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domingo, septiembre 06, 2026

 Henry Scott Holland

E dunque uno può arrivare a scoprire nuovi poeti e poesie mai lette prima grazie a Jovanotti. Sì, Lorenzo Cherubini, quello che fa saltare e ballare le platee sulle spiagge di mezza Italia, che se ne va in giro per l'Italia in bicicletta dandomi parecchia invidia.

L'ultimo libro che edita in compagnia di un maestro (Nicola Crocetti) s'intitola Poesie da viaggio (Milano, Crocetti, 2026) e - tra le molte - contiene questa stupenda poesia di Heny Scott Holland, un teologo e accademico britannico vissuto tra il 1847 e il 1918 (dunque, ebbe modo di esser testimone dei disastri della Prima Guerra Mondiale).

Il componimento parla del rapporto tra i vivi e i morti. E sembra essere ispirato a Sant'Agostino ma anche a San Juan de la Cruz, uno dei grandissimi mistici della letteratura spagnola. E suona così:

La morte non è nulla, non conta nulla.
Mi sono semplicemente spostato nella stanza accanto:
nulla è accaduto,
tutto resta esattamente come era.
Io sono io, tu sei tu, e la vita che abbiamo vissuto insieme,
con tale intensità, è immutata, intoccabile, intatta.
Quello che siamo stati, uno per l'altra, è ancora.
Chiamami con quel vecchio nome familiare, allora,
parlami con lo stesso modo affettuoso che usavi sempre.
Non cambiare il tono della voce,
non assumere un'aria solenne o triste.
Ridi di ciò che ci faceva ridere, delle piccole cose che ci
piacevano tanto.
Sorridi, pensami, prega per me.
Il mio nome sia sempre familiare, come lo era prima.
Pronuncialo senza traccia d'ombra o di dolore.
La vita conserva il suo significato:
è la stessa che è stata.
C'è una continuità nell'assoluto che non si flette.
Cos'è questa morte se non un trascurabile accidente?
Perché dovrei svanire dalla tua mente solo perché non
sono davanti ai tuoi occhi?
Non sono lontano, ma dall'altra parte, vicinissimo, in
fondo, appena dietro l'angolo.
Tutto è nel bene, nulla è perduto.
Un breve istante e tutto sarà come prima:
quanto rideremo di questa separazione quando ci
ritroveremo ancora.

La traduzione dall'inglese all'italiano è di Ester Lullo. E mi conforta leggere poesie come questa in un ritorno a scuola, alla routine, al lavoro che non risulta affatto facile. Ma le salite esistono perché vanno affrontate. E poi, in teoria, ci dovrebbe essere un po' di discesa...

domingo, enero 18, 2026

 Ipotesi di lavoro

Oggi io e la mia compagna di avventure abbiamo discusso o ci siamo leggermente accapigliati sul tema del femminismo. Io difendevo l'idea che Virginia Woolf non avesse capito l'Ulisse o, almeno, non ne avesse apprezzato lo stile sperimentale (lei che ha sperimentato tantissimo) né il ritratto a 360 gradi di una donna vulcanica e passionale come Molly Bloom (non ricordo in che articolo o saggio accusa Joyce di essere pornografico o fin troppo esplicito quando racconta l'inimità dei suoi personaggi); lei difendeva il fatto che Virginia Woolf fosse riuscita a penetrare molto più a fondo di Joyce nella mente dei personaggi, anche di quelli maschili o che si trasformano nel nome di un'ermafroditismo davvero originale (pensiamo a Orlando, del 1928 - ma anche Flush non scherza, non avevo mai letto prima la biografia di un cane; lo scrive nel 1933, a 10 anni dall'apparizione dell'Ulisse joyciano).

Poi, tornando a casa, mi sono ricordato delle lettere d'amore che Virgiani Woolf scrisse a Vita Sackeville-West. Ne lessi qualcuna in inglese, quando ero studente di Lingue e Letterature Straniere alla "Sapienza" ed ebbi l'enorme, immensa fortuna d'imbattermi in maestri e anglisti di fama internazionale come Nadia Fusini o Piero Boitani (se oggi ho letto Shakespeare in versione originale lo debbo a lui, oltre a tante altre cose che non sto qui ad enumerare, perché sono davvero tante).




E subito dopo mi è venuta alla memoria la lunga trafila di lettere che James Joyce inviò a Nora Barnacle quando s'innamorarono e decisero che non si sarebbero mai più lasciati (e, di fatto, non si lasciarno mai, nemmeno quando Joyce si ubriacava come un alcolizzato e lo buttavano fuori dai pub delle varie città in cui vissero, Parigi, Trieste o Zurigo, e la coppia non sapeva come sbarcare il lunario, perché Joyce non guadagnava molto e i lavoretti che faceva per portare il pane a casa non erano molto remunerativi, se così possiamo dire...).

Scopro solo ora che nel 2024 è uscita una traduzione in italiano di quell'epistolario molto "hot" (un amico spagnolo scrittore mi ha raccontato che alcune lettere lo hanno fatto addirittura arrossire).

Ed allora ecco che mi si accende la lampadina e mi sovvien l'idea per uno studio di teoria della letteratura e di letterature comparate: cosa potrebbe venir fuori dall'analisi contrastiva dei due epistolari amorosi, quello di Virginia in omaggio a Vita e quello di James in onore di Nora? Che voce? Che immagine dei due sessi? Che guerra dei sessi tra polo femminile e polo maschile, tra omo- ed etero-sessualità? Quanta distanza tra i due nell'uso del proprio stile, tra stream of counsciouness e interior monologue? Che visione del mondo e dei rapporti sentimentali?

Appunti per un'ipotesi di lavoro del futuro...


lunes, julio 28, 2025

 Prima di ripartire per l'Italia


Sono in procinto di ripartire per l'Italia (passando dalla Francia, in macchina, per raggiungere Grenobles e poi entrare in Val d'Aosta, attraversando il valico del Monte Bianco, o "Mont Blanche", a detta dei francesi, e poi scendere in direzione Lucca, seguendo, in parte, il tragitto della Via Francigena, prima di "atterrare" a Roma capitale).

Il traffico delle 8:00 del mattino è scorrevole: si arriva a lavoro in meno di mezz'ora, dal paesino sulla costa del Sud del Sud della Spagna in cui vivo. Al semaforo in rosso i nostri sguardi insonnoliti s'incrociano: si trucca (o si aggiusta il trucco) sullo specchietto e mi guarda sorpresa dal mio sguardo attento, leggermente incuriosito (come fanno le donne a truccarsi anche mentre sono in auto? Quanta velocità, prontezza, precisione richiede un 'operazione del genere?).

Alle 8:30 ricevo un messaggio di una mia cara collega, Lola, compagna di avventure e di sventure, che io ho soprannominato "Sancho Panza". Mi chiede conferma dell'orario di un corso di formazione che ci impongono oggi, lunedì 28 luglio, a pochi giorni dalla chiusura completa dell'Università per tutto intero il mese d'agosto. Le confermo l'orario: dalle 10:00 alle 12:00. Lola mi dice che verrà cinque minuti prima (vive a pochi metri dall'Università e non ha voglia di entrare prima).

Ci chiediamo entrambi che senso abbia "costringere" i prof. a seguire un corso di formazione a fine mese, quando i cervelli sono fusi, il corpo stanco, la mente già proiettata verso le vacanze (Courmayeur, ad esempio, o Torino, o Pavia...).

Nel viaggio francese toccheremo alcune città emblematiche per chi studia letteratura: a Coillure morì Antonio Machado (il poeta); a Portbou trovò la morte Walter Benjamin (il filosofo, il critico letterario, l'esperto di arte). Andiamo alla ricerca delle tracce del passato dei fantasmi (benigni) sui cui libri ci siamo formati. È un viaggio di piacere costellato di fermate strategiche alla ricerca delle ombre degli eventi tragici della Storia del XX secolo (la Seconda Guerra Mondiale; la Shoah; la Guerra Civile Spagnola). Lola dice che ci accompagnerebbe volentieri. Sta finendo la tesi di dottorato (sulla cosiddetta "poesia dell'esperienza") e adora Benjamin (e sa a memoria alcuni componimenti di Machado).

