jueves, julio 30, 2026

 Limbo temporale

A me piacciono i momenti di mezzo, quei periodi dell'anno in cui non si è ancora in vacanza, ma se ne respira già l'aria; quelli in cui si continua a lavorare, ma con la mente già predisposta a spegnere il computer e a non riaccenderlo fino a settembre. Mi piace il "limbo temporale" che si è venuto a creare in quest'ultima settimana del mese di luglio, quando molti colleghi vengono all'Università già abbronzati perché si spostano dalla loro seconda casa sul mare e, mentre la mattina sgobbano, il pomeriggio lo passano in famiglia in riva al mare. Mi piace la città che si svuota o inizia a svuotarsi, i primi cartelli di "chiuso per ferie", i primi parcheggi semivuoti o le strade del centro percorse solo da turisti che vengono da fuori (e che mal sopportano i 40 gradi di queste latitudini ispaniche del Sud del Sud del mondo). Mi piace questa sorta di "limbo" perché il cervello - ormai stanchissimo e fuso - può pensare l'impensato, dare vita a idee nuove che nascono proprio dallo stress della fine dell'anno accademico e dalla gioia delle vacanze imminenti (finalmente potrò leggere questo libro, questo fumetto, questo saggio, finalmente potrò andare al cinema a vedere questo film, finalmente potrò finire di scrivere questo libro o quest'articolo che sono mesi che giace sulla scrivania tra mille appunti...).

Insomma, mi piace lo stare nel mezzo: tra il dovere e il piacere; tra il rispetto degli orari lavorativi "standard" e il pregustare l'anarchia di quelli legati all'ozio (vedere tutto Dario Argento in maratone cinefile che durano fino all'alba, tanto per fare un esempio), stare tra la Spagna e l'Italia, la valigia ancora non pronta, i vestiti eleganti relegati al passato per lasciare spazio ai costumi da bagno e le magliette e i calzoncini corti del futuro...

"Limbi temporali": potrebbe essere il titolo di un saggio di Carlo Rovelli. O del prossimo film di Chistopher Nolan.

domingo, julio 19, 2026

 Luis Goytisolo



Questa settimana che finisce oggi, 19 luglio, giorno della finalissima tra Spagna e Argentina, è iniziata nel peggiore dei modi possibili. Lunedì 13 luglio ricevo una chiamata da un numero sconosciuto, ma, non so bene perché, decido di rispondere. Dalla voce capisco subito di chi si tratta: è la moglie di Luis Goytisolo, uno degli scrittori più originali della letteratura spagnola del XX secolo, uno scrittore che ho avuto il privilegio di conoscere nel 2006 e con cui, negli ultimi 3 o 4 anni, ho stabilito una sorta di amicizia a distanza che si concretizzava nelle lunghe telefonate che ci facevamo quando era lui a chiamarmi, i venerdì pomeriggio, attorno alle 19 o alle 19:30 del pomeriggio.

Parlavamo di un po' di tutto in queste telefonate, a volte per ore, senza censure né freni inibitori. Una volta mi raccontò di una visita all'obitorio, un prof di criminologia voleva che i suoi studenti assistessero ad una autopsia, una compagna di studi svenne, Luis l'aiutò a rialzarsi, il cadavere ormai azzurro era quello di una donna incinta (o morta durnate il parto).

A volte mi sono chiesto perché Luis si confidava con me, mi raccontava questi episodi abbastanza particolari, a volte si finiva a parlare anche dei suoi fratelli, della guerra civile spagnola, della fame che patirono un po' tutti (ma loro di meno, perché avevano le galline e i conigli e terre ben provviste di frutta e  verdura).

