domingo, febrero 22, 2026

 Napoli nel 2020

Mio fratello manda la foto al gruppo dei cugini: il 22 febbraio (oggi), ma di 6 anni fa (2020) eravamo tutti insieme a Piazza del Plebiscito a Napoli per una bella rimpatriata mentre io partecipavo a un congresso sul "silenzio". Faceva freschetto, quella sera, ed eravamo felici, contenti, sorridenti, dopo aver cenato in qualche pizzeria dei dintorni e prima di andare a fare bisboccia in qualche pub o bar della "movida" napoletana.

Nel frattempo, mezza Italia seguiva le notizie provenienti dalla Cina e dai primissimi casi di contagi da Coronavirus (o Covid-19). Molti erano ancora gli scettici o chi pensava che il virus non fosse così grave. Al congresso nessuno si sognava di rispettare la distanza di sicurezza: io, mio fratello e le nostre cugine si beveva e si brindava ignari dell'imminenza del disastro: zona rossa, prima nel Nord, poi l'Italia intera. Il 23 febbraio sarei ripartito da Capo di Chino e mi sorprevo nel vedere passeggeri che indossavano la maschera FP3. Pochissime ore dopo, il caos. Prima a rallentatore, poi con scene assurde, come quelle in diretta dalla stazione di Milano (migliaia di persone che cercavano di andare a Sud, come se così facendo potessero evitare il virus).

In Spagna, quando mostravo le notizie dei morti ai colleghi, pochi erano quelli che mi ascoltavano con attenzione: i più sdrammatizzavano, dai che passa, è un'influenza un po' più forte, fa morire solo gli anziani e i malati terminali, vedrai che qua non arriva.

L'8 marzo ci fu una megariunione in onore della festa delle donne sia a Madrid che a Barcellona. Il 15 marzo Pedro Sánchez optò per il lockdown sul modello di quello nostrano. Tutti rintanati in casa, tutti a lavoro sul pc (smart-working, lo chiamavamo in Italia); tutti ignari della gravità della pandemia; tutti in fila ai supermercati per comprare cibo e carta igienica.

Sembra che sia passato un secolo: sono passati solo 6 anni. E sembra quasi che abbiamo dimenticato tutto della pandemia, compresi i sogni di alcuni verso un mondo migliore, meno inquinato, più giusto, meno accelerato, più pacifico o pacifista (gli applausi agli infermieri e ai dottori che provavano a salvare vite su turni sfiancanti, quegli applausi dal balcone: ma che scena incredibile era?!).

E invece... Non abbiamo modificato di molto i ritmi, il concetto di società, l'idea di bisogni e sogni condivisi, anzi: sono arrivate le guerre. E le storture violente che sono sotto gli occhi di tutti. Anche se a volte (spesso) non le vogliamo vedere. Perché le guerre sono ancora lontane (anche se l'Ucraina è vicinissima, in realtà, e la Groenlandia attaccata a un paese democratico come la Danimarca). Per non parlare della Striscia di Gaza. E di tutti quei morti bambini.

miércoles, febrero 18, 2026

 Istantanee (o della relatività del sentimento amoroso)

Immaginiamo questo scenario: sul proscenio, in prima fila, c'è una coppia di ballerini di swing. Hanno una cassa portatile per ascoltare la musica e andare al ritmo giusto: danzano che è un piacere guardarli. Uno starebbe le ore a godersi lo spettacolo: si vede che sono amanti, o innamorati, si nota subito per come si guardano, come scherzano, come ridono tra di loro quando uno dei due mette il piede in fallo o non rispetta la coreografia che hanno pattuito all'inizio.

