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martes, junio 16, 2026

 Diario di Oporto

Sabato 6 Giugno

Atterriamo alle 15 in Portogallo, quando, in Spagna, sono le 16. Un'ora indietro, come alle Canarie. E che strano è percepire la relatività del tempo nello scendere da un aereo che ha attraversato (letteralmente) il fuso orario tra l'uno e l'altro paese (due paesi vicini e gemelli della Penisola Iberica: due paesi che si rispettano e non so se s'invidiano o temono, dato che il Portogallo ha dovuto combattere per ottenere l'indipendenza dalla Spagna, quando la Spagna comandava perfino sul Nuovo Mondo, con la "scoperta" di Colombo - solo ora scopro che l'Indipendenza i portoghesi l'ottennero nel1668).

Siamo ad Oporto, l'unica città portoghese che né io né la mia compagna di viaggio abbiamo mai visto prima. Ciò che colpisce immediatamente il viaggiatore è la luce del sole: la luminosità abbagliante perfino mentre si viaggia in metro (dall'aeroporto alla fermata di Trinidade ci si impiega una mezz'ora o forse 40 minuti).

Leggo i nomi delle fermate: alcuni suonano surreali, come Senhora da Hora (La Signora dell'Ora? Una metafora per dire "La Morte"?) o Esposade... altri suonano bene, come Casa da Mùsica. Verde e parchi ovunque. Oporto è il porto più grande, forse, o più famoso del Portogallo, ma è anche natura selvaggia e una montagna di gabbiani che sorvolano sulla testa dei turisti ad ogni ora del giorno e della notte.

L'appartamento è in Rua da Picaria, una strada piena zeppa di bar e ristoranti (quello italiano ha un nome che in Italia stonerebbe parecchio o non avrebbe molto successo: Bellano - Cucina Italiana). Siamo vicini anche alla libreria più famosa di tutto il Portogallo e considerata una delle più belle al mondo, la Livraria Lello: a piedi ci vogliono 10 minuti, da lì poi è facile arrivare al centro storico e poi, ancora più giù, verso il mare, al porto di Oporto (che sembra un'alitterazione infantile).

Compriamo latte, caffè e biscotti in un Auchan Express e poi ci organizziamo per la cena, qualcosa di tipico portoghese, come il bacalhau com natas, ovvero, il baccalà con la besciamella (che non mi fa impazzire) o la "francesinha" (che mi lascia a bocca aperto: un toast con dentro wrustel, carne varia, sopra un uovo, il tutto imbevuto da - o sommerso da - una salsa rossa un po' piccante).

Quando riusciamo ad entrare in casa, la cosa più bella da vedere è il balcone, che diventirà la mia vedetta favorita da cui contemplare sia i vicini del palazzo di fronte, sia i frammenti di mare che si vedono perfino da qui. Della mansarda di fronte si vedono le tende della camera da letto del vicino che gironzola mezzo nudo tra un tavolinetto basso e un frigorifero anni 70. E uno si domanda: che ci fa un elettrodomestico del genere in camera da letto? Quanto sarà piccola quella mansarda?

Domenica 7 Giugno

Andiamo fino al porto, lì dove il turismo di massa rovina tutta la bellezza naturale e la magia della città. Gente ovunque, molti francesi, molti inglesi, molti americani, qualche italiano, qualche spagnolo, i ristoranti sono pieni ad ogni ora del giorno e della notte, i camerieri non hanno tempo nemmeno per respirare, un drink costa il triplo che in un qualsiasi altro bar lontano dalla massa, è orribile dover sopportare tutta questa gente sudata, un po' trasandata, zombi che si spostano in grosse comitive o che seguono la guida con in mano l'ombrellino giallo aperto, gente che si diverte a farsi i selfie ogni tre per due, odio questo tipo di turista, questo gregge, questa macchia orribile di piedi e mani che seguono tutti lo stesso percorso. Litighiamo perché propongo di allontanarci dal caos. Le bimbe vogliono vedere il salto mortale di un mulatto giovane e prestante che si getta davvero da una delle transenne del famoso ponte di "Luís I": splash! E tutti ad applaudire, l'acqua del Douro deve essere gelata, anche se fa relativamente caldo qui, 23 gradi, non male per essere Giugno, dove sarà finito il ragazzo? E se non torna a galla? Avrà dato una panciata? Si sarà fatto male? Litighiamo e alla fine riesco a convincere tutta la truppa a tornare al supermercato e comprare un pacchetto di pasta e un barattolo di pelati. Stasera si cena italiano, altro che cazzi! 

Di notte scendo a riempire una bottiglia d'acqua alla fontanella sotto casa, mi accorgo dell'esistenza di una cabina telefonica, una di quelle rosse, come a Londra, con il telefono nero ancora funzionante: chiedo a una delle bimbe di farmi una foto. Faccio finta di chiamare Fernando Pessoa. Lui l'ho rivisto a Lisboa, seduto sotto forma di statua in non ricordo più quale "rua" del centro della capitale, piena di tram gialli degli anni 50 e 60. Prima di dormire, accendo la lucetta dell'abat jour per iniziare a leggere un saggio di una collega ispanista italiana che studia i rapporti tra letteratura spagnola e religione cristiana. Un tema adatto a Oporto. E forse anche a me (ultimamente sono tornato sulla poesia meditativa o filosofica di Luis Cernuda, ah, Cernuda, che grandissimo poeta!).

Lunedì 8 Giugno

Fila immensa e snervante prima di entrare nella famosa Livraria Lello: si paga un biglietto per entrare, 12 euro. Noi l'abbiamo comprato online dalla Spagna per tutta la famiglia. E la libreria li merita, perché è davvero un museo, una specie di resto archeologico di una libreria del Novecento che, però, negli anni, in questi ultimi anni si è trasformata in un bene di lusso, un luna park per (di nuovo) i turisti di massa, quelli che entrano solo per farsi un selfie. Sudore, code infinite, ciarle, gente che grida nei cellulari, la mia misantropia atavica torna all'attacco davanti a tante pecore, mi pento di aver ceduto, se lo avessi saputo, non sarei venuto. Poi la mia compagna di avventure mi spiega che ti rimborsano se compri un libro per almeno 12 euro. Quanti di questi turisti entra per comprarsi un libro o anche solo per sfogliarlo? Quanti, per avere solo il rimborso di quanto già pagato? E poi scopro il trucco: i libri (alcuni in edizioni davvero molto belle ed eleganti) costano tutti come minimo 16 euro. Ecco qua: si mercifica anche il libro, si fanno soldi sulla cultura, non c'è verso di uscire dal tunnel del capitalismo accelerato. Sfoglio 3 capolavori (questi costano anche 25 o 30 euro): Moby Dick, in edizione compattissima, da leggere con la lente d'ingrandimento; Lolita, in edizione facsimile; Tristram Shandy, in edizione rilegata e cartonata. Che ne sa questa gente di questi capolavori? Hanno mai letto Sterne, o Nabokov, o Melville? Poi lo sguardo mi va sulla versione francese dell'Ulisse. Sempre Joyce. Viva sempre James Joyce. Che il cielo ci coadiuvi!

Quando usciamo dalla bolgia infernale, andiamo a prendere una macchina a noleggio per fare un salto a Vigo. Si torna in Spagna, in Galizia: tremo all'idea di dover guidare una macchina con cambio automatico e restiamo entrambi a bocca aperta quando, traversata la frontiera, il confine, la linea divisoria tra Spagna e Portogallo l'ora del cellulare torna avanti: erano le 14, sono diventate le 15. Anche se anche qui, come ad Oporto, farà notte tardissimo. Il tramonto lo godiamo dal balcone dell'altro, nuovo appartamento, alle 22 della notte. In Italia sarà buio da un bel pezzo. La cucina spagnola non delude mai. E rispetto a quella portoghese, beh, trova il plauso unanime di tutti i membri della famiglia...

