domingo, septiembre 27, 2026
domingo, septiembre 06, 2026
Henry Scott Holland
domingo, agosto 16, 2026
Diario di viaggio (da Barcelona all'Abruzzo, passando dai laghi - di Como e di Garda)
2/8/2026
Partiti alle ore 10:00 dalla città del Sud del Sud della Spagna in cui viviamo, arriviamo a Barcelona alle ore 17:00, dopo una breve pausa pranzo a Villareal. L'Hotel Cantón è davvero centralissimo. Dalla finestra della camera 410 si vede l'interno dell'appartamento di fronte. Alle 21:30 di sera una bionda completamente nuda scrive e chatta sul computer e dal cellulare scaccolandosi il naso, fumando vapore e bevendo da una bottiglia d'acqua. Ogni tanto sembra avvicinare la mano sinistra alla pancia. Ogni tanto sembra quasi che si tocchi. Voyeurismo in diretta. L'eccitazione mi coglie quando si alza dalla sedia e scompare in camera (è completamente depilata). Cosa spingerà l'essere umano a spiare la vita di un suo simile? E sei lei fosse stato un "lui"? Probabilmente, non mi avrebbe scatenato gli istinti primordiali, non avrei guardato con tanta curiosità, morbosità, foga. Non mi sarei mai alzato per vedere se tornava in cucina (sono le 23:30 e la luce della cucina è ancora accesa, ma di lei, della bionda misteriosa, della bella fanciulla che si mette le dita nel naso e si mangia il mocciolo e fuma vapore nessuna traccia, ahimè).
3/8/2026
È lunedì e Barcelona si sveglia con le nuvole. Il cielo nero minaccia pioggia. Alle 7 in punto tutti svegli, tutti in piedi e pronti a partire alla volta dell'Italia. La prole è felice di tornare in Italia e per questo sopportano tante ore di viaggio in macchina e, a breve, in nave, con tanto stoicismo e pazienza. Alle 8 in punto siamo già al Terminal F2, quello da dove parte la nostra nave GNV (Grandi Navi Veloci), fatta dai genovesi. Una delle figlie va con la mamma; l'altra resta col papà. Mi coccola tutto il tempo, ma l'attesa è lunga e non so come fare per intrattenerla. Attorno a noi una discreta quantità di marocchini. Ambra mi aveva avvisato: attento, la nave viene dal Marocco e Genova è l'ultimo porto, troverai gente buttata da ogni parte e bagni sporchi. Quando saliamo a bordo e ricompattiamo la famiglia nella cabina 9054 restiamo a bocca aperta: questa è forse la nave più nuova e pulita e grande su cui siamo mai saliti. A bordo, un esercito di facchini dai tratti asiatici (filippini?) ci sorride e ci tratta con una gentilezza fin troppo esplicita e del tutto inaspettata.
Ripenso a Mzungo, quello strano, strambo romanzo di Luis Goytisolo in cui un gruppo di turisti occidentali, europei, bianchi e alquanto razzisti fa una crociera che li condurrà in Africa e lì assistiamo a quanto si va profilando già nelle prime righe, nella primissima scena del romanzo, ovvero, uno scontro senza precedenti tra civiltà, razze e gruppi etnici contrapposti. Quanto influisce il razzismo, anche quello latente o quello che facciamo fatica ad ammetere anche a noi stessi, nella nostra vita quotidiana? Quanti, tra i marocchini entrati illegalmente a Ceuta, al grido di "¡Viva España!", in realtà, sotto sotto, odiano la Spagna? Quanti quelli che - restituiti al Marocco - vorrebbero davvero lasciare per sempre il loro paese e cercare fortuna in Europa, lontano dalle loro frontiere? Che cos'è la patria? Cosa sono i confini? Quand'è che uno si sente parte di un determinato contesto geopolitico?
A ora di pranzo penso all'italiana: tagliatelle al ragù + merluzzo con patate + bufala + verdure grigliate. Due bottiglie d'acqua fresca, una lattina di cocacola (per me) e un trancio di tiramisù da dividere in quattro per un totale di 60 euro. Tutto davvero molto buono.
Sono le 16 e la mia compagna di avventure è al parco giochi con la prole. Posso scrivere e leggere con tranquillità e in assoluto silenzio. Si arriverà in porto alle 9 di mattina del giorno 4 di agosto. Genova. Poi Como...poi Desenzano del Garda. Poi Rimini. Poi San Marino. Infine Pieve Santo Stefano...E alla fine... Abruzzo.
4/8/2026
Lunga fila di auto e camper e moto e tir prima di passare i controlli della polizia di frontiera. Non mi era mai capitato prima e non so se è una carattestica esclusiva del porto di Genova o se questi controlli a tappeto di carte d'identità e passaporti sono causa diretta del dispetto infantiloide della Meloni contro Sánchez dopo i fatti (decisamente tragici) di Ceuta (chi si ricorda dei minorenni senza genitori? Chi delle decine, se non centinaia di morti annegati?). Passa quasi un'oretta prima che il poliziotto di turno, gentilissimo e con marcato accento siciliano, ci dia l'ok. Impostiamo il GPS in direzione Lago di Como, in particolare, Garzola Superiore, a diversi metri sopra il lago e con vedute panoramiche spettacolari sullo stesso, come scopriremo in seguito. L'autostrada per arrivare allo svincolo di Milano è tremenda, come ricordavo da un altro, precedente viaggio a Genova. Le autostrade della Liguria fanno venire l'infarto. Corsie strette, tutte curve e mille gallerie. Niente a che vedere con l'A7 direzione Alessandria e Como. Prima di arrivare all'appartamento facciamo spesa all'EsseLunga; che ricordi, legati al mio supermercato favorito, quando la mia vita si svolgeva tra Firenze, Empoli e Pisa! Quando, a forza di stare a stretto contatto con i toscani (sia per motivi di lavoro che per legami sentimentali poi naufragati), stavo per diventarlo anch'io (l'accento con la "c" moscia, il toscano è forse uno dei dialetti che più ti si attaccano).
Solo l'italiano che vive all'estero può (potrebbe) capire l'allegria e l'entusiasmo di chi, appunto, torna in patria dopo mesi e si ritrova a gironzolare tra gli scaffali di un supermercato in cui ritrova il contatto visuale (e direi quasi "passionale") con il Parmiggiano Reggiano, i Fonzies, i biscotti della Mulino Bianco, il caffè Lavazza o quello Kimbo (carissimi tutti, dopo il covid), la pizza del forno appena fatta e ancora calda e la mortadella o il prosciutto di Parma, tutto, tutti questi prodotti tipici possono diventare la proustiana "madelaine" che riattiva i ricordi del passato, di una vita passata che non passa e che fa ancora parte del presente...