A volte avevo la sensazione di essere una sorta di cassa di risonanza dei suoi ricordi e anche dei suoi successi, lui che non ha mai trovato il plauso o l'appoggio del grande pubblico, solo della critica (e non sempre in Spagna, spesso fuori dal suo stesso paese, soprattutto in Francia e, ultimamente, negli Stati Uniti, dopo che Brendan Riley ha avuto l'enorme coraggio e il grande merito di tradurre il suo capolavoro, che è, resta e sarà sempre Antagonía, tradotto con il titolo in inglese Antagony, una tetralogia che anticipa le tendenze metaletterarie di certo postmodernismo e le supera nel corso degli anni in cui vide la luce: Recuento, del 1973; Los verdes de mayo hasta el mar, del 1976, quando Franco è ormai morto e la censura permette di ristampare anche Recuentom uscito in Messico la prima volta proprio per i problemi con i censori franchisti; La cólera de Aquiles, del 1979; e, infine, Teoría del conocimiento, del 1981...che impresa, per il traduttore americano, rendere in inglese le 1200 pagine di questo monumento letterario, un romanzo sul romanzo, un romanzo sull'atto della lettura e quello della scrittura che permette di costruire mondi fittizi e ponti costanti tra letteratura e filosofia...che fatica, che impresa, che azzardo!).

La moglie ha voluto ribadire che Luis mi ammirava, come studioso, e che mi rispettava, come persona. Solo dopo, una volta riattaccato, ho iniziato ad assimilare la notizia e ho pianto e sono andato fuori, in bicicletta, per prendere un po' d'aria e contemplare il tramonto.

Un'amica mi scrive da Pisa: "Non essere triste, custodisci e diffondi, è tutto ciò che possiamo e dobbiamo fare". Le dico che sì, che questo è uno dei nostri doveri in quanto filologi: custodire e diffondere le opere letterarie che hanno qualcosa da dirci su noi stessi, sull'umanità che ci rende tali. Poi la mia amica aggiunge: "La vita è destinata alla fine, ma dobbiamo lasciare qualcosa che continui".

E l'opera di Luis Goytisolo continua...è vero che abbiamo perso l'autore, ma non abbiamo perso i suoi testi, i suoi saggi, i suoi romanzi sempre complessi e affascinanti. Sarà strano, da ora in poi, non poter più leggere il suo nome sullo schermo del telefonino, quando mi chiamava e ci si faceva anche un po' di risate, quando lui criticava alcuni colleghi e io cercavo di sapere come fuziona da dentro la RAE (Real Academia de la Lengua Española) di cui era membro da anni...

Ho scritto di Luis anche in questo diario di bordo. Non avrei mai pensato di tornare a scriverne proprio ora che non c'è più.

sábado, julio 11, 2026

Piccolo Museo del Diario

Il caldo afoso uccide ogni voglia di fare; perfino leggere un buon libro diventa un'impresa, con il ventilatore sparato in faccia e sul corpo disteso sul divano... In lontananza, si sente il grido dei gabbiani e qualche passerotto o rondine che disegna percorsi impensabili in cielo (dove vanno gli uccelli quando fa così caldo? Dove trovano riposo e ombra? Le domande dei bambini).


Acquisto i biglietti per il Piccolo Museo del Diario di Pieve Santo Stefano (in provincia di Arezzo) per il 9 agosto alle ore 16:30 (l'ultimo ingresso). La mia compagna di viaggi sta scrivendo un libro sui diari e questo "piccolo museo" fa al caso suo, non ci sono dubbi. Mi domando chi mai abbia avuto l'idea di fondarlo, un museo con queste caratteristiche, e se oggi, nel XXI secolo, ci sono ancora persone che scrivano un diario (voglio dire: uno vero, su carta, con la penna, non come questo che sto scrivendo io, con le dita delle mani che ballano sulla tastiera di un computer davanti allo schermo). Chi potrebbe? Chi avrebbe il tempo? Per parlare di cosa, poi? A chi interessano i fatti (minuscoli) della nostra vita quotidiana? (queste domande vanno bene se le applichiamo anche a questo "Diario di bordo" di uno che non osa fare il suo nome e preferisce stare nell'anonimato o usare il nickname per chissà quale strana forma di pudore...). Che cosa spinge qualcuno a dettagliare i fatti della sua vita quotidiana? Che cosa spinse gli autori dei vari diari raccolti e custoditi nel Piccolo Museo del Diario?



