viernes, octubre 18, 2019


I dubbi (eterni) del traduttore (III)



Chi si dedica alla traduzione letteraria sa bene che tradurre non è mai un atto meccanico, né automatico. Per tradurre bene un testo letterario non solo bisogna avere una padronanza enorme della lingua da cui si parte, ma anche una padronanza notevole della lingua cui si approda.
Come già raccontato in questo “diario di bordo” in qualche “post” del passato, il traduttore è uno che soffre di dubbi atroci costanti, perché essendo le lingue organismi viventi e vivi, ebbene, non c’è modo di trovare la soluzione perfetta, ci si può solo avvicinare alla perfezione, ma, per definizione, ogni traduzione è imperfetta, proprio perché sia la lingua d’arrivo che la lingua d’origine ballano all’unisono e si muovono costantemente all’interno del cervello di chi deve tradurre…(e in tali casi bisogna prestare estrema attenzione per evitare sovrapposizioni e false friends vari, soprattutto se le lingue in questione sono “sorelle”, come accade per lo spagnolo e l’italiano, o per il francese e l’italiano, ed è ovvio che per tradurre correttamente non basta il dizionario bilingue, ma bisogna fare ricorso spesso e volentieri anche a quello monolingue).
Alcuni esempi dal testo che mi sono ritrovato a tradurre in questi ultimi 3 mesi (e se il cielo mi coaudiova, l’ho finito, proprio stamattina, proprio oggi, 14 d’ottobre del 2019): in un racconto, il narratore rievoca l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy e cita l’arma: un fucile semiautomatico “con mira telescópica de cuatro aumentos”. Come tradurre? A che tipo di fucile sta facendo riferimento il narratore? Quanti tipi di obiettivi telescopici può presentare un fucile semiautomatico come quello che ha causato la morte del Presidente degli Stati Uniti d’America? Ecco che per tradurre correttamente uno deve anche informarsi sull’enciclopedia che ha consultato mentalmente l’autore; uno deve andare a scovare tra le varie armi automatiche e semiautomatiche quanti tipi di fucili esistono al mondo, con quanti tipi di obiettivi si vendono e, tra tutti questi, vedere come funziona un obiettivo “con mirino telescopico da quattro ingrandimenti” (è questa la traduzione migliore che ho trovato per ora; assurde le cose che si possono imparare traducendo letteratura).
Un secondo esempio banalissimo: in un altro racconto, il narratore parla di “corbatas estampadas”: lungi dal tradurre “cravatte a stampa”, che sinceramente non vuol dire nulla, un traduttore onesto che non conosca bene il mondo della moda maschile dovrà per forza di cose informarsi e scoprire (come ho scoperto io grazie alla pagina web di Valentino) che “corbatas estampadas” indica le “cravatte a fantasia”, quelle, cioè, che presentano delle figure stampigliate e riprodotte secondo uno schema simmetrico, potendo essere la “fantasia” un disegno di Walt Disney o della Pixar, uno con tanti piccoli granchi o pesci o zebre riprodotte in loop, per così dire; cravatte, insomma, che non hanno nulla a che vedere né con quelle a tinta unita (che in spagnolo si dice “de color”), né con quelle a pois (“de puntos”), né, tantomeno, con quelle a righe (“de rayas”).
È ovvio che avrei potuto evitarmi la ricerca e tradurre (tradendo il testo) “cravatta a pois” o “a tinta unita” o “a righe”, per il semplice motivo che il lettore italiano del testo originale spagnolo ignora a che tipo di cravatte si stia riferendo in quel brano il narratore; ma è ovvio anche che, se uno legge con attenzione e scopre lentamente qual è il carattere del personaggio che indossa questo tipo particolare e determinato di cravatte, constaterà alla fine che, effettivamente, un tipo del genere non può non indossare che “cravatte a fantasia”…
Così come è ovvio e logico ed esatto dire che chi ha assassinato JFK, l’ha fatto usando proprio un fucile semiautomatico “con mirino telescopico da quattro ingrandimenti”, soprattutto se il narratore è stato fedele alla Storia e ha fatto riferimento proprio al tipo di fucile usato da Lee Harvey Oswald (che, ad oggi, è considerato come l’unico vero responsabile dell’attentato).
Tradurre vuol dire anche questo: mantenersi fedeli al testo di partenza anche nei minimi dettagli o in quei dettagli che, pur sembrando secondari a prima vista, ricoprono, in realtà, una funzione enorme all’interno della narrazione. E chissà che, alla fine, il lettore apprezzi l’attenzione che il traduttore ha posto nei confronti del testo di partenza e sappia vedere che il testo d’arrivo funziona (ancora) bene rispetto a quello originale.

P.S.: uno dei racconti s’intitola “Singladura”: se uno ricorre al dizionario spagnolo-italiano scopre che il termine indica o la distanza o la durata di una navigazione in mare (24 ore nel corso d’una navigazione); metaforicamente si può tradurre anche con “rotta”. E allora attenzione, perché dipendendo da dove porre l’accento tonico, un lettore leggerà “rotta” come sostantivo (del gergo marinaro) e un altro lo leggerà, invece, come participio passato (al femminile) del verbo “rompere”. Solo una volta intrapreso l’atto di lettura, il nostro lettore potrà capire a che tipo di significato ci si riferisce nel titolo. Leggere è anche tradurre e sviscerare da ciò che si legge il senso di ciò che si evoca. Ergo: il lettore è sempre anche un traduttore dalla sua propria lingua madre. Perché ogni lingua implica l’atto del tradurre correttamente il significato di ciò che si legge. E la letteratura è il modo più stimolante di giocare con i molteplici significati che ogni lingua nasconde.

lunes, octubre 14, 2019

Il pittore de Le città invisibili


Tra le altre cose assurde e straordinarie di questi giorni, di questo periodo in cui l'estate ci abbandona definitivamente per cedere il posto all'autunno (e uno non sa come vestirsi, preché se c'è il sole si cuoce e quando scompare si gela), vi è, senza alcun dubbio, la mia recente conoscenza di uno dei pochi pittori che ha illustrato Le città invisibili, il famoso romanzo di Italo Calvino, forse uno dei suoi migliori libri, a mio modesto giudizio.

Doveva trattarsi di una tavola rotonda, ma il pittore in questione è così bravo nell'uso della retorica, così affascinante, per il modo che ha di trasmettere i suoi ricordi personali (in Italia ha avuto modo di conoscere non solo Calvino, ma anche Fellini, Pasolini e non ricordo più se Domenico Modugno o Franco Zeffirelli), così elocuente nell'orchestrare il discorso che, alla fine, ho avuto modo di fargli solo due domandine (e nessuna delle due verteva su Le città invisibili). 

Ciò che più mi ha colpito è stato il silenzio che è sceso in sala quando il pittore ha deciso di omaggiare Roma (città in cui vive per metà dell'anno) e di farci ascoltare un brano di Gabriella Ferri, artista che pochi conoscono qui in Spagna...E così, mi sono ritrovato proustianamente catapultato ai tempi in cui anch'io (come il pittore negli anni 60) scoprivo Roma e le sue bellezze e il suo disordine e le sue strade piene di monumenti antichi e di fori e di sanpietrini e di statue d'Imperatori Romani...

La voce di Gabriella Ferri riempie la sala stracolma (mi dicono siano rimasti fuori altri 50 spettatori) e molti chiudono gli occhi, come per assaporare meglio il canto e le note, le parole e le rime di Ti regalo gli occhi miei...anche se pochi sapranno l'italiano e pochi capteranno il ritornello...

"La mia vita ti regalo / così spero scoprirai che cos'è / cos'è l'amore"..."ti regalo gli occhi miei, / i capelli, la mia bocca / le mie mani, il mio respiro"...

