domingo, agosto 16, 2026

 Diario di viaggio (da Barcelona all'Abruzzo, passando dai laghi - di Como e di Garda)


2/8/2026


Partiti alle ore 10:00 dalla città del Sud del Sud della Spagna in cui viviamo, arriviamo a Barcelona alle ore 17:00, dopo una breve pausa pranzo a Villareal. L'Hotel Cantón è davvero centralissimo. Dalla finestra della camera 410 si vede l'interno dell'appartamento di fronte. Alle 21:30 di sera una bionda completamente nuda scrive e chatta sul computer e dal cellulare scaccolandosi il naso, fumando vapore e bevendo da una bottiglia d'acqua. Ogni tanto sembra avvicinare la mano sinistra alla pancia. Ogni tanto sembra quasi che si tocchi. Voyeurismo in diretta. L'eccitazione mi coglie quando si alza dalla sedia e scompare in camera (è completamente depilata). Cosa spingerà l'essere umano a spiare la vita di un suo simile? E sei lei fosse stato un "lui"? Probabilmente, non mi avrebbe scatenato gli istinti primordiali, non avrei guardato con tanta curiosità, morbosità, foga. Non mi sarei mai alzato per vedere se tornava in cucina (sono le 23:30 e la luce della cucina è ancora accesa, ma di lei, della bionda misteriosa, della bella fanciulla che si mette le dita nel naso e si mangia il mocciolo e fuma vapore nessuna traccia, ahimè).


3/8/2026


È lunedì e Barcelona si sveglia con le nuvole. Il cielo nero minaccia pioggia. Alle 7 in punto tutti svegli, tutti in piedi e pronti a partire alla volta dell'Italia. La prole è felice di tornare in Italia e per questo sopportano tante ore di viaggio in macchina e, a breve, in nave, con tanto stoicismo e pazienza. Alle 8 in punto siamo già al Terminal F2, quello da dove parte la nostra nave GNV (Grandi Navi Veloci), fatta dai genovesi. Una delle figlie va con la mamma; l'altra resta col papà. Mi coccola tutto il tempo, ma l'attesa è lunga e non so come fare per intrattenerla. Attorno a noi una discreta quantità di marocchini. Ambra mi aveva avvisato: attento, la nave viene dal Marocco e Genova è l'ultimo porto, troverai gente buttata da ogni parte e bagni sporchi. Quando saliamo a bordo e ricompattiamo la famiglia nella cabina 9054 restiamo a bocca aperta: questa è forse la nave più nuova e pulita e grande su cui siamo mai saliti. A bordo, un esercito di facchini dai tratti asiatici (filippini?) ci sorride e ci tratta con una gentilezza fin troppo esplicita e del tutto inaspettata. 

Ripenso a Mzungo, quello strano, strambo romanzo di Luis Goytisolo in cui un gruppo di turisti occidentali, europei, bianchi e alquanto razzisti fa una crociera che li condurrà in Africa e lì assistiamo a quanto si va profilando già nelle prime righe, nella primissima scena del romanzo, ovvero, uno scontro senza precedenti tra civiltà, razze e gruppi etnici contrapposti. Quanto influisce il razzismo, anche quello latente o quello che facciamo fatica ad ammetere anche a noi stessi, nella nostra vita quotidiana? Quanti, tra i marocchini entrati illegalmente a Ceuta, al grido di "¡Viva España!", in realtà, sotto sotto, odiano la Spagna? Quanti quelli che - restituiti al Marocco - vorrebbero davvero lasciare per sempre il loro paese e cercare fortuna in Europa, lontano dalle loro frontiere? Che cos'è la patria? Cosa sono i confini? Quand'è che uno si sente parte di un determinato contesto geopolitico?


A ora di pranzo penso all'italiana: tagliatelle al ragù + merluzzo con patate + bufala + verdure grigliate. Due bottiglie d'acqua fresca, una lattina di cocacola (per me) e un trancio di tiramisù da dividere in quattro per un totale di 60 euro. Tutto davvero molto buono. 


Sono le 16 e la mia compagna di avventure è al parco giochi con la prole. Posso scrivere e leggere con tranquillità e in assoluto silenzio. Si arriverà in porto alle 9 di mattina del giorno 4 di agosto. Genova. Poi Como...poi Desenzano del Garda. Poi Rimini. Poi San Marino. Infine Pieve Santo Stefano...E alla fine... Abruzzo.


4/8/2026

Lunga fila di auto e camper e moto e tir prima di passare i controlli della polizia di frontiera. Non mi era mai capitato prima e non so se è una carattestica esclusiva del porto di Genova o se questi controlli a tappeto di carte d'identità e passaporti sono causa diretta del dispetto infantiloide della Meloni contro Sánchez dopo i fatti (decisamente tragici) di Ceuta (chi si ricorda dei minorenni senza genitori? Chi delle decine, se non centinaia di morti annegati?). Passa quasi un'oretta prima che il poliziotto di turno, gentilissimo e con marcato accento siciliano, ci dia l'ok. Impostiamo il GPS in direzione Lago di Como, in particolare, Garzola Superiore, a diversi metri sopra il lago e con vedute panoramiche spettacolari sullo stesso, come scopriremo in seguito. L'autostrada per arrivare allo svincolo di Milano è tremenda, come ricordavo da un altro, precedente viaggio a Genova. Le autostrade della Liguria fanno venire l'infarto. Corsie strette, tutte curve e mille gallerie. Niente a che vedere con l'A7 direzione Alessandria e Como. Prima di arrivare all'appartamento facciamo spesa all'EsseLunga; che ricordi, legati al mio supermercato favorito, quando la mia vita si svolgeva tra Firenze, Empoli e Pisa! Quando, a forza di stare a stretto contatto con i toscani (sia per motivi di lavoro che per legami sentimentali poi naufragati), stavo per diventarlo anch'io (l'accento con la "c" moscia, il toscano è forse uno dei dialetti che più ti si attaccano).

Solo l'italiano che vive all'estero può (potrebbe) capire l'allegria e l'entusiasmo di chi, appunto, torna in patria dopo mesi e si ritrova a gironzolare tra gli scaffali di un supermercato in cui ritrova il contatto visuale (e direi quasi "passionale") con il Parmiggiano Reggiano, i Fonzies, i biscotti della Mulino Bianco, il caffè Lavazza o quello Kimbo (carissimi tutti, dopo il covid), la pizza del forno appena fatta e ancora calda e la mortadella o il prosciutto di Parma, tutto, tutti questi prodotti tipici possono diventare la proustiana "madelaine" che riattiva i ricordi del passato, di una vita passata che non passa e che fa ancora parte del presente...

La prole vuole anche il melone. Si compra roba per una settimana, quasi 150 euro di spesa compreso l'olio extravergine di oliva dimenticato in Spagna e il caffè (prendo la marca EsseLunga: mi sembra osceno pagare 6 euro un pacchetto da 250 grammi di Lavazza) e poi su, sempre più su, tra curve pericolose e corsie strette come quelle delle autostrade liguri (il ricordo corre anche alla costiera amalfitana e alle mille occasione scampate di fare incidente contro l'auto che ci viene contro e ci obbliga ad accostarci al guardrail che ci protegge dal burrone a picco sul mare).

Sudando le famose sette camicie, riesco a trovare il parcheggio di fronte all'appartamento a piano terra con cortile dotato di ampio prato e tavolo in legno massiccio. Anche gli sgabelli e le sedie fanno pensare al legno tipico delle baite di alta montagna. D'inverno qui deve fare un gran freddo. Oggi, 4 agosto 2026, fanno 32 gradi e si suda e non c'è aria condizionata. L'appartamento è gigantesco: il salone ha un divano enorme da cui poter guardare la tv; la cucina è molto bella e pulita anche se all'inizio non capiamo dove si nascondano forchette e coltelli e cucchiaini; i due bagni sono belli e minimal, le tende arrivano fino a terra, il letto matrimoniale è su un guscio di noce gigantesco, le abat-jour sono anch'esse fatte di legno scuro.

Per pranzo la mia compagna di avventure prepara arroz a la cubana (riso in bianco su cui spargere sugo e un uovo in padella), dopodichè zapping rapido e immersione totale nella televisione italiana e poi tentativo (frustrato) di giro in macchina lungolago. Dopo quasi 2 ore di macchina, capiamo che è davvero impossibile parcheggiare nei pressi dei tanti paesini sul Lago di Como. Ogni centimetro quadrato di strada o di marciapiede è proprietà privata di chi sul lago ci vive o degli hotel o dei (pochi) ristoratori che godono della vista panoramica sulla stesso.

Provo a fermarmi in un minipiazzale in ombra, accanto alla 500 rossa di una coppia di cinesi con bambini al seguito. Mi azzardo a percorrere pochi metri per fotografare almeno un ramo del Lago di Como manzonianamente inquadrato dalla fotocamera del mio cellulare e incorniciato dai rami di un albero forse centenario e tremo a ogni passo per le macchine che mi sfiorano lungo la carreggiata (gli indigeni vanno veloci, conosceranno a memoria ogni curva di questo serpentone). Fotografo anche una sorta di capanna di legno con tetto di pietre laviche grige e un lucchetto arrugginito che blocca l'ingresso della porta, malandata e, di sicuro, fuori asse. Mi domando di chi mai possa essere una costruzione così primitiva e che faccia avrà il proprietario e a quale strano uso la destinerà: è uno spazio angusto a precipizio sul lago più famoso d'Italia (dalla strada non si nota, si può scovare solo a piedi, seguendo il tracciato del sentiero nascosto che porta alla capanna misteriosa).

