domingo, agosto 16, 2026

 Diario di viaggio (da Barcelona all'Abruzzo, passando dai laghi - di Como e di Garda)


2/8/2026


Partiti alle ore 10:00 dalla città del Sud del Sud della Spagna in cui viviamo, arriviamo a Barcelona alle ore 17:00, dopo una breve pausa pranzo a Villareal. L'Hotel Cantón è davvero centralissimo. Dalla finestra della camera 410 si vede l'interno dell'appartamento di fronte. Alle 21:30 di sera una bionda completamente nuda scrive e chatta sul computer e dal cellulare scaccolandosi il naso, fumando vapore e bevendo da una bottiglia d'acqua. Ogni tanto sembra avvicinare la mano sinistra alla pancia. Ogni tanto sembra quasi che si tocchi. Voyeurismo in diretta. L'eccitazione mi coglie quando si alza dalla sedia e scompare in camera (è completamente depilata). Cosa spingerà l'essere umano a spiare la vita di un suo simile? E sei lei fosse stato un "lui"? Probabilmente, non mi avrebbe scatenato gli istinti primordiali, non avrei guardato con tanta curiosità, morbosità, foga. Non mi sarei mai alzato per vedere se tornava in cucina (sono le 23:30 e la luce della cucina è ancora accesa, ma di lei, della bionda misteriosa, della bella fanciulla che si mette le dita nel naso e si mangia il mocciolo e fuma vapore nessuna traccia, ahimè).


3/8/2026


È lunedì e Barcelona si sveglia con le nuvole. Il cielo nero minaccia pioggia. Alle 7 in punto tutti svegli, tutti in piedi e pronti a partire alla volta dell'Italia. La prole è felice di tornare in Italia e per questo sopportano tante ore di viaggio in macchina e, a breve, in nave, con tanto stoicismo e pazienza. Alle 8 in punto siamo già al Terminal F2, quello da dove parte la nostra nave GNV (Grandi Navi Veloci), fatta dai genovesi. Una delle figlie va con la mamma; l'altra resta col papà. Mi coccola tutto il tempo, ma l'attesa è lunga e non so come fare per intrattenerla. Attorno a noi una discreta quantità di marocchini. Ambra mi aveva avvisato: attento, la nave viene dal Marocco e Genova è l'ultimo porto, troverai gente buttata da ogni parte e bagni sporchi. Quando saliamo a bordo e ricompattiamo la famiglia nella cabina 9054 restiamo a bocca aperta: questa è forse la nave più nuova e pulita e grande su cui siamo mai saliti. A bordo, un esercito di facchini dai tratti asiatici (filippini?) ci sorride e ci tratta con una gentilezza fin troppo esplicita e del tutto inaspettata. 

Ripenso a Mzungo, quello strano, strambo romanzo di Luis Goytisolo in cui un gruppo di turisti occidentali, europei, bianchi e alquanto razzisti fa una crociera che li condurrà in Africa e lì assistiamo a quanto si va profilando già nelle prime righe, nella primissima scena del romanzo, ovvero, uno scontro senza precedenti tra civiltà, razze e gruppi etnici contrapposti. Quanto influisce il razzismo, anche quello latente o quello che facciamo fatica ad ammetere anche a noi stessi, nella nostra vita quotidiana? Quanti, tra i marocchini entrati illegalmente a Ceuta, al grido di "¡Viva España!", in realtà, sotto sotto, odiano la Spagna? Quanti quelli che - restituiti al Marocco - vorrebbero davvero lasciare per sempre il loro paese e cercare fortuna in Europa, lontano dalle loro frontiere? Che cos'è la patria? Cosa sono i confini? Quand'è che uno si sente parte di un determinato contesto geopolitico?


A ora di pranzo penso all'italiana: tagliatelle al ragù + merluzzo con patate + bufala + verdure grigliate. Due bottiglie d'acqua fresca, una lattina di cocacola (per me) e un trancio di tiramisù da dividere in quattro per un totale di 60 euro. Tutto davvero molto buono. 


Sono le 16 e la mia compagna di avventure è al parco giochi con la prole. Posso scrivere e leggere con tranquillità e in assoluto silenzio. Si arriverà in porto alle 9 di mattina del giorno 4 di agosto. Genova. Poi Como...poi Desenzano del Garda. Poi Rimini. Poi San Marino. Infine Pieve Santo Stefano...E alla fine... Abruzzo.


4/8/2026

Lunga fila di auto e camper e moto e tir prima di passare i controlli della polizia di frontiera. Non mi era mai capitato prima e non so se è una carattestica esclusiva del porto di Genova o se questi controlli a tappeto di carte d'identità e passaporti sono causa diretta del dispetto infantiloide della Meloni contro Sánchez dopo i fatti (decisamente tragici) di Ceuta (chi si ricorda dei minorenni senza genitori? Chi delle decine, se non centinaia di morti annegati?). Passa quasi un'oretta prima che il poliziotto di turno, gentilissimo e con marcato accento siciliano, ci dia l'ok. Impostiamo il GPS in direzione Lago di Como, in particolare, Garzola Superiore, a diversi metri sopra il lago e con vedute panoramiche spettacolari sullo stesso, come scopriremo in seguito. L'autostrada per arrivare allo svincolo di Milano è tremenda, come ricordavo da un altro, precedente viaggio a Genova. Le autostrade della Liguria fanno venire l'infarto. Corsie strette, tutte curve e mille gallerie. Niente a che vedere con l'A7 direzione Alessandria e Como. Prima di arrivare all'appartamento facciamo spesa all'EsseLunga; che ricordi, legati al mio supermercato favorito, quando la mia vita si svolgeva tra Firenze, Empoli e Pisa! Quando, a forza di stare a stretto contatto con i toscani (sia per motivi di lavoro che per legami sentimentali poi naufragati), stavo per diventarlo anch'io (l'accento con la "c" moscia, il toscano è forse uno dei dialetti che più ti si attaccano).