E uno allora si rende conto improvvisamente di quanto importante sia la canzone popolare italiana nel mondo; del fatto che, probabilmente, fra cent'anni, ci saranno ancora persone intente ad ascoltare la voce di Gabriella Ferri, o quella di Ornella Vanoni o, ancora meglio, quella incredibile ed infinita di Mina (che pure citerà il pittore subito dopo l'ascolto del brano struggente della Ferri, ma io non ho resistito alla tentazione e ho dovuto dirlo a voce alta, davanti a tutti, Mina l'ascolteremo anche fra cent'anni, la voce di Mina non morirà mai!).

Il pittore finisce il suo intervento citando Nanni Moretti e il suo Caro diario (e già mi sta simpatico, per questo secondo omaggio all'Italia e al cinema italiano), poi scroscia l'applauso, alcuni addirittura si alzano in piedi (deve essere proprio un pittore molto amato in questa zona del Sud del Sud della Spagna e del mondo).

Poi andiamo a cena insieme ad altri giornalisti e studenti e ammiratori e una signora elegante che credevo fosse la moglie del pittore e che, invece, risulta essere la responsabile della Fondazione a lui intitolata. E lì, sì, lì, seduti davanti a una birra e una focaccia farcita dall'aspetto invitante, ci mettiamo a parlare di Italia e di Roma, di arte e di bellezza, di scrittura e di pittura, senza la costrizione oraria e il formalismo d'etichetta della tavola rotonda. 

Come tutti gli artisti, anche questo pittore ha un ego enorme; ma si capisce che ha molto vissuto, che ha molto viaggiato, che ha molto riflettuto. Torno a chiedergli di Gabriella Ferri e mi racconta uno dei suoi ricordi più tristi e più vividi:

"L'ultima volta che la vidi fu a Campo dei Fiori. Era già molto  malata. Aveva il trucco pesante, lo sguardo triste, gli occhi privi del brillio dei primi tempi, quando le sue canzoni facevano furore. Allora mi venne spontaneo avvicinarmi e presentarmi, non prima, però, di comprarle una rosa, la più bella che ci fosse nei fiorai della piazza. E così, mi presentai, le dissi che ero un suo ammiratore e le porsi la rosa. Gabriella mi guardò con affetto, mi ringraziò, dandomi un bacio sulla guancia, e poi se ne andò, lentamente, avvolta in una pelliccia di visone e un foulard elegante. Pochi mesi dopo scoprii sul giornale che era morta. Fu un duro colpo. Non immaginavo che potesse succedere e, al contempo, sapevo benissimo, dopo averla vista a Campo dei Fiori, che sarebbe morta".

Il pittore avrà sui settant'anni, ben portati. Ma quando arriva a pronunciare quest'ultima frase si vede benissimo che gli cambia il volto: un'ombra di morte gli passa accanto e poi se ne va. "Brindiamo alla vita!", esclama la direttrice della Fondazione. E tutti alzano il bicchiere e fanno "cin cin" (all'italiana), invece di dire "salud!" (alla spagnola).



miércoles, octubre 09, 2019

Premi letterari

Per la prima volta in vita mia, m'invitano a partecipare alla giuria di un premio letterario molto importante nella regione del Sud del Sud della Spagna in cui mi trovo e lavoro. Decido di accettare anche se so che, a fine giugno, diventerò padre e avrò, di conseguenza, molto meno tempo da poter dedicare alla lettura.

Proprio per questo, gli altri 6 giurati mi fanno il favore di darmi soprattutto libri di poesia, raccolte poetiche brevi o che, al massimo, occupano un centianio di pagine. Nel mucchio, capitano anche 3 o 4 romanzi (un paio piuttosto voluminosi).

Leggo ovunque, anche in sala parto, anche in ospedale, mentre la mia compagna di avventure si riprende dall'operazione, dall'evento miracoloso e dal miracolo della vita che si fa strada con forza e vede la luce.

Leggo anche quando ricominciano i corsi all'Università; quando appoggio la causa di un gruppo di colleghi iscritti al sindacato e che m'invitano ad appoggiare il sindacato; quando la prole dorme, dalla mezzanotte in poi, ma anche quando è sveglia (e diventa davvero complicato intrattenerla e svoltare pagina).

E passano i giorni e passano i mesi e, finalmente, arriva il giorno tanto atteso, il giorno in cui il vincitore verrà eletto e riceverà i 5 mila euro del premio e l'applauso dei lettori. Due settimane prima, però, assisto alla lotta interna tra il bando di chi sceglie questo determinato scrittore (che, obiettivamente, si merita di vincere) e il bando di chi, per una sorta d'odio irrazionale, vorrebbe far passare il secondo classificato.

È la primissima volta che mi vedo coinvolto in una diatriba del genere ed è davvero incredibile (e anche leggermente inquietante, oltre che divertente) vedere come si scannino professori, editori, scrittori che hanno già vinto il premio in edizioni anteriori, librai e uomini della cultura e della letteratura che, si suppone, sono accomunati dalla stessa passione per i libri e baciati dalla stessa stella umanista.

Sfioriamo la rissa, ma alla fine sì, si decide a maggioranza che il vincitore è lui. E allora eccolo, il giorno in cui lo scrittore si presenta davanti al sindaco, al Rettore, alle autorità e, ovviamente, ai noi, Signori della Corte...

Lo scrittore è emozionato: legge un brano dal suo romanzo, la voce trema davanti al microfono, poi è tutto un batter di mani, un'ovazione, applausi a non finire.

Siamo tutti amici come prima; si esce dall'Aula Magna per andare a spilluzzicare qualcosa nel buffet che ci è stato gentilmente offerto da non ricordo più quale sponsor. Pacche sulle spalle, i membri della giuria (me compreso) si godono un po' di meritato relax. 

"Dio santo, quanti libri orrendi ci siamo visti obbligati a leggere", dice una.
"Che faticaccia!", esclama l'altro.
"È stata un'esperienza arricchente", affermo, tanto per dare loro ad intendere che mi sono sentito onorato dall'aver condiviso con loro questo lavoraccio.

Lo scrittore beve un po' troppo; poi mi si avvicina e mi dice che è davvero contento che tra i membri della giuria ci sia un italiano, un ispanista, un esperto della letteratura spagnola. Gli prometto che, prima o poi, scriverò un articolo sul suo romanzo. Lui sorride e continua a bere, mentre la moglie lo elogia davanti alle amiche.

Gli altri poeti, scrittori, editori e librai si scatenano a sparlar male di altri colleghi assenti. Io brindo alla vita e alla letteratura, con la speranza che l'anno prossimo nessuno si ricordi più di me, perché va bene premiare la letteratura, ma a volte leggere troppo può risultare davvero indigesto...

miércoles, septiembre 11, 2019

"Vuelta al cole" (si torna a scuola)


E così si torna a scuola (la "vuelta al cole", definiscono gli spagnoli i primi giorni del reinizio dell'anno scolastico; per estensione, la definizione viene applicata anche al resto dei lavoratori di ogni ordine e grado e a tutti i vari e svariati tipi di occupazione lavorativa).

E c'è già chi si lamenta e non vuol tornare alla routine; e c'è già chi inizia a soffrire lo stress del tran tran quotidiano...

Intanto, le previsioni del meteo minacciano pioggia torrenziale in queste regioni del Sud del Sud della Spagna: il pericolo è tale che - guarda un po' - si paventa il blocco totale di tutte le attività scolastiche (e forse non si va neppure il venerdì).

Intanto, una collega italianista m'invita a partecipare a un congresso sulla "donna scrittrice" presso la sua Università: dovrò moderare una tavola rotonda sul "fumetto in quanto genere minore" (o qualcosa di simile); accetto perché è un'amica, non prima di averle ricordato, però, che sono solo un ispanista e un cinefilo per la passione per i fumetti, ma che dal punto di vista scientifico, non è che ne sappia molto (leggo solo Dylan Dog, da anni, e seguo ogni tanto Diabolik e poco più e sempre per puro piacere, senza fini accademici). Lei mi sorride e finisce di sorseggiare la birra che degustiamo a pochi passi dalla sua Facoltà (la famosa, mitica, gloriosa Facoltà di Lettere e Filosofia). Le strade del centro si riempiono di studenti con lo zaino in spalla e con il sorriso sulle labbra. Gli universitari non vedevano l'ora di sganciarsi dai loro genitori e tornare a vivere coi loro coinquilini coetanei.