Martedì 9 Giugno

Dopo aver visitato Vigo e il centro che non c'è (è una città su più livelli e con grosse pendenze tra un quartiere e l'altro, si ha come l'impressione di scalare una montagna che ha molti lati per l'accesso), torniamo indietro verso Oporto, ma prima di prendere l'aereo facciamo una capatina a Braga. È una città piccola, piena di storia: la Cattedrale è una delle più antiche del Portogallo. Ha una facciata annerita e molto scura che fa pensare subito al Medioevo. Una signora ci vende dei foulard e dei canovacci con il gallo, simbolo del paese. In una zona di lavori in corso m'imbatto in un appartamento mezzo diroccato dalla cui finestra a piano terra si vede un bidet: viola o rossastro, pieno di sporcizia e polvere e calcinacci. Il tir ci fa passare; la ruspa fa casino e si sposta sulla destra; un tizio apre il suo negozio di Vespe, tutte rosse, bianche e verdi e così disposte all'ingresso (un omaggio all'Italia?). Facciamo spesa: panini e pizzette, frutta e succhi di frutta, una coca-cola per me perché devo guidare e ho dormito poco e dopo un'oretta siamo a Maia, l'aeroporto di Porto. Sono passati 3 giorni soltanto dall'arrivo ed è già arrivato il momento di ripartire. 

Ripenso a quei gabbiani che ci hanno fatto compagnia lungo tutta la passeggiata verso il Douro; ripenso a quel bidet stile "installazione di Duchamp"; ripenso a quell'uomo mezzo nudo che ha il frigo in camera e alle tende della sua mansarda che danzano spostate dalla brezza del mare. Ripenso ai piccoli dettagli che non sono riuscito (non riuscirò; non riesco) a mettere per iscritto in questa sorta di diario di bordo del viaggio lampo in Portogallo e a quante cose non ho scritto su Vigo e sulla scrittrice che abbiamo conosciuto finalmente di persona, ai libri che ci ha regalato e alle birre che abbiamo bevuto in sua compagnia. Ripenso a tutto questo e penso che finché c'è movimento c'è vita e finché c'è vita c'è davvero speranza... Speriamo. Nonostante tutto.

Alle 21 siamo già atterrati in terra spagnola. Ora bisogna riprendere la macchina e guidare un'altra oretta verso la città del Sud del Sud in cui viviamo e abitiamo. E in cui la prole cresce e si fa grande. Con gli occhi assonnati e una gran voglia di bere una bella tazza di latte coi biscotti "Galletas María".

sábado, enero 30, 2021

 30/1/2021


Questa sera ero indeciso se finire di leggere un capitolo dal bel saggio Antropologia delle immagini (2002) di Hans Belting o se continuare a perlustrare la mente "maniaca" e alquanto "nabokovkiana" del narratore in prima persona de La storia di mia moglie (1957) di Milán Füst (regalo graditissimo di un caro collega di Budapest, un ispanista ungherese che traduce anche Camilleri e ha un dominio assoluto dell'italiano, del francese, dell'inglese e del tedesco - non ricordo se sapeva anche il russo e se aveva iniziato a studiare anche l'arabo -).

Belting mi stava facendo ragionare sul corpo come luogo della memoria e luogo che, oltre a conservarle, le immagini le produce (quelle che nascono dai sogni, ad esempio; o quelle che ricaviamo dal passato attraverso la memoria e il ricordo - cita Proust, ovviamente, come non citarlo se si parla della triade immagini-memoria-ricordo?).

Füst, invece, mi spingeva a riflettere su come è assurdo l'amore e su quanto può essere distruttiva la gelosia: "Perché l'indifferenza ci mantiene intatti, la passione invece ci umilia" (cit., p. 201 dell'ed. Adelphi - un lavorone quello della traduttrice, Marinella D'Alessandro, che non conosco affatto ma che ammiro da subito per come riesce a rendere, in italiano, il fraseggio simpaticamente folle e assurdamente attorcigliato di questo marito preda della bestia dagli occhi verdi che Yago scatena nella mente di Othello).

Poi, di colpo, la realtà è entrata prepotentemente di scivolata e mi ha fatto lo sgambetto, e steso al tappeto: mia madre mi confessa che mio padre non sta tanto bene; una mia cara amica di gioventù mi avvisa che ieri è morta la madre di un nostro comune amico, quasi un fratello, per me, uno che è finito col diventare direttore in una banca di Liverpool...

L'ultima volta che ci siamo visti fummo felici: suo fratello ci aveva invitati a cena in uno dei ristoranti più belli e lussosi del centro della città (lavora nell'ambito alberghiero; conosce un sacco di gente importante; ha fatto affari coi vips); io avevo un mucchio di cose da raccontare loro sul mio lavoro all'Università; lo chef non la finiva di illustrarci le innovazioni dei suoi piatti, accompagnati da vini mai bevuti prima in vita mia (molti argentini, qualcuno americano).

Poi un messaggio su Facebook, scritto in inglese da un parente, finisce di stendermi a terra: il mio amico non mi aveva mai detto che, prima di sua madre, ha perso anche un cugino, per colpa del virus, e uno zio, causa infarto fulminante.

E allora, il 30 di gennaio del 2021, la sera, mentre la prole dorme o sembra che stia dormendo, uno si domanda che senso abbia tutto questo fare ricerca, tutto questo leggere, tutta questa letteratura...che senso ha Nabokov con le sue farfalle e la sua insonnia, o Moresco col suo Chisciotte redivivo e affatto folle o Belting con le sue analisi superbe delle maschere mortuarie...Che senso ha il romanzo di Milán Füst quando fa dire al suo narratore pazzoide frasi come questa?

"D'altra parte, se questo mondo non è fatto per l'uomo, allora per chi lo è? E perché dovrei prendermela se uno spirito superiore si diverte e gode nel vedere le inutili lotte della mia vita?" (id., p. 141).

Se il mondo non è fatto per noi, se la nostra anima è (sempre e da sempre) condannata a smarrirvisi, che senso ha lo stare su questa Terra?

Poi penso che l'ultima volta che io e il mio amico ci siamo salutati, davanti al mio hotel, nella periferia di Liverpool, vicino a un McDrive, ci siamo ripromessi di vederci in Spagna e che gli avrei fatto assaggiare le prelibatezze della cucina spagnola e che l'avrei invitato in uno dei posti più tipici del centro della città del Sud del Sud della Spagna in cui vivo e che suo fratello era anche lui invitato, claro que sí...

E chissà che tutto questo non accada. Prima o poi. Anche se il mondo non sembra un luogo ideale per l'essere umano. Anche se la nostra anima sembra sempre smarrita...

domingo, noviembre 22, 2020

Spade




Ci risiamo. Il problema è sempre quello: il tempo. Quando trovare il tempo (ma aggiungerei anche: lo spazio) per portare a termine 2 articoli che mi hanno chiesto da più di 3 mesi; l'uno su Luis Cernuda (uno dei miei poeti preferiti di sempre, insieme a T. S. Eliot e P. P. Pasolini), l'altro su un argomento a piacere (e, ovviamente, quando ti lasciano spazio per poter scrivere su ciò che più t'appassiona, ecco che arriva il blocco, lo stallo della scrittura: l'idea sarebbe quella d'illuminare almeno un po' l'annosa questione dei rapporti tra "parole e immagini" a partire dalla narrativa spagnola più recente; per dire: tentare di rispondere alla domanda: "Che ci fanno le immagini nei romanzi?" - per "immagini" non intendo soltanto le fotografie, ma anche i ritagli di giornale, documenti d'epoca, cartine, mappe, etc.; ma anche riferimenti ad opere d'arte vere e/o inventate; a quadri, a sculture, etc.).


E così, mentre più d'un collega finisce in quarantena preventiva e domiciliare (troppi i nostri studenti che se ne fregano del virus e della distanza sociale; troppi quelli che, appena fuori dall'aula, si abbassano la mascherina), cerco di fare il punto della situazione, mentre la prole mette a soqquadro la casa e c'è chi suona il piano e chi sbatte le pentole sul pavimento (poveracci quelli che ci abitano sotto!).


Non ricordo più se fu Enrique Vila-Matas o un altro a dire che lo scrittore deve (sempre) essere figlio, non può (non dovrebbe) mai essere padre, perché i figli rubano il tempo alla scrittura; poi penso a Sandro Veronesi (padre di 5 figli, se non ricordo male) e capisco che non è un'equazione matematica, anzi: lui scrive anche quando è circondato da figli che fanno rumore (così - mi par di ricordare - disse o scrisse da qualche parte).