Solo l'italiano che vive all'estero può (potrebbe) capire l'allegria e l'entusiasmo di chi, appunto, torna in patria dopo mesi e si ritrova a gironzolare tra gli scaffali di un supermercato in cui ritrova il contatto visuale (e direi quasi "passionale") con il Parmiggiano Reggiano, i Fonzies, i biscotti della Mulino Bianco, il caffè Lavazza o quello Kimbo (carissimi tutti, dopo il covid), la pizza del forno appena fatta e ancora calda e la mortadella o il prosciutto di Parma, tutto, tutti questi prodotti tipici possono diventare la proustiana "madelaine" che riattiva i ricordi del passato, di una vita passata che non passa e che fa ancora parte del presente...

La prole vuole anche il melone. Si compra roba per una settimana, quasi 150 euro di spesa compreso l'olio extravergine di oliva dimenticato in Spagna e il caffè (prendo la marca EsseLunga: mi sembra osceno pagare 6 euro un pacchetto da 250 grammi di Lavazza) e poi su, sempre più su, tra curve pericolose e corsie strette come quelle delle autostrade liguri (il ricordo corre anche alla costiera amalfitana e alle mille occasione scampate di fare incidente contro l'auto che ci viene contro e ci obbliga ad accostarci al guardrail che ci protegge dal burrone a picco sul mare).

Sudando le famose sette camicie, riesco a trovare il parcheggio di fronte all'appartamento a piano terra con cortile dotato di ampio prato e tavolo in legno massiccio. Anche gli sgabelli e le sedie fanno pensare al legno tipico delle baite di alta montagna. D'inverno qui deve fare un gran freddo. Oggi, 4 agosto 2026, fanno 32 gradi e si suda e non c'è aria condizionata. L'appartamento è gigantesco: il salone ha un divano enorme da cui poter guardare la tv; la cucina è molto bella e pulita anche se all'inizio non capiamo dove si nascondano forchette e coltelli e cucchiaini; i due bagni sono belli e minimal, le tende arrivano fino a terra, il letto matrimoniale è su un guscio di noce gigantesco, le abat-jour sono anch'esse fatte di legno scuro.

Per pranzo la mia compagna di avventure prepara arroz a la cubana (riso in bianco su cui spargere sugo e un uovo in padella), dopodichè zapping rapido e immersione totale nella televisione italiana e poi tentativo (frustrato) di giro in macchina lungolago. Dopo quasi 2 ore di macchina, capiamo che è davvero impossibile parcheggiare nei pressi dei tanti paesini sul Lago di Como. Ogni centimetro quadrato di strada o di marciapiede è proprietà privata di chi sul lago ci vive o degli hotel o dei (pochi) ristoratori che godono della vista panoramica sulla stesso.

Provo a fermarmi in un minipiazzale in ombra, accanto alla 500 rossa di una coppia di cinesi con bambini al seguito. Mi azzardo a percorrere pochi metri per fotografare almeno un ramo del Lago di Como manzonianamente inquadrato dalla fotocamera del mio cellulare e incorniciato dai rami di un albero forse centenario e tremo a ogni passo per le macchine che mi sfiorano lungo la carreggiata (gli indigeni vanno veloci, conosceranno a memoria ogni curva di questo serpentone). Fotografo anche una sorta di capanna di legno con tetto di pietre laviche grige e un lucchetto arrugginito che blocca l'ingresso della porta, malandata e, di sicuro, fuori asse. Mi domando di chi mai possa essere una costruzione così primitiva e che faccia avrà il proprietario e a quale strano uso la destinerà: è uno spazio angusto a precipizio sul lago più famoso d'Italia (dalla strada non si nota, si può scovare solo a piedi, seguendo il tracciato del sentiero nascosto che porta alla capanna misteriosa).

Torniamo indietro e parcheggiamo vicino ad una scuola media, a pochi metri dal monumento dedicato ad Alessandro Volta, forse il cittadino più illustre di Como ed inventore della pila. Solo dopo scoprirò che si tratta del Tempio Voltiano, museo scientifico inaugurato quasi cento anni fa, nel 1928. Ci stendiamo sui teli da spiaggia in un piccolo spiazzo di sassi e arena. La mia compagna di viaggi si fa il bagno insieme alla prole, ma scopro subito che è proibito: divieto di balneazione, con tanto di cartello. La richiamo subito all'ordine. Ed ecco puntuali un paio di polizziotti che ordinano ai bagnanti di uscire subito dall'acqua. Un cinese (un altro) sorride e il polizziotto, giovane e sgarbato: "che ti ridi? Documenti! Documents!", gli grida con tono arrogante. Prima di tornare in auto, ho il tempo d'imbattermi in una sorta di tumulo in miniatura: due peluches, un unicorno e un orsetto bianco ora sporco sono circondanti da candele gialle e mazzetti di fiori ormai appassiti. Spiego alla prole che deve trattarsi di un omaggio funebre a una bimba morta annegata nel lago proprio in quel punto. Ci restano di sasso, a bocca aperta. Iniziano a chiedermi chi sia la bambina, quanti anni aveva, come staranno ora i suoi genitori. Solo il giorno dopo la madre leggerà la notizia sul giornale locale. Una morte per acqua tra le molte occorse in questo lago immenso e pericoloso.

Torniamo a casa, stanchissimi, si cena a base di tortelloni al sugo e caprese. Stappo una bottiglia di Chianti (quando vivevo a Firenze o a Empoli o a Pisa era un'abitudine fissa, una sorta d'automatismo). Dopo cena, si guarda una commedia di Riccardo Milani: Corro da te (2021), con i sempre bravi Pierfrancesco Favino e Miriam Leone. Si tratta di una commediola che ridicolizza il tipico Don Giovanni italico e aiuta a riflettere sulle differenze presunte tra "normali" e "disabili". La "disabile" è Miriam Leone; il "normale" è Favino. L'amore stravolgerà gli schemi mentali di entrambi e, ovviamente, trionferà. 

