sábado, julio 11, 2026

Piccolo Museo del Diario

Il caldo afoso uccide ogni voglia di fare; perfino leggere un buon libro diventa un'impresa, con il ventilatore sparato in faccia e sul corpo disteso sul divano... In lontananza, si sente il grido dei gabbiani e qualche passerotto o rondine che disegna percorsi impensabili in cielo (dove vanno gli uccelli quando fa così caldo? Dove trovano riposo e ombra? Le domande dei bambini).


Acquisto i biglietti per il Piccolo Museo del Diario di Pieve Santo Stefano (in provincia di Arezzo) per il 9 agosto alle ore 16:30 (l'ultimo ingresso). La mia compagna di viaggi sta scrivendo un libro sui diari e questo "piccolo museo" fa al caso suo, non ci sono dubbi. Mi domando chi mai abbia avuto l'idea di fondarlo, un museo con queste caratteristiche, e se oggi, nel XXI secolo, ci sono ancora persone che scrivano un diario (voglio dire: uno vero, su carta, con la penna, non come questo che sto scrivendo io, con le dita delle mani che ballano sulla tastiera di un computer davanti allo schermo). Chi potrebbe? Chi avrebbe il tempo? Per parlare di cosa, poi? A chi interessano i fatti (minuscoli) della nostra vita quotidiana? (queste domande vanno bene se le applichiamo anche a questo "Diario di bordo" di uno che non osa fare il suo nome e preferisce stare nell'anonimato o usare il nickname per chissà quale strana forma di pudore...). Che cosa spinge qualcuno a dettagliare i fatti della sua vita quotidiana? Che cosa spinse gli autori dei vari diari raccolti e custoditi nel Piccolo Museo del Diario?



Questa capatina in provincia d'Arezzo avverrà dopo aver attraversato mezza Italia: da Genova al Lago di Como, poi chissà, verso le Dolomiti, poi giù, scenderemo verso la Toscana e poi Roma e poi il paesino del Centro d'Italia da cui provengo, in cui sono nato, e in cui è sempre un lusso, un piacere vero, una goduria, tornare...


C'è anche modo di visitare il Museo in modo virtuale; guardo qualche foto, copertine di diari appese al muro, luce soffusa, lampadine che illuminano misteriosamente le parole di chissà chi, di persone comuni, di gente ormai morta, di scrittori in erba o che non hanno mai pubblicato nulla, ma che hanno scritto - negli anni - il proprio "diario di bordo"...

viernes, julio 10, 2026

 Premio Strega e assilli quotidiani


Dunque, ha vinto Michele Mari, scrittore di cui non avevo letto nulla fino a quando la mia cara C. non mi segnalò e consigliò a suo tempo Locus Desperatus (Torino, Einaudi, 2024). Lo lessi d'un fiato, senza capirci quasi nulla. Mi piacciono i libri che sembrano scritti in una lingua che non conosco o non controllo appieno (o "a pieno"?). Ricordo che parlava di un tema a me molto caro, dal punto di vista della teoria letteraria, e cioè degli "oggetti" o delle "cose", di quegli oggetti e quelle cose che facciamo entrare in casa e che custodiamo come fossero amuleti o pezzi della nostra identità (nel mio caso, più che di "oggetti", parlerei di "libri": come farei senza i miei libri? Dove starei ora senza di loro? Come potrei andare avanti senza la mia biblioteca?).

Ricordo anche una battuta sciocca che sottolineai a matita all'interno del libro: "non tutti i lutti vengono per nuocere" e poi una riflessione sul famoso quadro di van Eyck Ritratto dei coniugi Arnolfini, un quadro misteriosissimo del 1434 (nientedimeno) in cui uno specchio riflette sul fondo la scena che non vediamo in primo piano, con un gioco di "dentro" e "fuori" dell'immagine che poi riprenderanno in tanti, Velázquez incluso, con le sue Meninas... Mari o il narratore di Locus Desperatus metteva in risalto (a p. 126) come quel quadro finisse col diventare "oggetto apotropaico per eccellenza: supponendosi che un demone, o una strega, o comunque uno spirito maligno, entrando in una casa e vedendosi racchiuso e deformato da quella specchiante convessità, se ne fuggisse immantinente, sdegnato del ludibrio cui la sua immagine vi era stata sottoposta e insieme paventando di rimanerne prigioniero" (cit.).




