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domingo, septiembre 27, 2026

 Quasi fatto tutto (in tempi record)

Non so esattamente come ci sono riuscito, ma ho quasi fatto tutto (in tempi record). Sarà che sotto stress lavoro meglio, ma ce l'ho fatta: la recensione su un romanzo spagnolo uscito da poco per un giornale italiano, fatta; gli appunti per una tavola rotonda su uno scrittore spagnolo che non legge più nessuno (né in Spagna né in nessun altro posto), presi; l'intervento da leggere in un congresso sul lago di Como, fatto pure quello, 16 pagine scritte in situazioni disagiate, circondato dal rumore, la prole, il caos del tran tran quotidiano, le corse in bici per recuperare un po' di sanità sia fisica che mentale. In totale parliamo di una trentina di pagine e della lettura di una quindicina di libri (tre dei quali superano le 400 pagine; quello recensito arriva a 359).

Chissà se è per la mole esagerata di lavoro che ho fatto un incubo davvero strano l'altra notte: un professore emerito che tempi addietro mi salutava e mi invitava a partecipare nei suoi progetti di ricerca e mi ha perfino aiutato a pubblicare un libro e che poi, all'improvviso, mi ha misconosciuto come collega e amico perché ho tentato di presentarmi a un concorso in cui la candidata ideale era una sua allieva molto carina e molto giovane, ecco, questo prof. mi tagliava i capelli e lo faceva pure bene. Si parla del più e del meno, lui ha una faccia triste e un po' malinconica, poi mi porge una sorta di bustarella, vuole che lo paghi, gli dico che non ho soldi spicci con me né contanti. Lui mi dice "va bene", con un tono lugubre che minaccia tempesta. 

Che significa? Perché quel prof emerito mi taglia i capelli e mi chiede i soldi? Cosa vuole dirmi il mio subconscio? Dovrò tenermi a distanza, guardarmi le spalle dal suddetto cattedratico? Tra 9 giorni torno in Italia, torno sul lago di Como, e ancora non so bene cosa pensare, come prepararmi al viaggio, cosa sperimenterò tornando in un posto in cui sono stato ad agosto.

miércoles, septiembre 16, 2026



Assenza di suono


Notte fonda. È già mercoledì (il 16 settembre). Mentre provo a tenere testa a tutti gli impegni gravosi di questi giorni, mentre provo a restare concentrato e soffro d'insonnia e mi sveglio all'alba per preparare interventi previsti per il 6 ottobre, provo a concentrarmi sul silenzio. Sì, il silenzio. Quanto bisogno c'è di silenzio in questo mondo pieno di rumore e di rumori? Quanta voglia c'è di silenzio, quando tutto è permeato da caos sonoro?


Un amico che vive a Parigi mi scrive e mi chiede se voglio pubblicare una recensione per l'inserto culturale di un giornale molto noto in Italia. Mi da soli 10 giorni di tempo e sa che è poco, anzi, pochissimo per poter leggere come si deve un romanzo che uscirà a fine mese da Voland. Gli dico di sì, sottolineando il fatto che il tempo a disposizione è davvero poco. 


Dei colleghi vengono a pranzo e si stupiscono per la bontà delle patate che ho cavato dall'orto del marito di mia cugina quest'estate, oltre che per la bontà della lasagna (sugo Mutti, carne di qualità, tutto merito della mia compagna di avventure).


Un'altra collega mi scrive che è urgente, che entro domani dovrei mandarle la lista dei miei articoli dell'ultimo anno, dei congressi a cui ho partecipato, dei capitoli di libro o dei libri pubblicati nell'anno accademico 2025/26.


Un'amica mi manda una foto dal Messico: mi accorgo solo ora che la notizia di prima pagina riguarda l'assassinio di una giovane studentessa spagnola che era andata in Messico per studiare e, invece, vi perde la vita. Non oso, non posso immaginare la reazione dei genitori. Una studentessa carina e simpatica, dal volto sempre sorridente, che va all'estero, forse a fare la sua prima esperienza da adulta, e rimane vittima della violenza di un paese che ormai patisce soprusi da anni (i Narcos, la mafia, la droga, i politici corrotti e conniventi - Daniele Vicari suggerisce di andare al cinema a vedere l'ultimo film di Marco Bechis, Ritorno a Buenos Aires: la mia mente ricollega i disastri dell'Argentina a quelli del Messico).


Un altro collega ancora mi chiede di preparare delle relazioni degli ultimi quattro anni che ci siamo (tutti, me compreso) scordati di scrivere e archiviare. Scrivere reinventando il passato per archiviarlo in nuvole elettroniche dove chissà chi li leggerà e perché.


Siamo solo a mercoledì e ho già voglia di smettere di correre, leggere, scrivere, soffrire d'insonnia. Avrei, invece, una gran voglia di correre in bicicletta verso nuovi orizzonti. Magari anche paesini sconosciuti a 50 chilometri da qui. E poi spegnere il rumore di fondo, ascoltare il silenzio, se mai si possa ascoltare qualcosa che è per definizione assenza di suono.

lunes, septiembre 07, 2026

 49 anni


Non oggi, ma tra qualche ora, avrò 49 anni. 49. Anni. 49! Da domani, 8 settembre, ne mancherà solo uno per i 50. I 50! Mezzo secolo di vita (se ci s'arriva). Non riesco a crederci e mi fa effetto. Tra l'altro: domani sarà anche il primo giorno di lezione. Ricominciano i corsi all'Università. Mai iniziati così presto. Di sicuro, mi ritroverò davanti un sacco di studenti abbronzati. Ancora con la testa sintonizzata sulle vacanze (mare, amore, sole). E io che parlerò loro di letteratura. E loro che chissà se hanno mai letto un libro intero, da quando sono usciti dalle scuole superiori... Un dramma, per chi si occupa di materie letterarie. Di Studi Umanistici. Di teoria della letteratura (teoria? Letteratura? What's that?).

Domani farò 49 anni e arriverò tardi perché dovrò prima prelevare 3 vassoi tra dolci e salati da portare in Dipartimento, per condividere un po' di allegria coi colleghi (anche se non ho molta voglia di festeggiare: continua l'elaborazione del lutto per aver perso tutti i dati). Domani arriverò verso le 10:30 o le 11:00. Lezione dalle 11:30 fino a 12:30. Cosa dire in solo un'ora? Farò in tempo a spiegare alemeno obiettivi e contenuti? Poi tornerò a casa per pranzo. Poi giro in bici (se si può). Poi cena in pizzeria, coi colleghi che sono anche amici, una decina di persone (alcuni hanno più di 60 anni, uno ne ha 67 ed è già in pensione, beato lui).

La prole e la mia compagna di viaggi mi hanno già regalato una camicia molto elegante, uno zaino di cuoio vero molto marrone e un paio di pantaloncini per andare in bici. Gli amici non so cosa mi regaleranno: a me va benissimo la loro compagnia, non mi serve nulla (i libri, se arrivano, quelli sì, son sempre ben accetti e ben voluti).

49 anni e non ho voglia di fare il punto della situazione, un bilancio, una riflessione. Il tempo scorre. E prima o poi dovremo vedercela con l'Oscura Signora con la Falce. Intanto, finché c'è sangue nelle vene e ossigeno nei polmoni, continuiamo a pedalare, a leggere, a scrivere e a studiare. E anche ad insegnare. Che la passione non si spenga mai. O almeno non prima di andare in pensione.

domingo, septiembre 06, 2026

 Henry Scott Holland

E dunque uno può arrivare a scoprire nuovi poeti e poesie mai lette prima grazie a Jovanotti. Sì, Lorenzo Cherubini, quello che fa saltare e ballare le platee sulle spiagge di mezza Italia, che se ne va in giro per l'Italia in bicicletta dandomi parecchia invidia.

L'ultimo libro che edita in compagnia di un maestro (Nicola Crocetti) s'intitola Poesie da viaggio (Milano, Crocetti, 2026) e - tra le molte - contiene questa stupenda poesia di Heny Scott Holland, un teologo e accademico britannico vissuto tra il 1847 e il 1918 (dunque, ebbe modo di esser testimone dei disastri della Prima Guerra Mondiale).

Il componimento parla del rapporto tra i vivi e i morti. E sembra essere ispirato a Sant'Agostino ma anche a San Juan de la Cruz, uno dei grandissimi mistici della letteratura spagnola. E suona così:

La morte non è nulla, non conta nulla.
Mi sono semplicemente spostato nella stanza accanto:
nulla è accaduto,
tutto resta esattamente come era.
Io sono io, tu sei tu, e la vita che abbiamo vissuto insieme,
con tale intensità, è immutata, intoccabile, intatta.
Quello che siamo stati, uno per l'altra, è ancora.
Chiamami con quel vecchio nome familiare, allora,
parlami con lo stesso modo affettuoso che usavi sempre.
Non cambiare il tono della voce,
non assumere un'aria solenne o triste.
Ridi di ciò che ci faceva ridere, delle piccole cose che ci
piacevano tanto.
Sorridi, pensami, prega per me.
Il mio nome sia sempre familiare, come lo era prima.
Pronuncialo senza traccia d'ombra o di dolore.
La vita conserva il suo significato:
è la stessa che è stata.
C'è una continuità nell'assoluto che non si flette.
Cos'è questa morte se non un trascurabile accidente?
Perché dovrei svanire dalla tua mente solo perché non
sono davanti ai tuoi occhi?
Non sono lontano, ma dall'altra parte, vicinissimo, in
fondo, appena dietro l'angolo.
Tutto è nel bene, nulla è perduto.
Un breve istante e tutto sarà come prima:
quanto rideremo di questa separazione quando ci
ritroveremo ancora.

La traduzione dall'inglese all'italiano è di Ester Lullo. E mi conforta leggere poesie come questa in un ritorno a scuola, alla routine, al lavoro che non risulta affatto facile. Ma le salite esistono perché vanno affrontate. E poi, in teoria, ci dovrebbe essere un po' di discesa...

viernes, septiembre 04, 2026

 Tra gli impegni familiari e quelli accademici


Ora, immaginiamoci una coppia di docenti che ha prole; immaginiamoci anche una scuola chiusa fino all'8 settembre (la data del mio compleanno) e che ricomincia proprio l'8 settembre (che è anche la data d'inizio dei corsi all'Università). Immaginiamoci questa coppia che vive in una città in cui non può fare affidamento su alcun parente, nonna, nonno, zio o zia... E che, nonostante l'assenza d'aiuto, deve andare a lavorare, deve compiere il proprio dovere.

