viernes, octubre 16, 2026

 Diario del Lago di Como


6 ottobre 2026

Una montagna russa di emozioni: notte insonne passata a ripensare ai fallimenti (il libro mandato ad un concorso internazionale invano: ha vinto un altro, uno scrittore, critico letterario, professore più bravo di me, senza alcun dubbio), mattinata passata freneticamente tra l'Università (a parlare in un congresso con esperti di uno scrittore - Miguel Espinosa - che oggi non legge più nessuno, né in Spagna, né nel resto del pianeta) e corsa in stazione per prendere al volo il treno in direzione Madrid (la capitale che ho tanto amato e in cui ho vissuto una delle mie tre o quattro vite passate).

Nel mezzo, il volto di lei che mi fa tremare e mi ha scombussolato la vita (Eros, sempre dolce e amaro, sempre), quel sorriso apparentemente innocente che nasconde una sessualità potente e irruenta, una lussuria che non ha fine né conosce i mezzi termini - com'è giusto che sia ogni volta che si tratta di lussuria - e la sua tenerezza quasi infantile. 

Una mamma, sui quaranta, un bambino, sui dieci, una donna anziana, sui settanta: madre, figlio e nonna, di origini forse russe o forse ucraine, si sono sedute davanti e attorno a me. Parlano nella loro lingua, sorridono, si fanno battute che non posso captare. Domani mattina la sveglia è all'alba: l'aereo da Barajas a Milano Malpensa parte alle 9:30, dovrò essere in aeroporto almeno per le 7:30, ergo, alle 6:30 dovrò uscire di casa. Prima, il mio anfitrione, Primoz, mi chiede di dargli una grossa mano coi figli: Nina (di un anno e mezzo), Marko (di 6), e Karlo (di 10). Primoz è il marito di Ambra, una delle mie migliori amiche di sempre, porto sicuro nel mare periglioso di Madrid.

Giovedì 8 parlerò di Jorge Semprún - altro scrittore oggi pochissimo letto - in un congresso sull'immagine della Spagna in Europa e quella dell'Europa in Spagna. Tema di tremenda attualità, dato il contesto e i fatti di Ceuta. A lei l'ho detto chiaro e tondo: mai più due congressi nella stessa settimana. È una cosa da matti. Unica consolazione: il congresso italiano si svolge a Villa Vigoni, un luogo paradisiaco in riva al Lago di Como. Come dire di no? Come rifiutare un simile invito?

Alle 18:00 io e Karlo siamo già al conservatorio: suona la fisarmonica, che pesa un accidente. Alle 18:30 io sono seduto in un bar per risolvere una rogna arrivata all'ultimo minuto, una questione di burocrazia accademica mortale. Lavorare in un bar di Madrid: ora che ci penso è la primissima volta che lo faccio, col pc attaccato alla presa della parete, davanti a una bella birra ghiacciata e un po' di olive buonissime. Sono anni che frequento questa città; ho vissuto questa capitale spremendo al massimo le occasioni che mi ha offerto. E non ci avevo mai lavorato da un bar. Seduto. Da solo. Con la testa concentrata sul da farsi nonostante il rumore di fondo degli altri clienti e l'alcol che mi inizia a fare effetto. 

Alle 20:30 riprendo in consegna sia Karlo che la fisarmonica. Mi spacco la schiena fino alla fermata di Noviciado. Scendiamo a Quevedo: Karlo mi mostra tutto il suo dominio della lingua di Dante. Parla benissimo. Non è casuale: frequenta le scuole presso l'Ambasciata d'Italia a Madrid, zona Nuevos Ministerios. Mi fa molto sorridere il suo estremo senso del rispetto: "Mi dispiace che tu debba faticare così tanto per colpa mia. La fisarmonica è pesante. Dalla a me, sono troppo dispiaciuto". A volte sembra che parli come un robot.

Primoz è distrutto: ciononostante, mi fa trovare un piatto caldo, una zuppa buonissima fatta di farro, fagioli, altri legumi che non riesco a identificare. Mi prepara anche il letto, a doppia piazza, con sopra una coperta di lana colorata a quadri che deve esser stata di sua madre o di sua nonna. È una stanza calda e accogliente, dormo tra gli attrezzi del mestiere (pc, stampanti, treppiedi: Primoz è un fotografo professionale) e la bici da corsa (condividiamo la stessa passione per le due ruote).