Ecco: come non evocare Carlo Emilio Gadda, come non pensare a Tiziano Sclavi (sì,  l'inventore di Dylan Dog), come non evocare Alberto Arbasino dinanzi a cotali descrizioni? (ah, che bella la "specchiante convessità" degli specchi e dei quadri!). Ora che ci penso: Specchiante convessità potrebbe essere un titolo perfetto per un racconto o un romanzo...o un saggio sulla mise en abyme (tra arte e letteratura).

Ma torniamo a bomba: Mari ha vinto l'80esimo Premio Strega, con I convitati di pietra, che non ho letto e che non credo che leggerò nel prossimo futuro. Non perché non ne abbia un minimo di curiosità, ma perché non mi piace leggere i libri premiati che poi diventano "moda" (così come non mi interessa la polemica sulle esternazioni di Mari contro Murgia, di cui non so quasi nulla, perché non mi sono informato e non ne ho proprio voglia - quando si vive all'estero, uno sente il privilegio di potersi risparmiare certe polemiche tipiche italiane, sente il sollievo di non dover partecipare nella diatriba giornaliera, e che sollievo e che libertà).

Nel mentre, mi accorgo solo stamane che devo finire un articolo da mandare a Torino, un capitolo di libro da mandare in Messico e una recensione da mandare ad Alicante. Dovremmo tutti pensare alle vacanze, al relax, al mare e al sole cocente sulla spiaggia e, invece, mi rintano con l'agenda appuntando gli appuntamenti improrogabili, lottando contro il tempo (così come il protagonista di Locus Desperatus lotta contra la Morte e l'Oblio che vogliono mangiargli gli oggetti e i ricordi più cari) e cercando di non cadere preda dell'ansia. 

Nel mentre, scopro la scrittura di Jorge Semprún, uno scrittore che è finito nei campi di concentramento di Buchenwald, che poi ne è miracolsamente uscito, che poi ha lottato al fianco del Partido Comunista Español (PCE) per cercare di contrastare il Franchismo, che poi è arrivato perfino a fare il Ministro per il Partido Socialista Obrero Español (PSOE) e che, infine, ha dato vita a un'opera piena di memoria storica e collettiva, piena di riflessioni su chi siamo e da dove veniamo (compreso un saggio sull'idea di Europa, un libro del 2006 che non vedo l'ora di leggere proprio per vedere come è cambiata quest'idea di Europa, oggi che siamo tutti nel bel mezzo del caos e della messa in crisi del concetto stesso di Europa...).

Dovrei scrivere anche su Semprún: me l'ha chiesto una collega tedesca che dovrei vedere sul Lago di Como ad ottobre, un congresso internazionale accanto alla villa di George Clooney, che cose strane succedono grazie ai contatti che uno stabilisce con i colleghi dell'Università... E poi...lavoro, riunioni, zoom, aggiornamenti, formazione, corsi di...

No, mi dico, basta, siamo al 10 luglio, stasera gioca la Spagna contro il Belgio, non debbo farmi prendere dall'ansia, dallo stress, dalla montagna di cose da fare (scrivere) e da portare a termine, siamo in procinto di andare in vacanza, a che pro tanta fatica? E allora sì, lo faccio, smetto di pensare al lavoro ed apro al volo, a caso, Pensar en Europa di Jorge Semprún (Barcelona, Tusquets, 2006, p. 184), e lo leggo per puro piacere, non per fini accademici, non perché debba scriverne con linguaggio neutro o professorale, e m'imbatto in questa riflessione che sembra inquadrare ciò di cui parliamo oggi, nel pieno del XXI secolo, circondati dalle guerre:

"Il concetto di totalitarismo permette, quindi, in un solo movimento teorico-pratico, di esplorare l'identità storica del nazismo e del comunismo e di delimitare l'alterità radicale di entrambi i movimenti in rapporto alla democrazia parlamentaria. 
Ciò vuol dire che non solo è utilizzabile per poter approfondire la conoscenza del passato, ma anche per prevedere il futuro; per indagare, almeno, le condizioni e le configurazioni concrete di un futuro probabile".