La prole vuole anche il melone. Si compra roba per una settimana, quasi 150 euro di spesa compreso l'olio extravergine di oliva dimenticato in Spagna e il caffè (prendo la marca EsseLunga: mi sembra osceno pagare 6 euro un pacchetto da 250 grammi di Lavazza) e poi su, sempre più su, tra curve pericolose e corsie strette come quelle delle autostrade liguri (il ricordo corre anche alla costiera amalfitana e alle mille occasione scampate di fare incidente contro l'auto che ci viene contro e ci obbliga ad accostarci al guardrail che ci protegge dal burrone a picco sul mare).
Sudando le famose sette camicie, riesco a trovare il parcheggio di fronte all'appartamento a piano terra con cortile dotato di ampio prato e tavolo in legno massiccio. Anche gli sgabelli e le sedie fanno pensare al legno tipico delle baite di alta montagna. D'inverno qui deve fare un gran freddo. Oggi, 4 agosto 2026, fanno 32 gradi e si suda e non c'è aria condizionata. L'appartamento è gigantesco: il salone ha un divano enorme da cui poter guardare la tv; la cucina è molto bella e pulita anche se all'inizio non capiamo dove si nascondano forchette e coltelli e cucchiaini; i due bagni sono belli e minimal, le tende arrivano fino a terra, il letto matrimoniale è su un guscio di noce gigantesco, le abat-jour sono anch'esse fatte di legno scuro.
Per pranzo la mia compagna di avventure prepara arroz a la cubana (riso in bianco su cui spargere sugo e un uovo in padella), dopodichè zapping rapido e immersione totale nella televisione italiana e poi tentativo (frustrato) di giro in macchina lungolago. Dopo quasi 2 ore di macchina, capiamo che è davvero impossibile parcheggiare nei pressi dei tanti paesini sul Lago di Como. Ogni centimetro quadrato di strada o di marciapiede è proprietà privata di chi sul lago ci vive o degli hotel o dei (pochi) ristoratori che godono della vista panoramica sulla stesso.
Provo a fermarmi in un minipiazzale in ombra, accanto alla 500 rossa di una coppia di cinesi con bambini al seguito. Mi azzardo a percorrere pochi metri per fotografare almeno un ramo del Lago di Como manzonianamente inquadrato dalla fotocamera del mio cellulare e incorniciato dai rami di un albero forse centenario e tremo a ogni passo per le macchine che mi sfiorano lungo la carreggiata (gli indigeni vanno veloci, conosceranno a memoria ogni curva di questo serpentone). Fotografo anche una sorta di capanna di legno con tetto di pietre laviche grige e un lucchetto arrugginito che blocca l'ingresso della porta, malandata e, di sicuro, fuori asse. Mi domando di chi mai possa essere una costruzione così primitiva e che faccia avrà il proprietario e a quale strano uso la destinerà: è uno spazio angusto a precipizio sul lago più famoso d'Italia (dalla strada non si nota, si può scovare solo a piedi, seguendo il tracciato del sentiero nascosto che porta alla capanna misteriosa).
Torniamo indietro e parcheggiamo vicino ad una scuola media, a pochi metri dal monumento dedicato ad Alessandro Volta, forse il cittadino più illustre di Como ed inventore della pila. Solo dopo scoprirò che si tratta del Tempio Voltiano, museo scientifico inaugurato quasi cento anni fa, nel 1928. Ci stendiamo sui teli da spiaggia in un piccolo spiazzo di sassi e arena. La mia compagna di viaggi si fa il bagno insieme alla prole, ma scopro subito che è proibito: divieto di balneazione, con tanto di cartello. La richiamo subito all'ordine. Ed ecco puntuali un paio di polizziotti che ordinano ai bagnanti di uscire subito dall'acqua. Un cinese (un altro) sorride e il polizziotto, giovane e sgarbato: "che ti ridi? Documenti! Documents!", gli grida con tono arrogante. Prima di tornare in auto, ho il tempo d'imbattermi in una sorta di tumulo in miniatura: due peluches, un unicorno e un orsetto bianco ora sporco sono circondanti da candele gialle e mazzetti di fiori ormai appassiti. Spiego alla prole che deve trattarsi di un omaggio funebre a una bimba morta annegata nel lago proprio in quel punto. Ci restano di sasso, a bocca aperta. Iniziano a chiedermi chi sia la bambina, quanti anni aveva, come staranno ora i suoi genitori. Solo il giorno dopo la madre leggerà la notizia sul giornale locale. Una morte per acqua tra le molte occorse in questo lago immenso e pericoloso.
Torniamo a casa, stanchissimi, si cena a base di tortelloni al sugo e caprese. Stappo una bottiglia di Chianti (quando vivevo a Firenze o a Empoli o a Pisa era un'abitudine fissa, una sorta d'automatismo). Dopo cena, si guarda una commedia di Riccardo Milani: Corro da te (2021), con i sempre bravi Pierfrancesco Favino e Miriam Leone. Si tratta di una commediola che ridicolizza il tipico Don Giovanni italico e aiuta a riflettere sulle differenze presunte tra "normali" e "disabili". La "disabile" è Miriam Leone; il "normale" è Favino. L'amore stravolgerà gli schemi mentali di entrambi e, ovviamente, trionferà.
Di notte, l'ansia e una strana paura irrazionale s'impossessano della mia mente. Questa casa così enorme, incastrata all'interno di una palazzina di almeno quattro piani, è piuttosto isolata e spersa nel buio di queste montagne. Non si sente anima viva. La porta dello sgabuzzino si apre da sola e fa il tipico rumore o cigolio degno di un film di Dario Argento. La famiglia mi lascia davanti alla tv e va di sotto a dormire. La scala per scendere al piano sotterraneo ricorda la scena del crimine della povera Chiara Poggi. Ho gli incubi. Ripenso anche alla strage d'Erba, a pochi chilometri da Como. Rosa e Olindo. Un mistero ancora irrisolto. E se ci entrassero dei ladri o degli sconosciuti e ci ammazzassero tutti nel sonno?
5/8/2026
Mi sveglio alle 8 con la rapida coscienza di non aver riposato affatto. Ho le occhiaie, ma, almeno per oggi, non dovrò guidare.