Di notte, l'ansia e una strana paura irrazionale s'impossessano della mia mente. Questa casa così enorme, incastrata all'interno di una palazzina di almeno quattro piani, è piuttosto isolata e spersa nel buio di queste montagne. Non si sente anima viva. La porta dello sgabuzzino si apre da sola e fa il tipico rumore o cigolio degno di un film di Dario Argento. La famiglia mi lascia davanti alla tv e va di sotto a dormire. La scala per scendere al piano sotterraneo ricorda la scena del crimine della povera Chiara Poggi. Ho gli incubi. Ripenso anche alla strage d'Erba, a pochi chilometri da Como. Rosa e Olindo. Un mistero ancora irrisolto. E se ci entrassero dei ladri o degli sconosciuti e ci ammazzassero tutti nel sonno?


5/8/2026

Mi sveglio alle 8 con la rapida coscienza di non aver riposato affatto. Ho le occhiaie, ma, almeno per oggi, non dovrò guidare. 

Dopo una colazione veloce, prendiamo il bus nº5 per scendere verso Como e dal molo nº2 prendere il battello che gira tra Torno, Cernobbio, Moltresio e Tavernola. Quelli verso Bellagio sono tutti prenotati almeno fino alle ore 13:30. Sono le 9:30 e per 23 euro riusciamo a fare un biglietto Happy Family che dura l'intera giornata. Viaggiare a volte è più fonte di stress che altro. Alla fine, delle quattro destinazioni, riusciamo a vedere per bene e con calma solo Torno e Cernobbio. Entrambi i paesini fanno impressione per l'alternanza quasi ininterrotta di bellezza e decadenza. Hotel di lusso e vicoli pieni di muffa e con le sedie mezzo abbandonate. Barchette lasciate a riposo su scalinate che conducono verso chiese perennemente aperte e prive di fedeli. Non so perché, ma continuo a pensare che - come Venezia - Como sarebbe il set ideale per un film dell'orrore. Altro che George Clooney o Leo Di Caprio.

Si torna a casa stremati dalla fatica alle 17:00 in punto. Turni per fare la doccia e aperitivo in giardino. Poi cena alle 20:00, orario italiano (del Nord). Dopo aver scritto questo diario ho voglia di leggere Dylan Dog nº479. S'intitola Scomessa sul destino e lo scrive Paola Barbato, una delle autrici che rivoluzionò il modo di leggere e intendere la creatura di Tiziano Sclavi. È bello e quasi commovente poter tornare a leggere il mio amato Dylan in Italia.

Domani sveglia senza prescia. Si viaggia in direzione del Lago Maggiore. O del Lago di Garda. Non ricordo più bene lo schema del viaggio. Scopro su internet che il Lago di Garda è il più grande ed esteso d'Italia, a dispetto del nome del primo. Quello di Como, invece, è il terzo in classifica. Su una cosa non ci piove: di sicuro, tutti e tre escercitano un fascino irresistibile sullo spettatore.


6/8/2026

Sveglia alle 7:30. Perché non l'ha tolta se diceva che ce la saremmo presa con calma? A volte proprio non la capisco. E lei non capisce me. A volte litighiamo per delle cazzate. Come tutti, d'altronde.

Si parte per Desenzano del Garda. È qui che ci aspetta la seconda casa vacanza della nostra estate in giro lungo lo Stivale. Il traffico è molto scorrevole e chi mi guida davanti sembra farlo in modo molto ligio. Tranne uno: targa tedesca, monovolume a sei posti, sorpassa un Tir e mette la freccia all'ultimo. Gli faccio notare l'azzardo con i lampeggianti. Il tedesco capofamiglia mi chiede scusa con un cenno dallo specchietto. Arriviamo a destinazione alle 11:30 e ne approfittiamo per fare spesa al Conad a due passi dalla casa. Il proprietario ci vuole consegnare le chiavi in mano, vuole conoscere chi occuperà casa sua per due giornate. Che strano! Non succede quasi più, da quando Booking (et similia) ha preso il sopravvento. Non c'è quasi mai un contatto visuale, diretto, con stretta di mano, con chi affitta la propria casa ai turisti. Il tizio è gentile, schietto e diretto: ci spiega tutto, perfino i giorni in cui si ritira l'umido, o il vetro, o la carta. 

Appena va via, accendiamo l'aria condizionata. La prole ha la dipendenza, io la odio, sopratutto di notte, è più forte di me. Se la lascio, al mattino dopo, al risveglio, ho mal di gola, mal di testa, occhi gonfi.

Dopo un lauto pranzo (orecchiette pugliesi al pesto, caprese, vino bianco ottimo) e dopo il pisolino pomeridiano, esploriamo la spiaggia libera di Rivoltella, a pochi metri da noi. Qui le spiagge a pagamento non esistono, è tutto il contrario: su tutto lo sconfinato lungolago non si vedono stabilimenti balneari, è tutto libero, se ce ne sono, sono pochi e ben messi, molto puliti ed eleganti. La ghiaia su cui stendiamo il bagnasciuga è bollente, ma piacevole lungo la schiena, fa un effetto sedante. Mentre la mia compagna d'avventura si fa il bagno con la prole, io leggo Dylan Dog, è il meritato riposo, è la pace...


7/8/2026

Sveglia alle 7 in punto e senza sveglia, dopo una notte d'incubi atroci. Sogno anche C., la nostra passione d'un tempo, il suo sorriso dolce e tenero, come se avesse compassione di me. In un altro incubo, percorro con la mia bici una strada piena zeppa di buche, una strada sterrata che si liquefà sotto le ruote della mia montainbike, i fori enormi danno su un precipizio e più pedalo e meno strada rimane da percorrere, è una corsa assurda contro il tempo e l'angoscia mi toglie il fiato. Che cavolo significa? Che vuol dire? Cosa vuol comunicarmi il mio inconscio?