Si fanno i turni, certo: lei andrà con la prole all'Università un giorno, lui un altro. Quando entro in ufficio, lungo il corridoio, non c'è collega che non si fermi a guardarle: "Ma che belle!"; "Ma come sono cresciute!"; "Volete una caramella?". Tutti che sorridono, fanno loro regali e regalie varie; perfino quelli di informatica, che non parlano molto, sono sempre piuttosto laconici, perfino loro permettono loro di giocare al computer, di far finta di scrivere con la tastiera di pc spenti, mentre scaricano nel mio (quello nuovo, comprato ieri) il pacchetto Office con Word, Excell, PowerPoint e i programmi fondamentali per svolgere le proprie mansioni (docenza e ricerca scientifica).

Ecco: immaginiamoci per un secondo un luogo grigio e neutro come il centro d'informatica "invaso" per un po' da due bambine vispe e sveglie e che hanno voglia di scoprire come funziona un'Università. Ecco: all'improvviso, perfino quel posto, concepito solo per rendere un servizio al docente o allo studente di turno (molti arroganti, perché avendo pagato una lauta iscrizione pretendono che gli addetti ai computer risolvano loro ogni problema, anche quelli che in realtà sono falsi problemi dovuti a ignoranza) diventa un luogo "altro", meno antipatico, forse più divertente o più umano, con quelle risate che si sentono fino alla direzione (e, di fatto, il direttore esce e si presenta, le saluta e chiede loro se vogliono anche un lecca-lecca, con il logo e il nome dell'Università...).

Strano, sì, davvero anomalo stare in bilico e a metà tra gli impegni familiari (devono andare al bagno; non possono correre né gridare troppo per non disturbare gli altri colleghi; dovranno andare anche a mensa a ora di pranzo, fameliche quali sono; etc.) e quelli accademici (evadere le email più urgenti; rispondere alle richieste burocratiche del Sistema; iniziare a preparare il campus virtuale, l'armamentario informatico, per fare lezioni sia in presenza che online; chiacchierare con gli altri colleghi che ti chiedono se vuoi partecipare a un congresso, un convegno, una giornata di studi, etc.).

Stranissimo equilibrio che alla fine riesce e quando si torna a casa uno non riesce a crederci che ce l'ha fatta, che loro non si sono annoiate troppo, che uno ha fatto (anche se non coi soliti ritmi) il suo dovere e che gli informatici gli hanno rimesso a punto un nuovo computer (con la speranza che duri anni e non venga rubato e non patisca incidenti di percorso di sorta).

lunes, agosto 31, 2026

Giornate strane (e la fine delle vacanze) 


Giornate strane, queste giornate di rientro, di ritorno alla routine, alla cosiddetta normalità, al lavoro che tante ore del giorno e della notte ci occupa la mente e il corpo (mente e corpo vanno insieme, quando uno si sente appassionato del proprio lavoro, lo interpreta non come condanna, bensì come passione, come vocazione, come piacere). Giornate strane di fine agosto (oggi è esattamente il 30) che segnalano la fine inevitabile, inequivocabile dell’estate, quello strano periodo dell’anno in cui ci permettiamo un po’ di ozio, di lasciar andare, di mare, di sole, di chiacchierate con gli amici che non vediamo così spesso, di mangiate e bevute fuori dai limiti e dagli orari consentiti (consentiti poi da chi? Chi ci proibisce, durante il resto dell’anno, di bere e mangiare alle 23 di notte o dalle 10 del mattino? Ah, chi diavolo si cela dietro i ritmi che tutti – volenti o nolenti – seguiamo?).

Un nulla può cambiare una vita, un sasso scagliato contro il vetro di una macchina può causare un furto di un pc in cui uno conserva mezza vita (o forse la vita intera?) e allora non ci sono santi, non bastano le bestemmie, nessuna malidizione è sufficiente per imprecare contro il ladro di turno (e uno aveva anche avvertito l’ombra del pericolo: lezione da imparare subito e applicare immantinente: bisogna sempre fidarsi dell’intuito, del proprio sesto senso, sempre!). Ed ecco la faccia a bocca aperta sia della consorte che della prole, le urla, i pianti, l’impossibilità di denunciare perché altrimenti perdiamo il traghetto, il senso d’impotenza di fronte a una violazione della propria privacy, dei propri beni personali (e non sarà un caso che si definiscano tali), di oggetti carichi o stracarichi di valore affettivo per uno che li ha appena persi e non sa che pesci pigliare, cosa fare, anche quando nota che il bagagliaio è pieno, anche quando s’illude che sia tutto a posto, un vetro si ripara, non è grave, e si viaggia così, 21 ore convinti del fatto che i ladri non hanno rubato nulla, hanno solo rotto il vetro, e, invece, quando ci si prepara per accendere i motori e si sta in attesa in garage, ecco, lì sì riscoppia la tempesta, le urla e i pianti, sono spariti entrambi i pc, non si salva nessuno, quando un ladro agisce così è perché sa cosa fa, è un professionista (intanto, gli auguro subito che gli cadano le braccia, che perda l’uso delle mani, che soffra le pene dell’Inferno).
 
Un sassolino, ma anche una scivolata sull’olio, su una banana, dentro la vasca da bagno, non c’è spazio che non sia luogo ideale in cui farsi male, o perdere la vita, siamo esseri fragili, un nonnulla ci atterra, un nonnulla ci annienta, un fulmine a ciel sereno che spezza un ramo di un albero che ci cade in testa e ci fa crepare, una lametta da barba che sguscia via, una foratura della ruota della bici, una curva presa troppo stretta, il guardrail che non ce la fa a contenere il tuo corpo che a tutta velocità vola e si precipita nel vuoto…
E insomma: uno pensa che queste cose non gli capiteranno mai, che non gli debbono capitare, pensa che è sfortuna, che è destino, che stava scritto. Poi smette di martirizzarsi, non si può piangere per sempre per un furto del genere, la vita va e deve andare avanti. I soldi vanno e vengono; la vita è una sola; bisogna farsi coraggio e dire che quella passeggiata di nemmeno mezz’ora poteva finire meglio, ma pazienza, doveva finire male. Si ritorna alla routine, dal 1 settembre sarà davvero routine e uno spera di poter continuare a fare il proprio lavoro con la tenacia e la passione e l’entusiasmo di sempre. Malgrado tutto. Malgrado gli imprevisti della vita. Malgrado la presenza ominosa dell’ombra della morte.

martes, agosto 25, 2026

 Sprazzi (di felicità)

Non ci rendiamo conto dei momenti (rari ed eterei) di felicità. La vita ce ne regala pochi (forse pochissimi, se li rapportiamo a quelli di tristezza o angoscia) e, proprio per questo, dovremmo imparare a trattenerli nella memoria, in modo tale da ricordarcene e rimemorarli quando stiamo attraversando i momenti bui (e - ripeto - ce ne sono...).

Di quest'estate che sta per volgere al termine (ahimè, in modo fin troppo veloce), non dimenticherò mai il silenzio della casa-vacanza a Garzola Superiore, paesino lontano dal rumore del centro di Como e che regala comunque alcune viste panoramiche sul famoso lago.


È stato un silenzio rigenerante, dopo il caos dell'anno accademico concluso il 31 luglio (lo stress, il tran tran quotidiano, la prole, la scuola, i genitori, gli studenti, etc. etc.). È stato il primo silenzio che mi ha accompagnato nella lettura di Dylan Dog, che è diversa quando lo si fa in Italia e non in Spagna.

Di quest'estate non posso non custodire il ricordo del viaggio a L'Aquila, in nome di Jovanotti. E poi l'incontro con il cantante con i miei fratelli davanti al Duomo (ci sono ancora i lavori in corso, dopo il terremoto terribile del 2009). Selfie fallito causa guardie del corpo, mi sono fatto una foto e ho scambiato due chiacchiere con Augusto Baldoni, detto "Gus", il meccanico di fiducia e rivenditore ufficiale delle bici di Jovanotti. Un uomo simpaticissimo e umile, una persona gentile che - come tutti i ciclisti - sa cosa vuol dire entrare in contatto con gli altri, sa ascoltare, sa sorprendersi ancora davanti alle bellezze della natura, sa cosa significa faticare sotto il sole cocente di questi giorni in Italia.

Di quest'estate non potrò mai dimenticare il pranzo coi fratelli a L'Aquila, la bontà di quella carbonara (piatto non propriamente tipico dell'estate) e le risate nel ricordare un nostro viaggio in Tunisia...



E poi il viaggio lampo a Roma, la capitale, la città eterna, la città più bella del mondo: parcheggio in Via dei Villini, sulla Nomentana, poi Porta Pia, la statua col soldato col fucile, l'Ambasciata del Regno Unito presieduta dai militari che bevono acqua gelata in bottigliette da mezzo litro e sorridono tra di loro, l'afa insopportabile nell'attraversare Villa Borghese nel tragitto che va dalla Galleria al Pincio, la visione dall'alto del centro, con il Cupolone che svetta su tutte le altre chiese di una città che - con tutti i suoi difetti (e sono molti) - riesce ancora a toglierti il fiato... C'è troppa bellezza a Roma: gli occhi non sanno dove posarsi, troppe statue, troppi alberi, troppi viali, troppe strade da contemplare... Inevitabile evocare alcune scene finali sul Tevere di quel capolavoro del cinema che è La grande bellezza...Roma mi ha regalato alcuni dei momenti più belli della mia vita; la felicità ricordata si sovrappone alla felicità vissuta hic et nunc...Nonostante il clima avverso, uno sogna di tornarci a vivere, di poter passeggiare con calma per queste strade che durano da secoli e sono ancora qui, ignare delle masse dei turisti che le calpestano a frotte...


