miércoles, diciembre 31, 2025

 Il rumore del mondo (parola di Galimberti e di Byung-Chul Han)



L'altra mattina, approfittando di un momento di solitudine e silenzio, leggevo su La Repubblica un bell'articolo di Umberto Galimberti, intitolato "La pausa è un incubo se non può tacere il rumore del mondo" (28/12/2025). In quest'articolo, Galimberti riprende concetti già esposti in altri suoi saggi (l'ultimo che ho letto mi è piaciuto molto, s'intitola L'etica del viandante -Milano, Feltrinelli, 2023 - e ricordo che lo divorai già da Fiumicino, in attesa del volo di rientro in Spagna, nel dicembre dell'anno scorso; stranissimo l'editing, perché in diversi capitoli mi sembrava di ri-leggere brani già letti, come se davvero gli editori / impaginatori / stampatori avessero fatto confusione).

Ebbene, l'idea centrale che sostiene in questo pezzo il Prof. Galimberti è che nel mondo ipertecnologico attuale noi esseri umani abbiamo paura della pausa, non sappiano che farcene del "vuoto" creato dalle vacanze, che funzionano con un altro ritmo, che dovrebbero essere l'occasione perfetta per smetterla di correre, di vivere come se la vita fosse solo una "perfomance", una maratona in cui esigersi il massimo e mostrare le proprie vittorie agli altri sui social o magari condividerle col mondo come se i traguardi raggiunti sul lavoro - unica dimensione che definisce la nostra identità, nei tempi odierni - interessassero davvero agli altri. Tutti in mostra, tutti in vetrina, tutti auto-sfruttati in nome dell'efficenza, quella che insegue la tecnica, che non appena raggiunge dei fini se ne pone altri, senza badare ai mezzi, anche quando è l'essere umano il mezzo per arrivare a tali fini.

Ecco: sono d'accordo con il Prof. Galimberti, ma la cosa che più mi sorprende è la stranissima coincidenza nel ricevere la segnalazione di un articolo di un altro pensatore contemporaneo, il filosofo coreano Byung-Chul Han, insignito quest'anno del "Premio Princesa de Asturias" per la Comunicazione e Studi Umanistici (uno dei più importanti nell'ambito culturale in Spagna). L'articolo s'intitola "Perché leggere Byung-Chul Han a Natale?" e lo firma su ABC Elena Cué il giorno di Natale.

Traducendo un pezzetto dell'articolo, Cué sostiene che leggere questo filosofo coreano a Natale è una sorta d'invito a fermarci, a rallentare, ad allontanarci per un po' dalla produttività costante e accelerata dei tempi odierni. La giornalista sostiene che contro questo tipo di ritmi e di tendenza globale dovremmo coltivare l'"amore", il "desiderio" e la "parola". Sono tre parole chiave anche nell'ambito della ricerca filosofica di Galimberti. E uno si domanda se, in realtà, questa accelerazione tremenda, questa percezione distorta del tempo che passa, questa forma di auto-sfruttamento o auto-flagellazione, siano nodi dell'oggi o esistettero anche in passato. 

Come avranno vissuto l'invenzione della macchina i nostri antenati? Come quella del telefono? Come quella del computer, quando i pc iniziarano ad essere usati non più e non solo per scopi militari, ma anche scientifici e d'intrattenimento domestico? Come quell'homo sapiens che - come nel capolavoro di Stanley Kubrick - afferra un semplice osso e lo trasforma in arma di distruzione e dominio sul prossimo? (devo rivedere 2001: Odissea nello spazio).

E quanti dei nostri antenati non hanno dato il giusto peso a parole (astratte) così importanti come "amore", "desiderio" e "parola"?

E un'ultima domanda: chissà se si leggono, tra di loro, Galimberti e Han, chissà se si sono conosciuti in qualche congresso o evento filosofico culturale, chissà se si stanno simpatici (dato che pongono l'accento sulle stesse questioni complesse che ci riguardano tutti).

sábado, diciembre 27, 2025

Marisol Benet


È morta Marisol Benet, sorella di Juan Benet, scrittore ingegnere che, nel corso degli anni 70 e 80 del secolo scorso, pubblicò alcuni dei romanzi più sperimentali e innovativi del panorama ispanico (Volverás a Región, uno dei suoi capolavori, tradotto in italiano nel 2016 da Sebastiano Gatto e Piero dal Bon per Amos Edizioni, apparve in Spagna nel 1967, lasciando nello sconcerto più totale più d'un lettore sprovveduto o poco avvezzo a romanzi senza trama, quasi senza personaggi e molto vicini alla scrittura di William Faulkner, con quei lunghi monologhi che durano pagine e pagine). 


Ricordo quando la conobbi a Parigi, ormai più di 10 o 15 anni fa. Eravamo tutti riuniti per parlare del fratello, un congresso enorme alla Sorbonne, organizzato da Claude Murcia, una delle ispaniste più esperte di Benet.


Ricordo il suo sorriso e la sua affabilità; era una signora molto simpatica e molto alta, chioma bianca e sguardo sempre attento, dolce, penetrante. Non ricordo bene di cosa parlammo, di sicuro le mostrai tutta la mia ammirazione verso l'opera del fratello. Poi andammo a cenare insieme a tutti gli altri congressisti in un ristorante tipico francese vicino all'Università (vino buonissimo, alla tavolata erano seduti colleghi spagnoli, francesci, italiani, ma anche russi, tedeschi e perfino americani).


La notizia della morte di Marisol Benet mi fa venire in mente la morte dei nonni. Cammino lungo il vicolo della casa dei miei e non ci sono più nonni, non ci sono più molti dei vicini ultraottantenni, non ci sono più i giovani che - come me - sono emigrati verso il Nord Italia o all'estero. 


Quando uno torna a casa ha la sensazione che il tempo sia passato troppo di fretta e, al contempo, che non sia passato affatto. 


Stamattina ho intravisto il campetto in cui giocavamo a calcio, un terreno ora pieno di cespugli e sporcizia, alberi rinsecchiti e qualche mucchio di terra che sta lì da secoli. Sembra irreale che 30 o 40 anni fa lì c'eravamo noi, i ragazzini del vicolo, tra i 10 e 16 anni, sempre pronti a correre dietro a un pallone, a farci gli sgambetti, a romperci le ossa pur di fare goal.


Noto che questo Natale il sentimento predominante, lo stato d'animo che prevale, è la malinconia. 


Mancano solo 2 giorni per il rientro in Spagna. E solo ora mi accorgo di quanto ho scritto in questo diario di bordo in questo mese di dicembre, caratterizzato da una brutta e lunga influenza, da molteplici letture, da tanta scrittura che esula dal lavoro e dall'ambito accademico.


Mancano solo 4 giorni al Capodanno. E tutti a chiedere: "Tu che fai? Tu come festeggi? Tu dove vai? Ah, beh, in Spagna, beato te!". E uno si domanda: come sarà l'anno che verrà? Finirà la guerra? Finiranno le guerre? Torneranno altre forme di pandemia? Resterà ancora in piedi la UE?


Solo 4 giorni al 2026...

domingo, diciembre 21, 2025

 Natale 2025


Penso a quanto si sia spopolato il vicolo negli ultimi 10 anni. Tante vedove, tante vicine di casa anziane vedove da anni, sono morte ultranoventenni. Ma muiono anche giovani, soprattutto tra i 40 e i 50 (le teorie del complotto sono sempre dietro l'angolo: è il vaccino anti-covid). 

Intanto, mio fratello mi regala (in anticipo sul Natale) Ficciones, di Jorge Luis Borges, comprato in un suo lungo viaggio in Argentina (Buenos Aires e poi Tierra del Fuego e la Patagonia, coi suoi ghiacciai ancora in vita, con i suoi paesaggi mozzafiato sottozero). Apro a caso il libriccino (che contiene alcuni dei racconti più universalmente famosi di Borges) e m'imbatto in "Tres versiones de Judas" (ovvero, "Tre versioni di Giuda"):


"En el adulterio suelen participar la ternura y la abnegación; en el homicidio, el coraje; en las profanaciones y la blasfemia, cierto fulgor satánico", questa è la frase in cui m'imbatto per caso, ovvero:
"Nell'adulterio partecipano di solito la tenerezza e l'abnegazione; nell'omicidio, il coraggio; nelle profanazioni e nella blasfemia, un certo fulgore satanico".

Non ricordavo affatto questo racconto di Borges, né una frase del genere (con cui mi dichiaro d'accordo: l'adulterio implica sempre tenerezza e abnegazione, oltre a passione irrazionale che spinge a rompere le regole normali e le norme morali).

Lo rileggo con curiosità: è un racconto perfetto per il periodo natalizio, proprio perché ci spinge a mettere in questione Dio e la sua onniscienza, Dio e il fatto che abbia deciso di salvare l'Umanità incarnandosi in Cristo, e allora sì, allora è vero, ammettiamolo, Giuda Iscariota non è solo il traditore, è anche l'unico, tra gli apostoli, che non si limita a seguire Gesù, ma che compie la sua missione per mandarlo alla croce, condannarlo a morte con l'inganno (i famosi trenta denari)...