Figli o non figli, io non sono uno scrittore (anche se, ovviamente, per il lavoro che svolgo, pubblico da anni e ho tradotto libri di altri; questo blog non conta, è puro "divertissement") e, però, capisco bene quei genitori che dicono d'impazzire quando i figli ti assorbono troppo; è davvero inenarrabile il modo in cui i figli, soprattutto quando sono ancora bambini, ci portano via il tempo, lo spazio e l'energia (un lavoro faticosissimo che sì, è vero, è ovvio, è certo, apporta anche tante enormi e bellissime soddisfazioni, ma, ragazzi, quanto sudore anche, quanta fatica!).


Poi penso ad un altro approccio: le scene con la spada. Mi viene in mente la famosa interruzione tra il cap. 8 e il cap. 9 della Iª Parte del Quijote, quando, appunto, Don Quijote è sul punto di scagliare la sua spada sul bilbaino e cosa succede? S'interrompe la storia, perché - afferma il narratore esterno - il manoscritto finisce proprio lì, sul più bello (Nabokov parla di uno "splendido fermo immagine"). Bisognerà leggere l'incipit del 9 capitolo per capire cosa è davvero successo a quel manoscritto e scoprire come, grazie a un enorme colpo di fortuna e a uno scherzo del destino, Cervantes (che non è il "padre", bensì il "padrastro" o il "padrino" dell'opera) s'imbatterà proprio nel manoscritto interretto all'altezza del famoso duello, e potrà così continuare a leggere come finisce la scontro, dove vanno a finire quelle due spade levate in aria con violenza...previa traduzione di un ragazzo arabo che lo stesso Cervantes paga e fa accomodare in casa sua affinché traduca, perché il manoscritto (del famoso storico Cide Hamete Benengeli) è scritto in lingua araba...


E allora mi viene in mente l'altra scena di una spada levata in aria: quella che si svolge all'interno di un bagno per disabili di una discoteca di Londra nella IIª parte di Tu rostro mañana ("Il tuo volto domani") di Javier Marías: anche lì c'è suspense, anche lì una tensione enorme: Bertram Tupra ucciderà o no il povero malcapitato che sta intralciando il suo lavoro di spia? (consiglio ai lettori italiani: comprate "Il tuo volto domani" e leggetene tutto).


E allora mi viene in mente la scena del duello sulla spiaggia tra uno dei personaggi di 2666 di Roberto Bolaño e un critico letterario (alter ego di Ignacio Echeverría, amico e curatore delle opere postume del grande scrittore cileno). Anche lì c'è di mezzo una spada, o forse due, ci si sfida a duello come se si vivesse ancora nel Medioevo... Ecco: dovrei andarmi a ricercare quella scena e dovrei rileggermela, per capire se c'è anche qui un velato omaggio o riferimento a Cervantes...E poi fare il salto all'indietro, la capriola ermeneutica decisiva per scoprire che, prima del Manco di Lepanto, c'è stato Ludovico Ariosto (che Cervantes amava e leggeva tra i suoi autori preferiti di sempre), il quale, nell'Orlando Furioso, chissà quante volte utilizza il trucchetto delle spade levate in aria e sul punto di scontrarsi tra di loro, di fare letteralmente le scintille, per poi interrompere tutto, perché finisce il canto e bisognerà andare subito a leggersi il capitolo successivo per vedere come narrazione prosegue...nella prossima puntata. 


Riuscirò a trovare il tempo (e lo spazio) giusto per questi scandagli? Ai posteri l'ardua sententia.

jueves, noviembre 23, 2017

DIARIO D'ATLANTA


21/10/2017

Ore 10:00 a.m.

Iniziamo la traversata oceanica. Siamo già in aeroporto, con 3 ore d'anticipo, seduti in attesa d'imbarcare per New York. Ho mandato un messaggio audio a mia madre e, subito dopo, una foto del gate e mia madre ha esclamato: "Che bello! Dio mio! New York!". È ciò che penso anch'io: mi sembra incredibile atterrare al "JFK" di NY! Come entrare in un film di Martin Scorsese, o di Francis Ford Coppola, o di Woody Allen (o di David Lynch), di quei grandi registi che hanno trasmesso al mondo una certa immagine (autoriale, originale, ognuno col suo stile) dell'America...

Peccato che io e la mia compagna d'avventure e di viaggio non potremo perlustrare la città. Solo l'aeroporto, per un paio d'ore, prima di riprendere un secondo volo diretti ad Atlanta (Georgia). That's all. Ma è già molto.

22/10/2017

12:15 a.m.

Siamo al "Ramada Plaza Hotel", ovvero, a circa 10-15 minuti di taxi dall'aeroporto di Atlanta. A piedi ci avremmo messo 30 minuti. Ma, ovviamente, non volevamo rischiare di perderci o di camminare su strade non adatte a due pedoni che girano con 3 valigie cariche.

Se mi affaccio dalla hall dell'hotel (che qui si chiama "lobby", e non "hall") si vede un monumento che commemora le Olimpiadi del 1996. Una colonna di ferro bianco sostiene la famosa fiamma rossa dei Giochi Olimpici del 96.

Abbiamo fatto colazione al Waffel House, una catena di fast-food sparsa in tutto il territorio americano (o almeno, in tutto quello dello stato della Georgia). 




Ci abbiamo messo un po' a capire che per "waffel" gli americani intendono delle tartine di uova fritte, delle frittelle tonde che mia nonna chiamerebbe "ferratelle". E insieme a questa prelibatezza, due mini-hamburguer, una frittata da 2 uova, una specie di omelette fatta solo di patate fritte tagliate alla "julienne" e due fette di pane in cassetta imburrate con, all'interno, uva passa.

Il tutto accompagnato da caffè americano (ovvero, "dirty brown water", come la definirà una collega dell'Università) e succo di frutta artificiale.

Non possiamo sorprenderci del fatto che molti americani soffrano di obesità. Se solo provo ad immaginare di fare colazione ogni mattina con tale quantità industriale di calorie (qui segnalate matematicamente su ogni prodotto alimentare), mi vengono i brividi. E però, e appunto, gli americani sono onesti e giocano pulito: attaccato ad ogni prodotto c'è scritta la quantità esatta di calorie che contiene. Incredibile, ma vero! E sono anche gentilissimi. Non solo i camerieri del Waffel House (che lo devono essere anche per la questione "mancia" e per contratto), ma anche la gente che s'incontra per strada almattino (per colpa del jet-lag siamo usciti alle 8 del mattino...le 14 ora europea) e la mia compagna ha starnutito e tutti a dirle "bless you!", e quelli che andavano a spasso col cane, tutti a salutarci e a dirci "Good morning!".

Certo, poi passi davanti a un parco (in cui gruppi di giovani e meno giovani stanno allestendo dei gazebo per una sorta di "Giornata della Scienza", una specie di esposizione pubblica di simpatiche invenzioni o riusi ecologici di materiale vario) e t'imbatti in un cartello che avvisa: "No Firearms or Weapons permitted on this property"...


Se qualcuno viene beccato con una pistola o altra arma addosso,potrà essere multato o, addirittura, arrestato. E uno pensa che un cartello del genere sarebbe impensabile (almeno per ora) in Spagna o in Italia, in Francia o in Germania, sarebbe assolutamente assurdo o surreale...

E il secondo pensiero che sorge spontaneo è che gli USA rappresentano uno dei primi paesi al mondo nella classifica di quelli in cui si verifincano più morti violente per armi da fuoco (non so quanti ogni ora)...

E questo secondo pensiero fa paura e mette i brividi, fa venire letteralmente il sudore freddo sulla schiena. Meglio non pensarci troppo, infatti. Alle 14:00 arriverà il nostro cicerone a prenderci in hotel e ci condurrà a Carrollton, a pochi kms da qui: Jack è un professore di Lingua e Letteratura Spagnola, proprio come noi, e ci farà partecipare alle sue lezioni e a un congresso che sembra promettere molto. Tema: "Scismi e differenze nel mondo globalizzato: interculturalità e letteratura". Non vedo l'ora.

23/10/2017

7:05 a.m.

Ci siamo appena svegliati presso il "Courtyard Marriott" di Carrollton, un hotel alla periferia di una città a circa un'ora di distanza da Atlanta.

E dopo tanti (svariati) mesi, io e la mia compagna d'avventure torniamo a vedere (e a sentire) la pioggia. Incredibile la sensazione da film: mi sembra di essere all'interno di "Paris, Texas", con una piccola differenza: la nebbiolina che serpeggia tra i pick-up della Ford e i SUV (giganteschi) di case e marche automobilistiche che non conosco (tranne la Chevrolet e la Chrysler).