Dalle 7:45 alle 8:30 passeggio lungolago. La bellezza del Lago di Garda è talmente tanta, vasta, variopinta e cangiante che mi è impossibile descriverla a parole. Il sole attraversa le poche nuvole all'orizzonte e la musica delle onde mi culla. Vivrei sul Lago di Garda per un mese e passa. Qui si respira pace e tranquillità. 

Oggi escursione a Salò, tristemente nota per i fatti storici legati ai rantoli del Fascismo e la fine di Mussolini. Vicino c'è anche il Vittoriano del pescarese Gabriele D'Annunzio, altro luogo simbolo del Novecento. Salò: che gioiello! Che bellezza! Ci resterei almeno una settimana per scovarne gli angoli più nascosti o meno turistici. L'acqua del lago che si frange potente contro il lungolago, i ristoranti eleganti accanto a quelli più spartani, i fiori, gli alberi smossi dal vento, tutto ispira pace, potenza e bellezza. Ci sono molti monumenti in onore di D'Annunzio. Pranziamo al Club di Canottaggio, poi la routine delle recriminazioni assurde, le litigate senza senso, la prole che attutisce il colpo, ma percepisce nell'aria l'aria tesa di due adulti che forse non si amano più e si sopportano controvoglia, le minacce di divorzio. Al Vittoriale ci arriviamo dopo aver rischiato di "smarrire" la macchina. La IA forse ci spia e all'improvviso mi segnala sul GPS dov'è posteggiata l'auto. Recriminazioni e maledizioni: accuse di machismo e di essere un padre "cattivo". Guido controvoglia e con una stanchezza assurda nell'animo. Arriviamo a Sirmione. Una nuova scoperta: l'acqua è azzurra, quasi bianca; le onde si frangono sulle pietre della riva come fossimo ai Caraibi. L'ombra degli alberi mi coccola mentre leggo La Repubblica e Dylan Dog. Al ritorno a Desenzano del Garda mi fermo a un Penny per comprare 12 litri di acqua in bottiglia e ceniamo a base di piadine fatte con mozzarella di bufala, pomodorini, speck ed emmenthal. Domani Rimini.


8/8/2026

Lasciamo Desenzano sul Garda verso le 10:00, dopo aver fatto il pieno. Il GPS ci da notizie allarmanti sul traffico: il percorso è intasato dalle macchine, i chilometri che, normalmente, si farebbero in due ore e mezza, oggi implicano cinque ore di incolonnamenti e spostamenti a passo d'uomo. Perfino gli autogrill sono stracolmi. C'è la fila ovunque, soprattutto per andare in bagno. Decidiamo che è meglio evitare Rimini: impostiamo la direzione verso San Marino, dove ci attende un hotel in centro, invece del solito appartamento o casa-vacanze. Arriviamo a San Marino alle 14:45, stremati e dopo aver pranzato nel parcheggio dell'ultimo autogrill a base di pasta De Cecco cucinata provvidamente in mattinata e prima di prendere la macchina. 

San Marino, città-Stato all'interno dello Stato italiano, è un posto particolare: si sente parlare francese, polacco, tedesco, qualche inglese, qualche cinese o qualche giapponese. Non si vedono turisti spagnoli da nessuna parte. La stanza dell'hotel è piccola, ma confortevole, con una vista spettacolare sulle montagne e i colli che circondano la città. Leggo il giornale rubato nella hall: anche sul Corriere della Sera si parla dell'assurdo contrasto tra Italia e Spagna, Meloni contro Sánchez. Dopo aver comprato un po' di frutta e un litro di latte per la prole (domani faranno colazione in auto), ceniamo nel ristorante adiacente all'hotel.

Pizza capricciosa, spaghetti allo scoglio e tagliatelle al ragù. Tutto umile e accettabile, anche se un po' caro. Dopo una passeggiata digestiva, torniamo in camera. Su Italia1 danno Ritorno al futuro (1985), il capolavoro di Robert Zemeckis. La prole resta stregata da Doc. Io dall'interpretazione di Michael J. Fox. Sono passati decenni, ma il film regge ancora ed è davvero ben scritto. Di notte, sogni erotici. Ma è impossibile consumare atti osceni in luogo privato. Siamo tutti troppo appiccicati. Unico momento davvero divertente: quando scopro la vasca idromassaggio e decido di riempirla fino all'estremo, la schiuma sul punto di fuoriuscire, la prole contentissima (è come la SPA!).


9/8/2026

Sveglia alle 8:00, si viaggia alla volta di Pieve Santo Stefano (in Toscana). Il GPS ci fa evitare l'autostrada e meno male! Quest'alternativa ci mette a stretto contatto con la natura bellissima e selvaggia dell'Appennino Tosco-emiliano. Una montagna di montagne, salite, discese, curve, in mezzo al verde di una natura fatta di boschi infiniti (in un cartello leggiamo che siamo arrivati ai boschi della Gioconda di Leonardo; qui vicino ci sono anche i luoghi in cui è nato Piero della Francesca, oltre ad altri luoghi di culto della Via Francigena, San Francesco lo si respira nell'aria).

Incrociamo molti motociclisti e qualche ciclista o cicloturista (con la bici piena di zaini e bisacce). Non si può andare troppo veloce, ma è magnifico poter aprire i finestrini e, per la prima volta da quando siamo partiti, respirare aria fresca (sotto l'ombra quasi fredda). 