Intanto, mi preoccupo di vedere i prezzi dei voli da Alicante a Napoli, per un futuro congresso cui - si spera - riuscirò a partecipare a Febbraio presso la "Federico II", su invito di altre care colleghe... A quanto pare, non c'è proprio modo di viaggiare con un volo diretto: tutte le compagnie aeree prevedono uno scalo a El Prat di Barcellona: mi arrabbio, scalpito, continuo a controllare meglio, ma niente, non c'è proprio modo di superare lo scoglio e, quindi, prendo il biglietto più a buon mercato (136 euro, andata e ritorno) e prevedo di sprecare quasi 2 giorni interi per arrivare a Capodichino, oltre che di prendere 4 aerei in 4 giorni... La prole mi odierà; la mia compagna d'avventure, pure...anche perché lei resterà con la prole qui in Spagna, da sola...

Intanto, la rappresentante di un gruppo di donne in pensione del centro della città mi chiede se, per favore, sono disponibile a impartire una lezione sui "classici" presso la sede della loro associazione culturale; mi chiedono di parlare de Il mago di Oz: riconosco di non aver mai letto il libro (di tale Lyman Frank Baum) e di aver visto molti anni fa il film (di Victor Fleming). Scopro che il libro è apparso nel 1900; e verifico che il film è del 1939. 

"E se parlassi di un...altro classico?".
"Certo, certo, si senta libero di scegliere l'opera che più l'aggrada, professore".

E rimugino su alcune scene (famosissime e bellissime) dell'Odissea: quando Ulisse piange mentre ascolta le proprie eroiche imprese raccontate (e cantate) dall'aedo presso i Feaci; quando Ulisse scende all'Ade ed incontra il fantasma della madre; quando Ulisse, sotto le mentite spoglie d'un mendicante, torna a casa e incontra di nuovo Penelope...

Intanto, l'allerta meteo sembra essere sfacciatamente smentita da un sole che spacca le pietre. Io continuo a tradurre un libro che chissà se mai vedrà la luce in italiano. La mia compagna d'avventure continua ad accudire la prole. Qualcuno ci manda un messaggio per Whatsapp e ci dice che (cito testualmente) "formiamo una bellissima famiglia! Complimenti!"...

E tutto questo quando ancora non sono cominciate le lezioni all'Università...e non so neppure che orario avrò...

lunes, septiembre 02, 2019

Lo Zen o l'arte della manutenzione della motocicletta di Robert M. Pirsig: sabotare il sistema o riflettere per cambiare



Ultimo giorno di vacanze prima del fatidico rientro a lavoro: il 1 Settembre segna la fine del divertimento e del relax per il 99,99% degli spagnoli (ma credo che per gli italiani valga la stessa percentuale) e ne approfitto per fare quasi 20 kms in bici, verso una delle mie spiagge favorite, e un tuffo nella piscina di un'amica, con l'acqua fredda che tonifica i muscoli e il sole cocente che ci asciuga (l'erba del prato è artificiale, ma non fa niente: le palme e gli olivi - strano mix - sono veri, e l'ombra che producono è altrettanto vera e salvifica).

Arrivo alle ultime pagine di un libro che mi ha tenuto in ansia in quest'ultima settimana di mare: Lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta, di Robert M. Pirsing, è uno di quei libri che mi ha sempre attratto, sin da adolescente, per il titolo misterioso ed evocativo; ricordo che più d'una volta, nelle librerie all'interno della Stazione Termini, sono stato tentato dall'allungare la mano per comprarne una copia. E invece...ho dovuto aspettare più di vent'anni per immergermi nella sua lettura, dopo averlo ri-scoperto grazie a Tiziano Sclavi, che lo cita in Non è successo niente (o forse era La circolazione del sangue? O Le etichette delle camicie?). 

Ora che l'ho (quasi) finito, capisco perché Sclavi lo citi (e, forse, perché l'abbia amato): Pirsig racconta una sorta di parabola su un uomo che ha sfiorato la pazzia, per poi rinascere a una nuova vita, una vita vista con gli occhi (e la mente) di chi sa che la pazzia è una malattia che può colpire chiunque, anche una mente brillante come colui che scrive questo libro, un libro strambo, strano, a tratti poetico, a tratti fin troppo riflessivo e filosofico, un libro in cui una sorta di professore universitario si sdoppia per parlarci di un tale Fedro che si ribella al sistema (siamo negli anni 70, nell'America degli hippies e dei ribelli anti-sistema - per intenderci, e per chi abbia già visto l'ultimo capolavoro di Quentin Tarantino: nell'America delle sette sataniche di Charles Manson e dei concerti dei Beatles, di Elvis Presley e della contestazione alla Woodstock).

E il lettore paziente va avanti e non capisce mai fino in fondo se Fedro è il professore universitario dietro cui sembrerebbe celarsi l'autore o se è tutta una finzione al quadrato per riflettere in parallelo alle riflessioni che il padre e narratore in prima persona singolare sviluppa attorno alla Qualità, alla Verità, all'Arte (appunto) della manutenzione di una moto... 

La parabola assume maggiore densità e profondità se pensiamo che molte di queste riflessioni il narratore le fa in presenza di suo figlio, Charles, un ragazzino di 8 anni che si ritrova ad attraversare mezza America sulla moto (appunto) del padre...

E il lettore va avanti insieme a questi due strani figuri, senza mai sapere bene dove voglia andare a parare il narratore e l'autore in carne ed ossa che ha riversato tutto se stesso in quest'opera, si nota, si vede, si sente quanto dolore, quanto coinvolgimento emotivo, quanta furia ci sia (c'è stata) nel mettere nero su bianco certe frasi.

Cito a caso (dall'edizione tascabile Adelphi del 2011 che ho sotto gli occhi, anzi, sotto gli occhiali da sole, in riva alla piscina di cui sopra):

"La gente va in fabbrica e dalle otto alle cinque si dedica senza fiatare a mansioni assolutamente prive di senso, perché la struttura esige che sia così. Non c'è nessun 'cattivo' che li vuol constringere a vivere delle vite senza senso, è solo la struttura, il sistema, lo esige, e nessuno è disposto ad assumersi l'arduo compito di cambiare la struttura solo perché non ha senso.
Ma smantellare una fabbrica, o ribellarsi contro un governo, o rifiutarsi di riparare una motocicletta solo perché essa è un sistema, è attaccare gli effetti invece delle cause. Il sistema vero è la nostra costruzione del pensiero sistematico, la razionalità stessa, e se si smantella una fabbrica lasciando in piedi il sistema di pensiero che l'ha prodotta, questo non farà che dare origine a un'altra fabbrica" (id., p. 104).

È un brano che dà da pensare, se lo rapportiamo al nostro secolo, all'era di internet e dei social, ma anche delle immigrazioni di massa e della povertà estrema di una grossissima parte della popolazione.

Idem per quest'altra citazione:

"La scuola insegna a imitare. Se non si imita l'insegnante si prende un brutto voto. Qui al College, evidentemente, lo si faceva in modo più artificioso, senza averne l'aria, dando ad intendere all'insegnante di aver còlto l'essenza del suo insegnamento per svilupparla con idee proprie. Era così che si conquistava il massimo dei voti. L'originalità, invece, poteva anche portare alla bocciatura. Tutto il sistema di votazione metteva in guardia contro di essa" (id., p. 193).

E chi di mestiere fa l'insegnante sa quanto ciò sia ancora vero oggi, nel 2019, forse ancora più di ieri (1974 l'anno di pubblicazione del libro)... Quant'è pericolosa, perniciosa, inutile, l'imitazione di ciò che dice o pretende di dire l'insegnante; quant'è molto più produttiva l'originalità...ma quando mai si premia l'originalità di uno studente all'interno delle gabbie della scuola o dell'Università?