A volte si scoprono le cose per effetto del caso. Viva il caso. 

lunes, julio 06, 2026

 e. e. cummings

Ci sono dei giorni nella vita in cui c'è (sempre) bisogno di e. e. cummings, questo signore qui (un tipo pazzesco e un po' "palazzesco" - nel senso di simile ad Aldo Palazzeschi - a cui piace giocare con la punteggiatura e che amava scrivere il nome e cognome tutto in minuscolo):




e. e. cummings visse tra il 1894 e il 1962: si fece le due guerre mondiali, finì in carcere quando si mise alla guida di un'ambulanza e i francesi lo accusarono di spionaggio (da quelll'esperienza traumatica trarrà ispirazione per il suo The Enormous Room, del 1922, l'anno cui uscì anche Ulysses di Joyce - ne posseggo l'edizione in traduzione italiana a cura di Patrizia Collesi per Baldini &  Castoldi, comprato nel 2023 e colpevolmente non ancora letto), scrisse una marea di poesie e ne pubblicò molte in diverse raccolte. Mi piace e. e. cummings perché sembra un poeta facile, un poeta bambino che gioca con il linguaggio e le strofe, con gli spazi bianchi tra i versi, con le parentesi e l'assenza pressocchè completa di punti, virgole e punti e virgole. E scrive poesie d'una tenerezza struggente come questa, che trascrivo in italiano da Poesie (Torino, Einaudi, 1998, la traduzione è di Mary de Rachewiltz):

92

ti amo tanto (mio bel tesoro)

più di chiunque sulla terra e
mi piaci più d'ogni cosa nel cielo

- sole e canti ti fanno festa se vieni

anche se l'inverno è ovunque
con tanto silenzio e tanto buio
niuno riesce a indovinare

(solo la mia vita) la vera stagione - 

e se ciò che si chiama mondo avesse
la fortuna di udire quei canti (o di scorgere
quel sole che s'alza altissimo nel cuore
di qualcuno più che lieto ogni volta

che sei più vicino) tutti certo crederebbero
(tesoro mio bello) soltanto nell'amore

Che, nella sua versione originale, suona così:

i love you much (most beautiful darling)

more than anyone on the earth and i
like you better than everything in the sky

- sunlight and singing welcome your coming

although winter may be everywhere
with such a silence and such a darkness
noone can quite begin to guess

(except my life) the true time of year - 

and if what calls itself a world should have
the luck to hear such singing (or glimpse such
sunlight as will leap higther than high
through gayer than gayest someone's heart at you each

nearerness) everyone certainly would (my
most beautiful darling) believe in nothing but love



viernes, julio 03, 2026

 Suicidio


La chiamata arriva mentre siamo in spiaggia con amici e familiari venuti dall'Italia: "Scusami il disturbo, so che è sabato pomeriggio, ma devo chiederti una cosa. Conosci per caso M. C.? Gli hai fatto lezione?". Il nome non mi dice nulla. Il gruppo è quello a cui ho fatto lezione di Lingua Spagnola. "Si è suicidato". Resto a bocca aperta e poi mi vien fuori uno spontaneo: "Cazzo", in spagnolo. La collega mi spiega che è successo la mattina stessa e che la Decana le ha chiesto di avvertire tutti i professori che l'hanno avuto in classe come alunno. Un alunno normale, voti normale, non bravissimo, molte sufficienze, qualche discreto. Si è lanciato dal terrazzo della casa di amici, stavano guardando una partita dei Mondiali, forse una crisi improvvisa, chi può dirlo? 

