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lunes, julio 28, 2025

 Prima di ripartire per l'Italia


Sono in procinto di ripartire per l'Italia (passando dalla Francia, in macchina, per raggiungere Grenobles e poi entrare in Val d'Aosta, attraversando il valico del Monte Bianco, o "Mont Blanche", a detta dei francesi, e poi scendere in direzione Lucca, seguendo, in parte, il tragitto della Via Francigena, prima di "atterrare" a Roma capitale).

Il traffico delle 8:00 del mattino è scorrevole: si arriva a lavoro in meno di mezz'ora, dal paesino sulla costa del Sud del Sud della Spagna in cui vivo. Al semaforo in rosso i nostri sguardi insonnoliti s'incrociano: si trucca (o si aggiusta il trucco) sullo specchietto e mi guarda sorpresa dal mio sguardo attento, leggermente incuriosito (come fanno le donne a truccarsi anche mentre sono in auto? Quanta velocità, prontezza, precisione richiede un 'operazione del genere?).

Alle 8:30 ricevo un messaggio di una mia cara collega, Lola, compagna di avventure e di sventure, che io ho soprannominato "Sancho Panza". Mi chiede conferma dell'orario di un corso di formazione che ci impongono oggi, lunedì 28 luglio, a pochi giorni dalla chiusura completa dell'Università per tutto intero il mese d'agosto. Le confermo l'orario: dalle 10:00 alle 12:00. Lola mi dice che verrà cinque minuti prima (vive a pochi metri dall'Università e non ha voglia di entrare prima).

Ci chiediamo entrambi che senso abbia "costringere" i prof. a seguire un corso di formazione a fine mese, quando i cervelli sono fusi, il corpo stanco, la mente già proiettata verso le vacanze (Courmayeur, ad esempio, o Torino, o Pavia...).

Nel viaggio francese toccheremo alcune città emblematiche per chi studia letteratura: a Coillure morì Antonio Machado (il poeta); a Portbou trovò la morte Walter Benjamin (il filosofo, il critico letterario, l'esperto di arte). Andiamo alla ricerca delle tracce del passato dei fantasmi (benigni) sui cui libri ci siamo formati. È un viaggio di piacere costellato di fermate strategiche alla ricerca delle ombre degli eventi tragici della Storia del XX secolo (la Seconda Guerra Mondiale; la Shoah; la Guerra Civile Spagnola). Lola dice che ci accompagnerebbe volentieri. Sta finendo la tesi di dottorato (sulla cosiddetta "poesia dell'esperienza") e adora Benjamin (e sa a memoria alcuni componimenti di Machado).

"Caminante no hay camino...", certo. Il cammino si costruisce camminando (l'ho sperimentato nel 2012, cundo affrontai il famoso "Camino de Santiago"). E allora mi viene in mente il finale di una poesia di Pierluigi Cappello, poeta che ho scoperto grazie a Jovanotti (che mi fece scoprire anche Mariangela Gualtieri, un'altra scrittrice che emoziona e incanta con la sua lirica apparentemente umile, ma profondamente dirompente):

Piangere non è un sussulto di scapole
e adesso che ho pianto
non ho parole migliori di queste
per dire che ho pianto
le parole più belle
le parole più pure
non sono lo zampettio delle sillabe
sull’inverno frusciante dei fogli
stanno così come stanno
né fuoco né cenere
fra l’ultima parola detta
e la prima nuova da dire
è lì che abitiamo.

Traduco il testo in spagnolo per Lola; sottolineo con enfasi gli ultimi tre versi: "fra l'ultima parola detta / e la prima nuova da dire / è lì che abitiamo". E Lola mi fa notare come sia molto vicino a Benjamin questo Cappello, e forse anche ad Antonio Machado.

viernes, junio 03, 2022

 Una poesia di Juan Luis Panero


Fantasmas en la nieve

Andas bajo la nieve, con las botas mojadas
y el blanco abrigo afgano,
por la orilla helada del Hudson,
una tarde oscura de febrero.
Luego, desnuda, en el cuarto caluroso,
miro la curva suave de tu culo,
el empapado brillo de tus ojos,
mientras sigue cayendo nieve en los cristales.
Es un recurso simple, muy poco original,
pero lo guardo para aquellas horas
en que volviendo atrás, sin amor ni odio,
intentando recordar, acercar nuestra historia,
sólo quedan retocadas anécdotas, viejas fotografías,
y unas pocas palabras desgastadas.
Gotas en tu frente y el brillo de tus ojos,
errantes y abrazados en la ciudad extraña,
así ríes aún, así regresas hoy, así nos imagino,
borrados y distantes, fantasmas en la nieve.