Poco più in fondo, sul marciapiede della strada di fronte, invece, c'è un altro scenario, completamente differente al primo: una coppia che discute in modo furibondo. Lei gli prende il cellulare; lui prova a sottrarglielo; si spingono, sembra che stiano per darsele di santa ragione, sembra che stia per scoppiare la rissa, lei gli urla che è un maiale, un porco, uno stronzo, lui le risponde per le rime, alza la voce, forse bestemmia, dei vicini si affacciano alla finestra, un padre con un bambino nel passeggino si ferma impietrito e non sa ancora se intervenire o se chiamare la polizia, anche perché lei è magrolina, lui un santantonio di 2 metri e muscoloso, pieno di tatuaggi, lei strilla, grida, lo prende a pugni sulle braccia e sul petto, lui schiva i colpi, si trattiene, ma ha la faccia paonazza, forse per la rabbia o per la vergogna (che messaggi, che foto avrà scoperto la fidanzata per scoppiare in questo modo?), poi si separano, nel senso che lei va verso sinistra e lui verso destra, e, nel mentre, la coppia dei ballerini di swing continua ad allenarsi, ad esercitarsi, a divertirsi, ignari delle grida, concentrati solo sul ritmo, sulla musica, sulla danza, ignari della coppia che si è appena sciolta, rotta in modo plateale, mentre tutto sembra tornare alla normalità, il papà col figlioletto continua a camminare, lo spettatore affascinato dalla coppia di ballerini riprende il suo percorso verso il supermercatro, la coppia scoppiata chissà se tornerà più a rivolgersi la parola, il cellulare miracolsamente ancora integro, nonostante i colpi di lei, gli strattoni di lui...

E a uno viene da pensare: "quant'è relativo il sentimento amoroso! E com'è precario l'equilibrio di chi si lascia guidare da Amore e Eros...".

sábado, febrero 14, 2026

 El día del lobo di Antonio Soler: o come ricordare il passato traumatico


In un mondo che rende culto alla velocità, alla rapidità, all'istantaneità, in una società che ha la memoria corta o che non ha proprio memoria, solleva l'imbattersi (ogni tanto) in libri (romanzi) che lasciano il segno perché recuperano il passato, tornano sulle ferite della Storia recente e ci fanno capire che - in realtà - non siamo cambiati, non è cambiato il mondo e la Storia forse non sarà mai ciò che propugnava Cicerone, ossia, Magistra Vitae...

Leggere El día del lobo (Barcelona, Espasa, 2024) di Antonio Soler è fare un viaggio al passato, per l'esattezza, al 7 febbraio del 1937, quando le navi di Franco occupano il porto di Malaga e cominciano a bombardare la città, mentre dal cielo l'aviazione fascista di Mussolini e quella nazista di Hitler lanciano bombe sulla popolazione civile, senza scrupoli, con l'intenzione di seminare il panico e la distruzione.

Sono passati 89 anni da quel giorno e da quella strage di civile (moltissimi si sono messi in cammino per trovare riparo ad Almería: tra Málaga e Almería ci sono 200 chilometri di distanza; immaginiamoci come si spostava questa gente, tra corpi sventrati, bambini urlanti, anziani senza forza o appoggiati al bastone). Eppure, Antonio Soler è in grado di farci rivivere quei giorni apocalittici trasmettendoci la Storia attraverso due canali fondamentali: il racconto (orale) di sua nonna, intimidita dal nipote o forse ancora in imbarazzo nel dover riscattare certe scene tragiche dopo tanti anni trascorsi dall'evento e i documenti storici, i saggi e gli studi che parlano di questo esodo di massa di popolazione inerme sotto le bombe naziste, fasciste e franchiste.

Il libro si presenta, dunque, come memoir familiare, certo, ma anche come romanzo, perché il narratore che parla in prima persona e che questa volta coincide con l'autore in carne ed ossa sente l'urgenza di utilizzare l'immaginazione quando né la nonna né i libri di storia sui fatti raccontati riescono a dargli un quadro completo della situazione.

L'immaginazione lavora affianco, in collaborazione con la memoria, per ricreare certe scene che Soler non avrebbe mai potuto presenziare (sua madre, Libertad, aveva 18 anni ed era incinta quando iniziarono i primi traslochi sotto le bombe e le prime marce verso Almería).