Dopo una colazione veloce, prendiamo il bus nº5 per scendere verso Como e dal molo nº2 prendere il battello che gira tra Torno, Cernobbio, Moltresio e Tavernola. Quelli verso Bellagio sono tutti prenotati almeno fino alle ore 13:30. Sono le 9:30 e per 23 euro riusciamo a fare un biglietto Happy Family che dura l'intera giornata. Viaggiare a volte è più fonte di stress che altro. Alla fine, delle quattro destinazioni, riusciamo a vedere per bene e con calma solo Torno e Cernobbio. Entrambi i paesini fanno impressione per l'alternanza quasi ininterrotta di bellezza e decadenza. Hotel di lusso e vicoli pieni di muffa e con le sedie mezzo abbandonate. Barchette lasciate a riposo su scalinate che conducono verso chiese perennemente aperte e prive di fedeli. Non so perché, ma continuo a pensare che - come Venezia - Como sarebbe il set ideale per un film dell'orrore. Altro che George Clooney o Leo Di Caprio.
Si torna a casa stremati dalla fatica alle 17:00 in punto. Turni per fare la doccia e aperitivo in giardino. Poi cena alle 20:00, orario italiano (del Nord). Dopo aver scritto questo diario ho voglia di leggere Dylan Dog nº479. S'intitola Scomessa sul destino e lo scrive Paola Barbato, una delle autrici che rivoluzionò il modo di leggere e intendere la creatura di Tiziano Sclavi. È bello e quasi commovente poter tornare a leggere il mio amato Dylan in Italia.
Domani sveglia senza prescia. Si viaggia in direzione del Lago Maggiore. O del Lago di Garda. Non ricordo più bene lo schema del viaggio. Scopro su internet che il Lago di Garda è il più grande ed esteso d'Italia, a dispetto del nome del primo. Quello di Como, invece, è il terzo in classifica. Su una cosa non ci piove: di sicuro, tutti e tre escercitano un fascino irresistibile sullo spettatore.
6/8/2026
Sveglia alle 7:30. Perché non l'ha tolta se diceva che ce la saremmo presa con calma? A volte proprio non la capisco. E lei non capisce me. A volte litighiamo per delle cazzate. Come tutti, d'altronde.
Si parte per Desenzano del Garda. È qui che ci aspetta la seconda casa vacanza della nostra estate in giro lungo lo Stivale. Il traffico è molto scorrevole e chi mi guida davanti sembra farlo in modo molto ligio. Tranne uno: targa tedesca, monovolume a sei posti, sorpassa un Tir e mette la freccia all'ultimo. Gli faccio notare l'azzardo con i lampeggianti. Il tedesco capofamiglia mi chiede scusa con un cenno dallo specchietto. Arriviamo a destinazione alle 11:30 e ne approfittiamo per fare spesa al Conad a due passi dalla casa. Il proprietario ci vuole consegnare le chiavi in mano, vuole conoscere chi occuperà casa sua per due giornate. Che strano! Non succede quasi più, da quando Booking (et similia) ha preso il sopravvento. Non c'è quasi mai un contatto visuale, diretto, con stretta di mano, con chi affitta la propria casa ai turisti. Il tizio è gentile, schietto e diretto: ci spiega tutto, perfino i giorni in cui si ritira l'umido, o il vetro, o la carta.
Appena va via, accendiamo l'aria condizionata. La prole ha la dipendenza, io la odio, sopratutto di notte, è più forte di me. Se la lascio, al mattino dopo, al risveglio, ho mal di gola, mal di testa, occhi gonfi.
Dopo un lauto pranzo (orecchiette pugliesi al pesto, caprese, vino bianco ottimo) e dopo il pisolino pomeridiano, esploriamo la spiaggia libera di Rivoltella, a pochi metri da noi. Qui le spiagge a pagamento non esistono, è tutto il contrario: su tutto lo sconfinato lungolago non si vedono stabilimenti balneari, è tutto libero, se ce ne sono, sono pochi e ben messi, molto puliti ed eleganti. La ghiaia su cui stendiamo il bagnasciuga è bollente, ma piacevole lungo la schiena, fa un effetto sedante. Mentre la mia compagna d'avventura si fa il bagno con la prole, io leggo Dylan Dog, è il meritato riposo, è la pace...
7/8/2026
Sveglia alle 7 in punto e senza sveglia, dopo una notte d'incubi atroci. Sogno anche C., la nostra passione d'un tempo, il suo sorriso dolce e tenero, come se avesse compassione di me. In un altro incubo, percorro con la mia bici una strada piena zeppa di buche, una strada sterrata che si liquefà sotto le ruote della mia montainbike, i fori enormi danno su un precipizio e più pedalo e meno strada rimane da percorrere, è una corsa assurda contro il tempo e l'angoscia mi toglie il fiato. Che cavolo significa? Che vuol dire? Cosa vuol comunicarmi il mio inconscio?
Dalle 7:45 alle 8:30 passeggio lungolago. La bellezza del Lago di Garda è talmente tanta, vasta, variopinta e cangiante che mi è impossibile descriverla a parole. Il sole attraversa le poche nuvole all'orizzonte e la musica delle onde mi culla. Vivrei sul Lago di Garda per un mese e passa. Qui si respira pace e tranquillità.
Oggi escursione a Salò, tristemente nota per i fatti storici legati ai rantoli del Fascismo e la fine di Mussolini. Vicino c'è anche il Vittoriano del pescarese Gabriele D'Annunzio, altro luogo simbolo del Novecento. Salò: che gioiello! Che bellezza! Ci resterei almeno una settimana per scovarne gli angoli più nascosti o meno turistici. L'acqua del lago che si frange potente contro il lungolago, i ristoranti eleganti accanto a quelli più spartani, i fiori, gli alberi smossi dal vento, tutto ispira pace, potenza e bellezza. Ci sono molti monumenti in onore di D'Annunzio. Pranziamo al Club di Canottaggio, poi la routine delle recriminazioni assurde, le litigate senza senso, la prole che attutisce il colpo, ma percepisce nell'aria l'aria tesa di due adulti che forse non si amano più e si sopportano controvoglia, le minacce di divorzio. Al Vittoriale ci arriviamo dopo aver rischiato di "smarrire" la macchina. La IA forse ci spia e all'improvviso mi segnala sul GPS dov'è posteggiata l'auto. Recriminazioni e maledizioni: accuse di machismo e di essere un padre "cattivo". Guido controvoglia e con una stanchezza assurda nell'animo. Arriviamo a Sirmione. Una nuova scoperta: l'acqua è azzurra, quasi bianca; le onde si frangono sulle pietre della riva come fossimo ai Caraibi. L'ombra degli alberi mi coccola mentre leggo La Repubblica e Dylan Dog. Al ritorno a Desenzano del Garda mi fermo a un Penny per comprare 12 litri di acqua in bottiglia e ceniamo a base di piadine fatte con mozzarella di bufala, pomodorini, speck ed emmenthal. Domani Rimini.