Domani sarà il 2 Settembre: ci si saluterà affettuosamente, prima di tornare alla solita routine fatta di esami, correzione di esami, ricevimenti, lezioni, congressi, elaborazione di articoli, saggi, seminari, etc. etc.

Godiamoci quest'ultimo giorno di vacanza prima del ritorno alla realtà...

jueves, agosto 22, 2019

Viaggio sentimentale, di Viktor Sklovskij: sulla Rivoluzione Russa (e i disastri della guerra in generale)


È molto strano leggere questo Viaggio sentimentale del critico e teorico della letteratura Viktor Sklovskij circondato da biberon, pannolini e cianfrusaglie varie tipiche della fase dello sviluppo di un neonato di pochi mesi. 

Si percepisce tutto lo sfasamento tra la condizione di chi ha presenziato una guerra (lo scoppio della Rivoluzione d'Ottobre in quell'enorme puzzle di Stati che poi passerà a chiamarsi URSS) e quella di chi non ne ha mai vista una in diretta, se non attraverso il filtro della televisione, del cinema e - appunto - della letteratura. 

Siamo davvero fortunati, noi nati in un'epoca in cui le guerre sono viste attraverso il rettangolo di uno schermo al plasma. E proprio per questo risulta scioccante leggere questa sorta di libro di memorie di un uomo che abbiamo imparato a conoscere all'Università attraverso il famoso saggio di Tzvetan Todorov I formalisti russi (1965) e di cui non sospettavamo minimamente il profilo militare, l'impegno in prima persona nel corso della Rivoluzione d'Ottobre, nota anche come Rivoluzione Russa.

E non serve essere uno storico di quell'epoca, non è necessario conoscere tutti i dettagli di quell'evento tragico per seguire le alterne e tristissime vicende di Sklovskij nel corso del conflitto, tra viaggi in carrarmato, a cavallo, su mule sfiancate dal freddo glaciale o a piedi, attraverso la steppa finlandese (perché è in Finlandia che finisce il viaggio "sentimentale" di quest'uomo che ha rischiato la vita trovandosi nel bel mezzo del Caos di quegli anni).

Ecco una delle tante descrizioni quasi cinematografiche del critico che rivalutò tra i russi l'opera e l'importanza delle opere letterarie di Laurence Sterne:

"Alcuni non portavano altro che un piccolo mantello di feltro dalla forma curiosa, tagliato in modo che all'altezza delle spalle spuntavano come due moncherini imploranti.
Ai mendicanti eravamo abituati. Attorno a ogni accampamento vagavano bambini sui cinque anni con indosso solo uno straccetto nero simile a una camiciola; avevano gli occhi pieni di pus e cosparsi di mosche.
Curvi su se stessi, con il gesto meccanico di un animale stanco, andavano a rovistare tra i rifiuti nella speranza di trovare qualcosa di commestibile. Di notte si radunavano attorno alle cucine e si scaldavano. Alcuni, soprattutto i più grandi, erano stati presi nei reparti come inservienti; gli altri morivano lentamente e in silenzio, così come può morire un essere umano dall'infinità capacità di sopportazione" (id., p. 128).

Come dimenticare quei bambini sui cinque anni circondati dalle mosche e con il pus che gli fuoriesce dagli occhi? Come non rapportare quest'immagine atroce a quelle che ci provengono dall'Africa più povera (o anche dalla Siria più martoriata?).

Ecco il risultato di un'esplosione di una bomba, ecco come ci si comporta, dopo che una bomba ha svolto inesorabilmente, implacabilmente, il suo compito mortifero e letale:


"Dopo l'esplosione i soldati, accerchiati dai nemici, mentre aspettavano un convoglio si sono messi a raccogliere le membra dei loro compagni e a ricomporne i corpi.
La raccolta è durata a lungo.
Naturalmente le parti di molti corpi sono state confuse.
Un ufficiale si è avvicinato a una lunga fila di cadaveri allineati.
L'ultimo era stato messo insieme con i pezzi avanzati.
Aveva il torso di un uomo robusto. Gli era stata accostata una piccola testa, e sul petto erano appoggiate due esili braccia, tutte e due sinistre.
L'ufficiale lo ha osservato abbastanza a lungo, poi si è seduto e ha iniziato a ridere a crepapelle...a ridere...ridere..." (id., p. 159).

Ciò che più colpisce, di un simile brano, a mio modesto parere, non è tanto la risata dell'ufficiale, quanto l'uso che il narratore fa dell'avverbio: "Naturalmente", come se fosse davvero "naturale" e, quindi, "normale", ricomporre i pezzi delle vittime dell'esplosione confondendo i resti delle stesse.

Ecco come ci si sente nel ricoprire il ruolo della spia, così necessario e utile, così ambiguo e pericoloso, quando si è in guerra (nel mentre, Sklovskij ne approfitta per farci vedere come non perda mai di vista il suo ruolo di studioso della letteratura; che coraggio, davvero, scrivere sotto le bombe, nel bel mezzo di un conflitto a fuoco, in mezzo al freddo e alla scarsità di cibo e di legna):

"È bello perdere la propria personalità. Dimenticare il proprio cognome, le proprie abitudini. Inventarsi un personaggio e credere di essere lui. Se non fosse stato per la scrivania, per i lavori nel cassetto, non sarei mai più tornato a essere Viktor Sklovskij. Stavo scrivendo, allora, L'intreccio come fenomeno di stile. I libri necessari per le citazioni, squadernati e divisi in gruppi di una ventina di pagine, me li ero portati così, a frammenti.
Per scrivere c'era solo il davanzale" (id., p. 188).

Chi si dedica allo studio della letteratura di mestiere, chi lavora nell'ambito accademico, sa benissimo quanto sia importante disporre del materiale giusto per le citazioni giuste. E quanta tenerezza ispira Sklovskij in questo brano! È quanto accade anche a un altro suo amico:

"Un mio amico, del quale all'università si diceva avesse tutti i crismi della genialità, viveva al centro di una vecchia stanza fra quattro sedie coperte di tela cerata e tappeti. Vi s'infila sotto, riscalda l'ambiente col fiato e vive così. Ci aveva fatto arrivare anche la luce elettrica. Là scriveva un lavoro sulle affinità della lingua malese con il giapponese. Di convinzioni politiche era comunista" (id., p. 216).

Mi fa venire in mente Antonio Gramsci: lo scrive varie volte nei Quaderni dal carcere: ciò che più gli manca sono i giornali, le riviste scientifiche, i libri su cui studiare (e Gramsci aveva uno spettro d'interessi accademici notevolissimo: dalla glottologia alla storia, dall'economia alla filosofia, passando per la letteratura italiana e non, ovviamente).

Come dimenticare, dunque, quest'ennesima scena di lotta per la sopravvivenza e di speranza nella cultura e nella conoscenza in un mondo che crolla a pezzi? Come non evocare i disastri della guerra, di tutte le guerre? (L'ufficiale che ride dei pezzi smembrati del cadavere rimontato "male" fa pensare anche al Kilgore di Apocalypse Now, il generale che obbliga i suoi marines a fare surf anche nel corso di un bombardamento anti-vietcong). 


Libro travolgente, a tratti noioso per l'eccesso di dati che ci offre l'autore, autobiografico e critico, anzi, iper-critico nei confronti del nuovo assetto politico disegnato dai bolscevichi; libro carico d'energia e di disperazione, questo Viaggio sentimentale è capace di aprirci gli occhi, in quest'inizio del XXI secolo, sugli orrori che ha prodotto il XX secolo che ci siamo lasciati alle spalle.

Una lettura dura, appassionante, strana, se uno la affronta circondato dagli ammenicoli tipici della crescita e l'allattamento di un neonato. Una lettura che scuote, in questo finale d'Agosto di quest'estate anomala...

martes, agosto 13, 2019

Sur di Antonio Soler:
un romanzo iper-realista


Ho finito Sur (Barcelona, Galaxia Gutenberg, 2018), l'ultimo romanzo di Antonio Soler, uno scrittore di cui non avevo letto prima nemmeno una riga.

