Napoli nel 2020
Mio fratello manda la foto al gruppo dei cugini: il 22 febbraio (oggi), ma di 6 anni fa (2020) eravamo tutti insieme a Piazza del Plebiscito a Napoli per una bella rimpatriata mentre io partecipavo a un congresso sul "silenzio". Faceva freschetto, quella sera, ed eravamo felici, contenti, sorridenti, dopo aver cenato in qualche pizzeria dei dintorni e prima di andare a fare bisboccia in qualche pub o bar della "movida" napoletana.
Nel frattempo, mezza Italia seguiva le notizie provenienti dalla Cina e dai primissimi casi di contagi da Coronavirus (o Covid-19). Molti erano ancora gli scettici o chi pensava che il virus non fosse così grave. Al congresso nessuno si sognava di rispettare la distanza di sicurezza: io, mio fratello e le nostre cugine si beveva e si brindava ignari dell'imminenza del disastro: zona rossa, prima nel Nord, poi l'Italia intera. Il 23 febbraio sarei ripartito da Capo di Chino e mi sorprevo nel vedere passeggeri che indossavano la maschera FP3. Pochissime ore dopo, il caos. Prima a rallentatore, poi con scene assurde, come quelle in diretta dalla stazione di Milano (migliaia di persone che cercavano di andare a Sud, come se così facendo potessero evitare il virus).
In Spagna, quando mostravo le notizie dei morti ai colleghi, pochi erano quelli che mi ascoltavano con attenzione: i più sdrammatizzavano, dai che passa, è un'influenza un po' più forte, fa morire solo gli anziani e i malati terminali, vedrai che qua non arriva.
L'8 marzo ci fu una megariunione in onore della festa delle donne sia a Madrid che a Barcellona. Il 15 marzo Pedro Sánchez optò per il lockdown sul modello di quello nostrano. Tutti rintanati in casa, tutti a lavoro sul pc (smart-working, lo chiamavamo in Italia); tutti ignari della gravità della pandemia; tutti in fila ai supermercati per comprare cibo e carta igienica.
Sembra che sia passato un secolo: sono passati solo 6 anni. E sembra quasi che abbiamo dimenticato tutto della pandemia, compresi i sogni di alcuni verso un mondo migliore, meno inquinato, più giusto, meno accelerato, più pacifico o pacifista (gli applausi agli infermieri e ai dottori che provavano a salvare vite su turni sfiancanti, quegli applausi dal balcone: ma che scena incredibile era?!).
E invece... Non abbiamo modificato di molto i ritmi, il concetto di società, l'idea di bisogni e sogni condivisi, anzi: sono arrivate le guerre. E le storture violente che sono sotto gli occhi di tutti. Anche se a volte (spesso) non le vogliamo vedere. Perché le guerre sono ancora lontane (anche se l'Ucraina è vicinissima, in realtà, e la Groenlandia attaccata a un paese democratico come la Danimarca). Per non parlare della Striscia di Gaza. E di tutti quei morti bambini.
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