Arriviamo a Pieve Santo Stefano per portare a termine la nostra missione: visitare il "Piccolo Museo del Diario". La visita guidata inizia alle 11:30 e finisce quasi all'una. Chi ci guida è uno dei dieci eroi che si (pre)occupa di diffondere e proteggere un archivio fatto di circa 11 mila diari di persone qualunque, di gente che ha iniziato a scrivere per la necessità, l'urgenza, il bisogno imponderabile di farlo. I primi diari risalgono all'Ottocento. Gli altri - il grosso dell'archivio - occupano l'arco temporale che va dai primi del 1900 fino ai giorni nostri. L'idea (geniale) è venuta a Saverio Tutino, giornalista esperto di Latinoamerica e tra i primi a raccontare Cuba ai tempi della rivoluzione di Castro. La guida cita una sua frase famosa: "Dopo aver raccontato tante rivoluzioni, è giunto il momento di farne una, qui, a Pieve Santo Stefano". Il museo contiene solo dei campioni dei tantissimi documenti che è possibile consultare accedendo all'archivio. La tecnologia si sposa all'intento tutto umanista del museo: permettere al visitatore di ascoltare la voce di chi ha scritto quei diari. Si apre un cassetto (con sopra nome, cognome e data del diario) e si ascolta la voce (spesso interpretata da attori professionisti) di chi narra di sè, senza censure, a volte senza filtri, come Vincenzo Rabito, un contadino siciliano, un uomo umilissimo che non ha studiato e che, a tarda età, scopre una macchina da scrivere e si mette a raccontare (in dialetto mescolato all'italiano, antesignano dello stile di Andrea Camilleri) tutte le vicissitudini di chi ha visto la Prima Guerra Mondiale, ha sofferto la Seconda e ha visto l'Italia del Boom degli anni 60.

L'ordine di catalogazione è democraticissimo: vige l'ordine alfabetico. E così, qui dentro, il partigiano sta accanto al fascista; il ladro accanto al carabiniere; il morto di fame emarginato accanto al nobile di turno. Il bello è che alcuni di questi diaristi sono diventati scrittori post-mortem. Il comune organizza in collaborazione con altre entità culturali e altri scrittori un Premio Pieve Saverio Tutino in cui il vincitore è scelto dopo attenta lettura dei tanti manoscritti archiviati da parte di un gruppo di lettori volontari. È così che il succitato Rabito è stato pubblicato da Einaudi per il suo Vitamatta (con prefazione di Camilleri) ed altri diaristi da altre case editrici importanti come Giunti o Quodlibet. 

Quando usciamo da questo viaggio nel tempo ripenso al lenzuolo di Clelia Marchi: una contadina mantovana che narra tutta la sua vita sul lenzuolo del corredo delle nozze, dopo la perdita del marito. Scrivere affinché il defunto continui a vivere nel ricordo di lei. La scrittura come forma di elaborazione del lutto. Scrivere per raccontare la propria vita. Il "Piccolo Museo del Diario" è davvero un luogo della memoria che valorizza ciò che ereditiamo da chi ci ha preceduto nel corso dei secoli. Qui possiamo sapere chi siamo stati e chi siamo oggi. Qui si può ricostruire la Storia a partire dalla memoria individuale di gente qualunque la cui vita spesso è più affascinante e romanzesca di tanti romanzi...

Alle 14:00 pranziamo "Al Portico", l'unico ristorante del paese toscano (Arezzo dista 30 chilometri; Firenze 70; siamo quasi più vicini a Cesena che ad altri luoghi della Regione Toscana). Tagliatelle al ragù per la prole (tanto per cambiare) e pici al ragù bianco per noi. Vedo passare una bistecca alla fiorentina al sangue e penso a quanto sia davvero eccelsa la cucina toscana.

Alle 18:30 siamo finalmente in Abruzzo. Vedere le montagne in cui sono nato; in cui mi piace perdermi in bicicletta; in cui ho sperimentato il mondo ancora prima di sapere cosa fosse, mi riempie di una gioia infinita. Il reincontro con i genitori è cosa difficile da narrare in questo diario. E sorge la domanda spontanea: che fine faranno i diari scritti al pc e pubblicati online? Ci sarà un "Piccolo Museo del Diario" anche per loro?

jueves, julio 30, 2026

 Limbo temporale

A me piacciono i momenti di mezzo, quei periodi dell'anno in cui non si è ancora in vacanza, ma se ne respira già l'aria; quelli in cui si continua a lavorare, ma con la mente già predisposta a spegnere il computer e a non riaccenderlo fino a settembre. Mi piace il "limbo temporale" che si è venuto a creare in quest'ultima settimana del mese di luglio, quando molti colleghi vengono all'Università già abbronzati perché si spostano dalla loro seconda casa sul mare e, mentre la mattina sgobbano, il pomeriggio lo passano in famiglia in riva al mare. Mi piace la città che si svuota o inizia a svuotarsi, i primi cartelli di "chiuso per ferie", i primi parcheggi semivuoti o le strade del centro percorse solo da turisti che vengono da fuori (e che mal sopportano i 40 gradi di queste latitudini ispaniche del Sud del Sud del mondo). Mi piace questa sorta di "limbo" perché il cervello - ormai stanchissimo e fuso - può pensare l'impensato, dare vita a idee nuove che nascono proprio dallo stress della fine dell'anno accademico e dalla gioia delle vacanze imminenti (finalmente potrò leggere questo libro, questo fumetto, questo saggio, finalmente potrò andare al cinema a vedere questo film, finalmente potrò finire di scrivere questo libro o quest'articolo che sono mesi che giace sulla scrivania tra mille appunti...).

Insomma, mi piace lo stare nel mezzo: tra il dovere e il piacere; tra il rispetto degli orari lavorativi "standard" e il pregustare l'anarchia di quelli legati all'ozio (vedere tutto Dario Argento in maratone cinefile che durano fino all'alba, tanto per fare un esempio), stare tra la Spagna e l'Italia, la valigia ancora non pronta, i vestiti eleganti relegati al passato per lasciare spazio ai costumi da bagno e le magliette e i calzoncini corti del futuro...