E poi il reincontro con gli amici del liceo. Dovevamo essere una quindicina; si sono presentati all'appuntamento 8 persone. Siamo tutti quasi cinquantenni. Ed è bello constatare che gli anni, in fin dei conti, non ci hanno cambiato poi molto. Anzi: manteniamo intatti certi nostri vizi o difetti, certe caratteristiche che si notavano già a 13 o a 14 anni. Alcuni evocano i prof. Altri le lezioni più belle ricevute da parte di determinati prof. Altri ancora brindano ai primi capelli bianchi, alle rughe, anche se vengono mascherate dal fondotinta, ai figli, che crescono, al tempo, che passa inesorabile, ma - miracolo - questa sera, in questo giardino enorme con tanto di "chiringuito", ci ha permesso di condividere un po' d'allegria, tra una birra e l'altra, tra un gin-tonic e l'altro, tra una risata e l'altra...

Ecco: questi tre momenti dell'estate che sta per finire devo imparare a mantenerli vivi nella mia memoria. Non possono finire nella "sepoltura dell'oblio". Dobbiamo essere bravi e sempre pronti a ricordare i momenti di felicità che la vita ci regala a volte a nostra insaputa.

domingo, agosto 16, 2026

 Diario di viaggio (da Barcelona all'Abruzzo, passando dai laghi - di Como e di Garda)


2/8/2026


Partiti alle ore 10:00 dalla città del Sud del Sud della Spagna in cui viviamo, arriviamo a Barcelona alle ore 17:00, dopo una breve pausa pranzo a Villareal. L'Hotel Cantón è davvero centralissimo. Dalla finestra della camera 410 si vede l'interno dell'appartamento di fronte. Alle 21:30 di sera una bionda completamente nuda scrive e chatta sul computer e dal cellulare scaccolandosi il naso, fumando vapore e bevendo da una bottiglia d'acqua. Ogni tanto sembra avvicinare la mano sinistra alla pancia. Ogni tanto sembra quasi che si tocchi. Voyeurismo in diretta. L'eccitazione mi coglie quando si alza dalla sedia e scompare in camera (è completamente depilata). Cosa spingerà l'essere umano a spiare la vita di un suo simile? E sei lei fosse stato un "lui"? Probabilmente, non mi avrebbe scatenato gli istinti primordiali, non avrei guardato con tanta curiosità, morbosità, foga. Non mi sarei mai alzato per vedere se tornava in cucina (sono le 23:30 e la luce della cucina è ancora accesa, ma di lei, della bionda misteriosa, della bella fanciulla che si mette le dita nel naso e si mangia il mocciolo e fuma vapore nessuna traccia, ahimè).


3/8/2026


È lunedì e Barcelona si sveglia con le nuvole. Il cielo nero minaccia pioggia. Alle 7 in punto tutti svegli, tutti in piedi e pronti a partire alla volta dell'Italia. La prole è felice di tornare in Italia e per questo sopportano tante ore di viaggio in macchina e, a breve, in nave, con tanto stoicismo e pazienza. Alle 8 in punto siamo già al Terminal F2, quello da dove parte la nostra nave GNV (Grandi Navi Veloci), fatta dai genovesi. Una delle figlie va con la mamma; l'altra resta col papà. Mi coccola tutto il tempo, ma l'attesa è lunga e non so come fare per intrattenerla. Attorno a noi una discreta quantità di marocchini. Ambra mi aveva avvisato: attento, la nave viene dal Marocco e Genova è l'ultimo porto, troverai gente buttata da ogni parte e bagni sporchi. Quando saliamo a bordo e ricompattiamo la famiglia nella cabina 9054 restiamo a bocca aperta: questa è forse la nave più nuova e pulita e grande su cui siamo mai saliti. A bordo, un esercito di facchini dai tratti asiatici (filippini?) ci sorride e ci tratta con una gentilezza fin troppo esplicita e del tutto inaspettata. 

Ripenso a Mzungo, quello strano, strambo romanzo di Luis Goytisolo in cui un gruppo di turisti occidentali, europei, bianchi e alquanto razzisti fa una crociera che li condurrà in Africa e lì assistiamo a quanto si va profilando già nelle prime righe, nella primissima scena del romanzo, ovvero, uno scontro senza precedenti tra civiltà, razze e gruppi etnici contrapposti. Quanto influisce il razzismo, anche quello latente o quello che facciamo fatica ad ammetere anche a noi stessi, nella nostra vita quotidiana? Quanti, tra i marocchini entrati illegalmente a Ceuta, al grido di "¡Viva España!", in realtà, sotto sotto, odiano la Spagna? Quanti quelli che - restituiti al Marocco - vorrebbero davvero lasciare per sempre il loro paese e cercare fortuna in Europa, lontano dalle loro frontiere? Che cos'è la patria? Cosa sono i confini? Quand'è che uno si sente parte di un determinato contesto geopolitico?


A ora di pranzo penso all'italiana: tagliatelle al ragù + merluzzo con patate + bufala + verdure grigliate. Due bottiglie d'acqua fresca, una lattina di cocacola (per me) e un trancio di tiramisù da dividere in quattro per un totale di 60 euro. Tutto davvero molto buono. 


Sono le 16 e la mia compagna di avventure è al parco giochi con la prole. Posso scrivere e leggere con tranquillità e in assoluto silenzio. Si arriverà in porto alle 9 di mattina del giorno 4 di agosto. Genova. Poi Como...poi Desenzano del Garda. Poi Rimini. Poi San Marino. Infine Pieve Santo Stefano...E alla fine... Abruzzo.


4/8/2026

Lunga fila di auto e camper e moto e tir prima di passare i controlli della polizia di frontiera. Non mi era mai capitato prima e non so se è una carattestica esclusiva del porto di Genova o se questi controlli a tappeto di carte d'identità e passaporti sono causa diretta del dispetto infantiloide della Meloni contro Sánchez dopo i fatti (decisamente tragici) di Ceuta (chi si ricorda dei minorenni senza genitori? Chi delle decine, se non centinaia di morti annegati?). Passa quasi un'oretta prima che il poliziotto di turno, gentilissimo e con marcato accento siciliano, ci dia l'ok. Impostiamo il GPS in direzione Lago di Como, in particolare, Garzola Superiore, a diversi metri sopra il lago e con vedute panoramiche spettacolari sullo stesso, come scopriremo in seguito. L'autostrada per arrivare allo svincolo di Milano è tremenda, come ricordavo da un altro, precedente viaggio a Genova. Le autostrade della Liguria fanno venire l'infarto. Corsie strette, tutte curve e mille gallerie. Niente a che vedere con l'A7 direzione Alessandria e Como. Prima di arrivare all'appartamento facciamo spesa all'EsseLunga; che ricordi, legati al mio supermercato favorito, quando la mia vita si svolgeva tra Firenze, Empoli e Pisa! Quando, a forza di stare a stretto contatto con i toscani (sia per motivi di lavoro che per legami sentimentali poi naufragati), stavo per diventarlo anch'io (l'accento con la "c" moscia, il toscano è forse uno dei dialetti che più ti si attaccano).

Solo l'italiano che vive all'estero può (potrebbe) capire l'allegria e l'entusiasmo di chi, appunto, torna in patria dopo mesi e si ritrova a gironzolare tra gli scaffali di un supermercato in cui ritrova il contatto visuale (e direi quasi "passionale") con il Parmiggiano Reggiano, i Fonzies, i biscotti della Mulino Bianco, il caffè Lavazza o quello Kimbo (carissimi tutti, dopo il covid), la pizza del forno appena fatta e ancora calda e la mortadella o il prosciutto di Parma, tutto, tutti questi prodotti tipici possono diventare la proustiana "madelaine" che riattiva i ricordi del passato, di una vita passata che non passa e che fa ancora parte del presente...

La prole vuole anche il melone. Si compra roba per una settimana, quasi 150 euro di spesa compreso l'olio extravergine di oliva dimenticato in Spagna e il caffè (prendo la marca EsseLunga: mi sembra osceno pagare 6 euro un pacchetto da 250 grammi di Lavazza) e poi su, sempre più su, tra curve pericolose e corsie strette come quelle delle autostrade liguri (il ricordo corre anche alla costiera amalfitana e alle mille occasione scampate di fare incidente contro l'auto che ci viene contro e ci obbliga ad accostarci al guardrail che ci protegge dal burrone a picco sul mare).

Sudando le famose sette camicie, riesco a trovare il parcheggio di fronte all'appartamento a piano terra con cortile dotato di ampio prato e tavolo in legno massiccio. Anche gli sgabelli e le sedie fanno pensare al legno tipico delle baite di alta montagna. D'inverno qui deve fare un gran freddo. Oggi, 4 agosto 2026, fanno 32 gradi e si suda e non c'è aria condizionata. L'appartamento è gigantesco: il salone ha un divano enorme da cui poter guardare la tv; la cucina è molto bella e pulita anche se all'inizio non capiamo dove si nascondano forchette e coltelli e cucchiaini; i due bagni sono belli e minimal, le tende arrivano fino a terra, il letto matrimoniale è su un guscio di noce gigantesco, le abat-jour sono anch'esse fatte di legno scuro.

Per pranzo la mia compagna di avventure prepara arroz a la cubana (riso in bianco su cui spargere sugo e un uovo in padella), dopodichè zapping rapido e immersione totale nella televisione italiana e poi tentativo (frustrato) di giro in macchina lungolago. Dopo quasi 2 ore di macchina, capiamo che è davvero impossibile parcheggiare nei pressi dei tanti paesini sul Lago di Como. Ogni centimetro quadrato di strada o di marciapiede è proprietà privata di chi sul lago ci vive o degli hotel o dei (pochi) ristoratori che godono della vista panoramica sulla stesso.

Provo a fermarmi in un minipiazzale in ombra, accanto alla 500 rossa di una coppia di cinesi con bambini al seguito. Mi azzardo a percorrere pochi metri per fotografare almeno un ramo del Lago di Como manzonianamente inquadrato dalla fotocamera del mio cellulare e incorniciato dai rami di un albero forse centenario e tremo a ogni passo per le macchine che mi sfiorano lungo la carreggiata (gli indigeni vanno veloci, conosceranno a memoria ogni curva di questo serpentone). Fotografo anche una sorta di capanna di legno con tetto di pietre laviche grige e un lucchetto arrugginito che blocca l'ingresso della porta, malandata e, di sicuro, fuori asse. Mi domando di chi mai possa essere una costruzione così primitiva e che faccia avrà il proprietario e a quale strano uso la destinerà: è uno spazio angusto a precipizio sul lago più famoso d'Italia (dalla strada non si nota, si può scovare solo a piedi, seguendo il tracciato del sentiero nascosto che porta alla capanna misteriosa).