Per fortuna che in valigia abbiamo messo anche un cappotto invernale, dei pullover e un'ombrello piccolo. È strana la sensazione del freddo.

Il jet-lag continua a fare il suo effetto: ieri abbiamo cenato con Jack alle 18:00 e siamo andati a dormire alle 20:00!

Ho visto in tv qualche scena da Fifty Shades Darker (seconda parte assurda della versione cinematografica del famoso romanzo di E. L. James) e alle 21:00 anch'io ho chiuso gli occhi. Abbiamo dormito circa 10 ore! E adesso, ovviamente, ho una fame da lupi!

9:28 a.m.: West Georgia University. Un campus enorme immerso in un bosco. Il verde predomina sul rosso dei mattoncini delle strutture in cui sono alloggiati i vari dipartimenti e le varie facoltà. 

A lezione con Ana Z. C., professoressa di Letteratura Spagnola di Ciudad Real. Siamo in 14 in aula: tre spagnole, un italiano, tre ragazzi di colore (non so se afroamericani o afroispanici), un'americana bianca, uno studente del Costa Rica, un'altra peruviana, un'altra messicana, un'altra ecuatoriana, quest'aula è l'incarnazione degli USA in quanto melting-pot del mondo, un mix incredibile di razze con prevalere della lingua spagnola e inglese come lingue franche. Uno si chiede: ma come si può essere razzisti in America? Certo che Trump ci mette del suo nel creare conflitto tra bianchi e neri, tra statunitensi doc e messicani, lui che è d'origini tedesche, se non erro, eppure, in quest'aula si respira aria di rispetto mutuo, guardare questi studenti fa sperare verso un futuro migliore, a dispetto di quanto possa dichiarare Trump e i suoi accoliti e i suoi votanti più beceri ed estremisti...

25/10/2017

15:12 p.m.

Ritmo di lavoro assurdo: lezione da Jack dalle 9:00 alle 11:00 e poi, alle 11:30, pranzo (sì! Pranzo!) con il Direttore del Dipartimento di Lingue e Letterature Straniere. Robert è americano DOC, nato proprio ad Atlanta ma - per mia somma sorpresa - parla benissimo l'italiano: mi confessa che sua moglie è marchigiana e anche lei fa la Professoressa in un'altra Università americana, insegna Letteratura Italiana: Boccaccio e Pasolini (due autori difficili, ma entrambi affascinanti, mi complimento con lui per il coraggio della moglie italiana ed italianista).
Inevitabile parlare di diffirenze e somiglianze tra sistema spagnolo ed italiano, da un lato, e americano, dall'altro.
Trump è un problema (globale) per tutti. La mancanza di motivazione degli studenti più giovani nei confronti della lettura: idem. 
Stasera, di fatto, andremo a cena con alcuni dei ragazzi che stiamo conoscendo in questi giorni in aula. Per loro sarà un modo di praticare lo spagnolo con noi (gli "ospiti stranieri"). La cena è fissata per le 17:30: per noi è l'ora di merenda, ma dopo un pranzo (a base di hamburguer e sandwich) alle 11:30 mi sembrano quasi le 20:30 di sera.

Intanto, Heather D., una tipica studentessa bionda americana, ci parla degli effetti della guerra civile ne La ronda, di Juan Goytisolo (o Fausta, di Ana María Matute). Mai sentiti (letti) questi racconti. Dovrò rimediare. Intanto, Heather prova ad arrivare alle conclusioni della sua presentazione in PowerPoint. Le compagne si sforzano anche loro a pronunciare correttamente, ma fanno fatica e a me fanno tenerezza, col loro accento americanissimo.
Penso a Vladimir Nabokov, a Lolita e alle sue lezioni americane al Wellesley College, dove le alunne erano tutte donne...

26/10/2017 

07:32 a.m.

Inizia il congresso internazionale in cui siamo stati invitati a parlare. L'interculturalità si tocca con mano, anche qui. Studiosi da ogni angolo degli USA; ma anche dall'Europa e dall'America Latina. Sono felice. Siamo felici. C'è sintonia e molti interventi aprono le porte verso un futuro migliore, in cui la letteratura e la cultura in generale siano (ancora) strumenti di conoscenza di sè e degli altri.

27/10/2017

21:24 p.m.

Stanchissimo. L'intervento (che ho fatto dopo pranzo, alle 16:30) è andato bene e ha suscitato scalpore (succede sempre così, se uno si mette a discettare dei rapporti tra etica ed estetica). Abbiamo conosciuto le alunne dottorande di una collega spagnola che insegna in Alabama. Sweet Home Alabama. Inés ci sorride. Ci stringe forte la mano e quando scopre che veniamo dalla sua stessa città natale quasi si commuove. Non riesce a crederci. Parliamo della cucina spagnola tipica del Levante, della sua terra. Ci ripromettiamo d'invitarla per darle l'occasione (crearle la scusa perfetta) per lasciare un po' gli USA e tornare a casa (speriamo d'includerla in qualche lezione per il Dottorato o in un qualche altro congresso).

28/10/2017

19:23 p.m.

Abbiamo visto un film tedesco degli anni 90 (sottotitolato in inglese). Il jet-lag è quasi del tutto scomparso, ma questi ritmi mi distruggono. Il film è interessante: parla di un architetto che, nella Germania pre-caduta del muro di Berlino, decide di rivoluzionare l'architettura del suo quartiere in espasione, sogna una città senza barriere architettoniche e in cui la gente possa riunirsi e parlare di libri, al di là degli schematismi e delle costruzioni geometriche fredde del regime comunista russo. Niente: i suoi capi gli mettono i bastoni tra le ruote, non è un vero socialista, un vero socialista mette l'estetica al servizio dell'etica; niente cessioni alla moda; niente piazze enormi; niente circoli che non siano affiliati al Partito... Poi c'è il dibattito e fa un certo effetto ascoltare le domande interessate e acute degli studenti di Cinema e "Visual Arts". Il regista è felice e stanco: forse anche lui soffre il jet-lag...

29/10/2017

13:12 a.m.

Gli Stati Uniti d'America non sono un paese: sono un mix di paesi.

30/10/2017

17:10 p.m.

Jack ci riaccompagna in aeroporto. L'areo della DELTA Airlines partirà tra un paio d'ore. Siamo già nostalgici. Ci abbracciamo con affetto sincero. Ci sembra stranissimo. Il tempo è passato in fretta, ma ci sembra di essere rimasti in Atlanta per un mese, talmente tante sono le cose che abbiamo fatto insieme.

Gli USA non sono un paese: sono un continente. Io e la mia compagna d'avventure ci ripromettiamo di attraversarlo in macchina coast-to-coast. Dall'Oceano Pacifico all'Atlantico (o viceversa). La Route 66. Il deserto e i motel che abbiamo visto tante volte in tanti film. È stata un'esperienza incredibile. Come vivere dentro a un film. Quanto devono gli USA al cinema? Quanto siamo legati all'immagine che dell'America del Nord ci offrono i film? 

Spero di riuscire a dormire. Perché dopo 9 ore di volo, 4 di macchina e un'oretta per mangiare, jet-leg o meno, dovrò entrare a lezione. E non so in che lingua parlerò, dopo tutta questa full-immersion nell'inglese. Arrividerci Atlanta! Arrivederci USA! È stato un vero piacere...

miércoles, septiembre 07, 2016


Kamera Obskura, ovvero, Laughter in the Dark, ovvero, l’arte di Vladimir Nabokov nel raccontare la cecità (e i danni collaterali di quella strana malattia degli occhi e della mente che va sotto il nome di “amore”).




Kamera Obskura, così s’intitolava nel 1935 il libro che poi in italiano è stato tradotto come Una risata nel buio; nel 1938 il Nostro ci ripensa e lo ribattezza Laughter in the Dark, come a voler sottolineare, oltre all’elemento “ottico”, anche quello “comico”, o meglio ancora, “tragicomico” della storia (intanto, cambia anche l’incipit e altri pezzi, per l’allegria – si fa per dire – dell’editore): il fatto, cioè, che la cecità che colpisce il protagonista fa scaturire una serie di scenette familiari comiche, ma anche spaventose, risibili, ma anche perturbanti, umoristiche, ma anche scioccanti…come se ci trovassimo al contempo dentro un film di Buster Keaton (l’uomo che non rideva mai) e uno di Alfred Hitchcok… E dunque veniamo al dunque, ovvero, alla trama di questo romanzo che, seppur non tra i migliori del Nostro, è certamente uno spasso, un grandissimo romanzo, un godibilissimo libro, una vera manna dal cielo per gli amanti della Letteratura (Nabokov mi avrebbe certamente mandato a quel paese per l’uso della maiuscola, ma tant’è – scusa, Vladimir, noi si fa i retorici, porta pazienza, comprendici).

