sábado, febrero 14, 2026

 El día del lobo di Antonio Soler: o come ricordare il passato traumatico


In un mondo che rende culto alla velocità, alla rapidità, all'istantaneità, in una società che ha la memoria corta o che non ha proprio memoria, solleva l'imbattersi (ogni tanto) in libri (romanzi) che lasciano il segno perché recuperano il passato, tornano sulle ferite della Storia recente e ci fanno capire che - in realtà - non siamo cambiati, non è cambiato il mondo e la Storia forse non sarà mai ciò che propugnava Cicerone, ossia, Magistra Vitae...

Leggere El día del lobo (Barcelona, Espasa, 2024) di Antonio Soler è fare un viaggio al passato, per l'esattezza, al 7 febbraio del 1937, quando le navi di Franco occupano il porto di Malaga e cominciano a bombardare la città, mentre dal cielo l'aviazione fascista di Mussolini e quella nazista di Hitler lanciano bombe sulla popolazione civile, senza scrupoli, con l'intenzione di seminare il panico e la distruzione.

Sono passati 89 anni da quel giorno e da quella strage di civile (moltissimi si sono messi in cammino per trovare riparo ad Almería: tra Málaga e Almería ci sono 200 chilometri di distanza; immaginiamoci come si spostava questa gente, tra corpi sventrati, bambini urlanti, anziani senza forza o appoggiati al bastone). Eppure, Antonio Soler è in grado di farci rivivere quei giorni apocalittici trasmettendoci la Storia attraverso due canali fondamentali: il racconto (orale) di sua nonna, intimidita dal nipote o forse ancora in imbarazzo nel dover riscattare certe scene tragiche dopo tanti anni trascorsi dall'evento e i documenti storici, i saggi e gli studi che parlano di questo esodo di massa di popolazione inerme sotto le bombe naziste, fasciste e franchiste.

Il libro si presenta, dunque, come memoir familiare, certo, ma anche come romanzo, perché il narratore che parla in prima persona e che questa volta coincide con l'autore in carne ed ossa sente l'urgenza di utilizzare l'immaginazione quando né la nonna né i libri di storia sui fatti raccontati riescono a dargli un quadro completo della situazione.

L'immaginazione lavora affianco, in collaborazione con la memoria, per ricreare certe scene che Soler non avrebbe mai potuto presenziare (sua madre, Libertad, aveva 18 anni ed era incinta quando iniziarono i primi traslochi sotto le bombe e le prime marce verso Almería).

Tra i tanti libri citati, ce n'è uno che mi ha lasciato un'impressione molto forte e che forse non dimenticherò mai: La desbandá. El crimen de la carretera de Málaga a Almería (1937) di Norman Bethune, con le fotografie di Hazen Sise. Chi è Bethune? Chi è Sise? Si tratta di un medico e di un architetto e fotografo canadesi che, dopo aver assistito ai primi eventi tragici della guerra civile spagnola (scoppiata il 18 luglio del 1936) non hanno dubbi: si schierano dalla parte dei più deboli e dell'esercito del Frente Popular, per opporsi al fascismo e all'esercito dei nazionalisti guidati da Franco.

Sise fotografa ciò che vede in compagnia di Bethune nel momento in cui entrambi decidono di convertire il furgone per le trasfusioni di sangue in ambulanza per tutti i bambini e le madri che gridano aiuto. I due fanno un'infinità di viaggi, tra Málaga e Almería, per cercare di aiutare la popolazione civile. Bethune lo scrive nel suo libro-testimonianza: è come svuotare il mare con un imbuto; ma sente che è suo dovere restare lì, nel mezzo della battaglia, dell'Apocalisse, dei disastri della guerra.

Tra le tante foto di Sise ce n'è una che colpisce il lettore del XXI secolo: è quella di una bambina con il vestito fiorito; mangia canna da zucchero, unica fonte d'alimentazione che trova lungo il cammino, e ai suoi piedi giace una bambola nuda, priva di un braccio. La didascalia è melodrammatica, il libro di Bethune deve scuotere le coscienze degli altri europei e cittadini civilizzati di fronte agli orrori della guerra civile: "Non importa più nulla ormai. Nemmeno la bambola".