Non sapremo mai i motivi che spingono un giovane a togliersi la vita. Aveva 20 anni. Come dire: aveva tutta la vita davanti. E, invece, ha detto basta. E si è lanciato nel vuoto. Impossibile scoprire o ricostruire il movente. Mi viene in mente un libro che, anni fa, regalai a una persona molto importante per me, una con cui avevo condiviso passioni e letture. S'intitolava Notas de suicidio (di Marc Caellas, Segovia, La Uña Rota Ediciones, 2022) e raccoglieva gli ultimi messaggi di suicidi famosi, da Walter Benjamin a Cesare Pavese, da Virginia Woolf a Ernst Hemingway... Era un libro strano, che lessi con una certa morbosità e anche senso di colpa: chi mi dava il diritto di spiare gli ultimi pensieri scritti da queste persone? Si tratta di scrittori, filosofi, ma anche cantanti, attori, gente che ha avuto il successo, denaro, riconoscimento pubblico, eppure...ha deciso di dire basta e di annientarsi.

Non so e non oso immaginare cosa staranno vivendo ora i sopravvissuti, ovvero, il padre e la madre del ventennte. Non si può immaginare un dolore del genere. 

Guardo il mare, la spiaggia piena di bagnanti allegri, di vecchie che ridono con le amiche, di vecchi che mangiano pollo e patatine o panini imbottiti e si concedono una birra in lattina. Loro non sanno nulla di M.C., la vita va avanti ed è giusto che vada avanti, anche perché altrimenti ci fermeremmo tutti e chissà cosa ne sarebbe dell'Universo, se tutti i viventi decidessero di farla finita o decidessero di fermarsi per sempre...

domingo, junio 28, 2026

Diario di Colonia (e Wuppertal e Dusserdolf)

20 giugno 2026

Si riparte: solo zainetti, niente valigie (le compagnie aeree fanno pagare cari i chili in più; d'altronde, fino a quando avremo cherosene per volare? Quando finirà la guerra? Quando le guerre sparse sul Pianeta?). Destinazione: Colonia, poi Wuppertal, poi Dusserdolf. Il congresso verte (tanto per cambiare) sulla guerra, sui traumi della guerra civile spagnola negli esiliati, sulla scrittura femminile autobiografica delle esuli spagnole. 

Si parte da Alicante e subito ho i brividi, nonostante i 30 gradi all'ombra: mi accorgo solo ora di aver dimenticato a casa il caricabatterie scassato del mio scassatissimo cellulare (quasi 6 anni di vita, un record). Provo a comprarne uno nuovo, ma so già che nessun cavetto di nessun caricabatterie originale andrà bene per il catorcio. Sorge subito la questione centrale: quanta parte della nostra vita dipende direttamente dal litio? Quanta porzione della nostra memoria (i contatti telefonici; tutti i numeri della carta di credito; l'indirizzo degli hotel e dei B&B in cui andremo a stare; quello dell'Università, insomma, quanto tutto ciò e la nostra libertà di movimento dipende dal fatto di possedere un cellulare che funzioni e che si ricarichi senza intoppi? Il litio. I microchip. Le terre rare. Le connessioni supersoniche a noi invisibili ad occhio nudo...

La mia compagna di sventure e di viaggi mi guarda storto. Poi ha pietà di me: va bene, mi presterà il suo cellulare per fare le foto e per le chiamate più urgenti (avvisare mamma quando atterriamo a Colonia, almeno quello). In più, viaggiamo con una tablet che sarà fondamentale quando si tratterà di rispondere alle email più urgenti dei colleghi o a quelle più antipatiche degli alunni più petulanti.

Risulta davvero strano ed inverosimile quanto uno possa arrivare a sentirsi orfano o monco se si appresta a viaggiare senza telefonino. E come facevano prima? E come facevano gli antichi? Cristoforo Colombo è arrivato a scoprire il Nuovo Mondo senza GPS e solo con cartine sbagliate e una bussola che indicava il Nord.

Nuovi brividi e sensazione angosciante d'incertezza: il volo non è per nulla tranquillo, l'aeronave inizia a tremare e sobbalzare nel momento in cui si infiliamo dentro una nuvola nera che sembra non finire mai. La prole ride e scherza: è come sulle montagne russe!!! Noi ci si guarda negli occhi con espressione preoccupata. Uno steward passa lungo il corridoio con delle bustine di carta per il vomito.

