domingo, junio 28, 2026

Diario di Colonia (e Wuppertal e Dusserdolf)

20 giugno 2026

Si riparte: solo zainetti, niente valigie (le compagnie aeree fanno pagare cari i chili in più; d'altronde, fino a quando avremo cherosene per volare? Quando finirà la guerra? Quando le guerre sparse sul Pianeta?). Destinazione: Colonia, poi Wuppertal, poi Dusserdolf. Il congresso verte (tanto per cambiare) sulla guerra, sui traumi della guerra civile spagnola negli esiliati, sulla scrittura femminile autobiografica delle esuli spagnole. 

Si parte da Alicante e subito ho i brividi, nonostante i 30 gradi all'ombra: mi accorgo solo ora di aver dimenticato a casa il caricabatterie scassato del mio scassatissimo cellulare (quasi 6 anni di vita, un record). Provo a comprarne uno nuovo, ma so già che nessun cavetto di nessun caricabatterie originale andrà bene per il catorcio. Sorge subito la questione centrale: quanta parte della nostra vita dipende direttamente dal litio? Quanta porzione della nostra memoria (i contatti telefonici; tutti i numeri della carta di credito; l'indirizzo degli hotel e dei B&B in cui andremo a stare; quello dell'Università, insomma, quanto tutto ciò e la nostra libertà di movimento dipende dal fatto di possedere un cellulare che funzioni e che si ricarichi senza intoppi? Il litio. I microchip. Le terre rare. Le connessioni supersoniche a noi invisibili ad occhio nudo...

La mia compagna di sventure e di viaggi mi guarda storto. Poi ha pietà di me: va bene, mi presterà il suo cellulare per fare le foto e per le chiamate più urgenti (avvisare mamma quando atterriamo a Colonia, almeno quello). In più, viaggiamo con una tablet che sarà fondamentale quando si tratterà di rispondere alle email più urgenti dei colleghi o a quelle più antipatiche degli alunni più petulanti.

Risulta davvero strano ed inverosimile quanto uno possa arrivare a sentirsi orfano o monco se si appresta a viaggiare senza telefonino. E come facevano prima? E come facevano gli antichi? Cristoforo Colombo è arrivato a scoprire il Nuovo Mondo senza GPS e solo con cartine sbagliate e una bussola che indicava il Nord.

Nuovi brividi e sensazione angosciante d'incertezza: il volo non è per nulla tranquillo, l'aeronave inizia a tremare e sobbalzare nel momento in cui si infiliamo dentro una nuvola nera che sembra non finire mai. La prole ride e scherza: è come sulle montagne russe!!! Noi ci si guarda negli occhi con espressione preoccupata. Uno steward passa lungo il corridoio con delle bustine di carta per il vomito.

Solo quando tocchiamo terra, torno a respirare con calma. E ci accorgiamo subito come non sia affatto facile prendere un treno in Germania o fare il biglietto giusto per viaggiarci. Alla fine, stremati dal caldo (anche qui 33 gradi!), optiamo per un taxi. La signora (bionda e simpatica) ci accoglie nella sua Mercedes anni 90 e ci fissa il prezzo a 50 euro. Iniziamo a chiacchierare un po' in inglese: in Germania non sono affatto preparati per questo caldo torrido. La mia compagna di viaggi dice che è terribile anche a Parigi, ha appena parlato con una collega della capitale francese, stesso problema di temperature folli, per fine giugno. L'aria condizionata non ce la fa a creare un minimo di freddo e così la prole ci chiede di poter spalancare tutti i finistreni. Ci impieghiamo scarsi 20 minuti per arrivare in centro, intravediamo l'enorme cattedrale di Colonia, scendiamo con gli zaini in spalla e, dopo diversi tentativi, riusciamo ad azzeccare la combinazione numerica per poter sbloccare la porta ed entrare in un appartamento un po' vintage a due passi dalla cattedrale e con il bagno e la doccia all'esterno, sul pianerottolo, ad uso esclusivo nostro. Per cena ci arrangiamo con dei panini (con speck e formaggi tedeschi), poi passeggiata lungo l'imponente fiume Rin (quello cantato da Wagner), poi sotto e all'interno della cattedrale più alta di tutta la Germania (113 metri, come ci spiegherà il giorno dopo la guida messicana contrattata all'uopo).

La doccia e il wc non hanno un bell'aspetto: chissà quanti turisti son passati da qui. Obbligo la prole ad indossare le mie infradito per farsi la doccia. Si dorme con la finestra aperta: entra il rumore del traffico, ma almeno si respira un po'.


21 giugno 2026

Comprati i biglietti del treno Colonia-Wuppertal, lasciamo i bagagli in stazione. Alle 10:30 inzia il cosiddetto free-tour con la guida messicana che ci racconta fatti importanti e piccole curiosità legate alla città. Nel 1945 Colonia fu rasa al suolo dagli Alleati che risparmiarono solo la cattedrale. Motivi religiosi? Non solo, la cattedrale - così alta- serviva anche come punto di riferimento per i piloti che dovevano sganciare le bombe e ridurre la città in poltiglia. Dopo il disastro e le migliaia di morti (disastro e morti narrati anche da W. G. Sebald nei suoi romanzi), furono le donne a rimettere in piedi Colonia, ripulendo le strade dalle macerie e selezionando le pietre ancora utilizzabili da quelle da buttare nella polvere.

Ci fermiamo in una delle birrerie più famose e antiche di Colonia: qui si beve solo birra Kolch, una bionda leggera servita in bicchierini da 20 cl. La mia compagna di viaggio evita tutto ciò che sia carne o wrustel e chiede una buona insalatona con una salsa strana; io una zuppa di patate, con carote e zucchine, davvero ottima. 


Alle 15:30 comincia il circo o il videogioco: "prendi il treno a volo, se ci riesci". Moltissimi vengono cancellati senza preavviso; altri portano un'ora di ritardo; saliamo su una sorta di Frecciarossa che dovrebbe impiegarci 25 minuti per andare da Colonia a Wuppertal e, invece, il controllore ci dice che dobbiamo scendere tutti,c che il treno si ferma e non riparterà più. Miracolosamente riusciamo a prendere una specie di treno regionale: dopo un'ora e mezza e mille fermate in mezzo al nulla, raggiungiamo Dusserdolf alle 18 e da lì ci gettiamo al volo sul binario dell'altro treno che va a Wuppertal. Alle 19 siamo in hotel, quello che ci ha prenotato la collega tedesca. La prole gioisce perché capisce subito che si tratta di un hotel 5 stelle, niente a che vedere con l'appartamentino di Colonia, sanno che dormireno in un luogo molto più comodo, pulito e bello dell'altro.

Doccia rinfrescante e poi cena con colleghe di Madrid, Barcellona, Valencia e altre tedesche che vengono da altre zone della Germania. Alcune sono ancora a Dusserdolf, in attesa di un treno che parta e che non venga cancellato.

Stanotte si dorme presto. Domani sarà una giornata lunga. I congressi stressano, lo sappiamo bene da anni, ormai...


22 giugno 2026

Il congresso si svolge in modo impeccabile: ogni "esperto" ha davanti a sé una bottiglietta d'acqua congelata, una manciata di mandorle e un po' di uva. Ci sono anche colleghi che parlano in videoconferenza e dottorandi interessati all'evento. Modero una tavola rotonda interessante e piena di stimoli. Faccio la gratissima conoscenza di Lena, una neo-dottorata di Munich che fa un intervento bellissimo sulle intellettuali e scrittrici tedesche che appoggiano e aiutano gli esuli spagnoli e i soldati delle "Brigadas Internacionales". La storia si unisce alla letteratura; la filologia alla ricerca negli archivi non più segreti di Berlino. Le suggerisco di leggere il recentemente scomparso Carlo Ginzburg. Conosce il nome, ma non lo ha mai letto. Finiamo a parlare di microstoria anche a cena, presso un ristorante libanese la cui proprietaria ci alletta con piatti tipici del suo paese che sono uno spettacolo. Sua figlia festeggia il compleanno: ne fa 27 e ci offre pezzi delle 3 o 4 torte che adornano il suo tavolino insieme alle amiche (tutte bellissime). Erano anni che non assaggiavo il libanese: agnello cotto a puntino, yogurt acidulo che non stona, insieme a riso basmati e salse (alcune piccantissime). Beviamo e ridiamo e parliamo di lavoro, non c'è verso di staccare, nemmeno a cena, nemmeno in un posto come questo. 

Esorto Lena a non mollare, a continuare a cercare borse di studio per le sue ricerche. Non ci scambiamo né il telefono né l'email. Mi dice che di Sebald ha letto sia Austerlitz che Gli anelli di Saturno e che le sono piaciuti entrambi. Poi aggiunge: "È strano, Sebald sembra che lo leggessero più all'estero che in Germania". Le dico che anche Javier Marías subì un simile destino. Era molto più letto in Germania, o in Francia, o in Italia, che in Spagna. Le racconto che Sebald e Marías erano pen-friends. Non lo sapeva e sorride. Poi ci si separa per andare a dormire in hotel.