Fantasmi nella neve

Cammini sotto la neve, gli stivali bagnati
e il bianco giaccone afgano,
lungo la riva gelata dell'Hudson,
un pomeriggio oscuro di febbraio.
Poi, nuda, nella stanza riscaldata,
guardo la soave curva del tuo culo,
l'umido brillìo dei tuoi occhi,
mentre continua a cadere la neve sui vetri.
È un trucco semplice, affatto originale,
ma lo tengo in serbo per quelle ore
in cui tornando indietro, senza amore e senza odio,
provando a ricordare, ad avvicinare la nostra storia,
restan solo aneddoti ritoccati, vecchie fotografie
e poche parole consumate.
Gocce sulla tua fronte e il luccicore dei tuoi occhi,
erranti e abbracciati nella città straniera,
è così che continui a ridere, così che torni oggi, così ci immagino,
cancellati e distanti, fantasmi nella neve.

viernes, febrero 11, 2022

Le giornate piene (di sorprese) 


Ieri, 10 febbraio del 2022, alle ore 8:55 del mattino e senza previo avviso, il mio ex-Prof di Letteratura Inglese al Liceo Linguistico mi scrive su Messanger per mandarmi il link per una videoconferenza su Meet. Una settimana fa mi aveva mandato un email per chiedermi se sarei stato disponibile a concedere un'intervista agli alunni del quinto. Gli rispondo al volo dicendo che ne sono lunsingato, che sì, che certo, ma che magari prima sarebbe il caso di parlare delle domande, del tenore dell'intervista, dei temi da trattare. Il Prof annuisce e poi dice "a presto". E ieri mattina la sorpresa. Gli rispondo alle ore 9:00, con la faccia ancora assonnata, i capelli spettinati, il piagiama ancora appiccicato alla pelle. "Dammi almeno 10 minuti". "Ok, dai, sbrigati che alle 11:00 devo andare da un'altra classe". 

Mi collego alle 9:05 e da lì fino alle 10:00 è un viavai costante e piacevole di domande e risposte sul perché faccio il professore, sul mio percorso di studi, su come ho fatto a finire in Spagna a insegnare Letteratura Spagnola agli spagnoli, sui ricordi che ho dei tempi del Liceo...

Non è solo un'intervista: è anche una sorta di denudamento in pubblico, di autoanalisi, di tuffo nel passato e di parallela ricerca del "tempo passato", di quando ero giovane e pieno di belle speranze. I ragazzi sembrano interessati. Sono svegli e vispi. Qualcuno sorride quando faccio qualche battuta o scherzo con il loro Prof. d'Inglese. Quando è tutto finito, mi scrive di nuovo su Messanger: "Quando gli hai parlato della "curiosità" sono rimasti scioccati". Ma lo sanno tutti, da Aristotele in poi, che la curiositas è lo strumento fondamentale per dare avvio alla philosophia (o "amore per il sapere").

Poi mi scrive una collega che coordina la "Società Dante Alighieri" della città del Sud del Sud della Spagna in cui vivo e lavoro e mi propone di parlare di Pasolini in occasione di un congresso in cui si celebra l'anniversario dei 100 anni dalla nascita. Le dico che, pur non essendo un italianista, né un esperto in Pasolini, accetto. Mi risponde subito, entusiasta, per ringraziare e per dirmi anche di scegliere una poesia con cui inaugurare l'evento. Penso subito a "Il pianto della scavatrice" da Poesia in forma di rosa. E poi rifletto: di nuovo, un'occasione per parlare di Letteratura Italiana ma stando in Spagna. Così come pochi minuti fa avevo parlato dell'Italia stando in Spagna. 

Infine, mi arriva la tesi di laurea di una studentessa di Lingue dell'Università di Trento. Figuro come correlatore. È la prima volta che la studentessa si mette in contatto con me. Il relatore, un caro amico e collega, mi rassicura sulla bontà del lavoro: è una in gamba, vedrai. Le rispondo subito: "La ringrazio, leggerò la sua tesi con interesse e sincera curiosità". E di nuovo un pezzo d'Italia che entra in contatto con il mio fare quotidiano stando qui in Spagna. Ponti che non si chiudono mai. Per fortuna. E penso: "Ma che giornata! E quante sorprese!" (per fortuna tutte belle).

miércoles, enero 20, 2021

 Un incubo assurdo (tanto per cambiare)





Stanotte ho avuto un incubo assurdo (tanto per cambiare); ho sognato che un caro amico d'infanzia del paesino sui monti abruzzesi in cui sono nato partiva in vacanza in nave diretto in Sardegna. Lo faceva per distrarsi dopo un lutto terribile: la scomparsa di sua moglie, una bella donna che gli aveva dato due bellissime figlie (lo sono davvero, nel piano della realtà, sia la moglie che le figlie). 

Nel sogno io non capivo: gli chiedevo come fosse successo. E allora il mio amico scoppia a piangere, disperato, mi abbraccia e mi spiega, tra le lacrime, che la moglie è morta mentre lo tradiva con un altro, un collega di lavoro, che a forza di giocare con uno dei suoi seni glielo ha strappato con le mani fino a farla dissanguare.

Provo a ragionare: sono ancora all'interno del sogno e provo a capire: seno; mano; sangue; collega; tradimento; amico d'infanzia. Che c'entra? Com'è possibile morire per un seno strappato? Sono angosciato. Disperato. Abbraccio ancora più forte il mio amico che, appena entrano in scena le due figlie, smette e si asciuga il volto con un fazzoletto. Poi parte, alla volta della Sardegna. 

Mi sveglio con la schiena che mi fa male. Sono a pezzi. Sconvolto e distrutto dalla notizia, tanto che vorrei scrivere un messaggio all'amico d'infanzia in questione, ma poi mi fermo. Non avrebbe senso e, probabilmente, non farei altro che spaventarlo (a nessuno piace sentir parlare degli incubi degli altri e se poi questi ruotano attorno alla morte e al tradimento della propria moglie, beh, allora ancora meno...).

Che significa? Perché un incubo del genere?

