miércoles, septiembre 16, 2026



Assenza di suono


Notte fonda. È già mercoledì (il 16 settembre). Mentre provo a tenere testa a tutti gli impegni gravosi di questi giorni, mentre provo a restare concentrato e soffro d'insonnia e mi sveglio all'alba per preparare interventi previsti per il 6 ottobre, provo a concentrarmi sul silenzio. Sì, il silenzio. Quanto bisogno c'è di silenzio in questo mondo pieno di rumore e di rumori? Quanta voglia c'è di silenzio, quando tutto è permeato da caos sonoro?


Un amico che vive a Parigi mi scrive e mi chiede se voglio pubblicare una recensione per l'inserto culturale di un giornale molto noto in Italia. Mi da soli 10 giorni di tempo e sa che è poco, anzi, pochissimo per poter leggere come si deve un romanzo che uscirà a fine mese da Voland. Gli dico di sì, sottolineando il fatto che il tempo a disposizione è davvero poco. 


Dei colleghi vengono a pranzo e si stupiscono per la bontà delle patate che ho cavato dall'orto del marito di mia cugina quest'estate, oltre che per la bontà della lasagna (sugo Mutti, carne di qualità, tutto merito della mia compagna di avventure).


Un'altra collega mi scrive che è urgente, che entro domani dovrei mandarle la lista dei miei articoli dell'ultimo anno, dei congressi a cui ho partecipato, dei capitoli di libro o dei libri pubblicati nell'anno accademico 2025/26.


Un'amica mi manda una foto dal Messico: mi accorgo solo ora che la notizia di prima pagina riguarda l'assassinio di una giovane studentessa spagnola che era andata in Messico per studiare e, invece, vi perde la vita. Non oso, non posso immaginare la reazione dei genitori. Una studentessa carina e simpatica, dal volto sempre sorridente, che va all'estero, forse a fare la sua prima esperienza da adulta, e rimane vittima della violenza di un paese che ormai patisce soprusi da anni (i Narcos, la mafia, la droga, i politici corrotti e conniventi - Daniele Vicari suggerisce di andare al cinema a vedere l'ultimo film di Marco Bechis, Ritorno a Buenos Aires: la mia mente ricollega i disastri dell'Argentina a quelli del Messico).


Un altro collega ancora mi chiede di preparare delle relazioni degli ultimi quattro anni che ci siamo (tutti, me compreso) scordati di scrivere e archiviare. Scrivere reinventando il passato per archiviarlo in nuvole elettroniche dove chissà chi li leggerà e perché.


Siamo solo a mercoledì e ho già voglia di smettere di correre, leggere, scrivere, soffrire d'insonnia. Avrei, invece, una gran voglia di correre in bicicletta verso nuovi orizzonti. Magari anche paesini sconosciuti a 50 chilometri da qui. E poi spegnere il rumore di fondo, ascoltare il silenzio, se mai si possa ascoltare qualcosa che è per definizione assenza di suono.

lunes, septiembre 07, 2026

 49 anni


Non oggi, ma tra qualche ora, avrò 49 anni. 49. Anni. 49! Da domani, 8 settembre, ne mancherà solo uno per i 50. I 50! Mezzo secolo di vita (se ci s'arriva). Non riesco a crederci e mi fa effetto. Tra l'altro: domani sarà anche il primo giorno di lezione. Ricominciano i corsi all'Università. Mai iniziati così presto. Di sicuro, mi ritroverò davanti un sacco di studenti abbronzati. Ancora con la testa sintonizzata sulle vacanze (mare, amore, sole). E io che parlerò loro di letteratura. E loro che chissà se hanno mai letto un libro intero, da quando sono usciti dalle scuole superiori... Un dramma, per chi si occupa di materie letterarie. Di Studi Umanistici. Di teoria della letteratura (teoria? Letteratura? What's that?).

Domani farò 49 anni e arriverò tardi perché dovrò prima prelevare 3 vassoi tra dolci e salati da portare in Dipartimento, per condividere un po' di allegria coi colleghi (anche se non ho molta voglia di festeggiare: continua l'elaborazione del lutto per aver perso tutti i dati). Domani arriverò verso le 10:30 o le 11:00. Lezione dalle 11:30 fino a 12:30. Cosa dire in solo un'ora? Farò in tempo a spiegare alemeno obiettivi e contenuti? Poi tornerò a casa per pranzo. Poi giro in bici (se si può). Poi cena in pizzeria, coi colleghi che sono anche amici, una decina di persone (alcuni hanno più di 60 anni, uno ne ha 67 ed è già in pensione, beato lui).