Sur è un'opera-mondo (secondo i parametri di Franco Moretti) perché, narrando le alterne vicende di 221 personaggi (tutti presentati per nome e cognome e, a volte, anche in base al loro soprannome) nell'arco di una sola, intensa giornata dell'agosto del 2016, e nello spazio di 472 pagine (escludendo la sezione in cui l'autore ci offre il "censimento" dei personaggi) ha l'ambizione di ritrarre la vita in tutte le sue contraddizioni, nella sua assurda bellezza e nella sua costante bruttezza, nelle sue pecche e nei suoi momenti di gloria e luminosità, nelle sue pieghe più inquietanti e nei suoi angoli più disperati e angoscianti...

Nella quarta di copertina si allude - giustamente - a capolavori classici della modernità come Ulysses di Joyce (che l'autore ammira, come si evince anche dal fatto che è uno dei pochi scrittori citati esplicitamente nel corso della trama), Manhattan Transfer di John Dos Passos, Mrs. Dalloway di Virginia Woolf o Under the Volcano del geniale e folle Malcolm Lowry. Ma si potrebbero citare anche esempi (o modelli) tutti ispanici, come Cien años de soledad, di Gabriel García Márquez, o La colmena, di Camilo José Cela...

E cos'è che accomuna questi titoli con Sur? L'ambizione dello scrittore, appunto, la sua intenzione di rappresentare la vita, in modo così realista da sfiorare l'iper-realismo, la visione ultra-realista della realtà (le scene di sesso o quelle più violente essendo i punti algidi in cui quest'ambizione si constata in tutta la sua irruenza).

Non saprei come sintetizzare un romanzo così ampio, così trascinante, così appassionante e anche, a tratti, disturbante. Il narratore esterno si presenta come un Dio che tutto sa e tutto può: penetriamo nell'animo di tutti i 221 personaggi, con movimenti dall'esterno all'interno sensuali di cui non ci si accorge subito. Bisogna stare attenti, all'inizio, perché i personaggi parlano ognuno il proprio idioletto, appartengono ognuno a una classe sociale distinta, vivono ognuno la propria battaglia personale (ed è inevitabile che poi queste battaglie s'intreccino, che i destini personali convoglino verso la stessa follia, gli stessi crimini, gli stessi incidenti che, all'inizio, sembravano viaggiare su binari paralleli che non si toccheranno mai).

Il romanzo inizia con la descrizione di un cadavere: un uomo ricoperto di formiche giace a terra in mezzo ai rifiuti di una zona disabitata piena di erbacce e di navate industriali. L'afa predonima su tutto, come una forza sovrannaturale che fa impazzire gli abitanti dell'innominata città in cui si svolgono i fatti. Il caldo permea ogni poro della pelle e il lettore si chiede chi sia quel cadavere, perché giace in quel modo ignominioso in quel luogo abbandonato e periferico, lontano dalla civiltà, lontano dagli affetti umani. Le formiche, invece, fanno il loro dovere, sono programmate per cercare il cibo, s'infiltrano nelle orecchie e nel naso della vittima, per portare a casa le scorte per l'inverno.

È così che inizia Sur, per poi svilupparsi come un magma che ci fa vedere l'interno delle case, delle camere da letto, dei bagni di personaggi che sembrano non sapere bene dove andare e come agire, a partire dalla dottoressa che poi scopriremo essere la moglie (e imminente vedova) dell'uomo ricoperto di formiche, per continuare con il ragazzo disoccupato che scrive un diario in cui riversa tutti i suoi dubbi, la sua voglia di diventare scrittore, il suo desiderio irrefrenabile verso la vicina di casa; o come l'imprenditore sessantenne, panciuto e ricco, che viaggia in compagnia di un'amante ventenne, francese e chic, persa anche lei all'interno di una vita in cui la recita inizia a perdere i pezzi, lui le confessa il suo amore, lei accetta i suoi regali da milionario ma non vede l'ora di mollarlo per tornare dal fidanzato...

Questa è una delle frasi che pronuncia l'imprenditore (ricco ma attento lettore; la francese gli chiede se per caso non scriva anche poesia):

"Sì, si tratta proprio di questo, del fatto che, per un giorno, la smettiamo di prenderci troppo sul serio e che ci dimentichiamo, o che almeno fingiamo di dimenticarci, di quella stronza linea della vita che ci detta dove dobbiamo andare, quale passo successivo dare, la parola seguente, la riunione seguente e la tomba seguente" (id., p. 148).

Sono parole che ci colpiscono perché riassumono, in parte, l'anelo di molti dei 221 personaggi che impareremo a conoscere lungo la trama mastodontica del romanzo; forse Sur ci attira proprio perché ci mostra come gli esseri umani (qui iperrealisticamente rappresentati) tentino in tutti i modi (ed ognuno a suo modo: chi con il sesso, chi con la droga, chi con il denaro, chi con l'elemosina, etc.) di svicolare dalla "stronza linea della vita" che sembra obbligarci a seguire dei passi pre-determinati. E nessuno si salva da questa rincorsa al rimpiattino: nemmeno il prete che plagia le fedeli più focose e traviate; nemmeno l'uomo comune (l'uomo medio) che ha sposato una donna dalle evidenti turbe psichiche; nemmeno la vecchia che soffre d'Alzheimer e ricorda un losco fatto di cronaca di quand'era una bambina...

Sur è un romanzo che colpisce per questo e per molti altri motivi (lo stile cangiante, plastico, flessibile; la carica visuale di molti brani, tanto che sembra di stare al cinema; la profondità delle riflessioni di questo narratore onnisciente che dirige il gioco con mano ferma e distacco). E sono certo che verrà tradotto anche in Italia. È un libro potente, un'opera che resta impressa (a lungo) nella memoria del lettore.

lunes, agosto 05, 2019

Con il passeggino (a passeggio)

Quando si diventa genitori, non solo cambia la vita così come uno l'intendeva prima di avere tra le braccia il proprio figlio, no; cambia anche il modo di rapportarci alla vita, ai fatti e alle persone che la vita ci porge davanti (volenti o nolenti) ogni giorno ...

Da quando passeggio con il passeggino, non c'è passante che non avverta l'immediata curiosità di "spiare" chi c'è dentro, chi porto dentro il passeggino, che fattezze ha, se è bello o è brutto (si dice che i bambini, soprattutto se appena nati, sono tutti belli - ed è falso, ce ne sono di davvero mostruosi), se sta dormendo o se è sveglio, se si assomiglia di più al padre o alla madre (nel caso in cui ci si trovi a passeggio insieme alla propria consorte), se mangia bene e rutta o se ha problemi ad attaccarsi alla tetta (o al biberon)...

Le persone (normali) sono attratte dalla visione dei passeggini e del loro potenziale contenuto. C'è poco da fare. È così. Si potrebbe fare anche l'esperimento di andare in giro con un passeggino vuoto e non ci sarà passante che non si volti o non si avvicini per curiosare e vedere com'è il bimbo che viene trasportato in quel momento...in quel preciso istante (fugace, il più delle volte: pochi secondi, al massimo un minuto; il movimento della testa che si volta è quasi automatico, quasi un riflesso indipendente dalla volontà di chi spia o prova a guardare).

E ciò che cambia è anche il nostro modo di rapportarci alle potenziali amanti, a quelle donne che attraggono (o attirano) la nostra attenzione da un punto di vista sentimentale o meramente sessuale... Ci sono ragazze anche piuttosto giovani che ti guardano con un sorriso sincero d'apprezzamento fisico e il fatto d'esser tu diventato un padre non le frena, non le spinge a censurare un certo sguardo d'apprezzamento, uno sguardo intrigante interessato che lascia trasparire questo messaggio: "Non male il paparino" o "Chissà come sarà a letto questo neo-papà".