Chi ha scritto il libro; chi ha scattato le foto; chi lo ha pubblicato sapevano bene qual era il loro obiettivo. Smuovere le coscienze. Cercare d'illuminare i testimoni non oculari dei bombardamenti sui civili inermi. Chi guarda la foto oggi patisce una specie di deja-vu: quella bambina è la stessa che abbiamo visto nei telegiornali che mandavano immagini in diretta dalla Striscia di Gaza o dal fronte Ucrania-Russia. E sorge spontanea la domanda: chissà se sarà riuscita a salvarsi; chissà dov'erano i suoi; chissà che fine ha fatto. Ma si sa: la storia non è più (forse non lo è mai stata) "maestra di vita".

jueves, febrero 05, 2026

 Gli eventi (al 5 di febbraio del 2026)


Ieri ho mandato un messaggio a C., che ha da poco perso il marito: mi parlava di tutt'altro, mi raccontava di una sua visita (dolorsa) dal dentista (che conosce da cento anni e che ancora non si capacita che la sua amica abbia il terrore del trapano). E sempre ieri (ma di notte), ho sognato Alyssa: era una bambolina di ceramica o di altro materiale delicato e io la schiacciavo o la stringevo talmente forte a me che la rompevo in mille pezzi (le ho mandato un vocale e senza essere Freud mi risponde: "Che razza d'incubo! Ma tu mi vuoi male!").

Stamane, invece, ho iniziato a correggere la tesi di dottorato di una mia dottoranda che è appassionata del Quijote e delle mille trasposizioni cinematografiche del capolavoro di Cervantes. Non è male, non è banale il discorso critico che riesce a sviluppare a partire dalla versione in bianco e nero e del 1933 di G. W. Pabst. La dottoranda dimostra acume e finezza d'analisi, anche molta capacità di sintesi (la prima versione della tesi non arriva a 100 pagine: come fare a dirle che deve ampliare, senza risultare offensivi, senza suonare troppo "paternali"?). E poi l'incontro ravvicinato con un'ex alunna, una delle più brillanti che abbia mai avuto, che continua a chiedermi consigli di lettura, che disegna come una vera artista, che fa domande di letteratura e guarda l'orizzonte con occhi a volte smarriti a volte dolcissimi...

Gli eventi. Semplicemente loro. Ciò che accade. Ciò che ci accade. Al 5 di febbraio di questo 2026 che sembra il prologo allo scoppio di una guerra civile negli USA o della Terza Guerra Mondiale nel resto del pianeta.

sábado, enero 31, 2026

L'intensità (di certi sguardi) 

L'intensità di certi sguardi. Che nessuno dei due può evitare di lanciare l'uno all'altro, sapendo chi è l'altro, perché lo si è spogliato con gli occhi, con la mente e con le mani più di una volta, col fiato sospeso, con l'ansia di chi sa che c'è il piacere ad attenderlo.

L'intensità di certe intese, di frasi che l'uno può anticipare o concludere per l'altro (in vece sua) perché già ne conosce il ritmo e il vocabolario, sa già che termini adotterà in quel contesto, che metafore, che similitudini, che maniera di piegare la prosa del mondo all'altezza musicale dei versi (le impronte e i fantasmi che accompagnano la nostra vita diurna, civile, legale, accanto a quella notturna, primitiva e illegale, quella in cui si diventa entrambi animali).

L'intensità di certi dialoghi, fuori dal bar, mentre i turisti camminano verso la spiaggia, non li ferma nemmeno il vento forte di quest'ultima giornata del mese di gennaio (che sembrava non finire mai, come se da Capodanno fossero trascorsi anni e non giorni). Qualche coppia si tiene stretta stretta (avrà paura l'uno che l'altro se ne voli via col vento?), qualche coppia si bacia sulle panchine, mentre il vento piega gli ombrelli rendendoli brandelli di plastica attaccati a fili di bastone; qualche coppia litiga, anche, perché lui non si ricorda dove ha parcheggiato e lei è isterica, vuol tornare a casa, cazzo.

L'intensità di questi scambi verbali che, al di sotto della loro superficie civilizzata  e dell'educazione, nascondono scambi ben più profondi, negli abissi dell'anima e della mente e del corpo dell'altro...

È il 31 di gennaio: la presentazione è stata un successo, il pubblico ha fatto molte domande, la scrittrice è felice, mentre il mio sguardo è diretto solo verso una persona, solo verso di lei, colei che mi conosce meglio di come mi conosco io, colei che sa, colei che scrive e canta, quando l'ispirazione le regala poesie che tolgono il fato...

domingo, enero 25, 2026

 Il mercato editoriale e la letteratura "vera"

Dunque, la situazione è la seguente: una cara amica, una persona che ammiro molto dal punto di vista del suo lavoro di studiosa e ricercatrice nell'ambito della letteratura ispanica, ha pubblicato il suo secondo romanzo e mi chiede di presentarglielo. Dopo aver pubblicato un primo romanzo dotato di un certo fascino, un romanzo scritto bene, anche se con alcuni rimandi fin troppo espliciti a un altro scrittore molto famoso e molto apprezzato a livello internazionale, ne ha appena pubblicato un secondo, molto più fiacco, sfilacciato o forse banale del primo.