Torniamo indietro e parcheggiamo vicino ad una scuola media, a pochi metri dal monumento dedicato ad Alessandro Volta, forse il cittadino più illustre di Como ed inventore della pila. Solo dopo scoprirò che si tratta del Tempio Voltiano, museo scientifico inaugurato quasi cento anni fa, nel 1928. Ci stendiamo sui teli da spiaggia in un piccolo spiazzo di sassi e arena. La mia compagna di viaggi si fa il bagno insieme alla prole, ma scopro subito che è proibito: divieto di balneazione, con tanto di cartello. La richiamo subito all'ordine. Ed ecco puntuali un paio di polizziotti che ordinano ai bagnanti di uscire subito dall'acqua. Un cinese (un altro) sorride e il polizziotto, giovane e sgarbato: "che ti ridi? Documenti! Documents!", gli grida con tono arrogante. Prima di tornare in auto, ho il tempo d'imbattermi in una sorta di tumulo in miniatura: due peluches, un unicorno e un orsetto bianco ora sporco sono circondanti da candele gialle e mazzetti di fiori ormai appassiti. Spiego alla prole che deve trattarsi di un omaggio funebre a una bimba morta annegata nel lago proprio in quel punto. Ci restano di sasso, a bocca aperta. Iniziano a chiedermi chi sia la bambina, quanti anni aveva, come staranno ora i suoi genitori. Solo il giorno dopo la madre leggerà la notizia sul giornale locale. Una morte per acqua tra le molte occorse in questo lago immenso e pericoloso.

Torniamo a casa, stanchissimi, si cena a base di tortelloni al sugo e caprese. Stappo una bottiglia di Chianti (quando vivevo a Firenze o a Empoli o a Pisa era un'abitudine fissa, una sorta d'automatismo). Dopo cena, si guarda una commedia di Riccardo Milani: Corro da te (2021), con i sempre bravi Pierfrancesco Favino e Miriam Leone. Si tratta di una commediola che ridicolizza il tipico Don Giovanni italico e aiuta a riflettere sulle differenze presunte tra "normali" e "disabili". La "disabile" è Miriam Leone; il "normale" è Favino. L'amore stravolgerà gli schemi mentali di entrambi e, ovviamente, trionferà. 

Di notte, l'ansia e una strana paura irrazionale s'impossessano della mia mente. Questa casa così enorme, incastrata all'interno di una palazzina di almeno quattro piani, è piuttosto isolata e spersa nel buio di queste montagne. Non si sente anima viva. La porta dello sgabuzzino si apre da sola e fa il tipico rumore o cigolio degno di un film di Dario Argento. La famiglia mi lascia davanti alla tv e va di sotto a dormire. La scala per scendere al piano sotterraneo ricorda la scena del crimine della povera Chiara Poggi. Ho gli incubi. Ripenso anche alla strage d'Erba, a pochi chilometri da Como. Rosa e Olindo. Un mistero ancora irrisolto. E se ci entrassero dei ladri o degli sconosciuti e ci ammazzassero tutti nel sonno?


5/8/2026

Mi sveglio alle 8 con la rapida coscienza di non aver riposato affatto. Ho le occhiaie, ma, almeno per oggi, non dovrò guidare. 

Dopo una colazione veloce, prendiamo il bus nº5 per scendere verso Como e dal molo nº2 prendere il battello che gira tra Torno, Cernobbio, Moltresio e Tavernola. Quelli verso Bellagio sono tutti prenotati almeno fino alle ore 13:30. Sono le 9:30 e per 23 euro riusciamo a fare un biglietto Happy Family che dura l'intera giornata. Viaggiare a volte è più fonte di stress che altro. Alla fine, delle quattro destinazioni, riusciamo a vedere per bene e con calma solo Torno e Cernobbio. Entrambi i paesini fanno impressione per l'alternanza quasi ininterrotta di bellezza e decadenza. Hotel di lusso e vicoli pieni di muffa e con le sedie mezzo abbandonate. Barchette lasciate a riposo su scalinate che conducono verso chiese perennemente aperte e prive di fedeli. Non so perché, ma continuo a pensare che - come Venezia - Como sarebbe il set ideale per un film dell'orrore. Altro che George Clooney o Leo Di Caprio.

Si torna a casa stremati dalla fatica alle 17:00 in punto. Turni per fare la doccia e aperitivo in giardino. Poi cena alle 20:00, orario italiano (del Nord). Dopo aver scritto questo diario ho voglia di leggere Dylan Dog nº479. S'intitola Scomessa sul destino e lo scrive Paola Barbato, una delle autrici che rivoluzionò il modo di leggere e intendere la creatura di Tiziano Sclavi. È bello e quasi commovente poter tornare a leggere il mio amato Dylan in Italia.

Domani sveglia senza prescia. Si viaggia in direzione del Lago Maggiore. O del Lago di Garda. Non ricordo più bene lo schema del viaggio. Scopro su internet che il Lago di Garda è il più grande ed esteso d'Italia, a dispetto del nome del primo. Quello di Como, invece, è il terzo in classifica. Su una cosa non ci piove: di sicuro, tutti e tre escercitano un fascino irresistibile sullo spettatore.


6/8/2026

Sveglia alle 7:30. Perché non l'ha tolta se diceva che ce la saremmo presa con calma? A volte proprio non la capisco. E lei non capisce me. A volte litighiamo per delle cazzate. Come tutti, d'altronde.

Si parte per Desenzano del Garda. È qui che ci aspetta la seconda casa vacanza della nostra estate in giro lungo lo Stivale. Il traffico è molto scorrevole e chi mi guida davanti sembra farlo in modo molto ligio. Tranne uno: targa tedesca, monovolume a sei posti, sorpassa un Tir e mette la freccia all'ultimo. Gli faccio notare l'azzardo con i lampeggianti. Il tedesco capofamiglia mi chiede scusa con un cenno dallo specchietto. Arriviamo a destinazione alle 11:30 e ne approfittiamo per fare spesa al Conad a due passi dalla casa. Il proprietario ci vuole consegnare le chiavi in mano, vuole conoscere chi occuperà casa sua per due giornate. Che strano! Non succede quasi più, da quando Booking (et similia) ha preso il sopravvento. Non c'è quasi mai un contatto visuale, diretto, con stretta di mano, con chi affitta la propria casa ai turisti. Il tizio è gentile, schietto e diretto: ci spiega tutto, perfino i giorni in cui si ritira l'umido, o il vetro, o la carta. 

Appena va via, accendiamo l'aria condizionata. La prole ha la dipendenza, io la odio, sopratutto di notte, è più forte di me. Se la lascio, al mattino dopo, al risveglio, ho mal di gola, mal di testa, occhi gonfi.

Dopo un lauto pranzo (orecchiette pugliesi al pesto, caprese, vino bianco ottimo) e dopo il pisolino pomeridiano, esploriamo la spiaggia libera di Rivoltella, a pochi metri da noi. Qui le spiagge a pagamento non esistono, è tutto il contrario: su tutto lo sconfinato lungolago non si vedono stabilimenti balneari, è tutto libero, se ce ne sono, sono pochi e ben messi, molto puliti ed eleganti. La ghiaia su cui stendiamo il bagnasciuga è bollente, ma piacevole lungo la schiena, fa un effetto sedante. Mentre la mia compagna d'avventura si fa il bagno con la prole, io leggo Dylan Dog, è il meritato riposo, è la pace...


7/8/2026

Sveglia alle 7 in punto e senza sveglia, dopo una notte d'incubi atroci. Sogno anche C., la nostra passione d'un tempo, il suo sorriso dolce e tenero, come se avesse compassione di me. In un altro incubo, percorro con la mia bici una strada piena zeppa di buche, una strada sterrata che si liquefà sotto le ruote della mia montainbike, i fori enormi danno su un precipizio e più pedalo e meno strada rimane da percorrere, è una corsa assurda contro il tempo e l'angoscia mi toglie il fiato. Che cavolo significa? Che vuol dire? Cosa vuol comunicarmi il mio inconscio?

Dalle 7:45 alle 8:30 passeggio lungolago. La bellezza del Lago di Garda è talmente tanta, vasta, variopinta e cangiante che mi è impossibile descriverla a parole. Il sole attraversa le poche nuvole all'orizzonte e la musica delle onde mi culla. Vivrei sul Lago di Garda per un mese e passa. Qui si respira pace e tranquillità. 

Oggi escursione a Salò, tristemente nota per i fatti storici legati ai rantoli del Fascismo e la fine di Mussolini. Vicino c'è anche il Vittoriano del pescarese Gabriele D'Annunzio, altro luogo simbolo del Novecento. Salò: che gioiello! Che bellezza! Ci resterei almeno una settimana per scovarne gli angoli più nascosti o meno turistici. L'acqua del lago che si frange potente contro il lungolago, i ristoranti eleganti accanto a quelli più spartani, i fiori, gli alberi smossi dal vento, tutto ispira pace, potenza e bellezza. Ci sono molti monumenti in onore di D'Annunzio. Pranziamo al Club di Canottaggio, poi la routine delle recriminazioni assurde, le litigate senza senso, la prole che attutisce il colpo, ma percepisce nell'aria l'aria tesa di due adulti che forse non si amano più e si sopportano controvoglia, le minacce di divorzio. Al Vittoriale ci arriviamo dopo aver rischiato di "smarrire" la macchina. La IA forse ci spia e all'improvviso mi segnala sul GPS dov'è posteggiata l'auto. Recriminazioni e maledizioni: accuse di machismo e di essere un padre "cattivo". Guido controvoglia e con una stanchezza assurda nell'animo. Arriviamo a Sirmione. Una nuova scoperta: l'acqua è azzurra, quasi bianca; le onde si frangono sulle pietre della riva come fossimo ai Caraibi. L'ombra degli alberi mi coccola mentre leggo La Repubblica e Dylan Dog. Al ritorno a Desenzano del Garda mi fermo a un Penny per comprare 12 litri di acqua in bottiglia e ceniamo a base di piadine fatte con mozzarella di bufala, pomodorini, speck ed emmenthal. Domani Rimini.