"Caminante no hay camino...", certo. Il cammino si costruisce camminando (l'ho sperimentato nel 2012, cundo affrontai il famoso "Camino de Santiago"). E allora mi viene in mente il finale di una poesia di Pierluigi Cappello, poeta che ho scoperto grazie a Jovanotti (che mi fece scoprire anche Mariangela Gualtieri, un'altra scrittrice che emoziona e incanta con la sua lirica apparentemente umile, ma profondamente dirompente):

Piangere non è un sussulto di scapole
e adesso che ho pianto
non ho parole migliori di queste
per dire che ho pianto
le parole più belle
le parole più pure
non sono lo zampettio delle sillabe
sull’inverno frusciante dei fogli
stanno così come stanno
né fuoco né cenere
fra l’ultima parola detta
e la prima nuova da dire
è lì che abitiamo.

Traduco il testo in spagnolo per Lola; sottolineo con enfasi gli ultimi tre versi: "fra l'ultima parola detta / e la prima nuova da dire / è lì che abitiamo". E Lola mi fa notare come sia molto vicino a Benjamin questo Cappello, e forse anche ad Antonio Machado.

jueves, mayo 22, 2025

 Una traduzione da El lago en las pupilas (2012) di Luis Goytisolo



Romanzo strano, come molti dei romanzi di Luis Goytisolo, scrittore che non legge quasi più nessuno, in Spagna, e che non è mai stato tradotto in italiano e la cui opera principale s'intitola Antagonía, una tetralogia scritta tra il 1973 e il 1981 (ma ideata a partire dal 1960, ergo, trattasi di un'opera che occupa quasi 20 anni di vita dello scrittore prima di vedere la luce e di venire pubblicata in 4 parti e prima che l'edizione completa e compatta uscisse solo nel 2012).

Di cosa parla El lago en las pupilas? Di quattro personaggi, una donna - Gloria - che prova a rifarsi una vita dopo due cocenti delusioni amorose; un uomo - Marcel - che lascia Berna per andare in un oscuro paesino spagnolo in cui sembra sia vissuto suo padre; un uomo - Richard - che fa il giornalista economico e che si trova a Locarno per un summit delle grandi potenze mondiali; un uomo - il Moro - che scrive le proprie memorie legate ai tempi di un'oscura guerra che sembra avere tratti in comune con la vera guerra civile spagnola del 1936-39...

I quattro personaggi e le quattro linee narrative s'intrecceranno in modi inaspettati per il lettore fino a un finale che lascia tutto com'è, ovvero, nel buio e nel mistero più assoluti. 

Questa è la p. 149 tradotta in italiano (siamo ormai verso la fine del romanzo):

"Considerare, ad esempio, non la vista bellissima, ma le bolle di schiuma che animavano la superficie del lago, una qualsiasi di quelle bolle. Bolle che io percepivo - ognuna di esse - come replica infinitamente piccola di un universo in espansione simile al nostro. Bolle sperse in un numero infinito di altre bolle da un estremo all'altro del lago, acque che sfociano nei mari, mari che si aprono verso gli oceani, infinitamente infinito il numero delle bolle, per rendere ancor più espressiva la ridondanza, metafora tanto perfettamente illustrativa quanto indimostrabile di ciò che, a mio giudizio, è il mondo, un universo di universi, infinito nel tempo e illimitato nello spazio. Sant'Agostino, nella parabola del bambino che gioca con la sabbia in una spiaggia, prova a spiegare qualcosa di simile quando parla di eternità, del carattere eterno del Creatore. Il punto è che ci risulta molto più facile dimostrare l'esistenza di un Creatore increato che quella di un mondo ugualmente increato, illimitato e infinito".

Luis Goytisolo: o di uno stile in cui l'elemento lirico si unisce a (e accompagna sempre) la riflessione filosofica su chi siamo...e in che mondo viviamo.

sábado, marzo 30, 2024

Letture pasquali

Provo a leggere, in queste vacanze pasquali, tra una corsa in bicicletta in alta montagna e le mangiate assurde previste dal calendario (cenoni e pranzoni cui è difficile sottrarsi, a meno che uno non decida di diventare improvvisamente un eremita).


In Don Chisciotte e i suoi fantasmi (Palermo, Sellerio, 2023), l'adorato e ammirato Alberto Manguel mi ricorda l'importanza della scelta di Miguel de Cervantes di "inventare" un autore arabo in quanto "storico" che narra le vicende di Don Quijote de la Mancha. Scegliere un arabo (un infedele, agli occhi della Spagna e della Chiesa di Roma del XVII sec.) è un atto di ribellione notevole nei confronti del "pensiero dominante". È paradossale che a partire dal cap. IX della Iª Parte del romanzo leggiamo le gesta del folle idalgo grazie alla traduzione dall'arabo allo spagnolo di un autore originale "infedele", uno che pratica la religione islamica, nemico dello Stato, ma anche della religione di Stato... Perché questa scelta così azzardata? Perché questo trucco letterario?


Manguel sostiene che Cervantes si cali nei panni dell'Altro per invitare i suoi lettori a guardare la realtà da un punto di vista straniante. E l'Altro non è solo l'arabo, ma anche il folle, chi fuoriesce dalla lettura "standard" e razionale della realtà, chi sa guardare il rovescio dei fatti e delle persone...


Tutto ciò determina anche la vivacità e la vitalità del testo cervantino. Chi legge Don Quijote oggi si rende conto del fatto che il libro è ancora attualissimo, che non c'è personaggio o episodio che non possa essere ricollegato ai drammi, alle illusioni, alle paure che proviamo anche noi, lettori e cittadini del XXI sec. E poi c'è questa grande verità:  (id., p. 71): "il tempo di don Chisciotte è un tempo vivo, fertile, che la nostra coscienza va creando via via che lo creiamo"...e di quanti classici si potrà dire lo stesso?


Parla di tempo (e di spazio) e, soprattutto, di punto di vista all'interno del testo letterario anche Alessandro Cutrona in Questione di sguardi. Il punto di vista e la narrazione (Palermo, il Palindromo, 2020). Scritto con uno stile asciutto e grande passione, questo saggio sintetizza, ripassa e riattualizza alcune delle questioni tecniche e teoriche più spinose attorno al punto di vista e a come esso agisce determinando il senso dei testi letterari. E torna l'ombra lunga di Cervantes (e la sua scelta di "inventarsi" un Altro come Cide Hamete Benengeli) sin dalla p. 15: "Quando ci sediamo e siamo intenti a leggere un libro, seppure inconsapevolmente, stiamo abbandonando il nostro punto di vista per adottarne un altro, uno diverso dal proprio: assumiamo un'altra posizione per metterci nei panni dell'altro".


E che stimolanti risultano allora i punti di vista stranianti che hanno inventato maestri come Kafka o Collodi, Henry James o Joyce, Pirandello o Giorgio Bassani (autore che devo assolutamente riscoprire perché, al di là del magistrale Il giardino dei Finzi-Contini, è autore di racconti che mi attirano in modo davvero viscerale).


E poi Donatella Di Pietrantonio, che con L'età fragile (Torino, Einaudi, 2023) mi fa rivivere un fatto di cronaca nera avventuo in Abruzzo con uno stile che non mi convince, anche se ne riconosco l'obiettiva originalità; e poi Antonio Prete, le cui Carte d'amore (Milano, Bollati Boringhieri, 2022) devo ancora aprire, così come ancora attendono pazienti il Massimo Recalcati di Non è più come prima. Elogio del perdono nella vita amorosa (Milano, Raffaello Cortina, 2014) e il Maurice Charney di Amarsi con Shakespeare (Palermo, Sellerio, 2022) e l'immenso Ernst H. Gombrich, con l'imponente Immagini simboliche. Studi sull'arte del rinascimento (Torino, Einaudi, 1978), uno di quei saggi che so già che mi cambieranno (per sempre) il modo di leggere l'arte e di vedere il mondo...


Le vacanze dovrebbero durare di più.

domingo, noviembre 26, 2023

Gennaro Serio e il suo Notturno di Gibilterra


Appena finito di leggere il romanzo molto metaletterario Notturno di Gibilterra di Gennaro Serio (Roma, L'Orma, 2020), mi torna in mente il giorno in cui una carissima amica me ne parlò: era il 20 febbraio del 2020, io mi trovavo a Napoli per parlare in un congresso sul silenzio e Carla (così si chiama la mia carissima amica) era venuta a vedermi da Avellino per riabbracciarmi e - appunto - segnalarmi questo romanzo d'esordio, vincitore del Premio Italo Calvino. A Carla piacque molto perché c'erano molti spunti interessanti e aveva a che fare con uno scrittore che abbiamo amato entrambi, in passato, ovvero: Enrique Vila-Matas (autore, tra gli altri, di Bartleby y compañía e di El Mal de Montano). 