Intanto, mi accorgo di quante pubblicità in Italia parlino di profumi, di moda, di bellezza, di cibo... A guardare gli annunci pubblicitari siamo davvero un paese con il culto per il mangiare buono e fissato con l'immagine (Versace, Valentino, Dolce & Gabbana, non c'è grande marchio di moda che non diventi in questi giorni il potenziale regalo azzeccato, il più ambito e desiderato).

L'insonnia mi impedisce di dormire, come succede ogni volta che torno nel paesino delle montagne del centro-Italia in cui sono nato. Per provare a sconfiggerla, la maledetta insonnia, leggo i 3 o 4 numeri di Dylan Dog che mi si sono accumulati da agosto. Speriamo di non avere gli incubi. E invece, ce li ho (scene senza senso, travestimenti assurdi, polizia che m'insegue e donne amate in passato che tornano sotto mentite spoglie per chiedermi di fare di nuovo l'amore o per tagliarmi la gola).

È Natale 2025: la mia idea di Natale è cercare di uscire il meno possibile, vedere meno persone possibile, stare solo coi pochi intimi, leggere R. L. Stevenson, rivedere Eyes Wide Shut (il film di Natale per eccellenza), finire un odioso corso di formazione online sulla IA e rimettere mano a un libro parcheggiato da troppo tempo... E a proposito di IA: il Time dedica la sua copertina alla "Persona dell'Anno" alla..IA... È l'inizio della fine.




P.S.: dopo aver già sostenuto 5 piccoli esami tipo test e aver seguito più di 10 ore di corso di formazione online, ancora non mi danno il permesso di scaricarmi il diploma (in versione pdf). Scrivo a qualche responsabile. Solo dopo mi rendo conto che è domenica, 21 dicembre... Lo stress li fa di questi scherzi brutti.

lunes, diciembre 15, 2025

 Nuovo ritorno e fine d'anno

Siamo quasi pronti a ripartire per l'Italia: l'ennesimo ritorno, dopo la toccata e fuga di fine novembre per un congresso a Torino e il ritorno agognato e festeggiato a Pisa (viaggio in solitario, senza prole, con solo una valigia piccola).

Un'influenza atroce mi ha tenuto quasi 10 giorni bloccato in casa. Da qui, il tempo a disposizione per leggere, per tornare ai romanzi (e ai libri) italiani, per ritornare alla lingua madre (ma quanto è bello l'italiano?). Da qui anche il tempo a disposizione per tornare su un libro che avrei voluto terminare entro quest'anno, ma che non vedrà la luce (forse nemmeno nel 2026).

Sì, è tempo di bilanci, perché sta per concludersi il 2025, ma non ho la forza né la voglia di tornare a ripercorrerlo, di sforzarmi per evocare i momenti belli e quelli bui, i momenti di felicità e quelli di crisi... Sì, dovrei essere soddisfatto dei risultati ottenuti, delle classi che mi sono toccate in sorte, dei colleghi con cui condivido tante battaglie, delle cose che ho pubblicato e di quelle che sono quasi pronte per la pubblicazione, ma, appunto, non ho voglia, sarà che la malattia mi rende ancora più malinconico del solito, sarà che non riuscire a parlare mi fa sentire male, sarà che odio la tosse e la febbre e, insomma, sarà che non riesco a vedere nessun lato positivo, per cui, penso, credo, immagino sia meglio smetterla qui e vedere cosa ci riserva il Natale, chissà se nevica, chissà se mio fratello si sposa, chissà se mia sorella troverà quel lavoro per cui sta tanto disperando... E chissà come staranno il padre e la madre, fonte di tutto.

Il 20 dicembre saremo già a Fiumicino: e so già che sarà un piacere tornare a sentire il dialetto romano, percepire il caos italico, rendersi conto di quanto l'Italia, nel bene e nel male, continua ad essere la patria, il luogo in cui è sempre bello tornare.

viernes, diciembre 12, 2025

 Un premio alla poesia

Poche ore fa (in queste ore) una mia cara amica ed ex-collega, oltre che ex-compagna di merende, ha vinto un premio molto importante nell'ambito del genere lirico, qui, in Spagna. Uno di quei premi che segnano il futuro di uno scrittore, soprattutto se questo scrittore e' poeta e usa la poesia come suo genere favorito.

La gioia si unisce alla malinconia: troppo tempo che non ci vediamo e che non abbiamo modo di parlare da soli, faccia a faccia. Troppi anni di distanza (quando ci sono state occasioni in cui il contatto era diretto, ci si guardava negli occhi, ci si confessavano anche i peccati piu' scabrosi o i pensieri piu' assurdi...). 

Oggi no, nel 2025 (quasi 2026), no, non e' piu' possibile e posso apprendere soltanto dalla stampa cio' che e' accaduto a Madrid, presso la Biblioteca Nazionale, la mia seconda casa, li' dove ho vissuto giorni felice indimenticabili.

Le mando un messaggio: "Complimenti! Sono davvero felice per te! La notizia mi giunge mentre torno a Luis Cernuda", ed e' vero, proprio stamattina mi sono rimesso a studiare la poesia di Cernuda, il mio poeta favorito della famosa "Generación del 27". Ancora non mi risponde, ne' potra' rispondermi, visto che sara' immersa dalla folla per gli auguri e i festeggiamenti, i brindisi e le risate... 

Anni fa le annunciai che sarebbe diventata presto un Premio Nobel. Oggi, se continua cosi', vedo sempre piu' chiaramente che l'annuncio non e' irreale, e' davvero solo questione di tempo...una profezia sul punto d'avverarsi.

Eppure, sapere che noi due non avremo piu' modo di parlare come parlavamo anni fa mi da tristezza, mi getta un velo di malinconia, perfino ora, perfino oggi, alla notiza di questa bella notizia. Certo, posso dirlo: "Io la conoscevo bene". Fin troppo.


jueves, diciembre 11, 2025

 La luce e l'onda. Cosa significa insegnare? di Massimo Recalcati (Torino, Einaudi, 2025) [una nota a pie' di pagina]





Del succitato saggio di Massimo Recalcati (comprato al volo all'aeroporto Galileo Galilei di Pisa), vorrei citare solo una nota, che mi ha colpito e mi ha ricordato la domanda di un lettore di circa 70 anni (mio fedele alleato ai caffè letterari che organizzo grazie all'appoggio delle Biblioteca Regionale della città del Sud del Sud della Spagna in cui vivo): mi riferisco alla nota 33, p. 52:

"Non a caso Schopenhauer riteneva che il pensiero degno di questo nome sorgesse solo dal dolore in quanto punctum pruriens della metafisica, ovvero da un reale traumatico che non può essere neutralizzato da nessun sapere. Cfr. A. Schopenhauer, Supplementi al Mondo come volontà e rappresentazione, Laterza, Roma-Bari 1986, p. 178".

Ecco: la domanda del mio lettore settantenne era la seguente: "Ma quindi si scrive solo quando si sta male?". E io gli risposi (davanti ad altri 24 lettori attenti e fedeli alle mie proposte letterarie): "Credo di sì, perché quando si è felici si vive o si cerca di spremere al massimo la felicità, ma è quando si è tristi o si cade in depressione che ci si rinchiude in se stessi, si pensa, e, quindi, si può anche arrivare a scrivere. Io non credo che Joyce avrebbe mai partorito l'Ulisse se fosse stato un uomo felice; né Proust la Recherche; né Kafka La Metamorfosi; né Cervantes il Quijote, che è pure un libro che fa ridere, pieno di battute e di scenette comiche, ma partorito in un momento non certo facile per l'autore, ormai dimenticato da tutti e senza grandi speranze per il futuro".

Ecco: una delle cose che si apprezza del saggio (l'ennesimo) di Recalcati sull'insegnare è proprio questo: per insegnare, per generare conoscenza, bisogna pensare e pensare non è né facile né scontato né scevro da sacrifici e sudore. Il problema più grande che ci si trova davanti, quando si entra in un'aula (e non mi riferisco solo a quelle delle scuole medie e superiori, ma anche a quelle universitarie, che sono le aule che sono solito frequentare per lavoro) è che ci si ritrova davanti a una massa di giovani che non vogliono pensare o che non immaginano che per pensare bisogna soffrire, frenare, rallentare, sudare, soppesare pro e contra, collegare, dedurre, insomma, sforzarsi molto (senza l'illusione che internet sia la soluzione a tutti i dubbi, l'enciclopedia infallibile in cui c'è tutto).

Ecco perché per me non c'è mai una lezione uguale all'altra, è letteralmente impossibile impartire la stessa tematica allo stesso modo (anche se gli appunti potrebbero essere gli stessi da anni - e in realtà ogni anno c'è un'aggiunta, una nota al pie in più, un commento che critica quello dell'anno prima, un riaggiustamento costante). Ogni lezione è davvero una sfida, una lotta, un'avventura, un'opzione tra mille che cambia a seconda del pubblico e delle reazioni di questo pubblico. È una scommessa che uno fa su se stesso e sugli altri, in nome della fatica di pensare o ripensare ciò su cui si è già riflettuto, è pensare di nuovo, rischiare sempre, rielaborare sempre il già letto o già scritto e pensato.