La prole e la mia compagna di viaggi mi hanno già regalato una camicia molto elegante, uno zaino di cuoio vero molto marrone e un paio di pantaloncini per andare in bici. Gli amici non so cosa mi regaleranno: a me va benissimo la loro compagnia, non mi serve nulla (i libri, se arrivano, quelli sì, son sempre ben accetti e ben voluti).

49 anni e non ho voglia di fare il punto della situazione, un bilancio, una riflessione. Il tempo scorre. E prima o poi dovremo vedercela con l'Oscura Signora con la Falce. Intanto, finché c'è sangue nelle vene e ossigeno nei polmoni, continuiamo a pedalare, a leggere, a scrivere e a studiare. E anche ad insegnare. Che la passione non si spenga mai. O almeno non prima di andare in pensione.

domingo, septiembre 06, 2026

 Henry Scott Holland

E dunque uno può arrivare a scoprire nuovi poeti e poesie mai lette prima grazie a Jovanotti. Sì, Lorenzo Cherubini, quello che fa saltare e ballare le platee sulle spiagge di mezza Italia, che se ne va in giro per l'Italia in bicicletta dandomi parecchia invidia.

L'ultimo libro che edita in compagnia di un maestro (Nicola Crocetti) s'intitola Poesie da viaggio (Milano, Crocetti, 2026) e - tra le molte - contiene questa stupenda poesia di Heny Scott Holland, un teologo e accademico britannico vissuto tra il 1847 e il 1918 (dunque, ebbe modo di esser testimone dei disastri della Prima Guerra Mondiale).

Il componimento parla del rapporto tra i vivi e i morti. E sembra essere ispirato a Sant'Agostino ma anche a San Juan de la Cruz, uno dei grandissimi mistici della letteratura spagnola. E suona così:

La morte non è nulla, non conta nulla.
Mi sono semplicemente spostato nella stanza accanto:
nulla è accaduto,
tutto resta esattamente come era.
Io sono io, tu sei tu, e la vita che abbiamo vissuto insieme,
con tale intensità, è immutata, intoccabile, intatta.
Quello che siamo stati, uno per l'altra, è ancora.
Chiamami con quel vecchio nome familiare, allora,
parlami con lo stesso modo affettuoso che usavi sempre.
Non cambiare il tono della voce,
non assumere un'aria solenne o triste.
Ridi di ciò che ci faceva ridere, delle piccole cose che ci
piacevano tanto.
Sorridi, pensami, prega per me.
Il mio nome sia sempre familiare, come lo era prima.
Pronuncialo senza traccia d'ombra o di dolore.
La vita conserva il suo significato:
è la stessa che è stata.
C'è una continuità nell'assoluto che non si flette.
Cos'è questa morte se non un trascurabile accidente?
Perché dovrei svanire dalla tua mente solo perché non
sono davanti ai tuoi occhi?
Non sono lontano, ma dall'altra parte, vicinissimo, in
fondo, appena dietro l'angolo.
Tutto è nel bene, nulla è perduto.
Un breve istante e tutto sarà come prima:
quanto rideremo di questa separazione quando ci
ritroveremo ancora.

La traduzione dall'inglese all'italiano è di Ester Lullo. E mi conforta leggere poesie come questa in un ritorno a scuola, alla routine, al lavoro che non risulta affatto facile. Ma le salite esistono perché vanno affrontate. E poi, in teoria, ci dovrebbe essere un po' di discesa...

viernes, septiembre 04, 2026

 Tra gli impegni familiari e quelli accademici


Ora, immaginiamoci una coppia di docenti che ha prole; immaginiamoci anche una scuola chiusa fino all'8 settembre (la data del mio compleanno) e che ricomincia proprio l'8 settembre (che è anche la data d'inizio dei corsi all'Università). Immaginiamoci questa coppia che vive in una città in cui non può fare affidamento su alcun parente, nonna, nonno, zio o zia... E che, nonostante l'assenza d'aiuto, deve andare a lavorare, deve compiere il proprio dovere.

