desiderio (o il bisogno) di abbracciarci e di stringerci forte, di toccarci i capelli o di baciarci con la lingua come in passato, quando questi gesti (abbracciare, stringere forte, toccare i capelli e baciare con la lingua) non erano l'eccezione, ma la regola, la semplice e pura e cristallina normalità.
E allora è quando ci si sente soli e abbandonati dall'altro (o dall'altra) e si prova un terrore infingardo: quello di restare per sempre orfani di quella persona quando giustamente quella è una delle poche persone che non perderemo mai (perché è entrata a far parte di noi e della nostra personalità e perché non ci abbandonerà mai anche se dovessimo finire la nostra vita tra le braccia di un altro amante, quello che ancora non conosciamo perché non lo abbiamo ancora incontrato, quello che ci sta aspettando chissà dove e da chissà quanto tempo e che chissà se un giorno riusciremo finalmente a raggiungere...).

domingo, mayo 18, 2008

Roma e lo scudetto in potentia



Van Morrison mi culla con la sua splendida Brown eyed girl mentre il cielo si schiarisce e le nuvole vanno via, lasciando il centro del palcoscenico a un sole quasi estivo. Qui a Roma fanno "solo" ventitrè gradi e si sta bene anche in camicia a maniche corte e pantaloncini. Le strade sono stranamente vuote. Poche macchine, poco traffico, perchè è da poco cominciata la partita che potrebbe portare la Roma a vincere lo scudetto (idem per l'Inter, che teme e trema). Io non sono tifoso. E perciò non seguo le partite in tv. Però simpatizzo per i romanisti. Non ho dubbi. Ho pronte macchina fotografica e telecamera nel caso in cui vincesse (il che vuol dire che stanotte non si dorme e che per mesi e mesi i romanisti tartasseranno i laziali e gli interisti con i loro sfottò e le loro battute d'orgoglio di squadra capitolina - i figli della lupa, come amano chiamarsi tra di loro i tifosi di vecchio stampo e di vecchia data).

Van Morrison continua a cantare con la sua voce "desgarrada"; chissà se fuma. Ha il tono del fumatore. Il suono "graffiato" di chi beve e fuma insieme.

Entra mio fratello: "Collegati a simpsonizeme.com. E' un sito in cui ti modificano la foto tessera e ti rifanno i connotati secondo lo stile dei Simpson".

Come no. Ci colleghiamo subito e sottopongo le mie fattezze alle modifiche del programma: ora che sono abbronzato voglio vedere come vengo sotto le spoglie di Apu, il commerciante indiano.

Grandi risate. Poi entra Michela, una sua amica, a prendersi il caffè. Fa ancora più caldo di prima. Spalanchiamo le finestre e il balcone (l'unico che c'è in questa casa al quarto piano d'una palazzina in perfetto stile anni 70). Fumiamo tutti e tre, con calma e chiacchierando del più e del meno, senza fretta alcuna di arrivare ad una conclusione più o meno certa.

E il tempo scorre tranquillo, mentre in giro c'è solo qualche turista, ignaro di quanto potrà accadere da qui a un paio d'ore (i clacson delle auto, il centro intasato, le bandiere giallo-rosse ovunque e sventolanti, la gente impazzita, i tifosi in tripudio...).

Van Morrison è passato a T.B. Sheet, una filaromica taglia a fette l'aria della cameretta. La batteria fa il suo dovere. Il basso accompagna senza dare nell'occhio. La voce passeggia tra i tavoli e le sedie della cucina. Non potrei chiedere di più. Momento perfetto. Perfetta la calma, perfetto il ritmo, piacevole la compagnia, ideale la musica, in una domenica pomeriggio come questa...

jueves, mayo 15, 2008

L'Overlook Hotel




Freddo. Notte fonda. Solitudine che si taglia a fette. La nebbia m'impedisce di ritrovare la strada dell'albergo. Poi impreco e bestemmio a voce bassa e l'incantesimo si scioglie. Sono davanti al famoso Turista Hotel. Una struttura che è rimasta ancorata agli anni '80. Non solo per l'architettura e lo stile della tappezzeria e del mobilio, ma anche per la musica che fa da colonna sonora all'incauto ospite che si mette a fare colazione nel salone della hall. Non so come ha fatto, ma sembra proprio che il proprietario sia riuscito a scovare una frequenza che propone solo ed esclusivamente musica degli anni '80. Anna Oxa, i Ricchi e Poveri, gli Europe, i Duran Duran, gli Spandau Ballet, Loretta Goggi, come cazzo ha fatto questo tizio a trovare una stazione radio che emette solo questa roba? Come?

Lascio lo zainetto su una sedia. Mi accomodo in un tavolino della hall. Mi sento come Jack Nicholson nell'Overlook Hotel. Potrei iniziare anch'io a scrivere su questo block-notes frasi senza senso, del tipo: "Il mattino ha l'oro in bocca", oppure: "mi sento come Jack Nicholson... vieni qua, amore, non ti faccio niente, non avere paura, solo quella tesolina te la spacco... ". Leggo un libro (il mio zaino è sempre stracolmo di libri e per questo è sempre pesante - un macigno sulle spalle). E' di quel folle di Enrique Vila-Matas: s'intitola Bartleby e compagnia e parla di scrittori che hanno smesso di scrivere. Io non ho mai scritto. O meglio: è da quando ho 15 anni che scrivo racconti e poesiole sciocche e diari spuri, ma mai una riga destinata alla pubblicazione. Per vergogna. Perchè non ho mai (mai) creduto (nemmeno per un minuto) che le mie "scritture" potessero interessare qualcuno o avessero il benchè minimo valore "letterario". Se è per questo è molto più "letterario" questo Turista Hotel.

Ecco che entra in scena il portiere di notte. E' un vecchio sulla settantina. Non riesco a dormire quindi potrei approfittarne per scambiare due chiacchiere con lui, ma mi sembra un tipo molto burbero. Mi si avvicina con sguardo incuriosito e, al contempo, compassionevole. Si starà chiedendo che diavolo scrive questo cliente così strambo a quest'ora tarda della notte nella hall deserta.

"Se vuole, di là c'è un televisore. Se è stanco di scrivere. O di leggere".

Non sospettavo l'esistenza di una tv nella hall. E non pensavo che il portiere di notte potesse prendere l'iniziativa e spingersi fino a tanto (rivolgermi la parola e propormi di smetterla di scarabocchiare questo taccuino). Ho accettato. Sono nella stanza segreta. E' una specie di sala per le riunioni o i congressi. Tante sedie vuote, come scheletri in una sala di anatomia. Il televisore, enorme e al plasma, è al centro. Tutte le sedie sono libere. Mi sembra di essere al cinema. Accendo e capisco: c'è la parabolica, si possono vedere anche i canali satellitari. Finisco su canale 145, il programma s'intitola "I viaggi di Alessia" o "di Paola" o "di Romina", una roba del genere. Una voce fuori-campo (la voce della protagonista femminile del programma) accompagna lo spettatore in un viaggio nel mondo della "trasgressione". Alessia (o Paola o Romina) intervista una donna sulla cinquantina, bellissima e "padrona". E' la sadica che, vestita di pelle e tacchi a spillo pungenti e frustini vari, soddisfa i desideri dei suoi clienti masochisti. Dice che ha un passato turbolento. L'intervistatrice invade la sua privacy e ci mostra in soggettiva gli oggetti che si trovano sparpagliati sul suo letto (matrinomiale). "Ho avuto anche un figlio, dal mio ex". Una foto (appositamente oscurata) mostra il figlio quando era un neonato. La donna piange. Paola (o Alessia o Romina) la consola. O almeno, ci prova. Poi si sposta a Bologna, dove ha appuntamento con una "entreneuse" russa. Una prostituta d'alto borgo. E' simpatica e gioviale e offre un caffè all'inviata speciale nel mondo delle perversioni sessuali.

Mi verrebbe da piangere, se non fosse che sono troppo stanco anche per quello. Spengo la tv. Mi accendo una sigaretta, richiudendomi la porta d'ingresso alle spalle. Il portiere di notte sta giocando al solitario al computer. Potrei proporgli di fare una partita a due, con carte vere. Ho paura a tornare in camera. Questo posto è davvero inquietante. E la nebbia avvolge tutte le cose. Un latrato di cane in lontananza. Chissà ora chi starà intervistando Romina (o Alessia o Paola)...

