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martes, agosto 25, 2026

 Sprazzi (di felicità)

Non ci rendiamo conto dei momenti (rari ed eterei) di felicità. La vita ce ne regala pochi (forse pochissimi, se li rapportiamo a quelli di tristezza o angoscia) e, proprio per questo, dovremmo imparare a trattenerli nella memoria, in modo tale da ricordarcene e rimemorarli quando stiamo attraversando i momenti bui (e - ripeto - ce ne sono...).

Di quest'estate che sta per volgere al termine (ahimè, in modo fin troppo veloce), non dimenticherò mai il silenzio della casa-vacanza a Garzola Superiore, paesino lontano dal rumore del centro di Como e che regala comunque alcune viste panoramiche sul famoso lago.


È stato un silenzio rigenerante, dopo il caos dell'anno accademico concluso il 31 luglio (lo stress, il tran tran quotidiano, la prole, la scuola, i genitori, gli studenti, etc. etc.). È stato il primo silenzio che mi ha accompagnato nella lettura di Dylan Dog, che è diversa quando lo si fa in Italia e non in Spagna.

Di quest'estate non posso non custodire il ricordo del viaggio a L'Aquila, in nome di Jovanotti. E poi l'incontro con il cantante con i miei fratelli davanti al Duomo (ci sono ancora i lavori in corso, dopo il terremoto terribile del 2009). Selfie fallito causa guardie del corpo, mi sono fatto una foto e ho scambiato due chiacchiere con Augusto Baldoni, detto "Gus", il meccanico di fiducia e rivenditore ufficiale delle bici di Jovanotti. Un uomo simpaticissimo e umile, una persona gentile che - come tutti i ciclisti - sa cosa vuol dire entrare in contatto con gli altri, sa ascoltare, sa sorprendersi ancora davanti alle bellezze della natura, sa cosa significa faticare sotto il sole cocente di questi giorni in Italia.

Di quest'estate non potrò mai dimenticare il pranzo coi fratelli a L'Aquila, la bontà di quella carbonara (piatto non propriamente tipico dell'estate) e le risate nel ricordare un nostro viaggio in Tunisia...



E poi il viaggio lampo a Roma, la capitale, la città eterna, la città più bella del mondo: parcheggio in Via dei Villini, sulla Nomentana, poi Porta Pia, la statua col soldato col fucile, l'Ambasciata del Regno Unito presieduta dai militari che bevono acqua gelata in bottigliette da mezzo litro e sorridono tra di loro, l'afa insopportabile nell'attraversare Villa Borghese nel tragitto che va dalla Galleria al Pincio, la visione dall'alto del centro, con il Cupolone che svetta su tutte le altre chiese di una città che - con tutti i suoi difetti (e sono molti) - riesce ancora a toglierti il fiato... C'è troppa bellezza a Roma: gli occhi non sanno dove posarsi, troppe statue, troppi alberi, troppi viali, troppe strade da contemplare... Inevitabile evocare alcune scene finali sul Tevere di quel capolavoro del cinema che è La grande bellezza...Roma mi ha regalato alcuni dei momenti più belli della mia vita; la felicità ricordata si sovrappone alla felicità vissuta hic et nunc...Nonostante il clima avverso, uno sogna di tornarci a vivere, di poter passeggiare con calma per queste strade che durano da secoli e sono ancora qui, ignare delle masse dei turisti che le calpestano a frotte...


E poi il reincontro con gli amici del liceo. Dovevamo essere una quindicina; si sono presentati all'appuntamento 8 persone. Siamo tutti quasi cinquantenni. Ed è bello constatare che gli anni, in fin dei conti, non ci hanno cambiato poi molto. Anzi: manteniamo intatti certi nostri vizi o difetti, certe caratteristiche che si notavano già a 13 o a 14 anni. Alcuni evocano i prof. Altri le lezioni più belle ricevute da parte di determinati prof. Altri ancora brindano ai primi capelli bianchi, alle rughe, anche se vengono mascherate dal fondotinta, ai figli, che crescono, al tempo, che passa inesorabile, ma - miracolo - questa sera, in questo giardino enorme con tanto di "chiringuito", ci ha permesso di condividere un po' d'allegria, tra una birra e l'altra, tra un gin-tonic e l'altro, tra una risata e l'altra...

Ecco: questi tre momenti dell'estate che sta per finire devo imparare a mantenerli vivi nella mia memoria. Non possono finire nella "sepoltura dell'oblio". Dobbiamo essere bravi e sempre pronti a ricordare i momenti di felicità che la vita ci regala a volte a nostra insaputa.

domingo, agosto 16, 2026

 Diario di viaggio (da Barcelona all'Abruzzo, passando dai laghi - di Como e di Garda)


2/8/2026


Partiti alle ore 10:00 dalla città del Sud del Sud della Spagna in cui viviamo, arriviamo a Barcelona alle ore 17:00, dopo una breve pausa pranzo a Villareal. L'Hotel Cantón è davvero centralissimo. Dalla finestra della camera 410 si vede l'interno dell'appartamento di fronte. Alle 21:30 di sera una bionda completamente nuda scrive e chatta sul computer e dal cellulare scaccolandosi il naso, fumando vapore e bevendo da una bottiglia d'acqua. Ogni tanto sembra avvicinare la mano sinistra alla pancia. Ogni tanto sembra quasi che si tocchi. Voyeurismo in diretta. L'eccitazione mi coglie quando si alza dalla sedia e scompare in camera (è completamente depilata). Cosa spingerà l'essere umano a spiare la vita di un suo simile? E sei lei fosse stato un "lui"? Probabilmente, non mi avrebbe scatenato gli istinti primordiali, non avrei guardato con tanta curiosità, morbosità, foga. Non mi sarei mai alzato per vedere se tornava in cucina (sono le 23:30 e la luce della cucina è ancora accesa, ma di lei, della bionda misteriosa, della bella fanciulla che si mette le dita nel naso e si mangia il mocciolo e fuma vapore nessuna traccia, ahimè).


3/8/2026


È lunedì e Barcelona si sveglia con le nuvole. Il cielo nero minaccia pioggia. Alle 7 in punto tutti svegli, tutti in piedi e pronti a partire alla volta dell'Italia. La prole è felice di tornare in Italia e per questo sopportano tante ore di viaggio in macchina e, a breve, in nave, con tanto stoicismo e pazienza. Alle 8 in punto siamo già al Terminal F2, quello da dove parte la nostra nave GNV (Grandi Navi Veloci), fatta dai genovesi. Una delle figlie va con la mamma; l'altra resta col papà. Mi coccola tutto il tempo, ma l'attesa è lunga e non so come fare per intrattenerla. Attorno a noi una discreta quantità di marocchini. Ambra mi aveva avvisato: attento, la nave viene dal Marocco e Genova è l'ultimo porto, troverai gente buttata da ogni parte e bagni sporchi. Quando saliamo a bordo e ricompattiamo la famiglia nella cabina 9054 restiamo a bocca aperta: questa è forse la nave più nuova e pulita e grande su cui siamo mai saliti. A bordo, un esercito di facchini dai tratti asiatici (filippini?) ci sorride e ci tratta con una gentilezza fin troppo esplicita e del tutto inaspettata. 

Ripenso a Mzungo, quello strano, strambo romanzo di Luis Goytisolo in cui un gruppo di turisti occidentali, europei, bianchi e alquanto razzisti fa una crociera che li condurrà in Africa e lì assistiamo a quanto si va profilando già nelle prime righe, nella primissima scena del romanzo, ovvero, uno scontro senza precedenti tra civiltà, razze e gruppi etnici contrapposti. Quanto influisce il razzismo, anche quello latente o quello che facciamo fatica ad ammetere anche a noi stessi, nella nostra vita quotidiana? Quanti, tra i marocchini entrati illegalmente a Ceuta, al grido di "¡Viva España!", in realtà, sotto sotto, odiano la Spagna? Quanti quelli che - restituiti al Marocco - vorrebbero davvero lasciare per sempre il loro paese e cercare fortuna in Europa, lontano dalle loro frontiere? Che cos'è la patria? Cosa sono i confini? Quand'è che uno si sente parte di un determinato contesto geopolitico?


A ora di pranzo penso all'italiana: tagliatelle al ragù + merluzzo con patate + bufala + verdure grigliate. Due bottiglie d'acqua fresca, una lattina di cocacola (per me) e un trancio di tiramisù da dividere in quattro per un totale di 60 euro. Tutto davvero molto buono. 


Sono le 16 e la mia compagna di avventure è al parco giochi con la prole. Posso scrivere e leggere con tranquillità e in assoluto silenzio. Si arriverà in porto alle 9 di mattina del giorno 4 di agosto. Genova. Poi Como...poi Desenzano del Garda. Poi Rimini. Poi San Marino. Infine Pieve Santo Stefano...E alla fine... Abruzzo.


4/8/2026

Lunga fila di auto e camper e moto e tir prima di passare i controlli della polizia di frontiera. Non mi era mai capitato prima e non so se è una carattestica esclusiva del porto di Genova o se questi controlli a tappeto di carte d'identità e passaporti sono causa diretta del dispetto infantiloide della Meloni contro Sánchez dopo i fatti (decisamente tragici) di Ceuta (chi si ricorda dei minorenni senza genitori? Chi delle decine, se non centinaia di morti annegati?). Passa quasi un'oretta prima che il poliziotto di turno, gentilissimo e con marcato accento siciliano, ci dia l'ok. Impostiamo il GPS in direzione Lago di Como, in particolare, Garzola Superiore, a diversi metri sopra il lago e con vedute panoramiche spettacolari sullo stesso, come scopriremo in seguito. L'autostrada per arrivare allo svincolo di Milano è tremenda, come ricordavo da un altro, precedente viaggio a Genova. Le autostrade della Liguria fanno venire l'infarto. Corsie strette, tutte curve e mille gallerie. Niente a che vedere con l'A7 direzione Alessandria e Como. Prima di arrivare all'appartamento facciamo spesa all'EsseLunga; che ricordi, legati al mio supermercato favorito, quando la mia vita si svolgeva tra Firenze, Empoli e Pisa! Quando, a forza di stare a stretto contatto con i toscani (sia per motivi di lavoro che per legami sentimentali poi naufragati), stavo per diventarlo anch'io (l'accento con la "c" moscia, il toscano è forse uno dei dialetti che più ti si attaccano).