8/8/2026

Lasciamo Desenzano sul Garda verso le 10:00, dopo aver fatto il pieno. Il GPS ci da notizie allarmanti sul traffico: il percorso è intasato dalle macchine, i chilometri che, normalmente, si farebbero in due ore e mezza, oggi implicano cinque ore di incolonnamenti e spostamenti a passo d'uomo. Perfino gli autogrill sono stracolmi. C'è la fila ovunque, soprattutto per andare in bagno. Decidiamo che è meglio evitare Rimini: impostiamo la direzione verso San Marino, dove ci attende un hotel in centro, invece del solito appartamento o casa-vacanze. Arriviamo a San Marino alle 14:45, stremati e dopo aver pranzato nel parcheggio dell'ultimo autogrill a base di pasta De Cecco cucinata provvidamente in mattinata e prima di prendere la macchina. 

San Marino, città-Stato all'interno dello Stato italiano, è un posto particolare: si sente parlare francese, polacco, tedesco, qualche inglese, qualche cinese o qualche giapponese. Non si vedono turisti spagnoli da nessuna parte. La stanza dell'hotel è piccola, ma confortevole, con una vista spettacolare sulle montagne e i colli che circondano la città. Leggo il giornale rubato nella hall: anche sul Corriere della Sera si parla dell'assurdo contrasto tra Italia e Spagna, Meloni contro Sánchez. Dopo aver comprato un po' di frutta e un litro di latte per la prole (domani faranno colazione in auto), ceniamo nel ristorante adiacente all'hotel.

Pizza capricciosa, spaghetti allo scoglio e tagliatelle al ragù. Tutto umile e accettabile, anche se un po' caro. Dopo una passeggiata digestiva, torniamo in camera. Su Italia1 danno Ritorno al futuro (1985), il capolavoro di Robert Zemeckis. La prole resta stregata da Doc. Io dall'interpretazione di Michael J. Fox. Sono passati decenni, ma il film regge ancora ed è davvero ben scritto. Di notte, sogni erotici. Ma è impossibile consumare atti osceni in luogo privato. Siamo tutti troppo appiccicati. Unico momento davvero divertente: quando scopro la vasca idromassaggio e decido di riempirla fino all'estremo, la schiuma sul punto di fuoriuscire, la prole contentissima (è come la SPA!).


9/8/2026

Sveglia alle 8:00, si viaggia alla volta di Pieve Santo Stefano (in Toscana). Il GPS ci fa evitare l'autostrada e meno male! Quest'alternativa ci mette a stretto contatto con la natura bellissima e selvaggia dell'Appennino Tosco-emiliano. Una montagna di montagne, salite, discese, curve, in mezzo al verde di una natura fatta di boschi infiniti (in un cartello leggiamo che siamo arrivati ai boschi della Gioconda di Leonardo; qui vicino ci sono anche i luoghi in cui è nato Piero della Francesca, oltre ad altri luoghi di culto della Via Francigena, San Francesco lo si respira nell'aria).

Incrociamo molti motociclisti e qualche ciclista o cicloturista (con la bici piena di zaini e bisacce). Non si può andare troppo veloce, ma è magnifico poter aprire i finestrini e, per la prima volta da quando siamo partiti, respirare aria fresca (sotto l'ombra quasi fredda). 

Arriviamo a Pieve Santo Stefano per portare a termine la nostra missione: visitare il "Piccolo Museo del Diario". La visita guidata inizia alle 11:30 e finisce quasi all'una. Chi ci guida è uno dei dieci eroi che si (pre)occupa di diffondere e proteggere un archivio fatto di circa 11 mila diari di persone qualunque, di gente che ha iniziato a scrivere per la necessità, l'urgenza, il bisogno imponderabile di farlo. I primi diari risalgono all'Ottocento. Gli altri - il grosso dell'archivio - occupano l'arco temporale che va dai primi del 1900 fino ai giorni nostri. L'idea (geniale) è venuta a Saverio Tutino, giornalista esperto di Latinoamerica e tra i primi a raccontare Cuba ai tempi della rivoluzione di Castro. La guida cita una sua frase famosa: "Dopo aver raccontato tante rivoluzioni, è giunto il momento di farne una, qui, a Pieve Santo Stefano". Il museo contiene solo dei campioni dei tantissimi documenti che è possibile consultare accedendo all'archivio. La tecnologia si sposa all'intento tutto umanista del museo: permettere al visitatore di ascoltare la voce di chi ha scritto quei diari. Si apre un cassetto (con sopra nome, cognome e data del diario) e si ascolta la voce (spesso interpretata da attori professionisti) di chi narra di sè, senza censure, a volte senza filtri, come Vincenzo Rabito, un contadino siciliano, un uomo umilissimo che non ha studiato e che, a tarda età, scopre una macchina da scrivere e si mette a raccontare (in dialetto mescolato all'italiano, antesignano dello stile di Andrea Camilleri) tutte le vicissitudini di chi ha visto la Prima Guerra Mondiale, ha sofferto la Seconda e ha visto l'Italia del Boom degli anni 60.

L'ordine di catalogazione è democraticissimo: vige l'ordine alfabetico. E così, qui dentro, il partigiano sta accanto al fascista; il ladro accanto al carabiniere; il morto di fame emarginato accanto al nobile di turno. Il bello è che alcuni di questi diaristi sono diventati scrittori post-mortem. Il comune organizza in collaborazione con altre entità culturali e altri scrittori un Premio Pieve Saverio Tutino in cui il vincitore è scelto dopo attenta lettura dei tanti manoscritti archiviati da parte di un gruppo di lettori volontari. È così che il succitato Rabito è stato pubblicato da Einaudi per il suo Vitamatta (con prefazione di Camilleri) ed altri diaristi da altre case editrici importanti come Giunti o Quodlibet. 

Quando usciamo da questo viaggio nel tempo ripenso al lenzuolo di Clelia Marchi: una contadina mantovana che narra tutta la sua vita sul lenzuolo del corredo delle nozze, dopo la perdita del marito. Scrivere affinché il defunto continui a vivere nel ricordo di lei. La scrittura come forma di elaborazione del lutto. Scrivere per raccontare la propria vita. Il "Piccolo Museo del Diario" è davvero un luogo della memoria che valorizza ciò che ereditiamo da chi ci ha preceduto nel corso dei secoli. Qui possiamo sapere chi siamo stati e chi siamo oggi. Qui si può ricostruire la Storia a partire dalla memoria individuale di gente qualunque la cui vita spesso è più affascinante e romanzesca di tanti romanzi...

Alle 14:00 pranziamo "Al Portico", l'unico ristorante del paese toscano (Arezzo dista 30 chilometri; Firenze 70; siamo quasi più vicini a Cesena che ad altri luoghi della Regione Toscana). Tagliatelle al ragù per la prole (tanto per cambiare) e pici al ragù bianco per noi. Vedo passare una bistecca alla fiorentina al sangue e penso a quanto sia davvero eccelsa la cucina toscana.

Alle 18:30 siamo finalmente in Abruzzo. Vedere le montagne in cui sono nato; in cui mi piace perdermi in bicicletta; in cui ho sperimentato il mondo ancora prima di sapere cosa fosse, mi riempie di una gioia infinita. Il reincontro con i genitori è cosa difficile da narrare in questo diario. E sorge la domanda spontanea: che fine faranno i diari scritti al pc e pubblicati online? Ci sarà un "Piccolo Museo del Diario" anche per loro?

domingo, julio 19, 2026

 Luis Goytisolo



Questa settimana che finisce oggi, 19 luglio, giorno della finalissima tra Spagna e Argentina, è iniziata nel peggiore dei modi possibili. Lunedì 13 luglio ricevo una chiamata da un numero sconosciuto, ma, non so bene perché, decido di rispondere. Dalla voce capisco subito di chi si tratta: è la moglie di Luis Goytisolo, uno degli scrittori più originali della letteratura spagnola del XX secolo, uno scrittore che ho avuto il privilegio di conoscere nel 2006 e con cui, negli ultimi 3 o 4 anni, ho stabilito una sorta di amicizia a distanza che si concretizzava nelle lunghe telefonate che ci facevamo quando era lui a chiamarmi, i venerdì pomeriggio, attorno alle 19 o alle 19:30 del pomeriggio.

Parlavamo di un po' di tutto in queste telefonate, a volte per ore, senza censure né freni inibitori. Una volta mi raccontò di una visita all'obitorio, un prof di criminologia voleva che i suoi studenti assistessero ad una autopsia, una compagna di studi svenne, Luis l'aiutò a rialzarsi, il cadavere ormai azzurro era quello di una donna incinta (o morta durnate il parto).

A volte mi sono chiesto perché Luis si confidava con me, mi raccontava questi episodi abbastanza particolari, a volte si finiva a parlare anche dei suoi fratelli, della guerra civile spagnola, della fame che patirono un po' tutti (ma loro di meno, perché avevano le galline e i conigli e terre ben provviste di frutta e  verdura).

A volte avevo la sensazione di essere una sorta di cassa di risonanza dei suoi ricordi e anche dei suoi successi, lui che non ha mai trovato il plauso o l'appoggio del grande pubblico, solo della critica (e non sempre in Spagna, spesso fuori dal suo stesso paese, soprattutto in Francia e, ultimamente, negli Stati Uniti, dopo che Brendan Riley ha avuto l'enorme coraggio e il grande merito di tradurre il suo capolavoro, che è, resta e sarà sempre Antagonía, tradotto con il titolo in inglese Antagony, una tetralogia che anticipa le tendenze metaletterarie di certo postmodernismo e le supera nel corso degli anni in cui vide la luce: Recuento, del 1973; Los verdes de mayo hasta el mar, del 1976, quando Franco è ormai morto e la censura permette di ristampare anche Recuentom uscito in Messico la prima volta proprio per i problemi con i censori franchisti; La cólera de Aquiles, del 1979; e, infine, Teoría del conocimiento, del 1981...che impresa, per il traduttore americano, rendere in inglese le 1200 pagine di questo monumento letterario, un romanzo sul romanzo, un romanzo sull'atto della lettura e quello della scrittura che permette di costruire mondi fittizi e ponti costanti tra letteratura e filosofia...che fatica, che impresa, che azzardo!).