Torniamo indietro e parcheggiamo vicino ad una scuola media, a pochi metri dal monumento dedicato ad Alessandro Volta, forse il cittadino più illustre di Como ed inventore della pila. Solo dopo scoprirò che si tratta del Tempio Voltiano, museo scientifico inaugurato quasi cento anni fa, nel 1928. Ci stendiamo sui teli da spiaggia in un piccolo spiazzo di sassi e arena. La mia compagna di viaggi si fa il bagno insieme alla prole, ma scopro subito che è proibito: divieto di balneazione, con tanto di cartello. La richiamo subito all'ordine. Ed ecco puntuali un paio di polizziotti che ordinano ai bagnanti di uscire subito dall'acqua. Un cinese (un altro) sorride e il polizziotto, giovane e sgarbato: "che ti ridi? Documenti! Documents!", gli grida con tono arrogante. Prima di tornare in auto, ho il tempo d'imbattermi in una sorta di tumulo in miniatura: due peluches, un unicorno e un orsetto bianco ora sporco sono circondanti da candele gialle e mazzetti di fiori ormai appassiti. Spiego alla prole che deve trattarsi di un omaggio funebre a una bimba morta annegata nel lago proprio in quel punto. Ci restano di sasso, a bocca aperta. Iniziano a chiedermi chi sia la bambina, quanti anni aveva, come staranno ora i suoi genitori. Solo il giorno dopo la madre leggerà la notizia sul giornale locale. Una morte per acqua tra le molte occorse in questo lago immenso e pericoloso.

Torniamo a casa, stanchissimi, si cena a base di tortelloni al sugo e caprese. Stappo una bottiglia di Chianti (quando vivevo a Firenze o a Empoli o a Pisa era un'abitudine fissa, una sorta d'automatismo). Dopo cena, si guarda una commedia di Riccardo Milani: Corro da te (2021), con i sempre bravi Pierfrancesco Favino e Miriam Leone. Si tratta di una commediola che ridicolizza il tipico Don Giovanni italico e aiuta a riflettere sulle differenze presunte tra "normali" e "disabili". La "disabile" è Miriam Leone; il "normale" è Favino. L'amore stravolgerà gli schemi mentali di entrambi e, ovviamente, trionferà. 

Di notte, l'ansia e una strana paura irrazionale s'impossessano della mia mente. Questa casa così enorme, incastrata all'interno di una palazzina di almeno quattro piani, è piuttosto isolata e spersa nel buio di queste montagne. Non si sente anima viva. La porta dello sgabuzzino si apre da sola e fa il tipico rumore o cigolio degno di un film di Dario Argento. La famiglia mi lascia davanti alla tv e va di sotto a dormire. La scala per scendere al piano sotterraneo ricorda la scena del crimine della povera Chiara Poggi. Ho gli incubi. Ripenso anche alla strage d'Erba, a pochi chilometri da Como. Rosa e Olindo. Un mistero ancora irrisolto. E se ci entrassero dei ladri o degli sconosciuti e ci ammazzassero tutti nel sonno?


5/8/2026

Mi sveglio alle 8 con la rapida coscienza di non aver riposato affatto. Ho le occhiaie, ma, almeno per oggi, non dovrò guidare. 

Dopo una colazione veloce, prendiamo il bus nº5 per scendere verso Como e dal molo nº2 prendere il battello che gira tra Torno, Cernobbio, Moltresio e Tavernola. Quelli verso Bellagio sono tutti prenotati almeno fino alle ore 13:30. Sono le 9:30 e per 23 euro riusciamo a fare un biglietto Happy Family che dura l'intera giornata. Viaggiare a volte è più fonte di stress che altro. Alla fine, delle quattro destinazioni, riusciamo a vedere per bene e con calma solo Torno e Cernobbio. Entrambi i paesini fanno impressione per l'alternanza quasi ininterrotta di bellezza e decadenza. Hotel di lusso e vicoli pieni di muffa e con le sedie mezzo abbandonate. Barchette lasciate a riposo su scalinate che conducono verso chiese perennemente aperte e prive di fedeli. Non so perché, ma continuo a pensare che - come Venezia - Como sarebbe il set ideale per un film dell'orrore. Altro che George Clooney o Leo Di Caprio.

Si torna a casa stremati dalla fatica alle 17:00 in punto. Turni per fare la doccia e aperitivo in giardino. Poi cena alle 20:00, orario italiano (del Nord). Dopo aver scritto questo diario ho voglia di leggere Dylan Dog nº479. S'intitola Scomessa sul destino e lo scrive Paola Barbato, una delle autrici che rivoluzionò il modo di leggere e intendere la creatura di Tiziano Sclavi. È bello e quasi commovente poter tornare a leggere il mio amato Dylan in Italia.

Domani sveglia senza prescia. Si viaggia in direzione del Lago Maggiore. O del Lago di Garda. Non ricordo più bene lo schema del viaggio. Scopro su internet che il Lago di Garda è il più grande ed esteso d'Italia, a dispetto del nome del primo. Quello di Como, invece, è il terzo in classifica. Su una cosa non ci piove: di sicuro, tutti e tre escercitano un fascino irresistibile sullo spettatore.


6/8/2026

Sveglia alle 7:30. Perché non l'ha tolta se diceva che ce la saremmo presa con calma? A volte proprio non la capisco. E lei non capisce me. A volte litighiamo per delle cazzate. Come tutti, d'altronde.

Si parte per Desenzano del Garda. È qui che ci aspetta la seconda casa vacanza della nostra estate in giro lungo lo Stivale. Il traffico è molto scorrevole e chi mi guida davanti sembra farlo in modo molto ligio. Tranne uno: targa tedesca, monovolume a sei posti, sorpassa un Tir e mette la freccia all'ultimo. Gli faccio notare l'azzardo con i lampeggianti. Il tedesco capofamiglia mi chiede scusa con un cenno dallo specchietto. Arriviamo a destinazione alle 11:30 e ne approfittiamo per fare spesa al Conad a due passi dalla casa. Il proprietario ci vuole consegnare le chiavi in mano, vuole conoscere chi occuperà casa sua per due giornate. Che strano! Non succede quasi più, da quando Booking (et similia) ha preso il sopravvento. Non c'è quasi mai un contatto visuale, diretto, con stretta di mano, con chi affitta la propria casa ai turisti. Il tizio è gentile, schietto e diretto: ci spiega tutto, perfino i giorni in cui si ritira l'umido, o il vetro, o la carta. 

Appena va via, accendiamo l'aria condizionata. La prole ha la dipendenza, io la odio, sopratutto di notte, è più forte di me. Se la lascio, al mattino dopo, al risveglio, ho mal di gola, mal di testa, occhi gonfi.

Dopo un lauto pranzo (orecchiette pugliesi al pesto, caprese, vino bianco ottimo) e dopo il pisolino pomeridiano, esploriamo la spiaggia libera di Rivoltella, a pochi metri da noi. Qui le spiagge a pagamento non esistono, è tutto il contrario: su tutto lo sconfinato lungolago non si vedono stabilimenti balneari, è tutto libero, se ce ne sono, sono pochi e ben messi, molto puliti ed eleganti. La ghiaia su cui stendiamo il bagnasciuga è bollente, ma piacevole lungo la schiena, fa un effetto sedante. Mentre la mia compagna d'avventura si fa il bagno con la prole, io leggo Dylan Dog, è il meritato riposo, è la pace...


7/8/2026

Sveglia alle 7 in punto e senza sveglia, dopo una notte d'incubi atroci. Sogno anche C., la nostra passione d'un tempo, il suo sorriso dolce e tenero, come se avesse compassione di me. In un altro incubo, percorro con la mia bici una strada piena zeppa di buche, una strada sterrata che si liquefà sotto le ruote della mia montainbike, i fori enormi danno su un precipizio e più pedalo e meno strada rimane da percorrere, è una corsa assurda contro il tempo e l'angoscia mi toglie il fiato. Che cavolo significa? Che vuol dire? Cosa vuol comunicarmi il mio inconscio?

Dalle 7:45 alle 8:30 passeggio lungolago. La bellezza del Lago di Garda è talmente tanta, vasta, variopinta e cangiante che mi è impossibile descriverla a parole. Il sole attraversa le poche nuvole all'orizzonte e la musica delle onde mi culla. Vivrei sul Lago di Garda per un mese e passa. Qui si respira pace e tranquillità. 

Oggi escursione a Salò, tristemente nota per i fatti storici legati ai rantoli del Fascismo e la fine di Mussolini. Vicino c'è anche il Vittoriano del pescarese Gabriele D'Annunzio, altro luogo simbolo del Novecento. Salò: che gioiello! Che bellezza! Ci resterei almeno una settimana per scovarne gli angoli più nascosti o meno turistici. L'acqua del lago che si frange potente contro il lungolago, i ristoranti eleganti accanto a quelli più spartani, i fiori, gli alberi smossi dal vento, tutto ispira pace, potenza e bellezza. Ci sono molti monumenti in onore di D'Annunzio. Pranziamo al Club di Canottaggio, poi la routine delle recriminazioni assurde, le litigate senza senso, la prole che attutisce il colpo, ma percepisce nell'aria l'aria tesa di due adulti che forse non si amano più e si sopportano controvoglia, le minacce di divorzio. Al Vittoriale ci arriviamo dopo aver rischiato di "smarrire" la macchina. La IA forse ci spia e all'improvviso mi segnala sul GPS dov'è posteggiata l'auto. Recriminazioni e maledizioni: accuse di machismo e di essere un padre "cattivo". Guido controvoglia e con una stanchezza assurda nell'animo. Arriviamo a Sirmione. Una nuova scoperta: l'acqua è azzurra, quasi bianca; le onde si frangono sulle pietre della riva come fossimo ai Caraibi. L'ombra degli alberi mi coccola mentre leggo La Repubblica e Dylan Dog. Al ritorno a Desenzano del Garda mi fermo a un Penny per comprare 12 litri di acqua in bottiglia e ceniamo a base di piadine fatte con mozzarella di bufala, pomodorini, speck ed emmenthal. Domani Rimini.