E come fare, allora, ad accettare l'invito a presentare un romanzo che non ci convince e, al contempo, a non compromettere l'amicizia con una scrittrice che - secondo me - ha cose da dire, anche se forse non è riuscita a dirle come nella sua "opera prima"? E come fare, allora, a parlare bene di un romanzo che ci sembra fin troppo "topico" o pieno di elementi già visti in passato (in letteratura o anche al cinema) senza urtare la sensibilità dell'autrice? E come fare, soprattutto, questa presentazione quando uno sa che dietro a questo libro si sta muovendo tutto un armamentario di marketing letterario davvero incredibile e sconcertante? 


La casa editrice (molto potente) che pubblica il romanzo non si vuole far sfuggire l'occasione di guadagnare milioni, se possibile, con questo loro ultimo lancio. C'è di mezzo la televisione, la pubblicità, la radio, le librerie, i circoli letterari, la stampa, insomma, come provare a fare bella figura, anche nei confronti della scrittrice, senza offendere?


Ecco, ho pensato che la soluzione potrebbe essere la seguente: nella presentazione farò riferimento alle cose che mi sono piaciute, sottacendo le molte che non mi hanno convinto. E poi...che sia il Tempo a stabilire se il libro merita o finirà (come tanti) nella "sepoltura dell'oblio".


P.S.: quanta distanza c'è, a volte, tra ciò che proclama la critica e ciò che esperimenta il lettore! Quanta distanza tra il mercato editoriale e ciò che è letteratura "vera", quella che pretende scuotere la coscienza del lettore, quella che fa pensare al di là delle imitazioni dei grandi, al di là delle citazioni famose!

domingo, enero 18, 2026

 Ipotesi di lavoro

Oggi io e la mia compagna di avventure abbiamo discusso o ci siamo leggermente accapigliati sul tema del femminismo. Io difendevo l'idea che Virginia Woolf non avesse capito l'Ulisse o, almeno, non ne avesse apprezzato lo stile sperimentale (lei che ha sperimentato tantissimo) né il ritratto a 360 gradi di una donna vulcanica e passionale come Molly Bloom (non ricordo in che articolo o saggio accusa Joyce di essere pornografico o fin troppo esplicito quando racconta l'inimità dei suoi personaggi); lei difendeva il fatto che Virginia Woolf fosse riuscita a penetrare molto più a fondo di Joyce nella mente dei personaggi, anche di quelli maschili o che si trasformano nel nome di un'ermafroditismo davvero originale (pensiamo a Orlando, del 1928 - ma anche Flush non scherza, non avevo mai letto prima la biografia di un cane; lo scrive nel 1933, a 10 anni dall'apparizione dell'Ulisse joyciano).

Poi, tornando a casa, mi sono ricordato delle lettere d'amore che Virgiani Woolf scrisse a Vita Sackeville-West. Ne lessi qualcuna in inglese, quando ero studente di Lingue e Letterature Straniere alla "Sapienza" ed ebbi l'enorme, immensa fortuna d'imbattermi in maestri e anglisti di fama internazionale come Nadia Fusini o Piero Boitani (se oggi ho letto Shakespeare in versione originale lo debbo a lui, oltre a tante altre cose che non sto qui ad enumerare, perché sono davvero tante).




E subito dopo mi è venuta alla memoria la lunga trafila di lettere che James Joyce inviò a Nora Barnacle quando s'innamorarono e decisero che non si sarebbero mai più lasciati (e, di fatto, non si lasciarno mai, nemmeno quando Joyce si ubriacava come un alcolizzato e lo buttavano fuori dai pub delle varie città in cui vissero, Parigi, Trieste o Zurigo, e la coppia non sapeva come sbarcare il lunario, perché Joyce non guadagnava molto e i lavoretti che faceva per portare il pane a casa non erano molto remunerativi, se così possiamo dire...).

Scopro solo ora che nel 2024 è uscita una traduzione in italiano di quell'epistolario molto "hot" (un amico spagnolo scrittore mi ha raccontato che alcune lettere lo hanno fatto addirittura arrossire).

Ed allora ecco che mi si accende la lampadina e mi sovvien l'idea per uno studio di teoria della letteratura e di letterature comparate: cosa potrebbe venir fuori dall'analisi contrastiva dei due epistolari amorosi, quello di Virginia in omaggio a Vita e quello di James in onore di Nora? Che voce? Che immagine dei due sessi? Che guerra dei sessi tra polo femminile e polo maschile, tra omo- ed etero-sessualità? Quanta distanza tra i due nell'uso del proprio stile, tra stream of counsciouness e interior monologue? Che visione del mondo e dei rapporti sentimentali?