Ricordo perfettamente di aver preso nota del titolo del romanzo di Serio e di essermi imbarcato sul volo Napoli-Barcelona con la faccia sorpresa di chi non sapeva ancora cosa ci facessero in giro tante persone con la mascherina. Eravamo proprio agli inizi dello scoppio della pandemia. Tutti a prendere in giro i cinesi, tutti a dire che era un'esagerazione il lockdown generale e, invece, già allora il covid-19 serpeggiava tra di noi, ignari di quello che sarebbe accaduto di lì a poco (in Italia, in Spagna, e nel mondo in generale).

Letto oggi, il 26 novembre del 2023 (tre anni dopo la sua pubblicazione e tre anni dopo i fatti noti a tutti), Notturno di Gibilterra mi è piaciuto a metà, sia perché io non sono più quel lettore vila-matasiano di una volta, sia perché i giochi metaletterari, quando sono spinti all'estremo, un po' mi annoiano.

Notevolissimo l'impegno (riuscito) dell'autore nel costruire una trama in cui l'assassino è Vila-Matas e il corpo morto da resuscitare è proprio la Letteratura, quella di qualità, quella che fa pensare e che è capace di ri-creare il mondo e creare mondi alternativi al nostro; pregevole il mix di lingue coinvolte, dall'italiano allo spagnolo (ovviamente), con brani lasciati anche direttamente in francese o alcuni in inglese o altri in catalano o in portoghese; bello il capitolo in cui il narratore va alla disperata ricerca del colpevole su un battello in mezzo ai mari, ai fiumi e ai porti delle Fiandre (una specie di Odissea in miniatura, riscritta sotto gli effetti del calvados); ma - appunto - dopo un po' il gioco viene a noia (o, almeno, questa è stata la mia soggettivissima opinione).

Eppure, c'è una pagina che mi ha colpito e che non dimenticherò mai, la p. 203, quella in cui il narratore si lamenta del fatto che "oggi nascono bambini maledetti che non sapranno mai chi siano stati i fratelli Goytisolo né Benet e che non hanno mai sentito parlare di Kleist, e non hanno mai letto Sophia de Mello Breyner Andersen" (cit.).

Ecco, a me questa pagina piace e colpisce perché qui Gennaro Serio mette il dito nella piaga e dimostra di conoscere davvero a fondo la letteratura spagnola più dimenticata o meno frequentata dai più: chi conosce, oggigiorno, i fratelli Goytisolo? Chi ha mai letto (non dico in Italia, ma anche in Spagna) Juan Benet? Heinrick von Kleist, va bene, qualcuno (magari non solo qualche germanista) lo ricorderà, ma Juan, Luis e José Agustín Goytisolo? E Juan Benet, ingegnere edile ancor prima che scrittore (di romanzi complicatissimi e di saggi raffinatissimi)? E chi ha mai letto Sophia de Mello Breyner Andersen? Ammetto che è la prima volta che ne sento parlar e scopro solo oggi, 26 novembre del 2023, che si tratta di una poetessa portoghese insignita, tra gli altri, del Premio Reina Sofía de Poesía Hiberoamericana. 

E che bello, dunque, che bel segnale di speranza che, attraverso un romanzo metaletterario, sperimentale e spericolato (e anche piuttosto divertente, ammettiamolo) come questo di Gennaro Serio, a partire dalla p. 203, ci potrà essere qualche lettore del futuro che cercherà di colmare una simile lacuna, che si metterà a cercare chi fossero questi autori semisconosciuti dell'area iberica (o di quella tedesca o di quella portoghese), che magari sceglierà di leggerli, anche se oggidì, ahinoi, nascono bambini che non ne sanno nulla, che forse non sapranno mai nemmeno chi fosse Enrique Vila-Matas, l'assassino sin dalle prime righe di questo stralunato Notturno di Gibilterra (e la città non è scelta a caso, ovviamente, perché è lì che è nata anche Molly Bloom, la moglie di Leopold, nell'Ulisse di Joyce)...

P.S.: il romanzo ha già una traduzione in francese; mi auguro che trovi presto un bravo traduttore spagnolo, perché merita di vedere la luce in Spagna (dove si svolge parte della trama, a partire dalla Barcellona di Vila-Matas).

viernes, junio 03, 2022

 Una poesia di Juan Luis Panero


Fantasmas en la nieve

Andas bajo la nieve, con las botas mojadas
y el blanco abrigo afgano,
por la orilla helada del Hudson,
una tarde oscura de febrero.
Luego, desnuda, en el cuarto caluroso,
miro la curva suave de tu culo,
el empapado brillo de tus ojos,
mientras sigue cayendo nieve en los cristales.
Es un recurso simple, muy poco original,
pero lo guardo para aquellas horas
en que volviendo atrás, sin amor ni odio,
intentando recordar, acercar nuestra historia,
sólo quedan retocadas anécdotas, viejas fotografías,
y unas pocas palabras desgastadas.
Gotas en tu frente y el brillo de tus ojos,
errantes y abrazados en la ciudad extraña,
así ríes aún, así regresas hoy, así nos imagino,
borrados y distantes, fantasmas en la nieve.

Fantasmi nella neve

Cammini sotto la neve, gli stivali bagnati
e il bianco giaccone afgano,
lungo la riva gelata dell'Hudson,
un pomeriggio oscuro di febbraio.
Poi, nuda, nella stanza riscaldata,
guardo la soave curva del tuo culo,
l'umido brillìo dei tuoi occhi,
mentre continua a cadere la neve sui vetri.
È un trucco semplice, affatto originale,
ma lo tengo in serbo per quelle ore
in cui tornando indietro, senza amore e senza odio,
provando a ricordare, ad avvicinare la nostra storia,
restan solo aneddoti ritoccati, vecchie fotografie
e poche parole consumate.
Gocce sulla tua fronte e il luccicore dei tuoi occhi,
erranti e abbracciati nella città straniera,
è così che continui a ridere, così che torni oggi, così ci immagino,
cancellati e distanti, fantasmi nella neve.

miércoles, mayo 18, 2022


Microracconti a go-go


Per C., amica e maestra


Sono passati mesi, ormai, forse un anno, da quando le ho spedito la mia traduzione di microracconti di un autore spagnolo inedito in Italia. E la mia amica e carissima collega C. (ormai in pensione, Professoressa Ordinario tra le più esperte della letteratura spagnola del XV e XVI secolo) non ha smesso di invarmi il microracconto del giorno.

Forse ispirata proprio dalla mia traduzione, oltre che dallo stile peculiare dell'autore tradotto, non si è più frenata, né fermata. Ogni mattina so che, nell'atto di aprire la posta elettronica, troverò uno dei parti (geniali) della sua immaginazione (fervida). A quasi 80 anni ha scoperto una vena creativa incredibile e che pare non avere limiti. Scrive microracconti a partire da ogni input possibile e immaginabile: una pagina di cronaca; una notizia del telegiornale; un ricordo d'infanzia; un pettegolezzo ascoltato al supermercato; una confidenza fatta dall'amica del cuore; un frammento letterario letto in giornata; una poesia, un romanzo, i microracconti degli altri scrittori che legge con gusto e fervore crescente; un diario; una pubblicità intravista sul bus; tutto, assolutamente tutto, è suscettibile di diventare "materia" di scrittura in questa enorme fucina di microracconti che avanzano e non si fermano più (ci sono giorni in cui il primo microracconto mi arriva alle 7:00 del mattino e il secondo alle 21:00 della sera, ovvero, tardissimo, visto che C. è solita coricarsi presto per poi svegliarsi all'alba).

Le ho appena scritto per ringraziarla del nuovo frutto della sua immaginazione desbordante: è un microracconto che parla della sua mania di scrivere e mandare microracconti a una ristretta cerchia di amici lettori (tra cui io mi conto e di cui faccio parte con piacere ed orgoglio sinceri). 

C. non smette di scrivere e io la invidio tantissimo perché se io, per riuscire a finere un racconto di 10 pagine, posso impiegare anche un anno, lei scrive alla velocità della luce (e ogni parole è pertinente, non c'è nulla che sia superfluo nella sua scrittura).