Solo quando tocchiamo terra, torno a respirare con calma. E ci accorgiamo subito come non sia affatto facile prendere un treno in Germania o fare il biglietto giusto per viaggiarci. Alla fine, stremati dal caldo (anche qui 33 gradi!), optiamo per un taxi. La signora (bionda e simpatica) ci accoglie nella sua Mercedes anni 90 e ci fissa il prezzo a 50 euro. Iniziamo a chiacchierare un po' in inglese: in Germania non sono affatto preparati per questo caldo torrido. La mia compagna di viaggi dice che è terribile anche a Parigi, ha appena parlato con una collega della capitale francese, stesso problema di temperature folli, per fine giugno. L'aria condizionata non ce la fa a creare un minimo di freddo e così la prole ci chiede di poter spalancare tutti i finistreni. Ci impieghiamo scarsi 20 minuti per arrivare in centro, intravediamo l'enorme cattedrale di Colonia, scendiamo con gli zaini in spalla e, dopo diversi tentativi, riusciamo ad azzeccare la combinazione numerica per poter sbloccare la porta ed entrare in un appartamento un po' vintage a due passi dalla cattedrale e con il bagno e la doccia all'esterno, sul pianerottolo, ad uso esclusivo nostro. Per cena ci arrangiamo con dei panini (con speck e formaggi tedeschi), poi passeggiata lungo l'imponente fiume Rin (quello cantato da Wagner), poi sotto e all'interno della cattedrale più alta di tutta la Germania (113 metri, come ci spiegherà il giorno dopo la guida messicana contrattata all'uopo).

La doccia e il wc non hanno un bell'aspetto: chissà quanti turisti son passati da qui. Obbligo la prole ad indossare le mie infradito per farsi la doccia. Si dorme con la finestra aperta: entra il rumore del traffico, ma almeno si respira un po'.


21 giugno 2026

Comprati i biglietti del treno Colonia-Wuppertal, lasciamo i bagagli in stazione. Alle 10:30 inzia il cosiddetto free-tour con la guida messicana che ci racconta fatti importanti e piccole curiosità legate alla città. Nel 1945 Colonia fu rasa al suolo dagli Alleati che risparmiarono solo la cattedrale. Motivi religiosi? Non solo, la cattedrale - così alta- serviva anche come punto di riferimento per i piloti che dovevano sganciare le bombe e ridurre la città in poltiglia. Dopo il disastro e le migliaia di morti (disastro e morti narrati anche da W. G. Sebald nei suoi romanzi), furono le donne a rimettere in piedi Colonia, ripulendo le strade dalle macerie e selezionando le pietre ancora utilizzabili da quelle da buttare nella polvere.

Ci fermiamo in una delle birrerie più famose e antiche di Colonia: qui si beve solo birra Kolch, una bionda leggera servita in bicchierini da 20 cl. La mia compagna di viaggio evita tutto ciò che sia carne o wrustel e chiede una buona insalatona con una salsa strana; io una zuppa di patate, con carote e zucchine, davvero ottima. 


Alle 15:30 comincia il circo o il videogioco: "prendi il treno a volo, se ci riesci". Moltissimi vengono cancellati senza preavviso; altri portano un'ora di ritardo; saliamo su una sorta di Frecciarossa che dovrebbe impiegarci 25 minuti per andare da Colonia a Wuppertal e, invece, il controllore ci dice che dobbiamo scendere tutti,c che il treno si ferma e non riparterà più. Miracolosamente riusciamo a prendere una specie di treno regionale: dopo un'ora e mezza e mille fermate in mezzo al nulla, raggiungiamo Dusserdolf alle 18 e da lì ci gettiamo al volo sul binario dell'altro treno che va a Wuppertal. Alle 19 siamo in hotel, quello che ci ha prenotato la collega tedesca. La prole gioisce perché capisce subito che si tratta di un hotel 5 stelle, niente a che vedere con l'appartamentino di Colonia, sanno che dormireno in un luogo molto più comodo, pulito e bello dell'altro.

Doccia rinfrescante e poi cena con colleghe di Madrid, Barcellona, Valencia e altre tedesche che vengono da altre zone della Germania. Alcune sono ancora a Dusserdolf, in attesa di un treno che parta e che non venga cancellato.