La moglie ha voluto ribadire che Luis mi ammirava, come studioso, e che mi rispettava, come persona. Solo dopo, una volta riattaccato, ho iniziato ad assimilare la notizia e ho pianto e sono andato fuori, in bicicletta, per prendere un po' d'aria e contemplare il tramonto.

Un'amica mi scrive da Pisa: "Non essere triste, custodisci e diffondi, è tutto ciò che possiamo e dobbiamo fare". Le dico che sì, che questo è uno dei nostri doveri in quanto filologi: custodire e diffondere le opere letterarie che hanno qualcosa da dirci su noi stessi, sull'umanità che ci rende tali. Poi la mia amica aggiunge: "La vita è destinata alla fine, ma dobbiamo lasciare qualcosa che continui".

E l'opera di Luis Goytisolo continua...è vero che abbiamo perso l'autore, ma non abbiamo perso i suoi testi, i suoi saggi, i suoi romanzi sempre complessi e affascinanti. Sarà strano, da ora in poi, non poter più leggere il suo nome sullo schermo del telefonino, quando mi chiamava e ci si faceva anche un po' di risate, quando lui criticava alcuni colleghi e io cercavo di sapere come fuziona da dentro la RAE (Real Academia de la Lengua Española) di cui era membro da anni...

Ho scritto di Luis anche in questo diario di bordo. Non avrei mai pensato di tornare a scriverne proprio ora che non c'è più.

sábado, julio 11, 2026

Piccolo Museo del Diario

Il caldo afoso uccide ogni voglia di fare; perfino leggere un buon libro diventa un'impresa, con il ventilatore sparato in faccia e sul corpo disteso sul divano... In lontananza, si sente il grido dei gabbiani e qualche passerotto o rondine che disegna percorsi impensabili in cielo (dove vanno gli uccelli quando fa così caldo? Dove trovano riposo e ombra? Le domande dei bambini).


Acquisto i biglietti per il Piccolo Museo del Diario di Pieve Santo Stefano (in provincia di Arezzo) per il 9 agosto alle ore 16:30 (l'ultimo ingresso). La mia compagna di viaggi sta scrivendo un libro sui diari e questo "piccolo museo" fa al caso suo, non ci sono dubbi. Mi domando chi mai abbia avuto l'idea di fondarlo, un museo con queste caratteristiche, e se oggi, nel XXI secolo, ci sono ancora persone che scrivano un diario (voglio dire: uno vero, su carta, con la penna, non come questo che sto scrivendo io, con le dita delle mani che ballano sulla tastiera di un computer davanti allo schermo). Chi potrebbe? Chi avrebbe il tempo? Per parlare di cosa, poi? A chi interessano i fatti (minuscoli) della nostra vita quotidiana? (queste domande vanno bene se le applichiamo anche a questo "Diario di bordo" di uno che non osa fare il suo nome e preferisce stare nell'anonimato o usare il nickname per chissà quale strana forma di pudore...). Che cosa spinge qualcuno a dettagliare i fatti della sua vita quotidiana? Che cosa spinse gli autori dei vari diari raccolti e custoditi nel Piccolo Museo del Diario?



Questa capatina in provincia d'Arezzo avverrà dopo aver attraversato mezza Italia: da Genova al Lago di Como, poi chissà, verso le Dolomiti, poi giù, scenderemo verso la Toscana e poi Roma e poi il paesino del Centro d'Italia da cui provengo, in cui sono nato, e in cui è sempre un lusso, un piacere vero, una goduria, tornare...


C'è anche modo di visitare il Museo in modo virtuale; guardo qualche foto, copertine di diari appese al muro, luce soffusa, lampadine che illuminano misteriosamente le parole di chissà chi, di persone comuni, di gente ormai morta, di scrittori in erba o che non hanno mai pubblicato nulla, ma che hanno scritto - negli anni - il proprio "diario di bordo"...

viernes, julio 10, 2026

 Premio Strega e assilli quotidiani


Dunque, ha vinto Michele Mari, scrittore di cui non avevo letto nulla fino a quando la mia cara C. non mi segnalò e consigliò a suo tempo Locus Desperatus (Torino, Einaudi, 2024). Lo lessi d'un fiato, senza capirci quasi nulla. Mi piacciono i libri che sembrano scritti in una lingua che non conosco o non controllo appieno (o "a pieno"?). Ricordo che parlava di un tema a me molto caro, dal punto di vista della teoria letteraria, e cioè degli "oggetti" o delle "cose", di quegli oggetti e quelle cose che facciamo entrare in casa e che custodiamo come fossero amuleti o pezzi della nostra identità (nel mio caso, più che di "oggetti", parlerei di "libri": come farei senza i miei libri? Dove starei ora senza di loro? Come potrei andare avanti senza la mia biblioteca?).

Ricordo anche una battuta sciocca che sottolineai a matita all'interno del libro: "non tutti i lutti vengono per nuocere" e poi una riflessione sul famoso quadro di van Eyck Ritratto dei coniugi Arnolfini, un quadro misteriosissimo del 1434 (nientedimeno) in cui uno specchio riflette sul fondo la scena che non vediamo in primo piano, con un gioco di "dentro" e "fuori" dell'immagine che poi riprenderanno in tanti, Velázquez incluso, con le sue Meninas... Mari o il narratore di Locus Desperatus metteva in risalto (a p. 126) come quel quadro finisse col diventare "oggetto apotropaico per eccellenza: supponendosi che un demone, o una strega, o comunque uno spirito maligno, entrando in una casa e vedendosi racchiuso e deformato da quella specchiante convessità, se ne fuggisse immantinente, sdegnato del ludibrio cui la sua immagine vi era stata sottoposta e insieme paventando di rimanerne prigioniero" (cit.).




Ecco: come non evocare Carlo Emilio Gadda, come non pensare a Tiziano Sclavi (sì,  l'inventore di Dylan Dog), come non evocare Alberto Arbasino dinanzi a cotali descrizioni? (ah, che bella la "specchiante convessità" degli specchi e dei quadri!). Ora che ci penso: Specchiante convessità potrebbe essere un titolo perfetto per un racconto o un romanzo...o un saggio sulla mise en abyme (tra arte e letteratura).

Ma torniamo a bomba: Mari ha vinto l'80esimo Premio Strega, con I convitati di pietra, che non ho letto e che non credo che leggerò nel prossimo futuro. Non perché non ne abbia un minimo di curiosità, ma perché non mi piace leggere i libri premiati che poi diventano "moda" (così come non mi interessa la polemica sulle esternazioni di Mari contro Murgia, di cui non so quasi nulla, perché non mi sono informato e non ne ho proprio voglia - quando si vive all'estero, uno sente il privilegio di potersi risparmiare certe polemiche tipiche italiane, sente il sollievo di non dover partecipare nella diatriba giornaliera, e che sollievo e che libertà).

Nel mentre, mi accorgo solo stamane che devo finire un articolo da mandare a Torino, un capitolo di libro da mandare in Messico e una recensione da mandare ad Alicante. Dovremmo tutti pensare alle vacanze, al relax, al mare e al sole cocente sulla spiaggia e, invece, mi rintano con l'agenda appuntando gli appuntamenti improrogabili, lottando contro il tempo (così come il protagonista di Locus Desperatus lotta contra la Morte e l'Oblio che vogliono mangiargli gli oggetti e i ricordi più cari) e cercando di non cadere preda dell'ansia. 

Nel mentre, scopro la scrittura di Jorge Semprún, uno scrittore che è finito nei campi di concentramento di Buchenwald, che poi ne è miracolsamente uscito, che poi ha lottato al fianco del Partido Comunista Español (PCE) per cercare di contrastare il Franchismo, che poi è arrivato perfino a fare il Ministro per il Partido Socialista Obrero Español (PSOE) e che, infine, ha dato vita a un'opera piena di memoria storica e collettiva, piena di riflessioni su chi siamo e da dove veniamo (compreso un saggio sull'idea di Europa, un libro del 2006 che non vedo l'ora di leggere proprio per vedere come è cambiata quest'idea di Europa, oggi che siamo tutti nel bel mezzo del caos e della messa in crisi del concetto stesso di Europa...).

Dovrei scrivere anche su Semprún: me l'ha chiesto una collega tedesca che dovrei vedere sul Lago di Como ad ottobre, un congresso internazionale accanto alla villa di George Clooney, che cose strane succedono grazie ai contatti che uno stabilisce con i colleghi dell'Università... E poi...lavoro, riunioni, zoom, aggiornamenti, formazione, corsi di...

No, mi dico, basta, siamo al 10 luglio, stasera gioca la Spagna contro il Belgio, non debbo farmi prendere dall'ansia, dallo stress, dalla montagna di cose da fare (scrivere) e da portare a termine, siamo in procinto di andare in vacanza, a che pro tanta fatica? E allora sì, lo faccio, smetto di pensare al lavoro ed apro al volo, a caso, Pensar en Europa di Jorge Semprún (Barcelona, Tusquets, 2006, p. 184), e lo leggo per puro piacere, non per fini accademici, non perché debba scriverne con linguaggio neutro o professorale, e m'imbatto in questa riflessione che sembra inquadrare ciò di cui parliamo oggi, nel pieno del XXI secolo, circondati dalle guerre:

"Il concetto di totalitarismo permette, quindi, in un solo movimento teorico-pratico, di esplorare l'identità storica del nazismo e del comunismo e di delimitare l'alterità radicale di entrambi i movimenti in rapporto alla democrazia parlamentaria. 
Ciò vuol dire che non solo è utilizzabile per poter approfondire la conoscenza del passato, ma anche per prevedere il futuro; per indagare, almeno, le condizioni e le configurazioni concrete di un futuro probabile".