23 giugno 2026

È davvero un'impresa raggiungere Dusserdolf da Wuppertal. Alle 9 (dopo aver fatto una bella colazione a buffet) i treni sono già tutti cancellati. Bisogna prendere un bus sostitutivo. All'ufficio informazioni la gentilezza è un optional. Un italiano mi sente sbraitare e mi si avvicina per aiutarci e orientarci. Dopo un chilometro, siamo alla fermata giusta. Il buso arriva dopo una buona mezz'ora d'attesa e viene preso d'assalto. Soprattutto immigrati: africani, greci, turchi, arabi. Noi bianchi siamo minoranza assoluta. I tedeschi hanno un aspetto un po' preoccupante. Ironia del destino: Hitler sognava la purezza ariana, ma il XXI secolo lo smentisce, prevale (e meno male) il meticciato. Resto in piedi l'ora e mezza che dura il viaggio, mentre la prole giace per terra tra gli zaini ricolmi di libri e vestiti. Il bus fa fermate anche in mezzo al bosco, presso paesini di campagna che sembrano il set ideale per film dell'orrore anni 70 e 80. Tipico paesaggio teutonico fatto di natura selvaggia e nebbia. Arriviamo alla stazione di Dusserdolf e un messaggio in tedesco tradotto anche in inglese avvisa i passanti: idratatevi, bevate molta acqua e state attenti all'ondata di calore. Lungo il vialone che unisce la stazione al centro storico appare una quantità esagerata di ristoranti cinesi e giapponesi. Poi i palazzi delle aziede che muovono l'economia della città (e, forse, dell'intera Germania). Poi i musei e i palazzi antichi del centro storico. Poi bisogna prendere il taxi che ci porta in aeroporto. Il taxista è del Kurdistan e ci racconta che non ama molto questo paese: "I tedeschi sono pazzi. E poi qui è tutto molto caro. Meglio la Polonia". Mi domando perché non sia in Polonia, se la pensa davvero così...

Alle 14 in punto siamo in procinto di salire sull'aereo della EuroWings. Anche questo tremerà e ballerà nell'attraversare un po' di nuvole e nell'atterrare nel Sud del Sud della Spagna. Mal di testa e caldo ancora più afoso. Di Wuppertal ricorderò soprattutto i suoi boschi verdi e immensi e la gentilezza dei colleghi dell'Università omonima. 

 

sábado, junio 20, 2026

 La morte e la piscina

C'è una piscina nel percorso che faccio quasi tutti i giorni da casa all'Università in bici. Una piscina in un paesino in mezzo al nulla e accanto a un vecchio mulino ad acqua che ancora funziona e fa ancora il suo effetto in mezzo alla Natura selvaggia del luogo.

Ogni anno la piscina viene rimessa a nuovo, pulita e predisposta per l'alta stagione, quando - si suppone - i vicini la sfrutteranno per farsi il bagno e cercare di contrastare il caldo afoso di queste latitudini. Anche quest'anno ho visto uomini all'opera, chi intento a ripulirla dai rami secchi e le foglie finite sul fondo, chi intento a ridipingerlo, quel fondo così azzurro e così bianco. L'altra mattina avevo intravisto anche un signore di una certa età, vestito come quasi tutti i pensionati che si dedicano all'agricoltura e all'orticello: camicia bianca, jeans strappati e scarpacce da coltivatore diretto piene di fango. 

Stamattina, passando davanti al solito posto, m'imbatto in una quantità anormale di abitanti della zona, la "Guardia Civil" e due macchine della polizia, con, in più, un'autombulanza parcheggiata all'interno dello spiazzo in cui si trova la piscina. Dalla stessa fuoriesce una scala di metallo molto lunga e da lì s'inerpica uno degli infermieri o dei poliziotti. So che non dovrei continuare a guardare, continuo a pedalare, certo, ma - ahimè - gli occhi mi vanno verso la barella, sotto la barella un corpo, quello dell'anziano intravisto ieri o l'altroieri, il contadino ora cadavere o quello sembra a questa distanza, come corpo morto cade. A terra. Solo. In attesa di essere caricato sulla barella. Un altro infermiere o dottore sta distendendo il lenzuolo bianco per coprirlo. 

È una visione che dura pochi secondi e però mi lascia a bocca aperta e con un senso di nausea e di angoscia che non mi abbandonerà nel corso dell'intera mattinata di lavoro. Appena arrivo, cercherò se c'è già la notizia sul giornale. Appena arrivo, accendo il computer e cerco il morto. Ma perché mai - mi domando subito dopo - dovrebbe fare "notizia" l'infarto di un anziano che lavora a una piscina o mentre sta facendo migliorie a una piscina pubblica? Quanti anziani muoiono in questi giorni affogati a mare o in piscina, quanti per un infarto o un ictus, quanti per l'ondata di calore?

Eppure: l'ho visto, io ho visto quel corpo senza vita, disteso sul bordo della piscina, di quella piscina in cui anche quest'estate andranno a farsi il bagno bambini, giovani e mamme del paese. Molti di loro non sospetterà nemmeno lontanamente che in quella stessa piscina è morto un uomo. Sulla settantina o forse sull'ottantina. Non so come si chiama né forse lo saprò mai (a meno che non venga fuori la notizia sui giornali e spesso i giornalisti omettono il nome della vittima, lasciando solo le iniziali). Quell'uomo è morto, mentre all'Università si continua a lavorare, tutti fanno il loro dovere, la vita va avanti, perfino per quel cavallo che pascola in un recinto accanto alla mia Facoltà e che sono solito salutare dalla bici "Buongiorno, cavallo!" e lui mi guarda, a volte, e chissà che penserà di me, di quest'umano che va a lavoro su due ruote e pedala e pedala e suda sotto il sole cocente.

viernes, junio 19, 2026

 The Wheels of Chance (1896): un H. G. Wells che non ti aspetti


Ecco un romanzo che non ti aspetti. Ricevuto in regalo il giorno del mio onomastico, da parte della mia compagna di viaggi che non sbaglia mai, The Wheels of Chance cattura l'attenzione del lettore sin dalle prime righe. Herbert George Wells, l'autore dei best-seller fantascientifici The War of the Worlds (1887) e The Time Machine (1895), lo pubblica nel 1896, quando ancora non ha raggiunto il successo internazionale che lo trasformerà in un classico della letteratura mondiale. A detta di Wikipedia, è il suo terzo romanzo e fa impressione constatare come l'autore sia in grado di dominare così bene l'arte del raccontare storie. 

Un narratore esterno che parla in prima persona e guida le reazioni del lettore, adottando spesso e volentieri l'ironia, l'umorismo, il sarcasmo e anche l'ellissi (nel sottacere o nel censurare al lettore dettagli che potrebbero svelare più del dovuto o che vanno svelati solo al momento giusto), ci prende per mano e ci racconta la storia di un giovane dipendente di un negozio di tessuti e cappelli di Londra che scopre nella bicicletta (un'invenzione recente) non solo un mezzo di trasporto, ma anche (e soprattutto) un modo per godere di un po' di libertà dalla schiavitù legata al lavoro e alla classe sociale d'appartenenza. Hoopdriver (questo è il nome del protagonista) è simpatico e un po' sognatore. Le automobili non si sono ancora imposte come il mezzo di trasporto preferito dalla classe media e dall'aristocrazia. Le bici sono una novità assoluta, soprattutto quando si iniziano a commerciare i primi modelli economici, accessibili anche a chi ricco non è. Immaginiamo lo scalpore che avrebbe potuto fare all'epoca un dipendente di un negozio di tessuti che se ne va in giro da solo a fare una sorta di gran tour nel Sud dell'isola. E immaginiamoci lo scandalo se a fare questo stesso giro fosse una ragazza di 17 anni, non sposata, che cerca di sfuggire alle grinfie di una matrigna che la maltratta e di un aristocratico molto più vecchio di lei che vuole provare ad invaghirla e sposarsela. Ecco: la trama ruota attorno all'incontro inaspettato ed improvviso tra Hoopdriver e Jessie Milton, accompagnata (contro il suo volere) dall'amante, Mr. Bechamel (antipatico e spocchioso quando si accorge che Hoopdriver potrebbe rubarle la ragazza).

Libro d'avventura, scritto benissimo, alterna momenti di indagine psicologica del trio ad altri di descrizione lirica dei paesaggi che i tre attraversano in bicicletta in un'epoca in cui l'unico modo per orientarsi erano le cartine geografiche cartacee. 

Fa impressione vedere quanto contemporaneo sia Wells quando disquisice sui rapporti tra l'uomo e la natura o l'uomo e l'economia del capitale. Fa sorridere (e a volte anche ridere) il modo in cui Hoopdriver prova a presentarsi come un moderno cavaliere errante che va sperso tra i boschi alla ricerca dell'amata perduta contro i giganti e i mostri incarnati da chi detiene il potere economico e, dunque, la possibilità che lo stesso Hoopdriver ha di prendersi le vacanze e spendere i pochi soldi dello stipendio in un viaggio così "anomalo".

È un libro ideale per gli amanti della bici e del cosiddetto "cicloturismo" e un romanzo che fa venire voglia di leggere tutto Wells. Scrittore dotato di un sottilissimo senso dell'umorismo e di una voce narrante davvero convincente ed accattivante (e scusate la rima interna).

P.S.: scopro che esiste anche una versione cinematografica di Harold M. Shaw con titolo omonimo. È un film muto del 1922. Mai visto. Lo cercherò fino a trovarlo, costi quel che costi. Hoopdriver è interpretato da George K. Arthur (che a guardare dalle foto, mi sembra perfetto per questo ruolo) e Jessie Milton da Olwen Rose (anche lei perfetta per la parte, dato lo sguardo sognante di molte sue foto, i ricci sbarazzini e il sorriso luminoso). 





Mr. Bechamel lo interpreta, invece, Gordon Harker. E lui mi sembra semplicemente perfetto...



martes, junio 16, 2026

 Annunci dalla penombra

"Avrei solo voglia di starmene da sola e di piangere. È un brutto periodo. Anche se provo ad andare avanti e a fare le mie cose".

Il messaggio vocale arriva dal Sud del Sud dell'Italia, da una città di provicina circondata dalle montagne. Il tono della voce di C. (cara amica, confidente fidata, collega in pensione da anni, mia interlocutrice necessaria) è lugubre, di una tristezza sincera e perciò senza scampo. Quando uno riceve un messaggio del genere non sa mai cosa dire, come rapportarsi all'altro, che parole di consolazione o di appoggio morale lanciare a distanza di 2 mila chilometri...

