martes, junio 16, 2026
sábado, enero 30, 2021
30/1/2021
domingo, noviembre 22, 2020
Spade
Ci risiamo. Il problema è sempre quello: il tempo. Quando trovare il tempo (ma aggiungerei anche: lo spazio) per portare a termine 2 articoli che mi hanno chiesto da più di 3 mesi; l'uno su Luis Cernuda (uno dei miei poeti preferiti di sempre, insieme a T. S. Eliot e P. P. Pasolini), l'altro su un argomento a piacere (e, ovviamente, quando ti lasciano spazio per poter scrivere su ciò che più t'appassiona, ecco che arriva il blocco, lo stallo della scrittura: l'idea sarebbe quella d'illuminare almeno un po' l'annosa questione dei rapporti tra "parole e immagini" a partire dalla narrativa spagnola più recente; per dire: tentare di rispondere alla domanda: "Che ci fanno le immagini nei romanzi?" - per "immagini" non intendo soltanto le fotografie, ma anche i ritagli di giornale, documenti d'epoca, cartine, mappe, etc.; ma anche riferimenti ad opere d'arte vere e/o inventate; a quadri, a sculture, etc.).
E così, mentre più d'un collega finisce in quarantena preventiva e domiciliare (troppi i nostri studenti che se ne fregano del virus e della distanza sociale; troppi quelli che, appena fuori dall'aula, si abbassano la mascherina), cerco di fare il punto della situazione, mentre la prole mette a soqquadro la casa e c'è chi suona il piano e chi sbatte le pentole sul pavimento (poveracci quelli che ci abitano sotto!).
Non ricordo più se fu Enrique Vila-Matas o un altro a dire che lo scrittore deve (sempre) essere figlio, non può (non dovrebbe) mai essere padre, perché i figli rubano il tempo alla scrittura; poi penso a Sandro Veronesi (padre di 5 figli, se non ricordo male) e capisco che non è un'equazione matematica, anzi: lui scrive anche quando è circondato da figli che fanno rumore (così - mi par di ricordare - disse o scrisse da qualche parte).
Figli o non figli, io non sono uno scrittore (anche se, ovviamente, per il lavoro che svolgo, pubblico da anni e ho tradotto libri di altri; questo blog non conta, è puro "divertissement") e, però, capisco bene quei genitori che dicono d'impazzire quando i figli ti assorbono troppo; è davvero inenarrabile il modo in cui i figli, soprattutto quando sono ancora bambini, ci portano via il tempo, lo spazio e l'energia (un lavoro faticosissimo che sì, è vero, è ovvio, è certo, apporta anche tante enormi e bellissime soddisfazioni, ma, ragazzi, quanto sudore anche, quanta fatica!).
Poi penso ad un altro approccio: le scene con la spada. Mi viene in mente la famosa interruzione tra il cap. 8 e il cap. 9 della Iª Parte del Quijote, quando, appunto, Don Quijote è sul punto di scagliare la sua spada sul bilbaino e cosa succede? S'interrompe la storia, perché - afferma il narratore esterno - il manoscritto finisce proprio lì, sul più bello (Nabokov parla di uno "splendido fermo immagine"). Bisognerà leggere l'incipit del 9 capitolo per capire cosa è davvero successo a quel manoscritto e scoprire come, grazie a un enorme colpo di fortuna e a uno scherzo del destino, Cervantes (che non è il "padre", bensì il "padrastro" o il "padrino" dell'opera) s'imbatterà proprio nel manoscritto interretto all'altezza del famoso duello, e potrà così continuare a leggere come finisce la scontro, dove vanno a finire quelle due spade levate in aria con violenza...previa traduzione di un ragazzo arabo che lo stesso Cervantes paga e fa accomodare in casa sua affinché traduca, perché il manoscritto (del famoso storico Cide Hamete Benengeli) è scritto in lingua araba...
E allora mi viene in mente l'altra scena di una spada levata in aria: quella che si svolge all'interno di un bagno per disabili di una discoteca di Londra nella IIª parte di Tu rostro mañana ("Il tuo volto domani") di Javier Marías: anche lì c'è suspense, anche lì una tensione enorme: Bertram Tupra ucciderà o no il povero malcapitato che sta intralciando il suo lavoro di spia? (consiglio ai lettori italiani: comprate "Il tuo volto domani" e leggetene tutto).
