Patria (2016) di Fernando Aramburu: il terrorismo basco visto dall'interno di due famiglie
Non avevo mai letto Patria, un best-seller di Fernando Aramburu pubblicato 10 anni fa e tradotto in diverse lingue in tutto il mondo. Ammetto di aver nutrito dei dubbi e dei pregiudizi sul romanzo: l'ennesima storia su ETA e i terroristi baschi; sarà strappalacrime; un romanzone per tornare sulle ferite di uno dei capitoli più bui della Storia recente della Spagna e, invece, mi sono dovuto ricredere, sin dalla prima pagina.
Sin dalla prima pagina, il romanzo prende e attira l'attenzione su di sè per la struttura, il tono e lo stile: un narratore onnisciente entra ed esce dalle vita intima dei molti personaggi che costituiscono il centro della narrazione, essendo due le famiglie messe sotto la lente della curiosità di chi racconta la storia. Il narratore parla dei fatti privati, intimi, anche di quelli più scabrosi di Nerea e di Quique, di Joxe Mari e di Gorka, di Miren e suo marito Joxian, di Bittori e suo marito "il Txato", vittima di un attentato in un paesino in cui tutti si conoscono, per ascoltarli, spiarli, metterli a nudo con un tono a tratti ironico che spiazza, proprio perché uno non se l'aspetta. Le frasi sono spesso corte e il narratore sembra spesso incerto nella scelta degli aggettivi, tanto che ne lascia due insieme separati solo da un trattino /, come a voler condividere con il lettore, oltre che coi personaggi, quest'incertezza costante che si sviluppa a suon di sinomini e/o antonimi.
Sono molte le pagine che restano impresse nella mente, una volta che si arriva all'ultima pagina. Bittori che parla col marito morto, sedendosi sulla tomba come se fosse distesa sul divano di uno psicologo; Nerea che viaggia in Germania per inseguire l'amore della sua vita, uno studente Erasmus conosciuto a Saragozza e che poi si scopre che ha già un'altra; Arantxa, l'altra figlia di Josema, padre di Joxe Mari e Gorka, vittima di un ictus che la costringe sulla sedia a rotelle e le impedisce la fonazione (tanto che è costretta a comunicare tramite tablet). È lei forse il personaggio più potente, insieme a Bittori, la vedova vittima dell'ennesimo gesto di barbarie di ETA. Non è un caso se, nel corso della lunga, frammentata trama, le due donne diventino amiche e Arantxa diventi il mezzo tramite cui Bittori potrà arrivare alla verità e, dunque, alla pace spirituale, alla tranquillità di chi sa chi è che ha ucciso suo marito in nome di ideali perversi e che storpiano il concetto di politica. Arantxa che non può camminare né parlare; Bittori che parla con una logorrea tremenda al marito morto, convinta che "el Txato" possa ascoltarla. Come se quel colpo di pistola non fosse mai stato esploso; come se le minacce e le scritte minatorie sui muri del paese non fossero mai state lanciate dai terroristi contri chi, imprenditore in erba, viene visto come traditore della causa basca.
È soprattutto negli anni 80 e 90 che ETA ammazza una quantità enorme di poliziotti e gente qualunque. Fino al rapimento di Miguel Ángel Blanco, un giovane deputato del Partido Popular, tenuto in ostaggio 48 ore in un tira e molla con lo Stato che è finito con l'ennesima esecuazione sommaria. Dopo quell'attentato, nel 1997, la Spagna è scesa in piazza, con le mani bianche levate in alto, per dire "basta". E nel 2011 è successo: ETA si è sciolta, mai più armi, mai più armi, mai più vittime innocenti in nome di una libertà del popolo mal interpretata.
Chi è italiano e leggerà Patria non potrà non evocare le Brigate Rosse, il rapimento e l'esecuzione di Aldo Moro, gli anni di piombo nostrani. E non potrà non riflettere su quanto sangue sia stato sparso (e continui ad esserlo) inutilmente.

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