C. ha più di 80 anni, ma ancora legge molto e scrive, pubblica recensioni dei romanzi che legge e dei film che va a vedere al cinema da sola. L'ultimo è stato Il prigioniero (ovvero, El cautivo), di Alejandro Amenábar, sul mio adorato Miguel de Cervantes Saavedra. Perché quel tono? Da dove nascono quelle lacrime e quel desiderio di isolamento e solitudine totali? 

C. è rimasta vedova da qualche mese. Penso al marito (che ho avuto la fortuna di conoscere), al suo sorriso sempre presente, alla sua grande generosità e disponibilità, era anche un ottimo cuoco, una volta mi preparò la carbonara, quando si cenava in terrazza e ci si godeva il tramonto da lassù. Poi un tumore l'ha portato via in meno di un anno. Sarà per il ricordo del marito che non c'è più? Sarà per la coscienza dell'approssimarsi della morte anche per lei? Sarà perché solo ora realizza e capisce quanto è sola?

Pochi minuti dopo il messaggio scritto di una collega di Napoli: "È morta la madre di A., so che siete molto legati, volevo solo avvisarti".

Ci resto di sasso. Non ricordo di aver mai conosciuto dal vivo la mamma di A. E sì che siamo molto amici, abbiamo condiviso moltissimo, abbiamo condiviso forse una delle cose più preziose che due esseri umani possono scambiarsi: l'intimità.

Le scrivo col cellulare che mi trema tra le mani. Cosa dirle? Cosa scriverle? Come dare le condoglianze a distanza via cellulare? A. è più giovane di me di 8 anni ed è diventata madre da pochi mesi. So per certo che sua mamma ha potuto godersi almeno un po' la nascita di questa nipotina. Le scrivo la verità: "Sono senza parole. Ti abbraccio forte forte". E poi basta.

Sono tristi e angoscianti gli annunci di morte o del suo implacabile approssimarsi. Annunci dalla penombra...

 Diario di Oporto

Sabato 6 Giugno

Atterriamo alle 15 in Portogallo, quando, in Spagna, sono le 16. Un'ora indietro, come alle Canarie. E che strano è percepire la relatività del tempo nello scendere da un aereo che ha attraversato (letteralmente) il fuso orario tra l'uno e l'altro paese (due paesi vicini e gemelli della Penisola Iberica: due paesi che si rispettano e non so se s'invidiano o temono, dato che il Portogallo ha dovuto combattere per ottenere l'indipendenza dalla Spagna, quando la Spagna comandava perfino sul Nuovo Mondo, con la "scoperta" di Colombo - solo ora scopro che l'Indipendenza i portoghesi l'ottennero nel1668).

Siamo ad Oporto, l'unica città portoghese che né io né la mia compagna di viaggio abbiamo mai visto prima. Ciò che colpisce immediatamente il viaggiatore è la luce del sole: la luminosità abbagliante perfino mentre si viaggia in metro (dall'aeroporto alla fermata di Trinidade ci si impiega una mezz'ora o forse 40 minuti).

Leggo i nomi delle fermate: alcuni suonano surreali, come Senhora da Hora (La Signora dell'Ora? Una metafora per dire "La Morte"?) o Esposade... altri suonano bene, come Casa da Mùsica. Verde e parchi ovunque. Oporto è il porto più grande, forse, o più famoso del Portogallo, ma è anche natura selvaggia e una montagna di gabbiani che sorvolano sulla testa dei turisti ad ogni ora del giorno e della notte.

L'appartamento è in Rua da Picaria, una strada piena zeppa di bar e ristoranti (quello italiano ha un nome che in Italia stonerebbe parecchio o non avrebbe molto successo: Bellano - Cucina Italiana). Siamo vicini anche alla libreria più famosa di tutto il Portogallo e considerata una delle più belle al mondo, la Livraria Lello: a piedi ci vogliono 10 minuti, da lì poi è facile arrivare al centro storico e poi, ancora più giù, verso il mare, al porto di Oporto (che sembra un'alitterazione infantile).

Compriamo latte, caffè e biscotti in un Auchan Express e poi ci organizziamo per la cena, qualcosa di tipico portoghese, come il bacalhau com natas, ovvero, il baccalà con la besciamella (che non mi fa impazzire) o la "francesinha" (che mi lascia a bocca aperto: un toast con dentro wrustel, carne varia, sopra un uovo, il tutto imbevuto da - o sommerso da - una salsa rossa un po' piccante).

Quando riusciamo ad entrare in casa, la cosa più bella da vedere è il balcone, che diventirà la mia vedetta favorita da cui contemplare sia i vicini del palazzo di fronte, sia i frammenti di mare che si vedono perfino da qui. Della mansarda di fronte si vedono le tende della camera da letto del vicino che gironzola mezzo nudo tra un tavolinetto basso e un frigorifero anni 70. E uno si domanda: che ci fa un elettrodomestico del genere in camera da letto? Quanto sarà piccola quella mansarda?

Domenica 7 Giugno

Andiamo fino al porto, lì dove il turismo di massa rovina tutta la bellezza naturale e la magia della città. Gente ovunque, molti francesi, molti inglesi, molti americani, qualche italiano, qualche spagnolo, i ristoranti sono pieni ad ogni ora del giorno e della notte, i camerieri non hanno tempo nemmeno per respirare, un drink costa il triplo che in un qualsiasi altro bar lontano dalla massa, è orribile dover sopportare tutta questa gente sudata, un po' trasandata, zombi che si spostano in grosse comitive o che seguono la guida con in mano l'ombrellino giallo aperto, gente che si diverte a farsi i selfie ogni tre per due, odio questo tipo di turista, questo gregge, questa macchia orribile di piedi e mani che seguono tutti lo stesso percorso. Litighiamo perché propongo di allontanarci dal caos. Le bimbe vogliono vedere il salto mortale di un mulatto giovane e prestante che si getta davvero da una delle transenne del famoso ponte di "Luís I": splash! E tutti ad applaudire, l'acqua del Douro deve essere gelata, anche se fa relativamente caldo qui, 23 gradi, non male per essere Giugno, dove sarà finito il ragazzo? E se non torna a galla? Avrà dato una panciata? Si sarà fatto male? Litighiamo e alla fine riesco a convincere tutta la truppa a tornare al supermercato e comprare un pacchetto di pasta e un barattolo di pelati. Stasera si cena italiano, altro che cazzi! 

Di notte scendo a riempire una bottiglia d'acqua alla fontanella sotto casa, mi accorgo dell'esistenza di una cabina telefonica, una di quelle rosse, come a Londra, con il telefono nero ancora funzionante: chiedo a una delle bimbe di farmi una foto. Faccio finta di chiamare Fernando Pessoa. Lui l'ho rivisto a Lisboa, seduto sotto forma di statua in non ricordo più quale "rua" del centro della capitale, piena di tram gialli degli anni 50 e 60. Prima di dormire, accendo la lucetta dell'abat jour per iniziare a leggere un saggio di una collega ispanista italiana che studia i rapporti tra letteratura spagnola e religione cristiana. Un tema adatto a Oporto. E forse anche a me (ultimamente sono tornato sulla poesia meditativa o filosofica di Luis Cernuda, ah, Cernuda, che grandissimo poeta!).

Lunedì 8 Giugno

Fila immensa e snervante prima di entrare nella famosa Livraria Lello: si paga un biglietto per entrare, 12 euro. Noi l'abbiamo comprato online dalla Spagna per tutta la famiglia. E la libreria li merita, perché è davvero un museo, una specie di resto archeologico di una libreria del Novecento che, però, negli anni, in questi ultimi anni si è trasformata in un bene di lusso, un luna park per (di nuovo) i turisti di massa, quelli che entrano solo per farsi un selfie. Sudore, code infinite, ciarle, gente che grida nei cellulari, la mia misantropia atavica torna all'attacco davanti a tante pecore, mi pento di aver ceduto, se lo avessi saputo, non sarei venuto. Poi la mia compagna di avventure mi spiega che ti rimborsano se compri un libro per almeno 12 euro. Quanti di questi turisti entra per comprarsi un libro o anche solo per sfogliarlo? Quanti, per avere solo il rimborso di quanto già pagato? E poi scopro il trucco: i libri (alcuni in edizioni davvero molto belle ed eleganti) costano tutti come minimo 16 euro. Ecco qua: si mercifica anche il libro, si fanno soldi sulla cultura, non c'è verso di uscire dal tunnel del capitalismo accelerato. Sfoglio 3 capolavori (questi costano anche 25 o 30 euro): Moby Dick, in edizione compattissima, da leggere con la lente d'ingrandimento; Lolita, in edizione facsimile; Tristram Shandy, in edizione rilegata e cartonata. Che ne sa questa gente di questi capolavori? Hanno mai letto Sterne, o Nabokov, o Melville? Poi lo sguardo mi va sulla versione francese dell'Ulisse. Sempre Joyce. Viva sempre James Joyce. Che il cielo ci coadiuvi!

Quando usciamo dalla bolgia infernale, andiamo a prendere una macchina a noleggio per fare un salto a Vigo. Si torna in Spagna, in Galizia: tremo all'idea di dover guidare una macchina con cambio automatico e restiamo entrambi a bocca aperta quando, traversata la frontiera, il confine, la linea divisoria tra Spagna e Portogallo l'ora del cellulare torna avanti: erano le 14, sono diventate le 15. Anche se anche qui, come ad Oporto, farà notte tardissimo. Il tramonto lo godiamo dal balcone dell'altro, nuovo appartamento, alle 22 della notte. In Italia sarà buio da un bel pezzo. La cucina spagnola non delude mai. E rispetto a quella portoghese, beh, trova il plauso unanime di tutti i membri della famiglia...