E allora mi viene in mente la scena del duello sulla spiaggia tra uno dei personaggi di 2666 di Roberto Bolaño e un critico letterario (alter ego di Ignacio Echeverría, amico e curatore delle opere postume del grande scrittore cileno). Anche lì c'è di mezzo una spada, o forse due, ci si sfida a duello come se si vivesse ancora nel Medioevo... Ecco: dovrei andarmi a ricercare quella scena e dovrei rileggermela, per capire se c'è anche qui un velato omaggio o riferimento a Cervantes...E poi fare il salto all'indietro, la capriola ermeneutica decisiva per scoprire che, prima del Manco di Lepanto, c'è stato Ludovico Ariosto (che Cervantes amava e leggeva tra i suoi autori preferiti di sempre), il quale, nell'Orlando Furioso, chissà quante volte utilizza il trucchetto delle spade levate in aria e sul punto di scontrarsi tra di loro, di fare letteralmente le scintille, per poi interrompere tutto, perché finisce il canto e bisognerà andare subito a leggersi il capitolo successivo per vedere come narrazione prosegue...nella prossima puntata.
Riuscirò a trovare il tempo (e lo spazio) giusto per questi scandagli? Ai posteri l'ardua sententia.
jueves, noviembre 23, 2017
Ci siamo appena svegliati presso il "Courtyard Marriott" di Carrollton, un hotel alla periferia di una città a circa un'ora di distanza da Atlanta.
E dopo tanti (svariati) mesi, io e la mia compagna d'avventure torniamo a vedere (e a sentire) la pioggia. Incredibile la sensazione da film: mi sembra di essere all'interno di "Paris, Texas", con una piccola differenza: la nebbiolina che serpeggia tra i pick-up della Ford e i SUV (giganteschi) di case e marche automobilistiche che non conosco (tranne la Chevrolet e la Chrysler).
Per fortuna che in valigia abbiamo messo anche un cappotto invernale, dei pullover e un'ombrello piccolo. È strana la sensazione del freddo.
Il jet-lag continua a fare il suo effetto: ieri abbiamo cenato con Jack alle 18:00 e siamo andati a dormire alle 20:00!
Ho visto in tv qualche scena da Fifty Shades Darker (seconda parte assurda della versione cinematografica del famoso romanzo di E. L. James) e alle 21:00 anch'io ho chiuso gli occhi. Abbiamo dormito circa 10 ore! E adesso, ovviamente, ho una fame da lupi!
9:28 a.m.: West Georgia University. Un campus enorme immerso in un bosco. Il verde predomina sul rosso dei mattoncini delle strutture in cui sono alloggiati i vari dipartimenti e le varie facoltà.
A lezione con Ana Z. C., professoressa di Letteratura Spagnola di Ciudad Real. Siamo in 14 in aula: tre spagnole, un italiano, tre ragazzi di colore (non so se afroamericani o afroispanici), un'americana bianca, uno studente del Costa Rica, un'altra peruviana, un'altra messicana, un'altra ecuatoriana, quest'aula è l'incarnazione degli USA in quanto melting-pot del mondo, un mix incredibile di razze con prevalere della lingua spagnola e inglese come lingue franche. Uno si chiede: ma come si può essere razzisti in America? Certo che Trump ci mette del suo nel creare conflitto tra bianchi e neri, tra statunitensi doc e messicani, lui che è d'origini tedesche, se non erro, eppure, in quest'aula si respira aria di rispetto mutuo, guardare questi studenti fa sperare verso un futuro migliore, a dispetto di quanto possa dichiarare Trump e i suoi accoliti e i suoi votanti più beceri ed estremisti...
25/10/2017
15:12 p.m.
Ritmo di lavoro assurdo: lezione da Jack dalle 9:00 alle 11:00 e poi, alle 11:30, pranzo (sì! Pranzo!) con il Direttore del Dipartimento di Lingue e Letterature Straniere. Robert è americano DOC, nato proprio ad Atlanta ma - per mia somma sorpresa - parla benissimo l'italiano: mi confessa che sua moglie è marchigiana e anche lei fa la Professoressa in un'altra Università americana, insegna Letteratura Italiana: Boccaccio e Pasolini (due autori difficili, ma entrambi affascinanti, mi complimento con lui per il coraggio della moglie italiana ed italianista).
Inevitabile parlare di diffirenze e somiglianze tra sistema spagnolo ed italiano, da un lato, e americano, dall'altro.
Trump è un problema (globale) per tutti. La mancanza di motivazione degli studenti più giovani nei confronti della lettura: idem.
Stasera, di fatto, andremo a cena con alcuni dei ragazzi che stiamo conoscendo in questi giorni in aula. Per loro sarà un modo di praticare lo spagnolo con noi (gli "ospiti stranieri"). La cena è fissata per le 17:30: per noi è l'ora di merenda, ma dopo un pranzo (a base di hamburguer e sandwich) alle 11:30 mi sembrano quasi le 20:30 di sera.