Solo l'italiano che vive all'estero può (potrebbe) capire l'allegria e l'entusiasmo di chi, appunto, torna in patria dopo mesi e si ritrova a gironzolare tra gli scaffali di un supermercato in cui ritrova il contatto visuale (e direi quasi "passionale") con il Parmiggiano Reggiano, i Fonzies, i biscotti della Mulino Bianco, il caffè Lavazza o quello Kimbo (carissimi tutti, dopo il covid), la pizza del forno appena fatta e ancora calda e la mortadella o il prosciutto di Parma, tutto, tutti questi prodotti tipici possono diventare la proustiana "madelaine" che riattiva i ricordi del passato, di una vita passata che non passa e che fa ancora parte del presente...

La prole vuole anche il melone. Si compra roba per una settimana, quasi 150 euro di spesa compreso l'olio extravergine di oliva dimenticato in Spagna e il caffè (prendo la marca EsseLunga: mi sembra osceno pagare 6 euro un pacchetto da 250 grammi di Lavazza) e poi su, sempre più su, tra curve pericolose e corsie strette come quelle delle autostrade liguri (il ricordo corre anche alla costiera amalfitana e alle mille occasione scampate di fare incidente contro l'auto che ci viene contro e ci obbliga ad accostarci al guardrail che ci protegge dal burrone a picco sul mare).

Sudando le famose sette camicie, riesco a trovare il parcheggio di fronte all'appartamento a piano terra con cortile dotato di ampio prato e tavolo in legno massiccio. Anche gli sgabelli e le sedie fanno pensare al legno tipico delle baite di alta montagna. D'inverno qui deve fare un gran freddo. Oggi, 4 agosto 2026, fanno 32 gradi e si suda e non c'è aria condizionata. L'appartamento è gigantesco: il salone ha un divano enorme da cui poter guardare la tv; la cucina è molto bella e pulita anche se all'inizio non capiamo dove si nascondano forchette e coltelli e cucchiaini; i due bagni sono belli e minimal, le tende arrivano fino a terra, il letto matrimoniale è su un guscio di noce gigantesco, le abat-jour sono anch'esse fatte di legno scuro.

Per pranzo la mia compagna di avventure prepara arroz a la cubana (riso in bianco su cui spargere sugo e un uovo in padella), dopodichè zapping rapido e immersione totale nella televisione italiana e poi tentativo (frustrato) di giro in macchina lungolago. Dopo quasi 2 ore di macchina, capiamo che è davvero impossibile parcheggiare nei pressi dei tanti paesini sul Lago di Como. Ogni centimetro quadrato di strada o di marciapiede è proprietà privata di chi sul lago ci vive o degli hotel o dei (pochi) ristoratori che godono della vista panoramica sulla stesso.

Provo a fermarmi in un minipiazzale in ombra, accanto alla 500 rossa di una coppia di cinesi con bambini al seguito. Mi azzardo a percorrere pochi metri per fotografare almeno un ramo del Lago di Como manzonianamente inquadrato dalla fotocamera del mio cellulare e incorniciato dai rami di un albero forse centenario e tremo a ogni passo per le macchine che mi sfiorano lungo la carreggiata (gli indigeni vanno veloci, conosceranno a memoria ogni curva di questo serpentone). Fotografo anche una sorta di capanna di legno con tetto di pietre laviche grige e un lucchetto arrugginito che blocca l'ingresso della porta, malandata e, di sicuro, fuori asse. Mi domando di chi mai possa essere una costruzione così primitiva e che faccia avrà il proprietario e a quale strano uso la destinerà: è uno spazio angusto a precipizio sul lago più famoso d'Italia (dalla strada non si nota, si può scovare solo a piedi, seguendo il tracciato del sentiero nascosto che porta alla capanna misteriosa).

Torniamo indietro e parcheggiamo vicino ad una scuola media, a pochi metri dal monumento dedicato ad Alessandro Volta, forse il cittadino più illustre di Como ed inventore della pila. Solo dopo scoprirò che si tratta del Tempio Voltiano, museo scientifico inaugurato quasi cento anni fa, nel 1928. Ci stendiamo sui teli da spiaggia in un piccolo spiazzo di sassi e arena. La mia compagna di viaggi si fa il bagno insieme alla prole, ma scopro subito che è proibito: divieto di balneazione, con tanto di cartello. La richiamo subito all'ordine. Ed ecco puntuali un paio di polizziotti che ordinano ai bagnanti di uscire subito dall'acqua. Un cinese (un altro) sorride e il polizziotto, giovane e sgarbato: "che ti ridi? Documenti! Documents!", gli grida con tono arrogante. Prima di tornare in auto, ho il tempo d'imbattermi in una sorta di tumulo in miniatura: due peluches, un unicorno e un orsetto bianco ora sporco sono circondanti da candele gialle e mazzetti di fiori ormai appassiti. Spiego alla prole che deve trattarsi di un omaggio funebre a una bimba morta annegata nel lago proprio in quel punto. Ci restano di sasso, a bocca aperta. Iniziano a chiedermi chi sia la bambina, quanti anni aveva, come staranno ora i suoi genitori. Solo il giorno dopo la madre leggerà la notizia sul giornale locale. Una morte per acqua tra le molte occorse in questo lago immenso e pericoloso.

Torniamo a casa, stanchissimi, si cena a base di tortelloni al sugo e caprese. Stappo una bottiglia di Chianti (quando vivevo a Firenze o a Empoli o a Pisa era un'abitudine fissa, una sorta d'automatismo). Dopo cena, si guarda una commedia di Riccardo Milani: Corro da te (2021), con i sempre bravi Pierfrancesco Favino e Miriam Leone. Si tratta di una commediola che ridicolizza il tipico Don Giovanni italico e aiuta a riflettere sulle differenze presunte tra "normali" e "disabili". La "disabile" è Miriam Leone; il "normale" è Favino. L'amore stravolgerà gli schemi mentali di entrambi e, ovviamente, trionferà. 

Di notte, l'ansia e una strana paura irrazionale s'impossessano della mia mente. Questa casa così enorme, incastrata all'interno di una palazzina di almeno quattro piani, è piuttosto isolata e spersa nel buio di queste montagne. Non si sente anima viva. La porta dello sgabuzzino si apre da sola e fa il tipico rumore o cigolio degno di un film di Dario Argento. La famiglia mi lascia davanti alla tv e va di sotto a dormire. La scala per scendere al piano sotterraneo ricorda la scena del crimine della povera Chiara Poggi. Ho gli incubi. Ripenso anche alla strage d'Erba, a pochi chilometri da Como. Rosa e Olindo. Un mistero ancora irrisolto. E se ci entrassero dei ladri o degli sconosciuti e ci ammazzassero tutti nel sonno?


5/8/2026

Mi sveglio alle 8 con la rapida coscienza di non aver riposato affatto. Ho le occhiaie, ma, almeno per oggi, non dovrò guidare. 

Dopo una colazione veloce, prendiamo il bus nº5 per scendere verso Como e dal molo nº2 prendere il battello che gira tra Torno, Cernobbio, Moltresio e Tavernola. Quelli verso Bellagio sono tutti prenotati almeno fino alle ore 13:30. Sono le 9:30 e per 23 euro riusciamo a fare un biglietto Happy Family che dura l'intera giornata. Viaggiare a volte è più fonte di stress che altro. Alla fine, delle quattro destinazioni, riusciamo a vedere per bene e con calma solo Torno e Cernobbio. Entrambi i paesini fanno impressione per l'alternanza quasi ininterrotta di bellezza e decadenza. Hotel di lusso e vicoli pieni di muffa e con le sedie mezzo abbandonate. Barchette lasciate a riposo su scalinate che conducono verso chiese perennemente aperte e prive di fedeli. Non so perché, ma continuo a pensare che - come Venezia - Como sarebbe il set ideale per un film dell'orrore. Altro che George Clooney o Leo Di Caprio.

Si torna a casa stremati dalla fatica alle 17:00 in punto. Turni per fare la doccia e aperitivo in giardino. Poi cena alle 20:00, orario italiano (del Nord). Dopo aver scritto questo diario ho voglia di leggere Dylan Dog nº479. S'intitola Scomessa sul destino e lo scrive Paola Barbato, una delle autrici che rivoluzionò il modo di leggere e intendere la creatura di Tiziano Sclavi. È bello e quasi commovente poter tornare a leggere il mio amato Dylan in Italia.

Domani sveglia senza prescia. Si viaggia in direzione del Lago Maggiore. O del Lago di Garda. Non ricordo più bene lo schema del viaggio. Scopro su internet che il Lago di Garda è il più grande ed esteso d'Italia, a dispetto del nome del primo. Quello di Como, invece, è il terzo in classifica. Su una cosa non ci piove: di sicuro, tutti e tre escercitano un fascino irresistibile sullo spettatore.


6/8/2026

Sveglia alle 7:30. Perché non l'ha tolta se diceva che ce la saremmo presa con calma? A volte proprio non la capisco. E lei non capisce me. A volte litighiamo per delle cazzate. Come tutti, d'altronde.