Intanto, dall'Italia, mi arriva il pacco coi libri che mi sono autoregalato: Chisciotte di Antonio Moresco e Le giovani parole di Mariangela Gualtieri. Prima d'andare all'Università leggo al volo qualche poesia di quest'autrice scoperta grazie a Jovanotti: "Preghiera a sua madre perché muoia" mi sconvolge ancora di più dell'incubo. Vi si leggono versi come questi:

"Muori ma', / muori stanotte dolcemente, / fra un respiro, fra i sogni, / e non restare nella carne / non intrattenerti ora, non distrarti / da questo andare imminente / tu sorridente mia, tu dolce, / tu signora allegra che non scendi più le scale".

Perché quest'incubo? E quant'è brava Mariangela Gualtieri? Quanto smuove la sua poesia?

jueves, mayo 14, 2020


Brutti scherzi





L'insonnia gioca brutti scherzi: l'altra notte, alle 2:00 di notte, mi sono ritrovato a guardare la programmazione della tv italiana su TV, sorrisi & canzoni, una rivista che mio padre acquistava religiosamente ogni settimana senza mai mancare nemmeno un appuntamento in edicola.
Ricordo che mio padre si portava la rivista in bagno: quando ne usciva, la adagiava sul mobile dell'ingresso, affinché anche gli altri abitanti della casa potessero usufruirne.
Era bello "pre-vedere" cosa avrei potuto guardare in tv, la sera: c'è stato un periodo della mia adolescenza durante il quale ritagliavo le locandine (in miniatura) dei film che più mi appassionavano o che più m'ispiravano. A volte erano classici che sarebbero andati in onda molto tardi, su Rai3, a Fuori Orario, uno dei programmi più cinefili del Mondo (sia sempre lodato Enrico Ghezzi, uno degli intellettuali più illuminanti che ci siano in Italia).
E poi ricordo i film che mandava in onda Tele+ (quando c'era ancora Tele+, ovvero, lo Sky di oggi), tutte prime visioni e film d'autore che anelavo e che - lo sapevo bene - non avrei mai potuto vedere fino a quando mio padre non avesse ceduto il telecomando a noi subalterni (monopolizzando la sala in cui c'era il televisore collegato al satellite e alla pay-tv, aveva il controllo di tutto).
E poi mi sono messo a guardare Cielo dalla pagina web pirata che ho scovato ultimamente: che canale simpatico, Cielo! Dalla mezzanotte in poi mandano in onda filmetti "porno-soft" o commedie italiane scollacciate che, ormai, a distanza di tanti anni, fanno davvero tenerezza.
E poi mi sono messo a scrivere un pezzo di un diario di bordo che sto scrivendo su un'agenda, a mano. E sotto l'influsso del covid-19 e il ricordo recente della fase 0 e del massacro, m'è venuta questa finta poesia (o "poesia non poesia") che mi fa arrossire, per quant'è brutta e poco poetica, ma che, al contempo, mi sembra piuttosto realista (perché credo  che fotografi bene l'attuale situazione):


Poesia in quarantena

Strade vuote, deserti urbani
su cui l’erba torna a spadroneggiare
indifferente ai passaggi dei pedoni,
morti vivi tutti in fila,
per acquistare i beni
della prima e dell’ultima
necessità.
Sorrisi nascosti dalle mascherine di stoffa
per chi finge di non indossarla
e chi l’indossa e si sforza
di portarla con dignità.
Le bici sfrecciano veloci sull’autostrada
che conduce verso altri lidi, altri sogni.
I vecchi balbettano battute
che non fanno più ridere.
Le madri portano a spasso
i loro pargoli felici e ignari del fatto
che il mondo ci sta
crollando
addosso.
Richiamo voci dall’Ade:
“State bene?”.
La retorica vacua si sperde
nei mille rivoli di rame
della fibra ottica.
Tentenna il Sistema mentre
i telegiornali ci assicurano
coi colori dell’arcobaleno
che “andrà tutto bene”.
E lo ripetiamo in coro dai balconi:
“Andrà
tutto
bene”.
Scandiamo le parole,
come se all’improvviso
le parole stesse avessero di nuovo
una certa importanza.
Il virus gioca a nascondino.
Le persone muoiono
o si ammazzano
perché hanno perso
il lavoro,
perché hanno perso
la pazienza,
perché hanno perso
la dignità.
Mattarella ci sprona
e quanta tenerezza fa
quella sua chioma bianca
così folta e così blanda.
Che un barbiere abbia pietà di lui.
Che un boia abbia pietà di noi.
Strade deserte e vuote
all’orizzonte.
Si sente il profumo del sugo buono,
questa domenica mattina
di questo primo di maggio
di questo duemilaventi
senza precedenti.
“Andrà tutto bene”,
ha scritto su un foglio A4
un bimbo e mostra orgoglioso
il frutto del suo lavoro.
La bandiera della pace
verrà stesa su molte bare.
I camion dei militari
finiranno allo sfascio
così come noi stiamo
finendo allo sbando.
Strade vuote, deserte, cupe,
senza gente e senza senso.
Quanti giorni? Tanti. Troppi,
ripete mia madre dalla videochiamata.
Troppi giorni, tanti.
Tanti morti, troppi.
È il ritornello di questi giorni
di quarantena senza speranza. 