Doccia, messaggi spinti, mi augura la buonanotte e un buon viaggio. Poi la chiamata legale con la mia compagna di viaggi: dormi bene, prova a riposarti.

Ripenso al concorso letterario andato male; penso al fatto che, comunque, sono un uomo davvero fortunato. Ho conosciuto persone straordinarie nella mia vita. E chissà se ne conoscerò ancora. Domani la sveglia suona alle 6. Una levataccia.

7 ottobre del 2026

Sveglia alle 6, sì. Non trovo biscotti, afferro al volo un pezzo di pane, ci spalmo sopra della crema d'arachidi (!). Provo a mandarla giù anche con dell'acqua, oltre che col latte e caffè. Sembra colla. Non ho specificato che ieri Karlo, nella sua sconfinata cortesia e gentilezza ottocentesca, mi ha preparato un ottimo caffè (Lavazza) con la macchinetta italiana (Bialetti). Me ne ha versato una tazza intera: gli ho spiegato che era troppo e che non mi avrebbe fatto dormire per giorni e giorni se l'avessi bevuto tutto. Mi ha chiesto scusa con il suo solito tono affabile e ha spostato parte del contenuto in una tazzina. Non farò in tempo a salutarlo e la cosa mi dispiace parecchio. Alle 6:30 mi chiudo dietro la porta dell'appartamento e mi fiondo in strada: Madrid è deserta, solo qualche bar alza la saracinesca per preparare il da fare per le colazioni. Da Nuevos Ministerios a Barajas ci metto solo mezz'ora. La metro madrilena funziona davvero bene. Sono seduto vicino a uno schermo in attesa di sapere quale sarà la porta d'imbarco. Lo saprò alle 8:35. Alle 12:15 dovrei toccare terra italiana: Milano Malpensa (ora detto "Berlusconi"; che assurdità). Poi Saronno. Poi Como Lago Nord. Un'odissea, non ci sono dubbi.

Atterro e Milano mi accoglie con cielo plumbeo e pioggerellina fastidiosa. Nebbia in Val Padana, compro una bottiglietta d'acqua dal distributore che sta sui binari del treno Express che connette Malpensa con Milano Centrale. Scendo a Saronno. Qui fa ancora più freddo. La nebbia è scomparsa, ma ricomincia a piovere. Pochi i turisti. Molti gli americani (in pensione), con una montagna di borse e valigie giganti. Si godranno le vacanze sul lago. Loro possono. E un po' li invidio. Poter trascorrere gli ultimi anni che ti restano in riva a un lago...a guardare l'acqua di un lago, che non sta mai ferma, come quella del mare o di un fiume. 

Quando il treno arriva a Como Lago Nord mi sento più vecchio di 10 anni. Ha fatto tutte le fermate, anche nei paesini più minuscoli. Scolaresche su ambo i lati dei binari: quest'accento del Nord non mi è mai piaciuto. Sono nati sui monti d'Abruzzo, da Roma in giù è tutto Sudditalia, c'è poco da fare. Ciò che più mi colpisce è l'apatia generale e la stanchezza globale degli italiani: sia i vecchi che i giovani sembrano privi di voglia di vivere. Quasi tutti immersi negli schermi dei cellulari, sembrano condannati a morte al pendolarismo. Ci si sopporta negli spazi stretti: non c'è ombra di comprensione reciproca, il tuo prossimo è il tuo nemico, guai a chi si azzarda a guardarti negli occhi. Non esistono sguardi di reciprocità. Erano anni che non prendevo un treno regionale italiano e lo noto, si sente, lo percepisco sulla pelle. L'Italia sembra un paese alla deriva dove predomina un sentimento stranissimo di rassegnazione. Non che la Spagna sia sempre allegra o divertente o energica e però, lì le cose non vengono affrontate con tanta spossatezza e pessimismo, con tanta fatalità apocalittica.