Intanto, Heather D., una tipica studentessa bionda americana, ci parla degli effetti della guerra civile ne La ronda, di Juan Goytisolo (o Fausta, di Ana María Matute). Mai sentiti (letti) questi racconti. Dovrò rimediare. Intanto, Heather prova ad arrivare alle conclusioni della sua presentazione in PowerPoint. Le compagne si sforzano anche loro a pronunciare correttamente, ma fanno fatica e a me fanno tenerezza, col loro accento americanissimo.
Penso a Vladimir Nabokov, a Lolita e alle sue lezioni americane al Wellesley College, dove le alunne erano tutte donne...
26/10/2017
07:32 a.m.
Inizia il congresso internazionale in cui siamo stati invitati a parlare. L'interculturalità si tocca con mano, anche qui. Studiosi da ogni angolo degli USA; ma anche dall'Europa e dall'America Latina. Sono felice. Siamo felici. C'è sintonia e molti interventi aprono le porte verso un futuro migliore, in cui la letteratura e la cultura in generale siano (ancora) strumenti di conoscenza di sè e degli altri.
27/10/2017
21:24 p.m.
Stanchissimo. L'intervento (che ho fatto dopo pranzo, alle 16:30) è andato bene e ha suscitato scalpore (succede sempre così, se uno si mette a discettare dei rapporti tra etica ed estetica). Abbiamo conosciuto le alunne dottorande di una collega spagnola che insegna in Alabama. Sweet Home Alabama. Inés ci sorride. Ci stringe forte la mano e quando scopre che veniamo dalla sua stessa città natale quasi si commuove. Non riesce a crederci. Parliamo della cucina spagnola tipica del Levante, della sua terra. Ci ripromettiamo d'invitarla per darle l'occasione (crearle la scusa perfetta) per lasciare un po' gli USA e tornare a casa (speriamo d'includerla in qualche lezione per il Dottorato o in un qualche altro congresso).
28/10/2017
19:23 p.m.
Abbiamo visto un film tedesco degli anni 90 (sottotitolato in inglese). Il jet-lag è quasi del tutto scomparso, ma questi ritmi mi distruggono. Il film è interessante: parla di un architetto che, nella Germania pre-caduta del muro di Berlino, decide di rivoluzionare l'architettura del suo quartiere in espasione, sogna una città senza barriere architettoniche e in cui la gente possa riunirsi e parlare di libri, al di là degli schematismi e delle costruzioni geometriche fredde del regime comunista russo. Niente: i suoi capi gli mettono i bastoni tra le ruote, non è un vero socialista, un vero socialista mette l'estetica al servizio dell'etica; niente cessioni alla moda; niente piazze enormi; niente circoli che non siano affiliati al Partito... Poi c'è il dibattito e fa un certo effetto ascoltare le domande interessate e acute degli studenti di Cinema e "Visual Arts". Il regista è felice e stanco: forse anche lui soffre il jet-lag...
29/10/2017
13:12 a.m.
Gli Stati Uniti d'America non sono un paese: sono un mix di paesi.
30/10/2017
17:10 p.m.
Jack ci riaccompagna in aeroporto. L'areo della DELTA Airlines partirà tra un paio d'ore. Siamo già nostalgici. Ci abbracciamo con affetto sincero. Ci sembra stranissimo. Il tempo è passato in fretta, ma ci sembra di essere rimasti in Atlanta per un mese, talmente tante sono le cose che abbiamo fatto insieme.
Gli USA non sono un paese: sono un continente. Io e la mia compagna d'avventure ci ripromettiamo di attraversarlo in macchina coast-to-coast. Dall'Oceano Pacifico all'Atlantico (o viceversa). La Route 66. Il deserto e i motel che abbiamo visto tante volte in tanti film. È stata un'esperienza incredibile. Come vivere dentro a un film. Quanto devono gli USA al cinema? Quanto siamo legati all'immagine che dell'America del Nord ci offrono i film?
Spero di riuscire a dormire. Perché dopo 9 ore di volo, 4 di macchina e un'oretta per mangiare, jet-leg o meno, dovrò entrare a lezione. E non so in che lingua parlerò, dopo tutta questa full-immersion nell'inglese. Arrividerci Atlanta! Arrivederci USA! È stato un vero piacere...
miércoles, septiembre 07, 2016
lunes, enero 20, 2014
martes, diciembre 31, 2013
lunes, mayo 27, 2013
Prima di acquistare Una specie di solitudine (la versione integrale ed italiana dei suoi Diari), non sapevo nulla di John Cheever; o meglio: il solito Enrique Vila-Matas vi faceva cenno in non ricordo più quale suo romanzo anti-romanzesco (o meta-letterario) e mi ero sottolineato alcune frasi che si riferivano proprio a questi diari…
Ora che lo frequento da più di 6 mesi (leggo a spizzichi e bocconi centellinando il piacere che mi provocano i diari stessi), posso dire che John Cheever si è trasformato in un mio amico (anche se obbligatoriamente postumo, perché è morto nel 1982, quando io avevo appena 5 anni) e in una di quelle che George Steiner chiamerebbe “vere presenze”.