Tra i tanti libri citati, ce n'è uno che mi ha lasciato un'impressione molto forte e che forse non dimenticherò mai: La desbandá. El crimen de la carretera de Málaga a Almería (1937) di Norman Bethune, con le fotografie di Hazen Sise. Chi è Bethune? Chi è Sise? Si tratta di un medico e di un architetto e fotografo canadesi che, dopo aver assistito ai primi eventi tragici della guerra civile spagnola (scoppiata il 18 luglio del 1936) non hanno dubbi: si schierano dalla parte dei più deboli e dell'esercito del Frente Popular, per opporsi al fascismo e all'esercito dei nazionalisti guidati da Franco.

Sise fotografa ciò che vede in compagnia di Bethune nel momento in cui entrambi decidono di convertire il furgone per le trasfusioni di sangue in ambulanza per tutti i bambini e le madri che gridano aiuto. I due fanno un'infinità di viaggi, tra Málaga e Almería, per cercare di aiutare la popolazione civile. Bethune lo scrive nel suo libro-testimonianza: è come svuotare il mare con un imbuto; ma sente che è suo dovere restare lì, nel mezzo della battaglia, dell'Apocalisse, dei disastri della guerra.

Tra le tante foto di Sise ce n'è una che colpisce il lettore del XXI secolo: è quella di una bambina con il vestito fiorito; mangia canna da zucchero, unica fonte d'alimentazione che trova lungo il cammino, e ai suoi piedi giace una bambola nuda, priva di un braccio. La didascalia è melodrammatica, il libro di Bethune deve scuotere le coscienze degli altri europei e cittadini civilizzati di fronte agli orrori della guerra civile: "Non importa più nulla ormai. Nemmeno la bambola".

Chi ha scritto il libro; chi ha scattato le foto; chi lo ha pubblicato sapevano bene qual era il loro obiettivo. Smuovere le coscienze. Cercare d'illuminare i testimoni non oculari dei bombardamenti sui civili inermi. Chi guarda la foto oggi patisce una specie di deja-vu: quella bambina è la stessa che abbiamo visto nei telegiornali che mandavano immagini in diretta dalla Striscia di Gaza o dal fronte Ucrania-Russia. E sorge spontanea la domanda: chissà se sarà riuscita a salvarsi; chissà dov'erano i suoi; chissà che fine ha fatto. Ma si sa: la storia non è più (forse non lo è mai stata) "maestra di vita".

jueves, febrero 05, 2026

 Gli eventi (al 5 di febbraio del 2026)


Ieri ho mandato un messaggio a C., che ha da poco perso il marito: mi parlava di tutt'altro, mi raccontava di una sua visita (dolorsa) dal dentista (che conosce da cento anni e che ancora non si capacita che la sua amica abbia il terrore del trapano). E sempre ieri (ma di notte), ho sognato Alyssa: era una bambolina di ceramica o di altro materiale delicato e io la schiacciavo o la stringevo talmente forte a me che la rompevo in mille pezzi (le ho mandato un vocale e senza essere Freud mi risponde: "Che razza d'incubo! Ma tu mi vuoi male!").

Stamane, invece, ho iniziato a correggere la tesi di dottorato di una mia dottoranda che è appassionata del Quijote e delle mille trasposizioni cinematografiche del capolavoro di Cervantes. Non è male, non è banale il discorso critico che riesce a sviluppare a partire dalla versione in bianco e nero e del 1933 di G. W. Pabst. La dottoranda dimostra acume e finezza d'analisi, anche molta capacità di sintesi (la prima versione della tesi non arriva a 100 pagine: come fare a dirle che deve ampliare, senza risultare offensivi, senza suonare troppo "paternali"?). E poi l'incontro ravvicinato con un'ex alunna, una delle più brillanti che abbia mai avuto, che continua a chiedermi consigli di lettura, che disegna come una vera artista, che fa domande di letteratura e guarda l'orizzonte con occhi a volte smarriti a volte dolcissimi...