Lo dico a Barbara, amica e collega di lunga data. Viene da Torino e per raggiungere Menaggio ci mette più di 3 ore. Io è dalle 6 che sono in giro e quando finalmente possiamo riabbracciarci sono passate 11 ore di viaggio. L'abbraccio affettuoso viene subito accompagnato da un paio di birre Peroni o Moretti prese al volo in un baretto disastrato e pretestuoso: 2 euro se vuoi usare il bagno. Lo gestiscono due donne slave o dall'aria slava. Non ho detto che prima di riabbracciare Barbara, sul bus da Como Lago Nord a Menaggio, mi sono imbattuto in una signora alquanto eccentrica che portava a spasso due cagnolini di razza e viziatissimi. La signora mi ha raccontato tutta la sua vita: ricca di nascita, ha fatto studiare i due figli, una è diventata chirurgo, l'altro è ingegnere, nessuno dei due vive a Como, cosa ci restano a fare a Como? Qui vivi solo col turismo e poi niente, non c'è possibilità di crescita, i figli li devi delegare alle baby sitter, i nonni non ce la fanno, se non hai una buona pensione rischi la fame, i prezzi delle case qui sono alle stelle, con il fatto che ci vengono i vip, cosa vuole, qui è tutto carissimo.

In effetti, le due Peroni o Moretti 0,2 ci sono costate 10 euro. In Spagna ci avrei comprato 10 litri di birra al supermercato.

Arriviamo a Villa Vigoni: è Oleksandr, il collega ucraino, a dirlo per primo: "Sembra di stare nel sanatorio de La montagna incantata di Thomas Mann". Un luogo magnifico, con una vista spettacolare sul lago, in una mansione del XVIII secolo, ora divenuta un centro studi italo-tedesco. Mi danno la camera Julius Milius (o qualcosa del genere), apro la porta ed è come ritrovarsi in un museo. Questa notte, in questi due letti singoli con lettiera di legno dei secoli addietro, dormirò circondato da una montagna di quadri. I mobili sembrano molto antichi; ho anche un camino con sopra decorazioni e statuette di stile egiziano. C'è anche un portacandele. Barbara suggerisce che questo potrebbe essere il set cinematografico perfetto per un film horror e una storia di fantasmi. O una alla Agatha Christie, come Dieci piccoli indiani: gli invitati iniziano a morire, assassinati da chissà chi. Riabbraccio anche Janett e Teresa e Carmen... È bello tornare a collaborare  con persone che uno ammira e da cui sa che troverà sempre spunti di riflessione. Telefonata in Spagna per rassicurare la mia compagna di viaggi. Ci siamo tutti. È tutto così bello che gli occhi non sanno cosa guardare.

8 ottobre 2026

Notte quasi insonne: non è tutto oro quel che luccica. Ho dormito malissimo perché in entrambi i letti il materasso affonda verso il pavimento, la schiena è distrutta. I ritmi di lavoro sono millimetrati: dalle 8 alle 9 colazione; dalle 9 in punto alle 13 lavori del congresso; dalle 13:30 alle 14:30 il pranzo; dalle 14:30 alle 18:30 lavori del congresso; alle 19:30 si cena. Dalle 20:30 si può salire al secondo piano e godere della sala dopo-cena (con tanto di liquori, amari, limoncelli, vini a disposizione: ma vanno segnati in un foglietto apposito e poi pagare in cassa il giorno dopo alla reception).

Con questi ritmi sfido chiunque a non patire lo stress. Nel mio caso oggi si raddoppia perché devo impartire una lezione online: dalle 15:00 alle 16:00. Non immagino cosa penseranno le studentesse che mi guardano in diretta da una stanza ottocentesca riccamente adornata da quadri della stessa epoca e io in giaccia e cravatta e camicia elegante. Alle 17:15 sono già in sala congressi per parlare di Jorge Semprún. È una follia, sono stanchissimo e con delle occhiaie spaventose, ma va tutto bene, l'intervento piace molto, applausi e domande. A cena io e Barbara prenotiamo un vino (un Barbera d'Asti) per festeggiare, perché anche il suo intervento è piaciuto. Ora possiamo rilassarci. Dopo cena, nell'apposita sala dopo-cena, si resta in pochi a parlare degli altri che sono assenti. Qualche battuta di rito, qualche ritratto satirico dei colleghi assenti, ironia pungente e si va a letto con il sorriso sulla bocca. Dovrei crollare, ma no... Faccio incubi assurdi e mi sveglio alle 6:00 senza sveglia.