Stanotte si dorme presto. Domani sarà una giornata lunga. I congressi stressano, lo sappiamo bene da anni, ormai...


22 giugno 2026

Il congresso si svolge in modo impeccabile: ogni "esperto" ha davanti a sé una bottiglietta d'acqua congelata, una manciata di mandorle e un po' di uva. Ci sono anche colleghi che parlano in videoconferenza e dottorandi interessati all'evento. Modero una tavola rotonda interessante e piena di stimoli. Faccio la gratissima conoscenza di Lena, una neo-dottorata di Munich che fa un intervento bellissimo sulle intellettuali e scrittrici tedesche che appoggiano e aiutano gli esuli spagnoli e i soldati delle "Brigadas Internacionales". La storia si unisce alla letteratura; la filologia alla ricerca negli archivi non più segreti di Berlino. Le suggerisco di leggere il recentemente scomparso Carlo Ginzburg. Conosce il nome, ma non lo ha mai letto. Finiamo a parlare di microstoria anche a cena, presso un ristorante libanese la cui proprietaria ci alletta con piatti tipici del suo paese che sono uno spettacolo. Sua figlia festeggia il compleanno: ne fa 27 e ci offre pezzi delle 3 o 4 torte che adornano il suo tavolino insieme alle amiche (tutte bellissime). Erano anni che non assaggiavo il libanese: agnello cotto a puntino, yogurt acidulo che non stona, insieme a riso basmati e salse (alcune piccantissime). Beviamo e ridiamo e parliamo di lavoro, non c'è verso di staccare, nemmeno a cena, nemmeno in un posto come questo. 

Esorto Lena a non mollare, a continuare a cercare borse di studio per le sue ricerche. Non ci scambiamo né il telefono né l'email. Mi dice che di Sebald ha letto sia Austerlitz che Gli anelli di Saturno e che le sono piaciuti entrambi. Poi aggiunge: "È strano, Sebald sembra che lo leggessero più all'estero che in Germania". Le dico che anche Javier Marías subì un simile destino. Era molto più letto in Germania, o in Francia, o in Italia, che in Spagna. Le racconto che Sebald e Marías erano pen-friends. Non lo sapeva e sorride. Poi ci si separa per andare a dormire in hotel.


23 giugno 2026

È davvero un'impresa raggiungere Dusserdolf da Wuppertal. Alle 9 (dopo aver fatto una bella colazione a buffet) i treni sono già tutti cancellati. Bisogna prendere un bus sostitutivo. All'ufficio informazioni la gentilezza è un optional. Un italiano mi sente sbraitare e mi si avvicina per aiutarci e orientarci. Dopo un chilometro, siamo alla fermata giusta. Il buso arriva dopo una buona mezz'ora d'attesa e viene preso d'assalto. Soprattutto immigrati: africani, greci, turchi, arabi. Noi bianchi siamo minoranza assoluta. I tedeschi hanno un aspetto un po' preoccupante. Ironia del destino: Hitler sognava la purezza ariana, ma il XXI secolo lo smentisce, prevale (e meno male) il meticciato. Resto in piedi l'ora e mezza che dura il viaggio, mentre la prole giace per terra tra gli zaini ricolmi di libri e vestiti. Il bus fa fermate anche in mezzo al bosco, presso paesini di campagna che sembrano il set ideale per film dell'orrore anni 70 e 80. Tipico paesaggio teutonico fatto di natura selvaggia e nebbia. Arriviamo alla stazione di Dusserdolf e un messaggio in tedesco tradotto anche in inglese avvisa i passanti: idratatevi, bevate molta acqua e state attenti all'ondata di calore. Lungo il vialone che unisce la stazione al centro storico appare una quantità esagerata di ristoranti cinesi e giapponesi. Poi i palazzi delle aziede che muovono l'economia della città (e, forse, dell'intera Germania). Poi i musei e i palazzi antichi del centro storico. Poi bisogna prendere il taxi che ci porta in aeroporto. Il taxista è del Kurdistan e ci racconta che non ama molto questo paese: "I tedeschi sono pazzi. E poi qui è tutto molto caro. Meglio la Polonia". Mi domando perché non sia in Polonia, se la pensa davvero così...