jueves, mayo 08, 2008



L'asino di Sancho

Esiste una branca del "cervantismo" (disciplina interna all'ispanismo che si dedica a indagare il senso profondo e i significati presuntamente nascosti di tutte le opere di Miguel de Cervantes Saavedra, "regocijo de las Musas" in quanto autore del famoso - e qui già citato più volte - Don Quijote de la Mancha) che si occupa dei famosi "descuidos" presenti nel romanzo del folle idalgo. I "descuidos", ovverossia, quegli errori plateali, quell'insieme d'incongruenze presenti nel testo e che rompono la verosimiglianza (o interrompono improvvisamente la coerenza narrativa della trama) spingendo il lettore a comportarsi esattamente come lo spettatore che, al cinema, va a caccia di "bloopers", ovvero di quegli errori di cui il regista non si è accorto nel montaggio finale dell'opera (un microfono che appare all'improvviso dall'alto dell'inquadratura; un attore che nella scena successiva indossa una maglia d'un colore diverso da quella che aveva nella scena precedente, e così via).
Tra i vari "descuidos" (o "bloopers") ce n'è uno che è passato alla storia e di cui si accorse subito lo stesso Cervantes (fornendo spiegazioni alquanto raffazzonate nella "Segunda Parte" del Quijote: il furto dell'asinello su cui viaggia il buon Sancho Panza. Non sto qui a ricostruire la storia della spiegazione razionale (o più o meno logica) che diede l'autore dopo essersi accorto del fatto che, in un determinato capitolo della "Primera Parte" (il 23, se non erro), si narrava di come Sancho perdesse il proprio asino (per un furto compiuto da Ginés de Pasamonte, addirittura) e tornasse a cavalcarlo al fianco del fedele Rocinante di Don Quijote nei capitoli seguenti (sono stati scritti - e continueranno a pubblicarsi - un mucchio di saggi su simili questioni). Ciò che colpisce il lettore è lo stile e il tono in cui è scritto il lamento del povero scudiero:
"Oh, hijo de mis entrañas, nacido en mi misma casa, brinco de mis hijos, regalo de mi mujer, envidia de mis vecinos, alivio de mis cargas y, finalmente, sustentador de la mitad de mi persona, porque con veinte y seis maravedís que ganaba cada día mediaba yo mi despensa!"
In questo brevissimo brano scorgiamo la cosiddetta "ironia superiore" di Cervantes, un'attenzione tutta umana per i dolori terrestri e un'acuta capacità di alternare al tono grave il tono basso (Sancho calcola quanti soldi riesce a guadagnare grazie alla fatica tutta fisica dell'asino).
Sancho è disperato, d'ora in poi dovrà montare in groppa a Rocinante o andare a piedi o, peggio, rifarsi del maltolto rubando un altro cavallo o asinello a qualche viandante. Don Quijote, che è suo amico, prova a consolarlo. Poi gli promette di procacciargliene almeno tre, in ricompensa dei suoi servizi (stessa identica promessa farà nel cap. 25, quando redige la lettera a Dulcinea che lo stesso Sancho dovrà recapitarle).
Come finisce il brano in questione? Con queste parole, sintetiche ma efficaci:
"Consolose Sancho con esto y limpio sus lagrimas, templo sus sollozos y agradecio a don Quijote la merced que le hacia [...]".
La paura è passata; l'angoscia pure: i due sono di nuovo pronti ad affrontare le innumerevoli e assurde avventure che Don Quijote sogna nei suoi sogni di pazzo innamorato di letteratura. Non basta il furto dell'asino per fermarli; e poi sono amici, si danno una mano, come suolsi dire, l'un con l'altro. Nei capp. successivi Sancho ritroverà (o dirà di ritrovare) l'amato animale. Il figlio delle sue interiora, l'invidia dei suoi vicini, la gioia di sua moglie, il divertimento dei suoi figli... tutto è bene ciò che finisce bene... e il lettore sorride, nel leggere le spiegazioni più o meno valide che ci offre l'autore nella seconda parte di un romanzo talmente "in progress" che fa acqua da tutte le parti, si perdono i pezzi, si scordano gli asini, ci si dimentica di quante volte Don Quijote cena nella stessa locanda, e via di seguito...

viernes, abril 25, 2008

Diario di bordo del viaggio verso il Sud del mondo (III)

Mi trovo in una stanza d'albergo vicino al centro. Sono al quarto piano e se mi affaccio dalla finestra (vincendo le vertigini) vedo un serpentone d'auto che scorrono su strade intrecciate coi fari accesi e sotto una pioggia insistente. Sì, qui piove, da stamattina alle 6,30 e sembra pieno inverno (sebbene ci stiamo avvicinando a grandi passi alla fine d'Aprile - il più triste dei mesi, secondo T.S. Eliot). Fare lezione mentre fuori piove e in aula si sta al calduccio e gli studenti mangiucchiano le loro merende (Ringo, Duplo, Kinder Fettallatte, etc.) dà una certa tranquillità, oltre che soddisfazione personale. Faccio una domanda difficile e li provoco. Silenzio di tomba: poi uno dal fondo risponde: "Lo schema romanzesco è quello della Comedie Humaine di Balzac". E gli dico: "Bravissimo!", forse urlando nel microfono. Fatto sta che qualche ragazza nelle prime file ci resta male. Errore da evitare in futuro: il professore non può (non deve) elogiare troppo l'uno a scapito di tutti gli altri. Certo è difficile trattare tutti allo stesso modo; ogni studente è un "mondo a sè" e come si fa a farsi apprezzare e capire da tutti? Missione impossibile.
Dalla seconda fila una biondina mi guarda e sembra pensare: "Ma chi cazzo si crede di essere questo qua?". La fanciulla seduta affianco a lei sembra invece lamentarsi: "Ma perchè apre tante parentesi e fa tante digressioni e poi si perde e ti fa perdere il filo?". E parlo e alla fine mi manca il fiato anche se il microfono aiuta e la voce risuana alta e forte all'interno dell'aula enorme.
Dalla stanza accanto sento tacchi di donna che cammina. Poi il rumore dello sciacquone. Poi deve aver dato una tremenda testata contro il letto, sento un'imprecazione. Mi piacerebbe andare di là, fare due passi e scambiare due chiacchiere con questa sconosciuta vicina di stanza. Mi sento così solo quaggiù (tanti, troppi i kilometri che mi separano da casa). Avrei così bisogno di compagnia in questo hotel che svetta sul serpentone di auto. E piove. Continua a piovere. Le lenzuola sono fredde, anche se l'ambiente è riscaldato... Avrei bisogno di un po' di compagnia, oltre che di riposo...

lunes, abril 14, 2008

Mi trasferisco a Cuba...

Oggi, 14 Aprile 2008 (Lunedì, ore 20,11, quando ormai si sa ed è confermato che ha vinto la destra), ho fatto una doppia lettura incrociata: di un'intervista video su Micromega a Andrea Camilleri - le domande le poneva il giustamente "schieratissimo" direttore Paolo Flores d'Arcais - e di un'editoriale di Eugenio Scalfari al suo La Repubblica dal titolo "Oggi possiamo cambiare il paese" (l'editoriale era del giorno prima, Domenica 13 Aprile, quando ovviamente nessuno poteva prevedere quello che poi è accaduto).
Camilleri, col suo accento tipico e la sua voce bronchiale che tanto bene imita Fiorello, dice che Berlusconi è un alieno in quanto al sistema democratico; che non capisce proprio il linguaggio di ciò che comunemente intendiamo per "democrazia"; Scalfari, invece, dice che se pure Veltroni non soddisfa o non convince tutti coloro che si riconoscono nella sinistra (o nel centro-sinistra) è l'unica scelta di campo utile proprio per evitare che Berlusconi torni al potere.
Il nemico numero uno è sempre lui: demonizzato, criticato, osteggiato, sbeffeggiato, le varie "sinistre" sono tutte unite nel colpire lo stesso bersaglio (anche se con tattiche politiche diverse). Io di politica non capisco granchè; di certo è strano che il bersaglio sia stato mancato in modo così clamoroso. La maggioranza degli italiani è dunque di destra (o di centro-destra) e si fida di uno come quello là (si affida a un imprenditore di quella fatta) per sperare in un'Italia migliore, per migliorare le attuali condizioni di vita precarie nel nostro Paese.
Tra i miei amici, domani, ci sarà di sicuro quello che mi farà la tipica battuta: "Ce ne andiamo a Cuba?". Mi verrebbe voglia di rispondergli: "No, meglio la Spagna". Sempre tra le pagine de La Repubblica leggo che Zapatero ha nominato nove ministre donne contro otto ministri maschi per il suo nuovo, secondo governo targato PSOE. Cose lontanissime dall'attuale quadro politico nostrano; cose dell'altro mondo, verrebbe da dire; miracoli che qui possiamo soltanto sognare...
PSOE sta per Partito Socialista Operaio Spagnolo. Oltre al termine "Socialista" è anche l'aggettivo "Operaio" che da noi ormai non ha più senso o non ha più un significato condiviso da tutti e da tutti riconoscibile. PDL, invece, sta per Partito Delle Libertà, che vuol dire, parafrasando col ricordo rivolto a una pubblicità satirica contenuta nel vecchio programma della Dandini L'Ottavo nano: "Facciamo un po' tutti come cazzo ci pare". Sì, è questa la casa delle libertà... un po' tutti come cazzo ci pare...

sábado, abril 12, 2008


Cervantes, "el manco desconocido"




Chi era davvero Cervantes? La domanda se la sono posta centinaia (se non migliaia) di critici, cervantisti e non; è una domanda che sorge spontanea quando siamo davanti ai creatori di opere immortali, dei capolavori letterari che riteniamo "opere classiche", come lo è, nel nostro caso, la storia dell'idalgo (cittadino, tradusse Franciosini) Don Quijote de la Mancha.