9 ottobre 2026

Sveglio dalle 6:00. Ma come è mai possibile? Alle 8:00 colazione con yogur di latte caprino, cereali, mandorle, prugne secche. Un espresso. Un cappuccino. Un cornetto con la marmellata un po' duretto. E frutta a volontà. Dobbiamo aiutare l'intestino. Oggi ci sono solo 5 interventi. L'ultimo, quello di Carmen, su Enrique Vila-Matas, ci lascia tutti a bocca aperta: è stata bravissima, ha fatto davvero un lavorone. Applausi. E abbracci. E strette di mano. Segue visita fin troppo breve della Villa, in compagnia di una ragazza tedesca che lavora qui. Ci racconta tutto il melodramma di Julius Milius, il matrimonio con un'italiana amata ma che non poteva sposare per l'opposizione dei genitori. Poi la vince, ma muore poche settimane dopo le nozze. E l'italiana si risposa con un altro aristocratico e qui perdo il filo, comunque, una famiglia italiana si lega a una famiglia tedesca e da qui l'eredità di questa mansione che oggi ospita il centro culturale italo-tedesco.

Di pomeriggio, libera uscita: io e Barbara andiamo al Conad a comprare qualcosa per il viaggio di domani e del vino per stasera. Alcuni colleghi si fanno l'Aperol Spritz al Grand Hotel Menaggio: lusso sfarzoso, con tanto di vista lago e piscina inquadrata in mezzo alla natura. Barbara: "È un paese per ricchi strafottenti. E non so a te, ma a me il lago mette malinconia e tristezza addosso".

Ultima cena: i francesi tedono a sedersi coi francesi; gli italiani con gli italiani; gli ucraini con gli ucraini; i tedeschi coi tedesci; gli spagnoli con gli spagnoli. Predichiamo bene, parlando di Europa unita, ma poi, in fondo in fondo, razzoliamo male. O forse è la comodità di condividere la stessa lingua ciò che detta i nostri posizionamenti a tavola?

10 ottobre 2026

La reception ci avvisa: oggi Como sarà off limits; ci passa il Giro di Lombardia. Inizio a tremare. Barbara prova a farmi rilassare, prova a calmarmi, mi consiglia d'informarmi alla stazione, lì da dove parte il bus diretto Como-Malpensa. Chiamo per telefono la centralina di Flixbus: non sanno confermarmi se parte il bus delle ore 15:00. Perdo le 14 euro del bus e opto per andare con netto anticipo alla stazione dei treni. Ci vado insieme a Juan, spagnolo che lavora a Stoccolma. Io ho l'aereo alle 19:00, lui addirittura alle 21:00. Abbiamo il tempo di conoscerci meglio, tra Saronno e Milano Malpensa. Scopriamo di avere molti interessi in comune e molte passioni parallele. M'invita a visitarlo a Stoccolma, magari l'anno prossimo, magari in primavera, quando fa meno freddo. Lì adesso fanno già 3 gradi. 

È simpatico Juan: 54 anni, molto energico e attivo, partecipa a un sacco di progetti di ricerca in Spagna. E ammira gli studiosi italiani. Mi ha chiesto il mio intervento in Word, appena rientro. Gli prometto che andrò a trovarlo. Abbiamo anche il tempo di mangiare dell'ottima pizza insieme. Le birre le offro io. Poi prenderemo anche due caffè. Prima dell'imbarco e dell'abbraccio del commiato. Alla prossima, amico caro. Alla prossima.

Atterro a Madrid alle 21:15.  Sono a pezzi, distrutto, maciullato fisicamente. Non ho la forza di prendere la metro per arrivare alla residenza di studenti in cui ho preso una stanza. Mi fiondo sul primo taxi e do l'indirizzo pensando solo ad una cosa: il letto.