Appunti per un'ipotesi di lavoro del futuro...


jueves, enero 15, 2026

 The New Pope


Immaginate cosa succederebbe se i cardinali del Vaticano nominassero un papa debole, una figura di secondo piano da poter manipolare a proprio comodo, e che questo nuove papa fosse un francescano convinto, uno di di quelli che vive lo spirito del frate d'Assisi fino alle sue più estreme conseguenze. E che questo papa aprisse letteralmente le porte del Vaticano ai poveri e i diseredati della Terra, ai morti di fame che dormono per strada, ai barboni di Roma e del mondo intero, e decidesse di bloccare i conti correnti di tutti i cardinali e di promuovere l'austerità in tutte le più alte sfere dell'istituzione cristiana (un'istituzione che dura da secoli e che gode del lusso e dei privilegi di altre istituzioni di tipo politico).

Ecco, immaginatevi tutto questo: cosa succederebbe se davvero venisse nominato un Francesco II, sorta di gemello speculare di quel Francesco I che tutti abbiamo conosciuto (uno dei Papi più progressisti degli ultimi secoli, secondo alcuni, e proprio per questo non tanto ammirato né amato dalla parte più conservatrice della Chiesa). Che fine farebbe?


Paolo Sorrentino se lo domanda o lo immagina nella seconda puntata della seconda stagione di The Young Pope, ora intitolata The New Pope. Come sempre grandioso nella messa in scena, nella fotografia, nei movimenti di macchina (con quei lunghi piani sequenza che sembrano davvero godere della possibilità di spaziare dentro gli spazi immensi di un Vaticano ricostruito interamente in studio), con attori del calibro di Silvio Orlando, Jude Law (il papa finito in coma) e, soprattutto, John Malcovich (nominato papa subito dopo la morte misteriosa del papa francescano), Sorrentino si diverte a narrare gli scontri e le malefatte, i dissidi interni e i giochi di potere di una Chiesa il cui rappresentante sulla Terra sembra essere più fragile e peccatore di qualunque altro povero cristo senza fede o con una fede incerta.

A Sorrentino interessa da sempre il potere e le sue dinamiche: pensiamo al Giulio Andreotti de Il divo (2008), al Silvio Berlusconi di Loro (2018), alle comparse che circondano lo scrittore fallito Jep Gambardella ne La grande bellezza (2013) e al Presidente della Repubblica Italiana de La grazia (2025) (film che non ho ancora visto e che non vedo l'ora di vedere nell'unica sala in cui proiettano in lingua originale nella città del Sud del Sud della Spagna in cui vivo).

The New Pope è l'ennesimo tassello di questo ragionamento attorno al potere che Sorrentino va elaborando nel corso degli anni, senza mai stancarsi di sottolineare le ambiguità tipiche di chi lo esercita o lo patisce; sempre cosciente dei mezzi potenti del cinema; con una macchina da presa che danza attorno a personaggi che parlano come i protagonisti di romanzi del Novecento o anche dell'Ottocento. 



E che spasso i cammei di Sharone Stone e di Marilyn Manson, nel ruolo di se stessi, quando arrivano a San Pietro per compiacere il "nuovo papa", John Brannox, appassionato di entrambi! Sorrentino allo stato puro.

domingo, enero 11, 2026

 Le domeniche infinite

La domenica (come sa bene chi ha letto o legge questo "diario di bordo") è sempre un giorno un po' complicato da vivere (a cui sopravvivere). Quella di oggi ne è un esempio preclaro, calzante e perfetto. Dopo aver comprato 2 giornali, non sono riuiscito a sfogliarne nemmeno una pagina (di nessuno dei due). La prole vuole andare a fare un giro in bici lungofiume. Ci andiamo. Odio andarci quando ci sono così tante persone che s'improvvisano sportivi, quando corrono tutti, si creano le file, passa prima il pedone o la bici o il monopattino? Chi ha la precedenza? Quanto ingombro! 

E poi la famiglia politica che viene a pranzo: risate che non ti riguardano; pettegolezzi di gente che nemmeno conosci; scontri su Trump e Maduro, la posizione di Sánchez e quella dell'estrema destra spagnola; la Meloni che fa? Mai parlare di politica a tavola. E poi un'altra coppia, colleghi di un'altra Università, che dopo aver bevuto un po' di limoncello si mettono a parlare male della IA (o AI), l'Intellingenza Artificiale e il suo impatto sulle menti dei più giovani...dove andremo a finire? Si perderà per sempre l'uso del muscolo della memoria?

E poi la lavastoviglie da caricare e la lavatrice da svuotare, i compiti per casa, i compiti che implica la gestione quotidiana d'una casa, la voglia d'isolamento, di rivedere Fuga da Alcatraz di Don Siegel, un regista importante, un regista di quelli che sanno muovere la cinepresa e valorizzare i primi piani sul volto duro di uno come Clint Eastwood. 

A uno verrebbe quasi da dire: "Meno male che è quasi finita, meno male che domani è lunedì, si torna al lavoro, finalmente, per fortuna, basta domeniche...".

  El día del lobo di Antonio Soler: o come ricordare il passato traumatico In un mondo che rende culto alla velocità, alla rapidità, all...