Gli eventi. Semplicemente loro. Ciò che accade. Ciò che ci accade. Al 5 di febbraio di questo 2026 che sembra il prologo allo scoppio di una guerra civile negli USA o della Terza Guerra Mondiale nel resto del pianeta.

sábado, enero 31, 2026

L'intensità (di certi sguardi) 

L'intensità di certi sguardi. Che nessuno dei due può evitare di lanciare l'uno all'altro, sapendo chi è l'altro, perché lo si è spogliato con gli occhi, con la mente e con le mani più di una volta, col fiato sospeso, con l'ansia di chi sa che c'è il piacere ad attenderlo.

L'intensità di certe intese, di frasi che l'uno può anticipare o concludere per l'altro (in vece sua) perché già ne conosce il ritmo e il vocabolario, sa già che termini adotterà in quel contesto, che metafore, che similitudini, che maniera di piegare la prosa del mondo all'altezza musicale dei versi (le impronte e i fantasmi che accompagnano la nostra vita diurna, civile, legale, accanto a quella notturna, primitiva e illegale, quella in cui si diventa entrambi animali).

L'intensità di certi dialoghi, fuori dal bar, mentre i turisti camminano verso la spiaggia, non li ferma nemmeno il vento forte di quest'ultima giornata del mese di gennaio (che sembrava non finire mai, come se da Capodanno fossero trascorsi anni e non giorni). Qualche coppia si tiene stretta stretta (avrà paura l'uno che l'altro se ne voli via col vento?), qualche coppia si bacia sulle panchine, mentre il vento piega gli ombrelli rendendoli brandelli di plastica attaccati a fili di bastone; qualche coppia litiga, anche, perché lui non si ricorda dove ha parcheggiato e lei è isterica, vuol tornare a casa, cazzo.

L'intensità di questi scambi verbali che, al di sotto della loro superficie civilizzata  e dell'educazione, nascondono scambi ben più profondi, negli abissi dell'anima e della mente e del corpo dell'altro...

È il 31 di gennaio: la presentazione è stata un successo, il pubblico ha fatto molte domande, la scrittrice è felice, mentre il mio sguardo è diretto solo verso una persona, solo verso di lei, colei che mi conosce meglio di come mi conosco io, colei che sa, colei che scrive e canta, quando l'ispirazione le regala poesie che tolgono il fato...

domingo, enero 25, 2026

 Il mercato editoriale e la letteratura "vera"

Dunque, la situazione è la seguente: una cara amica, una persona che ammiro molto dal punto di vista del suo lavoro di studiosa e ricercatrice nell'ambito della letteratura ispanica, ha pubblicato il suo secondo romanzo e mi chiede di presentarglielo. Dopo aver pubblicato un primo romanzo dotato di un certo fascino, un romanzo scritto bene, anche se con alcuni rimandi fin troppo espliciti a un altro scrittore molto famoso e molto apprezzato a livello internazionale, ne ha appena pubblicato un secondo, molto più fiacco, sfilacciato o forse banale del primo.


E come fare, allora, ad accettare l'invito a presentare un romanzo che non ci convince e, al contempo, a non compromettere l'amicizia con una scrittrice che - secondo me - ha cose da dire, anche se forse non è riuscita a dirle come nella sua "opera prima"? E come fare, allora, a parlare bene di un romanzo che ci sembra fin troppo "topico" o pieno di elementi già visti in passato (in letteratura o anche al cinema) senza urtare la sensibilità dell'autrice? E come fare, soprattutto, questa presentazione quando uno sa che dietro a questo libro si sta muovendo tutto un armamentario di marketing letterario davvero incredibile e sconcertante? 


La casa editrice (molto potente) che pubblica il romanzo non si vuole far sfuggire l'occasione di guadagnare milioni, se possibile, con questo loro ultimo lancio. C'è di mezzo la televisione, la pubblicità, la radio, le librerie, i circoli letterari, la stampa, insomma, come provare a fare bella figura, anche nei confronti della scrittrice, senza offendere?