Martedì 9 Giugno

Dopo aver visitato Vigo e il centro che non c'è (è una città su più livelli e con grosse pendenze tra un quartiere e l'altro, si ha come l'impressione di scalare una montagna che ha molti lati per l'accesso), torniamo indietro verso Oporto, ma prima di prendere l'aereo facciamo una capatina a Braga. È una città piccola, piena di storia: la Cattedrale è una delle più antiche del Portogallo. Ha una facciata annerita e molto scura che fa pensare subito al Medioevo. Una signora ci vende dei foulard e dei canovacci con il gallo, simbolo del paese. In una zona di lavori in corso m'imbatto in un appartamento mezzo diroccato dalla cui finestra a piano terra si vede un bidet: viola o rossastro, pieno di sporcizia e polvere e calcinacci. Il tir ci fa passare; la ruspa fa casino e si sposta sulla destra; un tizio apre il suo negozio di Vespe, tutte rosse, bianche e verdi e così disposte all'ingresso (un omaggio all'Italia?). Facciamo spesa: panini e pizzette, frutta e succhi di frutta, una coca-cola per me perché devo guidare e ho dormito poco e dopo un'oretta siamo a Maia, l'aeroporto di Porto. Sono passati 3 giorni soltanto dall'arrivo ed è già arrivato il momento di ripartire. 

Ripenso a quei gabbiani che ci hanno fatto compagnia lungo tutta la passeggiata verso il Douro; ripenso a quel bidet stile "installazione di Duchamp"; ripenso a quell'uomo mezzo nudo che ha il frigo in camera e alle tende della sua mansarda che danzano spostate dalla brezza del mare. Ripenso ai piccoli dettagli che non sono riuscito (non riuscirò; non riesco) a mettere per iscritto in questa sorta di diario di bordo del viaggio lampo in Portogallo e a quante cose non ho scritto su Vigo e sulla scrittrice che abbiamo conosciuto finalmente di persona, ai libri che ci ha regalato e alle birre che abbiamo bevuto in sua compagnia. Ripenso a tutto questo e penso che finché c'è movimento c'è vita e finché c'è vita c'è davvero speranza... Speriamo. Nonostante tutto.

Alle 21 siamo già atterrati in terra spagnola. Ora bisogna riprendere la macchina e guidare un'altra oretta verso la città del Sud del Sud in cui viviamo e abitiamo. E in cui la prole cresce e si fa grande. Con gli occhi assonnati e una gran voglia di bere una bella tazza di latte coi biscotti "Galletas María".

lunes, mayo 25, 2026

 Lieto fine?


Dunque, per ora, è andata bene, anzi, benissimo. La visita dal dottore ha dato risultato positivo: c'è il rimedio al (piccolo) danno, verrò contattato telefonicamente, per ora possiamo tornare a respirare tranquilli...

E così, uno si ritrova a parlare di Memorie di Adriano con una dottoressa esperta di cure palliative (per quei malati cronici che sanno che stanno per morire); con un filosofo (che è esperto di stoicismo); con una giornalista femminista che ha fatto le domande giuste, anche se si notava che era alquanto imbarazzata (forse perché nessuno si conosceva? Forse perché non avevamo una scalettta da seguire? forse perché non è poi così abituata a coordinare il discorso di una tavola rotonda?).

Dopo l'evento e i molti applausi ricevuti, il giorno dopo, sono finito a parlare di Marguerite Yourcenar, dell'Impero Romano, di Tivoli e d'Italia in un programma della radio diretto da un gruppetto di quattro prof. ormai in pensione. Età media: 80 anni, ma tutti portati benissimo. La chiacchierata è stata davvero bella, entusiasmante, ricca di spunti. Uno degli intervistatori ci hanno fatto riflettere sull'influsso della letteratura e della cultura greca su Adriano e, quindi, sulla scrittura di Yourcenar; un altro ha citato L'opera al nero (1988), l'unico film tratto da un omonimo romanzo della scrittrice. Anche il film offre lo spunto per parlare d'Italia: Zenone, l'alchimista protagonista, lo interpreta l'immenso Gian Maria Volonté. Qualcuno mi fa i complimenti per la mia pronuncia dello spagnolo; qualcun'altro invidia il fatto che sia bilingue e che abbia davvero due patrie (la Spagna, accanto all'Italia); qualcun'altro manda una canzone che qualche cantautore francese ha dedicato a Yourcenar; la canzone s'intitola "Marguerite" e per un secondo mi sembra d'essere all'interno di un film della Nouvelle Vague.

Quella stessa sera ci ritroviamo tutti al teatro per vedere una nuova riscrittura delle Memorie di Adriano: l'opera è notevole, l'attore, Lluís Homar, eccelso, il pubblico si alza in piedi per applaudire... Tutti concordiamo nel dire che, per un bel po', dovremo disintossicarci, troppa Yourcenar in questi due giorni, con un'intensità di lettura e interpretazione fin troppo alta.

Sabato, ovvero, il giorno dopo, esce sul giornale un mio pezzo sull'ultimo libro di Valeria Luiselli, Principio, metà, fine (Feltrinelli, 2026). Ne parlerò più diffusamente in qualche post all'interno di questo diario di viaggio sgangherato... Nel frattempo, noto che l'articolo (o recensione) è piaciuto molto. Mi scrivono amici e gente conosciuta, ma anche persone mai viste né sentite prima in vita mia. Per ora siamo ancora vivi... Per ora è andata bene... Si va avanti in mezzo al mare dell'incertezza, ma intanto, si va...consci del fatto che il "lieto fine", in realtà, non c'è.

martes, mayo 19, 2026

 Memorie di Adriano e vita vissuta


Domani dovrò andare dal dottore per un'ecografia importante. Da quell'ecografia (l'appuntamento è alle 9:15, orario molto "spagnolo"), dipenderà forse il resto della mia vita. Nel frattempo, nel pomeriggio, sempre domani, 20 maggio del 2026, dovrò collegarmi con un'Università di Città del Messico per approntare una prima revisione di un libro monografico sulle "scritture dell'io" che uscirà entro questo autunno. E subito dopo, alle 18:00, dovrò essere già pronto per una tavola rotonda su Memorie di Adriano (1951), il capolavoro di Marguerite Yourcenar.

Se tutto andrà bene, domani parlerò di "potere", "amore" e "morte" con un filosofo di un'Università amica e una dottoressa esperta di "cure palliative", ovvero, di quel tipo di cure che si applicano a pazienti terminali, persone che hanno una malattia incurabile e irreversibile.

È davvero strano vedere come la letteratura si unisce alla vita, come la vita imita la letteratura, come letteratura e vita vanno a braccetto. Leggo le prime 15 pagine del romanzo della Yourcenar e penso a quante verità descrive in queste prime pagine meravigliose l'Imperatore Adriano, intento a fare un sunto della sua vita per uso e consumo di colui che sarà il suo erede, Marco Aurelio, l'autore delle Meditazioni.

C'è un brano che mi colpisce: Adriano parla del sonno e della sua malattia d'insonnia. Si domanda che strana legge divina faccia in modo che ci risulti impossibile portarci dietro segni, tracce delle cose che sogniamo nel pieno della realtà empirica. E sempre in questo brano Adriano dice che nei sogni ci è concesso di parlare con i morti, con coloro che conoscemmo in vita e che, ora, non ci sono più.

È successo anche a me: ho sognato di ritrovare mio nonno, morto di Alzheimer, e di parlare con due scrittori morti da anni, ormai, Juan Benet e Javier Marías (il primo deceduto il 5 gennaio del 1993 e il secondo l'11 settembre del 2022). E poi ci sono le riflessioni sul tempo, sulla memoria, sull'amore come Eros che ci travolge, sul sesso come massima espressione della nostra natura selvaggia, sul potere come condanna (ma Adriano lo sa bene: per il suo medico curante il suo è un corpo qualunque, un ammasso di tendini, nervi, pelle e organi come quelli di qualsiasi altro essere umano; la corona non fa la differenza, in certi frangenti).

E allora penso a quanto il risultato dell'ecografia influenzerà la mia giornata, a come saprò affrontarla se l'esito è negativo (o a come saprò goderne se l'esito è positivo).

Non ho mai parlato di letteratura con un filosofo e un'esperta in cure palliative; men che meno ho mai parlato prima di letteratura in un teatro (uno dei più belli e famosi della città del Sud del Sud della Spagna in cui vivo). Mi faccio l'inboccaalupo da solo e vado avanti, prendo appunti e provo a distrarmi, conscio - come Adriano - che la vita è davvero effimera e che non c'è modo di evitare il male e che la felicità è davvero un capolavoro che dura poco e che sorge dall'incrocio di fattori davvero aleatori e delicatissimi. Domani è un altro giorno...

lunes, mayo 11, 2026

 Sogni emblematico-letterari



 Dunque, l'altro giorno ho fatto una serie di incubi allucinanti. In uno di essi appariva anche Marta, una cara amica scrittrice. Eravamo a cena, in un ristorante di lusso, sul terrazzo di una torre medievale molto alta, a Roma, o a Firenze, o a Venezia. Tra di noi c'era anche una giornalista, una tipa che non faceva altro che domande su domande e io nel sogno avverto il desiderio di sopprimerla (anche con la violenza). Vorrei stare da solo in pace e a chiacchiera con Marta, ma lei è lì, onnipresente, non se ne va, anche quando si avvicina il cameriere e ci illustra il menù. 

L'ambiente di lusso inizia a muoversi quando una scossa di terremoto inizia a far tremolare la torre. Balla tutto e iniziano a crollare pezzi di intonaco, muro, mattonelle, piatti e bicchieri, calici di vino e persone che non se l'aspettano. Il tremore spinge Marta a gridarmi di scappare, dobbiamo scendere per le scale e trovare un'uscita d'emergenza.