Per motivi che “no vienen aquí a cuento”, ho avuto il piacere di seguire le orme di questo autore nelle maschere che si creò all’interno delle varie opere pubblicate in vita. L’autoritratto più famoso (quello anche più ironico ed auto-ironico) lo troviamo nel prologo alle Novelas ejemplares (1613, se non erro, dunque: pubblicate 2 anni prima della II parte del Chisciotte e ben 8 dall’uscita della I): qui Cervantes ci si presenta innanzitutto come “scrittore”, cioè: come l’autore di quella determinata e ben articolata lista di opere. E questo già colpisce, se pensiamo che all’epoca gli scrittori non conoscevano il copyright e non avevano un’idea precisa di cosa fosse essere “autori” (quando oggi una firma diventa spesso un marchio di fabbrica da pubblicizzare del tipo: “Stephen King, l’autore di Shining”). Insomma, Cervantes non è tanto (e non è solo) quello che pubblica La Galatea o Don Quijote, ma anche quello che si azzarda a “novellare” in lingua spagnola sulla falsariga del modello boccaccesco come mai nessuno prima di lui aveva osato fare…
Quando poi passa a descriverci com’è fatto fisicamente, quando si mette a disegnare il proprio autoritratto, beh, a questo punto il lettore non può non apprezzarne il tono giocoso (non si può non sorriderne): non fa che elencare i difetti della pelle pallida e del viso allungato, del naso pronunciato e dei capelli scoloriti e non più biondi, della mano sinistra ferita nella famosa battaglia di Lepanto (nel 1571, quando aveva appena 24 anni, coraggio da vendere, dunque), dell’intera corporatura (non molto veloce di piedi, fin troppo appesantito di spalle) per finire coi denti:

los dientes ni menudos ni crecidos, porque no tiene sino seis, y ésos mal acondicionados y peor puestos, porque no tienen correspondencia los unos con los otros

Verrebbe da dire: che sfiga, solo sei denti in bocca e questi unici denti buoni a masticare “peor puestos” perché non in linea gli uni sugli altri…

Nel prologo alle Ocho commedia y ocho entremeses (raccolta dei suoi tentativi di sfondare a teatro – tentativo vano, visto lo strapotere e la moda delle opere di Lope de Vega, suo acerrimo nemico), Cervantes “spiega” (si fa per dire) la sua assenza dalle librerie (si fa per dire) con una frase tanto breve quanto misteriosa: “Tuve otras cosas en que ocuparme, dejé la pluma y las commedias, y entró luego el monstruo de naturaleza, el gran Lope de Vega…”. A questo punto ci si domanda a cosa si riferisce, a quale periodo della sua vita allude, quando scrive: “ebbi altri affari di cui preoccuparmi” (ma si può tradurre anche: “dovetti occuparmi di altre cose, lasciai la penna e le commedie, ed entrò poi in scena il mostro della natura, il gran Lope de Vega”). Si sa che per 5 anni restò prigioniero degli arabi; e che per ben 4 volte tentò la fuga, invano; si sospetta che un sultano fin troppo clemente con lui (gli evitò la pena capitale: all’epoca e dalle parti di Algeri – o Tunisi – questa consisteva nell’impalamento) dovette prendere a cuore il suo caso anche per motivi che esulavano dalla religione e dalla politica. Rosa Rossi (autorevole ispanista italiana ed appassionata cervantista) ci ha scritto sopra un libro: Sulle tracce di Cervantes (Roma, Riuniti, 1997), sottolineando la presunta omosessualità dell’autore del Persiles. Altri hanno fatto la stessa cosa con Shakespeare, quando hanno attribuito lo “you” (nella forma originaria: “thou”) dei vari sonetti a un soggetto di sesso maschile…Who will believe my verse in time to come, / If it were fill'd with your most high deserts? si domanda l’autore di Amleto con retorica disperazione…

Un altro ritratto cervantino lo troviamo ovviamente nei due prologhi alle due parti del suo capolavoro più universalmente noto: quello che colpisce del prologo alla I parte del Quijote è il ritratto quasi plastico, quasi pittorico dell’autore che è in crisi d’ispirazione e che non sa come andare avanti (lo scrittore messo davanti a se stesso e alla pagina bianca, ancora tutta da scrivere – di fatto la critica ha parlato per questo prologo di un “prologo impossibile”, ovvero di un originalissimo “prologo su come scrivere i prologhi”):

Muchas veces tomé la pluma para escribille, y muchas veces la dejé, por no saber lo que escribiría; y estando una suspenso, con el papel delante, la pluma en la oreja, el codo en el bufete y la mano en la mejilla, pensando lo que diría…

Un quadro perfetto (tanto che in alcune edizioni moderne del romanzo si rimanda al famoso dipinto di Dürer intitolato Melancholia), una descrizione dettagliata dei travagli dell’autore che sta per creare o partorire la sua opera. E come si risolve il tutto, cosa succede dopo questa “suspensión” (che crea anche suspense)? Cervantes s’inventa un caro amico che, vedendolo in questo stato, gli chiede cosa abbia fatto; chi dice “io” (ma siamo sicuri sia lo stesso Cervantes?) espone il suo dilemma: non sa come scrivere il prologo; non sa come aggiungere all’opera quei sonetti o epigrammi laudatori che si era soliti apporre all’inizio di ogni libro per dargli maggiore autorità; nessuno scrittore famoso dell’epoca si è degnato di farlo, di pubblicizzare l’opera; anzi, si sa che all’epoca i detrattori come Lope avevano sparso la voce che Don Quijote fosse un libro sciocco per lettori incolti; Cervantes non sa cosa fare perché la sua creatura è “secca”: niente note a piè di pagina; niente lista di autori famosi alla fine del testo. E qui avviene lo sdoppiamento, come se l’amico fosse un suo alter-ego attraverso il quale farsi l’auto-elogio: a che serve citare Aristotele o Platone, se io so dire a parole mie ciò che essi hanno già detto in passato?

Il prologo alla seconda parte è ancora più geniale e, se si vuole, più umano. Cervantes pubblica la sua seconda parte dopo che un tale Avellaneda, l’anno prima (1614), ha dato alle stampe una Segunda parte aprocrifa del Quijote. Ora, il lettore si aspetta una reazione violenta da parte del “vero creatore” del folle idalgo e invece… Cervantes non si arrabbia; l’unica cosa che lo offende davvero sono le critiche volgari di Avellaneda alla sua vecchiaia e al fatto che lui è monco:

como si hubiera sido en mi mano haber detenido el tiempo, que no pasase por mí, o si mi manquedad hubiera nacido en alguna taberna, sino en la más alta ocasión que vieron los siglos pasados, los presentes, ni esperan ver los venideros

“Come se fosse stato in mio potere fermare il tempo, che per me non passasse, o come se la mia monchezza fosse nata in qualche taverna, e non nella più alta occasione che videro i secoli passati, i presenti, né sperano di poter vedere quelli venturi” (questa una possibile traduzione non letterale e fatta en passant).

Cervantes difende il suo onore di “cristiano viejo”. O almeno, da quanto citato si evince il carattere di un cristiano orgoglioso della sua “limpieza de sangre”, orgoglioso di difendere (o di aver difeso) l’Impero e la Corona con la spada e con la croce (rimettendoci anche la mano sinistra). Come al solito, anche sulla religiosità di questo autore così “misterioso” nonostante i molti dati che abbiamo a disposizione la critica si è divisa: c’è chi, come Américo Castro, considera l’autore un “converso” disilluso e disingannato che guarda la Spagna imperiale ormai al tramonto con pessimismo trattenuto. C’è chi invece, studiando soprattutto l’ultima scena del Quijote, il suo ritorno a casa, il suo rinsavire e il suo morire “cristianamente” come esempio evidente della ortodossia dell’autore. I dubbi restano anche nell’ultimo ritratto da vivo che Cervantes ci regala nel prologo all’ultima opera (apparsa postuma), ossia a Los trabajos de Persiles y Sigismunda: tutta la critica ha notato lo strettissimo arco temporale in cui Cervantes scrive la dedicatoria e il prologo in onore al suo mecenate, il Conde de Lemos, e la data in cui emette l’ultimo respiro: è il 19 Aprile del 1616; di lì a quattro giorni l’autore sarebbe spirato (secondo alcuni la data incerta della morte oscilla tra il 22 e il 23 Aprile; se fosse valida la seconda ipotesi allora ci troveremmo davanti a una fearful symmetry, a una “spaventosa simmetria” (per dirla con Frye), perché quella è anche la data di morte di William Shakespeare – due classici che scompaiono nello stesso giorno, gran sfortuna per la cosiddetta Weltliteratur):

Ayer me dieron la extremaunción y hoy escribo ésta; el tiempo es breve, las ansias crecen, las esperanzas menguan y, con todo esto, llevo la vida sobre el deseo que tengo de vivir

Se dobbiamo prendere alla lettera queste parole, allora vuol dire che Cervantes è davvero “in punto di morte”: ha già preso il sacramento dell’Estrema Unzione; sta per guardare in faccia la morte, eppure… “vivo la vita – o anche: conduco la vita – con il desiderio che ho di vivere”. C’è poco tempo, gli restano forse pochi giorni o poche ore, e a cosa pensa Cervantes? Al desiderio di vivere. Non solo: alla voglia che ha di continuare a scrivere e a pubblicare le opere che, per ora, non ha fatto in tempo a far stampare. E le elenca: Las semanas del jardín – Bernardo – la seconda parte della Galatea, dedicandole, in anticipo, a Vossignoria il conte di Lemos…