C. non smette e scrive e continuerà a scrivere finché avrà fiato in gola e forza e ingegno per danzare con le sue  piccole dita sulla tastiera del computer.

C. è un'amica, ma anche un'eccellente filologa, una maestra e una confidente, una delle persone più importanti e belle e serie che io abbia mai conosciuto e sono certo che finché ci sarà un suo microracconto da leggere la vita avrà ancora un senso...E così ad infinitum

sábado, enero 30, 2021

 30/1/2021


Questa sera ero indeciso se finire di leggere un capitolo dal bel saggio Antropologia delle immagini (2002) di Hans Belting o se continuare a perlustrare la mente "maniaca" e alquanto "nabokovkiana" del narratore in prima persona de La storia di mia moglie (1957) di Milán Füst (regalo graditissimo di un caro collega di Budapest, un ispanista ungherese che traduce anche Camilleri e ha un dominio assoluto dell'italiano, del francese, dell'inglese e del tedesco - non ricordo se sapeva anche il russo e se aveva iniziato a studiare anche l'arabo -).

Belting mi stava facendo ragionare sul corpo come luogo della memoria e luogo che, oltre a conservarle, le immagini le produce (quelle che nascono dai sogni, ad esempio; o quelle che ricaviamo dal passato attraverso la memoria e il ricordo - cita Proust, ovviamente, come non citarlo se si parla della triade immagini-memoria-ricordo?).

Füst, invece, mi spingeva a riflettere su come è assurdo l'amore e su quanto può essere distruttiva la gelosia: "Perché l'indifferenza ci mantiene intatti, la passione invece ci umilia" (cit., p. 201 dell'ed. Adelphi - un lavorone quello della traduttrice, Marinella D'Alessandro, che non conosco affatto ma che ammiro da subito per come riesce a rendere, in italiano, il fraseggio simpaticamente folle e assurdamente attorcigliato di questo marito preda della bestia dagli occhi verdi che Yago scatena nella mente di Othello).

Poi, di colpo, la realtà è entrata prepotentemente di scivolata e mi ha fatto lo sgambetto, e steso al tappeto: mia madre mi confessa che mio padre non sta tanto bene; una mia cara amica di gioventù mi avvisa che ieri è morta la madre di un nostro comune amico, quasi un fratello, per me, uno che è finito col diventare direttore in una banca di Liverpool...

L'ultima volta che ci siamo visti fummo felici: suo fratello ci aveva invitati a cena in uno dei ristoranti più belli e lussosi del centro della città (lavora nell'ambito alberghiero; conosce un sacco di gente importante; ha fatto affari coi vips); io avevo un mucchio di cose da raccontare loro sul mio lavoro all'Università; lo chef non la finiva di illustrarci le innovazioni dei suoi piatti, accompagnati da vini mai bevuti prima in vita mia (molti argentini, qualcuno americano).

Poi un messaggio su Facebook, scritto in inglese da un parente, finisce di stendermi a terra: il mio amico non mi aveva mai detto che, prima di sua madre, ha perso anche un cugino, per colpa del virus, e uno zio, causa infarto fulminante.

E allora, il 30 di gennaio del 2021, la sera, mentre la prole dorme o sembra che stia dormendo, uno si domanda che senso abbia tutto questo fare ricerca, tutto questo leggere, tutta questa letteratura...che senso ha Nabokov con le sue farfalle e la sua insonnia, o Moresco col suo Chisciotte redivivo e affatto folle o Belting con le sue analisi superbe delle maschere mortuarie...Che senso ha il romanzo di Milán Füst quando fa dire al suo narratore pazzoide frasi come questa?

"D'altra parte, se questo mondo non è fatto per l'uomo, allora per chi lo è? E perché dovrei prendermela se uno spirito superiore si diverte e gode nel vedere le inutili lotte della mia vita?" (id., p. 141).

Se il mondo non è fatto per noi, se la nostra anima è (sempre e da sempre) condannata a smarrirvisi, che senso ha lo stare su questa Terra?

Poi penso che l'ultima volta che io e il mio amico ci siamo salutati, davanti al mio hotel, nella periferia di Liverpool, vicino a un McDrive, ci siamo ripromessi di vederci in Spagna e che gli avrei fatto assaggiare le prelibatezze della cucina spagnola e che l'avrei invitato in uno dei posti più tipici del centro della città del Sud del Sud della Spagna in cui vivo e che suo fratello era anche lui invitato, claro que sí...

E chissà che tutto questo non accada. Prima o poi. Anche se il mondo non sembra un luogo ideale per l'essere umano. Anche se la nostra anima sembra sempre smarrita...

miércoles, diciembre 02, 2020

 2 Dicembre 2020 (quasi 3)


Su Rai1, alle 23:05, emettono un omaggio a Gigi Proietti che s'intitola "Gigi che spettacolo!". Bastano 2 minuti per capire che sì, che in effetti Gigi Proietti era un genio, sul palco. Intanto, la prole dorme (miracolo? Fino a quando?). Mia cognata, in pigiama, mi si avvicina per augurarmi la buonanotte e chiedermi a che ora le conviene mettere la sveglia se non vuole intralciare le operazioni mattutine dei genitori alle prese con i bimbi che vanno all'asilo. 
"Direi le 7:15; ti va bene?". Mi sorride. Certo. Non c'è problema. Lei è una abituata a fare le levatacce. Domani deve andare a Madrid per un concorso. A Madrid? Ma non è sconsigliato viaggiare a Madrid? Non c'è il confinamento perimetrale? (come in Italia, anche qui in Spagna non si può andare liberamente da un comune all'altro senza autorizzazione e conseguente autocertificazione). Mi dice che il concorso si espleterà in uno stadio. La vita è piena di misteri.

Intanto, penso che domani è il 3 (manca un'oretta affinché il numero 3 faccia il suo ingresso ufficiale sul calendario: dicembre; mancano 21 giorni al cenone della vigilia; ma che Natale sarà il Natale col virus? Ce lo domandiamo tutti, ma nessuno sa la risposta). E che entro il 15 dovrò consegnare l'ennesimo articolo per una rivista scientifica di quelle importanti, che contano, che selezionano solo i pezzi migliori e gli autori più seri. Tremolo alla sola idea di vedere quel numero sull'agenda, cerchiato in rosso, sottolineato con l'evidenziatore giallo.

Intanto, penso che oggi, 2 di dicembre del 2020, è stata una bella giornata: non mi riferisco solo al tempo e alle condizioni meteorologiche, ma alle scoperte fatte, quasi per caso, quasi senza volere.

Una collega veneziana mi manda un suo articolo su Héctor Abad Faciolince: mi basta leggere le prime pagine del testo per innamorarmi di quest'autore di cui, fino a ieri, non sapevo nulla, non ne sospettavo nemmeno l'esistenza. E, invece, il modo in cui questa collega veneziana ne parla (una dama, una donna elegantissima) mi spinge subito a volerne leggere le opere più importanti, a partire da El olvido que seremos (tradotto in Italia da Einaudi: L'oblio che saremo, apparso nel 2009) al diario, intitolato Lo que fue presente (mai apparso in italiano: Ciò che fu presente) e appena uscito in Spagna per Alfaguara.

Sono talmente ipnotizzato dal ragionamento della collega veneziana, talmente travolto dalla trama di questi testi, che ho bisogno di alzarmi dal divano per prendere una boccata d'aria sul balcone e respirare con calma.

Com'è possibile innamorarsi di uno scrittore in modo così diretto, assurdo ed improvviso?

Si parla di un padre, un medico e professore umile e amante della libertà e della dignità umana, ucciso a tradimento a Medellín nel 1987. Si parla del lutto e del tentativo di elaborarlo da parte di un figlio che non sa come reagire. Si parla dei primi gesti di fronte al cadavere ancora caldo e impregnato nel sangue: la moglie gli sfila la fede dal dito; il figlio mette le mani nelle tasche e s'imbatte in alcuni fogli e, tra questi, in una poesia di Borges (da cui poi trarrà il titolo per il libro che dedicherà proprio al padre morto) Si parla di letteratura, di ricordo, di memoria e di scrittura come tentativo di venire a patti con i demoni del passato e del presente. Si parla di dolore e di depressione. Di angoscia e di rabbia. Dell'uomo e dell'essere umano in generale. Di quant'è difficile e duro restare in vita e al mondo quando l'ingiustizia prevale sulla giustizia, l'odio sull'amore, l'indifferenza sulla passione e il compromesso sociale e civile.