E infine mi sono imbattuto in una notizia che mi ha lasciato a bocca aperta (erano ormai già le 3:14 del mattino): Salman Rushdie ha appena pubblicato il suo ultimo romanzo; titolo: Quichotte (Ramdom House, 2019). Mi butto a capofitto nella lettura di un paio di recensioni: è proprio così, l'autore dei famosi Versetti satanici ha ri-scritto (o preteso di ri-scrivere) il capolavoro cervantino, adattandolo alla contemporaneità di questi primi vent'anni di questo XXI secolo... E penso che non lo comprerò mai un libro di questo tipo e che, tutt'al più, lo prenderò in prestito in biblioteca, quando arriverà alla biblioteca più vicina a casa. Cervantes, che ha inventato tutto, partendo dalle macerie della letteratura commerciale della sua epoca, non lo si può emulare. E chi ci prova, corre il rischio concreto di banalizzarne la potenza parodica e ironica e umoristica e comica. L'inarrivabile Cervantes. L'immortale Don Quijote. Uno di quei classici che non smetterà di far parlare di sè, anche nei secoli a venire, come dimostra Rushdie, che ha deciso di rimetterlo in cammino lungo la strada dell'avventura distopica.

E infine, verso le 4:00 del mattino, sono crollato sul letto. Senza fare rumore. Per non svegliare la prole.

lunes, junio 18, 2018

Mircea Cărtărescu: scrittore folle



Primo scrittore rumeno che leggo in vita mia, Mircea Cărtărescu è un folle che scrive come pochi in questo Pianeta; a metà tra un romanzo di Antonio Moresco e un film di David Lynch, Travesti è solo un esempio delle pazzie che sa fare con le parole e con l’immaginazione questo mostro (poeta, ancor prima che romanziere)…

Inizio a leggere il romanzo (che parte in seconda persona singolare) e mi accorgo subito della levatura stilistica ed etica di questo autore (a mo’ d’esempio, copio e incollo la p. 13):

“Ero assai più solo di quanto non lo sia ora, che sono molto solo. La mia professione, all’epoca, era la solitudine. La esercitavo per le vie gialle e polverose di Bucarest, nei vecchi quartieri, a me sconosciuti fino a quel momento. Passeggiavo tutto il giorno, recitando versi a voce alta, suscitando l’orrore dei passanti con miei occhi allucinati, con il mio volto pallido e asimmetrico, con le labbra screpolate e morsicate sotto un accenno di baffi. Cercavo case molto vecchie, gialle, con decorazioni stupide e solenni, o edifici bizzarri, sottili come una lama di rasoio, che proiettavano la loro ombra, quella di uno gnomone, su piazzette solitarie. Talvolta entravo in questi edifici misteriosi, percorrevo gli atri che sapevano di vecchio e di disinfettante, salivo le scale a spirale particolarmente strette, con piccoli pianerottoli qua e là dove, nella luce dorata di una finestra rotonda, si accartocciavano le foglie polverose di qualche ficus o di un oleandro dimenticato da tutti e quasi disseccato, salivo più su, fino alla mansarda, e bussavo a una qualche porta verde, che pareva essersi riempita nell’attesa di ragnatele. Inventavo qualcosa e scendevo giù, sbucavo di nuovo alla luce del sole omogenea e pacifica, percorrevo ancora strade striate da binari di tram, m’infognavo in zone sconosciute della città. Edifici rosa, edifici scarlatti, con balconi sostenuti da atlanti e gorgoni dalle tette di gesso ingiallite per l’umidità, statue coperte di verderame a cui nessuno presta più attenzione –io le abbracciavo nella mia solitudine, ne accarezzavo la guancia escoriata, le aiutavo a rinascere a una realtà più profonda, in un’aura metafisica e radiosa”.

Ci sembra di essere proprio lì con lui, in questo brano, in compagnia del poeta-scrittore (di colui che dice “io” e che sembra coincidere pienamente con l’autore in carne ed ossa) che passeggia in mezzo a quelle case semi-distrutte e orride di Bucarest; un anti-eroe contemporaneo che non trova nulla di meglio da fare che bearsi del suo stato di solitario perenne e che, con atteggiamento quasi masochista, gode della vista di questi orrori architettonici. Eppure, tutto ciò che vede, tutto ciò che i suoi occhi carezzano, o che le sue mani toccano, diventa “poesia”: l’autore possiede un senso del ritmo incredibile e una capacità di “creare” immagini che sembrano – appunto – caratteristiche più tipiche di un poeta che di un romanziere…

È un autore strambo e strano, questo Mircea Cărtărescu, perché nel suo viaggio surreale, nella sua personale discesa agli Inferi, sa rappresentare visualmente i conflitti del protagonista, un ragazzo che (negli anni 90) in gita scolastica viene approcciato da un amico che si traveste e che si fa chiamare Lulù (e chi è Victor, quel destinatario esplicito che chiama in causa sin dalla prima pagina? Il suo “io” da adolescente? L’adolescenza è sempre “ermafrodita”? È possibile tornare a vivere il proprio passato? Queste sono solo alcune delle questioni che solleva la trama di Travesti). 

A tratti Borges e a tratti Proust, l’autore va disegnando un paesaggio morale, politico e ideologico all’interno del quale al lettore è assegnato il (duro e arduo) compito di “co-autore”: la lettura è un processo d’interpretazione costante e, a volte anche estenuante, nel caso di Mircea Cărtărescu, ma quando si arriva alla pagina finale, quando si giunge in porto, dopo tante tempeste e maremoti, dopo tante visioni stralunate e da incubo, si sente, si avverte, si capisce, che ne è valsa davvero la pena…(oltre ai due autori citati, ricorda molto anche Kafka, come se si trattasse di un Kafka che allungasse all'infinito le trame dei suoi racconti brevi...).