A volte si scoprono le cose per effetto del caso. Viva il caso. 

lunes, julio 06, 2026

 e. e. cummings

Ci sono dei giorni nella vita in cui c'è (sempre) bisogno di e. e. cummings, questo signore qui (un tipo pazzesco e un po' "palazzesco" - nel senso di simile ad Aldo Palazzeschi - a cui piace giocare con la punteggiatura e che amava scrivere il nome e cognome tutto in minuscolo):




e. e. cummings visse tra il 1894 e il 1962: si fece le due guerre mondiali, finì in carcere quando si mise alla guida di un'ambulanza e i francesi lo accusarono di spionaggio (da quelll'esperienza traumatica trarrà ispirazione per il suo The Enormous Room, del 1922, l'anno cui uscì anche Ulysses di Joyce - ne posseggo l'edizione in traduzione italiana a cura di Patrizia Collesi per Baldini &  Castoldi, comprato nel 2023 e colpevolmente non ancora letto), scrisse una marea di poesie e ne pubblicò molte in diverse raccolte. Mi piace e. e. cummings perché sembra un poeta facile, un poeta bambino che gioca con il linguaggio e le strofe, con gli spazi bianchi tra i versi, con le parentesi e l'assenza pressocchè completa di punti, virgole e punti e virgole. E scrive poesie d'una tenerezza struggente come questa, che trascrivo in italiano da Poesie (Torino, Einaudi, 1998, la traduzione è di Mary de Rachewiltz):

92

ti amo tanto (mio bel tesoro)

più di chiunque sulla terra e
mi piaci più d'ogni cosa nel cielo

- sole e canti ti fanno festa se vieni

anche se l'inverno è ovunque
con tanto silenzio e tanto buio
niuno riesce a indovinare

(solo la mia vita) la vera stagione - 

e se ciò che si chiama mondo avesse
la fortuna di udire quei canti (o di scorgere
quel sole che s'alza altissimo nel cuore
di qualcuno più che lieto ogni volta

che sei più vicino) tutti certo crederebbero
(tesoro mio bello) soltanto nell'amore

Che, nella sua versione originale, suona così:

i love you much (most beautiful darling)

more than anyone on the earth and i
like you better than everything in the sky

- sunlight and singing welcome your coming

although winter may be everywhere
with such a silence and such a darkness
noone can quite begin to guess

(except my life) the true time of year - 

and if what calls itself a world should have
the luck to hear such singing (or glimpse such
sunlight as will leap higther than high
through gayer than gayest someone's heart at you each

nearerness) everyone certainly would (my
most beautiful darling) believe in nothing but love



viernes, julio 03, 2026

 Suicidio


La chiamata arriva mentre siamo in spiaggia con amici e familiari venuti dall'Italia: "Scusami il disturbo, so che è sabato pomeriggio, ma devo chiederti una cosa. Conosci per caso M. C.? Gli hai fatto lezione?". Il nome non mi dice nulla. Il gruppo è quello a cui ho fatto lezione di Lingua Spagnola. "Si è suicidato". Resto a bocca aperta e poi mi vien fuori uno spontaneo: "Cazzo", in spagnolo. La collega mi spiega che è successo la mattina stessa e che la Decana le ha chiesto di avvertire tutti i professori che l'hanno avuto in classe come alunno. Un alunno normale, voti normale, non bravissimo, molte sufficienze, qualche discreto. Si è lanciato dal terrazzo della casa di amici, stavano guardando una partita dei Mondiali, forse una crisi improvvisa, chi può dirlo? 

Non sapremo mai i motivi che spingono un giovane a togliersi la vita. Aveva 20 anni. Come dire: aveva tutta la vita davanti. E, invece, ha detto basta. E si è lanciato nel vuoto. Impossibile scoprire o ricostruire il movente. Mi viene in mente un libro che, anni fa, regalai a una persona molto importante per me, una con cui avevo condiviso passioni e letture. S'intitolava Notas de suicidio (di Marc Caellas, Segovia, La Uña Rota Ediciones, 2022) e raccoglieva gli ultimi messaggi di suicidi famosi, da Walter Benjamin a Cesare Pavese, da Virginia Woolf a Ernst Hemingway... Era un libro strano, che lessi con una certa morbosità e anche senso di colpa: chi mi dava il diritto di spiare gli ultimi pensieri scritti da queste persone? Si tratta di scrittori, filosofi, ma anche cantanti, attori, gente che ha avuto il successo, denaro, riconoscimento pubblico, eppure...ha deciso di dire basta e di annientarsi.

Non so e non oso immaginare cosa staranno vivendo ora i sopravvissuti, ovvero, il padre e la madre del ventennte. Non si può immaginare un dolore del genere. 

Guardo il mare, la spiaggia piena di bagnanti allegri, di vecchie che ridono con le amiche, di vecchi che mangiano pollo e patatine o panini imbottiti e si concedono una birra in lattina. Loro non sanno nulla di M.C., la vita va avanti ed è giusto che vada avanti, anche perché altrimenti ci fermeremmo tutti e chissà cosa ne sarebbe dell'Universo, se tutti i viventi decidessero di farla finita o decidessero di fermarsi per sempre...

sábado, junio 20, 2026

 La morte e la piscina

C'è una piscina nel percorso che faccio quasi tutti i giorni da casa all'Università in bici. Una piscina in un paesino in mezzo al nulla e accanto a un vecchio mulino ad acqua che ancora funziona e fa ancora il suo effetto in mezzo alla Natura selvaggia del luogo.

Ogni anno la piscina viene rimessa a nuovo, pulita e predisposta per l'alta stagione, quando - si suppone - i vicini la sfrutteranno per farsi il bagno e cercare di contrastare il caldo afoso di queste latitudini. Anche quest'anno ho visto uomini all'opera, chi intento a ripulirla dai rami secchi e le foglie finite sul fondo, chi intento a ridipingerlo, quel fondo così azzurro e così bianco. L'altra mattina avevo intravisto anche un signore di una certa età, vestito come quasi tutti i pensionati che si dedicano all'agricoltura e all'orticello: camicia bianca, jeans strappati e scarpacce da coltivatore diretto piene di fango. 

Stamattina, passando davanti al solito posto, m'imbatto in una quantità anormale di abitanti della zona, la "Guardia Civil" e due macchine della polizia, con, in più, un'autombulanza parcheggiata all'interno dello spiazzo in cui si trova la piscina. Dalla stessa fuoriesce una scala di metallo molto lunga e da lì s'inerpica uno degli infermieri o dei poliziotti. So che non dovrei continuare a guardare, continuo a pedalare, certo, ma - ahimè - gli occhi mi vanno verso la barella, sotto la barella un corpo, quello dell'anziano intravisto ieri o l'altroieri, il contadino ora cadavere o quello sembra a questa distanza, come corpo morto cade. A terra. Solo. In attesa di essere caricato sulla barella. Un altro infermiere o dottore sta distendendo il lenzuolo bianco per coprirlo. 

È una visione che dura pochi secondi e però mi lascia a bocca aperta e con un senso di nausea e di angoscia che non mi abbandonerà nel corso dell'intera mattinata di lavoro. Appena arrivo, cercherò se c'è già la notizia sul giornale. Appena arrivo, accendo il computer e cerco il morto. Ma perché mai - mi domando subito dopo - dovrebbe fare "notizia" l'infarto di un anziano che lavora a una piscina o mentre sta facendo migliorie a una piscina pubblica? Quanti anziani muoiono in questi giorni affogati a mare o in piscina, quanti per un infarto o un ictus, quanti per l'ondata di calore?

Eppure: l'ho visto, io ho visto quel corpo senza vita, disteso sul bordo della piscina, di quella piscina in cui anche quest'estate andranno a farsi il bagno bambini, giovani e mamme del paese. Molti di loro non sospetterà nemmeno lontanamente che in quella stessa piscina è morto un uomo. Sulla settantina o forse sull'ottantina. Non so come si chiama né forse lo saprò mai (a meno che non venga fuori la notizia sui giornali e spesso i giornalisti omettono il nome della vittima, lasciando solo le iniziali). Quell'uomo è morto, mentre all'Università si continua a lavorare, tutti fanno il loro dovere, la vita va avanti, perfino per quel cavallo che pascola in un recinto accanto alla mia Facoltà e che sono solito salutare dalla bici "Buongiorno, cavallo!" e lui mi guarda, a volte, e chissà che penserà di me, di quest'umano che va a lavoro su due ruote e pedala e pedala e suda sotto il sole cocente.

martes, junio 16, 2026

 Annunci dalla penombra

"Avrei solo voglia di starmene da sola e di piangere. È un brutto periodo. Anche se provo ad andare avanti e a fare le mie cose".

Il messaggio vocale arriva dal Sud del Sud dell'Italia, da una città di provicina circondata dalle montagne. Il tono della voce di C. (cara amica, confidente fidata, collega in pensione da anni, mia interlocutrice necessaria) è lugubre, di una tristezza sincera e perciò senza scampo. Quando uno riceve un messaggio del genere non sa mai cosa dire, come rapportarsi all'altro, che parole di consolazione o di appoggio morale lanciare a distanza di 2 mila chilometri...

C. ha più di 80 anni, ma ancora legge molto e scrive, pubblica recensioni dei romanzi che legge e dei film che va a vedere al cinema da sola. L'ultimo è stato Il prigioniero (ovvero, El cautivo), di Alejandro Amenábar, sul mio adorato Miguel de Cervantes Saavedra. Perché quel tono? Da dove nascono quelle lacrime e quel desiderio di isolamento e solitudine totali? 

C. è rimasta vedova da qualche mese. Penso al marito (che ho avuto la fortuna di conoscere), al suo sorriso sempre presente, alla sua grande generosità e disponibilità, era anche un ottimo cuoco, una volta mi preparò la carbonara, quando si cenava in terrazza e ci si godeva il tramonto da lassù. Poi un tumore l'ha portato via in meno di un anno. Sarà per il ricordo del marito che non c'è più? Sarà per la coscienza dell'approssimarsi della morte anche per lei? Sarà perché solo ora realizza e capisce quanto è sola?

Pochi minuti dopo il messaggio scritto di una collega di Napoli: "È morta la madre di A., so che siete molto legati, volevo solo avvisarti".