8/8/2026
Lasciamo Desenzano sul Garda verso le 10:00, dopo aver fatto il pieno. Il GPS ci da notizie allarmanti sul traffico: il percorso è intasato dalle macchine, i chilometri che, normalmente, si farebbero in due ore e mezza, oggi implicano cinque ore di incolonnamenti e spostamenti a passo d'uomo. Perfino gli autogrill sono stracolmi. C'è la fila ovunque, soprattutto per andare in bagno. Decidiamo che è meglio evitare Rimini: impostiamo la direzione verso San Marino, dove ci attende un hotel in centro, invece del solito appartamento o casa-vacanze. Arriviamo a San Marino alle 14:45, stremati e dopo aver pranzato nel parcheggio dell'ultimo autogrill a base di pasta De Cecco cucinata provvidamente in mattinata e prima di prendere la macchina.
San Marino, città-Stato all'interno dello Stato italiano, è un posto particolare: si sente parlare francese, polacco, tedesco, qualche inglese, qualche cinese o qualche giapponese. Non si vedono turisti spagnoli da nessuna parte. La stanza dell'hotel è piccola, ma confortevole, con una vista spettacolare sulle montagne e i colli che circondano la città. Leggo il giornale rubato nella hall: anche sul Corriere della Sera si parla dell'assurdo contrasto tra Italia e Spagna, Meloni contro Sánchez. Dopo aver comprato un po' di frutta e un litro di latte per la prole (domani faranno colazione in auto), ceniamo nel ristorante adiacente all'hotel.
Pizza capricciosa, spaghetti allo scoglio e tagliatelle al ragù. Tutto umile e accettabile, anche se un po' caro. Dopo una passeggiata digestiva, torniamo in camera. Su Italia1 danno Ritorno al futuro (1985), il capolavoro di Robert Zemeckis. La prole resta stregata da Doc. Io dall'interpretazione di Michael J. Fox. Sono passati decenni, ma il film regge ancora ed è davvero ben scritto. Di notte, sogni erotici. Ma è impossibile consumare atti osceni in luogo privato. Siamo tutti troppo appiccicati. Unico momento davvero divertente: quando scopro la vasca idromassaggio e decido di riempirla fino all'estremo, la schiuma sul punto di fuoriuscire, la prole contentissima (è come la SPA!).
9/8/2026
Sveglia alle 8:00, si viaggia alla volta di Pieve Santo Stefano (in Toscana). Il GPS ci fa evitare l'autostrada e meno male! Quest'alternativa ci mette a stretto contatto con la natura bellissima e selvaggia dell'Appennino Tosco-emiliano. Una montagna di montagne, salite, discese, curve, in mezzo al verde di una natura fatta di boschi infiniti (in un cartello leggiamo che siamo arrivati ai boschi della Gioconda di Leonardo; qui vicino ci sono anche i luoghi in cui è nato Piero della Francesca, oltre ad altri luoghi di culto della Via Francigena, San Francesco lo si respira nell'aria).
Incrociamo molti motociclisti e qualche ciclista o cicloturista (con la bici piena di zaini e bisacce). Non si può andare troppo veloce, ma è magnifico poter aprire i finestrini e, per la prima volta da quando siamo partiti, respirare aria fresca (sotto l'ombra quasi fredda).
Arriviamo a Pieve Santo Stefano per portare a termine la nostra missione: visitare il "Piccolo Museo del Diario". La visita guidata inizia alle 11:30 e finisce quasi all'una. Chi ci guida è uno dei dieci eroi che si (pre)occupa di diffondere e proteggere un archivio fatto di circa 11 mila diari di persone qualunque, di gente che ha iniziato a scrivere per la necessità, l'urgenza, il bisogno imponderabile di farlo. I primi diari risalgono all'Ottocento. Gli altri - il grosso dell'archivio - occupano l'arco temporale che va dai primi del 1900 fino ai giorni nostri. L'idea (geniale) è venuta a Saverio Tutino, giornalista esperto di Latinoamerica e tra i primi a raccontare Cuba ai tempi della rivoluzione di Castro. La guida cita una sua frase famosa: "Dopo aver raccontato tante rivoluzioni, è giunto il momento di farne una, qui, a Pieve Santo Stefano". Il museo contiene solo dei campioni dei tantissimi documenti che è possibile consultare accedendo all'archivio. La tecnologia si sposa all'intento tutto umanista del museo: permettere al visitatore di ascoltare la voce di chi ha scritto quei diari. Si apre un cassetto (con sopra nome, cognome e data del diario) e si ascolta la voce (spesso interpretata da attori professionisti) di chi narra di sè, senza censure, a volte senza filtri, come Vincenzo Rabito, un contadino siciliano, un uomo umilissimo che non ha studiato e che, a tarda età, scopre una macchina da scrivere e si mette a raccontare (in dialetto mescolato all'italiano, antesignano dello stile di Andrea Camilleri) tutte le vicissitudini di chi ha visto la Prima Guerra Mondiale, ha sofferto la Seconda e ha visto l'Italia del Boom degli anni 60.
L'ordine di catalogazione è democraticissimo: vige l'ordine alfabetico. E così, qui dentro, il partigiano sta accanto al fascista; il ladro accanto al carabiniere; il morto di fame emarginato accanto al nobile di turno. Il bello è che alcuni di questi diaristi sono diventati scrittori post-mortem. Il comune organizza in collaborazione con altre entità culturali e altri scrittori un Premio Pieve Saverio Tutino in cui il vincitore è scelto dopo attenta lettura dei tanti manoscritti archiviati da parte di un gruppo di lettori volontari. È così che il succitato Rabito è stato pubblicato da Einaudi per il suo Vitamatta (con prefazione di Camilleri) ed altri diaristi da altre case editrici importanti come Giunti o Quodlibet.
Quando usciamo da questo viaggio nel tempo ripenso al lenzuolo di Clelia Marchi: una contadina mantovana che narra tutta la sua vita sul lenzuolo del corredo delle nozze, dopo la perdita del marito. Scrivere affinché il defunto continui a vivere nel ricordo di lei. La scrittura come forma di elaborazione del lutto. Scrivere per raccontare la propria vita. Il "Piccolo Museo del Diario" è davvero un luogo della memoria che valorizza ciò che ereditiamo da chi ci ha preceduto nel corso dei secoli. Qui possiamo sapere chi siamo stati e chi siamo oggi. Qui si può ricostruire la Storia a partire dalla memoria individuale di gente qualunque la cui vita spesso è più affascinante e romanzesca di tanti romanzi...