Quando arrivo, verso le 22:00, mi faccio una doccia rinfrescante e contemplo il cielo di Madrid. Domani sveglia sul tardi e poi, nel pomeriggio, ritorno a casa, con il treno delle 16:00, nel Sud del Sud della Spagna in cui vivo e leggo e amo e sono forse amato.

Vorrei scrivere questo diario, ma sono troppo stanco. Crollo sfinito. Non sogno nemmeno. O non ricordo i miei sogni.

11 ottobre 2026

 Su Madrid prevale un cielo nebbioso e un po' grigio. Gironzolo fino all'ora di pranzo a piedi per scoprire questo quartiere che non conosco. El Ferrol. Barrio del Pilar. Mi fermo a un bar tipico con "platos combinados": ne chiedo uno con pollo, uova e patatine fritte. Scopro che questo posto così tipico madrileno lo gestiscono una coppia di cinesi. Sono bravissimi a cucinare al volo e a offrirmi pane e olive. La birra è ghiacciata. Spendo 10 euro per un piatto che mi da una carica energetica che basterebbe fino a domani. Leggo il giornale, su El País si parla della crisi dei prezzi delle case. Il 29 novembre gli spagnoli sono chiamati alle urne per il voto anticipato. Solo quando tornerò a casa Ambra mi manderà la letterina che la Littizzetto manda a Pedro Sánchez. Ed è incredibile che lui le risponda. Chissà cosa ne sarà di noi dal 29 novembre. Intanto, provo a smaltire la stanchezza del viaggio e leggo H. G. Wells, La guerra dei mondi. Il Lago di Como, la villa, Menaggio, i colleghi sono tutte immagini che vorticano nella memoria. Chissà cosa ne sarà di loro di qui a un anno, di qui a un secolo. Di qui all'eternità.

domingo, septiembre 27, 2026

 Quasi fatto tutto (in tempi record)

Non so esattamente come ci sono riuscito, ma ho quasi fatto tutto (in tempi record). Sarà che sotto stress lavoro meglio, ma ce l'ho fatta: la recensione su un romanzo spagnolo uscito da poco per un giornale italiano, fatta; gli appunti per una tavola rotonda su uno scrittore spagnolo che non legge più nessuno (né in Spagna né in nessun altro posto), presi; l'intervento da leggere in un congresso sul lago di Como, fatto pure quello, 16 pagine scritte in situazioni disagiate, circondato dal rumore, la prole, il caos del tran tran quotidiano, le corse in bici per recuperare un po' di sanità sia fisica che mentale. In totale parliamo di una trentina di pagine e della lettura di una quindicina di libri (tre dei quali superano le 400 pagine; quello recensito arriva a 359).

Chissà se è per la mole esagerata di lavoro che ho fatto un incubo davvero strano l'altra notte: un professore emerito che tempi addietro mi salutava e mi invitava a partecipare nei suoi progetti di ricerca e mi ha perfino aiutato a pubblicare un libro e che poi, all'improvviso, mi ha misconosciuto come collega e amico perché ho tentato di presentarmi a un concorso in cui la candidata ideale era una sua allieva molto carina e molto giovane, ecco, questo prof. mi tagliava i capelli e lo faceva pure bene. Si parla del più e del meno, lui ha una faccia triste e un po' malinconica, poi mi porge una sorta di bustarella, vuole che lo paghi, gli dico che non ho soldi spicci con me né contanti. Lui mi dice "va bene", con un tono lugubre che minaccia tempesta. 

Che significa? Perché quel prof emerito mi taglia i capelli e mi chiede i soldi? Cosa vuole dirmi il mio subconscio? Dovrò tenermi a distanza, guardarmi le spalle dal suddetto cattedratico? Tra 9 giorni torno in Italia, torno sul lago di Como, e ancora non so bene cosa pensare, come prepararmi al viaggio, cosa sperimenterò tornando in un posto in cui sono stato ad agosto.

miércoles, septiembre 16, 2026



Assenza di suono


Notte fonda. È già mercoledì (il 16 settembre). Mentre provo a tenere testa a tutti gli impegni gravosi di questi giorni, mentre provo a restare concentrato e soffro d'insonnia e mi sveglio all'alba per preparare interventi previsti per il 6 ottobre, provo a concentrarmi sul silenzio. Sì, il silenzio. Quanto bisogno c'è di silenzio in questo mondo pieno di rumore e di rumori? Quanta voglia c'è di silenzio, quando tutto è permeato da caos sonoro?