Si fanno i turni, certo: lei andrà con la prole all'Università un giorno, lui un altro. Quando entro in ufficio, lungo il corridoio, non c'è collega che non si fermi a guardarle: "Ma che belle!"; "Ma come sono cresciute!"; "Volete una caramella?". Tutti che sorridono, fanno loro regali e regalie varie; perfino quelli di informatica, che non parlano molto, sono sempre piuttosto laconici, perfino loro permettono loro di giocare al computer, di far finta di scrivere con la tastiera di pc spenti, mentre scaricano nel mio (quello nuovo, comprato ieri) il pacchetto Office con Word, Excell, PowerPoint e i programmi fondamentali per svolgere le proprie mansioni (docenza e ricerca scientifica).

Ecco: immaginiamoci per un secondo un luogo grigio e neutro come il centro d'informatica "invaso" per un po' da due bambine vispe e sveglie e che hanno voglia di scoprire come funziona un'Università. Ecco: all'improvviso, perfino quel posto, concepito solo per rendere un servizio al docente o allo studente di turno (molti arroganti, perché avendo pagato una lauta iscrizione pretendono che gli addetti ai computer risolvano loro ogni problema, anche quelli che in realtà sono falsi problemi dovuti a ignoranza) diventa un luogo "altro", meno antipatico, forse più divertente o più umano, con quelle risate che si sentono fino alla direzione (e, di fatto, il direttore esce e si presenta, le saluta e chiede loro se vogliono anche un lecca-lecca, con il logo e il nome dell'Università...).

Strano, sì, davvero anomalo stare in bilico e a metà tra gli impegni familiari (devono andare al bagno; non possono correre né gridare troppo per non disturbare gli altri colleghi; dovranno andare anche a mensa a ora di pranzo, fameliche quali sono; etc.) e quelli accademici (evadere le email più urgenti; rispondere alle richieste burocratiche del Sistema; iniziare a preparare il campus virtuale, l'armamentario informatico, per fare lezioni sia in presenza che online; chiacchierare con gli altri colleghi che ti chiedono se vuoi partecipare a un congresso, un convegno, una giornata di studi, etc.).

Stranissimo equilibrio che alla fine riesce e quando si torna a casa uno non riesce a crederci che ce l'ha fatta, che loro non si sono annoiate troppo, che uno ha fatto (anche se non coi soliti ritmi) il suo dovere e che gli informatici gli hanno rimesso a punto un nuovo computer (con la speranza che duri anni e non venga rubato e non patisca incidenti di percorso di sorta).

miércoles, septiembre 02, 2026

 Vivere dentro la propria lingua

Più passano i giorni (dopo il trauma narrato nell'anteriore post - o capitolo - di questo diario di bordo) più mi convinco del fatto che una lingua la si abita e la si vive come una casa. Dentro c'è tutto ciò che serve: se poi quella lingua è l'italiano, un parlante e scrivente che vive all'estero avverte l'irresistibile e irrefrenabile desiderio di viverla quella lingua, di farne parte, di plasmarla per non perdere l'identità e l'orizzonte e la direzione vitale...

Di questo parla Theodor Kallifatides, uno scrittore greco che vive in Svezia e che fin da subito adottò lo svedese come sua lingua letteraria, prima di rendersi conto di quanto fosse importante tornare alle radici e al greco dei genitori.

Avverto l'urgenza di usare la lingua di Dante, proprio ora che sono in Spagna e che sogno in spagnolo e che scrivo quotidianamente in spagnolo e che lavoro grazie allo spagnolo e alla letteratura spagnola...

Passano i giorni, tra poco farò 49 anni, quasi mezzo secolo di vita, e l'italiano persiste e resiste, resta la lingua in cui riesco ad esprimere l' "io" nonostante l'amore scriteriato e sviscerato per lo spagnolo...

49 anni! Ma come è possibile?!?