Alle 14:00 pranziamo "Al Portico", l'unico ristorante del paese toscano (Arezzo dista 30 chilometri; Firenze 70; siamo quasi più vicini a Cesena che ad altri luoghi della Regione Toscana). Tagliatelle al ragù per la prole (tanto per cambiare) e pici al ragù bianco per noi. Vedo passare una bistecca alla fiorentina al sangue e penso a quanto sia davvero eccelsa la cucina toscana.
Alle 18:30 siamo finalmente in Abruzzo. Vedere le montagne in cui sono nato; in cui mi piace perdermi in bicicletta; in cui ho sperimentato il mondo ancora prima di sapere cosa fosse, mi riempie di una gioia infinita. Il reincontro con i genitori è cosa difficile da narrare in questo diario. E sorge la domanda spontanea: che fine faranno i diari scritti al pc e pubblicati online? Ci sarà un "Piccolo Museo del Diario" anche per loro?
sábado, julio 11, 2026
Piccolo Museo del Diario
Il caldo afoso uccide ogni voglia di fare; perfino leggere un buon libro diventa un'impresa, con il ventilatore sparato in faccia e sul corpo disteso sul divano... In lontananza, si sente il grido dei gabbiani e qualche passerotto o rondine che disegna percorsi impensabili in cielo (dove vanno gli uccelli quando fa così caldo? Dove trovano riposo e ombra? Le domande dei bambini).
Acquisto i biglietti per il Piccolo Museo del Diario di Pieve Santo Stefano (in provincia di Arezzo) per il 9 agosto alle ore 16:30 (l'ultimo ingresso). La mia compagna di viaggi sta scrivendo un libro sui diari e questo "piccolo museo" fa al caso suo, non ci sono dubbi. Mi domando chi mai abbia avuto l'idea di fondarlo, un museo con queste caratteristiche, e se oggi, nel XXI secolo, ci sono ancora persone che scrivano un diario (voglio dire: uno vero, su carta, con la penna, non come questo che sto scrivendo io, con le dita delle mani che ballano sulla tastiera di un computer davanti allo schermo). Chi potrebbe? Chi avrebbe il tempo? Per parlare di cosa, poi? A chi interessano i fatti (minuscoli) della nostra vita quotidiana? (queste domande vanno bene se le applichiamo anche a questo "Diario di bordo" di uno che non osa fare il suo nome e preferisce stare nell'anonimato o usare il nickname per chissà quale strana forma di pudore...). Che cosa spinge qualcuno a dettagliare i fatti della sua vita quotidiana? Che cosa spinse gli autori dei vari diari raccolti e custoditi nel Piccolo Museo del Diario?
Questa capatina in provincia d'Arezzo avverrà dopo aver attraversato mezza Italia: da Genova al Lago di Como, poi chissà, verso le Dolomiti, poi giù, scenderemo verso la Toscana e poi Roma e poi il paesino del Centro d'Italia da cui provengo, in cui sono nato, e in cui è sempre un lusso, un piacere vero, una goduria, tornare...
C'è anche modo di visitare il Museo in modo virtuale; guardo qualche foto, copertine di diari appese al muro, luce soffusa, lampadine che illuminano misteriosamente le parole di chissà chi, di persone comuni, di gente ormai morta, di scrittori in erba o che non hanno mai pubblicato nulla, ma che hanno scritto - negli anni - il proprio "diario di bordo"...
domingo, junio 28, 2026
Diario di Colonia (e Wuppertal e Dusserdolf)
20 giugno 2026
Si riparte: solo zainetti, niente valigie (le compagnie aeree fanno pagare cari i chili in più; d'altronde, fino a quando avremo cherosene per volare? Quando finirà la guerra? Quando le guerre sparse sul Pianeta?). Destinazione: Colonia, poi Wuppertal, poi Dusserdolf. Il congresso verte (tanto per cambiare) sulla guerra, sui traumi della guerra civile spagnola negli esiliati, sulla scrittura femminile autobiografica delle esuli spagnole.
Si parte da Alicante e subito ho i brividi, nonostante i 30 gradi all'ombra: mi accorgo solo ora di aver dimenticato a casa il caricabatterie scassato del mio scassatissimo cellulare (quasi 6 anni di vita, un record). Provo a comprarne uno nuovo, ma so già che nessun cavetto di nessun caricabatterie originale andrà bene per il catorcio. Sorge subito la questione centrale: quanta parte della nostra vita dipende direttamente dal litio? Quanta porzione della nostra memoria (i contatti telefonici; tutti i numeri della carta di credito; l'indirizzo degli hotel e dei B&B in cui andremo a stare; quello dell'Università, insomma, quanto tutto ciò e la nostra libertà di movimento dipende dal fatto di possedere un cellulare che funzioni e che si ricarichi senza intoppi? Il litio. I microchip. Le terre rare. Le connessioni supersoniche a noi invisibili ad occhio nudo...
La mia compagna di sventure e di viaggi mi guarda storto. Poi ha pietà di me: va bene, mi presterà il suo cellulare per fare le foto e per le chiamate più urgenti (avvisare mamma quando atterriamo a Colonia, almeno quello). In più, viaggiamo con una tablet che sarà fondamentale quando si tratterà di rispondere alle email più urgenti dei colleghi o a quelle più antipatiche degli alunni più petulanti.
Risulta davvero strano ed inverosimile quanto uno possa arrivare a sentirsi orfano o monco se si appresta a viaggiare senza telefonino. E come facevano prima? E come facevano gli antichi? Cristoforo Colombo è arrivato a scoprire il Nuovo Mondo senza GPS e solo con cartine sbagliate e una bussola che indicava il Nord.
Nuovi brividi e sensazione angosciante d'incertezza: il volo non è per nulla tranquillo, l'aeronave inizia a tremare e sobbalzare nel momento in cui si infiliamo dentro una nuvola nera che sembra non finire mai. La prole ride e scherza: è come sulle montagne russe!!! Noi ci si guarda negli occhi con espressione preoccupata. Uno steward passa lungo il corridoio con delle bustine di carta per il vomito.