Ma come coltivare il pensare in un mondo accelerato? In una società dove si vuole sempre tutto e subito e in cui ogni minimo intoppo o lentezza è vissuta come sconfitta? Per pensare (per leggere) occorrono ingredienti (strumenti) molto poco quotati nel mondo contemporaneo: lentezza, calma, riflessione, concentrazione, solitudine, silenzio. Forse soprattutto queste ultime due cose: la solitudine e il silenzio. Dove andarle a trovare? Come ottenerle? E la scuola (e l'Università) non dovrebbero essere invece i luoghi della condivisione e della parola? Certo: ma per una condivisione e una parola efficaci, costruttive, bisogna prima aver coltivato bene il pensiero. E dunque, di nuovo, solitudine e silenzio come elementi centrali da cui (ri)partire. Ma chissà che paura fanno la solitudine e il silenzio a tanti (e non mi riferisco solo ai giovani, né solo agli studenti di ogni ordine e grado).

miércoles, diciembre 10, 2025

 Quali sono le cose che non si raccontano?




Ecco una domanda che deve porsi chi di mestiere fa lo scrittore: quali cose raccontare e quali non? E soprattutto: come raccontare le cose che sì posso e voglio, ho bisogno di raccontare?
La domanda sorge spontanea dopo la lettura di Cose che non si raccontano (Torino, Einaudi, 2023), di Antonella Lattanzi. Non un romanzo, non un diario, non una semplice cronaca dell'orrore: un libro a metà tra l'autobiografia e la denuncia, tra la confessione e l'urlo.
Erano anni che non leggevo un libro così duro, così scioccante e, allo stesso tempo, così tenero: sì, la tenerezza di chi trova il coraggio di raccontare l'indicibile e la tenerezza verso il corpo della protagonista che è il corpo delle donne, di tutte le donne.
Al centro: la gravidanza, il desiderio di maternità di chi ha abortito due volte da giovane e non riesce a restare incinta a 41 anni. Nel mezzo: gli incubi di una potenziale madre che non sa spiegarsi perché non ce la fa, perché vive la sua vita attaccata al lavoro (di scrittrice che cerca e vuole il successo) e al desiderio di essere finalmente madre e la storia (quasi la cronaca) dei giorni più bui, quando nemmeno gli amici più intimi, gli editori, il compagno sospettano la minima parte dell'Inferno che la donna è costretta a sperimentare sulla propria pelle (terribili le pagine in cui si descrive il raschiamento, in una clinica cattolica, dove chi abortisce è vista come peccatrice, come meritevole di dolore).
Da uomo penso che Antonella Lattanzi è riuscita a mostrarci come il corpo delle donne sia davvero un campo di battaglia in cui si svolge il miracolo della vita e, allo stesso, in cui può scoppiare l'inferno più atroce. 
In copertina, una donna sensuale che nuota nell'acqua (o liquido amniotico) con la testa rivolta dal basso verso l'alto, all'indietro. Quella donna ha nuotato sottacqua e ora si mantiene a galla. È forse l'emblema di tutte le donne, sia di quelle che sono riuscite a essere madri sia di quelle che, impossibilitate ad esserlo, continuano a vivere con un senso di mancanza e di vuoto che può essere incolmabile.

domingo, diciembre 07, 2025

 Il giardiniere e la morte di Georgi Gospodinov: o cosa resta di noi quando muore un padre





Lo sapevo. Io sapevo che a leggere Gosponidov avrei quasi pianto o mi sarei rattristato. È così da quando lo conosco, da quando scopersi (o scoprii?) Romanzo naturale (2007) e poi mi feci del male con Fisica della malinconia (2013). Ne Il giardiniere e la morte (Roma, Voland, 2025), Gospodinov ci racconta la morte del padre per colpa del cancro e cosa succede nei giorni che precedono l'evento finale. La morte attesa e, non per questo, meno temuta.

"Lo guardo e penso che non ci hanno insegnato a invecchiare. Cosa si fa alla fine della vita? Come rallenti, come ti abitui al fatto che il tuo compito adesso consiste nel riposarti (ma è un compito riposarsi?)" (p. 37).

Veniamo al mondo, in realtà, senza il libretto delle istruzioni: e quando (a volte) impariamo a vivere (in mezzo a mille dubbi e a mille incertezze) ecco che si avvicina la Signora della Falce e dobbiamo apprendere ad...andarcene, a lasciare i nostri cari, la casa, il giardino (che continuerà a crescere senza che nessuno se ne occupi o lo curi), il letto in cui abbiamo dormito, goduto, generato i nostri figli...

Non c'è un libretto delle istruzioni sul "buon morire", anche se Gospodinov cita Socrate, Seneca, Epicuro e Marco Aurelio (e avvicina il padre e questi grande maestri dello stoicismo).

E poi il contrasto spaziale tra infancia e vecchiaia: "L'infanzia è verticale. Cresci in altezza, [...] tuo padre ti solleva in alto, ti alzi sulle dita, [...] non vuoi andare a letto, ti ci costringono solo con la forza. La vecchiaia è orizzontale. Riposiamoci un po', sdraiamoci nel pomeriggio, mi stendo sul divano, ché la schiena... La vecchiaia è abituarsi a una lunga, forse eterna, orizzontalità" (p. 124). 

E che tenerezza ci provoca lo scrittore quando si descrive - appunto - stesso accanto al corpo del padre malato di cancro e moribondo, come se lo accompagnasse nella sventura, come se lo volesse proteggere contro la Morte, come a dire: "Morte, allontanati, ci sono io qua con lui...stai lontana, non lo vedi che stiamo facendo le parole crociate insieme?".

Libro malinconico, triste, profondo, e, allo stesso tempo, tremendamente lirico, con Il giardiniere e la morte Gospodinov (futuro potenziale Premio Nobel per la Lettatura) ci offre non solo una bellissima elegia in memoria del padre ormai assente, ma anche un'ennesima prova della sua capacità di plasmare la realtà in forma di poesia. Questo libro è anche un canto alla fragilità (e, quindi, alla bellezza) della vita. Da qui la frase del padre, che il narratore ripete come un talismano o come un ritornello, dalla prima all'ultima pagina. "Niente di grave. Niente di grave"...

sábado, diciembre 06, 2025

 

Domenico Starnone, Destinazione errata (Torino, Einaudi, 2025)



 

Che cosa succederebbe se, invece che mandare un “Ti amo” a nostra moglie (o alla nostra fidanzata), lo spedissimo per sbaglio ad un’altra donna? Destinazione errata, l’ultimo romanzo di Domenico Starnone, parte proprio da questo tremendamente possibile, quotidiano, fattibile errore di scrittura e invio tramite cellulare (la “scatola nera” delle nostre vite private, secondo felice definizione di Carla, una mia cara amica, a cui pure regalai a suo tempo Autobiografia erotica di Aristide Gambía (del 2011).

Chi conosce lo scrittore napoletano sa bene che il suo stile asciutto, apparentemente semplice, nasconde in realtà un’accuratissima attenzione ai dettagli, al non detto, all’elissi e alle accelerazioni improvvise. Soprattutto verso la fine, Destinazione errata si legge con il palpito, con il cuore accelerato, con l’ansia di volver vedere come va a finire il benedetto (maledetto?) qui pro quo. Nel mentre, ovvero, nel corso del viaggio verso l’inevitabile, temuto finale, il narratore in prima persona, il “mascolo” protagonista della trama, ci rende partecipi delle sue riflessioni, dei suoi monologhi in progress, nel pieno dei sensi di colpa, dei dubbi, delle paure, del desiderio di assecondare il desiderio (perché è così, anche nella vita reale: basta guardare una persona da un altro punto di vista, basta proiettare Eros verso un’altra persona, che repentinamente cambia il nostro modo di osservarla, di apprezzarla, di inquadrarla: il desiderio distorce e fomenta una visione “idelizzata” o “idealizzante” del soggetto che può divenire stranamente “oggetto del desiderio”).

Come in altre sue opere, Starnone è bravissimo a scandagliare le zone d’ombra di tutti noi (maschi e femmine, non credo ci sia differenza, quando parliamo di tradimento; e di fatto, Claudia, la collega cui il narratore spedisce quella dichiarazione d’amore che scatena il caos, è pure ella sposata, è anch’ella abile a orchestrare menzogne pur di cedere alla passione con il collega creduto timido o fin troppo distratto). Anzi: sia lui che lei sono apparentemente felicemente sposati; sia lui che lei hanno figli (e le figlie giocano con piacere tra di loro). A che pro, dunque, cedere alla tentazione? A che scopo ingarbugliarsi i destini e le vite, se ci vanno di mezzo mogli e mariti legittimi all’oscuro di tutto? Perché far del male (potenziale) a dei figli minorenni?

Starnone si diverte a mostrarci l’ampio spettro di emozioni e sensazioni di chi sperimenta nella vita il senso della trasgressione. E attraverso i personaggi simpatici di Clelia e di Carlo ci fa capire anche quanto Eros sia importante anche in età avanzata, quando la vecchiaia ci limita nei movimenti e nei desideri impellenti.