Poi mi chiamano da Roma: ma chi può essere? È l'editore intenzionato a pubblicare la traduzione: dopo mesi di silenzio, si fa sentire e mi parla con un tono peculiare, una voce proprio da intellettaule di sinistra degli anni 70. Parla con lentezza, ma una lentezza tale da sembrare quasi una presa in giro (è tutta una messinscena? Mi sta prendendo per il naso?). Parliamo delle fasi da seguire a partire da ora: l'impaginazione; la correzione dei refusi; la scelta dell'immagine per la copertina; i peer review; i diritti d'autore; la foto mia e dell'autore da mandare in quarta di copertina; le eventuali presentazioni in Italia e in Spagna. Parliamo un'ora circa al telefono; l'editore è lento, lentissimo, ma spiega con chiarezza i miei diritti e i miei doveri e, in parallelo, i suoi e quelli della sua casa editrice. Scopro uno scrittore colombiano grazie a una collega veneziana che mi scrive dall'Italia e, stando in Spagna, riesco finalmente a concludere una trattativa con un editore che mi chiama da Roma e che, col mio impegno da traduttore e la sua decisione sovrana, permetterà al pubblico dei lettori italiani di scoprire uno scrittore spagnolo che vive vicino alla città del Sud del Sud della Spagna in cui vivo e lavoro (e amo).

Quanti cambiamenti repentini tutti in un solo giorno. Quanti alti e bassi. Quante curve pericolose. Quanti entusiasmi e angosce assurde, quanti patemi d'animo e spinte a fare sempre meglio.

Domani è il 3 di dicembre. Sono le 23:35. Mezz'ora per scrivere tutto ciò? Il tempo è relativo. Lo sappiamo.


viernes, septiembre 18, 2020

 Ritorno a scuola (?)


Il 14 settembre del 2020, in molte città italiane, gli studenti di scuole dell'infanzia, medie e superiori sono tornati in classe. Rai News 24 (che è l'unico canale della Rai che si può vedere in chiaro e in diretta stando all'estero) propone uno speciale; invece del solito tg, con la solita carrellata (a volte assurda) di notizie (a volte assurde), propone lo speciale sull'evento e l'intitola "Forza ragazzi" (o "Ritorno a scuola. Forza ragazzi".

Rido per non piangere e m'intenerisco dinanzi alla testimonianza di una giornalista che, inquadrando in primo piano un bassotto disegnato sulla parete, ci spiega che è così che si insegna ai bambini a calcolare la distanza di 1 metro (la famosa distanza di sicurezza, o distanza sociale). Poi ci si sposta a Roma, dove, in un noto liceo della capitale, un altro giornalista, questa volta un uomo, ci mostra una madre intenta a fare da vigile urbano e a dirigere il traffico degli alunni (questa volta adolescenti) che, in fila indiana, cercano di rispettare le fila e la distanza (c'è anche una mamma che distribuisce mascherine ai più distratti o che redarguisce quelli che la mascherina la usano come sciarpa o, peggio, come braccialetto).

È il 14 settembre del 2020 e dalla segreteria ci comunicano che - vista l'emergenza sanitaria legata al Covid-19 - le lezioni in presenza previste per Lunedì 21 settembre saranno posticipate alla settimana successiva: cominceremo (?) il 28 (?), con obbligo di indossare la mascherina e obbligo di tenere separati di almeno 1 metro gli alunni i quali, a differenza degli altri anni, non potranno assistere a lezione in massa ma si alterneranno: la metà seguirà le lezioni i giorni pari, l'altra metà i giorni dispari, chi resta a casa seguirà la lezione in diretta "streaming" comodamente seduto sul suo letto a casa sua dal suo pc...

È un'inizio d'anno accademico davvero anomalo, questo...Uno pensa: ma come lo racconteranno questo 2020 nei futuri libri di storia del XXI secolo? Come sembreremo, quanta tenerezza ispireremo ai lettori futuri di questi futuri libri di storia?

Ipotesi assurde dal vago sapore fantascientifico. Intanto, da Roma, l'Editore che dovrebbe pubblicare la mia traduzione di un libro di racconti di uno scrittore spagnolo che ho l'onore di annoverare tra i miei amici, mi scrive per dirmi grazie, hanno ricevuto la traduzione, mi fanno i complimenti per il bellissimo lavoro svolto e che a breve si rimetteranno in contatto con me per sbrigare le ultime pratiche (scelta dell'immagine di copertina; onorari e compensi a battuta - o a pagina; diritti d'autore e cessione dei diritti dell'Editore spagnolo a quello italiano; pubblicità sui social; etc. etc.).

Chiedo loro se il libro potrà vedere la luce nel 2020 o se, invece, data l'emergenza sanitaria legata al Covid-19, bisognerà aspettare il 2021. Mi fa anche effetto scriverlo, 2021...sembra davvero d'essere stati catapultati in un racconto di Isaac Asimov, o in uno di Arthur C. Clarke... L'Editore, giustamente, non mi risponde; sono stato troppo impulsivo e ho chiesto troppe cose e non ho saputo aspettare. È la regola numero 1, quando si ha a che fare con gli Editori: bisogna saper aspettare (e che sia lui, l'Editore, a rifarsi vivo, a concedermi audizione, a darmi una risposta certa alle mie - credo - lecite domande).

Per la copertina propongo due fotogrammi tratti da Un chien andalou (1929) di Luis Buñuel. Chissà se davvero un traduttore può pretendere di (o aspirare a) suggerire l'immagine di copertina di una sua traduzione. Ci muoviamo su acque incerte, sabbie mobili dell'anima, corridoi labirintici in cui nemmeno mio fratello, che fa l'Avvocato, saprebbe darmi una mano. L'importante - ti ripeti - è che il libro esca (e che sia ciò che il Cielo vuole).

Poi una collega mi confessa: "Io non lo so mica se la farò a parlare 2 ore di seguito con la mascherina sulla bocca; ho paura di svenire". Le rispondo che non ho mai parlato con la mascherina per così tanto tempo di seguito e che se proprio mi vedrò in difficoltà, ebbene, allora, chiederò ai miei studenti di sedersi tutti nelle ultime file, lontani da me, lontani dalla cattedra, per favore...

La collega mi sorride (il sorriso oggi bisogna immaginarselo, al di sotto della barriera visuale della mascherina maledetta) e mi dice che non sarebbe una cattiva opzione. Poi passa Carmen, la responsabile della reprografia, colei a cui tutti andiamo a chiedere le fotocopie, e ci fa il segno delle dita incrociate, come a dire: "In bocca al lupo, amici, e speriamo bene!".

La parola-chiave di questo settembre 2020 è: INCERTEZZA

martes, septiembre 08, 2020

 

8/9/2020


E così, oggi compio 43 anni. Ancora non ci credo. Mi sembra irreale, anche perché, mentalmente (come succede a tanti, come succede a molti miei coetanei), di anni me ne sento 24 o, al massimo, 26. E dovrebbe essere tempo di bilanci. Ma non ce la faccio più a fare i bilanci. Vorrei imparare a vivere alla giornata. Basta fare programmi. Basta calcolare tutto al millimetro. E se gli articoli che ho nel cassetto non appariranno mai; se il libro che ho tradotto da poco non vedrà la luce; se tutte le conquiste accademiche che uno rincorre non arriveranno mai, ebbene, non fa niente, non è più un problema, non voglio più farne un problema, non sarà affatto un problema (“puoi sempre aprire un’edicola o andare a lavorare in una biblioteca”, mi dice per scherzare, ma poi nemmeno tanto). Si vive una vita sola. Ce lo diciamo tutti, chi piú chi meno, anche se poi pochi fanno tesoro del detto. Nemmeno un virus di dimensioni e letalità mondiali ci ha fatto migliorare o ci ha spinto a riflettere su chi siamo, su cosa vogliamo fare su questo pianeta, su dove possiamo andare e dove sarebbe bene fermarsi.