"Limbi temporali": potrebbe essere il titolo di un saggio di Carlo Rovelli. O del prossimo film di Chistopher Nolan.

domingo, julio 19, 2026

 Luis Goytisolo



Questa settimana che finisce oggi, 19 luglio, giorno della finalissima tra Spagna e Argentina, è iniziata nel peggiore dei modi possibili. Lunedì 13 luglio ricevo una chiamata da un numero sconosciuto, ma, non so bene perché, decido di rispondere. Dalla voce capisco subito di chi si tratta: è la moglie di Luis Goytisolo, uno degli scrittori più originali della letteratura spagnola del XX secolo, uno scrittore che ho avuto il privilegio di conoscere nel 2006 e con cui, negli ultimi 3 o 4 anni, ho stabilito una sorta di amicizia a distanza che si concretizzava nelle lunghe telefonate che ci facevamo quando era lui a chiamarmi, i venerdì pomeriggio, attorno alle 19 o alle 19:30 del pomeriggio.

Parlavamo di un po' di tutto in queste telefonate, a volte per ore, senza censure né freni inibitori. Una volta mi raccontò di una visita all'obitorio, un prof di criminologia voleva che i suoi studenti assistessero ad una autopsia, una compagna di studi svenne, Luis l'aiutò a rialzarsi, il cadavere ormai azzurro era quello di una donna incinta (o morta durnate il parto).

A volte mi sono chiesto perché Luis si confidava con me, mi raccontava questi episodi abbastanza particolari, a volte si finiva a parlare anche dei suoi fratelli, della guerra civile spagnola, della fame che patirono un po' tutti (ma loro di meno, perché avevano le galline e i conigli e terre ben provviste di frutta e  verdura).

A volte avevo la sensazione di essere una sorta di cassa di risonanza dei suoi ricordi e anche dei suoi successi, lui che non ha mai trovato il plauso o l'appoggio del grande pubblico, solo della critica (e non sempre in Spagna, spesso fuori dal suo stesso paese, soprattutto in Francia e, ultimamente, negli Stati Uniti, dopo che Brendan Riley ha avuto l'enorme coraggio e il grande merito di tradurre il suo capolavoro, che è, resta e sarà sempre Antagonía, tradotto con il titolo in inglese Antagony, una tetralogia che anticipa le tendenze metaletterarie di certo postmodernismo e le supera nel corso degli anni in cui vide la luce: Recuento, del 1973; Los verdes de mayo hasta el mar, del 1976, quando Franco è ormai morto e la censura permette di ristampare anche Recuentom uscito in Messico la prima volta proprio per i problemi con i censori franchisti; La cólera de Aquiles, del 1979; e, infine, Teoría del conocimiento, del 1981...che impresa, per il traduttore americano, rendere in inglese le 1200 pagine di questo monumento letterario, un romanzo sul romanzo, un romanzo sull'atto della lettura e quello della scrittura che permette di costruire mondi fittizi e ponti costanti tra letteratura e filosofia...che fatica, che impresa, che azzardo!).

La moglie ha voluto ribadire che Luis mi ammirava, come studioso, e che mi rispettava, come persona. Solo dopo, una volta riattaccato, ho iniziato ad assimilare la notizia e ho pianto e sono andato fuori, in bicicletta, per prendere un po' d'aria e contemplare il tramonto.

Un'amica mi scrive da Pisa: "Non essere triste, custodisci e diffondi, è tutto ciò che possiamo e dobbiamo fare". Le dico che sì, che questo è uno dei nostri doveri in quanto filologi: custodire e diffondere le opere letterarie che hanno qualcosa da dirci su noi stessi, sull'umanità che ci rende tali. Poi la mia amica aggiunge: "La vita è destinata alla fine, ma dobbiamo lasciare qualcosa che continui".

E l'opera di Luis Goytisolo continua...è vero che abbiamo perso l'autore, ma non abbiamo perso i suoi testi, i suoi saggi, i suoi romanzi sempre complessi e affascinanti. Sarà strano, da ora in poi, non poter più leggere il suo nome sullo schermo del telefonino, quando mi chiamava e ci si faceva anche un po' di risate, quando lui criticava alcuni colleghi e io cercavo di sapere come fuziona da dentro la RAE (Real Academia de la Lengua Española) di cui era membro da anni...

Ho scritto di Luis anche in questo diario di bordo. Non avrei mai pensato di tornare a scriverne proprio ora che non c'è più.

sábado, julio 11, 2026

Piccolo Museo del Diario

Il caldo afoso uccide ogni voglia di fare; perfino leggere un buon libro diventa un'impresa, con il ventilatore sparato in faccia e sul corpo disteso sul divano... In lontananza, si sente il grido dei gabbiani e qualche passerotto o rondine che disegna percorsi impensabili in cielo (dove vanno gli uccelli quando fa così caldo? Dove trovano riposo e ombra? Le domande dei bambini).


Acquisto i biglietti per il Piccolo Museo del Diario di Pieve Santo Stefano (in provincia di Arezzo) per il 9 agosto alle ore 16:30 (l'ultimo ingresso). La mia compagna di viaggi sta scrivendo un libro sui diari e questo "piccolo museo" fa al caso suo, non ci sono dubbi. Mi domando chi mai abbia avuto l'idea di fondarlo, un museo con queste caratteristiche, e se oggi, nel XXI secolo, ci sono ancora persone che scrivano un diario (voglio dire: uno vero, su carta, con la penna, non come questo che sto scrivendo io, con le dita delle mani che ballano sulla tastiera di un computer davanti allo schermo). Chi potrebbe? Chi avrebbe il tempo? Per parlare di cosa, poi? A chi interessano i fatti (minuscoli) della nostra vita quotidiana? (queste domande vanno bene se le applichiamo anche a questo "Diario di bordo" di uno che non osa fare il suo nome e preferisce stare nell'anonimato o usare il nickname per chissà quale strana forma di pudore...). Che cosa spinge qualcuno a dettagliare i fatti della sua vita quotidiana? Che cosa spinse gli autori dei vari diari raccolti e custoditi nel Piccolo Museo del Diario?