L'incontro fortuito diventa ancora più assurdamente intrigante quando ad incrociare il tuo sguardo è un'altra neo-mamma: si nota  subito che è in difficoltà, si vede chiaramente che è divisa a metà tra il desiderio di continuare a guardarti negli occhi per sentirsi osservata e desiderata fisicamente, per sentirsi "donna", e la paura di essere giudicata dal punto di vista morale come una "mamma snaturata", perché le madri non possono filtrare col primo che passa e men che meno con uno che è anch'egli padre, genitore da poco, papà in erba, anche se questo papà ricambia lo sguardo d'intesa sentimentale o passionale, e pensa: "Chissà come sarà nuda e a letto, chissà se le piace essere posseduta con violenza, chissà se ha già passato la quarantena ed è tornata a fare sesso con suo marito, chissà...".

Quando un neo-padre incontra una neo-madre e si trovano entrambi a scorrazzare i proprio figli col passeggino e si trovano entrambi ad incrociare i propri sguardi sessualmente attivi ed interessanti nell'eventuale preda, ecco, quando questo tipo d'incontri si realizza, uno si rende conto ancora di più di quanto la venuta al mondo della prole modifichi completamente il nostro modo di rapportaci alla vita e alle sorprese e agli incontri e alle avventure che la vita stessa è solita offrirci, anche quando non andiamo a cercarcele, queste avventure, anche quando siamo a passeggio nel parco e una neo-mamma ci osserva con quello sguardo a metà tra l'auto-censura e la rabbia, tra la voglia d'essere posseduta (almeno) con lo sguardo e il senso di colpa, tra la passione che risorge dalle proprie ceneri e il senso del dovere al quale sembra condannato chi mette al mondo dei figli.

Il passeggino cambia il nostro modo di passeggiare e il nostro modo di comunicare con il mondo. Il passeggino attira l'attenzione degli altri abitanti del mondo. Il passeggino stronca sul nascere eventuali attrazioni che potrebbero essere, effettivamente, "fatali" e, allo stesso tempo, stimola la nascita di questi scambi d'intesa a distanza pieni di tenerezza e sensualità, sensi di colpa e voglia di rompere gli schemi.

jueves, agosto 01, 2019

La calma (piatta) delle vacanze (estive)


Se aprile è il più crudele dei mesi (secondo T. S. Eliot), agosto è il mese che (per antonomasia) dà l'avvio alle vacanze; la gente si prepara a godersi il meritato riposo; c'è chi carica la macchina di secchiello e paletta, di palloni da calcio e da beach-volley; c'è chi avvisa l'amante e la mette in stand by per tutto l'arco temporale che durerà l'assenza dalla città per il soggiorno in qualche località marinara in compagnia (forzata) della (legittima) moglie; c'è chi, più semplicemente, si prepara a stare più tempo coi figli, con tutti i pro e i contra che ciò implica; e c'è chi, anziano, si appresta ad affrontare un periodo buio, fatto di solitudine ancora più pressante, proprio perché i figli se la danno a gambe e scappano dal casino e dallo smog della città per andare a incasinarsi e a respirare merda in qualche paesello in riva al mare o ai piedi delle Alpi...

L'estate è come una grande parentesi: il tempo che uno vive d'estate è una sorta di tempo acronico o astorico, perché avulso dai ritmi giornalieri della nostra vita "normale", quella che scandiscono il lavoro, gli impegni familiari, il telegiornale...

E così anch'io m'appresto a vivere questa mia prima estate senza Italia e senza viaggi all'estero (anche se vivo all'estero, la Spagna è pur sempre estero, se sei italiano e non rimpatriato...), proprio per l'avvenuta nascita della prole...

Guardo Blob come fosse una droga (non c'è niente di più triste, angosciante e sconvolgente del guardare Blob vivendo all'estero; Blob è lo specchio oscuro in cui si riflette tutta l'assurdità del Bel Paese); leggo Sur, un romanzo-fiume di quasi 600 pagine, un libro straordinario, scritto da Antonio Soler con uno stile che è a metà tra la cronaca realista (e crudissima) e la liricità (più poetica e sentimentale); ausculto il battito del cuore della mia compagna d'avventure che, per contrastare la nostalgia dei viaggi non intrapresi, ha acquistato un abbonamento per andare a vedere gli spettacoli teatrali del teatro della città costiera in cui stiamo vivendo in questo periodo di caldo afoso e prole in progress; faccio zapping su Google, alla ricerca di qualche scrittore italiano che m'ispiri fiducia e curiosità (un caso a parte è quello di Juan Rodolfo Wilcock, un argentino che, una volta trasferitosi in Italia, ha scritto e pubblicato in italiano; un genio che ha scritto La sinagoga degli iconoclasti e un libro che debbo assolutamente avere, Il libro dei mostri, uscito postumo nel 1999 e ora appena ripubblicato da Adelphi, a 20 anni dalla prima apparizione); ogni tanto, evado dalle mura domestiche e dall'estremismo degli affetti familiari (paterno-filiali) afferrando la mia bici MTB semiprofessionale per correre alla velocità media di 34 km/h e respirare la brezza marina del vicino Mar Mediterraneo...

L'estate è il periodo della calma piatta; dell'assenza d'impegni impellenti; di questo meriggiare "pallido e assorto" che a volte mi strema e a volte mi strugge...

domingo, julio 14, 2019

Impegni e priorità

Dunque, quest'anno avrei dovuto viaggiare di nuovo in Inghilterra e tornare sul "luogo del delitto", ovvero, l'Università di Oxford, che ho adorato e amato e ammirato l'anno scorso proprio di questi tempi, ovvero, verso la fine del mese di Giugno...

La nascita della mia prole mi ha obbligato a dare priorità alle cose e agli impegni estivi; quando uno diventa padre impara subito a capire cosa è prioritario e cosa secondario; una conferenza da dare nell'ambito di un congresso oxfordiano è secondaria rispetto alla nascita della propria prole; così la redazione di un articolo (non c'è articolo scientifico al mondo che non possa aspettare, quando tuo figlio ti chiede di mangiare o non è ancora in grado di mangiare da solo e con le proprie mani e dipende totalmente da te e dal biberon che tu gli offri in pasto).

E così pure il viaggio a Napoli: ho dovuto rimandarlo a Febbraio 2020, se tutto va bene e non sorgono imprevisti (e anche solo scriverlo "2020", mi fa un certo effetto, sembra davvero fantascienza...).

E così pure la traduzione di un libro di racconti dallo spagnolo all'italiano: sono mesi che rincorro l'autore e gli eventuali editori italiani interessati alla mia proposta, ma ora che sono diventato padre "partorire" questo libro, "dare alla luce" questi racconti nella lingua di Dante non è più prioritario come lo era mesi fa. E forse è un bene, forse è anche meglio così: anche un libro tradotto può aspettare, le traduzioni sono operazioni di lunga durata, operazioni complesse che richiedono la massima concentrazione e io ora questa concentrazione massima non ce l'ho più, perché la prole ti obbliga a seguire degli orari assurdi e l'insonnia diventa quotidianità e il ritmo di quando uno pranza e quando uno cena possono subire ritardi non previsti nell'arco di pochi minuti...

Prima mangiano i figli, poi i genitori. Non l'avrei mai pensato, prima di essere diventato tale...

E insomma, vivo questa nuova condizione di padre e genitore come se fossi in un limbo, dove tutto assume un significato relativo, dove la paura svanisce (non si può essere genitori avendo paura), dove si scopre una forza (fisica e d'animo) che non si sospettava d'avere.

E intanto, nei pochissimi ritagli di tempo che ho per stare solo e lontano da loro, dai figli e dalla compagna d'avventure, ecco che invento racconti che poi scriverò (chissà quando e chissà come, ma so che li scriverò); ecco che m'invento un futuro ancora tutto da scrivere, anche in loro compagnia...