La trama è quella tipica, classica, già vista mille volte in tv o al cinema che vede al centro dell’azione un uomo sposato, ricco, un borghese altolocato che – imprevisti della sorte, scherzi del destino – s’innamora improvvisamente (ma pure “improvvidamente”) di una ragazzina, una sedicenne che lavora in un cinema (la settima arte ha un’importanza fondamentale all’interno di tutta l’opera, e così pure il linguaggio cinematografico e gli elementi visivi, quelli che girano, appunto, attorno all’occhio, all’atto del vedere, all’ottica, alla “camera oscura” di cui sopra). La ragazzina viene da una famiglia povera e disagiata e - da quel che ci racconta il narratore esterno e onnisciente e in terza persona singolare (un narratore che sa veramente tutto di tutti, anche un po’ troppo pettegolo, un fine poeta, quando vuole, e un astutissimo stratega, quando vuole farci commuovere, o convincerci d’un ritratto o sorprenderci con una descrizione inaspettata) - ne ha già passate di tutti i colori. E proprio per questo, fiuta l’occasione giusta per rifarsi una vita: accetta di uscire con Albinus (così si chiama il nostro anti-eroe borghese) e di farsi “regalare” un appartamentino per i loro incontri amorosi. Solo che la moglie di lui, anche grazie all’intervento del fratello, scopre una lettera in cui Margot  (così si chiama la nostra eroina erotica) si fa beccare in tutto il suo splendore (e la sua falsa passione per il nuovo amante). A complicare le cose, ci si mette di mezzo anche Rex, un antico amore di Margot, uno specialista d’arte e di disegno pubblicitario che è l’incarnazione del cinico perfetto, e la morte di Irma, la piccola figlia di Albinus ed Elizabeth (questo il nome della legittima sposa). Ecco, il quadro è quasi completo: dobbiamo solo aggiungere che il tutto si svolge a Berlino, anche se poi, con l’arrivo dagli USA di Rex, l’azione si sposta via via verso la Francia, la Svizzera e poi l’Italia…

Insomma, Nabokov prende ispirazione da una tipica storiella di amore frustrato e passionale per costruire una trama con al centro il tipico triangolo erotico composto da LUI (Albinus) LEI (Margot) e L’ALTRO (Rex).

E però stiamo parlando della Letteratura con la “L” maiuscola, sicché, tutto è molto più complicato e affascinante di quanto sembri a prima vista; e con il termine “vista” tocchiamo il punto algido di questo meccanismo narrativo che va in crescendo, fino al climax finale; dopo aver finalmente capito che Rex gli sta attaccato alle calcagna per amore di Margot e perché, fondamentalmente, grazie a lei sta progettando di prosciugargli il conto in banca, Albinus si arrabbia, afferra una pistola e minaccia l’amante. Questa riesce a calmarlo, ma Albinus non sopporta le corna, non accetta nemmeno l’idea (l’ombra) di un tradimento da parte sua dopo quello che è successo con Elizabeth e così, dopo aver riposto l’arma, parte sgommando alla volta di San Remo (lasciando Rex da solo in un hotel). E’ proprio durante la fuga da Rex che un incidente automobilistico rende Albinus cieco e Margot può tranquillamente continuare a stargli vicino, con in più la compagnia “occulta” del socio in affari. Ecco, sono queste le scene più assurde, atroci, divertenti, grottesche, surreali di tutto il libro: le scene in cui Margot e Rex si fanno le linguacce, si baciano, si toccano, si carezzano, in presenza del povero cieco che sospetta, ma non sa con certezza chi è quell’ombra, quel fantasma, quell’alito che gli passa accanto…

Sono pagine che tengono il lettore attaccato al testo; sono pagine dense che fanno ovviamente pensare a Lolita e alla gelosia assurda che attanaglierà l’animo di Humbert Humbert in quello che è (davvero) il capolavoro di Nabokov (Margot è, effettivamente, una Lolita ante-litteram); sono pagine che creano una tensione altissima, una suspense degna (appunto) di un Alfred Hitchcock. Sono pagine, infine, che ci mostrano come per Nabokov l’amore sia davvero sinonimo di cecità (della mente), ovvero, di malattia che parte dagli occhi (l’innamorato non sa vedere la realtà o il corpo esterni che ha di fronte con obiettività e razionalità) e che poi si propaga al cervello (Albinus fa discorsi assurdi e non si rende conto – se non molto tempo dopo – del doppio gioco dell’amante).

Era tutto già scritto nell’incipit:

“C’era una volta un uomo che si chiamava Albinus, il quale viveva in Germania, a Berlino. Era ricco, rispettabile, felice; un giorno lasciò la moglie per un’amante giovane; l’amò; non ne fu riamato; e la sua vita finì nel peggiore dei modi” (p. 9 dell’ed. Adelphi del 2016).

Come se si trattasse di una favoletta, Nabokov, sin da queste prime righe, è pronto per trasportarci nel suo mondo; un mondo in cui si posso leggere chicche come questa:

“Si sedette davanti allo specchio (gli specchi avevano un sacco da fare quel giorno) […] (id., p. 50)

O come questa:

“Irma osservò i peli bianchi che spuntavano dal grande e complicato orecchio del dottore e la vena a forma di W sulla tempia rosea” (id., p. 124).

O come questa:

“Quel futuro gli apparve come uno di quei lunghi, polverosi, scuri corridoi in cui si può trovare una cassetta inchiodata al muro o una carrozzina per bambini vuota” (id., p. 139).


Letteratura con la “L” maiuscola (scusaci di nuovo, Vladimir), scrittura dotata di uno stile inimitabile, ritmo per l’udito di chi sa riconoscere questo stile che cattura sin dalle prime righe. Nabokov allo stato puro, insomma. Leggete Una risata nel buio. Non ci dormirete la notte.

lunes, enero 20, 2014

L'incantatore che strega: Vladimir Nabokov crea Un mondo sinistro


Cominciano subito col dire che Vladimir Nabokov non delude mai (come avevo accennato anche in un post precedente di fine d'anno). E Bend Sinister (o Un mondo sinistro, come è stato tradotto liberamente in italiano - o Curva sinistra, come potremmo tradurre letteralmente) lo conferma appieno.

Scritto nella prima metà degli anni 40, Nabokov – quando è già un cittadino americano – ricrea in questo romanzo distopico un mondo in cui vige un totalitarismo ottuso che tende ad annientare le differenze tra le persone. I cittadini sono considerati "parti integranti" dello Stato; lo Stato regna sovrano e assoluto al servizio (apparente) dei cittadini. Chi è contro è visto come una minaccia per il popolo e sarà condannato al silenzio, al carcere o all'esilio (quando non all'eliminazione fisica). Al centro della trama (ben congegnata, a dispetto o al di là delle molte digressioni e "a parte" del narratore onnisciente esterno) c'è un professore universitario che è anche filosofo e scrittore di successo, Adam Krug (che in russo significa "cerchio"), in piena fase di "elaborazione del lutto" in seguito alla morte di sua moglie Olga.

Krug vive la sua nuova vita da vedovo riversando tutte le sue attenzioni su David, il figlio di 8 anni, cercando invano di non scendere a patti col Partito dell'Uomo Comune, fondato dal tiranno Paduk (un ex-compagno di liceo che Krug chiama anche col nomignolo offensivo di "Rospo").

L'abilità narrativa di Nabokov ci accompagna lungo il percorso di "discesa agli Inferi" di questo personaggio "integro" che tenta in tutti i modi di difendere le sue opinioni e la sua libertà d'opinione e di scelta (contro il gretto "pensiero unico" del dittatore), fino a che i nemici politici non gli rapiranno proprio il figlio (non starò a commentare qui una delle scene più atroci e spaventose che abbia letto negli ultimi anni, e cioè, quella che riguarda proprio l'uso che Paduk fa delle "creaturine" o dei "bambini" rapiti alle famiglie dei "dissidenti" per far sfogare la violenza indomita dei prigionieri delle carceri statali – è una scena che solo uno come Nabokov potrebbe scrivere con tanta destrezza, con tanta puntigliosità, con tanta efficacia visuale, con tanta crudezza).