Bene: racconto il sogno alla mia compagna di avventure e mi guarda come a dire: "tu sei tutto matto!". Lo racconto a Marta e scoppia a ridere. Lo racconto a una nostra amica in comune e mi fa notare che se il mio era o pretendeva di essere un incontro galante, orbene, il fatto che la torre crolli è molto significativo, sempre che la torri mantenga un significato fallico (Freud e Lacan a parte). Non ci avevo pensato: forse ero lì per abbordare Marta o con un secondo fine di tipo sessuale. E allora sì che la torre è fallica! Ma poi penso anche a Domani nella battaglia pensa a me, un bellissimo romanzo di Javier Marías che inizia proprio con la scena di un presunto approccio sessuale del narratore alla donna che ha appena conosciuto e che - guarda un po'! - si chiama Marta, la quale non fa in tempo nemmeno a spogliarsi del tutto quando ha un infarto e muore tra le braccia dell'amante che non ha fatto in tempo a consumare. Marta. Morta. Basta cambiare una vocale ed il gioco è fatto. Poi penso anche a Bomarzo: un romanzo di Marta è in parte ambientato nel Bosco Magico (o Stregato) di Bomarzo. Anzi, nel romanzo c'è tutta una scena in cui la protagonista entra all'interno di una casa inclinata, io ci sono stato, è davvero perturbante e inquietante, si ha come la sensazione di cadere, fa venire un po' di vertigini, quando se ne esce, si avverte un senso di spaesamento e angoscia.


E allora comunico subito a Marta queste nuove interpretazioni di stampo letterario. Marta ride e ride, non ce la fa proprio a trattenere le risate e mi dice che forse ho mangiato solo pesante. Intanto, torno con la mente a quella torre medievale del sogno e mi domando ancora: perché medievale? I sogni. Gli incubi. La vita. La letteratura. È tutto mescolato insieme. Bomarzo è anche il titolo di un famoso romanzo di Manuel Mujica Láinez (pubblicato nel 1962). Non l'ho mai letto. Ma credo che sia giunta l'ora di farlo...

sábado, abril 25, 2026

 La percezione del tempo



Traduco un brano da uno dei libri più strani e affascinanti di Luis Goytisolo, Diario de 360º (Barcelona, Seix Barrall, 2000); lo traduco dallo spagnolo all'italiano oggi 25 aprile del 2026, quando sono passati 26 anni dall'apparizione del libro e quando, in Italia, si festeggia il 25 aprile appunto, ovvero, la Liberazione dal Nazifascismo. E traduco perché mi sembra che la riflessione dell'autore (e narratore) del diario sia molto azzeccata:

"Venerdì, 24 dicembre. LA DURATA DEL TEMPO. Il trascorrere del tempo è qualcosa di elastico sia per il creatore che per gli amanti che si abbandonano all'esercizio amoroso; per lo scrittore, il pittore o il musicista, come anche per l'artigiano impegnato nell'esercizio di un lavoro preindustriale, il muratore anteriore all'architetto, ad esempio. Le ore si comprimono fino a trasformarsi in un dilatato istante e, al contempo, come nella favola, si può fare il giro del mondo senza che sia trascorso un secondo, da quando si fa ritorno. E né il passato né il futuro sfuggono a questa malleabilità, dato che, nello stesso modo in cui l'essere umano agisce permanentemente sul futuro, disegnandolo nelle sue linee maestre, limitando finché è possibile la funzione del caso, così occorre agire sul passato, riscattandolo, rettificandone il significato tramite il comportamento presente".

martes, abril 14, 2026

 Napoli dopo Pasqua 

Vedi Napoli e poi...muori. Il detto popolare non sbaglia mai: torno a Napoli dopo 2 anni, per fare una lezione sul Quijote agli studenti del secondo anno. Proprio per questo, la collega mi prega di farla in italiano e il mio cervello ci mette un po' prima di ingranare la marcia e permettermi di spiegare i concetti nella lingua materna. Ormai lo spagnolo mi è penetrato negli strati più profondi della memoria e della coscienza e mi risulta davvero difficile non fare errori, anche madornali ("finalmente" in spagnolo non ha lo stesso significato del "finalmente" italiano; l' "infine", italiano, non coincide affatto - o non sempre - con l' "en fin" spagnolo).

Napoli è calda, caotica e trafficata, dopo Pasqua, ma non si è svuotata, nemmeno dopo Pasquetta. Quantità enormi di mandrie di turisti, file ovunque, da Piazza Garibaldi la fiumana è davvero incredibile e ricorda Roma durante il Giubileo, il Corso Umberto I è stracolmo, così come i bar, le pizzerie, le gelaterie...nel mentre mi auguro che il turismo di massa non sfiguri il volto ancestrale di questa città, non la trasformi in un luna-park, non la obblighi a cambiare la sua essenza...

Prima di andare a pranzo e poi a lezione faccio in tempo a riabbracciare Carla: l'ultima volta, la mia "interlocutrice necessaria" mi è venuta a trovare in Spagna; oggi siamo nella città in cui è nata e da cui si è trasferita sin da subito, il padre medico di un certo successo si sposta in Irpinia quando Carla è ancora una bambina di 3 anni.

Parliamo di noi, della nostra passione per i libri, di come sta cambiando il mondo, delle nostre rispettive insonnie: io a seguire RaiNews24 per verificare che Trump non metta davvero in pratica il suo piano di distruzione totale dell'Iran; Carla a leggere l'epistolario tra Gabriel García Márquez, Mario Vargas Llosa, Julio Cortázar e Carlos Fuentes (titolo: Il boom latinoamericano. Lettere 1955-1975, Mondadori, 2026). Poi proviamo a definire Napoli e la napoletanità: è Sal da Vinci? È De Martino? È Maradona? È tutto questo turismo che segue i social e si accorge dei Quartieri Spagnoli grazie a instagram?

E Anna Maria Ortese? E Pino Daniele? E Massimo Troisi? E Eduardo De Filippo? Non sono piuttosto loro i veri simboli della "napoletanità"?

Prima di pranzo, Carla decide di tornare a casa (ha 80 anni e cammina ancora con una certa velocità, ma preferisce mangiare a casa sua). Ritrovo Giusy, che mi fa da Virgilio nell'esplorare il centro storico, nei vicoli in cui è nata e cresciuta (qui al Cinema Astra ci venivo da ragazzina; lì, in quel palazzone, c'era la mia scuola media; lì il liceo); Alessandra e Francesca mi indirizzano verso uno dei migliori ristoranti di pesce a prezzo onesto; Germana mi spiega come sono i suoi alunni; Flavia mi fa entrare nel suo ufficio e mi permette di riabbracciare e rivedere anche Assunta, diventata madre da poco, con una bimba in braccio che ha le guancie enormi, le occupano tutto lo spazio della faccia; e poi Ida, che viene dalla Calabria, e Salvatore, e uno ha la sensazione di essere tra amici, in mezzo a vecchie conoscenze, come se il tempo non fosse mai passato (e invece il tempo passa, Flavia mi racconta del suo malessere, della voglia di lottare, mi fa emozionare fin quasi alle lacrime; bisogna sempre andare avanti...è vero...).

Il giorno dopo Giusy m'invita a cena: Davide è un cuoco provetto; mangiamo benissimo, la mozzarella di bufala è strepitosa, così come i carciofi, la pasta e fagioli, il vino Aglianico...e la Falanghina fresca. Il giorno dopo ancora è Laura a farmi scoprire le prelibatezze di Mimì alla ferrovia: anche tra di noi l'intesa è sempre la stessa, sembra che non ci vediamo da ieri e sono passati mesi, anche troppi! Mi aggiorna sulla sua crisi con l'ex, il tentativo di riprovarci con un nuovo fidanzato (ma non hanno ancora fatto il passo, non se la sentono ancora di andare a convivere, di stare nella stessa casa, di occupare lo stesso spazio), le confido anch'io alcune delle mie crisi, d'ispirazione, sentimentali, sul lavoro...

Il bus che mi riporta in Abruzzo è stracolmo: gli italiani sono silenziosi sui bus; ognuno pensa ai fatti suoi, pochi si mettono a guardare dal finestrino la bellezza decadente di Napoli. I suoi colori. Il Vesuvio. Il suo cielo che ha un colore speciale, le sue stradine piene di buche, i panni appesi, le signore con le buste della spesa, le statue e statuette di Maradona ad ogni angolo, i Padre Pio e i presepi in anticipo sul Natale, la Napoli sotterranea che visitai in un'altra vita, quando vivevo a Firenze con Alyssa. Chissà quando torneremo a Napulè...

martes, marzo 31, 2026

 Parigi (dopo 13 anni)



E come si fa a parlare di Parigi quando uno manca dalla capitale di Francia da 13 anni? Come sintetizzare 72 ore di permanenza nella città in cui è stato inventato il cinema? Come trasformare in parole le sensazioni che trasmette?

Non ci si riesce. O ci potrebbe riuscire solo Marcel Proust, il cui ritratto ad opera di Jacques-Emile Blanche è possibile contemplare nel bellissimo Museo d'Orsay (antica stazione dei treni riconvertita a pinacoteca solo nel 1980), uno dei miei preferiti, anche più del mitico Louvre.

Ciò che più colpisce il viaggiatore assente da più d'un decennio è la luce del cielo sopra Parigi. È una luce diversa da quella che si contempla a Madrid o a Roma. Qui non c'è angolo di città che non sia accompagnato da qualche albero, quercia, cespuglio, squarcio di verde perfino nelle zone più trafficate. Lungo l'Arco di Trionfo gli alberi segnalano il viale che porta all'imponente monumento in cui si commemora il 14 luglio (la presa della Bastiglia). Tra palazzi dell'alta moda (in primis, Louis Vuitton) e uffici di aziende multimilionarie, la natura continua a farla da padrona, non è stata espulsa o imprigionata, ma serve ad accompagnare anche gli esperimenti architettonici più spregiudicati (e penso anche alla Fondazione Louis Vuitton, progettata dall'arcifamoso architetto canadese Frank Gehry all'interno dell'enorme selva del Bois de Boulogne).