A un certo punto, non ricordo se lui o se lei, qualcuno afferma: “[...] non c’è nessun bivio, si obbedisce al corpo, e sennò a chi?” (p. 113). E qualcun’altro afferma (per il proprio tornaconto): “L’infedeltà non è un tradimento, è una manifestazione di curiosità” (p. 87). E chissà che non sia proprio così: chi tradisce lo fa perché vorrebbe sperimentare altre vite. Assaporare altre sensazioni ed emozioni che lo portino a sperimentare ciò che non c’è (più) nella quotidianità e nella routine. Che Eros possa sopravvivere solo grazie al tradimento? E allora come spiegare l’esistenza di quelle coppie che, pur essendo sposate da anni, continuano a desiderarsi e far l’amore con impeto? E allora come spiegarsi quelle altre coppie che, pur essendo sposate da anni, hanno ormai bandito o dimenticato il sesso? Lettura amena e allo stesso tempo avvincente, Destinazione errata ci spinge a porci queste domande. Le domande eterne che forse non prevedono risposta.

miércoles, diciembre 03, 2025

Ubriaco d'Italia


Sono ancora ubriaco d’Italia. L’arrivo a Milano Malpensa mi lascia a bocca aperta: c’è il sole e sono tutti gentili, se chiedi un’informazione, te la danno con il sorriso sulle labbra. Il bus per Torino Porta Susa parte alle 16:30, ho ancora quasi un’ora per prendere un caffè, ah, che buono il caffè italiano, e leggere le notizie dal giornale online. Sul bus è un piacere mangiare panini e guardare il paesaggio. Campi e distese di terreni lavorati da agricoltori e imprenditori che sono il motore economico del paese. Casolari, cascine, fabbriche che sembrano case, capannoni da dove s’intravede una stanza con la luce accesa, un lampadario nel centro della stanza, uno si chiede chi possa vivere in un edificio del genere, né luogo di lavoro né casa, un non-luogo a metà tra l’industriale e l’artigianale. Fa anche un po’ paura il Nord: con tutti questi filari di alberi allineati e i corsi d’acqua per l’irrigazione e le distese di terra coltivata, non è molto difficile immaginare le malefatte di qualche assassino che si diverte a squartare la gente e a seppellirla nei boschi su cui ora cala la notte.
Quanti misteri italiani irrisolti, come quelli di cui è ghiotto un Carlo Lucarelli qualsiasi...
Poi arrivo a Torino e qui le cose cambiano radicalmente. Un palazzo enorme con la scritta illuminata LAVAZZA è il segnale evidente che siamo vicini al centro. Fa freddo e anche percorrere i pochi metri che mi portano al tram 13 fa intirizzire. Sembra di essere in Abruzzo, il freddo è lo stesso, ti sferza il volto, non dà tregua. Sbaglio strada e ci metto il doppio per raggiungere i colleghi al ristorante vicino all’Università, la “Spada Reale”, in Via Principe Amedeo, 53. Arrivo con netto anticipo, perché, dopo la prima giornata di lavori, i colleghi hanno pensato bene di concedersi un bell’aperitivo. Quando arrivano, li accolgo come fossi il maitre o il cameriere che si occuperà di loro per tutta la serata.
Risate a crepapelle, pettegolezzi su chi è andato via e chi resta, su chi si è trasferito e che è asceso all’ordinariato, chi è ancora associato (come me) e chi è appena diventato ricercatore a tempo fisso (come una giovane che viene da Siviglia). Accanto a me, un signore distinto, molto simpatico e molto elegante che sembra abbia conoscenze ovunque, è amico dell’Appendino, ha pranzato una volta con Fassino, conosce Renzi, insomma, un tipo che ha un collegamento abbastanza evidente con la politica (locale, ma anche nazionale).
Brindiamo all’amicizia, che ci lega nonostante l’ambiente non sempre facile del mondo accademico, pieno zeppo di gente che fa lo sgambetto, di persone spregevoli, di tipi davvero loschi e poco raccomandabili.
La sera non dormo per l’emozione di essere in Italia. L’Abruzzo è lontano, ma mi sento a casa, e, come sempre mi succede nel cambiare letto, l’insonnia mi fa compagnia, mentre provo a immaginare come vivano qui, in questa residenza per studenti, le centinaia di iscritti alle più disparate facoltà dell’Università di Torino.
Il 26 novembre, il secondo giorno di congresso sul Franchismo, è tutto un fiorire di emozioni: per gli interventi degli esperti di letteratura (tra questi, vengono incluso anch’io, anche se provo a smentire, non sono esperto di nulla, nemmeno di come si fa a vivere), per la musica del gruppo che è stato invitato a suonare i canti popolari antifranchisti, per i disegnatori e creatori di fumetti e graphic novel e per i cinefili che ci regalano la visione di un documentario molto premiato sugli anni della dittatura in Spagna e i rapporti dei dissidenti comunisti con l’editore Einaudi (qui a Torino è nata la famosa casa editrice, qui la FIAT, qui i movimenti sindacali, motore dell’economia italiana e centro nevralgico della lotta anticapitalista).
Ceniamo “Da Michele 1922”, un ristorante e pizzeria storica della città, in Piazza Vittorio Emanuele (enorme e senza statue nel mezzo). Io mangio delle strepitose fettuccine ai funghi; qualcun’altro preferisce il secondo: tanto la carne como i primi piatti e le pizze sembrano ottime. Antichi sapori che mi carezzano il palato.
La notte, finalmente, riesco a prendere sonno, faccio almeno 5 ore filate di riposo. Il giorno dopo riparto per Pisa, dove, appena sceso dal treno, mi aspetta la Dany, amica di vecchia data, sin dai tempi del dottorato.
Che strano tornare a Pisa! Dopo più di 10 anni! E 20 anni fa il dottorato, la parentesi felice di studio intenso, di scrittura intensa, di amori intensi... Quanti ricordi legati a Pisa e che emozione davvero enorme entrare al Palazzo Boileau e fare lezione sul Quijote, in italiano, ai ragazzi dei licei linguistici della zona. Sono quasi tutte ragazze: stanno attente, fanno domande, una mi dice che le ho fatto venire la voglia di leggere il capolavoro di Cervantes. Tutto questo non ha prezzo. Mi emoziono ancora di più quando la Dany chiede un applauso ai partecipanti e loro lo fanno, mi applaudono per il piccolo, modesto intervento per introdurre i più giovani a un classico universale.
E siccome domani, 28 novembre, c’è lo sciopero nazionale, la Dany preferisce fare un aperitivo e scappare prima delle 21:00, tornare a Livorno in treno prima di correre rischi di cancellazioni o blocchi. Il tagliere; il Morellino di Scansano; i sapori toscani che facevano parte della mia quotidianità quando vivevo qui con Alyssa (tra Pisa e Firenze, per quasi 9 anni). L’ho avvisata. Domani arriva. In macchina, lei che ha il terrrore di guidare.
Dormo male, perché cambio di nuovo letto, presso le Benedettine, a pochi passo da quello che Leopardi considera il Lungarni più bello di tutti (migliore anche di quello di Firenze).
Intanto, il 28 mattina, Selena mi scrive, è tornata da Trento, un congresso sui dialoghi rinascimentali. È davvero un’impresa starle dietro: mi presenta tutti i responsabili della Biblioteca d’Ateneo; mi fa chiacchierare con colleghe spagnole ormai diventate pisane; mi trascina da un prestito all’altro, da un ufficio all’altro, senza pausa né soste, fino a che, verso le 14:00, si va a mangiare un panino con salsiccia strepitosa a “I Porci Comodi”, una paninoteca gestita da un ex-pugile toscanaccio e sarcastico come solo i toscani sanno esserlo. Mangiano in preda all’estasi. Poi un caffè e l’addio, arrivederci, amore, ciao...
Alle 17:30 Alyssa mi avvisa: è arrivata nel suo ostello, ha parcheggiato, possiamo trovarci, se voglio. E sì, lo voglio: passiamo il resto del pomeriggio e della serata a rimembrare i tempi passati, a ridere come una coppia di vecchi comici che si conoscono a memoria e sanno rispettare i tempi dell’altro, i nostri sketch continuano a far(ci) ridere, ci abbracciamo forte, ci baciamo, ci confessiamo tenerezza mutua e infinita, amicizia eterna, al di là delle distanze spaziotemporali. La notte mi risulta impossibile dormire. L’areo parte alle 11:00, Alyssa fa colazione con me a pochi passi dall’aeroporto Galileo Galilei. “Ma te lo ricordi quando mi stressavo per nulla?”. “Ma guarda che ancora oggi ti stressi per nulla! Non sei cambiato per nulla, caro mio!”. E la vita ci scorre davanti. Siamo entrambi consapevoli di averla vissuta a fondo, con passione, con intensità, con determinazione, anche quando ci facevamo del male...

domingo, noviembre 23, 2025

 In procinto di tornare in Italia

Un collega mi scrive per chiedermi il testo di un ricordo da leggere il 12 dicembre prossimo in memoria di una collega morta a fine settembre. Non sono convinto di ciò che ho scritto, a volte sono troppo esplicito, altre troppo autobiografico, dovrei tagliare e, infatti, dopo un'ora di dubbi, elimino le parti in cui il mio "io" invade troppo il primo piano. Qui la protagonista è Giulia. Che non c'è più. Che non ci manderà più libri da Pisa. A cui non potremo più chiedere un'opinione su questioni di teoria letteraria o di traduzioni, che non potremo più salutare dall'Italia facendole gli auguri di Natale (o di Pasqua, o di Buon Ferragosto).