E leggo saggi difficili, ma affascinanti, come L'inchiostro della malinconia di Jean Starobinski (Torino, Einaudi, 2014), o Ascoltare il passato con gli occhi, di Roger Chartier (Roma-Bari, Laterza, 2009), anche se a volte non capisco le frasi appena lette e devo tornare a rileggere, anche se a volte mi addormento sui libri e contemplo lo sguardo assonnato di chi mi ha reso padre...

sábado, junio 29, 2019

25 di Giugno del 2019

Ci sono date che uno non potrà mai dimenticare. Nel mio caso è quella che dà titolo a questo post, che pubblico dopo quasi più d'un mese d'assenza da questo "diario virtuale", scritto da me per me e per chissà chi altro...

Il sorriso della tua compagna di avventure quando esce dalla sala parto con in braccio le tue figlie; il brillio degli occhi di chi ha lottato per arrivare fino a quel punto, la nascita delle proprio figlie, sangue del tuo sangue, sangue del suo sangue...L'allegria, la felicità indescrivibile, l'assurda potenza dell'amore e della vita che si fa strada in mezzo a mille ostacoli, a dottori che danno versioni contrastanti e contraddittorie, a ginecologhe che t'ispezionano senza pietà, infilandoti le dita fino al collo dell'utero per dire che le contrazioni non sono poi così frequenti e che, quindi, forse è meglio il cesareo...

Il sorriso che diventa risata e poi le lacrime di gioia: la tua compagna d'avventure che ti abbraccia, tu che la baci, tutti che vi baciate, perché sapete che non è stato un parto normale, che sono pochissime le donne che mettono al mondo dei gemelli col parto naturale...

E l'ostetrica che ci fa i complimenti. E si mette a piangere anche lei. Gli infermieri che scherzano. I familiari che saltano di gioia, davanti ad altri padri in attesa di diventare padri; ad altri zii, in attesa di vedere i loro nipoti; ad altri nonni che non vedono l'ora di viziare i figli dei loro figli...

Non credo esistano al mondo dei luoghi più intrisi di emozioni umane come il reparto "maternità" di un ospedale... La suspense la si percepisce in ogni angolo di ogni sala d'attesa. Perché è nelle sale parto, che viene al mondo un nuovo essere umano; perché è lì che una donna diventa madre e rende un uomo padre, ovvero, un uomo nel pieno senso del significato del termine.

25 Giugno del 2019. È questa la mia data...

martes, mayo 28, 2019

La luce in fondo al tunnel



E così, arrivano all'improvviso quei momenti in cui tutto sembra risolversi, in cui problemi che ti sembravano macigni o scogli insormontabili diventano sciocchezzuole di cui sbarazzarsi in una scrollata di spalle, in cui ciò che sembrava impossibile, diventa non solo fattibile, ma quasi reale...

Se prima nessuno ti rispondeva, ora hai a disposizione due case editrici che potrebbero essere interessate al tuo progetto di traduzione (non importa che la scadenza cada nel 2020 o nel 2021: tu ci credi e speri di vivere almeno fino a quella data).

Se prima ti sentivi incapace di tornare a scrivere un racconto, ora non sono l'hai scritto (in seconda persona del singolare, come questa riflessione volante), ma l'hai anche fatto leggere ad una lettrice esperta e lei t'invoglia a scrivere di più, le è piaciuto, si vede, si nota dallo sguardo che ha fatto quando, stamattina, ti ha confessato: "L'ho letto! Ma è meraviglioso! Stupendo!".

Se prima ti sembrava impensabile organizzare le cartacce per fare una domanda a livello nazionale sul territorio italiano, ora hai capito come funziona il sistema e il meccanismo del programma informatico messo a disposizione dal Ministero e ci provi quasi gusto a caricare i files in pdf negli appositi spazi...condanna di Sisifo, ma sì, accidenti, si può fare...

Se prima ti veniva l'ansia a pensare al convegno da te organizzato all'interno della tua Università, ora che è finito, ora che i colleghi ti hanno fatto i complimenti per come è venuto, ora che perfino gli studenti ti manifestano il loro vivo interesse, ecco, ora capisci che nonostante il sudore e lo stress spesi per organizzare il tutto ne è davvero valsa la pena...

Se prima ti sembrava assurdo far parte di una giuria chiamata a scegliere il libro dell'anno della Regione del Sud del Sud della Spagna in cui pernotti, ora sai che le vie della letteratura sono infinite e che se uno coltiva la sua passione di lettore inquieto e irrequieto, ecco, se uno è davvero appassionato di ciò che fa, allora forse anche gli altri se ne accorgono e provano a metterti alla prova, ti fanno partecipare, si fidano del tuo gusto e della tua professionalità e tu speri, sinceramente, di non deluderli (e incroci le dita, sperando che arrivino libri degni d'interesse e di alta qualità letteraria)...

E che la morte ci sorprenda al lavoro, come diceva Picasso (o forse era Luis Buñuel)...

lunes, mayo 06, 2019

Roberto Calasso legge Sir Thomas Browne: o del senso della vertigine


Chi conosce Sir Thomas Browne sa già che leggendo le sue opere s'imbatterà in questioni di una certa trascendenza e, se ci riflettiamo un po' sopra, non è nemmeno poi tanto strano che ciò accada: Browne (nato il 19 Ottobre nel 1605 a Norwich e morto lo stesso giorno, ma del 1682, ovvero, 77 anni dopo, nello stesso luogo) era, innanzitutto un medico, e poi, subito dopo, un teologo e un erudito. Insomma, si trattava di un uomo d'un certo grado di cultura che, davanti a un cadavere, non solo si preoccupava di scoprire le cause ultime del decesso, ma si domandava anche dove potesse finire l'anima del deceduto, se all'Inferno, o al Paradiso, o al Purgatorio...dunque, uno che ci ricamava parecchio sopra, su certe questioni, anche perché - amante dei libri (rari e antichi) e di letteratura - era dotato d'uno stile proprio davvero geniale e particolare e perfino riconoscibile, quando uno vi entra in contatto e vi stabilisce una certa confidenza (basti leggere Religio Medici o Urn Burial, che è un po' il suo capolavoro, e un lettore attento si rende conto del tipico giro della frase "alla Browne").

Ora, leggere un saggio di un altro tipo esperto di mitologia, archeologia, sociologia, storia delle religioni e letteratura  comparata come Roberto Calasso (colui che - possiamo dirlo -  inventò l'Adelphi in Italia negli anni 70, dando vita ad uno dei cataloghi letterari più eleganti ed interessanti di tutto il Mondo) non può non riservare delle belle sorprese, per svariati motivi.

Il primo è, di nuovo, quello relativo allo stile: chi ha letto (e goduto della lettura di) Le nozze di Cadmo e Armonia (1988) sa già come scrive Calasso, di quale eleganza espositiva è dotato, di quanta erudizione si nutre, ma senza mai strafare, senza mai atteggiarsi a "colto" che ne sa più di te, sempre accompagnando il lettore con attegiamento davvero umile.

Il secondo è legato, invece, al contenuto del libro: fa davvero impressione scoprire che questo testo è la tesi di laurea di Calasso, discussa nel 1965 presso l'Università "La Sapienza" di Roma, quando Mario Praz fu suo relatore e, si suppone, maestro spirituale nel corso di una ricerca tutta a metà tra letteratura inglese, filosofia antica e, come dicevo supra, storia delle religioni. 

Il terzo motivo è legato alla data di discussione della tesi, il già ricordato anno del 1965. Ebbene, basta una rapida ricerca su Wikipedia per scoprire che nel 1965 Roberto Calasso aveva appena 24 anni! E allora l'ammirazione che uno sente verso uno scrittore e studioso ed erudito che scrive già così a soli 24 anni non può che aumentare fino all'Empireo...