Un ombrello rotto viene schivato dal bus turistico che ci porta in giro negli "arrondissements" del centro: il Quartiere Latino, con le sue mille librerie (fa tenerezza vedere che a Parigi le librerie sono ancora luoghi di culto frequentati da persone appassionate, la "Shakespeare & Co.", la "Gibert Joseph", quelle dedicate ai manga, perché in Francia il fumetto è un'arte da venerare), Notre-Dame, ancora in riparazione dopo l'incendio, il Lungosenna spettacolare, gli occhi non sanno dove guardare per quanta bellezza sprizza da ogni angolo, l'Ópera, Montmartre, la Conciergerie, etc. etc.

Fa freddo, quasi 6 gradi, mentre il cielo diventa nuvoloso e minaccia pioggia e si avverte l'odore della città, quell'odore che Gennaro Serio mi dice che sta sparendo, perché con l'introduzione dei nuovi condotti dell'aria condizionata della metro, perfino quei profumi tipici di Parigi stanno cambiando la colonna sonora e olfattiva degli anni passati. Penso alla metro di Madrid: alla puzza tipica del cibo fritto, delle vampate dei vapori dal sottosuolo, dei giornali appena usciti in edicola, ed è vero, caspita, con le modifiche che apporta la tecnologia e i cambiamenti spaziali paralleli nemmeno gli odori o i suoni delle città sono più gli stessi.

Ripenso all'eleganza con cui l'autista del bus devia l'ombrello nero e rotto, dimenticato da chissà chi nel bel mezzo della corsia del Viale enorme dell'Arco del Trionfo. Poi ci fermiamo sotto la Tour Eiffel: altra riflessione a margine: a Parigi predomina il metallo, insieme al marmo e al vetro. La città delle luci è fatta di tantissime fonti luminose, di tantissimi specchi che le riflettono di notte, ma anche de molte tonnellate di metallo e ferro, come il simbolo della stessa città.

La mia compagna di viaggi decide di prendere l'ascensore per vedere Parigi dall'altro. Con questo vento e freddo polari ci rinuncio, preferisco camminare nel quartiere e scoprire le strade più piccole e strette, quelle meno frequentate dai turisti. Più passano gli anni e più evito le masse. Odio il turismo di massa. Per questo preferisco forse la bicicletta, che mi permette di perdermi, di non seguire la corrente, di avere un contatto più diretto con la natura o con i paesi che posso avere il lusso d'attraversare in bici.

Poi la Sorbonne, la statua di Montaigne, l'inventore del genere del "saggio", il caffè decente al Bar Ouacq, vicino alla Villlete, con Gennaro Serio, per parlare di letteratura, di Antonio Lobo Antunes morto da poco, del declino dell'Italia e della fuga di molti italiani dall'Italia, del suo ultimo romanzo, appena uscito, Il viaggiatore breve, pubblicato da L'Orma Editore e che, come gli prometto, leggerò non appena tornerò a Roma. 

"L'Italia non è un paese per giovani, ma, a quanto pare, nemmeno per adulti e per vecchi. Conosco professori di ruolo con figli a carico che vorrebbero trasferirsi qui".
"E io ho due dottorande che sono di ruolo e che mi hanno parlato della loro voglia di mollare tutto e ricominciare da capo a Madrid o a Barcellona".
"Ma perché? Potremmo essere una potenza mondiale, i primi in tutto, abbiamo arte e cultura da vendere".
"Non lo so perché, ma i fatti sono incontestabili: ho un fratello avvocato di successo che vive a Roma e che non ne può più dello stress quotidiano della capitale".
"Se non riesco più a permettermi l'affitto qui a Parigi ti vengo a trovare in Spagna, mi trasferisco anch'io".

Quando usciamo, ci facciamo una foto per immortalare il momento. Le fermate della metro per Paris-Orly sono una quindicina. Ma con 16 euro sei all'aeroporto, meglio che prendere il taxi, 45 euro fisse. Dammi retta, prendi la metro.

Ieri siamo stati invitati a cena da Aurèlie, una collega ispanista che lavora qui: abbiamo cenato a base di "fromages": di ogni sapore e colore, con accompagnamento d'obbligo di champagne. Aprendo un romanzo a caso (Aurèlie è una lettrice onnivora) m'imbatto in una citazione dalla Recherche (ovvio, Proust onnipresente): " 'Tranquillisez-vous, on se retrouve toujours', répondit Albertine". E non so se interpretare la frase del personaggio che ossessionerà tanto Marcel in un augurio o una maledizione, un desiderio o una condanna.

 Oggi si torna a Fiumicino, le papille gustative lo sanno, presagiscono il buon sapere della pizza e della pasta nostrana. Mi domando ancora se quell'ombrello malconcio verrà distrutto per sempre da qualche bus di linea o risparmiato e messo in un angolo dell'enorme vialone dell'Arco del Trionfo...

viernes, marzo 20, 2026

 Patria (2016) di Fernando Aramburu: il terrorismo basco visto dall'interno di due famiglie




Non avevo mai letto Patria, un best-seller di Fernando Aramburu pubblicato 10 anni fa e tradotto in diverse lingue in tutto il mondo. Ammetto di aver nutrito dei dubbi e dei pregiudizi sul romanzo: l'ennesima storia su ETA e i terroristi baschi; sarà strappalacrime; un romanzone per tornare sulle ferite di uno dei capitoli più bui della Storia recente della Spagna e, invece, mi sono dovuto ricredere, sin dalla prima pagina.

Sin dalla prima pagina,  il romanzo prende e attira l'attenzione su di sè per la struttura, il tono e lo stile: un narratore onnisciente entra ed esce dalle vita intima dei molti personaggi che costituiscono il centro della narrazione, essendo due le famiglie messe sotto la lente della curiosità di chi racconta la storia. Il narratore parla dei fatti privati, intimi, anche di quelli più scabrosi di Nerea e di Quique, di Joxe Mari e di Gorka, di Miren e suo marito Joxian, di Bittori e suo marito "il Txato", vittima di un attentato in un paesino in cui tutti si conoscono, per ascoltarli, spiarli, metterli a nudo con un tono a tratti ironico che spiazza, proprio perché uno non se l'aspetta. Le frasi sono spesso corte e il narratore sembra spesso incerto nella scelta degli aggettivi, tanto che ne lascia due insieme separati solo da un trattino /, come a voler condividere con il lettore, oltre che coi personaggi, quest'incertezza costante che si sviluppa a suon di sinomini e/o antonimi.

Sono molte le pagine che restano impresse nella mente, una volta che si arriva all'ultima pagina. Bittori che parla col marito morto, sedendosi sulla tomba come se fosse distesa sul divano di uno psicologo; Nerea che viaggia in Germania per inseguire l'amore della sua vita, uno studente Erasmus conosciuto a Saragozza e che poi si scopre che ha già un'altra; Arantxa, l'altra figlia di Josema, padre di Joxe Mari e Gorka, vittima di un ictus che la costringe sulla sedia a rotelle e le impedisce la fonazione (tanto che è costretta a comunicare tramite tablet). È lei forse il personaggio più potente, insieme a Bittori, la vedova vittima dell'ennesimo gesto di barbarie di ETA. Non è un caso se, nel corso della lunga, frammentata trama, le due donne diventino amiche e Arantxa diventi il mezzo tramite cui Bittori potrà arrivare alla verità e, dunque, alla pace spirituale, alla tranquillità di chi sa chi è che ha ucciso suo marito in nome di ideali perversi e che storpiano il concetto di politica. Arantxa che non può camminare né parlare; Bittori che parla con una logorrea tremenda al marito morto, convinta che "el Txato" possa ascoltarla. Come se quel colpo di pistola non fosse mai stato esploso;  come se le minacce e le scritte minatorie sui muri del paese non fossero mai state lanciate dai terroristi contri chi, imprenditore in erba, viene visto come traditore della causa basca.

È soprattutto negli anni 80 e 90 che ETA ammazza una quantità enorme di poliziotti e gente qualunque. Fino al rapimento di Miguel Ángel Blanco, un giovane deputato del Partido Popular, tenuto in ostaggio 48 ore in un tira e molla con lo Stato che è finito con l'ennesima esecuazione sommaria. Dopo quell'attentato, nel 1997, la Spagna è scesa in piazza, con le mani bianche levate in alto, per dire "basta". E nel 2011 è successo: ETA si è sciolta, mai più armi, mai più armi, mai più vittime innocenti in nome di una libertà del popolo mal interpretata.