Alle 14 in punto siamo in procinto di salire sull'aereo della EuroWings. Anche questo tremerà e ballerà nell'attraversare un po' di nuvole e nell'atterrare nel Sud del Sud della Spagna. Mal di testa e caldo ancora più afoso. Di Wuppertal ricorderò soprattutto i suoi boschi verdi e immensi e la gentilezza dei colleghi dell'Università omonima. 

 

sábado, junio 20, 2026

 La morte e la piscina

C'è una piscina nel percorso che faccio quasi tutti i giorni da casa all'Università in bici. Una piscina in un paesino in mezzo al nulla e accanto a un vecchio mulino ad acqua che ancora funziona e fa ancora il suo effetto in mezzo alla Natura selvaggia del luogo.

Ogni anno la piscina viene rimessa a nuovo, pulita e predisposta per l'alta stagione, quando - si suppone - i vicini la sfrutteranno per farsi il bagno e cercare di contrastare il caldo afoso di queste latitudini. Anche quest'anno ho visto uomini all'opera, chi intento a ripulirla dai rami secchi e le foglie finite sul fondo, chi intento a ridipingerlo, quel fondo così azzurro e così bianco. L'altra mattina avevo intravisto anche un signore di una certa età, vestito come quasi tutti i pensionati che si dedicano all'agricoltura e all'orticello: camicia bianca, jeans strappati e scarpacce da coltivatore diretto piene di fango. 

Stamattina, passando davanti al solito posto, m'imbatto in una quantità anormale di abitanti della zona, la "Guardia Civil" e due macchine della polizia, con, in più, un'autombulanza parcheggiata all'interno dello spiazzo in cui si trova la piscina. Dalla stessa fuoriesce una scala di metallo molto lunga e da lì s'inerpica uno degli infermieri o dei poliziotti. So che non dovrei continuare a guardare, continuo a pedalare, certo, ma - ahimè - gli occhi mi vanno verso la barella, sotto la barella un corpo, quello dell'anziano intravisto ieri o l'altroieri, il contadino ora cadavere o quello sembra a questa distanza, come corpo morto cade. A terra. Solo. In attesa di essere caricato sulla barella. Un altro infermiere o dottore sta distendendo il lenzuolo bianco per coprirlo. 

È una visione che dura pochi secondi e però mi lascia a bocca aperta e con un senso di nausea e di angoscia che non mi abbandonerà nel corso dell'intera mattinata di lavoro. Appena arrivo, cercherò se c'è già la notizia sul giornale. Appena arrivo, accendo il computer e cerco il morto. Ma perché mai - mi domando subito dopo - dovrebbe fare "notizia" l'infarto di un anziano che lavora a una piscina o mentre sta facendo migliorie a una piscina pubblica? Quanti anziani muoiono in questi giorni affogati a mare o in piscina, quanti per un infarto o un ictus, quanti per l'ondata di calore?

Eppure: l'ho visto, io ho visto quel corpo senza vita, disteso sul bordo della piscina, di quella piscina in cui anche quest'estate andranno a farsi il bagno bambini, giovani e mamme del paese. Molti di loro non sospetterà nemmeno lontanamente che in quella stessa piscina è morto un uomo. Sulla settantina o forse sull'ottantina. Non so come si chiama né forse lo saprò mai (a meno che non venga fuori la notizia sui giornali e spesso i giornalisti omettono il nome della vittima, lasciando solo le iniziali). Quell'uomo è morto, mentre all'Università si continua a lavorare, tutti fanno il loro dovere, la vita va avanti, perfino per quel cavallo che pascola in un recinto accanto alla mia Facoltà e che sono solito salutare dalla bici "Buongiorno, cavallo!" e lui mi guarda, a volte, e chissà che penserà di me, di quest'umano che va a lavoro su due ruote e pedala e pedala e suda sotto il sole cocente.

viernes, junio 19, 2026

 The Wheels of Chance (1896): un H. G. Wells che non ti aspetti


Ecco un romanzo che non ti aspetti. Ricevuto in regalo il giorno del mio onomastico, da parte della mia compagna di viaggi che non sbaglia mai, The Wheels of Chance cattura l'attenzione del lettore sin dalle prime righe. Herbert George Wells, l'autore dei best-seller fantascientifici The War of the Worlds (1887) e The Time Machine (1895), lo pubblica nel 1896, quando ancora non ha raggiunto il successo internazionale che lo trasformerà in un classico della letteratura mondiale. A detta di Wikipedia, è il suo terzo romanzo e fa impressione constatare come l'autore sia in grado di dominare così bene l'arte del raccontare storie. 