Si parte per Desenzano del Garda. È qui che ci aspetta la seconda casa vacanza della nostra estate in giro lungo lo Stivale. Il traffico è molto scorrevole e chi mi guida davanti sembra farlo in modo molto ligio. Tranne uno: targa tedesca, monovolume a sei posti, sorpassa un Tir e mette la freccia all'ultimo. Gli faccio notare l'azzardo con i lampeggianti. Il tedesco capofamiglia mi chiede scusa con un cenno dallo specchietto. Arriviamo a destinazione alle 11:30 e ne approfittiamo per fare spesa al Conad a due passi dalla casa. Il proprietario ci vuole consegnare le chiavi in mano, vuole conoscere chi occuperà casa sua per due giornate. Che strano! Non succede quasi più, da quando Booking (et similia) ha preso il sopravvento. Non c'è quasi mai un contatto visuale, diretto, con stretta di mano, con chi affitta la propria casa ai turisti. Il tizio è gentile, schietto e diretto: ci spiega tutto, perfino i giorni in cui si ritira l'umido, o il vetro, o la carta. 

Appena va via, accendiamo l'aria condizionata. La prole ha la dipendenza, io la odio, sopratutto di notte, è più forte di me. Se la lascio, al mattino dopo, al risveglio, ho mal di gola, mal di testa, occhi gonfi.

Dopo un lauto pranzo (orecchiette pugliesi al pesto, caprese, vino bianco ottimo) e dopo il pisolino pomeridiano, esploriamo la spiaggia libera di Rivoltella, a pochi metri da noi. Qui le spiagge a pagamento non esistono, è tutto il contrario: su tutto lo sconfinato lungolago non si vedono stabilimenti balneari, è tutto libero, se ce ne sono, sono pochi e ben messi, molto puliti ed eleganti. La ghiaia su cui stendiamo il bagnasciuga è bollente, ma piacevole lungo la schiena, fa un effetto sedante. Mentre la mia compagna d'avventura si fa il bagno con la prole, io leggo Dylan Dog, è il meritato riposo, è la pace...


7/8/2026

Sveglia alle 7 in punto e senza sveglia, dopo una notte d'incubi atroci. Sogno anche C., la nostra passione d'un tempo, il suo sorriso dolce e tenero, come se avesse compassione di me. In un altro incubo, percorro con la mia bici una strada piena zeppa di buche, una strada sterrata che si liquefà sotto le ruote della mia montainbike, i fori enormi danno su un precipizio e più pedalo e meno strada rimane da percorrere, è una corsa assurda contro il tempo e l'angoscia mi toglie il fiato. Che cavolo significa? Che vuol dire? Cosa vuol comunicarmi il mio inconscio?

Dalle 7:45 alle 8:30 passeggio lungolago. La bellezza del Lago di Garda è talmente tanta, vasta, variopinta e cangiante che mi è impossibile descriverla a parole. Il sole attraversa le poche nuvole all'orizzonte e la musica delle onde mi culla. Vivrei sul Lago di Garda per un mese e passa. Qui si respira pace e tranquillità. 

Oggi escursione a Salò, tristemente nota per i fatti storici legati ai rantoli del Fascismo e la fine di Mussolini. Vicino c'è anche il Vittoriano del pescarese Gabriele D'Annunzio, altro luogo simbolo del Novecento. Salò: che gioiello! Che bellezza! Ci resterei almeno una settimana per scovarne gli angoli più nascosti o meno turistici. L'acqua del lago che si frange potente contro il lungolago, i ristoranti eleganti accanto a quelli più spartani, i fiori, gli alberi smossi dal vento, tutto ispira pace, potenza e bellezza. Ci sono molti monumenti in onore di D'Annunzio. Pranziamo al Club di Canottaggio, poi la routine delle recriminazioni assurde, le litigate senza senso, la prole che attutisce il colpo, ma percepisce nell'aria l'aria tesa di due adulti che forse non si amano più e si sopportano controvoglia, le minacce di divorzio. Al Vittoriale ci arriviamo dopo aver rischiato di "smarrire" la macchina. La IA forse ci spia e all'improvviso mi segnala sul GPS dov'è posteggiata l'auto. Recriminazioni e maledizioni: accuse di machismo e di essere un padre "cattivo". Guido controvoglia e con una stanchezza assurda nell'animo. Arriviamo a Sirmione. Una nuova scoperta: l'acqua è azzurra, quasi bianca; le onde si frangono sulle pietre della riva come fossimo ai Caraibi. L'ombra degli alberi mi coccola mentre leggo La Repubblica e Dylan Dog. Al ritorno a Desenzano del Garda mi fermo a un Penny per comprare 12 litri di acqua in bottiglia e ceniamo a base di piadine fatte con mozzarella di bufala, pomodorini, speck ed emmenthal. Domani Rimini.


8/8/2026

Lasciamo Desenzano sul Garda verso le 10:00, dopo aver fatto il pieno. Il GPS ci da notizie allarmanti sul traffico: il percorso è intasato dalle macchine, i chilometri che, normalmente, si farebbero in due ore e mezza, oggi implicano cinque ore di incolonnamenti e spostamenti a passo d'uomo. Perfino gli autogrill sono stracolmi. C'è la fila ovunque, soprattutto per andare in bagno. Decidiamo che è meglio evitare Rimini: impostiamo la direzione verso San Marino, dove ci attende un hotel in centro, invece del solito appartamento o casa-vacanze. Arriviamo a San Marino alle 14:45, stremati e dopo aver pranzato nel parcheggio dell'ultimo autogrill a base di pasta De Cecco cucinata provvidamente in mattinata e prima di prendere la macchina. 

San Marino, città-Stato all'interno dello Stato italiano, è un posto particolare: si sente parlare francese, polacco, tedesco, qualche inglese, qualche cinese o qualche giapponese. Non si vedono turisti spagnoli da nessuna parte. La stanza dell'hotel è piccola, ma confortevole, con una vista spettacolare sulle montagne e i colli che circondano la città. Leggo il giornale rubato nella hall: anche sul Corriere della Sera si parla dell'assurdo contrasto tra Italia e Spagna, Meloni contro Sánchez. Dopo aver comprato un po' di frutta e un litro di latte per la prole (domani faranno colazione in auto), ceniamo nel ristorante adiacente all'hotel.

Pizza capricciosa, spaghetti allo scoglio e tagliatelle al ragù. Tutto umile e accettabile, anche se un po' caro. Dopo una passeggiata digestiva, torniamo in camera. Su Italia1 danno Ritorno al futuro (1985), il capolavoro di Robert Zemeckis. La prole resta stregata da Doc. Io dall'interpretazione di Michael J. Fox. Sono passati decenni, ma il film regge ancora ed è davvero ben scritto. Di notte, sogni erotici. Ma è impossibile consumare atti osceni in luogo privato. Siamo tutti troppo appiccicati. Unico momento davvero divertente: quando scopro la vasca idromassaggio e decido di riempirla fino all'estremo, la schiuma sul punto di fuoriuscire, la prole contentissima (è come la SPA!).


9/8/2026

Sveglia alle 8:00, si viaggia alla volta di Pieve Santo Stefano (in Toscana). Il GPS ci fa evitare l'autostrada e meno male! Quest'alternativa ci mette a stretto contatto con la natura bellissima e selvaggia dell'Appennino Tosco-emiliano. Una montagna di montagne, salite, discese, curve, in mezzo al verde di una natura fatta di boschi infiniti (in un cartello leggiamo che siamo arrivati ai boschi della Gioconda di Leonardo; qui vicino ci sono anche i luoghi in cui è nato Piero della Francesca, oltre ad altri luoghi di culto della Via Francigena, San Francesco lo si respira nell'aria).

Incrociamo molti motociclisti e qualche ciclista o cicloturista (con la bici piena di zaini e bisacce). Non si può andare troppo veloce, ma è magnifico poter aprire i finestrini e, per la prima volta da quando siamo partiti, respirare aria fresca (sotto l'ombra quasi fredda). 

Arriviamo a Pieve Santo Stefano per portare a termine la nostra missione: visitare il "Piccolo Museo del Diario". La visita guidata inizia alle 11:30 e finisce quasi all'una. Chi ci guida è uno dei dieci eroi che si (pre)occupa di diffondere e proteggere un archivio fatto di circa 11 mila diari di persone qualunque, di gente che ha iniziato a scrivere per la necessità, l'urgenza, il bisogno imponderabile di farlo. I primi diari risalgono all'Ottocento. Gli altri - il grosso dell'archivio - occupano l'arco temporale che va dai primi del 1900 fino ai giorni nostri. L'idea (geniale) è venuta a Saverio Tutino, giornalista esperto di Latinoamerica e tra i primi a raccontare Cuba ai tempi della rivoluzione di Castro. La guida cita una sua frase famosa: "Dopo aver raccontato tante rivoluzioni, è giunto il momento di farne una, qui, a Pieve Santo Stefano". Il museo contiene solo dei campioni dei tantissimi documenti che è possibile consultare accedendo all'archivio. La tecnologia si sposa all'intento tutto umanista del museo: permettere al visitatore di ascoltare la voce di chi ha scritto quei diari. Si apre un cassetto (con sopra nome, cognome e data del diario) e si ascolta la voce (spesso interpretata da attori professionisti) di chi narra di sè, senza censure, a volte senza filtri, come Vincenzo Rabito, un contadino siciliano, un uomo umilissimo che non ha studiato e che, a tarda età, scopre una macchina da scrivere e si mette a raccontare (in dialetto mescolato all'italiano, antesignano dello stile di Andrea Camilleri) tutte le vicissitudini di chi ha visto la Prima Guerra Mondiale, ha sofferto la Seconda e ha visto l'Italia del Boom degli anni 60.