Un'altra collega mi avvisa: andremo a cena in un ottimo ristorante vicino Piazza Dante. Non ci credo: dopodomani sarò a Milano Malpensa; poi Torino, per un congresso sul Franchismo; poi, finalmente, Pisa, per una lectio sul Quijote. E sono sicuro che è lì, sarà a Pisa, che ricorderò con più intensità e malinconia Giulia, la mia cara Giulia, un'amica, ancor prima che una collega, un'esperta di letteratura spagnola, una persona dotta e sensibile, piena di ironia e di autoironia, una che non ha mai smesso di lavorare, perché il lavoro è passione quando coincide con ciò che uno sa fare meglio, studiare, leggere, tradurre...

In procinto di tornare in Italia mi chiedo quanto freddo farà al Nord, quanta pioggia bagnerà le strade che tornerò a percorrere a piedi, dopo alcuni anni (Torino), dopo decenni (Pisa), come se il tempo non fosse mai passato o come se fosse passato troppo in fretta. Mai tempo.

sábado, noviembre 08, 2025

 Novembre 2025: corse e ricorsi storici

Dovremmo avere più tempo per noi stessi, per stare in silenzio, per auto-osservarci, per calmarci, per mettere il freno a mano, per ragionare sulla vita senza finalità pratiche, senza pensare sempre e solo al lavoro, senza stare lì a fare calcoli. E invece, tempus ruit (da molto prima che iniziassi a scrivere questa sorta di "diario di bordo" che non legge nessuno o leggeranno quattro gatti) e uno si ritrova immerso in una sorta di vortice in cui non c'è modo neppure di assaporare la felicità, di godersi i bei momenti, di fermarsi a contemplare le cose che uno è riuscito a fare nel migliore dei modi e anche quelle che non sono venute benissimo, ma ci rendono felici.

Dal 3 novembre, dopo il caos di Halloween, ho presentato un libro, moderato un dibattito su Letteratura e Cinema con un regista e un membro della RAE (la Real Academia de la Lengua Española, gemella della nostra Accademia della Crusca), ho parlato di dialetti italiani per la Società Dante Alighieri, ho fatto lezione e esami e ancora non è tutto: mi aspetta un congresso a Torino, un viaggio a Pisa per una lectio magistralis sul "Quijote", un caffè letterario qui, nella città del Sud del Sud della Spagna in cui vivo, e non so se un'altra presentazione di un libro appena uscito o una riflessione su La morte a Venezia di Thomas Mann...

Sono occasioni d'oro per conoscere nuovi amici, nuovi lettori, nuovi colleghi, condividere l'amore per la cultura e per la letteratura, godere della gioia di fare da ponte tra le persone e i libri, in un mondo in cui predomina la violenza, il grido, l'arroganza di chi detiene il potere economico, ancor prima che quello politico, e, invece, non c'è tempo, ci si ritrova da un luogo all'altro, da un'aula all'altra, da una sala congressi all'altra, senza sorta di continuità, come se il microfono da cui uno parla o la bottiglietta d'acqua che uno ha davanti sia lo stesso microfono e la stessa bottiglietta d'acqua che si materializzano sotto gli occhi di uno come per arte di magia nera, come per uno strano scherzo del destino, con uno al centro, condannato a parlare, ad ascoltare, ad interagire, scoprendo nuovi volti, parole nuove, persone nuove ed interessantissime con cui, a volte, non c'è tempo nemmeno di prendere un caffè...

Tempus ruit semper, soprattutto in questo novembre del 2025.

domingo, octubre 19, 2025

 Madrid semper

Domenica 19 d'ottobre del 2025. Dopo una settimana intensa, tra lezione, riunioni e omaggi alla lingua di Dante grazie alla Società Dante Alighieri (che mi ha permesso di conoscere José María Micó, uno degli ultimi, coraggiosi, bravissimi traduttori della "Commedia" dantesca), viaggio a Madrid per partecipare a un congresso su "identità, scrittura e memoria". Quanto dipende dalla memoria la nostra identità? Quante identità diverse e plurime possiamo (potremmo) inventarci grazie alla scrittura? Sono tematiche enormi ed eterne su cui si riflette da secoli (da quando è nata la scrittura? Da quando è nata la filosofia?). Per la prima volta, avrò modo di parlare presso la "Universidad Complutense", una delle Università storiche della Spagna. E lo farò in compagnia di colleghi che vengono dall'Italia, ma anche dalla Francia, dal Regno Unito, dalla Germania e perfino dall'Ucraina, dal Marocco, dal Perù.

Intanto, passeggiando tra la Gran Vía e Calle Fuencarral, non si finisce di ascoltare parlare in italiano. Prima o poi qualcuno dovrà studiare in modo scientifico perché noi italiani siamo così attratti dalla Spagna, dagli spagnoli, dal modo di stare al mondo dei fratelli ispanici. Si vede lontano un miglio che non si tratta di turisti, di gente di passaggio: no, questi sono italiani che vivono a Madrid, che pagano le tasse in Spagna, che non hanno più contatti burocratici, vitali, amministrativi, economici con l'Italia. Una collega ispanista mi dice che a Barcellona quella italiana è la comunità più numerosa dopo quella cinese. Gli italiani che lasciano l'Italia per vivere all'estero sono in costante aumento: perché? Cosa c'è che non va in Italia?

Intanto, passeggio lungo Calle Montera, le luci al neon della Puerta del Sol mi trasmettono quella stessa energia che mi spinse a vivere parte del dottorato in questa splendida città, dove c'è sempre rumore, gente ovunque, caos costante. E si respira allegria, voglia di vivere, di divertirsi, di bere e mangiare finché ce n'è.

A cena mi dirigo verso Plaza Olavide: A., la mia migliore amica madrilegna, italiana d'origine, nata a Firenze, ma cittadina spagnola da più di 30 anni, mi fa entrare in casa, scusa il disordine, un bimbo di 8 anni, uno di 5 e una neoanata di pochi mesi... Il marito ha esposto da poco alla Biennale di Venezia, è un fotografo sloveno che fa delle fotografie incredibili, molte di rovine, edifici che crollano a pezzi, palazzi dismessi e fabbriche abbandonate. La serata trascorre placida e allegra tra vino rosso, spaghetti al burro e parmiggiano, polpo con patate e paprika, risate e ricordi di una vita fa, di quando eravamo tutti più giovani e avevamo meno pancia e meno capelli bianchi.

Ripercorro la strada in senso inverso: la polizia ferma un gruppo di ragazzi di colore che guidano una Mercedes blu elettrico con la musica a palla; una coppia si bacia appasionatamente davanti al McDonald; un paio di prostitute mettono in mostra le loro beltà, mentre un gruppo di vecchiette esce dal Bingo e un gruppo di turisti si fa la tipica foto davanto alla statua dell'"Oso del madroño". Luci ovunque, risate ovunque, chilometri di strada da fare a piedi, caos di macchine e taxi, ragazze bellissime che camminano su trampoli vertiginosi, librerie aperte fino a notte fonda, sexy-shop e negozi in cui si può comprare marihuana, musica da discoteca, odori di pizza e birra e hamburguer, gente ovunque, Madrid semper... È stressante, ma non come Roma; è gigante, ma ci si può passeggiare come fosse un paese di campagna; è bellissima e piena di storia, nonostante il traffico e le file ovunque. Madrid: semper. So che qui potrei vivere, così come potrei vivere per sempre a Roma. La città più bella del mondo. Madrid la seconda città più bella del mondo...

martes, septiembre 30, 2025

 Lo stress di tutti i giorni

Sembra sia un fenomeno universale, che riguarda tutti, senza distinzione di genere, età, condizione sociale. Lo stress ci attanaglia, da quando ci si sveglia fino a quando si va a dormire (e chi soffre d'insonnia, a causa dello stress, non trova il ristoro della fase notturna, di quando, in teoria, ci si distacca dagli affanni mondani).

Lo stress coglie gli alunni che devono studiare per l'esame e i prof che devono fare lezione e preparare quegli stessi esami che poi dovranno valutare per dare un voto all'alunno. Lo stress è dei segretari che devono formalizzare l'iscrizione ai vari corsi degli studenti e del bidello che deve stare attento alle chiavi delle varie aule dell'Università; lo stress colpisce perfino il giardiniere, che deve mettere a puntino gli alberi dell'ingresso principale, e il vigilante che si preoccupa dei parcheggi e che nessuno rubi o distrugga le macchine di alunni e prof.

Lo stress è di mio fratello avvocato che, a Roma, non si ferma un secondo e dei carcerieri che lavoro a Rebibbia; dei carcerati che non sanno come accelelare il passo del tempo della condanna e dei poliziotti che li scortano a mensa o al cortile dove fanno sport o teatro.

Lo stress è di mia madre che non riesce a trovare il tempo per fare la spesa e di mio padre che, ormai in pensione, non sa come riempire il tempo in attesa della morte.