E allora lascio stare i bilanci e mi dedico a godermi il tramonto. E, dopo i 30 km di turno fatti in bicicletta, mi dedico a farmi una bella doccia, anche solo per il gusto d’indossare il bellissimo accappatoio nuovo (ed elegante) che mi ha regalato la mia compagna di avventure. E domani andiamo al cinema, a vedere Tenet, l’ultimo di Christopher Nolan, se si può. E prima del cinema, una pizza nella nostra pizzeria preferita. Sempre se si può, nonostante la distanza sociale e le mascherine d’obbligo. 43 anni, ragazzi…

martes, julio 28, 2020

Continuando ad aspettare l'evolversi degli eventi



Leggo dalla pagina Facebook dei fan di Nuccio Ordine una bella recensione dell'autore de L'utilità dell'inutile ad un saggio di Enrico Terrinoni intitolato Oltre abita il silenzio. Tradurre la letteratura (Milano, Il Saggiatore, 2019). Si tratta di un libro anomalo, a metà tra lo studio scientifico sul "tradurre" e la confessione autobiografica (e d'amore) attorno alla relazione (sentimentale e complessa) tra il traduttore (Terrinoni) e lo scrittore tradotto (James Joyce). Si chiede - giustamente - Nuccio Ordine: "Come si fa a tradurre l'intraducibile? Quanti anni, quanto sforzo, quanta umiltà ci vuole per tradurre in italiano romanzi come l'Ulysses o Finnegans Wake?" (cito a memoria e, dunque, non verbatim). Ed in effetti come si fa?

È da diversi mesi che ho portato a termine la traduzione di cento microracconti di un autore spagnolo quasi sconosciuto, ma molto apprezzato dagli happy few. Qualcuno lo definisce "el secreto mejor guardado de la literatura española de estos últimos años" (ovvero, "il segreto meglio conservato della letteratura spagnola degli ultimi anni"). È un autore che scrive racconti e romanzi fantastici, che sguazzano nell'irreale e nel surreale, ma lo stile che adotta per questo tipo di narrazioni è apparentemente piatto, quasi notariale, ed è stato difficile, a volte, tradurlo, proprio per mantere anche in italiano questa cifra stilistica così sua, così particolare, così apparantemente "neutra".

Intanto, Sandro Veronesi ha vinto davvero il Premio Strega e da parte de La Nave di Teseo (che, tra le altre cose, pubblica anche Nuccio Ordine) nessuna risposta; segnalavo loro una mia recensione positiva a Il colibrì (cfr. post di qualche tempo fa) e nulla, niente, il silenzio e uno si domanda (di nuovo): ma sarà il modus operandi standard di tutte le case editrici mettere a disposizione un'indirizzo email sapendo che tanto poi non risponderanno a nessuno (sia esso aspirante scrittore, romanziere rinomato, giornalista incuriosito o professore universitario di materie umanistiche?).

E allora, preso da sdegno, ho scritto di nuovo io, sapendo che non mi leggeranno o mi cestineranno ancora prima di aprire l'email e ho scritto loro per spiegare: a) che ero davvero e sinceramente felice della vittoria di Veronesi; b) che ero dispiaciuto da una tale forma di maleducazione cibernetica (nemmeno un'email di risposta automatica?) e che c) mi avevano un po' deluso, calcolando che sono stato sempre un loro fan e che ammiravo molti dei loro autori in catalogo (a partire da Nuccio Ordine, per passare da Veronesi e Umberto Eco).

E intanto, sono ancora qui che attendo l'evolversi degli eventi: se il coronavirus non ce lo impedirà all'ultimo momento, il 2 agosto tornerò in Italia e ci resterò fino al 28; poi, di nuovo, covid-19 permettendo, dovrei tornare qui, in questa casa in cui ho vissuto i 3 mesi del confinamento, in cui mi sono stressato tanto, in cui ho sofferto una terribile insonnia cronica, in cui mi sono drogato di tg e di notizie angosciantissime.

È il 28 luglio e mancano solo 4 giorni alla partenza e nell'attesa dell'evolversi degli eventi mi metto a guardare fuori dalla finestra: i lampioni accesi; un caldo asfissiante anche di notte (di giorno abbiamo raggiunto i 35 gradi); poche persone in giro; qualche luce accesa negli appartamenti di fronte; qualche foglia secca che sembra anticipare addirittura l'autunno...


jueves, abril 30, 2020

Su come certi libri ci catturano e ci fanno immergere nel loro universo di finzione: Manoscritto trovato a Saragozza di Jan Potoki



"Mi trovavo all'assedio di Saragozza come ufficiale dell'esercito francese. Alcuni giorni dopo la presa della città, essendomi spinto in un luogo un po' fuori mano, scorsi una casetta di belle proporzioni in cui, almeno in un primo tempo, credetti che nessun francese avesse ancora messo piede".

Ecco. Basta un incipit del genere per smettere di leggere ciò si stava leggendo prima (il saggio di Walter Benjamin su Leskov e il narratore), per smettere di pensare a cosa fare per pranzo, per smettere di rispondere alle email degli alunni e immergersi in maniera rapida ed immediata in un universo di finzione che cattura la nostra attenzione e c'impedisce - appunto - di desiderare di fare altro...

Sto parlando dell'inizio di Manoscritto trovato a Saragozza (scritto nel corso di 10 anni e pubblicato - a quanto pare - attorno al 1804) del conte polacco Jan Potocki (1761-1815), un artistocratico erudito ed appassionato di archeologia, di religione, di storia, di filosofia e - come dimostra bene questo romanzo - di letteratura. È davvero incredibile come con questa frase, con queste poche parole, il lettore si ritrovi catapultato in un mondo di cui non sa quasi nulla e di cui, appunto, vorrebbe iniziare a scoprire tutto: chi dice "io"? Chi è l' "ufficiale dell'esercito francese" che parla? Quand'è avvenuto l'assedio di Saragozza (nel Nord della Spagna) da parte dell'esercito di Napoleone? Siamo nel 1808 o prima? O dopo? Cosa ha portato il narratore a spingersi un po' "fuori mano" e imbattersi in quella "casetta di belle proporzioni" in cui pensa che mai nessun francese abbia messo piede prima?

Il mistero s'infittisce subito, perché questo militare ci dice che dentro la casetta s'imbatte in un manoscritto spagnolo e siccome lui conosce la lingua, inizia a leggerlo perché gli sembra divertente; anzi, specifica che lo interessa perché all'interno vi si leggono storie di "briganti" e di "spettri" e di "cabalisti". Tutti argomenti "oscuri" che gli potranno permettere di intrattenersi, di distrarsi, di prendersi una pausa, insomma, dalle fatiche della guerra.

E quindi cosa fa? Lo ruba. E qui inizia il primo stravolgimento della narrazione: l'uomo viene fatto prigioniero dagli spagnoli e, causalità della vita, tra questi c'è un capitano che, nel leggere il manoscritto, si rende conto che all'interno viene narrata "la storia di un suo avo". Il capitano decide di ospitare in casa sua il militare francese e non solo inizierà a trattarlo come l'ospite d'onore, ma gli farà anche il favore di tradurgli dallo spagnolo al francese il manoscritto in questione...

Ecco come inizia la "Prima giornata" (il libro è diviso in "giornate", come il Decamerone di Boccaccio):

"Il conte d'Olavidez non aveva ancora fondato colonie straniere nella Sierra Morena; questa catena impervia che separa l'Andalusia dalla Mancia era allora abitata soltanto da contrabbandieri, banditi, e qualche vagabondo, che si diceva mangiassero i viaggiatori dopo averli assassinati [...]" (p. 7 dell'ed. Adelphi del 1990 - ma la prima volta che il Manoscritto apparve stampato ufficialmente in epoca moderna fu nel 1958 presso Gallimard; la traduzione italiana a cura di Anna Devoto, invece, risale al 1965).

Ora, risulta che io in Sierra Morena ci sia stato; e dunque questo nuovo "incipit" non può non catturare la mia attenzione; in realtà, penso che anche chi non ci sia mai andato, anche il lettore che non sappia proprio nulla della Spagna e della distanza (immensa, ancora oggi, e non solo a fine Settecento) che c'è tra l'Andalusia e la Mancia viene risucchiato (per così dire) all'interno di questa narrazione: non si può non desiderare di proseguire e di andare avanti nella lettura, in questa sorta di viaggio spericolato in cui il protagonista, Alfonso, si ritroverà a vivere delle avventure ai limiti del soprannaturale (e di fatto, in questa stessa prima giornata, s'imbatterà in due sorelle arabe che lo sedurranno e proveranno addirittura a convertirlo alla religione musulmana). 