E dopo Travesti, sono certo che m’immergerò nelle altre sue due imprese folli: Abbacinante (romanzo-universo scritto in 3 parti tra il 1996 e il 2007 – e che già solo dalla struttura mi ricorda quell’enorme follia di Antonio Moresco che va sotto il nome di L’increato) e Solenoid (del 2015), già tradotto in spagnolo e in attesa di traduzione in italiano…

E parlando di traduzione: complimenti, intanto, a Bruno Mazzoni, perché trasportare nella nostra lingua uno scrittore del genere deve essere davvero una grande sfida (e, in tal caso, la sfida è vinta perché il traduttore riesce a darci l’idea della fluidità e della complessità, delle mille sfaccettature e musicalità della scrittura dell’autore).

Ne riparleremo certamente su questi schermi…

lunes, septiembre 11, 2017

8 Settembre del 2017 (o anche: “che ne è della mia vita?”)



Oggi è l'8 Settembre del 2017; oggi è il giorno del mio compleanno, il quarantesimo, per essere precisi...

Come mi sento? Che cosa provo a compiere 40 anni? Com'è la mia vita, oggi? Che ne è (stato e sarà) della mia vita di neo-quarantenne?

Non so darmi risposte di sorta. Penso alla mia compagna d'avventure (che mi ha festeggiato omaggiandomi con un balletto sensazionale a suon di Raffaella Carrà - “Tanti auguri”, la canzone, del 1978, se non erro, ovvero, dell'anno dopo la mia venuta al mondo...). E mi viene da sorridere ripensando al fatto che, quella notte, nessuno di noi due avrebbe mai pensato che saremmo finiti qui, a questo punto, in questo luogo...

Ripenso alle fotocopie che mi ha regalato una collega che vive vicino a Napoli e che mi ha fatto conoscere l'antro della Sibilla Cumana e l'ingresso del Lago d'Averno (quello che – secondo la mitologia pagana – consentiva l'ingresso nell'Inferno).

Fotocopie del Prof. Giancarlo Mazzacurati sul romanzo più noto di Luigi Pirandello, Il Fu Mattia Pascal, che dovrò presentare a un gruppo di lettrici ultrasessantenni presso l'Università pubblica della città levantina (nel Sud del Sud del mondo dell'Europa occidentale) in cui vivo...

Uno dei tanti impegni accademici, essendo l'intervista ad uno scrittore contemporaneo l'altra mia grande sfida del mese d'Ottobre. Intervista? Io? A uno scrittore vivo? Mai fatto prima, non so nemmeno da dove cominciare... Eppure mi sento di accettare la scommessa, anzi, questo ennesimo impegno accademico mi stimola e mi spinge a fare sempre meglio il mio lavoro (lascio stare la tipica: “Quali sono gli autori che più l'hanno influenzata?”, o quell'altra: “Perché scrive?”, o l'altra ancora: “ Crede che la letteratura potrà cambiare il mondo?” (ma quando mai la letteratura o l'arte cambiano il mondo? E però, spesso, ci salvano la vita...) e continuo a cercare domande più interessanti, sia per lui, che verrà intervistato, che per il pubblico, che si suppone assisterà all'evento...).

Poi vado a fare una piccola spesa, dopo aver passato la mattinata a mettere un po' d'ordine in camera da letto. E alla cassa, la cassiera mi sfiora la mano, mentre m'appresto ad afferrare la bottiglia di vino DOC di Ribera del Duero che ho in mente di scolarmi prima che torni da lavoro la succitata e mia cara compagna d'avventure... Il tatto. Sfiorarsi la mano in un gesto quotidiano come riempire i sacchetti della spesa, prima di pagare il totale dei prodotti acquistati per la sussistenza. Il sorriso (forse malizioso) di questa giovane donna (avrà al massimo trent'anni, ovvero, 10 meno di me, che oggi ne compio 40!). La mano calda. Le labbra carnose, con il rossetto rosso fuoco che le risalta il sorriso. Le curve che si indovinano (o s'intuiscono) da sotto la divisa d'ordinanza (maglietta a maniche corte gialla e pantaloni marroni, piuttosto stretti). E ripenso a quella citazione famosa di John Cheever, quando, nei suoi diari, allude all'“incessante sessualità dell'esperienza” e (cito verbatim, stavolta): “C'è sempre, da qualche parte, questo accenno di aberrante carnalità”.