John Cheever è uno scrittore americano contemporaneo di Philip Roth e Saul Bellow, di J. D. Salinger e di Vladimir Nabokov; uno che ha pubblicato dei racconti meravigliosi (a detta della critica specializzata) e dei romanzi dai titoli strani come Bullet Park e Falconer; uno che non conosco affatto nelle vesti del narratore ma che, al contempo, in questi suoi diari mostra una capacità affabulativa notevole e una capacità di osservazione e di auto-analisi che lasciano col fiato sospeso.
Sposato a una donna che l’ha reso felice e depresso in pari misura, padre di due figli che adora, scrittore di successo che non ha mai certezze sul proprio lavoro e che pure lotta per avere il riconoscimento pubblico dei colleghi e dei critici, omosessuale in segreto che soffre perché cattolico e perché marito e padre di famiglia, alcolizzato che lotta per smettere e che non riesce a togliersi il vizio perché in parte schiavo dei suoi vizi, filosofo che dubita di tutto e che in questo mare d’incertezze impara per lo meno a stare a galla, John Cheever è queste e molte altre cose ancora.
Ma prima fra tutte, è uno scrittore che sa raccontare la sua vita come fosse un romanzo e che, in certo modo, prevede e profetizza la lettura di queste pagine intime da parte di un lettore che arriverà solo dopo, soltanto quando lui sarà già morto e sepolto.
E così, sebbene siano assenti ammiccamenti o riferimenti espliciti al lettore, il lettore di questi diari (nell’ed. Feltrinelli del 2012 – tr. it. di Adelaide Cione – ammontano a quasi 500 pagine) si sente chiamato in causa, partecipa del dolore del loro autore, si commuove e si emoziona con lui, condividendone sfortune, amarezze, tristezze e piccole gioie quotidiane.
Come quando parla di sesso: “C’è sempre, da qualche parte, questo accenno di aberrante carnalità” (id., p. 17) (e a uno vengono in mente le mille volte in cui, passeggiando per strada, l’occhio va a poggiarsi in automatico sulla scollatura della bella signora matura che ci sfiora lungo le scale mobili della metropolitana o dentro gli autobus stipati di pendolari all’ora di punta); o come quando parla di ipocrisia: “[…] e penso alle immani energie che sprechiamo a fingere” (id., p. 179) (già: quanta energia buttiamo via per fingere con gli altri? E con noi stessi?); o come quando parla del Paradiso: “Forse il paradiso non è altro che l’insieme dei teneri ricordi dei nostri amici e amanti; qualche riapparizione spettrale che facciamo, restaurando il coraggio e il senso dell’umorismo” (id., p. 133).
E uno si domanda: è davvero questo il Paradiso? L’insieme dei ricordi legati ai nostri amici e alle amanti, alle persone che abbiamo amato e a quelle che abbiamo abbandonato (o che ci hanno lasciati)? Il Paradiso è questo tornare ad incontrare se stessi in questi ricordi cari? Potrebbe essere il luogo in cui riappariranno queste persone a noi così care? E che vuol dire che questo ci permette di “restaurare il coraggio e il senso dell’umorismo”?
Miguel de Cervantes, pochi giorni prima di morire, scrisse un bellissimo prologo a quello che sarebbe stato il suo ultimo (e postumo) romanzo, Los trabajos de Persiles y Sigismunda: a un certo punto, si commiata dai suoi amici e dalle persone care e inizia a dire una serie di “addii”… Addio, divertimenti, addio, gioie! Addio, amici cari, spero di potervi ritrovare presto nell’al di là (cito non verbatim e inventando qualcosa, quindi).
Cervantes e Cheever: due cattolici che devono per forza di cose credere nell’al di là, se si reputano fedeli. Due che immaginano il Paradiso come il luogo del reincontro e della restaurazione dei divertimenti, delle risate, del buonumore, dell’umorismo terreni…
Sono passati 6 mesi e ancora non so com’è il John Cheever autore di romanzi e racconti; so per certo che questo John Cheever (intimista e intimo) mi accompagna ogni giorno con discrezione e sottile ironia, con malinconia e leggera tristezza, in quella che tutti noi possiamo definire (come la vita stessa) “una specie di solitudine”.
lunes, octubre 29, 2012
miércoles, marzo 21, 2012
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