Chi è italiano e leggerà Patria non potrà non evocare le Brigate Rosse, il rapimento e l'esecuzione di Aldo Moro, gli anni di piombo nostrani. E non potrà non riflettere su quanto sangue sia stato sparso (e continui ad esserlo) inutilmente.


lunes, marzo 02, 2026

 La scuola

Mattinata intensa a scuola: dopo anni, forse decenni, torno in un'aula di scuola, alle superiori, come si diceva ai miei tempi. L'impegno della Preside che mi ha invitato a parlare nella "Settimana culturale" del suo istituto è encomiabile. Si parla di scienza, tecnologia, letteratura, AI e fantascienza. Isaac Asimov è uno degli autori studiati nel corso degli ultimi mesi. Insieme ad Asimov, Alan Turing, Philip Dick, ogni parete di ogni piano della scuola è tappezzato da giochi, laboratori, poster sullo stesso argomento. 
I docenti che incontro hanno tutti il sorriso sulle labbra; gli alunni, tra i 13 e 16 anni, sembrano tutti contenti di partecipare in un progetto in cui sono state coinvolte anche le famiglie. Sembra di entrare in un mondo parallelo: come mi fa notare anche Manuel M. (il giornalista invitato in questa prima giornata di lavori), la scuola è una città a sé, con le sue regole e i suoi codici, non è permesso l'ingresso ai non addetti ai lavori, agli estranei. I corridoi sono pieni di voci e rumori, di giovani che chiacchierano del loro racconto o romanzo favorito: l'uso dell'AI è consentito solo in determinati casi; sfoglio un racconto scritto a mano con una penna blu e su un pezzo di carta vero, come si faceva ai miei tempi. Da qui possono nascere futuri scrittori o registi o comunque amanti della cultura e della scienza.
Prima di me parlano un chimico e una fisica: lui viene dalla città del Sud del Sud della Spagna in cui vivo; lei viene da Madrid. Entrambi uniti dalla stessa passione.
Quando tocca a me, mi schiarisco la voce e comincio a parlare dell'attualità del "Chisciotte", di come questo personaggio (insieme a Sancio Panza) travalichi i tempi e i luoghi: parliamo della pastora Marcela e del morisco Ricote. Una proto-femminista che mi consente di affrontare il tema dell'uguaglianza e della parità tra uomini e donne e un migrante musulmano che mi permette di parlare di patria, di che cos'è la patria per noi, in un mondo sempre più globalizzato e interconnesso, di che significa nascere in un posto piuttosto che un altro, della lingua come elemento identitario.
Quando finsice l'evento, andiamo a mangiare insieme: io, la Preside e il giornalista. Manuel M. mi guarda commosso e mi fa: "Scriverò un articolo sul tuo intervento e lo intitolerò: 'Don Chisciotte: il romanzo che Trump non leggerà mai'". Ridiamo, scherziamo, riflettiamo sull'importanza di promuvere eventi culturali come questo, in un contesto come il nostro, dove ciò che predomina è la velocità, la rabbia, la guerra, l'odio.
Mattinate di lavoro come queste danno senso a tutte le ore di lettura, sforzo, studio. Tra questi ragazzi, ci sarà forse anche un futuro Premio Nobel, un nuovo Asimov, chissà, forse, addirittura, un nuovo Cervantes...

sábado, febrero 28, 2026

 Le stroncature

Leggo al volo su Facebook che in Italia c'è un critico che si dedica a stroncare i libri che legge ("Stroncature", credo che sia il titolo della sua colonna su qualche giornale o rivista di cui ora non ricordo il nome né m'interessa).
Una delle sue ultime stroncature riguarda uno degli ultimi libri di Antonio Moresco, Lettera d'amore a Giacomo Leopardi (Milano, Solferino, 2025).
Ebbene, in uno dei commenti, un lettore gli fa notare che sembra che abbia letto il libro solo fino a p. 34. E lo "stroncatore" risponde, allegramente, con ironia, forse anche con supponenza: "È ovvio! Bisogna leggere solo fino a p. 34 per capire com'è fatto un libro!".
Ecco: di fronte a tali frasi uno pensa: ma perché? E soprattutto: ma a che serve una recensione negativa o negativa per sistema? E soprattutto: ma lo stroncatore lo sa chi è Antonio Moresco e cos'ha fatto, nel corso degli ultimi 30 anni, Antonio Moresco per la letteratura non solo italiana ma mondiale? Lo sa chi è? Ha una minima idea di che cosa può fare Moresco con la sua scrittura?


domingo, febrero 22, 2026

 Napoli nel 2020

Mio fratello manda la foto al gruppo dei cugini: il 22 febbraio (oggi), ma di 6 anni fa (2020) eravamo tutti insieme a Piazza del Plebiscito a Napoli per una bella rimpatriata mentre io partecipavo a un congresso sul "silenzio". Faceva freschetto, quella sera, ed eravamo felici, contenti, sorridenti, dopo aver cenato in qualche pizzeria dei dintorni e prima di andare a fare bisboccia in qualche pub o bar della "movida" napoletana.

Nel frattempo, mezza Italia seguiva le notizie provenienti dalla Cina e dai primissimi casi di contagi da Coronavirus (o Covid-19). Molti erano ancora gli scettici o chi pensava che il virus non fosse così grave. Al congresso nessuno si sognava di rispettare la distanza di sicurezza: io, mio fratello e le nostre cugine si beveva e si brindava ignari dell'imminenza del disastro: zona rossa, prima nel Nord, poi l'Italia intera. Il 23 febbraio sarei ripartito da Capo di Chino e mi sorprevo nel vedere passeggeri che indossavano la maschera FP3. Pochissime ore dopo, il caos. Prima a rallentatore, poi con scene assurde, come quelle in diretta dalla stazione di Milano (migliaia di persone che cercavano di andare a Sud, come se così facendo potessero evitare il virus).

In Spagna, quando mostravo le notizie dei morti ai colleghi, pochi erano quelli che mi ascoltavano con attenzione: i più sdrammatizzavano, dai che passa, è un'influenza un po' più forte, fa morire solo gli anziani e i malati terminali, vedrai che qua non arriva.

L'8 marzo ci fu una megariunione in onore della festa delle donne sia a Madrid che a Barcellona. Il 15 marzo Pedro Sánchez optò per il lockdown sul modello di quello nostrano. Tutti rintanati in casa, tutti a lavoro sul pc (smart-working, lo chiamavamo in Italia); tutti ignari della gravità della pandemia; tutti in fila ai supermercati per comprare cibo e carta igienica.

Sembra che sia passato un secolo: sono passati solo 6 anni. E sembra quasi che abbiamo dimenticato tutto della pandemia, compresi i sogni di alcuni verso un mondo migliore, meno inquinato, più giusto, meno accelerato, più pacifico o pacifista (gli applausi agli infermieri e ai dottori che provavano a salvare vite su turni sfiancanti, quegli applausi dal balcone: ma che scena incredibile era?!).

E invece... Non abbiamo modificato di molto i ritmi, il concetto di società, l'idea di bisogni e sogni condivisi, anzi: sono arrivate le guerre. E le storture violente che sono sotto gli occhi di tutti. Anche se a volte (spesso) non le vogliamo vedere. Perché le guerre sono ancora lontane (anche se l'Ucraina è vicinissima, in realtà, e la Groenlandia attaccata a un paese democratico come la Danimarca). Per non parlare della Striscia di Gaza. E di tutti quei morti bambini.

miércoles, febrero 18, 2026

 Istantanee (o della relatività del sentimento amoroso)

Immaginiamo questo scenario: sul proscenio, in prima fila, c'è una coppia di ballerini di swing. Hanno una cassa portatile per ascoltare la musica e andare al ritmo giusto: danzano che è un piacere guardarli. Uno starebbe le ore a godersi lo spettacolo: si vede che sono amanti, o innamorati, si nota subito per come si guardano, come scherzano, come ridono tra di loro quando uno dei due mette il piede in fallo o non rispetta la coreografia che hanno pattuito all'inizio.

Poco più in fondo, sul marciapiede della strada di fronte, invece, c'è un altro scenario, completamente differente al primo: una coppia che discute in modo furibondo. Lei gli prende il cellulare; lui prova a sottrarglielo; si spingono, sembra che stiano per darsele di santa ragione, sembra che stia per scoppiare la rissa, lei gli urla che è un maiale, un porco, uno stronzo, lui le risponde per le rime, alza la voce, forse bestemmia, dei vicini si affacciano alla finestra, un padre con un bambino nel passeggino si ferma impietrito e non sa ancora se intervenire o se chiamare la polizia, anche perché lei è magrolina, lui un santantonio di 2 metri e muscoloso, pieno di tatuaggi, lei strilla, grida, lo prende a pugni sulle braccia e sul petto, lui schiva i colpi, si trattiene, ma ha la faccia paonazza, forse per la rabbia o per la vergogna (che messaggi, che foto avrà scoperto la fidanzata per scoppiare in questo modo?), poi si separano, nel senso che lei va verso sinistra e lui verso destra, e, nel mentre, la coppia dei ballerini di swing continua ad allenarsi, ad esercitarsi, a divertirsi, ignari delle grida, concentrati solo sul ritmo, sulla musica, sulla danza, ignari della coppia che si è appena sciolta, rotta in modo plateale, mentre tutto sembra tornare alla normalità, il papà col figlioletto continua a camminare, lo spettatore affascinato dalla coppia di ballerini riprende il suo percorso verso il supermercatro, la coppia scoppiata chissà se tornerà più a rivolgersi la parola, il cellulare miracolsamente ancora integro, nonostante i colpi di lei, gli strattoni di lui...

E a uno viene da pensare: "quant'è relativo il sentimento amoroso! E com'è precario l'equilibrio di chi si lascia guidare da Amore e Eros...".

sábado, febrero 14, 2026

 El día del lobo di Antonio Soler: o come ricordare il passato traumatico


In un mondo che rende culto alla velocità, alla rapidità, all'istantaneità, in una società che ha la memoria corta o che non ha proprio memoria, solleva l'imbattersi (ogni tanto) in libri (romanzi) che lasciano il segno perché recuperano il passato, tornano sulle ferite della Storia recente e ci fanno capire che - in realtà - non siamo cambiati, non è cambiato il mondo e la Storia forse non sarà mai ciò che propugnava Cicerone, ossia, Magistra Vitae...

Leggere El día del lobo (Barcelona, Espasa, 2024) di Antonio Soler è fare un viaggio al passato, per l'esattezza, al 7 febbraio del 1937, quando le navi di Franco occupano il porto di Malaga e cominciano a bombardare la città, mentre dal cielo l'aviazione fascista di Mussolini e quella nazista di Hitler lanciano bombe sulla popolazione civile, senza scrupoli, con l'intenzione di seminare il panico e la distruzione.