8/8/2026

Lasciamo Desenzano sul Garda verso le 10:00, dopo aver fatto il pieno. Il GPS ci da notizie allarmanti sul traffico: il percorso è intasato dalle macchine, i chilometri che, normalmente, si farebbero in due ore e mezza, oggi implicano cinque ore di incolonnamenti e spostamenti a passo d'uomo. Perfino gli autogrill sono stracolmi. C'è la fila ovunque, soprattutto per andare in bagno. Decidiamo che è meglio evitare Rimini: impostiamo la direzione verso San Marino, dove ci attende un hotel in centro, invece del solito appartamento o casa-vacanze. Arriviamo a San Marino alle 14:45, stremati e dopo aver pranzato nel parcheggio dell'ultimo autogrill a base di pasta De Cecco cucinata provvidamente in mattinata e prima di prendere la macchina. 

San Marino, città-Stato all'interno dello Stato italiano, è un posto particolare: si sente parlare francese, polacco, tedesco, qualche inglese, qualche cinese o qualche giapponese. Non si vedono turisti spagnoli da nessuna parte. La stanza dell'hotel è piccola, ma confortevole, con una vista spettacolare sulle montagne e i colli che circondano la città. Leggo il giornale rubato nella hall: anche sul Corriere della Sera si parla dell'assurdo contrasto tra Italia e Spagna, Meloni contro Sánchez. Dopo aver comprato un po' di frutta e un litro di latte per la prole (domani faranno colazione in auto), ceniamo nel ristorante adiacente all'hotel.

Pizza capricciosa, spaghetti allo scoglio e tagliatelle al ragù. Tutto umile e accettabile, anche se un po' caro. Dopo una passeggiata digestiva, torniamo in camera. Su Italia1 danno Ritorno al futuro (1985), il capolavoro di Robert Zemeckis. La prole resta stregata da Doc. Io dall'interpretazione di Michael J. Fox. Sono passati decenni, ma il film regge ancora ed è davvero ben scritto. Di notte, sogni erotici. Ma è impossibile consumare atti osceni in luogo privato. Siamo tutti troppo appiccicati. Unico momento davvero divertente: quando scopro la vasca idromassaggio e decido di riempirla fino all'estremo, la schiuma sul punto di fuoriuscire, la prole contentissima (è come la SPA!).


9/8/2026

Sveglia alle 8:00, si viaggia alla volta di Pieve Santo Stefano (in Toscana). Il GPS ci fa evitare l'autostrada e meno male! Quest'alternativa ci mette a stretto contatto con la natura bellissima e selvaggia dell'Appennino Tosco-emiliano. Una montagna di montagne, salite, discese, curve, in mezzo al verde di una natura fatta di boschi infiniti (in un cartello leggiamo che siamo arrivati ai boschi della Gioconda di Leonardo; qui vicino ci sono anche i luoghi in cui è nato Piero della Francesca, oltre ad altri luoghi di culto della Via Francigena, San Francesco lo si respira nell'aria).

Incrociamo molti motociclisti e qualche ciclista o cicloturista (con la bici piena di zaini e bisacce). Non si può andare troppo veloce, ma è magnifico poter aprire i finestrini e, per la prima volta da quando siamo partiti, respirare aria fresca (sotto l'ombra quasi fredda). 

Arriviamo a Pieve Santo Stefano per portare a termine la nostra missione: visitare il "Piccolo Museo del Diario". La visita guidata inizia alle 11:30 e finisce quasi all'una. Chi ci guida è uno dei dieci eroi che si (pre)occupa di diffondere e proteggere un archivio fatto di circa 11 mila diari di persone qualunque, di gente che ha iniziato a scrivere per la necessità, l'urgenza, il bisogno imponderabile di farlo. I primi diari risalgono all'Ottocento. Gli altri - il grosso dell'archivio - occupano l'arco temporale che va dai primi del 1900 fino ai giorni nostri. L'idea (geniale) è venuta a Saverio Tutino, giornalista esperto di Latinoamerica e tra i primi a raccontare Cuba ai tempi della rivoluzione di Castro. La guida cita una sua frase famosa: "Dopo aver raccontato tante rivoluzioni, è giunto il momento di farne una, qui, a Pieve Santo Stefano". Il museo contiene solo dei campioni dei tantissimi documenti che è possibile consultare accedendo all'archivio. La tecnologia si sposa all'intento tutto umanista del museo: permettere al visitatore di ascoltare la voce di chi ha scritto quei diari. Si apre un cassetto (con sopra nome, cognome e data del diario) e si ascolta la voce (spesso interpretata da attori professionisti) di chi narra di sè, senza censure, a volte senza filtri, come Vincenzo Rabito, un contadino siciliano, un uomo umilissimo che non ha studiato e che, a tarda età, scopre una macchina da scrivere e si mette a raccontare (in dialetto mescolato all'italiano, antesignano dello stile di Andrea Camilleri) tutte le vicissitudini di chi ha visto la Prima Guerra Mondiale, ha sofferto la Seconda e ha visto l'Italia del Boom degli anni 60.

L'ordine di catalogazione è democraticissimo: vige l'ordine alfabetico. E così, qui dentro, il partigiano sta accanto al fascista; il ladro accanto al carabiniere; il morto di fame emarginato accanto al nobile di turno. Il bello è che alcuni di questi diaristi sono diventati scrittori post-mortem. Il comune organizza in collaborazione con altre entità culturali e altri scrittori un Premio Pieve Saverio Tutino in cui il vincitore è scelto dopo attenta lettura dei tanti manoscritti archiviati da parte di un gruppo di lettori volontari. È così che il succitato Rabito è stato pubblicato da Einaudi per il suo Vitamatta (con prefazione di Camilleri) ed altri diaristi da altre case editrici importanti come Giunti o Quodlibet. 

Quando usciamo da questo viaggio nel tempo ripenso al lenzuolo di Clelia Marchi: una contadina mantovana che narra tutta la sua vita sul lenzuolo del corredo delle nozze, dopo la perdita del marito. Scrivere affinché il defunto continui a vivere nel ricordo di lei. La scrittura come forma di elaborazione del lutto. Scrivere per raccontare la propria vita. Il "Piccolo Museo del Diario" è davvero un luogo della memoria che valorizza ciò che ereditiamo da chi ci ha preceduto nel corso dei secoli. Qui possiamo sapere chi siamo stati e chi siamo oggi. Qui si può ricostruire la Storia a partire dalla memoria individuale di gente qualunque la cui vita spesso è più affascinante e romanzesca di tanti romanzi...

Alle 14:00 pranziamo "Al Portico", l'unico ristorante del paese toscano (Arezzo dista 30 chilometri; Firenze 70; siamo quasi più vicini a Cesena che ad altri luoghi della Regione Toscana). Tagliatelle al ragù per la prole (tanto per cambiare) e pici al ragù bianco per noi. Vedo passare una bistecca alla fiorentina al sangue e penso a quanto sia davvero eccelsa la cucina toscana.

Alle 18:30 siamo finalmente in Abruzzo. Vedere le montagne in cui sono nato; in cui mi piace perdermi in bicicletta; in cui ho sperimentato il mondo ancora prima di sapere cosa fosse, mi riempie di una gioia infinita. Il reincontro con i genitori è cosa difficile da narrare in questo diario. E sorge la domanda spontanea: che fine faranno i diari scritti al pc e pubblicati online? Ci sarà un "Piccolo Museo del Diario" anche per loro?

jueves, julio 30, 2026

 Limbo temporale

A me piacciono i momenti di mezzo, quei periodi dell'anno in cui non si è ancora in vacanza, ma se ne respira già l'aria; quelli in cui si continua a lavorare, ma con la mente già predisposta a spegnere il computer e a non riaccenderlo fino a settembre. Mi piace il "limbo temporale" che si è venuto a creare in quest'ultima settimana del mese di luglio, quando molti colleghi vengono all'Università già abbronzati perché si spostano dalla loro seconda casa sul mare e, mentre la mattina sgobbano, il pomeriggio lo passano in famiglia in riva al mare. Mi piace la città che si svuota o inizia a svuotarsi, i primi cartelli di "chiuso per ferie", i primi parcheggi semivuoti o le strade del centro percorse solo da turisti che vengono da fuori (e che mal sopportano i 40 gradi di queste latitudini ispaniche del Sud del Sud del mondo). Mi piace questa sorta di "limbo" perché il cervello - ormai stanchissimo e fuso - può pensare l'impensato, dare vita a idee nuove che nascono proprio dallo stress della fine dell'anno accademico e dalla gioia delle vacanze imminenti (finalmente potrò leggere questo libro, questo fumetto, questo saggio, finalmente potrò andare al cinema a vedere questo film, finalmente potrò finire di scrivere questo libro o quest'articolo che sono mesi che giace sulla scrivania tra mille appunti...).

Insomma, mi piace lo stare nel mezzo: tra il dovere e il piacere; tra il rispetto degli orari lavorativi "standard" e il pregustare l'anarchia di quelli legati all'ozio (vedere tutto Dario Argento in maratone cinefile che durano fino all'alba, tanto per fare un esempio), stare tra la Spagna e l'Italia, la valigia ancora non pronta, i vestiti eleganti relegati al passato per lasciare spazio ai costumi da bagno e le magliette e i calzoncini corti del futuro...

"Limbi temporali": potrebbe essere il titolo di un saggio di Carlo Rovelli. O del prossimo film di Chistopher Nolan.

domingo, julio 19, 2026

 Luis Goytisolo



Questa settimana che finisce oggi, 19 luglio, giorno della finalissima tra Spagna e Argentina, è iniziata nel peggiore dei modi possibili. Lunedì 13 luglio ricevo una chiamata da un numero sconosciuto, ma, non so bene perché, decido di rispondere. Dalla voce capisco subito di chi si tratta: è la moglie di Luis Goytisolo, uno degli scrittori più originali della letteratura spagnola del XX secolo, uno scrittore che ho avuto il privilegio di conoscere nel 2006 e con cui, negli ultimi 3 o 4 anni, ho stabilito una sorta di amicizia a distanza che si concretizzava nelle lunghe telefonate che ci facevamo quando era lui a chiamarmi, i venerdì pomeriggio, attorno alle 19 o alle 19:30 del pomeriggio.