L'ordine di catalogazione è democraticissimo: vige l'ordine alfabetico. E così, qui dentro, il partigiano sta accanto al fascista; il ladro accanto al carabiniere; il morto di fame emarginato accanto al nobile di turno. Il bello è che alcuni di questi diaristi sono diventati scrittori post-mortem. Il comune organizza in collaborazione con altre entità culturali e altri scrittori un Premio Pieve Saverio Tutino in cui il vincitore è scelto dopo attenta lettura dei tanti manoscritti archiviati da parte di un gruppo di lettori volontari. È così che il succitato Rabito è stato pubblicato da Einaudi per il suo Vitamatta (con prefazione di Camilleri) ed altri diaristi da altre case editrici importanti come Giunti o Quodlibet. 

Quando usciamo da questo viaggio nel tempo ripenso al lenzuolo di Clelia Marchi: una contadina mantovana che narra tutta la sua vita sul lenzuolo del corredo delle nozze, dopo la perdita del marito. Scrivere affinché il defunto continui a vivere nel ricordo di lei. La scrittura come forma di elaborazione del lutto. Scrivere per raccontare la propria vita. Il "Piccolo Museo del Diario" è davvero un luogo della memoria che valorizza ciò che ereditiamo da chi ci ha preceduto nel corso dei secoli. Qui possiamo sapere chi siamo stati e chi siamo oggi. Qui si può ricostruire la Storia a partire dalla memoria individuale di gente qualunque la cui vita spesso è più affascinante e romanzesca di tanti romanzi...

Alle 14:00 pranziamo "Al Portico", l'unico ristorante del paese toscano (Arezzo dista 30 chilometri; Firenze 70; siamo quasi più vicini a Cesena che ad altri luoghi della Regione Toscana). Tagliatelle al ragù per la prole (tanto per cambiare) e pici al ragù bianco per noi. Vedo passare una bistecca alla fiorentina al sangue e penso a quanto sia davvero eccelsa la cucina toscana.

Alle 18:30 siamo finalmente in Abruzzo. Vedere le montagne in cui sono nato; in cui mi piace perdermi in bicicletta; in cui ho sperimentato il mondo ancora prima di sapere cosa fosse, mi riempie di una gioia infinita. Il reincontro con i genitori è cosa difficile da narrare in questo diario. E sorge la domanda spontanea: che fine faranno i diari scritti al pc e pubblicati online? Ci sarà un "Piccolo Museo del Diario" anche per loro?

lunes, mayo 25, 2026

 Lieto fine?


Dunque, per ora, è andata bene, anzi, benissimo. La visita dal dottore ha dato risultato positivo: c'è il rimedio al (piccolo) danno, verrò contattato telefonicamente, per ora possiamo tornare a respirare tranquilli...

E così, uno si ritrova a parlare di Memorie di Adriano con una dottoressa esperta di cure palliative (per quei malati cronici che sanno che stanno per morire); con un filosofo (che è esperto di stoicismo); con una giornalista femminista che ha fatto le domande giuste, anche se si notava che era alquanto imbarazzata (forse perché nessuno si conosceva? Forse perché non avevamo una scalettta da seguire? forse perché non è poi così abituata a coordinare il discorso di una tavola rotonda?).

Dopo l'evento e i molti applausi ricevuti, il giorno dopo, sono finito a parlare di Marguerite Yourcenar, dell'Impero Romano, di Tivoli e d'Italia in un programma della radio diretto da un gruppetto di quattro prof. ormai in pensione. Età media: 80 anni, ma tutti portati benissimo. La chiacchierata è stata davvero bella, entusiasmante, ricca di spunti. Uno degli intervistatori ci hanno fatto riflettere sull'influsso della letteratura e della cultura greca su Adriano e, quindi, sulla scrittura di Yourcenar; un altro ha citato L'opera al nero (1988), l'unico film tratto da un omonimo romanzo della scrittrice. Anche il film offre lo spunto per parlare d'Italia: Zenone, l'alchimista protagonista, lo interpreta l'immenso Gian Maria Volonté. Qualcuno mi fa i complimenti per la mia pronuncia dello spagnolo; qualcun'altro invidia il fatto che sia bilingue e che abbia davvero due patrie (la Spagna, accanto all'Italia); qualcun'altro manda una canzone che qualche cantautore francese ha dedicato a Yourcenar; la canzone s'intitola "Marguerite" e per un secondo mi sembra d'essere all'interno di un film della Nouvelle Vague.

Quella stessa sera ci ritroviamo tutti al teatro per vedere una nuova riscrittura delle Memorie di Adriano: l'opera è notevole, l'attore, Lluís Homar, eccelso, il pubblico si alza in piedi per applaudire... Tutti concordiamo nel dire che, per un bel po', dovremo disintossicarci, troppa Yourcenar in questi due giorni, con un'intensità di lettura e interpretazione fin troppo alta.

Sabato, ovvero, il giorno dopo, esce sul giornale un mio pezzo sull'ultimo libro di Valeria Luiselli, Principio, metà, fine (Feltrinelli, 2026). Ne parlerò più diffusamente in qualche post all'interno di questo diario di viaggio sgangherato... Nel frattempo, noto che l'articolo (o recensione) è piaciuto molto. Mi scrivono amici e gente conosciuta, ma anche persone mai viste né sentite prima in vita mia. Per ora siamo ancora vivi... Per ora è andata bene... Si va avanti in mezzo al mare dell'incertezza, ma intanto, si va...consci del fatto che il "lieto fine", in realtà, non c'è.

martes, marzo 31, 2026

 Parigi (dopo 13 anni)



E come si fa a parlare di Parigi quando uno manca dalla capitale di Francia da 13 anni? Come sintetizzare 72 ore di permanenza nella città in cui è stato inventato il cinema? Come trasformare in parole le sensazioni che trasmette?

Non ci si riesce. O ci potrebbe riuscire solo Marcel Proust, il cui ritratto ad opera di Jacques-Emile Blanche è possibile contemplare nel bellissimo Museo d'Orsay (antica stazione dei treni riconvertita a pinacoteca solo nel 1980), uno dei miei preferiti, anche più del mitico Louvre.

Ciò che più colpisce il viaggiatore assente da più d'un decennio è la luce del cielo sopra Parigi. È una luce diversa da quella che si contempla a Madrid o a Roma. Qui non c'è angolo di città che non sia accompagnato da qualche albero, quercia, cespuglio, squarcio di verde perfino nelle zone più trafficate. Lungo l'Arco di Trionfo gli alberi segnalano il viale che porta all'imponente monumento in cui si commemora il 14 luglio (la presa della Bastiglia). Tra palazzi dell'alta moda (in primis, Louis Vuitton) e uffici di aziende multimilionarie, la natura continua a farla da padrona, non è stata espulsa o imprigionata, ma serve ad accompagnare anche gli esperimenti architettonici più spregiudicati (e penso anche alla Fondazione Louis Vuitton, progettata dall'arcifamoso architetto canadese Frank Gehry all'interno dell'enorme selva del Bois de Boulogne).

Un ombrello rotto viene schivato dal bus turistico che ci porta in giro negli "arrondissements" del centro: il Quartiere Latino, con le sue mille librerie (fa tenerezza vedere che a Parigi le librerie sono ancora luoghi di culto frequentati da persone appassionate, la "Shakespeare & Co.", la "Gibert Joseph", quelle dedicate ai manga, perché in Francia il fumetto è un'arte da venerare), Notre-Dame, ancora in riparazione dopo l'incendio, il Lungosenna spettacolare, gli occhi non sanno dove guardare per quanta bellezza sprizza da ogni angolo, l'Ópera, Montmartre, la Conciergerie, etc. etc.

Fa freddo, quasi 6 gradi, mentre il cielo diventa nuvoloso e minaccia pioggia e si avverte l'odore della città, quell'odore che Gennaro Serio mi dice che sta sparendo, perché con l'introduzione dei nuovi condotti dell'aria condizionata della metro, perfino quei profumi tipici di Parigi stanno cambiando la colonna sonora e olfattiva degli anni passati. Penso alla metro di Madrid: alla puzza tipica del cibo fritto, delle vampate dei vapori dal sottosuolo, dei giornali appena usciti in edicola, ed è vero, caspita, con le modifiche che apporta la tecnologia e i cambiamenti spaziali paralleli nemmeno gli odori o i suoni delle città sono più gli stessi.

Ripenso all'eleganza con cui l'autista del bus devia l'ombrello nero e rotto, dimenticato da chissà chi nel bel mezzo della corsia del Viale enorme dell'Arco del Trionfo. Poi ci fermiamo sotto la Tour Eiffel: altra riflessione a margine: a Parigi predomina il metallo, insieme al marmo e al vetro. La città delle luci è fatta di tantissime fonti luminose, di tantissimi specchi che le riflettono di notte, ma anche de molte tonnellate di metallo e ferro, come il simbolo della stessa città.

La mia compagna di viaggi decide di prendere l'ascensore per vedere Parigi dall'altro. Con questo vento e freddo polari ci rinuncio, preferisco camminare nel quartiere e scoprire le strade più piccole e strette, quelle meno frequentate dai turisti. Più passano gli anni e più evito le masse. Odio il turismo di massa. Per questo preferisco forse la bicicletta, che mi permette di perdermi, di non seguire la corrente, di avere un contatto più diretto con la natura o con i paesi che posso avere il lusso d'attraversare in bici.