Solo quando tocchiamo terra, torno a respirare con calma. E ci accorgiamo subito come non sia affatto facile prendere un treno in Germania o fare il biglietto giusto per viaggiarci. Alla fine, stremati dal caldo (anche qui 33 gradi!), optiamo per un taxi. La signora (bionda e simpatica) ci accoglie nella sua Mercedes anni 90 e ci fissa il prezzo a 50 euro. Iniziamo a chiacchierare un po' in inglese: in Germania non sono affatto preparati per questo caldo torrido. La mia compagna di viaggi dice che è terribile anche a Parigi, ha appena parlato con una collega della capitale francese, stesso problema di temperature folli, per fine giugno. L'aria condizionata non ce la fa a creare un minimo di freddo e così la prole ci chiede di poter spalancare tutti i finistreni. Ci impieghiamo scarsi 20 minuti per arrivare in centro, intravediamo l'enorme cattedrale di Colonia, scendiamo con gli zaini in spalla e, dopo diversi tentativi, riusciamo ad azzeccare la combinazione numerica per poter sbloccare la porta ed entrare in un appartamento un po' vintage a due passi dalla cattedrale e con il bagno e la doccia all'esterno, sul pianerottolo, ad uso esclusivo nostro. Per cena ci arrangiamo con dei panini (con speck e formaggi tedeschi), poi passeggiata lungo l'imponente fiume Rin (quello cantato da Wagner), poi sotto e all'interno della cattedrale più alta di tutta la Germania (113 metri, come ci spiegherà il giorno dopo la guida messicana contrattata all'uopo).
La doccia e il wc non hanno un bell'aspetto: chissà quanti turisti son passati da qui. Obbligo la prole ad indossare le mie infradito per farsi la doccia. Si dorme con la finestra aperta: entra il rumore del traffico, ma almeno si respira un po'.
21 giugno 2026
Comprati i biglietti del treno Colonia-Wuppertal, lasciamo i bagagli in stazione. Alle 10:30 inzia il cosiddetto free-tour con la guida messicana che ci racconta fatti importanti e piccole curiosità legate alla città. Nel 1945 Colonia fu rasa al suolo dagli Alleati che risparmiarono solo la cattedrale. Motivi religiosi? Non solo, la cattedrale - così alta- serviva anche come punto di riferimento per i piloti che dovevano sganciare le bombe e ridurre la città in poltiglia. Dopo il disastro e le migliaia di morti (disastro e morti narrati anche da W. G. Sebald nei suoi romanzi), furono le donne a rimettere in piedi Colonia, ripulendo le strade dalle macerie e selezionando le pietre ancora utilizzabili da quelle da buttare nella polvere.
Ci fermiamo in una delle birrerie più famose e antiche di Colonia: qui si beve solo birra Kolch, una bionda leggera servita in bicchierini da 20 cl. La mia compagna di viaggio evita tutto ciò che sia carne o wrustel e chiede una buona insalatona con una salsa strana; io una zuppa di patate, con carote e zucchine, davvero ottima.
Alle 15:30 comincia il circo o il videogioco: "prendi il treno a volo, se ci riesci". Moltissimi vengono cancellati senza preavviso; altri portano un'ora di ritardo; saliamo su una sorta di Frecciarossa che dovrebbe impiegarci 25 minuti per andare da Colonia a Wuppertal e, invece, il controllore ci dice che dobbiamo scendere tutti,c che il treno si ferma e non riparterà più. Miracolosamente riusciamo a prendere una specie di treno regionale: dopo un'ora e mezza e mille fermate in mezzo al nulla, raggiungiamo Dusserdolf alle 18 e da lì ci gettiamo al volo sul binario dell'altro treno che va a Wuppertal. Alle 19 siamo in hotel, quello che ci ha prenotato la collega tedesca. La prole gioisce perché capisce subito che si tratta di un hotel 5 stelle, niente a che vedere con l'appartamentino di Colonia, sanno che dormireno in un luogo molto più comodo, pulito e bello dell'altro.
Doccia rinfrescante e poi cena con colleghe di Madrid, Barcellona, Valencia e altre tedesche che vengono da altre zone della Germania. Alcune sono ancora a Dusserdolf, in attesa di un treno che parta e che non venga cancellato.
Stanotte si dorme presto. Domani sarà una giornata lunga. I congressi stressano, lo sappiamo bene da anni, ormai...
22 giugno 2026
Il congresso si svolge in modo impeccabile: ogni "esperto" ha davanti a sé una bottiglietta d'acqua congelata, una manciata di mandorle e un po' di uva. Ci sono anche colleghi che parlano in videoconferenza e dottorandi interessati all'evento. Modero una tavola rotonda interessante e piena di stimoli. Faccio la gratissima conoscenza di Lena, una neo-dottorata di Munich che fa un intervento bellissimo sulle intellettuali e scrittrici tedesche che appoggiano e aiutano gli esuli spagnoli e i soldati delle "Brigadas Internacionales". La storia si unisce alla letteratura; la filologia alla ricerca negli archivi non più segreti di Berlino. Le suggerisco di leggere il recentemente scomparso Carlo Ginzburg. Conosce il nome, ma non lo ha mai letto. Finiamo a parlare di microstoria anche a cena, presso un ristorante libanese la cui proprietaria ci alletta con piatti tipici del suo paese che sono uno spettacolo. Sua figlia festeggia il compleanno: ne fa 27 e ci offre pezzi delle 3 o 4 torte che adornano il suo tavolino insieme alle amiche (tutte bellissime). Erano anni che non assaggiavo il libanese: agnello cotto a puntino, yogurt acidulo che non stona, insieme a riso basmati e salse (alcune piccantissime). Beviamo e ridiamo e parliamo di lavoro, non c'è verso di staccare, nemmeno a cena, nemmeno in un posto come questo.
Esorto Lena a non mollare, a continuare a cercare borse di studio per le sue ricerche. Non ci scambiamo né il telefono né l'email. Mi dice che di Sebald ha letto sia Austerlitz che Gli anelli di Saturno e che le sono piaciuti entrambi. Poi aggiunge: "È strano, Sebald sembra che lo leggessero più all'estero che in Germania". Le dico che anche Javier Marías subì un simile destino. Era molto più letto in Germania, o in Francia, o in Italia, che in Spagna. Le racconto che Sebald e Marías erano pen-friends. Non lo sapeva e sorride. Poi ci si separa per andare a dormire in hotel.