Parlavamo di un po' di tutto in queste telefonate, a volte per ore, senza censure né freni inibitori. Una volta mi raccontò di una visita all'obitorio, un prof di criminologia voleva che i suoi studenti assistessero ad una autopsia, una compagna di studi svenne, Luis l'aiutò a rialzarsi, il cadavere ormai azzurro era quello di una donna incinta (o morta durnate il parto).

A volte mi sono chiesto perché Luis si confidava con me, mi raccontava questi episodi abbastanza particolari, a volte si finiva a parlare anche dei suoi fratelli, della guerra civile spagnola, della fame che patirono un po' tutti (ma loro di meno, perché avevano le galline e i conigli e terre ben provviste di frutta e  verdura).

A volte avevo la sensazione di essere una sorta di cassa di risonanza dei suoi ricordi e anche dei suoi successi, lui che non ha mai trovato il plauso o l'appoggio del grande pubblico, solo della critica (e non sempre in Spagna, spesso fuori dal suo stesso paese, soprattutto in Francia e, ultimamente, negli Stati Uniti, dopo che Brendan Riley ha avuto l'enorme coraggio e il grande merito di tradurre il suo capolavoro, che è, resta e sarà sempre Antagonía, tradotto con il titolo in inglese Antagony, una tetralogia che anticipa le tendenze metaletterarie di certo postmodernismo e le supera nel corso degli anni in cui vide la luce: Recuento, del 1973; Los verdes de mayo hasta el mar, del 1976, quando Franco è ormai morto e la censura permette di ristampare anche Recuentom uscito in Messico la prima volta proprio per i problemi con i censori franchisti; La cólera de Aquiles, del 1979; e, infine, Teoría del conocimiento, del 1981...che impresa, per il traduttore americano, rendere in inglese le 1200 pagine di questo monumento letterario, un romanzo sul romanzo, un romanzo sull'atto della lettura e quello della scrittura che permette di costruire mondi fittizi e ponti costanti tra letteratura e filosofia...che fatica, che impresa, che azzardo!).

La moglie ha voluto ribadire che Luis mi ammirava, come studioso, e che mi rispettava, come persona. Solo dopo, una volta riattaccato, ho iniziato ad assimilare la notizia e ho pianto e sono andato fuori, in bicicletta, per prendere un po' d'aria e contemplare il tramonto.

Un'amica mi scrive da Pisa: "Non essere triste, custodisci e diffondi, è tutto ciò che possiamo e dobbiamo fare". Le dico che sì, che questo è uno dei nostri doveri in quanto filologi: custodire e diffondere le opere letterarie che hanno qualcosa da dirci su noi stessi, sull'umanità che ci rende tali. Poi la mia amica aggiunge: "La vita è destinata alla fine, ma dobbiamo lasciare qualcosa che continui".

E l'opera di Luis Goytisolo continua...è vero che abbiamo perso l'autore, ma non abbiamo perso i suoi testi, i suoi saggi, i suoi romanzi sempre complessi e affascinanti. Sarà strano, da ora in poi, non poter più leggere il suo nome sullo schermo del telefonino, quando mi chiamava e ci si faceva anche un po' di risate, quando lui criticava alcuni colleghi e io cercavo di sapere come fuziona da dentro la RAE (Real Academia de la Lengua Española) di cui era membro da anni...

Ho scritto di Luis anche in questo diario di bordo. Non avrei mai pensato di tornare a scriverne proprio ora che non c'è più.

sábado, julio 11, 2026

Piccolo Museo del Diario

Il caldo afoso uccide ogni voglia di fare; perfino leggere un buon libro diventa un'impresa, con il ventilatore sparato in faccia e sul corpo disteso sul divano... In lontananza, si sente il grido dei gabbiani e qualche passerotto o rondine che disegna percorsi impensabili in cielo (dove vanno gli uccelli quando fa così caldo? Dove trovano riposo e ombra? Le domande dei bambini).


Acquisto i biglietti per il Piccolo Museo del Diario di Pieve Santo Stefano (in provincia di Arezzo) per il 9 agosto alle ore 16:30 (l'ultimo ingresso). La mia compagna di viaggi sta scrivendo un libro sui diari e questo "piccolo museo" fa al caso suo, non ci sono dubbi. Mi domando chi mai abbia avuto l'idea di fondarlo, un museo con queste caratteristiche, e se oggi, nel XXI secolo, ci sono ancora persone che scrivano un diario (voglio dire: uno vero, su carta, con la penna, non come questo che sto scrivendo io, con le dita delle mani che ballano sulla tastiera di un computer davanti allo schermo). Chi potrebbe? Chi avrebbe il tempo? Per parlare di cosa, poi? A chi interessano i fatti (minuscoli) della nostra vita quotidiana? (queste domande vanno bene se le applichiamo anche a questo "Diario di bordo" di uno che non osa fare il suo nome e preferisce stare nell'anonimato o usare il nickname per chissà quale strana forma di pudore...). Che cosa spinge qualcuno a dettagliare i fatti della sua vita quotidiana? Che cosa spinse gli autori dei vari diari raccolti e custoditi nel Piccolo Museo del Diario?



Questa capatina in provincia d'Arezzo avverrà dopo aver attraversato mezza Italia: da Genova al Lago di Como, poi chissà, verso le Dolomiti, poi giù, scenderemo verso la Toscana e poi Roma e poi il paesino del Centro d'Italia da cui provengo, in cui sono nato, e in cui è sempre un lusso, un piacere vero, una goduria, tornare...


C'è anche modo di visitare il Museo in modo virtuale; guardo qualche foto, copertine di diari appese al muro, luce soffusa, lampadine che illuminano misteriosamente le parole di chissà chi, di persone comuni, di gente ormai morta, di scrittori in erba o che non hanno mai pubblicato nulla, ma che hanno scritto - negli anni - il proprio "diario di bordo"...

viernes, julio 10, 2026

 Premio Strega e assilli quotidiani


Dunque, ha vinto Michele Mari, scrittore di cui non avevo letto nulla fino a quando la mia cara C. non mi segnalò e consigliò a suo tempo Locus Desperatus (Torino, Einaudi, 2024). Lo lessi d'un fiato, senza capirci quasi nulla. Mi piacciono i libri che sembrano scritti in una lingua che non conosco o non controllo appieno (o "a pieno"?). Ricordo che parlava di un tema a me molto caro, dal punto di vista della teoria letteraria, e cioè degli "oggetti" o delle "cose", di quegli oggetti e quelle cose che facciamo entrare in casa e che custodiamo come fossero amuleti o pezzi della nostra identità (nel mio caso, più che di "oggetti", parlerei di "libri": come farei senza i miei libri? Dove starei ora senza di loro? Come potrei andare avanti senza la mia biblioteca?).

Ricordo anche una battuta sciocca che sottolineai a matita all'interno del libro: "non tutti i lutti vengono per nuocere" e poi una riflessione sul famoso quadro di van Eyck Ritratto dei coniugi Arnolfini, un quadro misteriosissimo del 1434 (nientedimeno) in cui uno specchio riflette sul fondo la scena che non vediamo in primo piano, con un gioco di "dentro" e "fuori" dell'immagine che poi riprenderanno in tanti, Velázquez incluso, con le sue Meninas... Mari o il narratore di Locus Desperatus metteva in risalto (a p. 126) come quel quadro finisse col diventare "oggetto apotropaico per eccellenza: supponendosi che un demone, o una strega, o comunque uno spirito maligno, entrando in una casa e vedendosi racchiuso e deformato da quella specchiante convessità, se ne fuggisse immantinente, sdegnato del ludibrio cui la sua immagine vi era stata sottoposta e insieme paventando di rimanerne prigioniero" (cit.).




Ecco: come non evocare Carlo Emilio Gadda, come non pensare a Tiziano Sclavi (sì,  l'inventore di Dylan Dog), come non evocare Alberto Arbasino dinanzi a cotali descrizioni? (ah, che bella la "specchiante convessità" degli specchi e dei quadri!). Ora che ci penso: Specchiante convessità potrebbe essere un titolo perfetto per un racconto o un romanzo...o un saggio sulla mise en abyme (tra arte e letteratura).

Ma torniamo a bomba: Mari ha vinto l'80esimo Premio Strega, con I convitati di pietra, che non ho letto e che non credo che leggerò nel prossimo futuro. Non perché non ne abbia un minimo di curiosità, ma perché non mi piace leggere i libri premiati che poi diventano "moda" (così come non mi interessa la polemica sulle esternazioni di Mari contro Murgia, di cui non so quasi nulla, perché non mi sono informato e non ne ho proprio voglia - quando si vive all'estero, uno sente il privilegio di potersi risparmiare certe polemiche tipiche italiane, sente il sollievo di non dover partecipare nella diatriba giornaliera, e che sollievo e che libertà).

Nel mentre, mi accorgo solo stamane che devo finire un articolo da mandare a Torino, un capitolo di libro da mandare in Messico e una recensione da mandare ad Alicante. Dovremmo tutti pensare alle vacanze, al relax, al mare e al sole cocente sulla spiaggia e, invece, mi rintano con l'agenda appuntando gli appuntamenti improrogabili, lottando contro il tempo (così come il protagonista di Locus Desperatus lotta contra la Morte e l'Oblio che vogliono mangiargli gli oggetti e i ricordi più cari) e cercando di non cadere preda dell'ansia. 

