martes, marzo 31, 2026

 Parigi (dopo 13 anni)



E come si fa a parlare di Parigi quando uno manca dalla capitale di Francia da 13 anni? Come sintetizzare 72 ore di permanenza nella città in cui è stato inventato il cinema? Come trasformare in parole le sensazioni che trasmette?

Non ci si riesce. O ci potrebbe riuscire solo Marcel Proust, il cui ritratto ad opera di Jacques-Emile Blanche è possibile contemplare nel bellissimo Museo d'Orsay (antica stazione dei treni riconvertita a pinacoteca solo nel 1980), uno dei miei preferiti, anche più del mitico Louvre.

Ciò che più colpisce il viaggiatore assente da più d'un decennio è la luce del cielo sopra Parigi. È una luce diversa da quella che si contempla a Madrid o a Roma. Qui non c'è angolo di città che non sia accompagnato da qualche albero, quercia, cespuglio, squarcio di verde perfino nelle zone più trafficate. Lungo l'Arco di Trionfo gli alberi segnalano il viale che porta all'imponente monumento in cui si commemora il 14 luglio (la presa della Bastiglia). Tra palazzi dell'alta moda (in primis, Louis Vuitton) e uffici di aziende multimilionarie, la natura continua a farla da padrona, non è stata espulsa o imprigionata, ma serve ad accompagnare anche gli esperimenti architettonici più spregiudicati (e penso anche alla Fondazione Louis Vuitton, progettata dall'arcifamoso architetto canadese Frank Gehry all'interno dell'enorme selva del Bois de Boulogne).

Un ombrello rotto viene schivato dal bus turistico che ci porta in giro negli "arrondissements" del centro: il Quartiere Latino, con le sue mille librerie (fa tenerezza vedere che a Parigi le librerie sono ancora luoghi di culto frequentati da persone appassionate, la "Shakespeare & Co.", la "Gibert Joseph", quelle dedicate ai manga, perché in Francia il fumetto è un'arte da venerare), Notre-Dame, ancora in riparazione dopo l'incendio, il Lungosenna spettacolare, gli occhi non sanno dove guardare per quanta bellezza sprizza da ogni angolo, l'Ópera, Montmartre, la Conciergerie, etc. etc.

Fa freddo, quasi 6 gradi, mentre il cielo diventa nuvoloso e minaccia pioggia e si avverte l'odore della città, quell'odore che Gennaro Serio mi dice che sta sparendo, perché con l'introduzione dei nuovi condotti dell'aria condizionata della metro, perfino quei profumi tipici di Parigi stanno cambiando la colonna sonora e olfattiva degli anni passati. Penso alla metro di Madrid: alla puzza tipica del cibo fritto, delle vampate dei vapori dal sottosuolo, dei giornali appena usciti in edicola, ed è vero, caspita, con le modifiche che apporta la tecnologia e i cambiamenti spaziali paralleli nemmeno gli odori o i suoni delle città sono più gli stessi.

Ripenso all'eleganza con cui l'autista del bus devia l'ombrello nero e rotto, dimenticato da chissà chi nel bel mezzo della corsia del Viale enorme dell'Arco del Trionfo. Poi ci fermiamo sotto la Tour Eiffel: altra riflessione a margine: a Parigi predomina il metallo, insieme al marmo e al vetro. La città delle luci è fatta di tantissime fonti luminose, di tantissimi specchi che le riflettono di notte, ma anche de molte tonnellate di metallo e ferro, come il simbolo della stessa città.

La mia compagna di viaggi decide di prendere l'ascensore per vedere Parigi dall'altro. Con questo vento e freddo polari ci rinuncio, preferisco camminare nel quartiere e scoprire le strade più piccole e strette, quelle meno frequentate dai turisti. Più passano gli anni e più evito le masse. Odio il turismo di massa. Per questo preferisco forse la bicicletta, che mi permette di perdermi, di non seguire la corrente, di avere un contatto più diretto con la natura o con i paesi che posso avere il lusso d'attraversare in bici.

Poi la Sorbonne, la statua di Montaigne, l'inventore del genere del "saggio", il caffè decente al Bar Ouacq, vicino alla Villlete, con Gennaro Serio, per parlare di letteratura, di Antonio Lobo Antunes morto da poco, del declino dell'Italia e della fuga di molti italiani dall'Italia, del suo ultimo romanzo, appena uscito, Il viaggiatore breve, pubblicato da L'Orma Editore e che, come gli prometto, leggerò non appena tornerò a Roma. 

"L'Italia non è un paese per giovani, ma, a quanto pare, nemmeno per adulti e per vecchi. Conosco professori di ruolo con figli a carico che vorrebbero trasferirsi qui".
"E io ho due dottorande che sono di ruolo e che mi hanno parlato della loro voglia di mollare tutto e ricominciare da capo a Madrid o a Barcellona".
"Ma perché? Potremmo essere una potenza mondiale, i primi in tutto, abbiamo arte e cultura da vendere".
"Non lo so perché, ma i fatti sono incontestabili: ho un fratello avvocato di successo che vive a Roma e che non ne può più dello stress quotidiano della capitale".
"Se non riesco più a permettermi l'affitto qui a Parigi ti vengo a trovare in Spagna, mi trasferisco anch'io".

Quando usciamo, ci facciamo una foto per immortalare il momento. Le fermate della metro per Paris-Orly sono una quindicina. Ma con 16 euro sei all'aeroporto, meglio che prendere il taxi, 45 euro fisse. Dammi retta, prendi la metro.

Ieri siamo stati invitati a cena da Aurèlie, una collega ispanista che lavora qui: abbiamo cenato a base di "fromages": di ogni sapore e colore, con accompagnamento d'obbligo di champagne. Aprendo un romanzo a caso (Aurèlie è una lettrice onnivora) m'imbatto in una citazione dalla Recherche (ovvio, Proust onnipresente): " 'Tranquillisez-vous, on se retrouve toujours', répondit Albertine". E non so se interpretare la frase del personaggio che ossessionerà tanto Marcel in un augurio o una maledizione, un desiderio o una condanna.

 Oggi si torna a Fiumicino, le papille gustative lo sanno, presagiscono il buon sapere della pizza e della pasta nostrana. Mi domando ancora se quell'ombrello malconcio verrà distrutto per sempre da qualche bus di linea o risparmiato e messo in un angolo dell'enorme vialone dell'Arco del Trionfo...

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