23 giugno 2026
È davvero un'impresa raggiungere Dusserdolf da Wuppertal. Alle 9 (dopo aver fatto una bella colazione a buffet) i treni sono già tutti cancellati. Bisogna prendere un bus sostitutivo. All'ufficio informazioni la gentilezza è un optional. Un italiano mi sente sbraitare e mi si avvicina per aiutarci e orientarci. Dopo un chilometro, siamo alla fermata giusta. Il buso arriva dopo una buona mezz'ora d'attesa e viene preso d'assalto. Soprattutto immigrati: africani, greci, turchi, arabi. Noi bianchi siamo minoranza assoluta. I tedeschi hanno un aspetto un po' preoccupante. Ironia del destino: Hitler sognava la purezza ariana, ma il XXI secolo lo smentisce, prevale (e meno male) il meticciato. Resto in piedi l'ora e mezza che dura il viaggio, mentre la prole giace per terra tra gli zaini ricolmi di libri e vestiti. Il bus fa fermate anche in mezzo al bosco, presso paesini di campagna che sembrano il set ideale per film dell'orrore anni 70 e 80. Tipico paesaggio teutonico fatto di natura selvaggia e nebbia. Arriviamo alla stazione di Dusserdolf e un messaggio in tedesco tradotto anche in inglese avvisa i passanti: idratatevi, bevate molta acqua e state attenti all'ondata di calore. Lungo il vialone che unisce la stazione al centro storico appare una quantità esagerata di ristoranti cinesi e giapponesi. Poi i palazzi delle aziede che muovono l'economia della città (e, forse, dell'intera Germania). Poi i musei e i palazzi antichi del centro storico. Poi bisogna prendere il taxi che ci porta in aeroporto. Il taxista è del Kurdistan e ci racconta che non ama molto questo paese: "I tedeschi sono pazzi. E poi qui è tutto molto caro. Meglio la Polonia". Mi domando perché non sia in Polonia, se la pensa davvero così...
Alle 14 in punto siamo in procinto di salire sull'aereo della EuroWings. Anche questo tremerà e ballerà nell'attraversare un po' di nuvole e nell'atterrare nel Sud del Sud della Spagna. Mal di testa e caldo ancora più afoso. Di Wuppertal ricorderò soprattutto i suoi boschi verdi e immensi e la gentilezza dei colleghi dell'Università omonima.
sábado, junio 20, 2026
La morte e la piscina
È una visione che dura pochi secondi e però mi lascia a bocca aperta e con un senso di nausea e di angoscia che non mi abbandonerà nel corso dell'intera mattinata di lavoro. Appena arrivo, cercherò se c'è già la notizia sul giornale. Appena arrivo, accendo il computer e cerco il morto. Ma perché mai - mi domando subito dopo - dovrebbe fare "notizia" l'infarto di un anziano che lavora a una piscina o mentre sta facendo migliorie a una piscina pubblica? Quanti anziani muoiono in questi giorni affogati a mare o in piscina, quanti per un infarto o un ictus, quanti per l'ondata di calore?
lunes, mayo 25, 2026
Lieto fine?
E così, uno si ritrova a parlare di Memorie di Adriano con una dottoressa esperta di cure palliative (per quei malati cronici che sanno che stanno per morire); con un filosofo (che è esperto di stoicismo); con una giornalista femminista che ha fatto le domande giuste, anche se si notava che era alquanto imbarazzata (forse perché nessuno si conosceva? Forse perché non avevamo una scalettta da seguire? forse perché non è poi così abituata a coordinare il discorso di una tavola rotonda?).
martes, mayo 19, 2026
Memorie di Adriano e vita vissuta
lunes, mayo 11, 2026
Sogni emblematico-letterari
Dunque, l'altro giorno ho fatto una serie di incubi allucinanti. In uno di essi appariva anche Marta, una cara amica scrittrice. Eravamo a cena, in un ristorante di lusso, sul terrazzo di una torre medievale molto alta, a Roma, o a Firenze, o a Venezia. Tra di noi c'era anche una giornalista, una tipa che non faceva altro che domande su domande e io nel sogno avverto il desiderio di sopprimerla (anche con la violenza). Vorrei stare da solo in pace e a chiacchiera con Marta, ma lei è lì, onnipresente, non se ne va, anche quando si avvicina il cameriere e ci illustra il menù.
L'ambiente di lusso inizia a muoversi quando una scossa di terremoto inizia a far tremolare la torre. Balla tutto e iniziano a crollare pezzi di intonaco, muro, mattonelle, piatti e bicchieri, calici di vino e persone che non se l'aspettano. Il tremore spinge Marta a gridarmi di scappare, dobbiamo scendere per le scale e trovare un'uscita d'emergenza.
Bene: racconto il sogno alla mia compagna di avventure e mi guarda come a dire: "tu sei tutto matto!". Lo racconto a Marta e scoppia a ridere. Lo racconto a una nostra amica in comune e mi fa notare che se il mio era o pretendeva di essere un incontro galante, orbene, il fatto che la torre crolli è molto significativo, sempre che la torri mantenga un significato fallico (Freud e Lacan a parte). Non ci avevo pensato: forse ero lì per abbordare Marta o con un secondo fine di tipo sessuale. E allora sì che la torre è fallica! Ma poi penso anche a Domani nella battaglia pensa a me, un bellissimo romanzo di Javier Marías che inizia proprio con la scena di un presunto approccio sessuale del narratore alla donna che ha appena conosciuto e che - guarda un po'! - si chiama Marta, la quale non fa in tempo nemmeno a spogliarsi del tutto quando ha un infarto e muore tra le braccia dell'amante che non ha fatto in tempo a consumare. Marta. Morta. Basta cambiare una vocale ed il gioco è fatto. Poi penso anche a Bomarzo: un romanzo di Marta è in parte ambientato nel Bosco Magico (o Stregato) di Bomarzo. Anzi, nel romanzo c'è tutta una scena in cui la protagonista entra all'interno di una casa inclinata, io ci sono stato, è davvero perturbante e inquietante, si ha come la sensazione di cadere, fa venire un po' di vertigini, quando se ne esce, si avverte un senso di spaesamento e angoscia.
E allora comunico subito a Marta queste nuove interpretazioni di stampo letterario. Marta ride e ride, non ce la fa proprio a trattenere le risate e mi dice che forse ho mangiato solo pesante. Intanto, torno con la mente a quella torre medievale del sogno e mi domando ancora: perché medievale? I sogni. Gli incubi. La vita. La letteratura. È tutto mescolato insieme. Bomarzo è anche il titolo di un famoso romanzo di Manuel Mujica Láinez (pubblicato nel 1962). Non l'ho mai letto. Ma credo che sia giunta l'ora di farlo...
martes, marzo 31, 2026
Parigi (dopo 13 anni)
Quando usciamo, ci facciamo una foto per immortalare il momento. Le fermate della metro per Paris-Orly sono una quindicina. Ma con 16 euro sei all'aeroporto, meglio che prendere il taxi, 45 euro fisse. Dammi retta, prendi la metro.
domingo, enero 25, 2026
Il mercato editoriale e la letteratura "vera"
Dunque, la situazione è la seguente: una cara amica, una persona che ammiro molto dal punto di vista del suo lavoro di studiosa e ricercatrice nell'ambito della letteratura ispanica, ha pubblicato il suo secondo romanzo e mi chiede di presentarglielo. Dopo aver pubblicato un primo romanzo dotato di un certo fascino, un romanzo scritto bene, anche se con alcuni rimandi fin troppo espliciti a un altro scrittore molto famoso e molto apprezzato a livello internazionale, ne ha appena pubblicato un secondo, molto più fiacco, sfilacciato o forse banale del primo.