Nel mentre, scopro la scrittura di Jorge Semprún, uno scrittore che è finito nei campi di concentramento di Buchenwald, che poi ne è miracolsamente uscito, che poi ha lottato al fianco del Partido Comunista Español (PCE) per cercare di contrastare il Franchismo, che poi è arrivato perfino a fare il Ministro per il Partido Socialista Obrero Español (PSOE) e che, infine, ha dato vita a un'opera piena di memoria storica e collettiva, piena di riflessioni su chi siamo e da dove veniamo (compreso un saggio sull'idea di Europa, un libro del 2006 che non vedo l'ora di leggere proprio per vedere come è cambiata quest'idea di Europa, oggi che siamo tutti nel bel mezzo del caos e della messa in crisi del concetto stesso di Europa...).

Dovrei scrivere anche su Semprún: me l'ha chiesto una collega tedesca che dovrei vedere sul Lago di Como ad ottobre, un congresso internazionale accanto alla villa di George Clooney, che cose strane succedono grazie ai contatti che uno stabilisce con i colleghi dell'Università... E poi...lavoro, riunioni, zoom, aggiornamenti, formazione, corsi di...

No, mi dico, basta, siamo al 10 luglio, stasera gioca la Spagna contro il Belgio, non debbo farmi prendere dall'ansia, dallo stress, dalla montagna di cose da fare (scrivere) e da portare a termine, siamo in procinto di andare in vacanza, a che pro tanta fatica? E allora sì, lo faccio, smetto di pensare al lavoro ed apro al volo, a caso, Pensar en Europa di Jorge Semprún (Barcelona, Tusquets, 2006, p. 184), e lo leggo per puro piacere, non per fini accademici, non perché debba scriverne con linguaggio neutro o professorale, e m'imbatto in questa riflessione che sembra inquadrare ciò di cui parliamo oggi, nel pieno del XXI secolo, circondati dalle guerre:

"Il concetto di totalitarismo permette, quindi, in un solo movimento teorico-pratico, di esplorare l'identità storica del nazismo e del comunismo e di delimitare l'alterità radicale di entrambi i movimenti in rapporto alla democrazia parlamentaria. 
Ciò vuol dire che non solo è utilizzabile per poter approfondire la conoscenza del passato, ma anche per prevedere il futuro; per indagare, almeno, le condizioni e le configurazioni concrete di un futuro probabile".

A volte si scoprono le cose per effetto del caso. Viva il caso. 

lunes, julio 06, 2026

 e. e. cummings

Ci sono dei giorni nella vita in cui c'è (sempre) bisogno di e. e. cummings, questo signore qui (un tipo pazzesco e un po' "palazzesco" - nel senso di simile ad Aldo Palazzeschi - a cui piace giocare con la punteggiatura e che amava scrivere il nome e cognome tutto in minuscolo):




e. e. cummings visse tra il 1894 e il 1962: si fece le due guerre mondiali, finì in carcere quando si mise alla guida di un'ambulanza e i francesi lo accusarono di spionaggio (da quelll'esperienza traumatica trarrà ispirazione per il suo The Enormous Room, del 1922, l'anno cui uscì anche Ulysses di Joyce - ne posseggo l'edizione in traduzione italiana a cura di Patrizia Collesi per Baldini &  Castoldi, comprato nel 2023 e colpevolmente non ancora letto), scrisse una marea di poesie e ne pubblicò molte in diverse raccolte. Mi piace e. e. cummings perché sembra un poeta facile, un poeta bambino che gioca con il linguaggio e le strofe, con gli spazi bianchi tra i versi, con le parentesi e l'assenza pressocchè completa di punti, virgole e punti e virgole. E scrive poesie d'una tenerezza struggente come questa, che trascrivo in italiano da Poesie (Torino, Einaudi, 1998, la traduzione è di Mary de Rachewiltz):

92

ti amo tanto (mio bel tesoro)

più di chiunque sulla terra e
mi piaci più d'ogni cosa nel cielo

- sole e canti ti fanno festa se vieni

anche se l'inverno è ovunque
con tanto silenzio e tanto buio
niuno riesce a indovinare

(solo la mia vita) la vera stagione - 

e se ciò che si chiama mondo avesse
la fortuna di udire quei canti (o di scorgere
quel sole che s'alza altissimo nel cuore
di qualcuno più che lieto ogni volta

che sei più vicino) tutti certo crederebbero
(tesoro mio bello) soltanto nell'amore

Che, nella sua versione originale, suona così:

i love you much (most beautiful darling)

more than anyone on the earth and i
like you better than everything in the sky

- sunlight and singing welcome your coming

although winter may be everywhere
with such a silence and such a darkness
noone can quite begin to guess

(except my life) the true time of year - 

and if what calls itself a world should have
the luck to hear such singing (or glimpse such
sunlight as will leap higther than high
through gayer than gayest someone's heart at you each

nearerness) everyone certainly would (my
most beautiful darling) believe in nothing but love



viernes, julio 03, 2026

 Suicidio


La chiamata arriva mentre siamo in spiaggia con amici e familiari venuti dall'Italia: "Scusami il disturbo, so che è sabato pomeriggio, ma devo chiederti una cosa. Conosci per caso M. C.? Gli hai fatto lezione?". Il nome non mi dice nulla. Il gruppo è quello a cui ho fatto lezione di Lingua Spagnola. "Si è suicidato". Resto a bocca aperta e poi mi vien fuori uno spontaneo: "Cazzo", in spagnolo. La collega mi spiega che è successo la mattina stessa e che la Decana le ha chiesto di avvertire tutti i professori che l'hanno avuto in classe come alunno. Un alunno normale, voti normale, non bravissimo, molte sufficienze, qualche discreto. Si è lanciato dal terrazzo della casa di amici, stavano guardando una partita dei Mondiali, forse una crisi improvvisa, chi può dirlo? 

Non sapremo mai i motivi che spingono un giovane a togliersi la vita. Aveva 20 anni. Come dire: aveva tutta la vita davanti. E, invece, ha detto basta. E si è lanciato nel vuoto. Impossibile scoprire o ricostruire il movente. Mi viene in mente un libro che, anni fa, regalai a una persona molto importante per me, una con cui avevo condiviso passioni e letture. S'intitolava Notas de suicidio (di Marc Caellas, Segovia, La Uña Rota Ediciones, 2022) e raccoglieva gli ultimi messaggi di suicidi famosi, da Walter Benjamin a Cesare Pavese, da Virginia Woolf a Ernst Hemingway... Era un libro strano, che lessi con una certa morbosità e anche senso di colpa: chi mi dava il diritto di spiare gli ultimi pensieri scritti da queste persone? Si tratta di scrittori, filosofi, ma anche cantanti, attori, gente che ha avuto il successo, denaro, riconoscimento pubblico, eppure...ha deciso di dire basta e di annientarsi.

Non so e non oso immaginare cosa staranno vivendo ora i sopravvissuti, ovvero, il padre e la madre del ventennte. Non si può immaginare un dolore del genere. 

Guardo il mare, la spiaggia piena di bagnanti allegri, di vecchie che ridono con le amiche, di vecchi che mangiano pollo e patatine o panini imbottiti e si concedono una birra in lattina. Loro non sanno nulla di M.C., la vita va avanti ed è giusto che vada avanti, anche perché altrimenti ci fermeremmo tutti e chissà cosa ne sarebbe dell'Universo, se tutti i viventi decidessero di farla finita o decidessero di fermarsi per sempre...

domingo, junio 28, 2026

Diario di Colonia (e Wuppertal e Dusserdolf)

20 giugno 2026

Si riparte: solo zainetti, niente valigie (le compagnie aeree fanno pagare cari i chili in più; d'altronde, fino a quando avremo cherosene per volare? Quando finirà la guerra? Quando le guerre sparse sul Pianeta?). Destinazione: Colonia, poi Wuppertal, poi Dusserdolf. Il congresso verte (tanto per cambiare) sulla guerra, sui traumi della guerra civile spagnola negli esiliati, sulla scrittura femminile autobiografica delle esuli spagnole. 

Si parte da Alicante e subito ho i brividi, nonostante i 30 gradi all'ombra: mi accorgo solo ora di aver dimenticato a casa il caricabatterie scassato del mio scassatissimo cellulare (quasi 6 anni di vita, un record). Provo a comprarne uno nuovo, ma so già che nessun cavetto di nessun caricabatterie originale andrà bene per il catorcio. Sorge subito la questione centrale: quanta parte della nostra vita dipende direttamente dal litio? Quanta porzione della nostra memoria (i contatti telefonici; tutti i numeri della carta di credito; l'indirizzo degli hotel e dei B&B in cui andremo a stare; quello dell'Università, insomma, quanto tutto ciò e la nostra libertà di movimento dipende dal fatto di possedere un cellulare che funzioni e che si ricarichi senza intoppi? Il litio. I microchip. Le terre rare. Le connessioni supersoniche a noi invisibili ad occhio nudo...

La mia compagna di sventure e di viaggi mi guarda storto. Poi ha pietà di me: va bene, mi presterà il suo cellulare per fare le foto e per le chiamate più urgenti (avvisare mamma quando atterriamo a Colonia, almeno quello). In più, viaggiamo con una tablet che sarà fondamentale quando si tratterà di rispondere alle email più urgenti dei colleghi o a quelle più antipatiche degli alunni più petulanti.

Risulta davvero strano ed inverosimile quanto uno possa arrivare a sentirsi orfano o monco se si appresta a viaggiare senza telefonino. E come facevano prima? E come facevano gli antichi? Cristoforo Colombo è arrivato a scoprire il Nuovo Mondo senza GPS e solo con cartine sbagliate e una bussola che indicava il Nord.