Questa capatina in provincia d'Arezzo avverrà dopo aver attraversato mezza Italia: da Genova al Lago di Como, poi chissà, verso le Dolomiti, poi giù, scenderemo verso la Toscana e poi Roma e poi il paesino del Centro d'Italia da cui provengo, in cui sono nato, e in cui è sempre un lusso, un piacere vero, una goduria, tornare...


C'è anche modo di visitare il Museo in modo virtuale; guardo qualche foto, copertine di diari appese al muro, luce soffusa, lampadine che illuminano misteriosamente le parole di chissà chi, di persone comuni, di gente ormai morta, di scrittori in erba o che non hanno mai pubblicato nulla, ma che hanno scritto - negli anni - il proprio "diario di bordo"...

viernes, julio 10, 2026

 Premio Strega e assilli quotidiani


Dunque, ha vinto Michele Mari, scrittore di cui non avevo letto nulla fino a quando la mia cara C. non mi segnalò e consigliò a suo tempo Locus Desperatus (Torino, Einaudi, 2024). Lo lessi d'un fiato, senza capirci quasi nulla. Mi piacciono i libri che sembrano scritti in una lingua che non conosco o non controllo appieno (o "a pieno"?). Ricordo che parlava di un tema a me molto caro, dal punto di vista della teoria letteraria, e cioè degli "oggetti" o delle "cose", di quegli oggetti e quelle cose che facciamo entrare in casa e che custodiamo come fossero amuleti o pezzi della nostra identità (nel mio caso, più che di "oggetti", parlerei di "libri": come farei senza i miei libri? Dove starei ora senza di loro? Come potrei andare avanti senza la mia biblioteca?).

Ricordo anche una battuta sciocca che sottolineai a matita all'interno del libro: "non tutti i lutti vengono per nuocere" e poi una riflessione sul famoso quadro di van Eyck Ritratto dei coniugi Arnolfini, un quadro misteriosissimo del 1434 (nientedimeno) in cui uno specchio riflette sul fondo la scena che non vediamo in primo piano, con un gioco di "dentro" e "fuori" dell'immagine che poi riprenderanno in tanti, Velázquez incluso, con le sue Meninas... Mari o il narratore di Locus Desperatus metteva in risalto (a p. 126) come quel quadro finisse col diventare "oggetto apotropaico per eccellenza: supponendosi che un demone, o una strega, o comunque uno spirito maligno, entrando in una casa e vedendosi racchiuso e deformato da quella specchiante convessità, se ne fuggisse immantinente, sdegnato del ludibrio cui la sua immagine vi era stata sottoposta e insieme paventando di rimanerne prigioniero" (cit.).




Ecco: come non evocare Carlo Emilio Gadda, come non pensare a Tiziano Sclavi (sì,  l'inventore di Dylan Dog), come non evocare Alberto Arbasino dinanzi a cotali descrizioni? (ah, che bella la "specchiante convessità" degli specchi e dei quadri!). Ora che ci penso: Specchiante convessità potrebbe essere un titolo perfetto per un racconto o un romanzo...o un saggio sulla mise en abyme (tra arte e letteratura).

Ma torniamo a bomba: Mari ha vinto l'80esimo Premio Strega, con I convitati di pietra, che non ho letto e che non credo che leggerò nel prossimo futuro. Non perché non ne abbia un minimo di curiosità, ma perché non mi piace leggere i libri premiati che poi diventano "moda" (così come non mi interessa la polemica sulle esternazioni di Mari contro Murgia, di cui non so quasi nulla, perché non mi sono informato e non ne ho proprio voglia - quando si vive all'estero, uno sente il privilegio di potersi risparmiare certe polemiche tipiche italiane, sente il sollievo di non dover partecipare nella diatriba giornaliera, e che sollievo e che libertà).