Lo stress è una malattia che colpisce tutti e da a tutti la sensazione di non avere tempo per fare nulla. La velocità del sistema in cui siamo immersi c'impedisce di andare piano, la lentezza non è una virtù elogiata in questo XXI secolo in cui ci tocca vivere e chi va piano viene visto con sospetto se cammina troppo lentamente in una strada del centro di una grande città. Tutto subito e ora, hic et nunc, senza pause, senza intervalli, senza intermezzi.

Penso a quanto sia importante, invece, la lentezza, sia per leggere che per contemplare un paesaggio, per contemplare il volto di una persona amata o per fare un viaggio in bici fuori dai circuiti prestabili e dall'ossessione della misurazione dello sforzo fisico applicato alla corsa. Penso a quei pochissimi ciclisti che vanno in giro senza GPS, senza contachilometri, senza nulla che quantifichi lo sforzo fatto coi pedali. Penso a Nietzsche, al prologo che scrisse al suo saggio Aurora, se non erro, dove si scusa per essere stato troppo lento a scrivere quello stesso prologo, ma d'altronde, i temi affrontati nel saggio implicano molto tempo, non si possono risolvere in pochi minuti.

Lo stress e il suo legame con la velocità, la rapidità, la fretta. Lo stress e il suo legame con la lentezza nel caso dei carcerati o di mio padre, che vive da carcerato in casa e non esce e non parla quasi più con nessuno. Lo stress e la salute mentale di un mondo al bordo della Terza Guerra Mondiale. Quanti motivi per essere (vivere?) stressati ci sono (sempre stati).

viernes, septiembre 26, 2025

 Venerdì 26 settembre


È venerdì 26 settembre del 2025. Pomeriggio, quasi sera. Il sole sta per tramontare sulla città del Sud della Sud della Spagna in cui vivo ed ho da poco ripreso la bici che mi accompagna nelle mie scorribande su per i monti e in mezzo alla Natura selvaggia dal meccanico italiano che vive qui da più di me.

Sono 200 euro di spesa: asse centrale, catena, guarnitura, freni e i copertoni di entrambe le ruote. Ho cambiato catena solo una volta, dopo aver fatto 7 mila chilometri. Oggi la bici ha totalizzato quasi 20 mila chilometri. Il meccanico mi sgrida come fossi un figlio discolo: "Ma non lo sai che la catena si cambia ogni 5 mila???". Chiedo venia, pago e provo la bici: non un rumore, non uno scatto o salto di catena, non un difetto di direzione. La pedalata è liscia, fluida, ordinata, come acqua sull'olio.

Intanto, penso a Giulia, alla sua morte, al saluto che non ho potuto mandarle per telefono, al vocale mandato e mai risposto, alle foto delle bimbe (a Giulia piaceva vedere come crescevano Giulia e Carmen, chissà se avrà visto queste ultime foto).

Il sole è ormai tramontato. È buio quasi e fa fresco anche qui. Quanti chilometri potrò ancora percorrere? Quante avventure potrò ancora vivere su questa bicicletta? Quanti libri ancora da leggere? E quanti articoli ancora da scrivere?

Una cara e intima amica mi confessa che, ultimamente (dalla morte di Giulia), mi nota più sensibile, più tenero, più...fragile. Le dico che forse ha ragione. E che è triste restare orfani di certe amiche, di amiche che sono anche state maestre di vita. È la vita, mi dice la mia amica giovane e bella. Va accettata così com'è. E come sarebbe bello questo tramonto se potessi vederlo insieme a lei...

sábado, agosto 23, 2025

 La ricreazione è finita (2023) di Dario Ferrari




Si può raccontare uno dei momenti più bui della Storia d'Italia come gli "Anni di piombo" con ironia? E, al contempo, si può fare la satira del mondo accademico senza scadere nel "panflet"? La risposta ad entrambe la domande è sì, se si legge il premiato (e forse troppo lungo) romanzo di Dario Ferrari, La ricreazione è finita (di 2 anni fa).

Spassosa la fenomenologia di come scrivere un buon articolo: (p. 66): "L'articolo è una trascurabile appendice delle sue note: solo gli sprovveduti credono il contrario" e questo perché (come sa chi fa questo mestiere e come sa chi ignora che "è così che va il mondo accademico"): (p. 64): "Nelle note si tessono le trame politiche, ovvero si inserisce il proprio scritto nella complessa rete della geopolitica accademica" (per non parlare del ritratto del "barone perfetto" o dell'eterno aspirante a un posto fisso tramite concorso).

Meno spassosa e certamente interessante la rappresentazione della mentalità e della psicologia dei potenziali terroristi anti-Stato e anti-fascisti, come a p. 330, dove uno dei giovani ribelli spiega "more geometrico" come si fa (o dovrebbe farsi) la rivoluzione: "Il sogno, se non lo nutri, si rattrappisce. E per nutrire il sogno c'è bisogno di farne una cosa. Bisogna reificarlo. Se non ci si assume la responsabilità della violenza, se non si accetta la possibilità di avere le mani sporche di sangue, il sogno è solo utopismo sterile, velleitarismo infantile".

Ecco: sono brani come questi che avvicinano il lettore del XXI secolo all'Italia degli anni 70. E a quegli ambienti giovanili (e, a volte, giovanilistici) in cui sono nate le Brigate Rosse o i gruppi extra-parlamentari che hanno creduto davvero in un ribaltamento delle prospettive, in un mondo migliore e in una lotta senza quartiere allo Stato ingiusto o che, in nome di una determinata politica, tende a schiacciare chi non ha voce, chi non si sente rappresentato, chi si vede continuamente umiliato dai meccanismi della politica e di chi comanda.

Curiosità (o coincidenze) della vita: Marcello, il dottorando per caso che dovrà svolgere le sue ricerche sull'ex-terrorista rosso e scrittore Tito Sella, si ritrova a vincere una borsa di studio presso l'Università di Pisa. Anch'io frequentai quell'Università, in un'altra vita, e non posso non ricordare Francesco Orlando e gli aneddoti che ci raccontava (con il suo stile elegante e la sua ironia sottile) attorno ai brigadisti che pullulavano in città, tra sospetti e leggende urbante, tra pettegolezzi e spiate alla polizia.

Può una valigia di esplosivo finire in una biblioteca come quella della Normale? Forse sì, all'epoca sì. La ricreazione finì come sanno tutti. Aldo Moro e ciò che seguì a quell'esecuzione è Storia Contemporanea della Repubblica d'Italia. Merito di Dario Ferrari e del suo alter-ego un po' disilluso e un po' cinico è quello di ri-avvicinarci a quella Storia che ancora ci riguarda. Da molto vicino.

lunes, agosto 18, 2025

 Il pane perduto di Edith Bruck



Pubblicato nel 2021, questo libro potrebbe assumere un valore etico ancora più dirompente se ne immaginassimo una lettura colletiva lunga la striscia di Gaza, tra palestinesi e israeliani, tra musulmani ed ebrei (soprattutto ebrei contrari allo sterminio portato avanti dalla politica di Netanyahu - non ho idea di quanti ce ne possano essere, ma sono certo che esistono, così come esistono russi profondamente, intimamente contrari alla politica di Putin)

Edith Bruck, ungherese ebraica che ha adottato la lingua di Dante per parlare della sua vita e delle esperienze che ne hanno segnato il cammino, rievoca ne Il pane perduto il dramma della Shoah e la violenza a cui ha dovuto assistere (bambina) nel corso della deportazione della sua famiglia nel campo di concentramento di Dachau. 

Sono molte le pagine che restano impresse nella memoria del lettore, molte le riflessioni che scuotono la coscienza di chi non ha mai patito una guerra, anche se ne vede frammenti in diretta in ogni edizione del telegiornale (magari comodamente seduto sul sofà di casa, o mentre fa colazione o mentre pranza o cena senza stenti, né fatica, né disperato bisogno di saziare la fame).

Il pane: ecco un simbolo antico come l'uomo, un'immagine portante del Cristianesimo ("questo è il mio corpo, questo è il mio sangue, mangiate e bevetene, in nome mio", dice la vulgata). Quando i nazisti entrano in casa, la madre della piccola Edith non ha fatto in tempo a prendere il pane fatto in casa, con il lievito buono. Quel pane resterà per sempre impresso nell'anima di chi si vede ridotto ad animale da macello, a numero stampigliato sul polso, a nemico da convertire in cenere o in sapone.

A p. 31 c'è già un primo approccio all'orrore (di chi non sa ancora cosa stia succedendo, del perché gli ebrei sono diventati i nemici dei tedeschi e degli ungheresi che li aiutano nel loro sogno di razza pura ariana e senza macchia):

"Con i Reisman, per la prima volta così vicini, avevo scambiato un saluto muto. Il bambino più piccolo in braccio alla madre di Eva piangeva disperato e in quel pianto c'era un dolore puro, universale. Un dolore e un grido come quelli dei maiali di Natale sotto i lunghi coltellacci. Gli aguzzini che parlavano la loro lingua li ferivano con ogni parola, dirigendoli come fossero pecore verso la piccola sinagoga, dove c'erano già tutti gli ebrei del villaggio. Chiedevano muti con lo sguardo da bestie spaventate "Che succede, che succede?" come se le loro parole, le loro domande, non avessero più senso, né valore. Le uniche voci che contavano erano quelle dei gendarmi che pretendevano soldi, valori, le fedi, gli orologi da polso che ben pochi avevano. Perquisivano donne e uomini, controllavono gli orli dei vestiti e i cuscinetti delle giacche con parole sempre più offensive. "Pezzenti, straccivendoli, spilorci, nasoni che pisciano in bocca, brutti, sporchi ebrei via, via da qui!".
"Dove, dove?", si sentiva una voce".

