La critica e i suoi limiti
A Walter
Siti – Firenze,
[Roma, 1970]
"[…] come
psicanalista sei un dilettante. C’è tutta una infinita distesa di “oggetti”,
nelle mie opere, che non sono né buoni né cattivi, ma che sono “rappresentati”
e come tali non giudicabili moralisticamente. Sì, perché tutte le espressioni
che nella psicanalisi sono puramente enunciative – scientifiche – tu le hai
colorate di una tinta o positiva o negativa. Hai usato “regressione” come un
predicatore.
Ne è uscita
una lavata di capo, una tirata d’orecchie, chiamale come vuoi, che è la stessa
che mi sento di ripetere da vent’anni. Non hai certo scoperto l’America. Io non
sono responsabile del mio inconscio: e la scoperta delle mie operazioni
inconsce non permette al critico di liberarsi di ciò di cui io invece sono
responsabile”.
A parlare in questi termini (così diretti, così puri, così sinceri) è Pier Paolo Pasolini, rivolgendosi a un giovane Walter Siti, fresco laureato con una tesi sullo stesso.
Ciò che mi colpisce di questa risposta è la sottolineatura degli "oggetti" in quanto "rappresentati" (e, quindi, simboli di...) e il fatto che il critico tenti in tutti i modi di spiegare questi simboli in chiave psicanalitica (o, comunque, scientifica).
La critica (letteraria), invece, non dovrebbe mai aspirare alla scientificità; il critico ragiona sulle parole, non sui numeri o su fenomeni spiegabili con righello e compasso, con calcolatrici o goniometri... La critica vera dovrebbe spingersi a spiegarci (con passione e - direi anche - voluttà) perché un'opera letteraria merita di essere goduta; il critico è un lettore che lascia in pace gli "oggetti" letterari, senza obbligarli a dire qualcosa che non è definibile o che è definibile in tanti modi diversi (a seconda del punto di vista adottato dal critico e, comunque, sempre all'interno di quelli che Umberto Eco chiama giustamente i "limiti dell'interpretazione").
E poi mi piace questa frase: "Io non sono responsabile del mio inconscio". E' una frase lapidaria, quasi puerile, nella sua innocenza, una frase che avrebbe potuto dire anche Marcel Proust, quando i primi critici lo attaccavano perché le sue frasi erano troppo lunghe e i suoi periodi troppo contorti.
Nessuno di noi, in realtà, è responsabile del proprio inconscio; e per fortuna che esistono scrittori che, senza paura e senza frapporre schemi mentali o censure di sorta, si abbandonano alle derive del loro inconscio. Al di là degli schemi, delle "fissazioni", delle catalogazioni della critica.
Lo scrittore è chi fa dei suoi limiti il suo punto di forza. Il critico è chi vuole limitare i confini dell'opera dell'autore all'interno di "interpretazioni" che, spesso, ahinoi, sono fuorvianti o tendenti a tradire quello che comunemente definiamo "lo spirito dell'opera".
Dura la vita del critico. E dura quella dello scrittore, qui costretto a difendersi e a difendere la sua opera da chi vuole leggere ciò che nell'opera non è scritto.
[Lo stralcio della lettera viene da Pier Paolo Pasolini, Vita attraverso le lettere, a cura di Nico Naldini, Torino, Einaudi, 1994, pp. 298-99; per la cronaca, Walter Siti è stato un rispettabilissimo docente di Letteratura Italiana, è un bravo romanziere contemporaneo e ha curato le opere di Pier Paolo Pasolini per le edizioni "Meridiani Mondadori" con - a detta di alcuni - scelte discutibili sul piano dell'organizzazione del materiale...]
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