In foto, Theodor Kallifatides:


In Italia lo hanno tradotto e pubblicato Voland e Crocetti... Chi si avventura nella sua scrittura, non ne uscirà vivo (e imparerà molto sulla questione identità-lingua).

lunes, agosto 31, 2026

Giornate strane (e la fine delle vacanze) 


Giornate strane, queste giornate di rientro, di ritorno alla routine, alla cosiddetta normalità, al lavoro che tante ore del giorno e della notte ci occupa la mente e il corpo (mente e corpo vanno insieme, quando uno si sente appassionato del proprio lavoro, lo interpreta non come condanna, bensì come passione, come vocazione, come piacere). Giornate strane di fine agosto (oggi è esattamente il 30) che segnalano la fine inevitabile, inequivocabile dell’estate, quello strano periodo dell’anno in cui ci permettiamo un po’ di ozio, di lasciar andare, di mare, di sole, di chiacchierate con gli amici che non vediamo così spesso, di mangiate e bevute fuori dai limiti e dagli orari consentiti (consentiti poi da chi? Chi ci proibisce, durante il resto dell’anno, di bere e mangiare alle 23 di notte o dalle 10 del mattino? Ah, chi diavolo si cela dietro i ritmi che tutti – volenti o nolenti – seguiamo?).

Un nulla può cambiare una vita, un sasso scagliato contro il vetro di una macchina può causare un furto di un pc in cui uno conserva mezza vita (o forse la vita intera?) e allora non ci sono santi, non bastano le bestemmie, nessuna malidizione è sufficiente per imprecare contro il ladro di turno (e uno aveva anche avvertito l’ombra del pericolo: lezione da imparare subito e applicare immantinente: bisogna sempre fidarsi dell’intuito, del proprio sesto senso, sempre!). Ed ecco la faccia a bocca aperta sia della consorte che della prole, le urla, i pianti, l’impossibilità di denunciare perché altrimenti perdiamo il traghetto, il senso d’impotenza di fronte a una violazione della propria privacy, dei propri beni personali (e non sarà un caso che si definiscano tali), di oggetti carichi o stracarichi di valore affettivo per uno che li ha appena persi e non sa che pesci pigliare, cosa fare, anche quando nota che il bagagliaio è pieno, anche quando s’illude che sia tutto a posto, un vetro si ripara, non è grave, e si viaggia così, 21 ore convinti del fatto che i ladri non hanno rubato nulla, hanno solo rotto il vetro, e, invece, quando ci si prepara per accendere i motori e si sta in attesa in garage, ecco, lì sì riscoppia la tempesta, le urla e i pianti, sono spariti entrambi i pc, non si salva nessuno, quando un ladro agisce così è perché sa cosa fa, è un professionista (intanto, gli auguro subito che gli cadano le braccia, che perda l’uso delle mani, che soffra le pene dell’Inferno).
 
Un sassolino, ma anche una scivolata sull’olio, su una banana, dentro la vasca da bagno, non c’è spazio che non sia luogo ideale in cui farsi male, o perdere la vita, siamo esseri fragili, un nonnulla ci atterra, un nonnulla ci annienta, un fulmine a ciel sereno che spezza un ramo di un albero che ci cade in testa e ci fa crepare, una lametta da barba che sguscia via, una foratura della ruota della bici, una curva presa troppo stretta, il guardrail che non ce la fa a contenere il tuo corpo che a tutta velocità vola e si precipita nel vuoto…
E insomma: uno pensa che queste cose non gli capiteranno mai, che non gli debbono capitare, pensa che è sfortuna, che è destino, che stava scritto. Poi smette di martirizzarsi, non si può piangere per sempre per un furto del genere, la vita va e deve andare avanti. I soldi vanno e vengono; la vita è una sola; bisogna farsi coraggio e dire che quella passeggiata di nemmeno mezz’ora poteva finire meglio, ma pazienza, doveva finire male. Si ritorna alla routine, dal 1 settembre sarà davvero routine e uno spera di poter continuare a fare il proprio lavoro con la tenacia e la passione e l’entusiasmo di sempre. Malgrado tutto. Malgrado gli imprevisti della vita. Malgrado la presenza ominosa dell’ombra della morte.

martes, agosto 25, 2026

 Sprazzi (di felicità)

Non ci rendiamo conto dei momenti (rari ed eterei) di felicità. La vita ce ne regala pochi (forse pochissimi, se li rapportiamo a quelli di tristezza o angoscia) e, proprio per questo, dovremmo imparare a trattenerli nella memoria, in modo tale da ricordarcene e rimemorarli quando stiamo attraversando i momenti bui (e - ripeto - ce ne sono...).