Ecco, ho pensato che la soluzione potrebbe essere la seguente: nella presentazione farò riferimento alle cose che mi sono piaciute, sottacendo le molte che non mi hanno convinto. E poi...che sia il Tempo a stabilire se il libro merita o finirà (come tanti) nella "sepoltura dell'oblio".


P.S.: quanta distanza c'è, a volte, tra ciò che proclama la critica e ciò che esperimenta il lettore! Quanta distanza tra il mercato editoriale e ciò che è letteratura "vera", quella che pretende scuotere la coscienza del lettore, quella che fa pensare al di là delle imitazioni dei grandi, al di là delle citazioni famose!

domingo, enero 18, 2026

 Ipotesi di lavoro

Oggi io e la mia compagna di avventure abbiamo discusso o ci siamo leggermente accapigliati sul tema del femminismo. Io difendevo l'idea che Virginia Woolf non avesse capito l'Ulisse o, almeno, non ne avesse apprezzato lo stile sperimentale (lei che ha sperimentato tantissimo) né il ritratto a 360 gradi di una donna vulcanica e passionale come Molly Bloom (non ricordo in che articolo o saggio accusa Joyce di essere pornografico o fin troppo esplicito quando racconta l'inimità dei suoi personaggi); lei difendeva il fatto che Virginia Woolf fosse riuscita a penetrare molto più a fondo di Joyce nella mente dei personaggi, anche di quelli maschili o che si trasformano nel nome di un'ermafroditismo davvero originale (pensiamo a Orlando, del 1928 - ma anche Flush non scherza, non avevo mai letto prima la biografia di un cane; lo scrive nel 1933, a 10 anni dall'apparizione dell'Ulisse joyciano).

Poi, tornando a casa, mi sono ricordato delle lettere d'amore che Virgiani Woolf scrisse a Vita Sackeville-West. Ne lessi qualcuna in inglese, quando ero studente di Lingue e Letterature Straniere alla "Sapienza" ed ebbi l'enorme, immensa fortuna d'imbattermi in maestri e anglisti di fama internazionale come Nadia Fusini o Piero Boitani (se oggi ho letto Shakespeare in versione originale lo debbo a lui, oltre a tante altre cose che non sto qui ad enumerare, perché sono davvero tante).




E subito dopo mi è venuta alla memoria la lunga trafila di lettere che James Joyce inviò a Nora Barnacle quando s'innamorarono e decisero che non si sarebbero mai più lasciati (e, di fatto, non si lasciarno mai, nemmeno quando Joyce si ubriacava come un alcolizzato e lo buttavano fuori dai pub delle varie città in cui vissero, Parigi, Trieste o Zurigo, e la coppia non sapeva come sbarcare il lunario, perché Joyce non guadagnava molto e i lavoretti che faceva per portare il pane a casa non erano molto remunerativi, se così possiamo dire...).

Scopro solo ora che nel 2024 è uscita una traduzione in italiano di quell'epistolario molto "hot" (un amico spagnolo scrittore mi ha raccontato che alcune lettere lo hanno fatto addirittura arrossire).

Ed allora ecco che mi si accende la lampadina e mi sovvien l'idea per uno studio di teoria della letteratura e di letterature comparate: cosa potrebbe venir fuori dall'analisi contrastiva dei due epistolari amorosi, quello di Virginia in omaggio a Vita e quello di James in onore di Nora? Che voce? Che immagine dei due sessi? Che guerra dei sessi tra polo femminile e polo maschile, tra omo- ed etero-sessualità? Quanta distanza tra i due nell'uso del proprio stile, tra stream of counsciouness e interior monologue? Che visione del mondo e dei rapporti sentimentali?

Appunti per un'ipotesi di lavoro del futuro...


 Napoli nel 2020 Mio fratello manda la foto al gruppo dei cugini: il 22 febbraio (oggi), ma di 6 anni fa (2020) eravamo tutti insieme a Piaz...