Nuovi brividi e sensazione angosciante d'incertezza: il volo non è per nulla tranquillo, l'aeronave inizia a tremare e sobbalzare nel momento in cui si infiliamo dentro una nuvola nera che sembra non finire mai. La prole ride e scherza: è come sulle montagne russe!!! Noi ci si guarda negli occhi con espressione preoccupata. Uno steward passa lungo il corridoio con delle bustine di carta per il vomito.

Solo quando tocchiamo terra, torno a respirare con calma. E ci accorgiamo subito come non sia affatto facile prendere un treno in Germania o fare il biglietto giusto per viaggiarci. Alla fine, stremati dal caldo (anche qui 33 gradi!), optiamo per un taxi. La signora (bionda e simpatica) ci accoglie nella sua Mercedes anni 90 e ci fissa il prezzo a 50 euro. Iniziamo a chiacchierare un po' in inglese: in Germania non sono affatto preparati per questo caldo torrido. La mia compagna di viaggi dice che è terribile anche a Parigi, ha appena parlato con una collega della capitale francese, stesso problema di temperature folli, per fine giugno. L'aria condizionata non ce la fa a creare un minimo di freddo e così la prole ci chiede di poter spalancare tutti i finistreni. Ci impieghiamo scarsi 20 minuti per arrivare in centro, intravediamo l'enorme cattedrale di Colonia, scendiamo con gli zaini in spalla e, dopo diversi tentativi, riusciamo ad azzeccare la combinazione numerica per poter sbloccare la porta ed entrare in un appartamento un po' vintage a due passi dalla cattedrale e con il bagno e la doccia all'esterno, sul pianerottolo, ad uso esclusivo nostro. Per cena ci arrangiamo con dei panini (con speck e formaggi tedeschi), poi passeggiata lungo l'imponente fiume Rin (quello cantato da Wagner), poi sotto e all'interno della cattedrale più alta di tutta la Germania (113 metri, come ci spiegherà il giorno dopo la guida messicana contrattata all'uopo).

La doccia e il wc non hanno un bell'aspetto: chissà quanti turisti son passati da qui. Obbligo la prole ad indossare le mie infradito per farsi la doccia. Si dorme con la finestra aperta: entra il rumore del traffico, ma almeno si respira un po'.


21 giugno 2026

Comprati i biglietti del treno Colonia-Wuppertal, lasciamo i bagagli in stazione. Alle 10:30 inzia il cosiddetto free-tour con la guida messicana che ci racconta fatti importanti e piccole curiosità legate alla città. Nel 1945 Colonia fu rasa al suolo dagli Alleati che risparmiarono solo la cattedrale. Motivi religiosi? Non solo, la cattedrale - così alta- serviva anche come punto di riferimento per i piloti che dovevano sganciare le bombe e ridurre la città in poltiglia. Dopo il disastro e le migliaia di morti (disastro e morti narrati anche da W. G. Sebald nei suoi romanzi), furono le donne a rimettere in piedi Colonia, ripulendo le strade dalle macerie e selezionando le pietre ancora utilizzabili da quelle da buttare nella polvere.

Ci fermiamo in una delle birrerie più famose e antiche di Colonia: qui si beve solo birra Kolch, una bionda leggera servita in bicchierini da 20 cl. La mia compagna di viaggio evita tutto ciò che sia carne o wrustel e chiede una buona insalatona con una salsa strana; io una zuppa di patate, con carote e zucchine, davvero ottima. 


Alle 15:30 comincia il circo o il videogioco: "prendi il treno a volo, se ci riesci". Moltissimi vengono cancellati senza preavviso; altri portano un'ora di ritardo; saliamo su una sorta di Frecciarossa che dovrebbe impiegarci 25 minuti per andare da Colonia a Wuppertal e, invece, il controllore ci dice che dobbiamo scendere tutti,c che il treno si ferma e non riparterà più. Miracolosamente riusciamo a prendere una specie di treno regionale: dopo un'ora e mezza e mille fermate in mezzo al nulla, raggiungiamo Dusserdolf alle 18 e da lì ci gettiamo al volo sul binario dell'altro treno che va a Wuppertal. Alle 19 siamo in hotel, quello che ci ha prenotato la collega tedesca. La prole gioisce perché capisce subito che si tratta di un hotel 5 stelle, niente a che vedere con l'appartamentino di Colonia, sanno che dormireno in un luogo molto più comodo, pulito e bello dell'altro.

Doccia rinfrescante e poi cena con colleghe di Madrid, Barcellona, Valencia e altre tedesche che vengono da altre zone della Germania. Alcune sono ancora a Dusserdolf, in attesa di un treno che parta e che non venga cancellato.

Stanotte si dorme presto. Domani sarà una giornata lunga. I congressi stressano, lo sappiamo bene da anni, ormai...


22 giugno 2026

Il congresso si svolge in modo impeccabile: ogni "esperto" ha davanti a sé una bottiglietta d'acqua congelata, una manciata di mandorle e un po' di uva. Ci sono anche colleghi che parlano in videoconferenza e dottorandi interessati all'evento. Modero una tavola rotonda interessante e piena di stimoli. Faccio la gratissima conoscenza di Lena, una neo-dottorata di Munich che fa un intervento bellissimo sulle intellettuali e scrittrici tedesche che appoggiano e aiutano gli esuli spagnoli e i soldati delle "Brigadas Internacionales". La storia si unisce alla letteratura; la filologia alla ricerca negli archivi non più segreti di Berlino. Le suggerisco di leggere il recentemente scomparso Carlo Ginzburg. Conosce il nome, ma non lo ha mai letto. Finiamo a parlare di microstoria anche a cena, presso un ristorante libanese la cui proprietaria ci alletta con piatti tipici del suo paese che sono uno spettacolo. Sua figlia festeggia il compleanno: ne fa 27 e ci offre pezzi delle 3 o 4 torte che adornano il suo tavolino insieme alle amiche (tutte bellissime). Erano anni che non assaggiavo il libanese: agnello cotto a puntino, yogurt acidulo che non stona, insieme a riso basmati e salse (alcune piccantissime). Beviamo e ridiamo e parliamo di lavoro, non c'è verso di staccare, nemmeno a cena, nemmeno in un posto come questo. 

Esorto Lena a non mollare, a continuare a cercare borse di studio per le sue ricerche. Non ci scambiamo né il telefono né l'email. Mi dice che di Sebald ha letto sia Austerlitz che Gli anelli di Saturno e che le sono piaciuti entrambi. Poi aggiunge: "È strano, Sebald sembra che lo leggessero più all'estero che in Germania". Le dico che anche Javier Marías subì un simile destino. Era molto più letto in Germania, o in Francia, o in Italia, che in Spagna. Le racconto che Sebald e Marías erano pen-friends. Non lo sapeva e sorride. Poi ci si separa per andare a dormire in hotel.


23 giugno 2026

È davvero un'impresa raggiungere Dusserdolf da Wuppertal. Alle 9 (dopo aver fatto una bella colazione a buffet) i treni sono già tutti cancellati. Bisogna prendere un bus sostitutivo. All'ufficio informazioni la gentilezza è un optional. Un italiano mi sente sbraitare e mi si avvicina per aiutarci e orientarci. Dopo un chilometro, siamo alla fermata giusta. Il buso arriva dopo una buona mezz'ora d'attesa e viene preso d'assalto. Soprattutto immigrati: africani, greci, turchi, arabi. Noi bianchi siamo minoranza assoluta. I tedeschi hanno un aspetto un po' preoccupante. Ironia del destino: Hitler sognava la purezza ariana, ma il XXI secolo lo smentisce, prevale (e meno male) il meticciato. Resto in piedi l'ora e mezza che dura il viaggio, mentre la prole giace per terra tra gli zaini ricolmi di libri e vestiti. Il bus fa fermate anche in mezzo al bosco, presso paesini di campagna che sembrano il set ideale per film dell'orrore anni 70 e 80. Tipico paesaggio teutonico fatto di natura selvaggia e nebbia. Arriviamo alla stazione di Dusserdolf e un messaggio in tedesco tradotto anche in inglese avvisa i passanti: idratatevi, bevate molta acqua e state attenti all'ondata di calore. Lungo il vialone che unisce la stazione al centro storico appare una quantità esagerata di ristoranti cinesi e giapponesi. Poi i palazzi delle aziede che muovono l'economia della città (e, forse, dell'intera Germania). Poi i musei e i palazzi antichi del centro storico. Poi bisogna prendere il taxi che ci porta in aeroporto. Il taxista è del Kurdistan e ci racconta che non ama molto questo paese: "I tedeschi sono pazzi. E poi qui è tutto molto caro. Meglio la Polonia". Mi domando perché non sia in Polonia, se la pensa davvero così...

Alle 14 in punto siamo in procinto di salire sull'aereo della EuroWings. Anche questo tremerà e ballerà nell'attraversare un po' di nuvole e nell'atterrare nel Sud del Sud della Spagna. Mal di testa e caldo ancora più afoso. Di Wuppertal ricorderò soprattutto i suoi boschi verdi e immensi e la gentilezza dei colleghi dell'Università omonima. 

 

sábado, junio 20, 2026

 La morte e la piscina

C'è una piscina nel percorso che faccio quasi tutti i giorni da casa all'Università in bici. Una piscina in un paesino in mezzo al nulla e accanto a un vecchio mulino ad acqua che ancora funziona e fa ancora il suo effetto in mezzo alla Natura selvaggia del luogo.

Ogni anno la piscina viene rimessa a nuovo, pulita e predisposta per l'alta stagione, quando - si suppone - i vicini la sfrutteranno per farsi il bagno e cercare di contrastare il caldo afoso di queste latitudini. Anche quest'anno ho visto uomini all'opera, chi intento a ripulirla dai rami secchi e le foglie finite sul fondo, chi intento a ridipingerlo, quel fondo così azzurro e così bianco. L'altra mattina avevo intravisto anche un signore di una certa età, vestito come quasi tutti i pensionati che si dedicano all'agricoltura e all'orticello: camicia bianca, jeans strappati e scarpacce da coltivatore diretto piene di fango. 