Il lettore (anche quello meno attento) è spinto, ovviamente, ad accostare Un mondo sinistro sia all'altro romanzo "distopico" di Nabokov, Invito ad una decapitazione, sia all'arcinoto 1984 di George Orwell. In realtà – come lo stesso Nabokov ci ricorda nell'introduzione alla nuova edizione del romanzo del 1963 – si possono scorgere echi anche da Il processo di Kafka. E non vi sono dubbi che kafkiana sia la situazione esistenziale nella quale si trova costretto a vivere il protagonista (mi viene in mente anche la trasposizione cinematografica del 1962 di Orson Welles, con un bravissimo Anthony Perkins, già noto all'epoca per Psycho: Krug viene incriminato da una banda di polizziotti del regime che invadono il suo appartamento senza preavviso e senza mandato alcuno; ogni vicino potrebbe essere una spia; Mariane, la stessa governante che accudisce suo figlio, sembra essere la responsabile della denuncia finale del professore).

In un universo romanzesco così cupo, però, non manca l'umorismo tipico dell'autore (che a volte rasenta lo humor nero che più nero non si può) né il suo altissimo senso del ritmo: la trama viene spesso frammentata attraverso pensieri e riflessioni dello stesso narratore onnisciente che s'intromette nella mente del protagonista (per commentarne i pensieri più intimi e filosofici – cfr. il tema del "tempo", della "memoria", della "nascita" – o per criticarne ironicamente le scelte), oltre che attraverso squarci (in senso anche tipografico) in cui, tra parentesi, sembra fare capolino lo stesso autore (e nemmeno svelerò qui la parte conclusiva del romanzo, in cui il rapporto tra autore e personaggio di finzione arriverà a una svolta decisamente "inquietante" - oltre che molto "unamuniana" o anche "pirandelliana").

D'altronde, è lo stesso Nabokov a prendersi in giro (o a giudicarsi con sana auto-ironia) nell'introduzione del '63, quando – spiegandoci in che momento della sua vita elaborò questo incubo ad occhi aperti – ci confessa che quello fu:

"[...] un periodo particolarmente sereno e vigoroso della mia vita. La saluta era eccellente. Il consumo quotidiano di sigarette si era attestato sui quattro pacchetti. Dormivo come minimo quattro o cinque ore e per il resto della notte camminavo con la matita in mano nello squallido appartamento di Craige Circle a Cambridge, Massachusetts, dove abitavo sotto una vecchia signora dai piedi marmorei e sopra una giovane donna dall'udito ultrasensibile" (Vladimir Nabokov, Un mondo sinistro [1947], tr. it. di Franca Pece, Milano, Adelphi, 2013, p. 11).

Deliziose anche le critiche a quei futuri critici letterari che vorranno scovare simboli o significati nascosti all'interno del romanzo e più o meno riconducibili alle teorie del dottor Freud; Nabokov aborrisce la teoria psicanalitica e si diverte a citare quante volte apparirà nel testo una curiosa pozzanghera che tenderà ad ossessionare la mente del povero professor Krug.


Ecco: Un mondo sinistro è anche questo: la dimostrazione del fatto che la creazione di un mondo "distopico" non deve per forza di cose essere collegata o rapportata a uno stato d'animo triste o angoscioso; il vero artista è chi riesce a immaginare la paura e la fine del mondo anche godendo di ottima salute o di uno stato d'animo allegro o sereno. Nabokov è un incantatore che strega anche quando parla di paura o di una possibile, imminente fine del mondo.

martes, diciembre 31, 2013

I libri di Natale

Dal 21 di Dicembre sono cominciate le vacanze; torno in Italia e mi lascio sorprendere da un pacco postale che ho ordinato io stesso via internet dalla Spagna. E' il pacco degli auto-regali, ovvero, dei libri che mi sono auto-regalato e che tenterò di leggere (per intero) entro il 6 di Gennaio.

1) Umberto Eco, "Scritti sul pensiero medievale" (Milano, Bompiani, 2012): perché il Medio Evo è una di quelle epoche storiche che mi hanno sempre affascinato e attratto (anche se poi, all'esame di Storia Medievale, presi solo un 25 - i Normanni e Federico II si sono rivelati ben più ostici di quanto andavo pensando prima di sedermi davanti alla prof.);

2) Sandro Veronesi, "Viaggi e viaggetti. Finché il cuore non è contento" (Milano, Bompiani, 2013): perché io di questo autore leggerò tutto; anche se so già che non si tratta di un capolavoro ("ni mucho menos") e anche se so già che non si tratta di uno dei suoi romanzi. E' che ci sono scrittori che uno impara a conoscere da ragazzo e che poi seguirà anche in futuro, anche nelle prove più "scadenti" o "passabili". Certo è che con Veronesi io non mi annoio mai... E forse non mi annoierò nemmeno leggendo questa raccolta di pezzi di diario dei suoi viaggi per il mondo;

3) Vladimir Nabokov, "Un mondo sinistro" (Milano, Adelphi, 2013): perché non si può inaugurare un nuovo anno senza una nuova traduzione di un libro di Nabokov; questo viene accostato a "Invito a una decapitazione" (bellissimo e ferocissimo) e al "1984" di George Orwell. Insomma, si tratta di un romanzo "distopico" e tra i più "politicizzati" dell'a-politico autore russo. Non vedo l'ora di godermelo davanti al fuoco del camino;

4) Geoff Dyer, "In cerca" (Roma, Instar, 1996): perché Dyer è uno scrittore che non delude mai e che, anzi, al contrario, sorprende sempre. Lo scoprii per il saggio-romanzesco (o per il romanzo-saggistico) "L'infinito istante" (sulla fotografia) e lo apprezzai per "Natura morta con custodia di sax. Storie di jazz" (sulla musica jazz). In questo caso parliamo di un "thriller" o "poliziesco" che sfrutta tutti i "topoi" del caso per smantellare il genere. Intanto, aspetto la traduzione del suo ultimo romanzo-saggistico o saggio-romanzesco che s'intitola "Zona: A Book About A Film About A Journey To A Room" (sul film "Stalker" di Andreij Tarkowskij);

5) John Cheever, "Cronache dalla famiglia Wapshot" (Milano, Feltrinelli, 2013): perché Cheever lo conosco come fosse un amico dai suoi incredibili "Diari" e avevo davvero voglia di vederlo all'opera (o in azione) nel campo del romanzo. Philip Roth lo considera come uno degli scrittori americani più bravi e "onesti" di tutti i tempi. Cheever considerava Roth un "fuori-classe". E quando venne a fare una vacanza a Roma e si mise a leggere Nabokov si sentì una cacchetta, rispetto alle abilità romanzesche del russo. Staremo a vedere.

Intanto, apprestiamoci a festeggiare la fine di un 2013 che è stato per me foriero di tanti cambiamenti e avventure e disavventure. Uno degli anni più folli e travolgenti della mia vita...

lunes, mayo 27, 2013

John Cheever e la solitudine



Prima di acquistare Una specie di solitudine (la versione integrale ed italiana dei suoi Diari), non sapevo nulla di John Cheever; o meglio: il solito Enrique Vila-Matas vi faceva cenno in non ricordo più quale suo romanzo anti-romanzesco (o meta-letterario) e mi ero sottolineato alcune frasi che si riferivano proprio a questi diari…

Ora che lo frequento da più di 6 mesi (leggo a spizzichi e bocconi centellinando il piacere che mi provocano i diari stessi), posso dire che John Cheever si è trasformato in un mio amico (anche se obbligatoriamente postumo, perché è morto nel 1982, quando io avevo appena 5 anni) e in una di quelle che George Steiner chiamerebbe “vere presenze”.

John Cheever è uno scrittore americano contemporaneo di Philip Roth e Saul Bellow, di J. D. Salinger e di Vladimir Nabokov; uno che ha pubblicato dei racconti meravigliosi (a detta della critica specializzata) e dei romanzi dai titoli strani come Bullet Park e Falconer; uno che non conosco affatto nelle vesti del narratore ma che, al contempo, in questi suoi diari mostra una capacità affabulativa notevole e una capacità di osservazione e di auto-analisi che lasciano col fiato sospeso.