Il prologo vero e proprio drammatizza e narrativizza un ultimo, probabilmente fittizio, incontro di Cervantes con un giovane studente: questi lo incontra per caso per strada e come ogni fan che si rispetti gli si avvicina pieno di timore e di stupore. Segno di riconoscimento: la mano sinistra fuori uso; prova a toccarla, questa non reagisce. Allora lo studente esclama: “Voi, siete proprio voi signor Miguel de Cervantes, el regocijo de las Musas!”. Cervantes risponde con certa autorità: sì, sono io, ma non sono solo la gioia o il divertimento delle Muse (ci lascia intendere che voleva diventare famoso non solo e non tanto come “autore del Quijote”, quindi, come autore comico, ma anche come scrittore serio). I due parlano. In realtà, è l’autore a condurre la conversazione verso un tema piuttosto triste: la sua malattia. Lo studente prova a dargli qualche consiglio, come se fosse un vecchio amico o un medico che dà la ricetta giusta per una pronta guarigione. Poi si abbracciano e si separano per sempre. E qui Cervantes scrive parole dal tono profetico (o apocalittico), anticipando un futuro che è ancora di là da venire:

Tiempo vendrá, quizá, donde, anudando este roto hilo, diga lo que aquí me falta y lo que sé convenía

Verrà un tempo, forse (e questo “forse” ha una carica enorme – nemmeno l’autore è poi tanto sicuro), in cui, riannodando questo rotto filo (il filo del discorso, ma anche: il filo della narrazione), dirò ciò che qui manca e ciò che so che conviene (o “conveniva” o “faceva al caso nostro”). Quindi: verrà il momento in cui potrà raccontare quanto lasciato in sospeso (si riferisce alla storia appena abbozzata dell’incontro con lo studente? O piuttosto alle storie che ha lasciato a metà e che, nella dedicatoria al suo mecenate, ha appena elencato? Non si sa). Poi, aggiunge l’estremo saluto, un saluto che è un addio agli amici, ai libri, alla scrittura e alla vita:

Adiós, gracias; adiós, donaire; adiós, regocijados amigos, que yo me voy muriendo y deseando veros presto contentos en la otra vida

Questo è quello che si aspetta Cervantes: di rivedere i propri amici contenti nell’al di là; di riassaporare le stesse gioie provate sulla terra; di rivivere gli stessi scherzi, gli stessi divertimenti che ha provato da uomo mortale come tutti in questa vita terrena…

A questo punto la domanda: "chi era veramente Cervantes?" resta ancora priva di una risposta univoca. Di certo, dai frammenti citati, si può dedurre l’immagine di un uomo che ha sofferto parecchio, che amava scrivere e che avrebbe continuato a scrivere anche in prossimità della morte e che amava molto la compagnia degli amici e il godimento epicureo dei piaceri della vita di quaggiù…

jueves, abril 10, 2008

La canzone del momento



E' questa la mia canzone del momento: New Soul della brava e bella Yael Naim:



I'm a new soul

I came to this strange world

hoping I could learna bit about how to give and take.

But since I came here

felt the joy and the fear

finding myself making every possible mistake

la-la-la-la-la-la-la-la...

I'm a young soul

in this very strange world

hoping I could learn

a bit about what is true and fake.

But why all this hate?

Try to communicate.

Finding trust and love is not always easy to make.

la-la-la-la-la-la-la-la...

This is a happy end

cause' you don't understand

everything you have done

why's everything so wrong this is a happy end

come and give me your hand

I'll take your far away.

I'm a new soul

I came to this strange world

hoping I could learn

a bit about how to give and take

but since I came here

felt the joy and the fear

finding myself making every possible mistake

la-la-la-la-la-la...

la-la-la-la-la-la...



link (per sentirla e per vederla - prima che impari a "colgar" anche file musicali o video su questo blog...):



http://it.youtube.com/watch?v=tYBLjEaDFDE

sábado, abril 05, 2008

Madri

C'è la madre di Martin che fa la vigile urbana e sta provando a scalare di un gradino, studia per vincere non so quale concorso pubblico imminente; guarda il figlio quando pronuncia la parola "playa" e sorride... forse le ricorda quella canzone degli anni '80 "vamos a la playa" dei Rigueira, quei due cantanti dalla chioma bionda assurda e la voce in falsetto...

E poi c'è la madre di Mirko, che sembra timido e in effetti lo è e non capisco perchè: la madre teme che durante l'ora di lezione d'inglese io e suo figlio si giochi a carte o si racconti barzellette. Mi da fastidio che stia lì a sentire la lezione sulla "-ing form" e il "present continous", perchè non si toglie di mezzo e ci lascia in pace? Ha la vista debole, indossa un paio d'occhiali anni '50 spessi come il culo d'una bottiglia di birra Moretti. Quando Mirko sbaglia e io sottolineo l'errore, lei sbuffa (come a dire: "non sai niente, è proprio vero: guarda che figure mi fai fare"). E allora io evito di correggerlo, tra i due non ho dubbi: faccio il tifo per Mirko, la mamma è una dittatrice, lo tiene sottochio e mi osserva in cagnesco, Mirko dì pure quello che ti pare, non ti correggerò più, "I'm Mirko and I live with my mother" (sarà divorziata? Che acida che è! Ecco perchè: forse è divorziata ed è un'eterna insoddisfatta, una sempre incazzata, che tipa, davvero, che antipatica che è).

E poi c'è la madre di Giovanni, un ragazzino di appena undici anni, è un tipo tarchiatello, a dire il vero, e a dirla tutta, è proprio ciccione, ma mi sta simpatico, fa spagnolo da nemmeno un anno e ha una pronuncia stentata, com'è normale e comprensibile, e allora gli faccio le domande più facili: Giovanni risponde e io gli dico "bravissimo", alla madre, anche lei in carne, brillano gli occhi quando mi sente elogiare suo figlio, e così sono entrambi contenti, anche se a volte faccio finta d'essere severo, gli ho addirittura assegnato dei compiti, delle frasette: "Riempi gli spazi bianchi con la forma adeguata: POR o PARA". Per la prossima settimana, ok? Giovanni annuisce. E la mamma: "Mi raccomando, non lo carichi troppo, c'hanno già tanti compiti da fare, sti poveri figlioli". Offro loro delle nocciole ricoperte di cioccolata (dolce fatto in casa da Alyssa): Giovanni ne mangia una manciata, le afferra a piene mani e mi fa: "Fai i complimenti alla tua compagna, questi dolci sono proprio buoni, complimenti".

E poi c'è quella che vorrebbe che il figlio diventasse Presidente della Repubblica; e quella che ne accetta anche i difetti fisici; e quella che lo vuole muscoloso e lo obbliga a fare palestra (calcio e piscina, tutto insieme), e quella che lo vorrebbe il primo della classe e che se prende 6 le sembra poco, e ogni mamma ha la sua idea di figlio e io che figlio lo sono stato e continuo ad esserlo ringrazio mia madre, che non mi ha mai mandato da nessuno a fare lezioni private anche perchè non potevamo permettercelo...e ciononostante ce l'ho fatta, ho studiato e sono andati avanti, fino ad arrivare qui, a dare lezioni private a ragazzi a volte soffocati da madri a volte fin troppo protettive...

domingo, marzo 30, 2008

Italy (e i dintorni così tristi)




In che razza di situazione mi sono infilato. Docente a contratto, ovvero docente esterno, ovvero schiavo agli ordini di un'Università che - è palese dalla miserrima paga promessa - se ne fotte altamente di me e dei miei sforzi. Un sistema "incancrenito", come lo definì ai suoi tempi una mia amica dottoranda; un circolo vizioso da cui diventa poi complicato uscire. Perchè? Perchè l'Università lo sa (il Rettore stesso deve esserne a conoscenza, non può non sapere), tu sei appassionato, tu sei fatto per questo mestiere, ce l'hai nel sangue, come si suol dire, e le capacità d'insegnare e l'attitudine alla ricerca sono il tuo forte, non puoi negarlo (non si può negare l'evidenza)... eppure: ogni sforzo appare vano, visto che la tua dignità viene calpestata a colpi di co.co.co., di contrattini schifosi che non ti permettono di arrivare a fine mese, nè di poterti progettare un futuro (una casa, una famiglia, una stabilità economica grazie alla quale poter mettere al mondo un figlio). E tu lo sai che non è giusto. Sai che questo sistema fa schifo e se accetti allora collabori anche tu, col sudore della tua fronte, a che il marcio continui a prosperare irredento e sfacciato (Mussi, se ci sei, batti un colpo - ma tanto ormai non si sa neppure se tornerà Mussi, se vincerà davvero il PD, o tornerà l'era-berlusquoni - ho appena letto una tenera lettera di Veltroni a La Repubblica: un lettera aperta che fa tenerezza per l'insieme di luoghi comuni e di retorica candida che sfrutta al fine di dimostrare questo assioma: l'Italia è un paese dotato di arte ed è stato la culla della cultura europea in passato; l'Italia deve tornare a fare arte e a diffondere cultura... sì... ma come si fa se a scuola i supplenti stanno raggiungendo quote esorbitanti e come si fa se all'Università il numero dei "contrattisti" precari è quasi pari - se non superiore, in alcuni determinati Atenei - a quello degli "strutturati"...).