Poi la Sorbonne, la statua di Montaigne, l'inventore del genere del "saggio", il caffè decente al Bar Ouacq, vicino alla Villlete, con Gennaro Serio, per parlare di letteratura, di Antonio Lobo Antunes morto da poco, del declino dell'Italia e della fuga di molti italiani dall'Italia, del suo ultimo romanzo, appena uscito, Il viaggiatore breve, pubblicato da L'Orma Editore e che, come gli prometto, leggerò non appena tornerò a Roma. 

"L'Italia non è un paese per giovani, ma, a quanto pare, nemmeno per adulti e per vecchi. Conosco professori di ruolo con figli a carico che vorrebbero trasferirsi qui".
"E io ho due dottorande che sono di ruolo e che mi hanno parlato della loro voglia di mollare tutto e ricominciare da capo a Madrid o a Barcellona".
"Ma perché? Potremmo essere una potenza mondiale, i primi in tutto, abbiamo arte e cultura da vendere".
"Non lo so perché, ma i fatti sono incontestabili: ho un fratello avvocato di successo che vive a Roma e che non ne può più dello stress quotidiano della capitale".
"Se non riesco più a permettermi l'affitto qui a Parigi ti vengo a trovare in Spagna, mi trasferisco anch'io".

Quando usciamo, ci facciamo una foto per immortalare il momento. Le fermate della metro per Paris-Orly sono una quindicina. Ma con 16 euro sei all'aeroporto, meglio che prendere il taxi, 45 euro fisse. Dammi retta, prendi la metro.

Ieri siamo stati invitati a cena da Aurèlie, una collega ispanista che lavora qui: abbiamo cenato a base di "fromages": di ogni sapore e colore, con accompagnamento d'obbligo di champagne. Aprendo un romanzo a caso (Aurèlie è una lettrice onnivora) m'imbatto in una citazione dalla Recherche (ovvio, Proust onnipresente): " 'Tranquillisez-vous, on se retrouve toujours', répondit Albertine". E non so se interpretare la frase del personaggio che ossessionerà tanto Marcel in un augurio o una maledizione, un desiderio o una condanna.

 Oggi si torna a Fiumicino, le papille gustative lo sanno, presagiscono il buon sapere della pizza e della pasta nostrana. Mi domando ancora se quell'ombrello malconcio verrà distrutto per sempre da qualche bus di linea o risparmiato e messo in un angolo dell'enorme vialone dell'Arco del Trionfo...

jueves, enero 15, 2026

 The New Pope


Immaginate cosa succederebbe se i cardinali del Vaticano nominassero un papa debole, una figura di secondo piano da poter manipolare a proprio comodo, e che questo nuove papa fosse un francescano convinto, uno di di quelli che vive lo spirito del frate d'Assisi fino alle sue più estreme conseguenze. E che questo papa aprisse letteralmente le porte del Vaticano ai poveri e i diseredati della Terra, ai morti di fame che dormono per strada, ai barboni di Roma e del mondo intero, e decidesse di bloccare i conti correnti di tutti i cardinali e di promuovere l'austerità in tutte le più alte sfere dell'istituzione cristiana (un'istituzione che dura da secoli e che gode del lusso e dei privilegi di altre istituzioni di tipo politico).

Ecco, immaginatevi tutto questo: cosa succederebbe se davvero venisse nominato un Francesco II, sorta di gemello speculare di quel Francesco I che tutti abbiamo conosciuto (uno dei Papi più progressisti degli ultimi secoli, secondo alcuni, e proprio per questo non tanto ammirato né amato dalla parte più conservatrice della Chiesa). Che fine farebbe?


Paolo Sorrentino se lo domanda o lo immagina nella seconda puntata della seconda stagione di The Young Pope, ora intitolata The New Pope. Come sempre grandioso nella messa in scena, nella fotografia, nei movimenti di macchina (con quei lunghi piani sequenza che sembrano davvero godere della possibilità di spaziare dentro gli spazi immensi di un Vaticano ricostruito interamente in studio), con attori del calibro di Silvio Orlando, Jude Law (il papa finito in coma) e, soprattutto, John Malcovich (nominato papa subito dopo la morte misteriosa del papa francescano), Sorrentino si diverte a narrare gli scontri e le malefatte, i dissidi interni e i giochi di potere di una Chiesa il cui rappresentante sulla Terra sembra essere più fragile e peccatore di qualunque altro povero cristo senza fede o con una fede incerta.

A Sorrentino interessa da sempre il potere e le sue dinamiche: pensiamo al Giulio Andreotti de Il divo (2008), al Silvio Berlusconi di Loro (2018), alle comparse che circondano lo scrittore fallito Jep Gambardella ne La grande bellezza (2013) e al Presidente della Repubblica Italiana de La grazia (2025) (film che non ho ancora visto e che non vedo l'ora di vedere nell'unica sala in cui proiettano in lingua originale nella città del Sud del Sud della Spagna in cui vivo).

The New Pope è l'ennesimo tassello di questo ragionamento attorno al potere che Sorrentino va elaborando nel corso degli anni, senza mai stancarsi di sottolineare le ambiguità tipiche di chi lo esercita o lo patisce; sempre cosciente dei mezzi potenti del cinema; con una macchina da presa che danza attorno a personaggi che parlano come i protagonisti di romanzi del Novecento o anche dell'Ottocento. 



E che spasso i cammei di Sharone Stone e di Marilyn Manson, nel ruolo di se stessi, quando arrivano a San Pietro per compiacere il "nuovo papa", John Brannox, appassionato di entrambi! Sorrentino allo stato puro.

domingo, enero 11, 2026

 Le domeniche infinite

La domenica (come sa bene chi ha letto o legge questo "diario di bordo") è sempre un giorno un po' complicato da vivere (a cui sopravvivere). Quella di oggi ne è un esempio preclaro, calzante e perfetto. Dopo aver comprato 2 giornali, non sono riuiscito a sfogliarne nemmeno una pagina (di nessuno dei due). La prole vuole andare a fare un giro in bici lungofiume. Ci andiamo. Odio andarci quando ci sono così tante persone che s'improvvisano sportivi, quando corrono tutti, si creano le file, passa prima il pedone o la bici o il monopattino? Chi ha la precedenza? Quanto ingombro! 

E poi la famiglia politica che viene a pranzo: risate che non ti riguardano; pettegolezzi di gente che nemmeno conosci; scontri su Trump e Maduro, la posizione di Sánchez e quella dell'estrema destra spagnola; la Meloni che fa? Mai parlare di politica a tavola. E poi un'altra coppia, colleghi di un'altra Università, che dopo aver bevuto un po' di limoncello si mettono a parlare male della IA (o AI), l'Intellingenza Artificiale e il suo impatto sulle menti dei più giovani...dove andremo a finire? Si perderà per sempre l'uso del muscolo della memoria?

E poi la lavastoviglie da caricare e la lavatrice da svuotare, i compiti per casa, i compiti che implica la gestione quotidiana d'una casa, la voglia d'isolamento, di rivedere Fuga da Alcatraz di Don Siegel, un regista importante, un regista di quelli che sanno muovere la cinepresa e valorizzare i primi piani sul volto duro di uno come Clint Eastwood. 

A uno verrebbe quasi da dire: "Meno male che è quasi finita, meno male che domani è lunedì, si torna al lavoro, finalmente, per fortuna, basta domeniche...".

miércoles, diciembre 31, 2025

 Il rumore del mondo (parola di Galimberti e di Byung-Chul Han)



L'altra mattina, approfittando di un momento di solitudine e silenzio, leggevo su La Repubblica un bell'articolo di Umberto Galimberti, intitolato "La pausa è un incubo se non può tacere il rumore del mondo" (28/12/2025). In quest'articolo, Galimberti riprende concetti già esposti in altri suoi saggi (l'ultimo che ho letto mi è piaciuto molto, s'intitola L'etica del viandante -Milano, Feltrinelli, 2023 - e ricordo che lo divorai già da Fiumicino, in attesa del volo di rientro in Spagna, nel dicembre dell'anno scorso; stranissimo l'editing, perché in diversi capitoli mi sembrava di ri-leggere brani già letti, come se davvero gli editori / impaginatori / stampatori avessero fatto confusione).

Ebbene, l'idea centrale che sostiene in questo pezzo il Prof. Galimberti è che nel mondo ipertecnologico attuale noi esseri umani abbiamo paura della pausa, non sappiano che farcene del "vuoto" creato dalle vacanze, che funzionano con un altro ritmo, che dovrebbero essere l'occasione perfetta per smetterla di correre, di vivere come se la vita fosse solo una "perfomance", una maratona in cui esigersi il massimo e mostrare le proprie vittorie agli altri sui social o magari condividerle col mondo come se i traguardi raggiunti sul lavoro - unica dimensione che definisce la nostra identità, nei tempi odierni - interessassero davvero agli altri. Tutti in mostra, tutti in vetrina, tutti auto-sfruttati in nome dell'efficenza, quella che insegue la tecnica, che non appena raggiunge dei fini se ne pone altri, senza badare ai mezzi, anche quando è l'essere umano il mezzo per arrivare a tali fini.

Ecco: sono d'accordo con il Prof. Galimberti, ma la cosa che più mi sorprende è la stranissima coincidenza nel ricevere la segnalazione di un articolo di un altro pensatore contemporaneo, il filosofo coreano Byung-Chul Han, insignito quest'anno del "Premio Princesa de Asturias" per la Comunicazione e Studi Umanistici (uno dei più importanti nell'ambito culturale in Spagna). L'articolo s'intitola "Perché leggere Byung-Chul Han a Natale?" e lo firma su ABC Elena Cué il giorno di Natale.