Nel mentre, mi accorgo solo stamane che devo finire un articolo da mandare a Torino, un capitolo di libro da mandare in Messico e una recensione da mandare ad Alicante. Dovremmo tutti pensare alle vacanze, al relax, al mare e al sole cocente sulla spiaggia e, invece, mi rintano con l'agenda appuntando gli appuntamenti improrogabili, lottando contro il tempo (così come il protagonista di Locus Desperatus lotta contra la Morte e l'Oblio che vogliono mangiargli gli oggetti e i ricordi più cari) e cercando di non cadere preda dell'ansia. 

Nel mentre, scopro la scrittura di Jorge Semprún, uno scrittore che è finito nei campi di concentramento di Buchenwald, che poi ne è miracolsamente uscito, che poi ha lottato al fianco del Partido Comunista Español (PCE) per cercare di contrastare il Franchismo, che poi è arrivato perfino a fare il Ministro per il Partido Socialista Obrero Español (PSOE) e che, infine, ha dato vita a un'opera piena di memoria storica e collettiva, piena di riflessioni su chi siamo e da dove veniamo (compreso un saggio sull'idea di Europa, un libro del 2006 che non vedo l'ora di leggere proprio per vedere come è cambiata quest'idea di Europa, oggi che siamo tutti nel bel mezzo del caos e della messa in crisi del concetto stesso di Europa...).

Dovrei scrivere anche su Semprún: me l'ha chiesto una collega tedesca che dovrei vedere sul Lago di Como ad ottobre, un congresso internazionale accanto alla villa di George Clooney, che cose strane succedono grazie ai contatti che uno stabilisce con i colleghi dell'Università... E poi...lavoro, riunioni, zoom, aggiornamenti, formazione, corsi di...

No, mi dico, basta, siamo al 10 luglio, stasera gioca la Spagna contro il Belgio, non debbo farmi prendere dall'ansia, dallo stress, dalla montagna di cose da fare (scrivere) e da portare a termine, siamo in procinto di andare in vacanza, a che pro tanta fatica? E allora sì, lo faccio, smetto di pensare al lavoro ed apro al volo, a caso, Pensar en Europa di Jorge Semprún (Barcelona, Tusquets, 2006, p. 184), e lo leggo per puro piacere, non per fini accademici, non perché debba scriverne con linguaggio neutro o professorale, e m'imbatto in questa riflessione che sembra inquadrare ciò di cui parliamo oggi, nel pieno del XXI secolo, circondati dalle guerre:

"Il concetto di totalitarismo permette, quindi, in un solo movimento teorico-pratico, di esplorare l'identità storica del nazismo e del comunismo e di delimitare l'alterità radicale di entrambi i movimenti in rapporto alla democrazia parlamentaria. 
Ciò vuol dire che non solo è utilizzabile per poter approfondire la conoscenza del passato, ma anche per prevedere il futuro; per indagare, almeno, le condizioni e le configurazioni concrete di un futuro probabile".

A volte si scoprono le cose per effetto del caso. Viva il caso. 

lunes, julio 06, 2026

 e. e. cummings

Ci sono dei giorni nella vita in cui c'è (sempre) bisogno di e. e. cummings, questo signore qui (un tipo pazzesco e un po' "palazzesco" - nel senso di simile ad Aldo Palazzeschi - a cui piace giocare con la punteggiatura e che amava scrivere il nome e cognome tutto in minuscolo):




e. e. cummings visse tra il 1894 e il 1962: si fece le due guerre mondiali, finì in carcere quando si mise alla guida di un'ambulanza e i francesi lo accusarono di spionaggio (da quelll'esperienza traumatica trarrà ispirazione per il suo The Enormous Room, del 1922, l'anno cui uscì anche Ulysses di Joyce - ne posseggo l'edizione in traduzione italiana a cura di Patrizia Collesi per Baldini &  Castoldi, comprato nel 2023 e colpevolmente non ancora letto), scrisse una marea di poesie e ne pubblicò molte in diverse raccolte. Mi piace e. e. cummings perché sembra un poeta facile, un poeta bambino che gioca con il linguaggio e le strofe, con gli spazi bianchi tra i versi, con le parentesi e l'assenza pressocchè completa di punti, virgole e punti e virgole. E scrive poesie d'una tenerezza struggente come questa, che trascrivo in italiano da Poesie (Torino, Einaudi, 1998, la traduzione è di Mary de Rachewiltz):