Poi ti fermi e guardi i volti, le facce pulite di alcuni dei tuoi alunni. Sono ragazzi; hanno ancora speranza e nutrono ancora illusioni verso il futuro. Sono giovani che certe volte non vedono l'ora che tu la smetta di parlare e di declamare la solita lagna perchè fuori, all'ingresso della Facoltà, c'è il fidanzato o la fidanzata che aspetta (quanti schermi luminosi spuntano fuori dai cellulari verso la fine della lezione, quando mancano così pochi minuti per la fine). Sono persone attente e curiose, che hanno voglia di apprendere e conoscere, anche non sanno ancora bene cosa finiranno col fare "da grandi". E disconoscono completamente il "dietro le quinte", cosa c'è davvero, cosa si nasconde, dietro al mio sguardo a volte stanco, altre volte preoccupato, altre ancora sia stanco che preoccupato.

Dannazione.

Perchè? Da chi dipende? Perchè in Italia si continua ancora a morire sul posto di lavoro? Perchè un giovane operaio deve rimetterci (ci hanno rimesso, in realtà, più d'uno) la pelle? Perchè un giovane ricercatore che vuole lavorare e specializzarsi nel suo campo di studi è spesso costretto a lasciare genitori e amici e a trasferirsi all'estero? Perchè ci sono tanti anziani che percepiscono una pensione da fame e ridicola, quando Veltroni e Berlusconi ancora fanno battute e si lanciano frecciate sarcastiche sulle spalle di tanti italiani stanchi delle loro facce, stufi di tante cazzate, ansiosi di risolvere problemi quotidiani ben più complicati e urgenti?

domingo, marzo 23, 2008

L'eterno conflitto dei sessi





Così apre la sua "Introduzione" ai Promessi sposi (l'ultima versione, dopo tante andate a vuoto o riscritte e rimodificate) quel simpaticone di Alessandro Manzoni: "L'Historia si può veramente deffinire una guerra illustre contro il Tempo, perchè togliendogli di mano gl'anni suoi prigionieri, anzi già fatti cadaueri, li richiama in vita, li passa in rassegna, e li schiera di nuovo in battaglia".


Davvero efficace quest'immagine degli anni passati ormai cadaveri che la Storia (con la S maiuscola) s'impegna a resuscitare e a rimettere in riga, pronti per suscitare o rievocare nuove guerre... E parlando "in tenero colloquio" con una mia vecchia amica dell'Università, in pieno centro di Firenze, nel Borgo di San Frediano, ci siamo imbattutti nell'annosa questione della guerra tra i sessi... maschi e femmine bisognosi l'uno dell'altro (qui non tocchiamo il tasto omosessuale; non per discriminazione, per carità, ma perchè, appunto, quella è questione forse ancora più complessa e perchè qui, appunto, il ragionamento è nato dalla Sara a partire da riflessioni di stampo eterosessuale). Maschi che agiscono, dimenticandosi spesso del fatto che - pur scadendo nel "luogo comune" - le femmine sono diverse, hanno un'altra sensibilità, possiedono un'intuito differente, reagiscono ai casi della vita (e dell'amore) in modo a volte radicalmente opposto a quello generalmente messo in atto dagli uomini.


E una delle differenze più grandi che Sara notava era questa: "perchè tutti gli uomini che incontro hanno paura a buttarsi?". La domanda mi ha spiazzato.


"In che senso buttarsi, scusa?".


"Nel senso che, se gli capita di trovare una donna o una ragazza che li fa sentire vivi, che gli fa capire che la storia matrimoniale che si trascinano da anni con la moglie ufficiale è morta e sepolta, e che la nuova relazione, invece, potrebbe farli rinascere, loro preferiscono la sicurezza del focolare domestico alla passione e allo scombussolamento interiore del legame adultero. E vanno avanti così, anni e anni, senza mai decidersi, senza mollare l'altra - che riempiono d'insulti, magari, nei momenti di più accesa sincerità - e senza schierarsi completamente dalla parte dell'amante, di quella che li spinge a pronunciare la frase da loro quasi dimenticata "Ti amo". Perchè, perchè alcuni di voi - una grande maggioranza, per le storie che mi stanno capitando ultimamente - si comportano in questo modo?".


Provo a riflettere a partire dalla mia, di situazione sentimentale. Se un giorno mi stancassi di amare Alyssa, di dirle "Ti amo", di starle accanto perchè ho veramente voglia di starci; se un giorno trovassi una come Sara, che ti sconvolge la vita sentimentale, fino a spingerti all'adulterio o alla tresca, ebbene, io credo che mollerei la mia compagna, dicendo la verità. Non sopporterei di viverle ancora accanto, sapendo di stare mentendo quotidianamente. Se non provassi più nulla, e provassi il massimo con un'altra, la lascerei.


Sara si accende una sigaretta e mi guarda con occhio analitico. Non ci crede. Non mi crede più di tanto, anche se siamo amici e ci vogliamo bene e ci conosciamo da una vita.


"A parte il fatto che ti ci dovresti trovare, secondo me anche te faresti come questi tipi che ho avuto e ho ancora la sfortuna d'incontrare. Le donne sono meno razionali di voi; e l'impulso ci spinge a preferire il meglio, piuttosto che ad accontentarci del "passabile" o "regolare". E poi quanti calcoli! Perchè state sempre lì a calcolare?".


Il fumo le esce dal naso e per un minuto mi nasconde la sua bocca. Perchè calcoliamo tutto? E' vero, anch'io lo faccio, a volte. E Alyssa s'arrabbia (se stai a calcolare, una casa, un figlio, una famiglia, non te la farai mai; a volte penso abbia ragione; altre che non faccia nemmeno i calcoli basilari, che perda la visione obiettiva della realtà).


Sono meglio le donne o sono sempre peggio gli uomini in questioni d'interesse sentimentale?


Siamo entrambi fallaci e ci raccontiamo un sacco di bugie ogni giorno per andare avanti o i maschi sono più esperti delle femmine nell'arte del "fingere" e in quella del "fare i calcoli"?


Passa una coppia di adolescenti, con le converse ai piedi e i jeans strappati e le maglie tutte piene di stelline bianche su fondo nero. Si parlano, s'abbracciano, si baciano su una panchina con una passione animalesca, ignari dei passanti, beatamente indifferenti agli sguardi (e ai giudizi moralistici) degli altri. Li invidio. Anche Sara li osserva, senza dire nulla. E guardandoli uno pensa che l'eterno conflitto tra maschi e femmine è solo un'invenzione, o uno dei tanti luoghi comuni che sì, devono pure avercelo un fondo di verità, ma non sanno descriverci per intero il quadro della situazione...

jueves, marzo 13, 2008

Diario di bordo del viaggio verso il Sud del Mondo II



[sembra un racconto di finzione e invece è tutto vero, nomi di persone inclusi]





Dopo 7 ore di lezione, sfinito, stanco, sudato, con la cravatta snodata e la giacca sgualcita, una fame che non ci vedo proprio, ho appuntamento con una tipa, tale sig.ra Cirillo, del cui numero telefonico sono venuto a conoscenza tramite un sms di una mia carissima amica materana che ora vive e lavora a Roma e che prima (nel nostro comune passato di vicini di casa) faceva la studentessa di Psicologia nella stessa capitale. Sono le 19, 30 e l'appuntamento era previsto davanti al Tribunale per le 19. Mi reco al Tribunale e qui faccio la prima amara scoperta: cazzo, ho le chiavi dell'Aula Ferri, ho dimenicato di riconsegnarle al custode, al tipo che sta nella guardiola, al portiere dell'Università, insomma, quello davanti alla sbarra. Corro verso l'ingresso, ma la guardiola è vuota. Citofono; s'accende una lucina rossa; si sente un campanello trillare. Ma niente, del guardiano o portiere nessuna traccia. Cazzo. Se domani qualche collega vuole entrare in Aula Ferri, non potrà fare lezione perchè il sottoscritto ha sottratto indebitamente quanto non è di sua proprietà (e che doveva riconsegnare al guardiano, in base a quanto stabilito con la segretaria della Presidenza). Cazzo.