Manoscritto trovato a Saragozza ci affascina subito, perché ci permette di evadere dalla realtà circostante e di vivere una vita "altra" in luoghi "apparentemente reali" in cui tutto è possibile: tra fantasmi, vampiri, demoni, apparizioni e rapimenti, allucinazioni e ragionamenti astratti sul lato più oscuro e inquietante dell'animo umano.

lunes, febrero 17, 2020

Walter Benjamin infinito



In questi giorni strani (per motivi che non voglio stare qui ad elencare) sto leggendo Iluminaciones (Madrid, Taurus, 2019), un bellissimo libro che raccoglie "il meglio" dei saggi scritti da un "mostro della Natura" quale fu Walter Benjamin.

Il titolo è davvero azzeccato perché ogni pagina di Benjamin funziona come un'illuminazione della mente sulla realtà che ci circonda. Non c'è tema che non assuma una nuova luce dal momento in cui Benjamin vi rivolge il suo sguardo attento e pieno di sana curiosità e il suo acume sottile e articolato: che parli di fotografia, o di moda, o di letteratura, o di critica letteraria, che scriva di Kafka o di Proust, di Brecth o di Goethe, Benjamin è in grado di mettere a fuoco le questioni più "scottanti" dello scibile umano e della filosofia (così come la intendiamo dai tempi di Platone ed Aristotele) con uno stile mai banale, sempre sull'orlo dell'enigma e, soprattutto, sempre utile a risvegliare nel lettore il desiderio di conoscere.

Ecco come definisce lo stile di Proust, a proposito della sua sintassi: "Nilo del linguaggio che penetra, per fruttificarle, nelle profondità della verità".

Ecco cosa si domanda dopo aver analizzato la differenza tra il dagherrotipo e la fotografia così come la si comincia ad utilizzare dopo la Rivoluzione Industriale e dopo aver illustrato l'arte di Eugène Atget: "Ma non è per caso ogni angolo delle nostre città un luogo del crimine? Non è ogni pedone un criminale? Non deve per caso il fotografo - discendente dell'augure e dell'aruspice - scoprire la colpa nelle immagini e segnalare il colpevole?" (mi viene in mente Blow Up, il film di Michelangelo Antonioni tratto da un racconto geniale di Julio Cortázar...).

Ecco cosa dice del linguaggio: "Linguaggio non significa solo comunicazione di ciò che è comunicabile, ma anche ciò che costituisce il simbolo dell'incomunicabile" (e penso ai "giochi linguistici" di cui parla Ludwig Wittgenstein nelle sue Ricerche filosofiche...).

Walter Benjamin non delude mai; e proprio come Marcel Proust, ci permette di penetrare da nuove angolutare il velo delle apparenze e di illuminare anche se in minima porzione l'immensa oscurità in cui camminiamo a tentoni.

martes, enero 07, 2020

In qualche luogo, dal passato

La mattina tersa e fredda del 6 di Gennaio 2020; sì, è questa la data che il caso (o il destino) ha scelto affinché rivedessi e riabbracciassi (dopo più di 20 anni) il mio Prof. d'Inglese, colui che mi ha trasmesso la passione per la letteratura e che, in parte, ha contribuito a che diventassi ciò che sono oggi, un altro Prof. con la passione per la letteratura e i libri e il cinema e la cultura, in generale...

Mi accoglie seduto in poltrona, con un cappellino di lana in testa, lo sguardo vispo, malgrado la malattia e la cura per la malattia, quella chemioterapia che gli ha fatto sparire i pochi capelli che aveva; la moglie mi fa accomodare sulla poltrona di fronte, entra la luce dal giardino di casa, si sentono gli uccellini malgrado il freddo polare di questi giorni (di notte si scende sotto zero; le macchine sono ricoperte di brina e si fa fatica a mettere in moto e partire).

"Come stai, Prof.!".
"E come vuoi che stia", mi risponde, con un sorriso amaro sulle labbra secche: "guarda qua come sono ridotto, faccio fatica anche a camminare".

Ci abbracciamo come se non ci vedessimo dall'altroieri. È ancora un uomo robusto, ha ancora una presa decisa, glielo dico subito: "Sono felice di rivederti, perché se oggi sono diventato un docente universitario lo devo anche a te, a quando mi passavi i romanzi di Joyce e di Conrad sottobanco".

Piange. Si emoziona. Mi emoziona. La moglie ci redarguisce: "Vedete di smetterla, voi due, altrimenti piango pure io".

Sorridiamo tutti e tre. Si avvicina il figlio minore, che non vedevo da una vita, proprio come suo padre. Mi ringrazia di essere venuto, ma sono io che ringrazio lui.

"Allora, che fai in Spagna? Come ti trovi?".

Sono passati più di 20 anni e come si fa a riassumere le puntate precedenti? Non so da dove cominciare. Inizio dalla fine, dalla fortuna che ho avuto a trovare la donna della mia vita, la mia compagna d'avventure, in un congresso presso l'Università di Salamanca, ormai 7 anni fa...E gli parlo della prole e di com'è strano essere padre e vivere con la stessa donna che ora non è più solo moglie, ma anche madre. La moglie del Prof. annuisce, poi mi chiede se voglio un caffè. E accetto.

Poi risaliamo indietro nel tempo: come se fosse una specie di flash-back accelerato; la laurea alla "Sapienza"; il dottorato a Pisa; i viaggi in lungo e in largo per l'Italia; la stanchezza di arrivare sempre secondo ai concorsi pubblici per ricercatore; la nuova vita spagnola; la felicità di poter vivere di quello che ci appassiona. La passione che è nata nel 1994-95, quando lui mi passava Arancia meccanica di Stanley Kubrick di nascosto.

"Ma parliamo di te. Come stai? Cosa leggi? Leggi ancora molto?".
"Non molto, ma provo a stare al passo coi tempi; leggere mi aiuta a concentrarmi. Ho ancora una buona memoria. Leggo spesso Ulisse. Tu te lo ricordi la tua reazione quando vi feci leggere il monologo finale di Molly Bloom?".

Le oscenità di Molly. Le parolacce. Lo sproloquio di una donna che non ha freni inibitori. L'abilità di James Joyce nel fingersi "donna" e nel calarsi nei meandri della mente femminile. Per scoprire che, quando si tratta di narrare e di narrarsi, uomini e donne siamo uguali, ricorriamo agli stessi trucchi, alle stesse tecniche narrative, anche agli stessi sotterfugi...

"E alcune tue compagne di classe si rifiutarono di leggerlo e solo dopo io capii perché: si vergognavano, si vedevano rispecchiate nei pensieri ambigui di Molly".

Yes I said yes I will Yes.

Così finisce Ulysses di Joyce. Un canto alla vita, dopo tanta morte e angoscia e gironzolare senza meta.

"E gli italiani li leggi?", chiedo ancora.
"Non molto", mi risponde e torna a tossire, per poi aggiungere:
"Conrad, lui sì, lo rileggo spesso. Le famose "saving illusions"; le illusioni che salvano".
"La scena in cui Marlow torna dalla fidanzata di Kurtz...".
"E le dice che è morto con il suo nome in bocca, ma non era vero...The horror...The horror...".
"E la versione di Coppola in Apocalypse Now; fu quello l'aggancio per la tesina agli esami di maturità".
"E certo, e come, credi che non me lo ricordo? Io le cose importanti me le ricordo. Ho ancora buona memoria".

Arriva il caffè. E continuiamo a parlare della Spagna, dell'Italia, della crisi economica, della situazione politica dei due paesi, della comparazione tra i due stili di vita, dove si vive meglio, dove si vive peggio, e la moglie torna in cucina, ci lascia da soli. Il Prof. continua a tossire. E io mi domando come sia possibile che le conversazioni che mantenemmo tanti e tanti anni fa siano ancora qui con noi, in questa sala, nel 2020, in un nuovo anno appena inaugurato, un anno dal numero simbolico doppio, talmente avveniristico che fa impressione scriverlo, 2020...come è possibile che io stia seduto su questa poltrona a parlare del 1994 e del 95 e del 96 e del mio esame di maturità quando è trascorso così tanto tempo, così tante storie vissute lontano da lui, così tante donne amate e poi perse e tradite, così tanti treni e aerei e bus presi al volo e così tanti chilometri percorsi coi mezzi o a piedi o in bici prima di arrivare qui, in questo salone accogliente, pieno di libri, di appunti sparsi, di sedie e quadri antichi, di tappeti consumati dal tempo, di penne stilografiche oggi un po' vintage, di giornali scaduti, come è possibile...