Traducendo un pezzetto dell'articolo, Cué sostiene che leggere questo filosofo coreano a Natale è una sorta d'invito a fermarci, a rallentare, ad allontanarci per un po' dalla produttività costante e accelerata dei tempi odierni. La giornalista sostiene che contro questo tipo di ritmi e di tendenza globale dovremmo coltivare l'"amore", il "desiderio" e la "parola". Sono tre parole chiave anche nell'ambito della ricerca filosofica di Galimberti. E uno si domanda se, in realtà, questa accelerazione tremenda, questa percezione distorta del tempo che passa, questa forma di auto-sfruttamento o auto-flagellazione, siano nodi dell'oggi o esistettero anche in passato. 

Come avranno vissuto l'invenzione della macchina i nostri antenati? Come quella del telefono? Come quella del computer, quando i pc iniziarano ad essere usati non più e non solo per scopi militari, ma anche scientifici e d'intrattenimento domestico? Come quell'homo sapiens che - come nel capolavoro di Stanley Kubrick - afferra un semplice osso e lo trasforma in arma di distruzione e dominio sul prossimo? (devo rivedere 2001: Odissea nello spazio).

E quanti dei nostri antenati non hanno dato il giusto peso a parole (astratte) così importanti come "amore", "desiderio" e "parola"?

E un'ultima domanda: chissà se si leggono, tra di loro, Galimberti e Han, chissà se si sono conosciuti in qualche congresso o evento filosofico culturale, chissà se si stanno simpatici (dato che pongono l'accento sulle stesse questioni complesse che ci riguardano tutti).

domingo, diciembre 21, 2025

 Natale 2025


Penso a quanto si sia spopolato il vicolo negli ultimi 10 anni. Tante vedove, tante vicine di casa anziane vedove da anni, sono morte ultranoventenni. Ma muiono anche giovani, soprattutto tra i 40 e i 50 (le teorie del complotto sono sempre dietro l'angolo: è il vaccino anti-covid). 

Intanto, mio fratello mi regala (in anticipo sul Natale) Ficciones, di Jorge Luis Borges, comprato in un suo lungo viaggio in Argentina (Buenos Aires e poi Tierra del Fuego e la Patagonia, coi suoi ghiacciai ancora in vita, con i suoi paesaggi mozzafiato sottozero). Apro a caso il libriccino (che contiene alcuni dei racconti più universalmente famosi di Borges) e m'imbatto in "Tres versiones de Judas" (ovvero, "Tre versioni di Giuda"):


"En el adulterio suelen participar la ternura y la abnegación; en el homicidio, el coraje; en las profanaciones y la blasfemia, cierto fulgor satánico", questa è la frase in cui m'imbatto per caso, ovvero:
"Nell'adulterio partecipano di solito la tenerezza e l'abnegazione; nell'omicidio, il coraggio; nelle profanazioni e nella blasfemia, un certo fulgore satanico".

Non ricordavo affatto questo racconto di Borges, né una frase del genere (con cui mi dichiaro d'accordo: l'adulterio implica sempre tenerezza e abnegazione, oltre a passione irrazionale che spinge a rompere le regole normali e le norme morali).

Lo rileggo con curiosità: è un racconto perfetto per il periodo natalizio, proprio perché ci spinge a mettere in questione Dio e la sua onniscienza, Dio e il fatto che abbia deciso di salvare l'Umanità incarnandosi in Cristo, e allora sì, allora è vero, ammettiamolo, Giuda Iscariota non è solo il traditore, è anche l'unico, tra gli apostoli, che non si limita a seguire Gesù, ma che compie la sua missione per mandarlo alla croce, condannarlo a morte con l'inganno (i famosi trenta denari)...

Intanto, mi accorgo di quante pubblicità in Italia parlino di profumi, di moda, di bellezza, di cibo... A guardare gli annunci pubblicitari siamo davvero un paese con il culto per il mangiare buono e fissato con l'immagine (Versace, Valentino, Dolce & Gabbana, non c'è grande marchio di moda che non diventi in questi giorni il potenziale regalo azzeccato, il più ambito e desiderato).

L'insonnia mi impedisce di dormire, come succede ogni volta che torno nel paesino delle montagne del centro-Italia in cui sono nato. Per provare a sconfiggerla, la maledetta insonnia, leggo i 3 o 4 numeri di Dylan Dog che mi si sono accumulati da agosto. Speriamo di non avere gli incubi. E invece, ce li ho (scene senza senso, travestimenti assurdi, polizia che m'insegue e donne amate in passato che tornano sotto mentite spoglie per chiedermi di fare di nuovo l'amore o per tagliarmi la gola).

È Natale 2025: la mia idea di Natale è cercare di uscire il meno possibile, vedere meno persone possibile, stare solo coi pochi intimi, leggere R. L. Stevenson, rivedere Eyes Wide Shut (il film di Natale per eccellenza), finire un odioso corso di formazione online sulla IA e rimettere mano a un libro parcheggiato da troppo tempo... E a proposito di IA: il Time dedica la sua copertina alla "Persona dell'Anno" alla..IA... È l'inizio della fine.




P.S.: dopo aver già sostenuto 5 piccoli esami tipo test e aver seguito più di 10 ore di corso di formazione online, ancora non mi danno il permesso di scaricarmi il diploma (in versione pdf). Scrivo a qualche responsabile. Solo dopo mi rendo conto che è domenica, 21 dicembre... Lo stress li fa di questi scherzi brutti.

sábado, junio 07, 2025

 I compromessi "letterari"


Un amico regista. Ho il "privilegio" e l' "onore" di avere un amico regista. Spagnolo, ha studiato a Cinecittà (o ha fatto il tirocinio nei famosi studi italici) e da circa 30 anni gira film "d'autore" che pochi apprezzano, pochissimi hanno visto e i più considererebbe "troppo impegnati".

Quest'amico è un fan di Pasolini e di Orson Welles, di Coppola e di Hitchcock, ed è insomma ovvio che provi a fare un cinema che vada al di là degli schemi e della narratività cinematografica che va per la maggiore nel Mondo.

Non solo: il mio amico regista è anche scrittore, nel senso che ha scritto anche racconti e romanzi, oltre alle sceneggiature dei suoi film misconosciuti. E l'altro giorno ha avuto la gentilezza di propormi la lettura del suo primo romanzo, a cui lavora (appunto) da 30 anni e che non ha ancora trovato un editore che lo pubblichi o si degni almeno di leggerlo. Ho accettato per l'amicizia e il rispetto che ci unisce, ma anche con un certo senso d'angoscia. E se il romanzo è un flop? Se è illeggibile? Se è indigesto? 

In mezzo a esami, tesi e tesine, mentre porto a termine un corso sul Quijote presso la Biblioteca Regionale, trovo il tempo per iniziare a leggerlo. Non è un romanzo illeggibile, ma fa acqua da più parti. In realtà, la storia-marco è una mera scusa per introdurvi ciò che conta davvero, ovvero, 6 racconti che sembrano un omaggio a Edgar Allan Poe. Ovviamente, sono molti i riferimenti alla settima arte, il finale sembra addirittura una sorta di riscrittura di Profondo Rosso (1975) del mitico Re del Terrore Dario Argento.

Come fare a dirgli che il romanzo non è propriamente un romanzo e che i racconti che contiene non sono malvagi, ma neppure dotati di un certo valore letterario? Come fare a dargli un feedback senza risultare offensivo? Come spiegare quali sono le (molte) cose che non vanno?

A volte ho sentito anch'io il desiderio di pubblicare, ma poi mi sono sempre frentato, ci ho rinunciato perché chi fa il mio mestiere e si dedica a leggere testi letterari diventa molto esigente e capisce che è difficile raggiungere le vette di tutti quei geni che ci hanno preceduto. 

L'amico regista ora è a Roma (un altro dei molti spagnoli che si trova a Roma in questo periodo) e mi manda una foto molto bella e in bianco e nero da Cinecittà, lì da dove partì tutta la sua carriera e la sua passione cinefila. "Goditi Roma!", gli rispondo, con un pizzico d'invidia e senza sapere cosa dirgli quando tornerà qui e mi chiederà conto della lettura del suo romanzo inedito...

lunes, mayo 19, 2025

 Domenica 18 maggio del 2025





È domenica mattina e hai proprio voglia di uscire in bici, fare almeno 2 ore di corsa, tutta pianura tranne la salita sul monte da cui si vede tutta la città del Sud del Sud della Spagna in cui ormai vivi da più di 10 anni. È domenica mattina e il sole splende già alto in cielo, quando qualcuno ti avvisa via Whatsapp: "Questa notte è venuto a mancare M. Ne danno il triste annuncio la moglie e i due figli". 

Non te l'aspettavi. Tu ed M. avete cenato insieme poche settimane fa, dopo un incontro letterario in cui hai conosciuto uno scrittore interessante e un critico che ti sta subito simpatico. M. si lamentava del fatto che non digeriva più bene come una volta. 82 anni e un fisico asciutto, M. era solito fare 10 chilometri a piedi tutti i giorni, anche se fumava, non era proprio riuscito a togliersi il vizio (una sigaretta al giorno, non di più, ma da sempre, da quando era un giovane promettente poi diventato Ordinario di Teoria della Letteratura e Letterature Comparate).

Tu ed M. avete condiviso anche un'esperienza molto bella l'estate scorsa, ad agosto: una sorta di tour letterario tra l'Abruzzo e il Lazio, con una visita e lettura pubblica di Memorie di Adriano, lo splendido romanzo di Marguerite Yourncenaur, presso la Villa Adriana di Tivoli.

Tu ed M. non avevate gli stessi gusti letterari, ma vi rispettavate, lui leggeva le tue recensioni con interesse e tu leggevi le sue e glielo facevi sapere, quando lo trovavi sul giornale. Su uno scrittore "rosso" non eravate per niente d'accordo: per lui era un estremista, per te un poeta, un romanziere dotato di uno stile più vicino alla poesia che alla narrativa.