Alla fine m'infilo la chiave in tasca. E chiamo due o tre prof. di Lettere che potrebbero darmi una mano. Niente: telefonini spenti. Ritorno al Tribunale (non per deporre in merito alla sottrazione illecita) e vedo una vecchina con i capelli fucsia e un paio d'occhiali stratosferici (deve essere miope a gradi indefinibili). "E' lei professore?" (aridaglie co "professore"). E vabbè, faccio sì, sono io, lei, immagino, è la signora Cirillo. E lei: "Ah, che piacere professò, allora come sta? Allora, ci vogliamo anda a vede sta bella camera che abbiamo preparato pe lei?". Le spiego che Lucia, la mia amica materana, mi aveva detto che si trattava di un monolocale. Prezzo: 180 euro al mese. "Ma no, non le conviene, là ci sta solo una stanza" (penso: se è un mono-locale, è il minimo che consista solo d'una stanza, no?) "e poi, guardi, là ci stava uno, un ingegnere, professore pure lui all'Università, mi pare, ma sembra che ora che se ne è andato vuole metterci un amico suo architetto, quindi, professo, non le conviene, venga, venga con me che le faccio vede la camera che fa al caso suo". E nemmeno il tempo di fare due passi che, svoltato l'angolo, la sig.ra Cirillo mi presenta un tipo alto e robusto sulla cinquantina in compagnia di una ragazza in carne dai capelli neri e riccissimi, entrambi fermi e immobili in piedi davanti a una Fiat Punto verde smeraldo. "Questo è mio cognato. Si è preso la figlia di mia sorella. Si chiama Antonio; Antonio questo è il professore di cui dicevamo". Mi sono già perso nel marasma dei legami parentali quando Antonio mi stringe la mano affettuosamente e mi fa: "Allora lei è professore, eh? E che insegna, che insegna, se si può sapere, eh?". "Letteratura Spagnola, per ora", gli rispondo. E intanto mi presento alla ragazza (sulla ventina): "Piacere, Sara". "Piacere". "Allora, professo, mo lei va a casa sua insieme a Antonio, la stanno aspettando anche gli altri, in questa casa ci abitano altri tre studenti, uno di medicina, gli altri due fanno gli infermieri". Le ripeto che sarei più interessato al monolocale; allora interviene Antonio, che sembra osservare qualcuno o qualcosa dietro le mie spalle: "Ma no, professo, quello è stretto, è una stanza sola, dentro ci sta un divano letto soltanto, e poi è costretto a dormì, a mangià e a fassi il bagno tutto dentro allo stesso spazio" (aridaglie). "Allora, lei oggi vede tutto, poi se le piace e le sta bene anche il prezzo, mi sembra 170 o 180 euro, me lo dice, vabbè, me lo fa sapere per telefono che così la smette di buttà i soldi all'albergo e dorme da noi, vabbè; per noi non ci sono poblemi, per noi può dormì pure stasera là". E la sig.ra Cirillo sparisce come un fantasma dalla scena. Mi ritrovo seduto davanti alla Fiat Punto; Antonio mi racconta della sua vita, mi dice che è cieco (ecco perchè prima mi sembrava che il suo sguardo puntasse dietro di me, o fosse comunque scentrato) e mi confessa orgoglioso che è uno dei responsabili a livello regionalei di una Associazione che si occupa di aiuti ai ciechi e ai disabili in generale. Mi sta subito simpatico perchè mi sembra più razionale e pacato della sig.ra Cirillo (che è sua cognata, mi sembra d'aver capito, o sua sorella, o boh). "E' dura la carriera da professore, vero? Ma da dove viene?". Gli spiego che per ora mi muovo col pullman da Firenze. Esclama qualcosa che potrebbe essere un "cazzarola"; Sara guida con una certa solennità; poi fa una curva stretta e mi fa ondeggiare verso destra. La faccia quasi sul finestrino. "Anche Sara studia". Le chiedo cosa: il primo anno di Scienze Alimentari. Mi complimento, tanto per dire qualcosa. Ma anche lei mi sta simpatica.



Arriviamo alla fantomatica casa; dentro ci sono tre donne, una sulla quarantina (piacente e vestita come una velina); una sulla cinquantina (cicciona e dal viso arcigno; indossa una pelliccia di non so che animale); una sulla sessantina (assomiglia in modo impressionante alla Cirillo). Mi riempiono di chiacchiere. Una mi spinge in cucina e mi offre un bicchiere di vino; un'altra mi mostra la stanza (spaziosa ma tristemente spoglia) e un'altra ancora mi spiega che "professo, non si preoccupi, se deve arriva all'Università qua dietro ci sta il tram e pure l'autobus; ma beva, beva un bicchierino di vino, sù". Poi mi presentano fugacemente gli altri coinquilini (piacere, piacere); e intanto Antonio girovagando per l'ingresso chiede a Sara che fine abbia fatto perchè non mi sente più parlare; Sara glielo dice: "Sta qua dietro, zio" (ma come, è sua nipote?). "Ora decide lei professo, intanto l'ha vista, poi faccia lei". La donna vestita da velina sculettando se ne va. L'altra mi scrive su un pezzo di carta il suo numero di telefono (qua ci sta il bagno, me ne ero scordata). L'altra ancora, quella arcigna, mi dice "arrivederci" sbattendo forte la porta.



"Ora la riaccompagnamo all'hotel, va bene?". Sara si rimette al volante e guida con calma, facendo attenzione ai pedoni. Antonio mi dice che se voglio posso andarlo a trovare presso il suo centro per disabili (mi spiega che ci sono 6 postazioni internet gratis per tutti). Poi mi scaricano davanti al tribunale. L'hotel è vicino. Spiego loro che preferisco fare due passi da solo a piedi. E così, mi ritrovo a correggere una tesi mezzo sbronzo sul tavolo della hall (non ho ancora mangiato niente dalle 15 e ho bevuto già 2 bicchieri di Aglianico). Osservo inebetito un numero di telefono scritto su un pezzo di carta e non ricordo più a quale nipote, zia, figlia, suocera o nuora della mitica sig.ra Cirillo appartiene. E chissà dov'è a quest'ora, la Cirillo. Forse crede davvero che sia rimasto a dormire da loro. E non sa che sono ancora in albergo. Non sospetta che stanotte riparto per Firenze, senza aver ancora deciso cosa fare di quella stanza in quella casa popolata da donne d'altri tempi...

sábado, marzo 08, 2008




Le persone "serenelle"


L'altro giorno ho risentito Serenella, una mia cara ex-compagna di lavoro all'aeroporto, ed è stato subito un felice trillare di risate, come stai, come te la passi, ma stai bene anche tu, che voce squillante, che allegria nel tono, che tipa che sei! Serenella è una di quelle persone ottimiste che riescono a farti vedere la vita con occhi meno cupi; ha un'allegria innata e diffonde sorrisi a mansalva, anche a chi non se li merita affatto. Lavora come una matta (nel senso che è davvero una stacanovista) e per le capacità che ha potrebbe benissimo dirigere una scuola o fare la rappresentante di Confindustria o fondare un nuovo partito (questo no, non glielo auguro proprio, visti i tempi in Italia, ma comunque... Serenella con le sue doti umane potrebbe fare anche quello). Per quelli dell'ufficio centrale e contabile è solo un numero; è solo la top-score di ogni mese (o quasi ogni mese), ossia, quella del gruppo che fa guadagnare più soldi a quelli che stanno in alto (i fondatori della marca - americana; non la cito apposta per non farle inutile pubblicità; tanto quella ce l'ha già, basta girare in aeroporto o sulle autostrade di mezzo mondo per vederla). Eppure lei continua a fare il suo dovere al massimo, coi suoi 34 anni portati benissimo, con la voglia che ha di fare un figlio, anche se ancora non lo è, madre, manca sempre quel bimbo che prima o poi arriverà (Serenella è una persona paziente e sa aspettare; cosa che oggi quasi nessuno riesce più a fare; sarà anche per questo motivo che - mi si perdoni lo scontato gioco di parole - è così serena).

Un'altra persona "serenella" è Nicola, che oggi è venuto a trovarmi a Firenze da Pisa. Nicola è un ingegnere informatico che ne sa una più di Bill Gates (ma è modesto, non si vanta e non lo vuol dare a vedere; io, invece, che sono suo amico e ora voglio un po' sputtanarlo, so per certo che una volta è riuscito a intrufolarsi nel sistema operativo di una famosa azienda che produce robots in Giappone - chiusa la parentesi; Nicola non sa di questo mio blog; Alyssa glielo accennò anni fa, ma deve averlo dimenticato, da allora non me ne ha mai chiesto spiegazioni; sa che mi piace scrivere, ma addirittura su un blog, dai!). Nicola è come Serenella: il solo contatto con un tipo come lui ti restituisce la voglia di andare avanti e di sorridere. Nicola è quel tipico individuo posato che, se vede che il terromoto sta buttando giù l'intera casa, lui non smuove un dito; si scansa dai macigni per non morire e poi dice: "Qual è il problema? La casa la ricostruiamo, siamo ancora vivi, no? Dunque, via, mettiamoci sotto, a lavoro, ragazzi!".

E quante volte avremmo bisogno di persone come loro, come Serenella (voce squillante) o come Nicola (hacker buono), quando la visione leopardiana della vita prende il sopravvento e il pessimismo cosmico ci spinge a pensare al suicidio (o a una fine eclatante, vada in malora tutti, affanculo tutto, e che sia quel che sia). Loro no. Serenella no; Nicola neppure: loro sono quelli che nei momenti duri si rimboccano le maniche e sudano per riprendere posizione sulla scacchiera quando l'avversario c'ha la partita in mano ed è pronto a fare scacco matto. Loro sono quelli che lavorano bene e si sentono dei professionisti e quindi non lo fanno vedere agli altri, operano nell'ombra, quando qualcuno li elogia ringraziano umilmente e continuano a dare il massimo.

Scrivo queste piccole riflessioni minime su due persone amiche mentre ascolto Jovanotti (dall'ultimo album, Safari) e la canzone (che s'intitola "Mezzogiorno") mi rimette allegria e questi versi mi fanno riflettere e, al contempo, mi fanno sorridere, e mi fanno stare bene con me stesso:

"La foto della scuola non mi assomiglia più

ma i miei difetti sono tutti intatti

[...] e giorno dopo giorno passeranno le stagioni

ma resterà qualcosa in questa strada

non mi è concesso più di relegarti i miei casini

mi butto dentro vada come vada

siamo come a mezziogiorno baby

senza più nessuna ombra intorno

siamo come a mezzogiorno baby

senza più nessuna ombra più nessuna

ombra intorno baby"

viernes, febrero 29, 2008

Diario di bordo del viaggio verso il Sud del Mondo

[sezione avventurosa di questo diario di borderlines, per chi abbia voglia di leggere di disgrazie varie occorsemi o inventate da me di sana pianta negli spostamenti plurimi verso Eboli, Sala Consilina e il Sud del Sud d'Italia; ovvero: "come imparare a sopravvivere tra treni, pullman notturni, navi, taxi e autostop"]

Notte in bianco. Il pullman è semi-vuoto; una polacca racconta a una vecchina di Vicopisano che si è inventata una nuova tinta, un nuovo colore per i capelli: osservo i capelli della polacca, e sono d'un celeste spaziale. Mi ricorda qualche protagonista femminile di qualche cartone animato giapponese. Però è carina: molto carina. E parla un'italiano ottimo.
Dall'altro lato, sulla destra, un materano sta spiegando a un fiorentino la convenienza di fare un mutuo a tasso fisso. Lui è da 11 anni che lo paga. E visti i tempi che corrono e quanto è successo, meglio così, cazzo, meglio il tasso fisso che quello variabile, no? Il fiorentino, mezzo assonnato, fa cenno di sì con la testa.