Sì, c'è sempre, e gli anni non aiutano, non ho imparato nulla dall'esperienza, né dai molti libri letti, né dai vari amori finiti per caso, né da quelli che sono esplosi all'improvviso, continuo a peccare di lussuria, continuo a commettere errori madornali, continuo a pensare a quei due occhi da gatta che mi hanno mostrato l'ingresso dell'antro della Sibilla Cumana e immagino come sarebbe eccitante preparare il tiramisù con lei, che ha le mani inanellate e che quando cammina sembra che ondeggi, non riesce a camminare lungo la linea retta, forse sintomo della sua intelligenza curiosa, della sua curiosità intelligente, e mi dà l'idea di una donna passionale, una di quelle che quando la baci trema tutta, una di quelle donne che, sotto l'influsso della mia retorica ricercata e l'incanto delle mie proposte indecenti (posso essere davvero scurrile ed esplicito quando voglio), può arrivare perfino a bagnarsi...(mi successe, una volta, con Alyssa, la mia ex, a cui ancora voglio bene, in un ristorante di Genova, mentre si mangiava gli spaghetti con il pesto – ovviamente – alla genovese, e cominciai a dirle all'orecchio le sconcezze più crude e appetitose, e lei mi confessò che sì, che insomma, quelle parole avevano sortito il loro effetto, e dovette alzarsi di corsa per andare al bagno e rassettarsi un po' i pantaloni, come dimenticarla questa scena? Come poter dimenticare quel visino dolce tutto arrossito dalla vergogna? Che tenerezza mi trasmetteva Alyssa quando si comportava in quel modo...come fosse una bambina...).

Mi chiedono anche di scrivere la recensione a un libro che è la traduzione di alcune delle opere più difficili di uno dei poeti spagnoli più complessi di tutti i tempi (un classico del XVII sec. che oggi ed in Italia leggono davvero in pochi). E io ci provo, leggo il testo a fronte, comparo il tutto col testo d'arrivo, cerco di ricostruire i ponti semantici e sintattici che il traduttore ha dovuto costruire per restare fedele al testo di partenza... Quanta fatica, quante ore davanti al computer, quante parole scritte e inviate per la pubblicazione! Che poi chissà chi le leggerà codeste parole scritte col sudore della fronte...le mie e quelle del traduttore, siamo umanisti, ci lavoriamo con la parola scritta, eppure...(mi domando anche se mai la pubblicheranno la recensione, non sono un esperto in materia, e il traduttore è un pezzo grosso, un Professore Ordinario, uno di quelli cui, una volta morto, faranno di sicuro una serie di omaggi postumi, magari dedicandogli perfino una sezione della Biblioteca d'Ispanistica dell'Università in cui lavora...).

Ed intanto, per distrarmi un po' (sia dalle possibili domande per l'intervista allo scrittore vivo, sia dall'intervento su Pirandello), leggo un libro strambo e stranissimo, appassionante e appassionato: The Adventures of Sir Thomas Browne in the 21st Century, di Hugh Aldersey-Williams, un saggio del 2015 sulla vita e le opere - e l'influsso della vita e delle opere - del famoso scrittore inglese del 700 sulla cultura e la letteratura della nostra contemporaneità. Un libro anomalo, pieno di foto, di erudizione, d'invenzione, d'immaginazione, in cui l'autore – sotto l'egida di Browne – ci spinge a riflettere su che cosa è la morte, su quali sono le relazioni tra filosofia e religione, e tra religione e scienza, su che cos'è l'amicizia, e l'amore, e la malinconia... Un libro in cui l'autore immagina un dialogo con lo stesso Sir Thomas Browne (segno evidente del fatto che chi ha scritto il testo si è davvero innamorato del soggetto oggetto della sua biografia) e in cui si leggono perle come questa (che traduco al volo e sicuramente male):

“TB: Molte cose ho visto e molte altre ancora avrei voluto vederne. Perché è certo che c'è qualcosa, oltre a ciò che riusciamo a vedere. Pensare che il mondo non offra altro che ciò che ci consentono di percepire i nostri sensi è sommo inganno, per quanto ci siano innumerevoli fenomeni che ci suggeriscano il contrario”.

E allora riascolto la colonna sonora di quel bellissimo film di Paolo Sorrentino che s'intitola Le conseguenze dell'amore e inizio a bere in un grosso calice il buon vino rosso di Ribera del Duero citato supra. Una delle canzoni s'intitola “Hello” ed è di un tale James, che non conoscevo. Non riesco a tradurre al volo il testo, ma mi evoca l'emozione di una bella storia d'amore e sesso selvaggio vissuta senza freni inibitori; e due occhi da gatta che, in modo malizioso, mi illustra le bellezze del paesaggio (la città che l'ha vista liceale); e un movimento sinuoso e ondeggiante, che mi fa pensare ai ritmi dell'amplesso quando è fatto senza fretta e senza secondi fini, solo per il gusto di stare a letto, a contemplare il mondo da un cuscino...


40 anni: che ne è della mia vita? Non ne ho idea. So solo che ho vissuto. Ed ho amato. E sono stato riamato. E spero di esserlo ancora in futuro...

martes, agosto 29, 2017


NON E' LO STESSO (NO, NON LO E' MAI)

Non ricordavo quasi più di essere stato un poeta durante la mia adolescenza e la prima giovinezza. Sì mi ricordo di essermi innamorato follemente (e, dunque, platonicamente) di una ragazza "dark" che andava vestita sempre di nero, che portava sulla faccia un trucco nerissimo che le rendeva gli occhi più neri di una notte senza luna e senza stelle. E all'improvviso, eccola qui, una poesia superstite di quegli anni (stiamo parlando del 1997 o del 98, comunque il periodo in cui lasciavo i 20 anni per compiere i 21) e mi fa un certo effetto e una certa tenerezza re-incontrarmi con il mio "io" di "allora" (non ricordo più nemmeno chi fosse quella "baby" a cui il mio "io" di "allora" si rivolge: forse una fidanzata che mi mollò senza dare spiegazioni; forse la "dark" amata a distanza; forse qualcuna che frequentai per un mese - la mia relazione più longeva, a quei tempi; forse una donna di cui mi innamorai follemente, non ricambiato).