Di quest'estate che sta per volgere al termine (ahimè, in modo fin troppo veloce), non dimenticherò mai il silenzio della casa-vacanza a Garzola Superiore, paesino lontano dal rumore del centro di Como e che regala comunque alcune viste panoramiche sul famoso lago.


È stato un silenzio rigenerante, dopo il caos dell'anno accademico concluso il 31 luglio (lo stress, il tran tran quotidiano, la prole, la scuola, i genitori, gli studenti, etc. etc.). È stato il primo silenzio che mi ha accompagnato nella lettura di Dylan Dog, che è diversa quando lo si fa in Italia e non in Spagna.

Di quest'estate non posso non custodire il ricordo del viaggio a L'Aquila, in nome di Jovanotti. E poi l'incontro con il cantante con i miei fratelli davanti al Duomo (ci sono ancora i lavori in corso, dopo il terremoto terribile del 2009). Selfie fallito causa guardie del corpo, mi sono fatto una foto e ho scambiato due chiacchiere con Augusto Baldoni, detto "Gus", il meccanico di fiducia e rivenditore ufficiale delle bici di Jovanotti. Un uomo simpaticissimo e umile, una persona gentile che - come tutti i ciclisti - sa cosa vuol dire entrare in contatto con gli altri, sa ascoltare, sa sorprendersi ancora davanti alle bellezze della natura, sa cosa significa faticare sotto il sole cocente di questi giorni in Italia.

Di quest'estate non potrò mai dimenticare il pranzo coi fratelli a L'Aquila, la bontà di quella carbonara (piatto non propriamente tipico dell'estate) e le risate nel ricordare un nostro viaggio in Tunisia...



E poi il viaggio lampo a Roma, la capitale, la città eterna, la città più bella del mondo: parcheggio in Via dei Villini, sulla Nomentana, poi Porta Pia, la statua col soldato col fucile, l'Ambasciata del Regno Unito presieduta dai militari che bevono acqua gelata in bottigliette da mezzo litro e sorridono tra di loro, l'afa insopportabile nell'attraversare Villa Borghese nel tragitto che va dalla Galleria al Pincio, la visione dall'alto del centro, con il Cupolone che svetta su tutte le altre chiese di una città che - con tutti i suoi difetti (e sono molti) - riesce ancora a toglierti il fiato... C'è troppa bellezza a Roma: gli occhi non sanno dove posarsi, troppe statue, troppi alberi, troppi viali, troppe strade da contemplare... Inevitabile evocare alcune scene finali sul Tevere di quel capolavoro del cinema che è La grande bellezza...Roma mi ha regalato alcuni dei momenti più belli della mia vita; la felicità ricordata si sovrappone alla felicità vissuta hic et nunc...Nonostante il clima avverso, uno sogna di tornarci a vivere, di poter passeggiare con calma per queste strade che durano da secoli e sono ancora qui, ignare delle masse dei turisti che le calpestano a frotte...


E poi il reincontro con gli amici del liceo. Dovevamo essere una quindicina; si sono presentati all'appuntamento 8 persone. Siamo tutti quasi cinquantenni. Ed è bello constatare che gli anni, in fin dei conti, non ci hanno cambiato poi molto. Anzi: manteniamo intatti certi nostri vizi o difetti, certe caratteristiche che si notavano già a 13 o a 14 anni. Alcuni evocano i prof. Altri le lezioni più belle ricevute da parte di determinati prof. Altri ancora brindano ai primi capelli bianchi, alle rughe, anche se vengono mascherate dal fondotinta, ai figli, che crescono, al tempo, che passa inesorabile, ma - miracolo - questa sera, in questo giardino enorme con tanto di "chiringuito", ci ha permesso di condividere un po' d'allegria, tra una birra e l'altra, tra un gin-tonic e l'altro, tra una risata e l'altra...

Ecco: questi tre momenti dell'estate che sta per finire devo imparare a mantenerli vivi nella mia memoria. Non possono finire nella "sepoltura dell'oblio". Dobbiamo essere bravi e sempre pronti a ricordare i momenti di felicità che la vita ci regala a volte a nostra insaputa.

Assenza di suono Notte fonda. È già mercoledì (il 16 settembre). Mentre provo a tenere testa a tutti gli impegni gravosi di questi giorni, m...