Un amico che vive a Parigi mi scrive e mi chiede se voglio pubblicare una recensione per l'inserto culturale di un giornale molto noto in Italia. Mi da soli 10 giorni di tempo e sa che è poco, anzi, pochissimo per poter leggere come si deve un romanzo che uscirà a fine mese da Voland. Gli dico di sì, sottolineando il fatto che il tempo a disposizione è davvero poco. 


Dei colleghi vengono a pranzo e si stupiscono per la bontà delle patate che ho cavato dall'orto del marito di mia cugina quest'estate, oltre che per la bontà della lasagna (sugo Mutti, carne di qualità, tutto merito della mia compagna di avventure).


Un'altra collega mi scrive che è urgente, che entro domani dovrei mandarle la lista dei miei articoli dell'ultimo anno, dei congressi a cui ho partecipato, dei capitoli di libro o dei libri pubblicati nell'anno accademico 2025/26.


Un'amica mi manda una foto dal Messico: mi accorgo solo ora che la notizia di prima pagina riguarda l'assassinio di una giovane studentessa spagnola che era andata in Messico per studiare e, invece, vi perde la vita. Non oso, non posso immaginare la reazione dei genitori. Una studentessa carina e simpatica, dal volto sempre sorridente, che va all'estero, forse a fare la sua prima esperienza da adulta, e rimane vittima della violenza di un paese che ormai patisce soprusi da anni (i Narcos, la mafia, la droga, i politici corrotti e conniventi - Daniele Vicari suggerisce di andare al cinema a vedere l'ultimo film di Marco Bechis, Ritorno a Buenos Aires: la mia mente ricollega i disastri dell'Argentina a quelli del Messico).


Un altro collega ancora mi chiede di preparare delle relazioni degli ultimi quattro anni che ci siamo (tutti, me compreso) scordati di scrivere e archiviare. Scrivere reinventando il passato per archiviarlo in nuvole elettroniche dove chissà chi li leggerà e perché.


Siamo solo a mercoledì e ho già voglia di smettere di correre, leggere, scrivere, soffrire d'insonnia. Avrei, invece, una gran voglia di correre in bicicletta verso nuovi orizzonti. Magari anche paesini sconosciuti a 50 chilometri da qui. E poi spegnere il rumore di fondo, ascoltare il silenzio, se mai si possa ascoltare qualcosa che è per definizione assenza di suono.

lunes, septiembre 07, 2026

 49 anni


Non oggi, ma tra qualche ora, avrò 49 anni. 49. Anni. 49! Da domani, 8 settembre, ne mancherà solo uno per i 50. I 50! Mezzo secolo di vita (se ci s'arriva). Non riesco a crederci e mi fa effetto. Tra l'altro: domani sarà anche il primo giorno di lezione. Ricominciano i corsi all'Università. Mai iniziati così presto. Di sicuro, mi ritroverò davanti un sacco di studenti abbronzati. Ancora con la testa sintonizzata sulle vacanze (mare, amore, sole). E io che parlerò loro di letteratura. E loro che chissà se hanno mai letto un libro intero, da quando sono usciti dalle scuole superiori... Un dramma, per chi si occupa di materie letterarie. Di Studi Umanistici. Di teoria della letteratura (teoria? Letteratura? What's that?).

Domani farò 49 anni e arriverò tardi perché dovrò prima prelevare 3 vassoi tra dolci e salati da portare in Dipartimento, per condividere un po' di allegria coi colleghi (anche se non ho molta voglia di festeggiare: continua l'elaborazione del lutto per aver perso tutti i dati). Domani arriverò verso le 10:30 o le 11:00. Lezione dalle 11:30 fino a 12:30. Cosa dire in solo un'ora? Farò in tempo a spiegare alemeno obiettivi e contenuti? Poi tornerò a casa per pranzo. Poi giro in bici (se si può). Poi cena in pizzeria, coi colleghi che sono anche amici, una decina di persone (alcuni hanno più di 60 anni, uno ne ha 67 ed è già in pensione, beato lui).