Sono passati 89 anni da quel giorno e da quella strage di civile (moltissimi si sono messi in cammino per trovare riparo ad Almería: tra Málaga e Almería ci sono 200 chilometri di distanza; immaginiamoci come si spostava questa gente, tra corpi sventrati, bambini urlanti, anziani senza forza o appoggiati al bastone). Eppure, Antonio Soler è in grado di farci rivivere quei giorni apocalittici trasmettendoci la Storia attraverso due canali fondamentali: il racconto (orale) di sua nonna, intimidita dal nipote o forse ancora in imbarazzo nel dover riscattare certe scene tragiche dopo tanti anni trascorsi dall'evento e i documenti storici, i saggi e gli studi che parlano di questo esodo di massa di popolazione inerme sotto le bombe naziste, fasciste e franchiste.

Il libro si presenta, dunque, come memoir familiare, certo, ma anche come romanzo, perché il narratore che parla in prima persona e che questa volta coincide con l'autore in carne ed ossa sente l'urgenza di utilizzare l'immaginazione quando né la nonna né i libri di storia sui fatti raccontati riescono a dargli un quadro completo della situazione.

L'immaginazione lavora affianco, in collaborazione con la memoria, per ricreare certe scene che Soler non avrebbe mai potuto presenziare (sua madre, Libertad, aveva 18 anni ed era incinta quando iniziarono i primi traslochi sotto le bombe e le prime marce verso Almería).

Tra i tanti libri citati, ce n'è uno che mi ha lasciato un'impressione molto forte e che forse non dimenticherò mai: La desbandá. El crimen de la carretera de Málaga a Almería (1937) di Norman Bethune, con le fotografie di Hazen Sise. Chi è Bethune? Chi è Sise? Si tratta di un medico e di un architetto e fotografo canadesi che, dopo aver assistito ai primi eventi tragici della guerra civile spagnola (scoppiata il 18 luglio del 1936) non hanno dubbi: si schierano dalla parte dei più deboli e dell'esercito del Frente Popular, per opporsi al fascismo e all'esercito dei nazionalisti guidati da Franco.

Sise fotografa ciò che vede in compagnia di Bethune nel momento in cui entrambi decidono di convertire il furgone per le trasfusioni di sangue in ambulanza per tutti i bambini e le madri che gridano aiuto. I due fanno un'infinità di viaggi, tra Málaga e Almería, per cercare di aiutare la popolazione civile. Bethune lo scrive nel suo libro-testimonianza: è come svuotare il mare con un imbuto; ma sente che è suo dovere restare lì, nel mezzo della battaglia, dell'Apocalisse, dei disastri della guerra.

Tra le tante foto di Sise ce n'è una che colpisce il lettore del XXI secolo: è quella di una bambina con il vestito fiorito; mangia canna da zucchero, unica fonte d'alimentazione che trova lungo il cammino, e ai suoi piedi giace una bambola nuda, priva di un braccio. La didascalia è melodrammatica, il libro di Bethune deve scuotere le coscienze degli altri europei e cittadini civilizzati di fronte agli orrori della guerra civile: "Non importa più nulla ormai. Nemmeno la bambola".

Chi ha scritto il libro; chi ha scattato le foto; chi lo ha pubblicato sapevano bene qual era il loro obiettivo. Smuovere le coscienze. Cercare d'illuminare i testimoni non oculari dei bombardamenti sui civili inermi. Chi guarda la foto oggi patisce una specie di deja-vu: quella bambina è la stessa che abbiamo visto nei telegiornali che mandavano immagini in diretta dalla Striscia di Gaza o dal fronte Ucrania-Russia. E sorge spontanea la domanda: chissà se sarà riuscita a salvarsi; chissà dov'erano i suoi; chissà che fine ha fatto. Ma si sa: la storia non è più (forse non lo è mai stata) "maestra di vita".

jueves, febrero 05, 2026

 Gli eventi (al 5 di febbraio del 2026)


Ieri ho mandato un messaggio a C., che ha da poco perso il marito: mi parlava di tutt'altro, mi raccontava di una sua visita (dolorsa) dal dentista (che conosce da cento anni e che ancora non si capacita che la sua amica abbia il terrore del trapano). E sempre ieri (ma di notte), ho sognato Alyssa: era una bambolina di ceramica o di altro materiale delicato e io la schiacciavo o la stringevo talmente forte a me che la rompevo in mille pezzi (le ho mandato un vocale e senza essere Freud mi risponde: "Che razza d'incubo! Ma tu mi vuoi male!").

Stamane, invece, ho iniziato a correggere la tesi di dottorato di una mia dottoranda che è appassionata del Quijote e delle mille trasposizioni cinematografiche del capolavoro di Cervantes. Non è male, non è banale il discorso critico che riesce a sviluppare a partire dalla versione in bianco e nero e del 1933 di G. W. Pabst. La dottoranda dimostra acume e finezza d'analisi, anche molta capacità di sintesi (la prima versione della tesi non arriva a 100 pagine: come fare a dirle che deve ampliare, senza risultare offensivi, senza suonare troppo "paternali"?). E poi l'incontro ravvicinato con un'ex alunna, una delle più brillanti che abbia mai avuto, che continua a chiedermi consigli di lettura, che disegna come una vera artista, che fa domande di letteratura e guarda l'orizzonte con occhi a volte smarriti a volte dolcissimi...

Gli eventi. Semplicemente loro. Ciò che accade. Ciò che ci accade. Al 5 di febbraio di questo 2026 che sembra il prologo allo scoppio di una guerra civile negli USA o della Terza Guerra Mondiale nel resto del pianeta.

sábado, enero 31, 2026

L'intensità (di certi sguardi) 

L'intensità di certi sguardi. Che nessuno dei due può evitare di lanciare l'uno all'altro, sapendo chi è l'altro, perché lo si è spogliato con gli occhi, con la mente e con le mani più di una volta, col fiato sospeso, con l'ansia di chi sa che c'è il piacere ad attenderlo.

L'intensità di certe intese, di frasi che l'uno può anticipare o concludere per l'altro (in vece sua) perché già ne conosce il ritmo e il vocabolario, sa già che termini adotterà in quel contesto, che metafore, che similitudini, che maniera di piegare la prosa del mondo all'altezza musicale dei versi (le impronte e i fantasmi che accompagnano la nostra vita diurna, civile, legale, accanto a quella notturna, primitiva e illegale, quella in cui si diventa entrambi animali).

L'intensità di certi dialoghi, fuori dal bar, mentre i turisti camminano verso la spiaggia, non li ferma nemmeno il vento forte di quest'ultima giornata del mese di gennaio (che sembrava non finire mai, come se da Capodanno fossero trascorsi anni e non giorni). Qualche coppia si tiene stretta stretta (avrà paura l'uno che l'altro se ne voli via col vento?), qualche coppia si bacia sulle panchine, mentre il vento piega gli ombrelli rendendoli brandelli di plastica attaccati a fili di bastone; qualche coppia litiga, anche, perché lui non si ricorda dove ha parcheggiato e lei è isterica, vuol tornare a casa, cazzo.

L'intensità di questi scambi verbali che, al di sotto della loro superficie civilizzata  e dell'educazione, nascondono scambi ben più profondi, negli abissi dell'anima e della mente e del corpo dell'altro...

È il 31 di gennaio: la presentazione è stata un successo, il pubblico ha fatto molte domande, la scrittrice è felice, mentre il mio sguardo è diretto solo verso una persona, solo verso di lei, colei che mi conosce meglio di come mi conosco io, colei che sa, colei che scrive e canta, quando l'ispirazione le regala poesie che tolgono il fato...

domingo, enero 25, 2026

 Il mercato editoriale e la letteratura "vera"

Dunque, la situazione è la seguente: una cara amica, una persona che ammiro molto dal punto di vista del suo lavoro di studiosa e ricercatrice nell'ambito della letteratura ispanica, ha pubblicato il suo secondo romanzo e mi chiede di presentarglielo. Dopo aver pubblicato un primo romanzo dotato di un certo fascino, un romanzo scritto bene, anche se con alcuni rimandi fin troppo espliciti a un altro scrittore molto famoso e molto apprezzato a livello internazionale, ne ha appena pubblicato un secondo, molto più fiacco, sfilacciato o forse banale del primo.


E come fare, allora, ad accettare l'invito a presentare un romanzo che non ci convince e, al contempo, a non compromettere l'amicizia con una scrittrice che - secondo me - ha cose da dire, anche se forse non è riuscita a dirle come nella sua "opera prima"? E come fare, allora, a parlare bene di un romanzo che ci sembra fin troppo "topico" o pieno di elementi già visti in passato (in letteratura o anche al cinema) senza urtare la sensibilità dell'autrice? E come fare, soprattutto, questa presentazione quando uno sa che dietro a questo libro si sta muovendo tutto un armamentario di marketing letterario davvero incredibile e sconcertante? 


La casa editrice (molto potente) che pubblica il romanzo non si vuole far sfuggire l'occasione di guadagnare milioni, se possibile, con questo loro ultimo lancio. C'è di mezzo la televisione, la pubblicità, la radio, le librerie, i circoli letterari, la stampa, insomma, come provare a fare bella figura, anche nei confronti della scrittrice, senza offendere?


Ecco, ho pensato che la soluzione potrebbe essere la seguente: nella presentazione farò riferimento alle cose che mi sono piaciute, sottacendo le molte che non mi hanno convinto. E poi...che sia il Tempo a stabilire se il libro merita o finirà (come tanti) nella "sepoltura dell'oblio".


P.S.: quanta distanza c'è, a volte, tra ciò che proclama la critica e ciò che esperimenta il lettore! Quanta distanza tra il mercato editoriale e ciò che è letteratura "vera", quella che pretende scuotere la coscienza del lettore, quella che fa pensare al di là delle imitazioni dei grandi, al di là delle citazioni famose!

Diario di Colonia (e Wuppertal e Dusserdolf) 20 giugno 2026 Si riparte: solo zainetti, niente valigie (le compagnie aeree fanno pagare cari ...