Sposato a una donna che l’ha reso felice e depresso in pari misura, padre di due figli che adora, scrittore di successo che non ha mai certezze sul proprio lavoro e che pure lotta per avere il riconoscimento pubblico dei colleghi e dei critici, omosessuale in segreto che soffre perché cattolico e perché marito e padre di famiglia, alcolizzato che lotta per smettere e che non riesce a togliersi il vizio perché in parte schiavo dei suoi vizi, filosofo che dubita di tutto e che in questo mare d’incertezze impara per lo meno a stare a galla, John Cheever è queste e molte altre cose ancora.

Ma prima fra tutte, è uno scrittore che sa raccontare la sua vita come fosse un romanzo e che, in certo modo, prevede e profetizza la lettura di queste pagine intime da parte di un lettore che arriverà solo dopo, soltanto quando lui sarà già morto e sepolto.

E così, sebbene siano assenti ammiccamenti o riferimenti espliciti al lettore, il lettore di questi diari (nell’ed. Feltrinelli del 2012 – tr. it. di Adelaide Cione – ammontano a quasi 500 pagine) si sente chiamato in causa, partecipa del dolore del loro autore, si commuove e si emoziona con lui, condividendone sfortune, amarezze, tristezze e piccole gioie quotidiane.

Come quando parla di sesso: “C’è sempre, da qualche parte, questo accenno di aberrante carnalità” (id., p. 17) (e a uno vengono in mente le mille volte in cui, passeggiando per strada, l’occhio va a poggiarsi in automatico sulla scollatura della bella signora matura che ci sfiora lungo le scale mobili della metropolitana o dentro gli autobus stipati di pendolari all’ora di punta); o come quando parla di ipocrisia: “[…] e penso alle immani energie che sprechiamo a fingere” (id., p. 179) (già: quanta energia buttiamo via per fingere con gli altri? E con noi stessi?); o come quando parla del Paradiso: “Forse il paradiso non è altro che l’insieme dei teneri ricordi dei nostri amici e amanti; qualche riapparizione spettrale che facciamo, restaurando il coraggio e il senso dell’umorismo” (id., p. 133).

E uno si domanda: è davvero questo il Paradiso? L’insieme dei ricordi legati ai nostri amici e alle amanti, alle persone che abbiamo amato e a quelle che abbiamo abbandonato (o che ci hanno lasciati)? Il Paradiso è questo tornare ad incontrare se stessi in questi ricordi cari? Potrebbe essere il luogo in cui riappariranno queste persone a noi così care? E che vuol dire che questo ci permette di “restaurare il coraggio e il senso dell’umorismo”?

Miguel de Cervantes, pochi giorni prima di morire, scrisse un bellissimo prologo a quello che sarebbe stato il suo ultimo (e postumo) romanzo, Los trabajos de Persiles y Sigismunda: a un certo punto, si commiata dai suoi amici e dalle persone care e inizia a dire una serie di “addii”… Addio, divertimenti, addio, gioie! Addio, amici cari, spero di potervi ritrovare presto nell’al di là (cito non verbatim e inventando qualcosa, quindi).

Cervantes e Cheever: due cattolici che devono per forza di cose credere nell’al di là, se si reputano fedeli. Due che immaginano il Paradiso come il luogo del reincontro e della restaurazione dei divertimenti, delle risate, del buonumore, dell’umorismo terreni…

Sono passati 6 mesi e ancora non so com’è il John Cheever autore di romanzi e racconti; so per certo che questo John Cheever (intimista e intimo) mi accompagna ogni giorno con discrezione e sottile ironia, con malinconia e leggera tristezza, in quella che tutti noi possiamo definire (come la vita stessa) “una specie di solitudine”.

lunes, octubre 29, 2012




Guarda gli arlecchini!... e reinventa il mondo!



Immaginate... Immaginatevi di leggere l'autobiografia di uno scrittore famoso che sembra (ma non è) Vladimir Nabokov... Immaginate anche che questo scrittore finga di chiamarsi Vadim Vadimovic e che abbia alcune delle principali idiosincrasie dell'autore di Ada o ardore... E immaginate anche che il sunnominato Vadim Vadimovic scriva per tentare di esorcizzare una specie di malattia mentale (o tic nervoso) che assomiglia in modo preoccupante alla schizofrenia... Immaginate uno che non riesce a fare dietrofront – dopo aver percorso una strada da un punto A ad un punto B – perché ha seri problemi a concepire e percepire lo spazio in termini obiettivi, fisici, spaziali, appunto (confonde costantemente lo spazio con il tempo). Ecco... ci siamo quasi: siamo vicini alla trama (ma non ancora al nocciolo, all'essenza nascosta, al nodo essenziale) dell'incredibile Look at the Harlequins! (o anche: “Guarda gli arlecchini!”, tr. it. a cura di Franca Pece, Milano, Adelphi, 2012), romanzo tra i più sconcertanti e originali e lirici tra quelli pubblicati dal Nostro (la prima edizione uscì in America nel 1974 – dopo il successo planetario di Lolita – che, nel frattempo, nel 1962, era già diventata un film per la regia di Stanley Kubrick).

Da dove nasce il titolo? Da una frase che la balia-insegnante d'inglese soleva rivolgere al piccolo ancora in fasce (o in procinto di fare il suo ingresso nel mondo degli adolescenti):

“Smettila di tenere il broncio!”, gridava: “Look at the arlequins! Guarda gli arlecchini!”.
“Quali arlecchini? Dove?”.
“Oh, dappertutto. Tutt'attorno a te. Gli alberi sono degli arlecchini, le parole sono degli arlecchini; anche le situazioni e le addizioni. Metti assieme due cose – due arguzie, due immagini – ed eccoti un arlecchino triplo. Avanti dunque! Gioca! Inventa il mondo! Inventa la realtà!” (id., pp. 22-23).

Ecco: è in questo imperativo categorico della balia che troviamo parte (non tutto!) dell'essenza della scrittura nabokoviana, qui portata all'ennesima potenza, sviluppata con mille capriole, mille arguzie, mille battute umoristiche e con quello stile prezioso, mai lezioso, elegante, sempre originale che è lo stile di Nabokov...

Guarda gli arlecchini! è il romanzo in cui Nabokov reinventa la sua stessa vita (fino al 1974) e reinventa la realtà, fingendo d'essere un pazzo furioso che ama le donne, si sposa tre volte, per tre volte le tradisce e coltiva la passione lussuriosa dell'amore per le ninfette... oltre alla passione smodata per la letteratura, la sua, quella che non rispetta le leggi della verosimiglianza (“la verosimiglianza è stata la rovina di molti correttori di bozze scrupolosi” commenta a un certo punto a p. 136 in una parentesi) e che tenta costantemente di guardare oltre la superficie, di coltivare il dettaglio (il “divino dettaglio”) e di stimolare costantemente l'intelligenza del lettore, al di là della trama, al di là della possibile, potenziale conclusione (Guarda gli arlecchini! non finisce col punto finale, ma ricomincia esattamente nel punto in cui sembra finire per sempre, obbligando il lettore curioso a ripercorrere daccapo la traversata appena conclusa).

Sono moltissime le scene che si potrebbero citare per avallare questa ipotesi; mi limito a citarne soltanto una, perché, a mio modesto giudizio, contiene gran parte di quella magia, di quell'erotismo, di quell'umorismo, di quell'ironia, di quella poesia che rendono unica la scrittura di Nabokov: Vadim è in riva al mare, sta per fare la sua dichiarazione di matrimonio all'ennesima amante, lei è giovane e bella, anche se un po' troppo timida. C'è molto sole, quel giorno, sulla spiaggia. E molta gente nei paraggi. Ecco i due piccioncini... nell'atto di comunicarsi il grande amore (e di farsi promesse che durano una vita):

“Iris, devo farti una confessione che riguarda la mia salute mentale”.
“Aspetta un momento. Devo abbassare quest'antipatica... fin dove... fin dove la decenza lo consente”.
Eravamo distesi sul pontile, io supino e lei prona. Si era strappata via la cuffia e lottava con le spalline del costume da bagno umido per abbassarle ed esporre al sole l'intera schiena nuda; una lotta supplementare si stava svolgendo sul lato sinistro, in prossimità dell'ascella tenebrosa, nel vano tentativo di non mostrare il candore di un piccolo seno là dov'era la delicata giunzione con le costole. Non appena ebbe raggiunto, a forza di contorsioni, uno stato di decoro soddisfacente, si sollevò a mezzo busto trattenendo contro il busto il corpetto nero, mentre con l'altra mano frugava nella borsa con quell'agilità deliziosa, simile alle grattatine fra scimmie, tipica delle ragazze quando cercano qualcosa a tastoni [...]” (id., p. 54).