La prole e la mia compagna di viaggi mi hanno già regalato una camicia molto elegante, uno zaino di cuoio vero molto marrone e un paio di pantaloncini per andare in bici. Gli amici non so cosa mi regaleranno: a me va benissimo la loro compagnia, non mi serve nulla (i libri, se arrivano, quelli sì, son sempre ben accetti e ben voluti).

49 anni e non ho voglia di fare il punto della situazione, un bilancio, una riflessione. Il tempo scorre. E prima o poi dovremo vedercela con l'Oscura Signora con la Falce. Intanto, finché c'è sangue nelle vene e ossigeno nei polmoni, continuiamo a pedalare, a leggere, a scrivere e a studiare. E anche ad insegnare. Che la passione non si spenga mai. O almeno non prima di andare in pensione.

domingo, septiembre 06, 2026

 Henry Scott Holland

E dunque uno può arrivare a scoprire nuovi poeti e poesie mai lette prima grazie a Jovanotti. Sì, Lorenzo Cherubini, quello che fa saltare e ballare le platee sulle spiagge di mezza Italia, che se ne va in giro per l'Italia in bicicletta dandomi parecchia invidia.

L'ultimo libro che edita in compagnia di un maestro (Nicola Crocetti) s'intitola Poesie da viaggio (Milano, Crocetti, 2026) e - tra le molte - contiene questa stupenda poesia di Heny Scott Holland, un teologo e accademico britannico vissuto tra il 1847 e il 1918 (dunque, ebbe modo di esser testimone dei disastri della Prima Guerra Mondiale).

Il componimento parla del rapporto tra i vivi e i morti. E sembra essere ispirato a Sant'Agostino ma anche a San Juan de la Cruz, uno dei grandissimi mistici della letteratura spagnola. E suona così:

La morte non è nulla, non conta nulla.
Mi sono semplicemente spostato nella stanza accanto:
nulla è accaduto,
tutto resta esattamente come era.
Io sono io, tu sei tu, e la vita che abbiamo vissuto insieme,
con tale intensità, è immutata, intoccabile, intatta.
Quello che siamo stati, uno per l'altra, è ancora.
Chiamami con quel vecchio nome familiare, allora,
parlami con lo stesso modo affettuoso che usavi sempre.
Non cambiare il tono della voce,
non assumere un'aria solenne o triste.
Ridi di ciò che ci faceva ridere, delle piccole cose che ci
piacevano tanto.
Sorridi, pensami, prega per me.
Il mio nome sia sempre familiare, come lo era prima.
Pronuncialo senza traccia d'ombra o di dolore.
La vita conserva il suo significato:
è la stessa che è stata.
C'è una continuità nell'assoluto che non si flette.
Cos'è questa morte se non un trascurabile accidente?
Perché dovrei svanire dalla tua mente solo perché non
sono davanti ai tuoi occhi?
Non sono lontano, ma dall'altra parte, vicinissimo, in
fondo, appena dietro l'angolo.
Tutto è nel bene, nulla è perduto.
Un breve istante e tutto sarà come prima:
quanto rideremo di questa separazione quando ci
ritroveremo ancora.

La traduzione dall'inglese all'italiano è di Ester Lullo. E mi conforta leggere poesie come questa in un ritorno a scuola, alla routine, al lavoro che non risulta affatto facile. Ma le salite esistono perché vanno affrontate. E poi, in teoria, ci dovrebbe essere un po' di discesa...

viernes, septiembre 04, 2026

 Tra gli impegni familiari e quelli accademici


Ora, immaginiamoci una coppia di docenti che ha prole; immaginiamoci anche una scuola chiusa fino all'8 settembre (la data del mio compleanno) e che ricomincia proprio l'8 settembre (che è anche la data d'inizio dei corsi all'Università). Immaginiamoci questa coppia che vive in una città in cui non può fare affidamento su alcun parente, nonna, nonno, zio o zia... E che, nonostante l'assenza d'aiuto, deve andare a lavorare, deve compiere il proprio dovere.