Questa capatina in provincia d'Arezzo avverrà dopo aver attraversato mezza Italia: da Genova al Lago di Como, poi chissà, verso le Dolomiti, poi giù, scenderemo verso la Toscana e poi Roma e poi il paesino del Centro d'Italia da cui provengo, in cui sono nato, e in cui è sempre un lusso, un piacere vero, una goduria, tornare...


C'è anche modo di visitare il Museo in modo virtuale; guardo qualche foto, copertine di diari appese al muro, luce soffusa, lampadine che illuminano misteriosamente le parole di chissà chi, di persone comuni, di gente ormai morta, di scrittori in erba o che non hanno mai pubblicato nulla, ma che hanno scritto - negli anni - il proprio "diario di bordo"...

viernes, julio 10, 2026

 Premio Strega e assilli quotidiani


Dunque, ha vinto Michele Mari, scrittore di cui non avevo letto nulla fino a quando la mia cara C. non mi segnalò e consigliò a suo tempo Locus Desperatus (Torino, Einaudi, 2024). Lo lessi d'un fiato, senza capirci quasi nulla. Mi piacciono i libri che sembrano scritti in una lingua che non conosco o non controllo appieno (o "a pieno"?). Ricordo che parlava di un tema a me molto caro, dal punto di vista della teoria letteraria, e cioè degli "oggetti" o delle "cose", di quegli oggetti e quelle cose che facciamo entrare in casa e che custodiamo come fossero amuleti o pezzi della nostra identità (nel mio caso, più che di "oggetti", parlerei di "libri": come farei senza i miei libri? Dove starei ora senza di loro? Come potrei andare avanti senza la mia biblioteca?).

Ricordo anche una battuta sciocca che sottolineai a matita all'interno del libro: "non tutti i lutti vengono per nuocere" e poi una riflessione sul famoso quadro di van Eyck Ritratto dei coniugi Arnolfini, un quadro misteriosissimo del 1434 (nientedimeno) in cui uno specchio riflette sul fondo la scena che non vediamo in primo piano, con un gioco di "dentro" e "fuori" dell'immagine che poi riprenderanno in tanti, Velázquez incluso, con le sue Meninas... Mari o il narratore di Locus Desperatus metteva in risalto (a p. 126) come quel quadro finisse col diventare "oggetto apotropaico per eccellenza: supponendosi che un demone, o una strega, o comunque uno spirito maligno, entrando in una casa e vedendosi racchiuso e deformato da quella specchiante convessità, se ne fuggisse immantinente, sdegnato del ludibrio cui la sua immagine vi era stata sottoposta e insieme paventando di rimanerne prigioniero" (cit.).




Ecco: come non evocare Carlo Emilio Gadda, come non pensare a Tiziano Sclavi (sì,  l'inventore di Dylan Dog), come non evocare Alberto Arbasino dinanzi a cotali descrizioni? (ah, che bella la "specchiante convessità" degli specchi e dei quadri!). Ora che ci penso: Specchiante convessità potrebbe essere un titolo perfetto per un racconto o un romanzo...o un saggio sulla mise en abyme (tra arte e letteratura).

Ma torniamo a bomba: Mari ha vinto l'80esimo Premio Strega, con I convitati di pietra, che non ho letto e che non credo che leggerò nel prossimo futuro. Non perché non ne abbia un minimo di curiosità, ma perché non mi piace leggere i libri premiati che poi diventano "moda" (così come non mi interessa la polemica sulle esternazioni di Mari contro Murgia, di cui non so quasi nulla, perché non mi sono informato e non ne ho proprio voglia - quando si vive all'estero, uno sente il privilegio di potersi risparmiare certe polemiche tipiche italiane, sente il sollievo di non dover partecipare nella diatriba giornaliera, e che sollievo e che libertà).

Nel mentre, mi accorgo solo stamane che devo finire un articolo da mandare a Torino, un capitolo di libro da mandare in Messico e una recensione da mandare ad Alicante. Dovremmo tutti pensare alle vacanze, al relax, al mare e al sole cocente sulla spiaggia e, invece, mi rintano con l'agenda appuntando gli appuntamenti improrogabili, lottando contro il tempo (così come il protagonista di Locus Desperatus lotta contra la Morte e l'Oblio che vogliono mangiargli gli oggetti e i ricordi più cari) e cercando di non cadere preda dell'ansia. 

Nel mentre, scopro la scrittura di Jorge Semprún, uno scrittore che è finito nei campi di concentramento di Buchenwald, che poi ne è miracolsamente uscito, che poi ha lottato al fianco del Partido Comunista Español (PCE) per cercare di contrastare il Franchismo, che poi è arrivato perfino a fare il Ministro per il Partido Socialista Obrero Español (PSOE) e che, infine, ha dato vita a un'opera piena di memoria storica e collettiva, piena di riflessioni su chi siamo e da dove veniamo (compreso un saggio sull'idea di Europa, un libro del 2006 che non vedo l'ora di leggere proprio per vedere come è cambiata quest'idea di Europa, oggi che siamo tutti nel bel mezzo del caos e della messa in crisi del concetto stesso di Europa...).

Dovrei scrivere anche su Semprún: me l'ha chiesto una collega tedesca che dovrei vedere sul Lago di Como ad ottobre, un congresso internazionale accanto alla villa di George Clooney, che cose strane succedono grazie ai contatti che uno stabilisce con i colleghi dell'Università... E poi...lavoro, riunioni, zoom, aggiornamenti, formazione, corsi di...

No, mi dico, basta, siamo al 10 luglio, stasera gioca la Spagna contro il Belgio, non debbo farmi prendere dall'ansia, dallo stress, dalla montagna di cose da fare (scrivere) e da portare a termine, siamo in procinto di andare in vacanza, a che pro tanta fatica? E allora sì, lo faccio, smetto di pensare al lavoro ed apro al volo, a caso, Pensar en Europa di Jorge Semprún (Barcelona, Tusquets, 2006, p. 184), e lo leggo per puro piacere, non per fini accademici, non perché debba scriverne con linguaggio neutro o professorale, e m'imbatto in questa riflessione che sembra inquadrare ciò di cui parliamo oggi, nel pieno del XXI secolo, circondati dalle guerre:

"Il concetto di totalitarismo permette, quindi, in un solo movimento teorico-pratico, di esplorare l'identità storica del nazismo e del comunismo e di delimitare l'alterità radicale di entrambi i movimenti in rapporto alla democrazia parlamentaria. 
Ciò vuol dire che non solo è utilizzabile per poter approfondire la conoscenza del passato, ma anche per prevedere il futuro; per indagare, almeno, le condizioni e le configurazioni concrete di un futuro probabile".