Ecco. Immaginate il biancore di quel piccolo seno; immaginate il movimento flessuoso del corpo di quella ragazza in riva al mare. E immaginate l'amore, la passione, l'eros che sprizza dagli occhi del ragazzo che le è accanto e che, tra poco, le chiederà se vuole sposarlo... a dispetto delle malelingue, e della malattia mentale che non gli permette di avere un buon rapporto con lo spazio... Immaginatevi la scena... E' facile, si può fare, quando a scrivere è uno come Nabokov...

Guardate gli arlecchini! è un romanzo sulla possibilità che abbiamo tutti di reinventarci la realtà attraverso la scrittura e la letteratura; è un romanzo su chi ancora si stupisce a collegare due o più parole anche distanti anni luce tra di loro e che, attraverso questo collegamento casuale, riesce a scoprire la bellezza dietro la bruttezza o la piattezza della vita di tutti i giorni; è un romanzo sulla tragicità della vita umana (“la morte è stupida, la morte è degradante” si dice a p. 264, verso la conclusione del libro) e sulla comicità insita nel nostro tentativo costante di renderla meno brutta... E' un romanzo che ci fa immergere completamente nel mondo pieno di arlecchini di quel burattinaio folle che fu Vladimir Nabokov... Ed è un romanzo che, una volta letto, spinge alla rilettura, perché si è vagamente coscienti del fatto che qualcosa di prezioso, di decisivo, ci è sfuggito, che dobbiamo stare attenti, e aprire bene gli occhi, se vogliano riconoscere i mille arlecchini che ci danzano attorno... Insomma, è un altro grande capolavoro targato V.N....

miércoles, marzo 21, 2012



L'incantatore: le magie dello stile nabokoviano





L'incantatore (Milano, Adelphi, 2011), così s'intitola (nella traduzione italiana del figlio Dmitri) il racconto che anticipa Lolita, il capolavoro di Vladimir Nabokov. Scritto nel 1939, a Parigi, mentre l'autore è costretto a letto per un “violento attacco di nevralgia intercostale” (dalla 'Prima nota dell'autore'), L'incantatore è un racconto lungo che ipnotizza il lettore sin da subito, sin dall'incipit, in cui si parla di lascivia, depressione, lussuria, stupro, depravazione, desiderio smanioso. Ma sarebbe un racconto morboso solo se ci fermassino a leggerlo in superficie; come sempre quando si tratta di Nabokov, lo stile conta molto di più del contenuto; il “come” molto di più del “cosa” si racconta.

Prima domanda: chi narra cosa? Un narratore esterno in terza persona, sarebbe la risposta più facile e banale.

Eppure... ci sono piccoli squarci, all'interno della trama, in cui possiamo scoprire una indiscutibile vicinanza tra questo narratore-testimone esterno e il fantasma dell'autore in carne ed ossa; quando il quarantenne innamorato delle dodicenni entra in casa della donna che gli permetterà di stare a più stretto contatto con la sua “ninfetta”, ecco che la voce del testimone oculare si incrina e subentra quella di un altro (chi? Nabokov? L'innominato protagonista pedofilo? Chi parla, in questo caso?):

“[...] uno di quei visi che vengono descritti senza che si possa dir nulla delle labbra e degli occhi perché il solo fatto di menzionarli – anche ora, qui – sarebbe un'involontaria contraddizione della loro totale insignificanza” (p. 35 dell'ed. succitata).

E' nell'inciso che si crea lo squarcio (o si apre un varco): il narratore sta dicendo che la donna è priva di vero fascino; che non andrebbero descritti neppure i suoi occhi né le labbra, tanto sono insignificanti: nemmero ora, né qui, sarebbe necessario descriverli. E lecitamente il lettore si potrebbe domandare: perché? E soprattutto: quando? Dove? A quale “ora” si riferisce quell' “ora” e a quale “qui”? Chi narra cosa e quando e dove?

L'incantatore è la storia di una passione estrema (anche disturbante, a tratti; impossibile restare indifferenti davanti alle elucubrazioni di un individuo così freddo, nella sua voglia di conquistare l'innocenza della dodicenne che diventa “oscuro oggetto del desiderio”) e, al contempo, quella di un tentativo: decifrare correttamente la realtà, non farsi ingannare dai sensi o dagli altri, superare gli scherzi del destino. E allora ecco che il racconto viene intervallato da diverse metafore libraie o libresche, oltre che geometrico-matematiche: il mondo come libro che va interpretato; la realtà come manoscritto di difficile decifrazione o come insieme di formule che vanno calcolate con esattezza e precisione infinitesimali.

Alcuni esempi:

[di fronte alla “matrigna” della sua Lolita – una donna matura preda di una malattia incurabile e che – egli spera – prossima a morire] “e ascoltava l'epopea della sua malattia, collazionando varianti e interpretando con grande acume le più recenti corruzioni del testo” (p. 38)... come se si potessero davvero collazionare varianti davanti al racconto (nostalgicamente triste) di una malata terminale...

[pensando ai futuri piaceri da consumare con la bambina] “Adesso intanto, oggi, un refuso del desiderio distorceva il senso dell'amore”... come se quel suo desiderio ossessivo fosse un qualcosa di lecito e non un obbrobrio; come se il desiderio creasse refusi – e chi potrebbe mai correggerli, i refusi del desiderio?

[Tornando a casa, di notte, con la speranza di non ritrovarsi tra i piedi la donna malata – esca fondamentale per arrivare alla preda] “Quando tornò a casa l'appartamento era buio – gli balenò la speranza che lei stesse già dormendo ma, ahimè, la porta della sua camera era sottolineata, con la precisione di un regolo, da una sottile lama di luce”(p. 54)... e qui è davvero inutile parafrasare o commentare l'immagine quasi “proustiana”: quella lama ci trafigge, come fa con il protagonista (la sinestesia è figura retorica preferita di Nabokov: con una sola frase, lo scrittore ci immerge in una atmosfera di cui sentiamo quasi l'odore, oltre che l'aspetto visivo, tattile e sonoro)


[mentre la ninfa si trova in uno stato di dormiveglia] “Allora, dando inizio a poco a poco all'incantesimo, cominciò a passare la sua bacchetta magica sopra quel corpo, quasi sfiorando la pelle, torturandosi con l'attrazione che ispirava, con la sua tangibile vicinanza, con le fantastiche comparazioni consentite dal sonno di quella ragazzina nuda che egli misurava, per così dire, con un regolo incantato […]” (pp. 83-84)... e qui è davvero inutile spiegare a cosa alluda questa volta il regolo, strumento di precisione, di calcolo, elemento visivo che permette all'autore di giocare con l'ennesima metafora geometrica (matematica?) e con il sesso (o il desiderio sessuale).

La realtà è un gioco di specchi in cui l'incantatore prova a trovare la strada d'uscita (alle sue pulsioni più animalesche) e in cui la bambina è la vittima innocente che ignora il pericolo che sta correndo in compagnia di questo strano individuo.

La realtà si sdoppia, anche numericamente: a p. 47 l'uomo entra in casa e vede la “moglie” intenta a chiacchierare con una vicina di casa. Annoiato, l'uomo prende un giornale, anche se è incapace di leggere o decifrarne le righe. “Prese un giornale (del 32 del mese)”, dice il narratore esterno. E il lettore si domanda se abbia letto bene, dubitando si tratti di un refuso (quale mese ha 32 giorni?). E in questa nebbia vaghiamo insieme al protagonista, fino alla scena catartica della stanza d'albergo, quando tutto precipita: parole, sensazioni, pulsioni, obiettivi, macchinazioni, metafore, godimenti presunti e reali, sogni ad occhi aperti e incubi incessanti...

 Quasi fatto tutto (in tempi record) Non so esattamente come ci sono riuscito, ma ho quasi fatto tutto (in tempi record). Sarà che sotto str...