Poi si accende una sigaretta, non prima di avermi chiesto se mi dà fastidio. Gli dico di no, anzi, sarei tentato di chiedergliene una, per fargli compagnia. Ma non fumo da 3 mesi e non mi sembra il caso di scroccargliene una proprio oggi.

Le ore scorrono via veloci. Al canto degli uccelli si unisce ora il ronzio di una lavatrice. Gli do il mio regalo per la Befana: due libri che tradussi nel 2011. Opere di autori spagnoli vissuti nel XVII secolo e che nessuno legge più (nemmeno gli stessi spagnoli). Gli dico che oggi gli studenti non leggono e che il livello si è abbassato. Mi chiede come sia possibile. E cosa fanno se non leggono. Non so cosa rispondergli. Poi arriva la moglie e mi fa intuire che posso anche andare, che forse mi aspettano a pranzo, che lei ha fatto il sugo buono e che oggi mangeranno le fettuccine. M'invitano per un prossimo pranzo insieme. Li ringrazio. Abbraccio il Prof. con affetto. Intuisco una lacrima sul ciglio. Mi trattengo e resisto: non piango. Mi fa cenno di andare, che si è fatto tardi. I miei staranno in pensiero. Mia moglie sentirà la mia mancanza. Esco e solo quando sono in macchina avverto l'impellente bisogno di scoppiare a piangere. Ma sono bravo e mi trattengo ancora una volta, perché è pericoloso guidare con le lacrime agli occhi. E mi domando di nuovo da dov'è che verranno quei ricordi così nitidi, quelle parole e quei discorsi che entrambi ricordiamo fin nei minimi dettagli; in quale luogo oscuro si nascondono i ricordi. Come fa il passato a tornare in vita nel presente con tanta precisione. Come è possibile, Prof.?

So che lui non saprebbe rispondermi. Perché il fatto che siamo mortali e che viviamo nel tempo (e del tempo) è un mistero per tutti. Lo abbraccio di nuovo col pensiero e quando arrivo a casa mia madre ha già apparecchiato la tavola. È la Befana del 2020. E io ho rivisto un pezzo di colui che fui e di colui che mi trasmise la sua passione per i libri, per la letteratura, per il cinema.

viernes, diciembre 20, 2019

S-variare



A volte la vita ti sorprende: vivi come se fossi all'interno di un film, di una sceneggiatura scritta da un regista schizofrenico o poco attento alla verosimiglianza, un'opera teatrale in cui saltano le fasi di "inizio-sviluppo-risoluzione finale" e tu ti senti come un burattino nelle mani di un Dio crudele, sadico e con un dubbioso sense of humor.

Un raffreddore molto forte e fastidiosissimo può essere il motivo scatenante di questa vita che uno vive come se ogni sera dovesse pirandellianamente recitare a soggetto: un'amica ti scrive da Madrid e ti confessa che oggi ha alzato un po' il gomito e che "dovevi vedermi a pilates, mezza ubriaca, sbandavo e l'insegnante non sapeva che mi stesse succedendo, temeva fosse lei a spiegarsi male e, invece, no, cazzo, non era lei, ero io che tremolavo e sbandavo". Te la immagini così come si descrive al telefono e poi t'immagini in sua compagnia, due ubriachi fradici, intenti a percorrere per intero la Gran Vía mentre rimembrano il passato (un passato fatto anche di alcol e droghe leggere, di gelati e lunch nei pressi del Museo del Prado, di confessioni "hot" e di battute sconce).

Nel mentre, devi comunque finire di correggere gli esami e presentarti alla Cineteca per presentare un collega che presenta L'attimo fuggente (titolo originale: Dead Poets Society, del lontano 1989, diretto da Peter Weir; titolo in spagnolo: El club de los poetas muertos, molto più fedele all'inglese della versione in italiano) nell'ambito di un ciclo che inventasti un anno fa insieme ad un'altra tua collega cinefila; e gli starnuti e il mal di gola  e il mal di testa e l'impossibilità di ascoltare in modo chiaro e netto la voce del professore che presenta il film e che tu presenti agli spettatori non t'impedisce di captare dei ragionamenti molto interessanti, come, ad esempio, quello che il professore fa attorno ad Alphaville di Jean-Luc Godard, un film distopico e di fantascienza del 1965 e di cui tu non ricordi quasi nulla... Il professore tuo collega molto cinefilo afferma che il film è pieno di citazioni dai versi delle opere di Paul Éluard; e ti sembra tutto molto scioccante: ma come? un film di fantascienza (ambientato in un futuro oscuro) che parla dei versi di Paul Éluard? Ma come diavolo ti è sfuggito un dettaglio simile? E non ricordava, piuttosto, 1984, il film di Godard (che è in bianco e nero, quello sì, lo ricordi benissimo)?

La proiezione è un successo; ragazzi e adulti, anziani e uomini di mezza età che si esaltano ad ascoltare i discorsi di Robin Williams in piedi sui banchi (scene topiche e, non per questo, prive di quella potenza retorica che ci ammalia sempre al cinema, quando il cinema ruota attorno alle idee "forti" e - come in questo caso - esalta il potere trasformatore e rigeneratore della poesia).

Traballi all'uscita dalla Cineteca e i dialoghi che capti per strada sono altrettanti scampoli di conversazioni assurde ripotarte in quella stessa sceneggiatura teatrale (o cinematografica) scritta da un Dio cinico e senza pietà: sballotti tra coppie che si giurano amore eterno e mamme e papà con le carrozzine piene di bimbi urlanti. Le illuminazioni natalizie contribuiscono ad accentuare il senso d'irrealtà.

Poi ti butti sul letto stranamento vuoto (perché tanto silenzio in casa? Dove sono i miei figli? Dove mia moglie?) e pensi che con tutto questo silenzio potresti finalmente finire di scrivere quel racconto che iniziasti il 25 Giugno del 2019...

Poi ti svegli in un'altra città. Un gruppo di alunne (tutte molto carine) ti chiedono di farsi una foto con loro; una foto per immortalare un anno accademico nel corso del quale ti confessano che hanno imparato molto grazie a te e alle tue impeccabili lezioni di letteratura.

Poi sogni di proiettare "This is water", il discorso che David Foster Wallace dedicò ai laureandi di un'Università americana (di prestigio) nel 2005, pochi anni prima di suicidarsi; lo mostri loro in originale, con i sottotitoli in spagnolo; qualcuno prende appunti e t'ispira tenerezza; quando lo scrittore parla di "scegliere cosa pensare" ti viene in mente il film di Peter Weir sui "poeti morti"; quando poi descrive la ragione in quanto signora e padrona dei pensieri di alcuni di noi, quando Foster Wallace afferma che i suicidi sono soliti spararsi alla testa proprio per zittire per sempre questa padrona e signora che tanto può arrivare a renderci suoi schiavi, ti viene da piangere (noi sappiamo cosa è successo dopo, noi conosciamo la fine amara di Foster Wallace - anche se non ha usato un'arma da fuoco per farla finita, o questo ti sembra di ricordare quando leggesti la triste notizia sul giornale, per puro, purissimo caso, prima di diventare un lettore vorace di tutto ciò che Foster Wallace scrisse quand'era ancora in vita).

Infine, ti svegli a casa di tua suocera; tua moglie ti manda una foto da Barcellona; si vede l'ingresso dell'Università e un'enorme bandiera repubblicana (ma la Spagna è una monarchia parlamentaria, lo sanno anche i sassi).

Il raffreddore non migliora; l'udito sì. Ci senti meglio. E ripensi al fatto che il primo quadrimestre si è concluso e che da domani, 20 di Dicembre, sarai in vacanza. Magari prostrato a letto e con 38 di febbre, ma, finalmente, per Dio, in vacanza...

Chi ha scritto queste ultime puntate? Dov'è la parola "Fine"?

 Quasi fatto tutto (in tempi record) Non so esattamente come ci sono riuscito, ma ho quasi fatto tutto (in tempi record). Sarà che sotto str...