Arrivo all'alba. Sono nella rupestre Lucania. Ho un appuntamento importante con la segretaria della Presidenza alle 8,30. E alle 9 dovrei cominciare a fare lezione. Temporeggio osservando dei cani randagi che pascolano liberamente in stazione. Poi, finalmente, dopo un caffè di rito, entro nell'ufficio della segretaria. Che è molto carina. E molto simpatica e disponibile. Mi dà anche le chiavi dello studio. Ringrazio e volo in classe.

Mi ricordo che alle 17, dopo la fine delle lezioni, ho ricevimento con una ragazza della SISS (famosa e famigerata). Sono le 15,30 e dopo 3 ore di lezione sento le gambe tremare. Le forze scemano. Iniziano i sudori freddi. Sono le 17,05 e la ragazza non si vede. Chiudo rapidamente la porta dell'ufficio e mi trasporto con movimenti lenti e scoordinati verso l'uscita. La ragazza è lì che, tutta affannata, esclama: "Professore, è lei!". Dico sì e lei: "Per fortuna che l'ho trovata! Mi ero persa dentro questo labirinto". Sorrido. Ma sono a pezzi. E qui comincia la parte onirica del racconto.

Intravedo due occhi verdi molto luminosi. Labbra carnose. Mi parla di supplenze d'inglese e di spagnolo. Ora vorrebbe avere anche l'abilitazione in tedesco. Mi chiede il programma. Mi ritrovo non so come tra le mani il "mio" programma. Con tutta la lista dei libri d'esame. "Posso fotocopiarla?". Le dico che può farne ciò che vuole. Mi accascio su una panchina. "Vada pure lei, io l'aspetto qui". La vedo scomparire dietro la porta a vetro di una copisteria che si chiama "Flash-copy". Vedo il commesso che fa un'espressione strana e mi indica, come fossi un barbone buttato là per caso. Rivedo i due occhi verdi e luminosi. "Fatto, professore". Fatto? Sono fatto? Poi due mani al volante. "La prego, non svenga, perchè tra le altre cose l'ospedale è lontano da qua, eh?". Apro un finestrino di una macchina nera. E' l'auto di questa studentessa. Fatto? Ospedale? Sono io che parlo o è un altro? Siamo qui o a Pisa? O questa è Firenze? E chi guida l'auto? "Ecco, vede, deve scendere lungo viale Garibaldi, se vuole arrivare alla stazione a quell'ora di notte, come mi ha detto lei. Non prenda viale dell'Università, è troppo lungo e poi con le valigie è scomodissimo". Mi s'incrociano i nomi delle strade. Siamo davanti a un hotel. "La ringrazio, è stata davvero gentile. Mi ha fatto da guida, è stata un'ottima cicerone". Le stringo la mano. Siamo davanti a una caserma. No, è un collegio di frati. No, mi dice lei: "E' questo il suo hotel". E penso: "Io a questa la dovrò interrogare. E come farò, quel giorno, a dimenticarmi del fatto che mi ha dato una mano pratica così spassionatamente? Se non era per lei a quest'ora ero ancora in giro. O forse, ero svenuto e mi trovavo già all'ospedale". Poi l'auto riparte. E io vomito anche l'anima, all'ingresso dell'hotel.

"Professore si sente male?". Una monaca di clausura, con il viso mezzo coperto dal velo, s'interessa del mio stato di salute.
"Non si preoccupi, sorella", le rispondo, come fossimo in un film e vado verso la reception, a riconquistare la chiave della stanza, e un po' di tranquillità, e un po' di sonno ristoratore...

lunes, febrero 18, 2008



Alain Robbe-Grillet est mort




L'ho saputo il 18 Febbraio, di pomeriggio, dopo un pranzo fin troppo lauto. Ho letto un solo suo romanzo, quello che s'intitola La gelosia (pubblicato nel 1957), e ne ho un ricordo vago, mi risultò ostico, un romanzo che non era un vero romanzo, con un personaggio che osserva un triangolo amoroso, se non erro e non ricordo male, e passa tutto il giorno a cercare di svelare un mistero che non si capisce bene cosa sia, il tutto scritto con una prosa secca, asciutta, ma proprio per questo ancora più complessa, difficile da seguire. Poi lo incontrai in Spagna, per una delle casualità di cui è fatta la vita. Ascoltai con interesse il suo intervento (qualcuno, prima di lui, qualche critico spagnolo, citò dei brani dalla sua raccolta di saggi Pour un Nouveau Roman, e allora ricollegai la figura, così simpatica e barbuta, al teorico del famoso "Nuoveau Roman", che tanta influenza dovette avere sugli scrittori degli anni 60 e 70 e mi ricordai anche del fatto che Robbe-Grillet collaborò alla sceneggiatura di quel capolavoro che è L'année dernière à Marienbad di Alain Resnais, uno dei maestri della Nouvelle Vague, insieme a Godard, e Truffaut e, il mio preferito, Eric Rohmer). E così presi coraggio e gli domandai non ricordo più cosa circa il romanzo novecentesco e Joyce e lui mi rispose in francese, e poi in inglese (mi confessò che sapeva poco l'italiano) e mi consigliò di rileggermi uno che aveva anticipato anche Joyce, e cioè Italo Svevo, con il geniale La coscienza di Zeno. Poi ci fu un pranzo, e io finii davanti a lui e a sua moglie, una di quelle donne francesi che non riescono a smettere di pronunciare la "erre" con quel tipico accento francese anche quando parlano in inglese, o si sforzano di parlarlo davanti a ospiti non francesi. Una tipa simpatica anche lei, come il marito, che ora è morto, non c'è più, se n'è andato a 85 anni e non potrà più scrivere romanzi nè teorizzarci sopra, nè potrà più consigliare agli italiani amanti della letteratura di rileggersi Svevo... Poi passò a citare la fenomenologia di Husserl e lì persi il senso del discorso, attaccai il secondo, Robbe-Grillet rideva e non si stancava di rispondere a critici e professori che lo disturbavano con le loro domande oziose anche a pranzo, mentre lui mangiava la zuppa di pesce e la moglie sorrideva anche lei, con la "erre" moscia e una chioma bianca sbarazzina e un'eleganza innata davvero sorprendente...

domingo, febrero 17, 2008

Di quante cose abbiamo veramente bisogno per vivere?



La domanda me la sono fatta l'altra mattina, quando sono andato a dare una mano ad Alyssa e le ho fatto i vetri (mi ha detto che mi pagherà per questa mano che le ho dato... le ho risposto che non se ne parla nemmeno, che è vero, per ora non ho molte entrate, ma ancora non sono sul lastrico e poi mi fa piacere darle una mano, una mano pratica, intendo, ogni tanto). E così, mentre io m'improvvisavo lavavetri e m'impegnavo a pulire a lustro una delle vetrate dell'ingresso dell'agenzia mi si è avvicinato un barbabone, uno che il lavavetri lo fa di mestiere, lo fa sul serio, insomma, tutti i giorni. Sorrideva, mentre chiedeva qualche spicciolo agli automobilisti che erano costretti a fermarsi (semaforo rosso) e che puntualmente lo guardavano incazzati prima di sgommare e partire (semaforo verde).
Il barbone mi si è avvicinato e ha riso: "Buono!", mi fa. E indica lo spruzzino che ho in mano.
"Buono profumo! Ottimo!", mi spiega. E ride. Immagino che si stia riferendo al profumo di lavanda che emana il prodotto che fuoriesce dallo spruzzino. E penso: caspita, è vero, non ci avevo fatto caso.
"E' una bomba, questo qua, contro lo sporco", gli dico, tanto per avviare il dialogo (e nel mentre mi do del cretino, ho appena detto una frase da spot pubblicitario di quelli proprio dementi).
"Si fa bene con quella carta", mi fa, indicando il rotolo che ho poggiato su una delle scrivanie. Ha il giubbotto sporco e strappato, un paio di Nike nere consumatissime e una barba sfatta di mesi. Non puzza. Non dà l'impressione di essere pericoloso. Alyssa lo avvista e mi fa cenno di smettere di stare lì a dargli confidenza, potrebbe tornare quando io non ci sarò a farle compagnia, e lei ha paura ("e se poi, presa confidenza, entra in agenzia?"). La capisco.
Ma in quel momento il barbone torna a farsi sotto: sorridendo mi fa: "Alza, alza musica, amico!". Sto facendo i vetri e intanto ho acceso una radio scassata dell'agenzia su RDS. Il barbone accenna anche qualche passo di ballo. In questo momento stanno cantando I gemelli diversi. Rido anch'io per un po' e penso: è la seconda cosa cui non dò importanza e che questo poveraccio nota e dallo sguardo quasi mi invidia. Oltre al profumo del prodotto che uso (faccio le pulizie e ho l'olfatto titillato dal sapore della lavanda), il barbone mi fa capire quanto sia piacevole il fatto che lavori con la musica in sottofondo (lui che l'unica musica che sente è quella che magari, a sprazzi, proviene dalle auto dei potenziali clienti cui chiede qualche spicciolo). Continua a chiedere l'elemosina. Io finisco, Alyssa chiude a chiave l'agenzia. E ce ne andiamo. Torno in macchina, il barbone probabilmente se la sogna, un'automobile. Salgo le scale e prendo l'ascensore: quando sarà stata l'ultima volta che il barbone è salito su un ascensore? Entro in camera e accendo il pc e mi metto a scrivere di lui e penso: il barbone non ha un computer. Forse non l'ha mai avuto e non sa nemmeno a cosa serve, nè come si accende. E penso: di quante cose abbiamo veramente bisogno, oggi, per vivere? Di quante se ne può fare a meno? Quante ne abbiamo, ogni giorno, sotto gli occhi, e non sappiamo che farcene, non ce ne accorgiamo nemmeno che sono lì, sotto i nostri occhi, o non le usiamo o non le apprezziamo per quello che sono?

