Premio Strega e assilli quotidiani
Dunque, ha vinto Michele Mari, scrittore di cui non avevo letto nulla fino a quando la mia cara C. non mi segnalò e consigliò a suo tempo Locus Desperatus (Torino, Einaudi, 2024). Lo lessi d'un fiato, senza capirci quasi nulla. Mi piacciono i libri che sembrano scritti in una lingua che non conosco o non controllo appieno (o "a pieno"?). Ricordo che parlava di un tema a me molto caro, dal punto di vista della teoria letteraria, e cioè degli "oggetti" o delle "cose", di quegli oggetti e quelle cose che facciamo entrare in casa e che custodiamo come fossero amuleti o pezzi della nostra identità (nel mio caso, più che di "oggetti", parlerei di "libri": come farei senza i miei libri? Dove starei ora senza di loro? Come potrei andare avanti senza la mia biblioteca?).
Ricordo anche una battuta sciocca che sottolineai a matita all'interno del libro: "non tutti i lutti vengono per nuocere" e poi una riflessione sul famoso quadro di van Eyck Ritratto dei coniugi Arnolfini, un quadro misteriosissimo del 1434 (nientedimeno) in cui uno specchio riflette sul fondo la scena che non vediamo in primo piano, con un gioco di "dentro" e "fuori" dell'immagine che poi riprenderanno in tanti, Velázquez incluso, con le sue Meninas... Mari o il narratore di Locus Desperatus metteva in risalto (a p. 126) come quel quadro finisse col diventare "oggetto apotropaico per eccellenza: supponendosi che un demone, o una strega, o comunque uno spirito maligno, entrando in una casa e vedendosi racchiuso e deformato da quella specchiante convessità, se ne fuggisse immantinente, sdegnato del ludibrio cui la sua immagine vi era stata sottoposta e insieme paventando di rimanerne prigioniero" (cit.).
Ecco: come non evocare Carlo Emilio Gadda, come non pensare a Tiziano Sclavi (sì, l'inventore di Dylan Dog), come non evocare Alberto Arbasino dinanzi a cotali descrizioni? (ah, che bella la "specchiante convessità" degli specchi e dei quadri!). Ora che ci penso: Specchiante convessità potrebbe essere un titolo perfetto per un racconto o un romanzo...o un saggio sulla mise en abyme (tra arte e letteratura).
Ma torniamo a bomba: Mari ha vinto l'80esimo Premio Strega, con I convitati di pietra, che non ho letto e che non credo che leggerò nel prossimo futuro. Non perché non ne abbia un minimo di curiosità, ma perché non mi piace leggere i libri premiati che poi diventano "moda" (così come non mi interessa la polemica sulle esternazioni di Mari contro Murgia, di cui non so quasi nulla, perché non mi sono informato e non ne ho proprio voglia - quando si vive all'estero, uno sente il privilegio di potersi risparmiare certe polemiche tipiche italiane, sente il sollievo di non dover partecipare nella diatriba giornaliera, e che sollievo e che libertà).
Nel mentre, mi accorgo solo stamane che devo finire un articolo da mandare a Torino, un capitolo di libro da mandare in Messico e una recensione da mandare ad Alicante. Dovremmo tutti pensare alle vacanze, al relax, al mare e al sole cocente sulla spiaggia e, invece, mi rintano con l'agenda appuntando gli appuntamenti improrogabili, lottando contro il tempo (così come il protagonista di Locus Desperatus lotta contra la Morte e l'Oblio che vogliono mangiargli gli oggetti e i ricordi più cari) e cercando di non cadere preda dell'ansia.
Nel mentre, scopro la scrittura di Jorge Semprún, uno scrittore che è finito nei campi di concentramento di Buchenwald, che poi ne è miracolsamente uscito, che poi ha lottato al fianco del Partido Comunista Español (PCE) per cercare di contrastare il Franchismo, che poi è arrivato perfino a fare il Ministro per il Partido Socialista Obrero Español (PSOE) e che, infine, ha dato vita a un'opera piena di memoria storica e collettiva, piena di riflessioni su chi siamo e da dove veniamo (compreso un saggio sull'idea di Europa, un libro del 2006 che non vedo l'ora di leggere proprio per vedere come è cambiata quest'idea di Europa, oggi che siamo tutti nel bel mezzo del caos e della messa in crisi del concetto stesso di Europa...).
Dovrei scrivere anche su Semprún: me l'ha chiesto una collega tedesca che dovrei vedere sul Lago di Como ad ottobre, un congresso internazionale accanto alla villa di George Clooney, che cose strane succedono grazie ai contatti che uno stabilisce con i colleghi dell'Università... E poi...lavoro, riunioni, zoom, aggiornamenti, formazione, corsi di...
No, mi dico, basta, siamo al 10 luglio, stasera gioca la Spagna contro il Belgio, non debbo farmi prendere dall'ansia, dallo stress, dalla montagna di cose da fare (scrivere) e da portare a termine, siamo in procinto di andare in vacanza, a che pro tanta fatica? E allora sì, lo faccio, smetto di pensare al lavoro ed apro al volo, a caso, Pensar en Europa di Jorge Semprún (Barcelona, Tusquets, 2006, p. 184), e lo leggo per puro piacere, non per fini accademici, non perché debba scriverne con linguaggio neutro o professorale, e m'imbatto in questa riflessione che sembra inquadrare ciò di cui parliamo oggi, nel pieno del XXI secolo, circondati dalle guerre:
"Il concetto di totalitarismo permette, quindi, in un solo movimento teorico-pratico, di esplorare l'identità storica del nazismo e del comunismo e di delimitare l'alterità radicale di entrambi i movimenti in rapporto alla democrazia parlamentaria.
Ciò vuol dire che non solo è utilizzabile per poter approfondire la conoscenza del passato, ma anche per prevedere il futuro; per indagare, almeno, le condizioni e le configurazioni concrete di un futuro probabile".
A volte si scoprono le cose per effetto del caso. Viva il caso.