M. è morto e bisogna prendere la macchina per andare a dargli l'estremo saluto all'obitorio del suo paesino d'origine, in campagna, accanto al cimitero. Siete tra i primi: non c'è ancora la fila dei parenti più stretti, solo la moglie, in lutto, con le occhiaie e il dolore inconcepibile di chi ha perso la sua anima gemella, e i due figli, uno frastornato, mentre beve un caffè appena prelevato dal distributore automatico, l'altro in maglietta e jeans accasciato su una sedia d'ospedale. 

Ti dici che no, non vuoi vedere M. nella camera ardente, non vuoi, non t'interessa proprio vederlo da morto, non ci pensi neanche, e, invece, la tua compagna d'avventure e di viaggi ti spinge a entrare. C'è un divano e in un angolino un tavolo pieno di pastarelle e fiori (chissà chi li ha portati fin qui a quest'ora del mattino, una domenica soleggiata di fine maggio di primo mattino) e poi, girando l'angolo, c'è lui, è M. anche se non lo vorresti vedere, è M. sfigurato dalla malattia, dimagrito così tanto da non sembrare lui, fai fatica ad associare quel volto, il volto del cadavere, con quello di M. quando era ancora un professore vispo, intelligente, attento e pieno di senso dell'ironia.

Il giornalista che scriverà il necrologio te lo manda in anticipo sul cellulare: dice di M. che era un uomo buono, un ricercatore instancabile, un docente amato dai suoi allievi e dai colleghi, una persona stoica, che amava la vita, ma che sapeva che la vita ha una fine...

La neovedova ti abbraccia. Vi abbracciate e uscite fuori, a prendere una boccata d'aria. Poi lei rientra perché arrivano i parenti, altri membri della famiglia, gli amici di una vita, i vicini di casa, tutti sorpresi dalla notizia, nessuno si aspettava una malattia così fulminante...

Tu resti fuori, guardi un cartello: "Si cerca gestore del bar dell'obitorio; urgente; chi fosse interessato chiami a questo numero...", e ti fermi a riflettere sullo strano paradosso e constrato tra un obitorio (luogo di dolore e pianti) e un bar (luogo di vita e sorrisi). Chi mai avrà voglia di prendere in mano la gestione di un bar all'interno di (o adiacente a) un obitorio che si trova a pochi metri dal cimitero del paese? Chi potrebbe averne il coraggio o il fegato? E cosa diavolo c'entra un bar in un luogo come questo?

La vita va avanti, mentre la morte ha portato via un amico, un professore universitario che ha avuto molteplici riconoscimenti accademici e umani da parte di chi lo ha considerato un "maestro". La vita va avanti, la donna delle pulizie ti dice che puoi stare, sei seduto sulla panchina antistante il bar chiuso, le dici "Non si preoccupi, me ne sto andando" e solleciti la tua compagna di viaggi e d'avventure, "non ce la faccio più a stare qui, andiamo via".

Quando torni a casa, ti prepari un piattone di pasta con il pesto di Giovanni Rana. Poi la prendi la bici e fai davvero 50 chilometri. Arrivi davvero in vetta, lì  da dove si vede tutta la città. E poi viaggi in macchina nel paese sulla costa in cui si trovano le tue figlie, saluti tua suocera, parlate di M., lei non lo conosceva, ma l'aveva sentito spesso nominare in alcune conversazioni. 

Alle 20:00, presso la Cineteca, danno "8 e 1/2" di Fellini. Ci vai perché hai voglia di non pensare alla morte, ma dopo pochi minuti ti rendi conto che Fellini ha girato quel film proprio per parlare di morte, o di morte dell'ispirazione, di crisi d'ispirazione, di morte dello spirito di un regista che non sa più cosa raccontare. Il finale ti fa piangere, non puoi evitarlo: sarà la sesta volta che vedi "8 e 1/2" e per la sesta volta non trattieni le lacrime davanti a quel balletto finale, con quella musica incredibile di Nino Rota che ti fa volare, ti trasporta dentro il film e dentro i ricordi che conservi del finale, quel bambino che è Guido da piccolo e che con quel mantellino bianco diventa un puntino luminoso in mezzo all'enorme oscurità di un circo (e un cerchio) che si chiude proprio quando sembrava che ormai tutto fosse perduto, che la sfida era persa, che la crisi non era superabile, e invece sì, Guido la crisi la supera accettando i suoi difetti, convivendo con tutti quei personaggi che sono le persone più importanti della sua vita, una vita fatta di menzogne, di tradimenti, di salti temporali, di ricordi e di oblio, di tanta voglia di raccontare e di crisi d'ispirazione, di un balletto che è la danza della Morte e la danza della Vita...

viernes, enero 17, 2025

 David Lynch: non lo "lyncheremo" più



Ieri sera, verso le 20:00 (l'ora di cena per me, all'italiana), mia cugina mi manda una foto di David Lynch in bianco e nero con l'annuncio della triste notizia. Al di sotto del sorriso sornione del regista e della sua mitica capigliatura invidiabile (quale quasi ottantenne può vantare una simile massa di capelli?), la frase: "David Lynch è venuto a mancare all'età di 78 anni". Ho smesso di mangiare e di leggere il messaggio. Ho solo risposto: "NO" con l'emoticon di un pianto irrefrenabile...

Oggi, 17 di Gennaio del 2025, nel Sud del Sud della Spagna in cui vivo, il tempo si è guastato e sembra accordarsi allo stato d'animo dei milioni di fans che Lynch aveva in ogni parte del globo. Fa impressione vedere quanto cordoglio hanno espresso in queste ore tante persone (note e meno note) sui cosiddetti "social"; fa impressione vedere che strano tipo di vincolo umano e intimo sembra aver generato Lynch arrivando ai cuori e alle menti di tante persone (di tante nazionalità diverse). Mi commuove leggere l'addio di Francis Ford Coppola o quello del suo attore feticcio, Kyle MacLachlan, l'attore che ha interpretato quasi tutti i ruoli protagonisti dei suoi film, oltre al mitico agente Cooper della serie Twin Peaks, una serie che ha rivoluzionato la televisione mondiale degli anni 90 a suon della domanda cruciale: "Chi ha ucciso Laura Palmer?" e con l'adozione di un linguaggio cinematografico tutto basato sul surrealismo e sulla tecnica della suspense.

Oggi, in uno stato d'animo prossimo alla depressione, di David Lynch voglio ricordare soprattutto due scene, non tra le più note e famose. Una viene da Strade Perdute (1997) o forse da Cuore Selvaggio (1990): vediamo una macchina che viaggia su una delle tipiche strade americane in mezzo al deserto, una di quelle strade lunghissime e che sembrano non avere mai fine, fino a quando, a un certo punto, l'auto sbanda e si schianta contro un albero. È notte fonda e l'unica fonte di luce proviene dai fari anteriori dell'auto. Vediamo due donne che scendono, una è vistosamente ferita alla fronte, perde sangue e sembra aver perso anche il senno, perché dice all'amica, più giovane: "Dov'è la mia borsetta? Dov'è la mia borsetta?" e si affanna a cercarla in mezzo alla polvere e ai cespugli del deserto. È una scena incredibile anche se verosimile in cui assistiamo, impotenti, alla paura e al tremore che s'impossessa di chi ha appena avuto un incidente automobilistico. Ed è l'atmosfera a darci l'idea dell'ansia e della paura: la macchina da presa tentenna, balla, si ferma, poi si muove, in mezzo all'oscurità della notte, come se fosse ubriaca o improvvisamente impazzita.

L'altra scena viene da INLAND EMPIRE (2006) che, per me, è uno dei più bei film di Lynch, insieme a Mulholland Drive (2001) e, ovviamente, a Eraserhead (1977). Si tratta di un'altra scena sconvolgente, nell'apparente semplicità del suo contenuto, e che credo di aver già descritto in questio diario di bordo virtuale che forse non leggono più nemmeno quelle tre o quattro lettrici che mi seguivano anni fa... È una scena assurda, in cui assistiamo alla morte di una ragazza, accasciata sul marciapiede di una delle tante strade periferiche di Hollywood. La ragazza perde sangue dalla pancia, si afferra il ventre, mentre, tutta imbacuccata, inizia a chiedere aiuto a un barbone e quest'ultimo la guarda e inizia a parlarle, non ricordo più se prova a trasmetterle un messaggio di pace e tranquillità, non so se le dice di stare calma e che se morirà non sarà poi così doloroso, non ricordo se le dice che le resterà affianco, ma intanto quella ragazza soffre e sta per morire e noi siamo lì, insieme a lei, testimoni oculari di un evento quotidiano e comunque visto come "tabù", è una morte assurda, oscena e insignificante, resa ancora più surrealista dalla presenza del barbone che parla e parla e dice cose che, in quel contesto, non hanno molto senso o non danno la consolazione che ci si aspetta, il dialogo è calmo, ma serrato, assurdo, ma sensato, spietato e anche un po' tragicomico. Poi, all'improvviso, la macchina da presa fa un leggero movimento all'indietro ed è solo allora, solo allora, quando lo spettatore si rende conto del fatto che ha appena presenziato una morte inscenata all'interno di un film, una metascena in un metafilm, perché INLAND EMPIRE è proprio questo, un film metacinematografico che s'interroga costantemente sul confine sempre labile tra "realtà" e "finzione" o su come questi due mondi interagiscano tra di loro in modo a volte sorprendente, come in questa scena di una morte assurda e banale, una morte in diretta...