Ci resto di sasso. Non ricordo di aver mai conosciuto dal vivo la mamma di A. E sì che siamo molto amici, abbiamo condiviso moltissimo, abbiamo condiviso forse una delle cose più preziose che due esseri umani possono scambiarsi: l'intimità.

Le scrivo col cellulare che mi trema tra le mani. Cosa dirle? Cosa scriverle? Come dare le condoglianze a distanza via cellulare? A. è più giovane di me di 8 anni ed è diventata madre da pochi mesi. So per certo che sua mamma ha potuto godersi almeno un po' la nascita di questa nipotina. Le scrivo la verità: "Sono senza parole. Ti abbraccio forte forte". E poi basta.

Sono tristi e angoscianti gli annunci di morte o del suo implacabile approssimarsi. Annunci dalla penombra...

lunes, mayo 25, 2026

 Lieto fine?


Dunque, per ora, è andata bene, anzi, benissimo. La visita dal dottore ha dato risultato positivo: c'è il rimedio al (piccolo) danno, verrò contattato telefonicamente, per ora possiamo tornare a respirare tranquilli...

E così, uno si ritrova a parlare di Memorie di Adriano con una dottoressa esperta di cure palliative (per quei malati cronici che sanno che stanno per morire); con un filosofo (che è esperto di stoicismo); con una giornalista femminista che ha fatto le domande giuste, anche se si notava che era alquanto imbarazzata (forse perché nessuno si conosceva? Forse perché non avevamo una scalettta da seguire? forse perché non è poi così abituata a coordinare il discorso di una tavola rotonda?).

Dopo l'evento e i molti applausi ricevuti, il giorno dopo, sono finito a parlare di Marguerite Yourcenar, dell'Impero Romano, di Tivoli e d'Italia in un programma della radio diretto da un gruppetto di quattro prof. ormai in pensione. Età media: 80 anni, ma tutti portati benissimo. La chiacchierata è stata davvero bella, entusiasmante, ricca di spunti. Uno degli intervistatori ci hanno fatto riflettere sull'influsso della letteratura e della cultura greca su Adriano e, quindi, sulla scrittura di Yourcenar; un altro ha citato L'opera al nero (1988), l'unico film tratto da un omonimo romanzo della scrittrice. Anche il film offre lo spunto per parlare d'Italia: Zenone, l'alchimista protagonista, lo interpreta l'immenso Gian Maria Volonté. Qualcuno mi fa i complimenti per la mia pronuncia dello spagnolo; qualcun'altro invidia il fatto che sia bilingue e che abbia davvero due patrie (la Spagna, accanto all'Italia); qualcun'altro manda una canzone che qualche cantautore francese ha dedicato a Yourcenar; la canzone s'intitola "Marguerite" e per un secondo mi sembra d'essere all'interno di un film della Nouvelle Vague.

Quella stessa sera ci ritroviamo tutti al teatro per vedere una nuova riscrittura delle Memorie di Adriano: l'opera è notevole, l'attore, Lluís Homar, eccelso, il pubblico si alza in piedi per applaudire... Tutti concordiamo nel dire che, per un bel po', dovremo disintossicarci, troppa Yourcenar in questi due giorni, con un'intensità di lettura e interpretazione fin troppo alta.

Sabato, ovvero, il giorno dopo, esce sul giornale un mio pezzo sull'ultimo libro di Valeria Luiselli, Principio, metà, fine (Feltrinelli, 2026). Ne parlerò più diffusamente in qualche post all'interno di questo diario di viaggio sgangherato... Nel frattempo, noto che l'articolo (o recensione) è piaciuto molto. Mi scrivono amici e gente conosciuta, ma anche persone mai viste né sentite prima in vita mia. Per ora siamo ancora vivi... Per ora è andata bene... Si va avanti in mezzo al mare dell'incertezza, ma intanto, si va...consci del fatto che il "lieto fine", in realtà, non c'è.

martes, mayo 19, 2026

 Memorie di Adriano e vita vissuta


Domani dovrò andare dal dottore per un'ecografia importante. Da quell'ecografia (l'appuntamento è alle 9:15, orario molto "spagnolo"), dipenderà forse il resto della mia vita. Nel frattempo, nel pomeriggio, sempre domani, 20 maggio del 2026, dovrò collegarmi con un'Università di Città del Messico per approntare una prima revisione di un libro monografico sulle "scritture dell'io" che uscirà entro questo autunno. E subito dopo, alle 18:00, dovrò essere già pronto per una tavola rotonda su Memorie di Adriano (1951), il capolavoro di Marguerite Yourcenar.

Se tutto andrà bene, domani parlerò di "potere", "amore" e "morte" con un filosofo di un'Università amica e una dottoressa esperta di "cure palliative", ovvero, di quel tipo di cure che si applicano a pazienti terminali, persone che hanno una malattia incurabile e irreversibile.

È davvero strano vedere come la letteratura si unisce alla vita, come la vita imita la letteratura, come letteratura e vita vanno a braccetto. Leggo le prime 15 pagine del romanzo della Yourcenar e penso a quante verità descrive in queste prime pagine meravigliose l'Imperatore Adriano, intento a fare un sunto della sua vita per uso e consumo di colui che sarà il suo erede, Marco Aurelio, l'autore delle Meditazioni.

C'è un brano che mi colpisce: Adriano parla del sonno e della sua malattia d'insonnia. Si domanda che strana legge divina faccia in modo che ci risulti impossibile portarci dietro segni, tracce delle cose che sogniamo nel pieno della realtà empirica. E sempre in questo brano Adriano dice che nei sogni ci è concesso di parlare con i morti, con coloro che conoscemmo in vita e che, ora, non ci sono più.

È successo anche a me: ho sognato di ritrovare mio nonno, morto di Alzheimer, e di parlare con due scrittori morti da anni, ormai, Juan Benet e Javier Marías (il primo deceduto il 5 gennaio del 1993 e il secondo l'11 settembre del 2022). E poi ci sono le riflessioni sul tempo, sulla memoria, sull'amore come Eros che ci travolge, sul sesso come massima espressione della nostra natura selvaggia, sul potere come condanna (ma Adriano lo sa bene: per il suo medico curante il suo è un corpo qualunque, un ammasso di tendini, nervi, pelle e organi come quelli di qualsiasi altro essere umano; la corona non fa la differenza, in certi frangenti).

E allora penso a quanto il risultato dell'ecografia influenzerà la mia giornata, a come saprò affrontarla se l'esito è negativo (o a come saprò goderne se l'esito è positivo).

Non ho mai parlato di letteratura con un filosofo e un'esperta in cure palliative; men che meno ho mai parlato prima di letteratura in un teatro (uno dei più belli e famosi della città del Sud del Sud della Spagna in cui vivo). Mi faccio l'inboccaalupo da solo e vado avanti, prendo appunti e provo a distrarmi, conscio - come Adriano - che la vita è davvero effimera e che non c'è modo di evitare il male e che la felicità è davvero un capolavoro che dura poco e che sorge dall'incrocio di fattori davvero aleatori e delicatissimi. Domani è un altro giorno...

lunes, mayo 11, 2026

 Sogni emblematico-letterari



 Dunque, l'altro giorno ho fatto una serie di incubi allucinanti. In uno di essi appariva anche Marta, una cara amica scrittrice. Eravamo a cena, in un ristorante di lusso, sul terrazzo di una torre medievale molto alta, a Roma, o a Firenze, o a Venezia. Tra di noi c'era anche una giornalista, una tipa che non faceva altro che domande su domande e io nel sogno avverto il desiderio di sopprimerla (anche con la violenza). Vorrei stare da solo in pace e a chiacchiera con Marta, ma lei è lì, onnipresente, non se ne va, anche quando si avvicina il cameriere e ci illustra il menù. 

L'ambiente di lusso inizia a muoversi quando una scossa di terremoto inizia a far tremolare la torre. Balla tutto e iniziano a crollare pezzi di intonaco, muro, mattonelle, piatti e bicchieri, calici di vino e persone che non se l'aspettano. Il tremore spinge Marta a gridarmi di scappare, dobbiamo scendere per le scale e trovare un'uscita d'emergenza.

Bene: racconto il sogno alla mia compagna di avventure e mi guarda come a dire: "tu sei tutto matto!". Lo racconto a Marta e scoppia a ridere. Lo racconto a una nostra amica in comune e mi fa notare che se il mio era o pretendeva di essere un incontro galante, orbene, il fatto che la torre crolli è molto significativo, sempre che la torri mantenga un significato fallico (Freud e Lacan a parte). Non ci avevo pensato: forse ero lì per abbordare Marta o con un secondo fine di tipo sessuale. E allora sì che la torre è fallica! Ma poi penso anche a Domani nella battaglia pensa a me, un bellissimo romanzo di Javier Marías che inizia proprio con la scena di un presunto approccio sessuale del narratore alla donna che ha appena conosciuto e che - guarda un po'! - si chiama Marta, la quale non fa in tempo nemmeno a spogliarsi del tutto quando ha un infarto e muore tra le braccia dell'amante che non ha fatto in tempo a consumare. Marta. Morta. Basta cambiare una vocale ed il gioco è fatto. Poi penso anche a Bomarzo: un romanzo di Marta è in parte ambientato nel Bosco Magico (o Stregato) di Bomarzo. Anzi, nel romanzo c'è tutta una scena in cui la protagonista entra all'interno di una casa inclinata, io ci sono stato, è davvero perturbante e inquietante, si ha come la sensazione di cadere, fa venire un po' di vertigini, quando se ne esce, si avverte un senso di spaesamento e angoscia.


E allora comunico subito a Marta queste nuove interpretazioni di stampo letterario. Marta ride e ride, non ce la fa proprio a trattenere le risate e mi dice che forse ho mangiato solo pesante. Intanto, torno con la mente a quella torre medievale del sogno e mi domando ancora: perché medievale? I sogni. Gli incubi. La vita. La letteratura. È tutto mescolato insieme. Bomarzo è anche il titolo di un famoso romanzo di Manuel Mujica Láinez (pubblicato nel 1962). Non l'ho mai letto. Ma credo che sia giunta l'ora di farlo...

 Quasi fatto tutto (in tempi record) Non so esattamente come ci sono riuscito, ma ho quasi fatto tutto (in tempi record). Sarà che sotto str...