Stamattina, passando davanti al solito posto, m'imbatto in una quantità anormale di abitanti della zona, la "Guardia Civil" e due macchine della polizia, con, in più, un'autombulanza parcheggiata all'interno dello spiazzo in cui si trova la piscina. Dalla stessa fuoriesce una scala di metallo molto lunga e da lì s'inerpica uno degli infermieri o dei poliziotti. So che non dovrei continuare a guardare, continuo a pedalare, certo, ma - ahimè - gli occhi mi vanno verso la barella, sotto la barella un corpo, quello dell'anziano intravisto ieri o l'altroieri, il contadino ora cadavere o quello sembra a questa distanza, come corpo morto cade. A terra. Solo. In attesa di essere caricato sulla barella. Un altro infermiere o dottore sta distendendo il lenzuolo bianco per coprirlo. 

È una visione che dura pochi secondi e però mi lascia a bocca aperta e con un senso di nausea e di angoscia che non mi abbandonerà nel corso dell'intera mattinata di lavoro. Appena arrivo, cercherò se c'è già la notizia sul giornale. Appena arrivo, accendo il computer e cerco il morto. Ma perché mai - mi domando subito dopo - dovrebbe fare "notizia" l'infarto di un anziano che lavora a una piscina o mentre sta facendo migliorie a una piscina pubblica? Quanti anziani muoiono in questi giorni affogati a mare o in piscina, quanti per un infarto o un ictus, quanti per l'ondata di calore?

Eppure: l'ho visto, io ho visto quel corpo senza vita, disteso sul bordo della piscina, di quella piscina in cui anche quest'estate andranno a farsi il bagno bambini, giovani e mamme del paese. Molti di loro non sospetterà nemmeno lontanamente che in quella stessa piscina è morto un uomo. Sulla settantina o forse sull'ottantina. Non so come si chiama né forse lo saprò mai (a meno che non venga fuori la notizia sui giornali e spesso i giornalisti omettono il nome della vittima, lasciando solo le iniziali). Quell'uomo è morto, mentre all'Università si continua a lavorare, tutti fanno il loro dovere, la vita va avanti, perfino per quel cavallo che pascola in un recinto accanto alla mia Facoltà e che sono solito salutare dalla bici "Buongiorno, cavallo!" e lui mi guarda, a volte, e chissà che penserà di me, di quest'umano che va a lavoro su due ruote e pedala e pedala e suda sotto il sole cocente.

viernes, junio 19, 2026

 The Wheels of Chance (1896): un H. G. Wells che non ti aspetti


Ecco un romanzo che non ti aspetti. Ricevuto in regalo il giorno del mio onomastico, da parte della mia compagna di viaggi che non sbaglia mai, The Wheels of Chance cattura l'attenzione del lettore sin dalle prime righe. Herbert George Wells, l'autore dei best-seller fantascientifici The War of the Worlds (1887) e The Time Machine (1895), lo pubblica nel 1896, quando ancora non ha raggiunto il successo internazionale che lo trasformerà in un classico della letteratura mondiale. A detta di Wikipedia, è il suo terzo romanzo e fa impressione constatare come l'autore sia in grado di dominare così bene l'arte del raccontare storie. 

Un narratore esterno che parla in prima persona e guida le reazioni del lettore, adottando spesso e volentieri l'ironia, l'umorismo, il sarcasmo e anche l'ellissi (nel sottacere o nel censurare al lettore dettagli che potrebbero svelare più del dovuto o che vanno svelati solo al momento giusto), ci prende per mano e ci racconta la storia di un giovane dipendente di un negozio di tessuti e cappelli di Londra che scopre nella bicicletta (un'invenzione recente) non solo un mezzo di trasporto, ma anche (e soprattutto) un modo per godere di un po' di libertà dalla schiavitù legata al lavoro e alla classe sociale d'appartenenza. Hoopdriver (questo è il nome del protagonista) è simpatico e un po' sognatore. Le automobili non si sono ancora imposte come il mezzo di trasporto preferito dalla classe media e dall'aristocrazia. Le bici sono una novità assoluta, soprattutto quando si iniziano a commerciare i primi modelli economici, accessibili anche a chi ricco non è. Immaginiamo lo scalpore che avrebbe potuto fare all'epoca un dipendente di un negozio di tessuti che se ne va in giro da solo a fare una sorta di gran tour nel Sud dell'isola. E immaginiamoci lo scandalo se a fare questo stesso giro fosse una ragazza di 17 anni, non sposata, che cerca di sfuggire alle grinfie di una matrigna che la maltratta e di un aristocratico molto più vecchio di lei che vuole provare ad invaghirla e sposarsela. Ecco: la trama ruota attorno all'incontro inaspettato ed improvviso tra Hoopdriver e Jessie Milton, accompagnata (contro il suo volere) dall'amante, Mr. Bechamel (antipatico e spocchioso quando si accorge che Hoopdriver potrebbe rubarle la ragazza).

Libro d'avventura, scritto benissimo, alterna momenti di indagine psicologica del trio ad altri di descrizione lirica dei paesaggi che i tre attraversano in bicicletta in un'epoca in cui l'unico modo per orientarsi erano le cartine geografiche cartacee. 

Fa impressione vedere quanto contemporaneo sia Wells quando disquisice sui rapporti tra l'uomo e la natura o l'uomo e l'economia del capitale. Fa sorridere (e a volte anche ridere) il modo in cui Hoopdriver prova a presentarsi come un moderno cavaliere errante che va sperso tra i boschi alla ricerca dell'amata perduta contro i giganti e i mostri incarnati da chi detiene il potere economico e, dunque, la possibilità che lo stesso Hoopdriver ha di prendersi le vacanze e spendere i pochi soldi dello stipendio in un viaggio così "anomalo".

È un libro ideale per gli amanti della bici e del cosiddetto "cicloturismo" e un romanzo che fa venire voglia di leggere tutto Wells. Scrittore dotato di un sottilissimo senso dell'umorismo e di una voce narrante davvero convincente ed accattivante (e scusate la rima interna).

P.S.: scopro che esiste anche una versione cinematografica di Harold M. Shaw con titolo omonimo. È un film muto del 1922. Mai visto. Lo cercherò fino a trovarlo, costi quel che costi. Hoopdriver è interpretato da George K. Arthur (che a guardare dalle foto, mi sembra perfetto per questo ruolo) e Jessie Milton da Olwen Rose (anche lei perfetta per la parte, dato lo sguardo sognante di molte sue foto, i ricci sbarazzini e il sorriso luminoso). 





Mr. Bechamel lo interpreta, invece, Gordon Harker. E lui mi sembra semplicemente perfetto...



martes, junio 16, 2026

 Annunci dalla penombra

"Avrei solo voglia di starmene da sola e di piangere. È un brutto periodo. Anche se provo ad andare avanti e a fare le mie cose".

Il messaggio vocale arriva dal Sud del Sud dell'Italia, da una città di provicina circondata dalle montagne. Il tono della voce di C. (cara amica, confidente fidata, collega in pensione da anni, mia interlocutrice necessaria) è lugubre, di una tristezza sincera e perciò senza scampo. Quando uno riceve un messaggio del genere non sa mai cosa dire, come rapportarsi all'altro, che parole di consolazione o di appoggio morale lanciare a distanza di 2 mila chilometri...

C. ha più di 80 anni, ma ancora legge molto e scrive, pubblica recensioni dei romanzi che legge e dei film che va a vedere al cinema da sola. L'ultimo è stato Il prigioniero (ovvero, El cautivo), di Alejandro Amenábar, sul mio adorato Miguel de Cervantes Saavedra. Perché quel tono? Da dove nascono quelle lacrime e quel desiderio di isolamento e solitudine totali? 

C. è rimasta vedova da qualche mese. Penso al marito (che ho avuto la fortuna di conoscere), al suo sorriso sempre presente, alla sua grande generosità e disponibilità, era anche un ottimo cuoco, una volta mi preparò la carbonara, quando si cenava in terrazza e ci si godeva il tramonto da lassù. Poi un tumore l'ha portato via in meno di un anno. Sarà per il ricordo del marito che non c'è più? Sarà per la coscienza dell'approssimarsi della morte anche per lei? Sarà perché solo ora realizza e capisce quanto è sola?

Pochi minuti dopo il messaggio scritto di una collega di Napoli: "È morta la madre di A., so che siete molto legati, volevo solo avvisarti".

Ci resto di sasso. Non ricordo di aver mai conosciuto dal vivo la mamma di A. E sì che siamo molto amici, abbiamo condiviso moltissimo, abbiamo condiviso forse una delle cose più preziose che due esseri umani possono scambiarsi: l'intimità.

Le scrivo col cellulare che mi trema tra le mani. Cosa dirle? Cosa scriverle? Come dare le condoglianze a distanza via cellulare? A. è più giovane di me di 8 anni ed è diventata madre da pochi mesi. So per certo che sua mamma ha potuto godersi almeno un po' la nascita di questa nipotina. Le scrivo la verità: "Sono senza parole. Ti abbraccio forte forte". E poi basta.

Sono tristi e angoscianti gli annunci di morte o del suo implacabile approssimarsi. Annunci dalla penombra...

 Diario di Oporto

Sabato 6 Giugno

Atterriamo alle 15 in Portogallo, quando, in Spagna, sono le 16. Un'ora indietro, come alle Canarie. E che strano è percepire la relatività del tempo nello scendere da un aereo che ha attraversato (letteralmente) il fuso orario tra l'uno e l'altro paese (due paesi vicini e gemelli della Penisola Iberica: due paesi che si rispettano e non so se s'invidiano o temono, dato che il Portogallo ha dovuto combattere per ottenere l'indipendenza dalla Spagna, quando la Spagna comandava perfino sul Nuovo Mondo, con la "scoperta" di Colombo - solo ora scopro che l'Indipendenza i portoghesi l'ottennero nel1668).