Le domande senza risposta: le domande che smettono di avere valore perché chi li porge sa già che il suo destino non dipenderà più da una sua libera scelta o decisione, ma dal volere del tutto soggettivo e abritrario dell'aguzzino. Ecco come poco dopo la Bibbia diventa supporto nella descrizione del cataclisma, dell'Apocalisse che si abbatterà anche su quegli ebrei ungheresi ancora all'oscuro della precisione mortifera del piano di Hitler, lo sterminio, sì, ma su scala planetaria (siamo a p. 36):

"Non c'era tempo né per piangere, né per parlare, solo per stare attenti ai passi e ai bimbi che potevano sfuggire dalle mani tremanti dei genitori, per sostenere i più vecchi che barcollavano come ubriachi e ciechi. Sembrava l'estodo dall'Egitto senza un Mosè, senza che apparisse l'Eterno, e invece del Mar Rosso si aprirono con un rumore lacerante i vagoni per bestiame, e la mandria umana venita spinta dentro con violenza".

È l'orrore di chi viene deportato senza sapere dove finirà. E di nuovo, come non pensare a tutti quei bambini palestinesi sterminati dalle bombe dell'esercito israeliano, come non pensare a quei genitori che vedono i loro figli cadere perfino mentre sono in fila per ottenere un po' di cibo dai camion delle organizzazioni che Isreale fa passare nella striscia col contagocce? Come non pensare al cinismo, alla violenza sadica di chi spara sulle folle affamate in fila e con pentole (per sempre) vuote?

Vecchi e bambini: sono le vittime più immediate, insieme alle donne, perché non sanno, perché non hanno la forza fisica degli uomini per resistere o tentare una via di fuga. 

Nei campi di concentramento, così come già ci insegna Primo Levi in Se questo è un uomo, la prima incognita riguarda proprio le regole che vi si applicano. Chi si salva e perché? Dove vanno a finire i condannati? Il fumo nero che esce da alcuni comignoli non è un segnale facile da decodificare, prima di rendersi conto delle cataste di cadaveri e dell'orrendo puzzo di carne bruciata. A p. 45 le domande della bambina che inizia a capire:

"Oh, capire le regole, le rigide discipline, i ruoli, non era facile, né conoscere i trucchi della possibile sopravvivenza, né essere guardiane della nostra vita senza nuocere alle altre, nella lotta quotidiana per arrivare all'indomani".

È tremendo questo brano perché ci fa capire (ci fa toccare con mano) come sia facile perdere la dignità quando si tratta di sopravvivere, come sia quasi automatico pensare alla propria sopravvivenza a discapito di quella degli altri. Bisogna diventare "guardiani di se stessi" sia per sopravvivere sia per tentare di non determinare (magari senza volerlo, senza prevederlo) la morte di chi ci vive affianco... Se questo è un uomo, sì, consideriamo se questo è un uomo, costretto a sopravvivere nel dubbio di provocare la morte dell'altro per il fatto stesso di sopravvivere al prossimo.

E poi la perdita della percezione del tempo: nei campi di concentramento nazisti le vittime vengono spogliate di tutto e gli orologi non servono più a nulla, perché i giorni sono tutti uguali e il passare delle ore è cadenzato da ritmi che non hanno (più) nulla della vita umana civilizzata (id., p. 45):

"Erano passati tre mesi o tre anni? Ogni giorno, ogni ora, ogni minuto si moriva: chi per la selezione, chi all'appello, chi per la fame, chi per malattie e chi, come Eva, suicida, fulminata dalla corrente del filo spinato, rimanendo a lungo appesa come Cristo sulla croce".

Una Eva che muore appesa sul filo spinato come Cristo sulla croce: la donna che nell'Antico Testamento provoca la caduta di Adamo e la cacciata dal Paradiso Terrestre viene qui descritta come Cristo nel momento del massimo sacrificio...E perché Dio lo abbandona? Perché, mio Dio, mi hai abbandonato?

Queste domande tornano in modo molto esplicito nel finale del libro, quando Edith Bruck "invia" una lettera a Dio... Si tratta di pagine molto intime e scioccanti, di pagine piene di stupore e di umiltà, di domande senza risposte, di dubbi di chi ha visto la Morte in uno dei momenti più bui della Storia dell'essere umano e non sa darsi pace e non sa spiegarsi perché sia potuto succedere, perché tante vittime innocenti, perché tanti morti, nel corso della Seconda Guerra Mondiale, in un clima che, ahinoi, potrebbe ricordare fin troppo i tempi che stiamo vivendo oggi, nel 2025, a pochi passi dal baratro...

viernes, agosto 01, 2025

 Saint-Paul-Trois-Châteaux 
(o di un viaggio al passato per evitare il traffico del presente)

L'idea era quella di fermarsi ad Orange per vedere uno degli anfiteatri romani più antichi e meglio conservati del mondo. Il traffico stressante ci ha spinti a prenotare al volo un hotel (di lusso, incredibile) a Saint-Paul-Trois-Châteaux, un paesino medievale di 7 mila anime che toglie il fiato per la sua bellezza discreta, il silenzio, le strade quasi deserte. Questa è la Cattedrale di Notre Dame, risalente alla metà del XII sec. e davvero imponente per chi si avventura per le stradine labirintiche del centro storico:


Uno proprio non se l'aspetta: che ci fa un mastodonte del genere in un paesino così piccolo? All'interno, ci troviamo un gatto che dorme e che resta impassibile davanti ai pochi turisti che gli si avvicinano. È lui che comanda lì dentro, più dell'eventuale prete, abate o vescovo che sia...
Questo, invece, è un tipico scorcio delle stradine del centro:


È la Francia, certo, ma potremmo essere anche in Italia, in Abruzzo, in uno dei tantissimi paesini sperduti sulle montagne nostrane.
Questo, invece, è uno scorcio della piazza antistante l'hotel in cui alloggiamo prima di riprendere il volo verso Grenobles, le Alpi e l'estremo Nord:


La fontanella zampilla anche ora, il suono dell'acqua calma molto in una giornata in cui abbiamo raggiunto i 32 gradi centigradi. Quel negozio di vini non fa solo vendita di prodotti tipici, ma serve anche un'ottima focaccia (preparata con cura de un italiano che viene da Milano) e dei taglieri spettacolari con formaggi e salumi della zona che fanno venire l'acquolina in bocca solo a guardarli. Il vino rosso è anch'esso ottimo e il proprietario un tipo simpatico che si da da fare e che si mostra sempre gentile e sorridente.

Ecco: uno mette a confronto il caos di macchine in fila da Algeres-sur-mer e questo Paradiso che sembra perduto nel tempo e non può non concludere che sarebbe molto meglio perdersi e restare per sempre a Saint-Paul-Trois-Châteaux che perdersi e continuare a viaggiare lungo la A7 e la A9, collassate dai tir e dalle auto dei francesi che sembra che si siano messi tutti d'accordo per partire in vacanza proprio oggi...1 di agosto del 2025.

miércoles, julio 30, 2025

 Portbou e Walter Benjamin


È il 30 Luglio del 2025. Siamo arrivati a Portbou. La città in cui Walter Benjamin, l'inventore dei "passages", si tolse la vita, nella sua fuga dai nazisti e nel suo disperato e ultimo tentativo di passare la frontiera tra Francia e Spagna (l'idea era quella di imbarcarsi per gli Stati Uniti d'America).

Il monumento che commemora la sua morte è in cima a una collina con una vista spettacolare sul mare. Accanto al cimitero del paese (circa mille abitanti, che d'estate si triplicano). L'atmosfera è surreale: là in fondo, sulla sinistra, turisti e gente del luogo che si fa il bagno; qui sopra, accanti alle tombe dei morti del passato, un monumento che ricorda l'opera e il pensiero di un "flaneur" che ha finito la sua corsa (le sue mille passeggiate) in un paesino spagnolo a ridosso della Francia... L'allegria degli uni, la tristezza degli altri, ovvero, di coloro che sanno il perché della presenza di questa porta oscura verso l'abisso del mare (quando si scende si ha la sensazione di cadere in acqua, di rotolare in fondo all'acqua, di non riuscire a frenarsi...).


Milioni di turisti prendono il sole, sorridono, si baciano, mangiano il gelato, ignari della parabola esistenziale di uno fra i milioni di vittime ebree della furia (o della follia) di Hitler e degli esiliati spagnoli che fuggono dalla guerra civile per provare a rifarsi una vita in Francia.



Spagnoli che arrivano qui come sfollati, con le coperte e i pochi effetti personali sulla schiena, le donne e i bambini che percorrono chilometri come in una processione senza fine... 