Un narratore esterno che parla in prima persona e guida le reazioni del lettore, adottando spesso e volentieri l'ironia, l'umorismo, il sarcasmo e anche l'ellissi (nel sottacere o nel censurare al lettore dettagli che potrebbero svelare più del dovuto o che vanno svelati solo al momento giusto), ci prende per mano e ci racconta la storia di un giovane dipendente di un negozio di tessuti e cappelli di Londra che scopre nella bicicletta (un'invenzione recente) non solo un mezzo di trasporto, ma anche (e soprattutto) un modo per godere di un po' di libertà dalla schiavitù legata al lavoro e alla classe sociale d'appartenenza. Hoopdriver (questo è il nome del protagonista) è simpatico e un po' sognatore. Le automobili non si sono ancora imposte come il mezzo di trasporto preferito dalla classe media e dall'aristocrazia. Le bici sono una novità assoluta, soprattutto quando si iniziano a commerciare i primi modelli economici, accessibili anche a chi ricco non è. Immaginiamo lo scalpore che avrebbe potuto fare all'epoca un dipendente di un negozio di tessuti che se ne va in giro da solo a fare una sorta di gran tour nel Sud dell'isola. E immaginiamoci lo scandalo se a fare questo stesso giro fosse una ragazza di 17 anni, non sposata, che cerca di sfuggire alle grinfie di una matrigna che la maltratta e di un aristocratico molto più vecchio di lei che vuole provare ad invaghirla e sposarsela. Ecco: la trama ruota attorno all'incontro inaspettato ed improvviso tra Hoopdriver e Jessie Milton, accompagnata (contro il suo volere) dall'amante, Mr. Bechamel (antipatico e spocchioso quando si accorge che Hoopdriver potrebbe rubarle la ragazza).

Libro d'avventura, scritto benissimo, alterna momenti di indagine psicologica del trio ad altri di descrizione lirica dei paesaggi che i tre attraversano in bicicletta in un'epoca in cui l'unico modo per orientarsi erano le cartine geografiche cartacee. 

Fa impressione vedere quanto contemporaneo sia Wells quando disquisice sui rapporti tra l'uomo e la natura o l'uomo e l'economia del capitale. Fa sorridere (e a volte anche ridere) il modo in cui Hoopdriver prova a presentarsi come un moderno cavaliere errante che va sperso tra i boschi alla ricerca dell'amata perduta contro i giganti e i mostri incarnati da chi detiene il potere economico e, dunque, la possibilità che lo stesso Hoopdriver ha di prendersi le vacanze e spendere i pochi soldi dello stipendio in un viaggio così "anomalo".

È un libro ideale per gli amanti della bici e del cosiddetto "cicloturismo" e un romanzo che fa venire voglia di leggere tutto Wells. Scrittore dotato di un sottilissimo senso dell'umorismo e di una voce narrante davvero convincente ed accattivante (e scusate la rima interna).

P.S.: scopro che esiste anche una versione cinematografica di Harold M. Shaw con titolo omonimo. È un film muto del 1922. Mai visto. Lo cercherò fino a trovarlo, costi quel che costi. Hoopdriver è interpretato da George K. Arthur (che a guardare dalle foto, mi sembra perfetto per questo ruolo) e Jessie Milton da Olwen Rose (anche lei perfetta per la parte, dato lo sguardo sognante di molte sue foto, i ricci sbarazzini e il sorriso luminoso). 





Mr. Bechamel lo interpreta, invece, Gordon Harker. E lui mi sembra semplicemente perfetto...



Piccolo Museo del Diario Il caldo afoso uccide ogni voglia di fare; perfino leggere un buon libro diventa un'impresa, con il ventilatore...