Si fanno i turni, certo: lei andrà con la prole all'Università un giorno, lui un altro. Quando entro in ufficio, lungo il corridoio, non c'è collega che non si fermi a guardarle: "Ma che belle!"; "Ma come sono cresciute!"; "Volete una caramella?". Tutti che sorridono, fanno loro regali e regalie varie; perfino quelli di informatica, che non parlano molto, sono sempre piuttosto laconici, perfino loro permettono loro di giocare al computer, di far finta di scrivere con la tastiera di pc spenti, mentre scaricano nel mio (quello nuovo, comprato ieri) il pacchetto Office con Word, Excell, PowerPoint e i programmi fondamentali per svolgere le proprie mansioni (docenza e ricerca scientifica).

Ecco: immaginiamoci per un secondo un luogo grigio e neutro come il centro d'informatica "invaso" per un po' da due bambine vispe e sveglie e che hanno voglia di scoprire come funziona un'Università. Ecco: all'improvviso, perfino quel posto, concepito solo per rendere un servizio al docente o allo studente di turno (molti arroganti, perché avendo pagato una lauta iscrizione pretendono che gli addetti ai computer risolvano loro ogni problema, anche quelli che in realtà sono falsi problemi dovuti a ignoranza) diventa un luogo "altro", meno antipatico, forse più divertente o più umano, con quelle risate che si sentono fino alla direzione (e, di fatto, il direttore esce e si presenta, le saluta e chiede loro se vogliono anche un lecca-lecca, con il logo e il nome dell'Università...).

Strano, sì, davvero anomalo stare in bilico e a metà tra gli impegni familiari (devono andare al bagno; non possono correre né gridare troppo per non disturbare gli altri colleghi; dovranno andare anche a mensa a ora di pranzo, fameliche quali sono; etc.) e quelli accademici (evadere le email più urgenti; rispondere alle richieste burocratiche del Sistema; iniziare a preparare il campus virtuale, l'armamentario informatico, per fare lezioni sia in presenza che online; chiacchierare con gli altri colleghi che ti chiedono se vuoi partecipare a un congresso, un convegno, una giornata di studi, etc.).

Stranissimo equilibrio che alla fine riesce e quando si torna a casa uno non riesce a crederci che ce l'ha fatta, che loro non si sono annoiate troppo, che uno ha fatto (anche se non coi soliti ritmi) il suo dovere e che gli informatici gli hanno rimesso a punto un nuovo computer (con la speranza che duri anni e non venga rubato e non patisca incidenti di percorso di sorta).

miércoles, septiembre 02, 2026

 Vivere dentro la propria lingua

Più passano i giorni (dopo il trauma narrato nell'anteriore post - o capitolo - di questo diario di bordo) più mi convinco del fatto che una lingua la si abita e la si vive come una casa. Dentro c'è tutto ciò che serve: se poi quella lingua è l'italiano, un parlante e scrivente che vive all'estero avverte l'irresistibile e irrefrenabile desiderio di viverla quella lingua, di farne parte, di plasmarla per non perdere l'identità e l'orizzonte e la direzione vitale...

Di questo parla Theodor Kallifatides, uno scrittore greco che vive in Svezia e che fin da subito adottò lo svedese come sua lingua letteraria, prima di rendersi conto di quanto fosse importante tornare alle radici e al greco dei genitori.

Avverto l'urgenza di usare la lingua di Dante, proprio ora che sono in Spagna e che sogno in spagnolo e che scrivo quotidianamente in spagnolo e che lavoro grazie allo spagnolo e alla letteratura spagnola...

Passano i giorni, tra poco farò 49 anni, quasi mezzo secolo di vita, e l'italiano persiste e resiste, resta la lingua in cui riesco ad esprimere l' "io" nonostante l'amore scriteriato e sviscerato per lo spagnolo...

49 anni! Ma come è possibile?!?

In foto, Theodor Kallifatides:


In Italia lo hanno tradotto e pubblicato Voland e Crocetti... Chi si avventura nella sua scrittura, non ne uscirà vivo (e imparerà molto sulla questione identità-lingua).

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