Ecco: è per scene come queste che io sarò sempre grato a David Lynch. Un artista che ha saputo immaginare le zone più oscure dell'animo umano. Un regista che ha saputo trasformare i suoi incubi in storie affascinanti e sempre inquietanti. O affascinanti proprio perché inquietanti. Con mia cugina eravamo soliti fare sempre la stessa battuta: "David Lynch? Lynchamolo!". Ora non potremo "lyncharlo" più. Ci restano i suoi film, per fortuna. E la possibilità di rivederli finché il viaggio non finirà anche per noi.

sábado, noviembre 30, 2024

NUBI


La parola "crisi" aleggia in casa come una nuvola che minaccia pioggia. C'è stato un dottorando, francese, di Grenobles, che ha rinunciato a viaggiare nel Sud del Sud della Spagna in cui mi trovo e in cui ho coordinato da poco un progetto europeo sulle immagini della violenza in letteratura per paura della DANA e delle alluvioni che hanno devastato alcuni paesi dei dintorni di Valencia. E poi c'è la parola "stress" che è legata sia allo sforzo extra dovuto alla coordinazione del progetto, sia all'ansia di chi mi accompagna in quest'avventura assurda che è la vita per un altro impegno accademico che determinerà tutta la sua carriera futura (e chissà se, di riflesso, anche la mia vita).


E, infine, c'è la parola "solitudine": un bene prezioso di cui posso godere solo di rado, che molti evitano o di cui molti hanno paura e, invece, a me sembra un'opportunità per frenare, per fare le cose con calma, per poter leggere in profondità, per poter godere come si deve di un buon film (o di un buon vino).


Ho scritto a uno scrittore italiano che ho avuto ospite (per un altro progetto che non ha nulla a che vedere con quello succitato) perché avevo voglia di fargli sapere di quanto sia piaciuto un suo romanzo in un congresso su "letteratura e misticismo" (l'autore in questione è agnostico, o sicuramente ateo, o certamente lontano anni luce dalla religione cattolica). Poi ho chiamato per telefono un altro scrittore, questa volta spagnolo, per il semplice desiderio di sapere come sta, perché è anziano, ultranovantenne e certe telefonate vanno fatte, prima che sia troppo tardi...


Questa sera, invece, andrò al cinema a vedere La vita degli altri (di Florian Henckel von Donnersmarck, del 2006): un film che fa riflettere e che colma la solitudine di chi forse, un sabato 30 di novembre, non dovrebbe passare così tanto tempo da solo. Poi si vedrà. Sperando che la "crisi" e lo "stress" vadano via o si attenuino o diventino qualcos'altro...

sábado, enero 06, 2024

 L'ultima innocenza di Emiliano Morreale





È un libro affascinante, L'ultima innocenza, di Emiliano Morreale. E lo è per diversi motivi: 1) è un libro sul cinema, ma che permette di leggere una serie di "storie alternative" alle storie del cinema "ufficiali": il narratore si presenta spesso sotto le spoglie di un indagatore, un investigatore, un detective privato che va alla ricerca del dettaglio che potrebbe spiegare il tutto, dei nomi dimenticati, delle maestranze e degli sceneggiatori caduti nell'oblio; 2) è un libro di racconti (6 per essere esatti) e il lettore può leggerli separatamente, assaggiarli uno ad uno senza fretta, anche se l'ordine in cui sono distruibiti segue una struttura che poi porta alla parola "Fine"; 3) è un libro di racconti sul cinema dimenticato (o più marginale) scritto con stile cinematografico. Ciò è evidente soprattutto nell'ultimo racconto, quello che s'intitola "La donna perduta", in cui l'io che parla passa il lockdown rinchiuso in casa (come tutti) per cercare di digerire un'abbandono amoroso e per tentare di ricostruire la vita di Dorothy Gibson, un'attrice sfortunata che si salvò dal disastro del Titanic, ma non da un destino triste che l'ha portata in contatto perfino con Indro Montanelli e lo spionaggio a metà tra i russi e gli americani sul finire della Seconda Guerra Mondiale; 4) è un libro pieno di comicità trattenuta o, a tratti, esplicita: come nel caso di "E se tu non vieni", un racconto in cui chi narra finisce a casa di uno dei maggiori esperti di cinema pornografico italiano e lì scopre dettagli che non avrebbe mai immaginato sulla settima arte (oltre che sul senso dei cinema di periferia, delle sale vietate ai minori, ormai cadute anch'esse nell'oblio).

Uno dei racconti migliori è quello che dà il titolo al libro intero: Come le foglie al vento ricostruisce i destini incrociati (o le vite parallele) di Douglas Sirk e di Veit Harlan: il primo autore di alcuni dei classici atemporali della storia del cinema mondiale; il secondo regista di uno dei film più immorali e disgustosi di sempre, Süss l'ebreo, commissionato e molto elogiato da Goebbles.

Triste e a tratti agghiacciante "Tutto sarà perdonato", in cui il lettore potrà osservare i retroscena di quel cinema indipendente che cresceva calvacando l'onda lunga del 68 parigino e seguire le sventure esistenziali di registi e attori e intellettuali naufragati sugli scogli della Storia; grottesco e quasi surrealista "La terra dei sogni", una specie de reportage sui legami tra la Mafia, il cinema e i rapporti conflittuali tra padri e figli, con i padri impegnati a mantenere alto l'onore del clan e i figli impegnati a infangare o sporcare quell'onore per la fregola di diventare artisti.

Il secondo racconto s'intitola semplicemente "W." e narra la biografia di Waszynski, un personaggio che sembra essere uscito fuori da un romanzo di Graham Greene o da F. for Fake di Orson Welles.

Se la "magnifica ossessione" per il cinema può essere sia "erotica" che "necrofila", con L'ultima innocenza Morreale ci insegna che è bene seguire le proprie ossessioni, che la scrittura può salvare, che fino a quando si resta nel ricordo o nella memoria degli altri, si è ancora in vita (anche se la vita è breve e non c'è film che possa raccontarcela per intero né potrà mai spiegarcela).


viernes, diciembre 29, 2023

Fine (d'anno) 2023 




E come ogni fine d'anno, è tempo di bilanci. La nebbia ha lasciato i monti e le valli del luogo da cui scrivo. Le valigie sono fatte e chiuse, pronte per l'imbarco (alle 21:15 da Roma Fiumicino). Gli ultimi due regali ricevuti da parte di una cara dottoranda mi osservano dalla scrivania da cui provo a scrivere: si tratta di una pagina strappata dell'edizione tascabile di Francisco Rico del Don Quijote di Cervantes con l'autografo del "chisciottesco" Terry Gilliam (accanto alla firma il disegno di una matita in perfetto stile Walt Disney); l'ultimo romanzo di Emiliano Morreale (che non conosco e di cui non ho mai letto nulla), L'ultima innocenza (Palermo, Sellerio, 2023).

Sono due regali che non mi aspettavo: la dottoranda è riuscita ad entrare in contatto con Terry Gilliam durante la sua partecipazione al Giffoni Film Festival, se non erro. Il libro di Morreale, invece, parla di cinema, il secondo polo attorno a cui ruota la tesi della dottoranda ("L'amicizia tra Don Chisciotte e Sancio Panza tra letteratura e cinema").

Anche solo questi regali mi spingono a pensare che sono un uomo fortunato. Se ripenso al 2023, non possono non continuare a considerarmi tale. Viaggi per studio e lavoro tra Messico, Calabria, Valladolid, e poi Trieste. Voli nazionali ed internazionali in compagnia di persone splendide. Collaborazioni con scrittori, giornalisti e registi che non avrei mai potuto immaginare, prima del salto (nel vuoto) in Spagna. E poi gli alti e bassi del cuore: la mia compagna di avventure che a volte diventano sventure che (mal) mi sopporta; due bimbe che crescono; un libro ancora (tutto) da scrivere su fotografia e romanzo (o su parole e immagini); la morte di Nuccio Ordine; la separazione di una cara amica e collega, esperta di poesia del Novecento; gli acciacchi di una nonna ultranovantenne; l'amicizia nata da poco con Luis Goytisolo; l'amicizia consolidata con Manuel; la voglia di continuare a fare il proprio dovere (e il proprio lavoro) con passione ed entusiasmo.

Sulla copertina de L'ultima innocenza c'è un fotogramma de La Magnifica Ossessione (1954) di Douglas Sirk. Si vede Rock Hudson inginocchiato mentre stringe forte a sè Jane Wyman. La testa di lui poggia sul seno di lei. Lui ha gli occhi chiusi, come fosse in preda all'estasi, lei guarda verso l'alto, gli occhi sbarrati, quasi spiritati, le labbra carnose con il rossetto rosso che accentuano la voluttà di una bocca che potrebbe baciare e essere baciata con trasporto erotico. La mano di lei affonda tra i capelli di lui. 

Lo spettatore si chiede cosa sarà successo prima e cosa potrebbe accadere dopo questa fetta temporale incapsulata in questa inquadratura che funge (qui funge effettivamente) da fotografia. Avranno già fatto l'amore o sono sul punto di farlo? Si ameranno per sempre o sono sul punto di lasciarsi? 

Vorrei chiudere questo 2023 con la visione di questo film che vidi tanti, troppi anni fa e di cui non ricordo nulla (o quasi). Vorrei poter vivere nel 2024 una scena simile a questa... La testa sul seno di una donna che guarda verso il cielo, forse spaventata o forse vittima di Eros. Chiudo gli occhi. Le stringo forte le braccia. Annuso il suo sapore. Affondo ancora di più la testa tra i seni. Lei continua ad accarezzarmi la testa. E mi spinge sempre di più verso di sè...Magnifica ossessione.

 Quasi fatto tutto (in tempi record) Non so esattamente come ci sono riuscito, ma ho quasi fatto tutto (in tempi record). Sarà che sotto str...