La poesiola s'intitola "Non è lo stesso"; risente pesantemente dell'influsso della scrittura di Tiziano Sclavi (l'inventore di Dylan Dog, come tutti sanno, ormai) ed è piena di imprecisioni, di sbavature, di sciocchezzuole lessico-sintattiche totalmente accettabili quando uno ha 20 o 21 anni e non sa ancora nulla della vita (anche se crede di saperne tutto).

Alle due o tre lettrici di questo blog (quelle che ancora mi sopportano), quest'omaggio che viene dal passato (dal mio passato che è una terra straniera, come per tutti, d'altronde) e che va spedito verso il futuro (ignoto - anch'esso - a tutti, ahinoi)...


NON E' LO STESSO

E ti ricordi di quando sei venuta
a casa e mi chiudesti il tuo cuore in faccia,
non ce la faccio più, così non vado più avanti,
allora io ti dissi, per favore, smettila,
perché lo so anch'io che nel cibo ci sono troppi
troppi conservanti.
Tu mi odiavi e io forse ti amavo, ma non
me ne sono accorto.
Il telefono è lì, se vuoi chiama pure tua madre,
mi piace fare il buffone quando non ho
nulla
nulla da perdere, nulla da prendere,
è sempre la stessa storia: mi dici ti voglio bene,
ti penso anche la notte, ma è una notte
di plenilunio.
Grida il tuo dolore, baby, gridalo insieme a me,
perché sai che un'occasione è sacappata.
E ti ricordi di quando te ne sei andata via
senza salutare, a volte ci penso, ma poi lascio stare.
Restiamo amici, se vuoi, ma non è la stessa cosa,
quando non hai il tempo per tirare avanti,
per tirare indietro, per tirare le cuoia.
Sono rimasto a casa, fuori cominciò a piovere,
sei un segreto, ho pensato, sei un segreo
del mio cuore e nessuno ti capirà
mai.
E potrei continuare così per tutto il giorno,
ma non è giusto piangere, fuori già piove.
Semmai t'incontrerò di nuovo, ti racconto
una barzelletta,
ti piace tanto ridere, ma a volte è difficile
anche solo sorridere e starsene in silenzio
è la cosa migliore.
Baby ti scrivo una poesia se me ne viene in mente una,
una soltanto, purché sia sincera,
e che tu possa restare per sempre giovane e viva
finché morti non ti separi.
Guarda il sole, baby, guarda il sole com'è bello,
com'è rosso.
Guardo il sole da solo e ascolto il silenzio
in silenzio.
E starsene in silenzio a volte è la cosa migliore,
perché a volte è difficile anche solo sorridere.
Restiamo vivi, se vuoi, sì ma non è la
stessa cosa.

jueves, junio 30, 2016



 L'origine del mondo: una poesia di Carlos Marzal


Non lo conoscevo Carlos Marzal; non sapevo neppure che fosse un poeta; e che fosse nato a Valencia nel 1961; e che per le sue opere avesse ricevuto dei riconoscimenti importanti, qui in Spagna, che è da dove scrivo questo folle "diario di bordo" di uno che vive ai "bordi" della vita...

E così, l'altro giorno, per caso, navigando in rete, mi sono imbattuto in questo poema che mi permetto di riprodurre in questo spazio virtuale, senza tradurlo, perché penso che la musicalità dello stesso possa essere apprezzata anche da un lettore italiano, o da un lettore di qualunque altra nazionalità che non conosca lo spagnolo... 

È un poema lungo che cerca di spiegare (o ancora meglio, di "cantare") un mistero enorme, irrisolvibile, affascinante come pochi: quello legato all'organo genitale da cui tutti deriviamo... quell' "origine del mondo" che è anche il titolo di un famoso quadro che, ancora oggi, nel 2016, fa parlare di sé e crea polemiche infinite, quel primo piano di una vagina che Gustave Courbert dipinse nell'ormai lontano 1866 e che io potei vedere dal vivo nell'estate del 2008 al Museo d'Orsay, quando scoprii per la prima volta le bellezze di Parigi...

Dedicato a tutti quelli che si sentono (si sono sentiti, si sentiranno sempre) "esclavos del deseo" (o, il che è lo stesso: "schiavi del desiderio"). Perché, in fondo, lo siamo tutti... schiavi del desiderio...


El origen del mundo

                                                                  A Felipe Benítez Reyes

No se trata tan sólo de una herida
que supura deseo y que sosiega
a aquellos que la lamen reverentes,
o a los estremecidos que la tocan
sin estremecimiento religioso,
como una prospección de su costumbre,
como una cotidiana tarea conyugal:
o a los que se derrumban, consumidos,
en su concavidad incandescente,
después de haber saciado el hambre de la bestia,
que exige su ración de carne cruda.

No consiste tan sólo en ese triángulo
de pincelada negra entre los muslos,
contra un fondo de tibia blancura que se ofrece.
No es tan fácil tratar de reducirlo
al único argumento que se esconde
detrás de los trabajos amorosos
y de las efusiones de la literatura.

El cuerpo no supone un artefacto
de simple ingeniería corporal;
también es la tarea del espíritu
que se despliega sabio sobre el tiempo.
El arca que contiene, memoriosa,
la alquimia milenaria de la especie.