A volte si scoprono le cose per effetto del caso. Viva il caso. 

lunes, julio 06, 2026

 e. e. cummings

Ci sono dei giorni nella vita in cui c'è (sempre) bisogno di e. e. cummings, questo signore qui (un tipo pazzesco e un po' "palazzesco" - nel senso di simile ad Aldo Palazzeschi - a cui piace giocare con la punteggiatura e che amava scrivere il nome e cognome tutto in minuscolo):




e. e. cummings visse tra il 1894 e il 1962: si fece le due guerre mondiali, finì in carcere quando si mise alla guida di un'ambulanza e i francesi lo accusarono di spionaggio (da quelll'esperienza traumatica trarrà ispirazione per il suo The Enormous Room, del 1922, l'anno cui uscì anche Ulysses di Joyce - ne posseggo l'edizione in traduzione italiana a cura di Patrizia Collesi per Baldini &  Castoldi, comprato nel 2023 e colpevolmente non ancora letto), scrisse una marea di poesie e ne pubblicò molte in diverse raccolte. Mi piace e. e. cummings perché sembra un poeta facile, un poeta bambino che gioca con il linguaggio e le strofe, con gli spazi bianchi tra i versi, con le parentesi e l'assenza pressocchè completa di punti, virgole e punti e virgole. E scrive poesie d'una tenerezza struggente come questa, che trascrivo in italiano da Poesie (Torino, Einaudi, 1998, la traduzione è di Mary de Rachewiltz):

92

ti amo tanto (mio bel tesoro)

più di chiunque sulla terra e
mi piaci più d'ogni cosa nel cielo

- sole e canti ti fanno festa se vieni

anche se l'inverno è ovunque
con tanto silenzio e tanto buio
niuno riesce a indovinare

(solo la mia vita) la vera stagione - 

e se ciò che si chiama mondo avesse
la fortuna di udire quei canti (o di scorgere
quel sole che s'alza altissimo nel cuore
di qualcuno più che lieto ogni volta

che sei più vicino) tutti certo crederebbero
(tesoro mio bello) soltanto nell'amore

Che, nella sua versione originale, suona così:

i love you much (most beautiful darling)

more than anyone on the earth and i
like you better than everything in the sky

- sunlight and singing welcome your coming

although winter may be everywhere
with such a silence and such a darkness
noone can quite begin to guess

(except my life) the true time of year - 

and if what calls itself a world should have
the luck to hear such singing (or glimpse such
sunlight as will leap higther than high
through gayer than gayest someone's heart at you each

nearerness) everyone certainly would (my
most beautiful darling) believe in nothing but love



viernes, julio 03, 2026

 Suicidio


La chiamata arriva mentre siamo in spiaggia con amici e familiari venuti dall'Italia: "Scusami il disturbo, so che è sabato pomeriggio, ma devo chiederti una cosa. Conosci per caso M. C.? Gli hai fatto lezione?". Il nome non mi dice nulla. Il gruppo è quello a cui ho fatto lezione di Lingua Spagnola. "Si è suicidato". Resto a bocca aperta e poi mi vien fuori uno spontaneo: "Cazzo", in spagnolo. La collega mi spiega che è successo la mattina stessa e che la Decana le ha chiesto di avvertire tutti i professori che l'hanno avuto in classe come alunno. Un alunno normale, voti normale, non bravissimo, molte sufficienze, qualche discreto. Si è lanciato dal terrazzo della casa di amici, stavano guardando una partita dei Mondiali, forse una crisi improvvisa, chi può dirlo? 

Non sapremo mai i motivi che spingono un giovane a togliersi la vita. Aveva 20 anni. Come dire: aveva tutta la vita davanti. E, invece, ha detto basta. E si è lanciato nel vuoto. Impossibile scoprire o ricostruire il movente. Mi viene in mente un libro che, anni fa, regalai a una persona molto importante per me, una con cui avevo condiviso passioni e letture. S'intitolava Notas de suicidio (di Marc Caellas, Segovia, La Uña Rota Ediciones, 2022) e raccoglieva gli ultimi messaggi di suicidi famosi, da Walter Benjamin a Cesare Pavese, da Virginia Woolf a Ernst Hemingway... Era un libro strano, che lessi con una certa morbosità e anche senso di colpa: chi mi dava il diritto di spiare gli ultimi pensieri scritti da queste persone? Si tratta di scrittori, filosofi, ma anche cantanti, attori, gente che ha avuto il successo, denaro, riconoscimento pubblico, eppure...ha deciso di dire basta e di annientarsi.

Non so e non oso immaginare cosa staranno vivendo ora i sopravvissuti, ovvero, il padre e la madre del ventennte. Non si può immaginare un dolore del genere. 

Guardo il mare, la spiaggia piena di bagnanti allegri, di vecchie che ridono con le amiche, di vecchi che mangiano pollo e patatine o panini imbottiti e si concedono una birra in lattina. Loro non sanno nulla di M.C., la vita va avanti ed è giusto che vada avanti, anche perché altrimenti ci fermeremmo tutti e chissà cosa ne sarebbe dell'Universo, se tutti i viventi decidessero di farla finita o decidessero di fermarsi per sempre...

 Diario di viaggio (da Barcelona all'Abruzzo, passando dai laghi - di Como e di Garda) 2/8/2026 Partiti alle ore 10:00 dalla città del S...