Siamo ad Oporto, l'unica città portoghese che né io né la mia compagna di viaggio abbiamo mai visto prima. Ciò che colpisce immediatamente il viaggiatore è la luce del sole: la luminosità abbagliante perfino mentre si viaggia in metro (dall'aeroporto alla fermata di Trinidade ci si impiega una mezz'ora o forse 40 minuti).

Leggo i nomi delle fermate: alcuni suonano surreali, come Senhora da Hora (La Signora dell'Ora? Una metafora per dire "La Morte"?) o Esposade... altri suonano bene, come Casa da Mùsica. Verde e parchi ovunque. Oporto è il porto più grande, forse, o più famoso del Portogallo, ma è anche natura selvaggia e una montagna di gabbiani che sorvolano sulla testa dei turisti ad ogni ora del giorno e della notte.

L'appartamento è in Rua da Picaria, una strada piena zeppa di bar e ristoranti (quello italiano ha un nome che in Italia stonerebbe parecchio o non avrebbe molto successo: Bellano - Cucina Italiana). Siamo vicini anche alla libreria più famosa di tutto il Portogallo e considerata una delle più belle al mondo, la Livraria Lello: a piedi ci vogliono 10 minuti, da lì poi è facile arrivare al centro storico e poi, ancora più giù, verso il mare, al porto di Oporto (che sembra un'alitterazione infantile).

Compriamo latte, caffè e biscotti in un Auchan Express e poi ci organizziamo per la cena, qualcosa di tipico portoghese, come il bacalhau com natas, ovvero, il baccalà con la besciamella (che non mi fa impazzire) o la "francesinha" (che mi lascia a bocca aperto: un toast con dentro wrustel, carne varia, sopra un uovo, il tutto imbevuto da - o sommerso da - una salsa rossa un po' piccante).

Quando riusciamo ad entrare in casa, la cosa più bella da vedere è il balcone, che diventirà la mia vedetta favorita da cui contemplare sia i vicini del palazzo di fronte, sia i frammenti di mare che si vedono perfino da qui. Della mansarda di fronte si vedono le tende della camera da letto del vicino che gironzola mezzo nudo tra un tavolinetto basso e un frigorifero anni 70. E uno si domanda: che ci fa un elettrodomestico del genere in camera da letto? Quanto sarà piccola quella mansarda?

Domenica 7 Giugno

Andiamo fino al porto, lì dove il turismo di massa rovina tutta la bellezza naturale e la magia della città. Gente ovunque, molti francesi, molti inglesi, molti americani, qualche italiano, qualche spagnolo, i ristoranti sono pieni ad ogni ora del giorno e della notte, i camerieri non hanno tempo nemmeno per respirare, un drink costa il triplo che in un qualsiasi altro bar lontano dalla massa, è orribile dover sopportare tutta questa gente sudata, un po' trasandata, zombi che si spostano in grosse comitive o che seguono la guida con in mano l'ombrellino giallo aperto, gente che si diverte a farsi i selfie ogni tre per due, odio questo tipo di turista, questo gregge, questa macchia orribile di piedi e mani che seguono tutti lo stesso percorso. Litighiamo perché propongo di allontanarci dal caos. Le bimbe vogliono vedere il salto mortale di un mulatto giovane e prestante che si getta davvero da una delle transenne del famoso ponte di "Luís I": splash! E tutti ad applaudire, l'acqua del Douro deve essere gelata, anche se fa relativamente caldo qui, 23 gradi, non male per essere Giugno, dove sarà finito il ragazzo? E se non torna a galla? Avrà dato una panciata? Si sarà fatto male? Litighiamo e alla fine riesco a convincere tutta la truppa a tornare al supermercato e comprare un pacchetto di pasta e un barattolo di pelati. Stasera si cena italiano, altro che cazzi! 

Di notte scendo a riempire una bottiglia d'acqua alla fontanella sotto casa, mi accorgo dell'esistenza di una cabina telefonica, una di quelle rosse, come a Londra, con il telefono nero ancora funzionante: chiedo a una delle bimbe di farmi una foto. Faccio finta di chiamare Fernando Pessoa. Lui l'ho rivisto a Lisboa, seduto sotto forma di statua in non ricordo più quale "rua" del centro della capitale, piena di tram gialli degli anni 50 e 60. Prima di dormire, accendo la lucetta dell'abat jour per iniziare a leggere un saggio di una collega ispanista italiana che studia i rapporti tra letteratura spagnola e religione cristiana. Un tema adatto a Oporto. E forse anche a me (ultimamente sono tornato sulla poesia meditativa o filosofica di Luis Cernuda, ah, Cernuda, che grandissimo poeta!).

Lunedì 8 Giugno

Fila immensa e snervante prima di entrare nella famosa Livraria Lello: si paga un biglietto per entrare, 12 euro. Noi l'abbiamo comprato online dalla Spagna per tutta la famiglia. E la libreria li merita, perché è davvero un museo, una specie di resto archeologico di una libreria del Novecento che, però, negli anni, in questi ultimi anni si è trasformata in un bene di lusso, un luna park per (di nuovo) i turisti di massa, quelli che entrano solo per farsi un selfie. Sudore, code infinite, ciarle, gente che grida nei cellulari, la mia misantropia atavica torna all'attacco davanti a tante pecore, mi pento di aver ceduto, se lo avessi saputo, non sarei venuto. Poi la mia compagna di avventure mi spiega che ti rimborsano se compri un libro per almeno 12 euro. Quanti di questi turisti entra per comprarsi un libro o anche solo per sfogliarlo? Quanti, per avere solo il rimborso di quanto già pagato? E poi scopro il trucco: i libri (alcuni in edizioni davvero molto belle ed eleganti) costano tutti come minimo 16 euro. Ecco qua: si mercifica anche il libro, si fanno soldi sulla cultura, non c'è verso di uscire dal tunnel del capitalismo accelerato. Sfoglio 3 capolavori (questi costano anche 25 o 30 euro): Moby Dick, in edizione compattissima, da leggere con la lente d'ingrandimento; Lolita, in edizione facsimile; Tristram Shandy, in edizione rilegata e cartonata. Che ne sa questa gente di questi capolavori? Hanno mai letto Sterne, o Nabokov, o Melville? Poi lo sguardo mi va sulla versione francese dell'Ulisse. Sempre Joyce. Viva sempre James Joyce. Che il cielo ci coadiuvi!

Quando usciamo dalla bolgia infernale, andiamo a prendere una macchina a noleggio per fare un salto a Vigo. Si torna in Spagna, in Galizia: tremo all'idea di dover guidare una macchina con cambio automatico e restiamo entrambi a bocca aperta quando, traversata la frontiera, il confine, la linea divisoria tra Spagna e Portogallo l'ora del cellulare torna avanti: erano le 14, sono diventate le 15. Anche se anche qui, come ad Oporto, farà notte tardissimo. Il tramonto lo godiamo dal balcone dell'altro, nuovo appartamento, alle 22 della notte. In Italia sarà buio da un bel pezzo. La cucina spagnola non delude mai. E rispetto a quella portoghese, beh, trova il plauso unanime di tutti i membri della famiglia...

Martedì 9 Giugno

Dopo aver visitato Vigo e il centro che non c'è (è una città su più livelli e con grosse pendenze tra un quartiere e l'altro, si ha come l'impressione di scalare una montagna che ha molti lati per l'accesso), torniamo indietro verso Oporto, ma prima di prendere l'aereo facciamo una capatina a Braga. È una città piccola, piena di storia: la Cattedrale è una delle più antiche del Portogallo. Ha una facciata annerita e molto scura che fa pensare subito al Medioevo. Una signora ci vende dei foulard e dei canovacci con il gallo, simbolo del paese. In una zona di lavori in corso m'imbatto in un appartamento mezzo diroccato dalla cui finestra a piano terra si vede un bidet: viola o rossastro, pieno di sporcizia e polvere e calcinacci. Il tir ci fa passare; la ruspa fa casino e si sposta sulla destra; un tizio apre il suo negozio di Vespe, tutte rosse, bianche e verdi e così disposte all'ingresso (un omaggio all'Italia?). Facciamo spesa: panini e pizzette, frutta e succhi di frutta, una coca-cola per me perché devo guidare e ho dormito poco e dopo un'oretta siamo a Maia, l'aeroporto di Porto. Sono passati 3 giorni soltanto dall'arrivo ed è già arrivato il momento di ripartire. 

Ripenso a quei gabbiani che ci hanno fatto compagnia lungo tutta la passeggiata verso il Douro; ripenso a quel bidet stile "installazione di Duchamp"; ripenso a quell'uomo mezzo nudo che ha il frigo in camera e alle tende della sua mansarda che danzano spostate dalla brezza del mare. Ripenso ai piccoli dettagli che non sono riuscito (non riuscirò; non riesco) a mettere per iscritto in questa sorta di diario di bordo del viaggio lampo in Portogallo e a quante cose non ho scritto su Vigo e sulla scrittrice che abbiamo conosciuto finalmente di persona, ai libri che ci ha regalato e alle birre che abbiamo bevuto in sua compagnia. Ripenso a tutto questo e penso che finché c'è movimento c'è vita e finché c'è vita c'è davvero speranza... Speriamo. Nonostante tutto.

Alle 21 siamo già atterrati in terra spagnola. Ora bisogna riprendere la macchina e guidare un'altra oretta verso la città del Sud del Sud in cui viviamo e abitiamo. E in cui la prole cresce e si fa grande. Con gli occhi assonnati e una gran voglia di bere una bella tazza di latte coi biscotti "Galletas María".

 Diario di viaggio (da Barcelona all'Abruzzo, passando dai laghi - di Como e di Garda) 2/8/2026 Partiti alle ore 10:00 dalla città del S...