Así que los esclavos del deseo,
aunque no lo sospechen, cuando lamen
la herida más antigua, cuando palpan
la rosa cicatriz de brillo acuático,
o cuando se disuelven dentro de la hendidura,
vuelven a pronunciar un sortilegio,
un conjuro ancestral.
                                             Nos dirigimos
sonámbulos con rumbo hacia la noche,
viajamos otra vez a la semilla,
para observar radiantes cómo crece
la flor de carne abierta.

La pretérita flor.

Húmeda flor atávica.
El origen del mundo.

Carlos Marzal, Metales Pesados, Barcelona, Tusquets, 2001.

miércoles, enero 27, 2016

David Bowie e "Lazarus"



E poi c’è David Bowie, morto il 10 di Gennaio (esattamente 17 giorni fa), dopo una vita di successi, di apparizioni stellari, di camei o partecipazioni in primo piano in vari film “cult” o, a volte, di serie B o Z, star protagonista della cultura “pop” che finirà nei libri di Storia che vogliano delucidare cosa accadde tra gli anni 70 del XX sec. e i primi anni 20 del XXI…

E ovviamente, manco a farlo apposta, torna fuori Lazzaro (lo so, ormai è una vera e propia ossessione, le mie tre o quattro lettrici ne avranno già piene le scatole di questa storia e di questo personaggio biblico-mitico), sin dal titolo di quella che viene giustamente presentata come una delle ultime canzoni del “Duca Bianco”, uno dei suoi ultimi “single” per il lancio dell’ultimo album, Blackstar: mi riferisco, ovviamente, a Lazarus, una canzone strana promozionata da un video ancor più strano, un cortometraggio angosciante che ci mostra David Bowie nei panni del “resuscitato”, qui disteso in un letto di una stanza spoglia e piena di angoli bui. La benda che porta sugli occhi è anch’essa angosciante e stramba, perché, proprio all’altezza degli occhi, presenta due bulloni, due pezzi di metallo sferici che sembrano stare lì al posto delle pupille.

Si vedono chiaramente le vene delle mani del morto che è tornato alla vita; la macchina da presa si concentra su questi dettagli che non fanno altro che esaltare la “vecchiezza” della pelle di Lazzaro.

Ai primi piani si succedono campi lunghi in cui lo stesso personaggio appare vestito completamente di nero, a lutto. Canta e trema. Trema e canta. A tratti pare essere vittima di attacchi epilettici. A tratti sembra spaventato da un’essere che si accuccia sotto ad un tavolino. Sullo stesso, Lazzaro scrive una specie di diario. In realtà, sembra che sia proprio la strana presenza al di sotto del tavolini ad obbligarlo a muovere la penna sulle pagine in bianco.

Alla fine, Lazzaro torna indietro, come in una specie di replay, fino a infilarsi dentro ad un armadio nero, più buio degli angoli bui della stanza.

E scompare, completamente e inesorabilmente, dalla nostra visuale.

L’armadio è come una tomba, come il sepolcro da cui Gesù ha fatto risorgere l’amico, almeno stando alle Sacre Scritture.

Ma di che parla Lazarus?

“Look up here, I’m in Heaven
I’ve got scars that can’t be seen”.

Lazzaro parla direttamente dal Paradiso. Ci dice che “Everybody knows me now”, tutti lo conoscono. Ma tutti chi? A chi si riferisce? E perché dice che ha “scars”, cicatrici, che non possono essere viste? A che tipo di cicatrici si riferisce qui Lazzaro?

“Look up here, man, I’m in danger
I’ve got nothing left to loose”

Che possiamo tradurre così:

“Guarda quassù, uomo, sono in pericolo
Non ho più niente da perdere”

E dal punto di vista di un morto che torna in vita, la cosa è del tutto verosimile. Ma poi continua:

“I’m so high it makes my brain whirl
Dropped my cell phone down below”

Che possiamo tradurre con:

“Sono così in alto che il mio cervello gira
Il cellulare caduto laggiù”.

E qui inziano i riferimenti a oggetti reali e quotidiani e perfino banali. Lazzaro, ascendendo al Paradiso, ha perso il cellulare; ora inizia a ricordare chi era prima di andare all’altro mondo: ci dice che viveva a New York, che era ricco, (“living like a King”), ma che poi ha perso tutto (non sappiamo come, non ce lo dice) e che comunque ora si sente libero, “Oh, I’ll be free”, canta, come in una specie di rito liberatorio, ora sarà libero, ma se seguiamo lo sviluppo di questa canzone attraverso il video vedremo che è esattamente il contrario, Lazzaro, qui, non è affatto libero, sia perché sembra incatenato al letto, sia perché poi, quando si alza, sembra essere obbligato a scrivere sul diario dalla presenza oscura e angosciosa di quell’essere demoniaco che si nasconde sotto al tavolo, sia, soprattutto, perché il video finisce con Lazzaro che entra in un armadio che si chiude, come una bara, come una tomba, come il sepolcro del passo biblico.


Il mistero resta. David Bowie – l’autore di questo testo – non c’è più. E chissà se si trova lassù, se è in “Heaven”, e si sente davvero “free”.

https://youtu.be/y-JqH1M4Ya8

 Quasi fatto tutto (in tempi record) Non so esattamente come ci sono riuscito, ma ho quasi fatto tutto (in tempi record). Sarà che sotto str...