Il quarto motivo deriva, invece, dalla struttura stesso del libro: ogni capitolo è un avvicinamento sempre più deciso verso il mistero dei geroglifici, così come li hanno "inventati" ed "utilizzati" gli antichi egizi. Fermo restando che il mistero resta tale, è incredibile constatare come e quanti autori canonici, oltre a Sir Thomas Browne, si siano interessati ai geroglifici come primordiale (o primitiva) forma di comunicazione tra gli esseri umani: da Ficino a John Donne, da Pico della Mirandola a Coleridge (grande ammiratore e fervido lettore di Browne), da Sant'Agostino fino a Paul Valèry, sembra che non ci sia scrittore di razza o poeta o intelletuale che non si sia fatto prendere dal fascino indelebile ed imperscrutabile dei geroglifici.

E Calasso, sorpassando, in parte, la rigidità tipica del genere "tesi di laurea", riesce nel miracolo di avvincerci, di trascinarci, di ipnotizzarci nelle mille pieghe (nei "Millepiani", mi verrebbe da dire, alla Gilles Deleuze e alla Félix Guattari) dei geroglifici e delle opere principali del grandissimo Sir Thomas Browne...

Succede, ad esempio, nella parte finale, quando Calasso chiosa il famosissimo e citatissimo capitolo V di Urn Burial (talmente famoso e talmente citato che Jorge Luis Borges, in combutta con l'amico Adolfo Bioy Casares, pensò bene di aggiungervi dei frammenti apocrifi, scritti secondo il perfetto stile Browne):

"Così arriviamo a parole famose e stupende: 'Quale canzone cantassero le Sirene, o quale nome abbia assunto Achille quando si nascose fra le donne, sono domande astruse che pur si prestano a congetture... Ma chi fossero i proprietari di quelle ossa, o quali corpi avessero costituito quelle ceneri, neanche gli annalisti potrebbero dirlo'. Tombe, urne, ceneri, tutto viene disperso; tutto torna all'anonimità; la memoria dei fatti è affidata al caso" (id., p. 167).

E noi, poveri lettori mortali, non potremo più evitare di porci quelle domande astruse: quale canzone cantassero le Sirene, quale nome abbia assunto Achille quando si nascose fra le donne...

La letteratura (per Calasso, ma anche per Browne) è anche questo: la possibilità di porsi delle domande cui è impossibile trovare una risposta. O anche: un insieme di geroglifici di cui abbiamo perso il codice.

jueves, mayo 02, 2019

Stazione Termini (o dell'impossibilità di raggiungerla)


Come ho già scritto in questo "diario di bordo" virtuale svariate volte, ho sempre vissuto accanto a luoghi di transito o, al contrario, spazi dove i morti dormono il sonno eterno; ovvero, ho sempre abitato a pochi metri da stazioni di autobus o treni, perfino di aeroporti (con tutto il rumore o l'inquinamento acustico che ciò comporta), o accanto ai cimiteri delle varie città in cui (fino ad oggi) s'è (più o meno) svolta la mia vita (Roma, Pisa, Firenze, Salerno, Madrid, e l'attuale città del Sud del Sud della Spagna da cui sto scrivendo).

Stanotte è toccato a Roma il compito di (ri)convertirsi nello scenario del mio incubo quotidiano (ma quanti incubi faccio - e ricordo - ultimamente? Troppi!): mi trovavo in una strada desolata della periferia più periferica della capitale e non riuscivo letteralmente a ritrovare la strada del ritorno a casa, ovvero, la direzione giusta per tornare alla Stazione Termini che, effettivamente, per me, quando abitavo a Roma, era davvero il sinonimo del "ritorno a casa" (vivevo a 12 minuti esatti di camminata a piedi dalla famosa stazione ferroviaria e a 15 minuti esatti dal Colosseo una volta attraversata Via Merulana e imboccata quella che - a tutt'oggi - è per me una delle strade più belle della capitale, ovvero, Via Mecenate, a pochissimi passi dal Colle Oppio, un altro dei miei luoghi del cuore - lì ci (ri)lessi per intero Cent'anni di solitudine di Gabriel García Márquez ed altri capolavori...).

Mi avvicinavo alle fermate degli autobus, ma non passava mai nessuno; fermavo qualche passante e questi mi evitava come se avessi la peste; poi appare una mia collega, molto giovane e molto carina, la tipica spagnola con i capelli ricci e folti e gli occhi scuri e le labbra carnose e la voce possente e mi abbraccia, come se fosse mossa da tenera compassione per me: "Marta, tu sai come faccio a tornare a Termini? Da che parte è?". E Marta mi risponde: "Il cammino è tortuoso e labirintico"; o "Troppo labirintico per te"; o "C'è un labirinto tortuoso prima di arrivarci, stai attento".

Poi vedo una macchina del car-sharing, una di quelle elettriche che qualche romano usa davvero per muoversi in città senza dover spendere troppo di benzina e parcheggi. Mi avvicino, ma appare subito un uomo (senza volto) che mi avvisa: "È passata la mezzanotte, non si può più noleggiare".

E allora appare un'altra collega, anch'ella spagnola, ma bionda e dai capelli lisci, molto giovane e molto bella, anche se di una bellezza più nordica, rispetto a Marta, e lei pure mi abbraccia e mi chiede che cosa diavolo ci faccio in giro per quel quartiere sporco e brutto di Roma a quell'ora tarda della notte. Non so cosa le rispondo. Forse non apro nemmeno bocca. La prendo per le mani e la invito a distenderci tutti e due a terra, sull'asfalto. Senza parlare, iniziamo a contemplare entrambi il cielo stellato. Poi le carezzo la pancia e poi le sbottono i jeans e continuo a perlustrarne il corpo, la pella liscia, i peli del pube, l'umidità della vulva. Mi sento felice, anche se dura poco, perché poi mi ritrovo di nuovo accanto alla fermata dei bus fantasma. Leggo vari numeri, ma non ne memorizzo nemmeno uno. Poi un'autista tipico romano mi dice in dialetto che "hai voglia a te pe tornà giù a Termini!". Come chi esclamasse: " Campa cavallo!". E allora la disperazione, l'angoscia, la frustrazione s'impossessano di nuovo della mia mente e del mio corpo; cani randagi a zonzo per le strade notturne; vialoni pieni di alberi mezzo abbattuti; luna piena e stelle in cielo, come nel set di alcune scene notturne di Profondo Rosso di Dario Argento; provo a camminare, ma tanto lo so che sto girando in torno, che mi sarà impossibile ritrovare la strada per tornare (a piedi) a Termini...

Mi sveglio immerso nel sudore diaccio degli incubi che ci fanno sospirare. In parte felice per aver toccato la mia bella collega (anche se solo su di un piano fittizio, onirico) e in parte angosciato, tristissimo, per non aver saputo portare a termine un'azione che, quand'ero romano anch'io, riuscivo a fare anche due o tre volte al giorno.

Che significa tutto ciò? Perché uno sogna di non riuscire a camminare verso un luogo che gli è ultra-familiare? E che c'entra l'intermezzo erotico con la seconda collega e quello enigmatico con la prima?

Una settimana fa mi trovavo in Italia e Roma l'ho soltanto sfiorata, perché una volta atterrati a Fiumicino, io e la mia compagna di avventure abbiamo subito preso un bus per andare a vedere i miei nel paesino arroccato sui monti abruzzesi di cui dò nota nel mio profilo di queste pagine, senza, appunto, passare dal centro della capitale. Mio fratello vorrebbe comprare un appartamento in zona Centocelle, niente a che vedere con l'Esquilino dove abitavamo quand'eravamo entrambi studenti universitari.
Mia sorella mi ha fatto vedere alcune puntate di Suburra, la famosa serie sui rapporti tra la Mafia, Roma e Ostia.
Ma che c'entra Termini? Che c'entrano le due colleghe? Perché tanta frustrazione nel non riuscire ad andare alla Stazione Termini?

 Diario di viaggio (da Barcelona all'Abruzzo, passando dai laghi - di Como e di Garda) 2/8/2026 Partiti alle ore 10:00 dalla città del S...