Portbou ricorda anche quelle vittime, il passato torna presente, i fantasmi dei morti tornano a farsi presenze reali in questa collina in cui Walter Benjamin dovette pensare al suo destino, oltre che a quello dell'Europa distrutta (o in via di distruzione) per colpa della Seconda Guerra Mondiale. Era il 27 settembre del 1940 quando Benjamin inala una dose esagerata di morfina. Muore in una stanza dell'Hotel Francia. Dopo aver attraversato la Storia, aver scritto libri che hanno illuminato il pensiero del XX secolo e aver disceso quel tunnel verso l'abisso che l'artista Dani Karavan (anch'egli ebreo) ha realizzato nel 1994. 

 Sono passati 85 anni dalla morte di Walter Benjamin. E 31 dalla realizzazione del monumento di Portbou. Sembra di essere tornati indietro nel tempo. La Storia: un incubo da cui sembra difficile (o impossibile) svegliarsi...



lunes, julio 28, 2025

 Prima di ripartire per l'Italia


Sono in procinto di ripartire per l'Italia (passando dalla Francia, in macchina, per raggiungere Grenobles e poi entrare in Val d'Aosta, attraversando il valico del Monte Bianco, o "Mont Blanche", a detta dei francesi, e poi scendere in direzione Lucca, seguendo, in parte, il tragitto della Via Francigena, prima di "atterrare" a Roma capitale).

Il traffico delle 8:00 del mattino è scorrevole: si arriva a lavoro in meno di mezz'ora, dal paesino sulla costa del Sud del Sud della Spagna in cui vivo. Al semaforo in rosso i nostri sguardi insonnoliti s'incrociano: si trucca (o si aggiusta il trucco) sullo specchietto e mi guarda sorpresa dal mio sguardo attento, leggermente incuriosito (come fanno le donne a truccarsi anche mentre sono in auto? Quanta velocità, prontezza, precisione richiede un 'operazione del genere?).

Alle 8:30 ricevo un messaggio di una mia cara collega, Lola, compagna di avventure e di sventure, che io ho soprannominato "Sancho Panza". Mi chiede conferma dell'orario di un corso di formazione che ci impongono oggi, lunedì 28 luglio, a pochi giorni dalla chiusura completa dell'Università per tutto intero il mese d'agosto. Le confermo l'orario: dalle 10:00 alle 12:00. Lola mi dice che verrà cinque minuti prima (vive a pochi metri dall'Università e non ha voglia di entrare prima).

Ci chiediamo entrambi che senso abbia "costringere" i prof. a seguire un corso di formazione a fine mese, quando i cervelli sono fusi, il corpo stanco, la mente già proiettata verso le vacanze (Courmayeur, ad esempio, o Torino, o Pavia...).

Nel viaggio francese toccheremo alcune città emblematiche per chi studia letteratura: a Coillure morì Antonio Machado (il poeta); a Portbou trovò la morte Walter Benjamin (il filosofo, il critico letterario, l'esperto di arte). Andiamo alla ricerca delle tracce del passato dei fantasmi (benigni) sui cui libri ci siamo formati. È un viaggio di piacere costellato di fermate strategiche alla ricerca delle ombre degli eventi tragici della Storia del XX secolo (la Seconda Guerra Mondiale; la Shoah; la Guerra Civile Spagnola). Lola dice che ci accompagnerebbe volentieri. Sta finendo la tesi di dottorato (sulla cosiddetta "poesia dell'esperienza") e adora Benjamin (e sa a memoria alcuni componimenti di Machado).

"Caminante no hay camino...", certo. Il cammino si costruisce camminando (l'ho sperimentato nel 2012, cundo affrontai il famoso "Camino de Santiago"). E allora mi viene in mente il finale di una poesia di Pierluigi Cappello, poeta che ho scoperto grazie a Jovanotti (che mi fece scoprire anche Mariangela Gualtieri, un'altra scrittrice che emoziona e incanta con la sua lirica apparentemente umile, ma profondamente dirompente):

Piangere non è un sussulto di scapole
e adesso che ho pianto
non ho parole migliori di queste
per dire che ho pianto
le parole più belle
le parole più pure
non sono lo zampettio delle sillabe
sull’inverno frusciante dei fogli
stanno così come stanno
né fuoco né cenere
fra l’ultima parola detta
e la prima nuova da dire
è lì che abitiamo.

Traduco il testo in spagnolo per Lola; sottolineo con enfasi gli ultimi tre versi: "fra l'ultima parola detta / e la prima nuova da dire / è lì che abitiamo". E Lola mi fa notare come sia molto vicino a Benjamin questo Cappello, e forse anche ad Antonio Machado.

sábado, julio 26, 2025

 Ahora y en la hora (2025) di Héctor Abad Faciolince: scrivere da sopravvissuti



Un libro per l'estate. Ecco, questo che ho appena finito di leggere sarebbe proprio l'antesignano al concetto stesso di "libro per l'estate" (quelli che si leggono stesi sulla spiaggia o sotto l'ombrellone, su una sdraio, il volto accarezzato dalla brezza marina). 

In Ahora y en la hora (Madrid, Alfaguara, 2025) il colombiano Héctor Abad Faciolince racconta un fatto di cronaca nera legato alla guerra in Ucrania, ovvero, il tremendo attentato dei russi alla città di Kramatorsk.

Lo scrittore è lì per appoggiare la causa di Victoria Amélina e altri intellettuali e giornalisti che cercano di frenare l'invasione di Putin (invasione anche dal punto di vista ideologico, culturale e storico, non solo militare). Il movimento cui aderisce l'autore si chiama "¡Aguanta Ucrania!". Per farsi un'idea concreta di come queste persone si sono organizzate per dare testimonianze obiettive in diretta dal fronte (o dei luoghi più critici della guerra), Héctor decide di partire dalla Colombia e di conoscere dal vivo Victoria e gli altri integranti del gruppo. 

In Ucraina il suo libro più famoso, El olvido que seremos (del 2006, stranamente ancora non disponibile in italiano), è stato tradotto da poco ed è diventato perfino "il miglior libro straniero dell'anno".

Héctor arriva a Kiev, la capitale, e nota che la guerra si respira nell'aira per la presenza dei carri armati e dei soldati, per i gesti e i comportamenti delle persone che ci provano a fare una vita normale quando la normalità è ormai un ricordo lontano. Così, accetta di andare a Kramatorsk, in una delle zone più attaccate e, perciò, più pericolose del momento. Rimanda il viaggio già programmato per fare esperienza del male, della violenza e delle ingiustizie che Putin ha generato dopo l'invasione dell'Ucrania il 24 febbraio del 2022.

È il martedì del 27 giugno del 2023 quando, mentre sono sul punto di mangiare una pizza, un missile russo cade sulla pizzeria della città e provoca decine di morti, tra cui la scrittrice, giornalista e attivista Victoria Amélina. Il caso ha voluto che si sedesse nella sedia che le cede Héctor perché ha problemi d'udito all'orecchio sinistro e voleva cercare di intendersi con l'altro collega seduto al suo fianco.

Può un cambio di posto a tavola, può un difetto d'udito determinare la vita o la morte di un individuo? 

La risposta è ovvia e attorno ad essa gira tutta la trama frammentata, autobiografica, lirica, a tratti, e a volte straziante di Ahora y en la hora, un titolo che viene dalle ultime parole del Padre nostro, "Ora e nell'ora" (della nostra morte, amen).

Quello che più colpisce della scrittura di Héctor Abad Faciolince è la sua onestà intellettuale, la sua umiltà nell'ammettere che le parole non riusciranno mai a riportare in presa diretta le sensazioni vissute, né potranno riportare in vita le vittime della guerra ancora in corso. E però servono, perché la scrittura è uno dei pochi strumenti che abbiamo per non dimenticare, per non far precipitare nell'abisso dell'oblio ciò che è stato (ciò che abbiamo visto, ciò che abbiamo vissuto, ciò che ci ha ferito a morte).

Cito questa frase che Victoria pronuncia in un intervento presso l'Istituto Goethe di non ricordo più quale città:

"Mi rendo conto che la guerra ha distrutto la mia lingua. È ciò che la guerra ti lascia: le frasi sono il più breve possibile, la punteggiatura è un lusso superfluo, l'argomento non è chiaro, ma ogni parola ha un grande significato. Tutto questo vale per la poesia, ma anche per la guerra".

È la stessa scoperta che fa Primo Levi ad Auschwitz. È la scoperta (amara) che fa sulla propria pelle Héctor, sopravvissuto a un attentato che lo ha portato a guardare in faccia la Morte. Anche le parole di Ahora y en la hora hanno grande significato. Soprattutto quelle che descrivono le foto di Victoria e quelle che fanno parte delle tante poesie che lo scrittore inserisce all'interno della trama per cercare di capire e di capirsi. È un libro duro, quello di Héctor, un libro che gli storici del futuro dovranno leggere se vorranno scrivere una Storia della Guerra in Ucraina con obiettività e serietà, con rispetto verso chi l'ha vissuta e la vive ancora oggi, verso chi la subisce e verso chi prova a capirla...

 Il rumore del mondo (parola di Galimberti e di Byung-Chul Han) L'altra mattina, approfittando di un momento di solitudine e silenzio, l...