92

ti amo tanto (mio bel tesoro)

più di chiunque sulla terra e
mi piaci più d'ogni cosa nel cielo

- sole e canti ti fanno festa se vieni

anche se l'inverno è ovunque
con tanto silenzio e tanto buio
niuno riesce a indovinare

(solo la mia vita) la vera stagione - 

e se ciò che si chiama mondo avesse
la fortuna di udire quei canti (o di scorgere
quel sole che s'alza altissimo nel cuore
di qualcuno più che lieto ogni volta

che sei più vicino) tutti certo crederebbero
(tesoro mio bello) soltanto nell'amore

Che, nella sua versione originale, suona così:

i love you much (most beautiful darling)

more than anyone on the earth and i
like you better than everything in the sky

- sunlight and singing welcome your coming

although winter may be everywhere
with such a silence and such a darkness
noone can quite begin to guess

(except my life) the true time of year - 

and if what calls itself a world should have
the luck to hear such singing (or glimpse such
sunlight as will leap higther than high
through gayer than gayest someone's heart at you each

nearerness) everyone certainly would (my
most beautiful darling) believe in nothing but love



viernes, julio 03, 2026

 Suicidio


La chiamata arriva mentre siamo in spiaggia con amici e familiari venuti dall'Italia: "Scusami il disturbo, so che è sabato pomeriggio, ma devo chiederti una cosa. Conosci per caso M. C.? Gli hai fatto lezione?". Il nome non mi dice nulla. Il gruppo è quello a cui ho fatto lezione di Lingua Spagnola. "Si è suicidato". Resto a bocca aperta e poi mi vien fuori uno spontaneo: "Cazzo", in spagnolo. La collega mi spiega che è successo la mattina stessa e che la Decana le ha chiesto di avvertire tutti i professori che l'hanno avuto in classe come alunno. Un alunno normale, voti normale, non bravissimo, molte sufficienze, qualche discreto. Si è lanciato dal terrazzo della casa di amici, stavano guardando una partita dei Mondiali, forse una crisi improvvisa, chi può dirlo? 

Non sapremo mai i motivi che spingono un giovane a togliersi la vita. Aveva 20 anni. Come dire: aveva tutta la vita davanti. E, invece, ha detto basta. E si è lanciato nel vuoto. Impossibile scoprire o ricostruire il movente. Mi viene in mente un libro che, anni fa, regalai a una persona molto importante per me, una con cui avevo condiviso passioni e letture. S'intitolava Notas de suicidio (di Marc Caellas, Segovia, La Uña Rota Ediciones, 2022) e raccoglieva gli ultimi messaggi di suicidi famosi, da Walter Benjamin a Cesare Pavese, da Virginia Woolf a Ernst Hemingway... Era un libro strano, che lessi con una certa morbosità e anche senso di colpa: chi mi dava il diritto di spiare gli ultimi pensieri scritti da queste persone? Si tratta di scrittori, filosofi, ma anche cantanti, attori, gente che ha avuto il successo, denaro, riconoscimento pubblico, eppure...ha deciso di dire basta e di annientarsi.

Non so e non oso immaginare cosa staranno vivendo ora i sopravvissuti, ovvero, il padre e la madre del ventennte. Non si può immaginare un dolore del genere. 

Guardo il mare, la spiaggia piena di bagnanti allegri, di vecchie che ridono con le amiche, di vecchi che mangiano pollo e patatine o panini imbottiti e si concedono una birra in lattina. Loro non sanno nulla di M.C., la vita va avanti ed è giusto che vada avanti, anche perché altrimenti ci fermeremmo tutti e chissà cosa ne sarebbe dell'Universo, se tutti i viventi decidessero di farla finita o decidessero di fermarsi per sempre...

 Diario di viaggio (da Barcelona all'Abruzzo, passando dai laghi - di Como e di Garda) 2/8/2026 Partiti alle ore 10:00 dalla città del S...