E come fare, allora, ad accettare l'invito a presentare un romanzo che non ci convince e, al contempo, a non compromettere l'amicizia con una scrittrice che - secondo me - ha cose da dire, anche se forse non è riuscita a dirle come nella sua "opera prima"? E come fare, allora, a parlare bene di un romanzo che ci sembra fin troppo "topico" o pieno di elementi già visti in passato (in letteratura o anche al cinema) senza urtare la sensibilità dell'autrice? E come fare, soprattutto, questa presentazione quando uno sa che dietro a questo libro si sta muovendo tutto un armamentario di marketing letterario davvero incredibile e sconcertante?
La casa editrice (molto potente) che pubblica il romanzo non si vuole far sfuggire l'occasione di guadagnare milioni, se possibile, con questo loro ultimo lancio. C'è di mezzo la televisione, la pubblicità, la radio, le librerie, i circoli letterari, la stampa, insomma, come provare a fare bella figura, anche nei confronti della scrittrice, senza offendere?
Ecco, ho pensato che la soluzione potrebbe essere la seguente: nella presentazione farò riferimento alle cose che mi sono piaciute, sottacendo le molte che non mi hanno convinto. E poi...che sia il Tempo a stabilire se il libro merita o finirà (come tanti) nella "sepoltura dell'oblio".
P.S.: quanta distanza c'è, a volte, tra ciò che proclama la critica e ciò che esperimenta il lettore! Quanta distanza tra il mercato editoriale e ciò che è letteratura "vera", quella che pretende scuotere la coscienza del lettore, quella che fa pensare al di là delle imitazioni dei grandi, al di là delle citazioni famose!
domingo, enero 18, 2026
Ipotesi di lavoro
martes, enero 06, 2026
I Re Magi (e la Befana)
viernes, enero 02, 2026
Quentin Tarantino e le sue analisi dei film
Leggendo Cinema Speculation uno capisce perché la violenza occupa così tanto spazio in Pulp Fiction o in Kill Bill; perché l'umorismo (anche lo humor nero) non mancano mai nei suoi film; perché è nero il protagonista del western Django Unchained; perché nei suoi film la gente parla così tanto e spesso di cose insulse o che sembrano non avere alcuna relazione con la trama principale.
C'è acume, ingegnosità e tanta ironia in questo libro sul cinema fatto di cinema e di riflessioni cinefle. E ci sono anche scorci sulla vita privata del regista, di uno che ha dovuto farsi le ossa in un mondo ostile, con la madre costretta a lasciarlo da solo spesso e volentieri e adulti che - appunto - non gli hanno mai proibito di andare a vedere le doppie sessioni di film considerati per soli adulti.
sábado, diciembre 27, 2025
Marisol Benet
È morta Marisol Benet, sorella di Juan Benet, scrittore ingegnere che, nel corso degli anni 70 e 80 del secolo scorso, pubblicò alcuni dei romanzi più sperimentali e innovativi del panorama ispanico (Volverás a Región, uno dei suoi capolavori, tradotto in italiano nel 2016 da Sebastiano Gatto e Piero dal Bon per Amos Edizioni, apparve in Spagna nel 1967, lasciando nello sconcerto più totale più d'un lettore sprovveduto o poco avvezzo a romanzi senza trama, quasi senza personaggi e molto vicini alla scrittura di William Faulkner, con quei lunghi monologhi che durano pagine e pagine).
Ricordo quando la conobbi a Parigi, ormai più di 10 o 15 anni fa. Eravamo tutti riuniti per parlare del fratello, un congresso enorme alla Sorbonne, organizzato da Claude Murcia, una delle ispaniste più esperte di Benet.
Ricordo il suo sorriso e la sua affabilità; era una signora molto simpatica e molto alta, chioma bianca e sguardo sempre attento, dolce, penetrante. Non ricordo bene di cosa parlammo, di sicuro le mostrai tutta la mia ammirazione verso l'opera del fratello. Poi andammo a cenare insieme a tutti gli altri congressisti in un ristorante tipico francese vicino all'Università (vino buonissimo, alla tavolata erano seduti colleghi spagnoli, francesci, italiani, ma anche russi, tedeschi e perfino americani).
La notizia della morte di Marisol Benet mi fa venire in mente la morte dei nonni. Cammino lungo il vicolo della casa dei miei e non ci sono più nonni, non ci sono più molti dei vicini ultraottantenni, non ci sono più i giovani che - come me - sono emigrati verso il Nord Italia o all'estero.
Quando uno torna a casa ha la sensazione che il tempo sia passato troppo di fretta e, al contempo, che non sia passato affatto.
Stamattina ho intravisto il campetto in cui giocavamo a calcio, un terreno ora pieno di cespugli e sporcizia, alberi rinsecchiti e qualche mucchio di terra che sta lì da secoli. Sembra irreale che 30 o 40 anni fa lì c'eravamo noi, i ragazzini del vicolo, tra i 10 e 16 anni, sempre pronti a correre dietro a un pallone, a farci gli sgambetti, a romperci le ossa pur di fare goal.
Noto che questo Natale il sentimento predominante, lo stato d'animo che prevale, è la malinconia.
Mancano solo 2 giorni per il rientro in Spagna. E solo ora mi accorgo di quanto ho scritto in questo diario di bordo in questo mese di dicembre, caratterizzato da una brutta e lunga influenza, da molteplici letture, da tanta scrittura che esula dal lavoro e dall'ambito accademico.
Mancano solo 4 giorni al Capodanno. E tutti a chiedere: "Tu che fai? Tu come festeggi? Tu dove vai? Ah, beh, in Spagna, beato te!". E uno si domanda: come sarà l'anno che verrà? Finirà la guerra? Finiranno le guerre? Torneranno altre forme di pandemia? Resterà ancora in piedi la UE?
Solo 4 giorni al 2026...
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