viernes, febrero 15, 2008



I difetti di Caos calmo (il film)



L'annosa questione se sia meglio il libro o il film ha fatto spargere fiumi d'inchiostro, come suolsi dire, da quando è nato il cinema e quest'ultimo (da arte giovane qual è) s'è nutrito per le sue storie delle storie raccontateci dalla letteratura (come sarebbe stato il film che aveva in mente García Lorca, non l'avessero ucciso i fascisti allo scoppio della Guerra Civile? Ci si ricorda mai del fatto che Pirandello collaborò alla stesura delle sceneggiature tratte dai suoi romanzi?- non vorrei dire una cazzata, ma mi sembra di ricordare proprio questo particolare dalla Storia del cinema di Rondolino e co. S'insisterà mai abbastanza sul fatto che il montaggio, ben prima di Ejzenstejn e di Griffith, venne "inventato" dai romanzieri come Charles Dickens e co.?). Un punto fermo intorno alla riflessione sui rapporti cinema-letteratura c'è, lo si è conquistato, non ci sono più dubbi in merito: ogni opera letteraria che venga trasposta al cinema subisce un'inevitabile processo metamorfico per cui, puntuale, il lettore del romanzo resta deluso dai risultati ed esclama tra sè, magari indignato: "Era meglio il libro!". E' che leggendo ci "facciamo il nostro film", che evidentemente non coincide mai con quello girato da quel determinato regista. Quanti capolavori letterari sono stati rovinati al cinema? (ma vale anche la domanda retorica al contrario: quanto libretti o libercoli sono diventati magnifiche opere cinematografiche? Pensiamo a tutti quei romanzetti di genere cui s'è ispirato Hitchcock per i suoi film... Pensiamo a cosa è diventato lo Shining di Stephen King nelle mani di Kubrick). E' che i libri sono fatti di parole; e le parole si contraddistinguono per una connaturata "polisemia" che nei film si perde. Ed è che i film sono fatti di immagini e per "polisemiche" che queste vogliano essere sono comunque sempre più precise delle parole (delle metafore, poi, non ne parliamo). Se in un libro trovo scritto: "si sedette sulla panchina davanti alla scuola della figlia", in un film devo vedere com'è fatta quella panchina, e capire che tipo di scuola è quella, il colore, la distanza, ecc. Nel libro sono libero di immaginare (su suggerimento del narratore); nel caso del film, vedo qualcosa che ha già visto per me il regista, e non sono più così libero di "divagare" con la fantasia. Quando poi il libro è letteralmente "pieno" dei pensieri di un protagonista che parla in prima persona, beh, allora, nel caso del film io i pensieri posso solo "indovinarli" a partire dai gesti, la parola al cinema deve essere "utilitaristica", deve essere merce d'uso comune, non può trasmettere i pensieri, e se lo fa, con la voce in off, lo deve fare con moderazione (immaginatevi un film con voce fuori-campo che interviene costantemente a commentare, a dire, a spiegare: sarebbe una noia mortale!).

Caos calmo è tratto da un libro il cui fascino si basa molto sull'appeal di un personaggio che pensa cosa sarà (cosa diventa) la sua vita dopo la morte della moglie con una figlia di dieci anni da crescere e accudire. E bastano purtroppo le prime immagini per capire che quell'appeal si perde anche se a recitare la parte è uno come Nanni Moretti. La regia di Antonello Grimaldi è pulita, direi quasi troppo "scolastica"; l'attore è bravo, ma tende a prevalere sugli altri personaggi di contorno (tutti molto simpatici, nel romanzo, anche quando svolgono il ruolo dei cattivi). Nel romanzo si percepisce l'angoscia di chi subisce un trauma simile; nel film, Nanni Moretti è a volte così bravo a fare la parte di chi, nonostante il lutto, non lo elabora e non piange che ci scordiamo della moglie Lara. Nel romanzo di Veronesi l'osservazione della realtà attraverso il filtro di questo personaggio così comune che comunque vive una situazione così anomala tende a farsi spesso poesia; nel film la poesia scompare a favore della prosa; e l'unica momento lirico che mi fa commuovere è quando Nanni Moretti studia i comportamenti dei suoi simili, vede arrivare i vigili e poi capisce che di lì a poco i genitori prenderanno pacificamente d'assalto la scuola in cui si re-impossesseranno dei propri figli (la musica qui aiuta molto; la scena è molto teatrla, oltre che corale). Un po' poco, direi. Anche nel finale, si perde gran parte del pathos del romanzo. Se il libro finisce con il protagonista che, in una sorta di megatelefonata astratta, immagina di mettersi in contatto con tutti quelli che sono andati a "confortarlo" sulla sua benedetta panchina e, infine, chiede di poter parlare finalmente con Lara, nel film Moretti accusa il colpo della figlia ("non stare più qua, papà, i compagni di classe mi prendono in giro") e poi parte, ma senza dire nulla e senza pensare nulla (nè di sè, nè della figlia, nè tantomeno della moglie). Il regista deve aver ragionato "per sottrazione", rispetto a un romanzo tanto vasto e sotterraneamente passionale; però ha "sottratto" troppo, tanto da togliere gran parte della poesia insita in una storia come quella di Veronesi. Non solo non si è liberi di "divagare" con la fantasia; in questo caso, ci viene tolta anche la possibilità di commuoverci (tutto il contrario, per fare un'esempio morettiano, de La stanza del figlio, dove la musica, il montaggio, l'uso delle inquadrature servono proprio a farci "partecipare" del pathos del protagonsita).

lunes, febrero 11, 2008




Don Quijote e Sancho Panza e le frustate per amor di Dulcinea






Questa mattina mi sono svegliato male: ho avuto gli incubi, e poi sono convalescente, dopo due giorni di febbre alta e influenza virale fastidiosissima. E allora ho fatto un esperimento: ho preso una copia del Don Quijote e ho aperto una pagina a caso. L'esperimento è riuscito: Cervantes fa morire dal ridere. E' inutile, non si può, e non si deve mai smettere di notarlo e sottolinearlo e di ringraziarlo per questo . L'autore che scrisse uno dei classici più vivi della letteratura mondiale (un facchino conosciuto qui a Firenze mi ha detto, sinteticamente, ma azzeccandoci parecchio: "Sembra cosa da nulla, e invece dentro c'è tutto") dovette divertirsi moltissimo nello scrivere di simili dialoghi (riporto in originale quanto trovato a caso: DQ, II, 60):

"-¿Qué es esto? ¿Quién me toca y desencinta?
-Yo soy - respondió don Quijote -, que vengo a suplir tus faltas y a remediar mis trabajos: véngote a azotar, Sancho, y a descargar, en parte, la deuda a que te obligaste. Dulcinea perece; tú vives en descuido; yo muero deseando; y así, desatácate por tu voluntad; que la mía es de darte en esta soledad, por lo menos, dos mil azotes.
-Eso no – dijo Sancho; vuesa merced se esté quedo; si no, por Dios verdadero que nos han de oír los sordos. Los azotes a que yo me obligué han de ser voluntarios, y no por fuerza, y ahora no tengo gana de azotarme; basta que doy a vuesa merced mi palabra de vapularme y mosquearme cuando en volutad me viniere.
-No hay dejarlo a tu cortesía, Sancho – dijo don Quijote -, porque eres duro de corazón, y aunque villano, blando de carnes”.

Compassione, comicità e sottile malinconia: tutto insieme, in poche righe, nel cuore di un pazzo che crede a quanto gli racconta lo scudiero, vittima anche lui delle burle degli adulti, Sancho poveraccio che deve sculacciarsi a suon di frustate, tremila frustate sulle chiappe e passa la paura e Dulcinea verrà finalmente "disincantata": cioè vale a dir, riapparirà sotto le vere spoglie (e non quelle "reali" e brutte di Aldonza Lorenzo). Poesia è forse parola esatta... Poesia che nasce dai dolori tutti umani di personaggi che sembran più veri delle persone reali...

 Quasi fatto tutto (in tempi record) Non so esattamente come ci sono riuscito, ma ho quasi fatto tutto (in tempi record). Sarà che sotto str...