Diario di Oporto
Sabato 6 Giugno
Atterriamo alle 15 in Portogallo, quando, in Spagna, sono le 16. Un'ora indietro, come alle Canarie. E che strano è percepire la relatività del tempo nello scendere da un aereo che ha attraversato (letteralmente) il fuso orario tra l'uno e l'altro paese (due paesi vicini e gemelli della Penisola Iberica: due paesi che si rispettano e non se si invidiano o temono, dato che il Portogallo ha dovuto combattere per ottenere l'indipendenza dalla Spagna, quando la Spagna comandava perfino sul Nuovo Mondo, con la "scoperta" di Colombo).
Siamo ad Oporto, l'unica città portoghese che né io né la mia compagna di viaggio abbiamo mai visto prima. Ciò che colpisce immediatamente il viaggiatore è la luce del sole: la luminosità abbagliante perfino mentre si viaggia in metro (dall'aeroporto alla fermata di Trinidade ci si impiega una mezz'ora o forse 40 minuti).
Leggo i nomi delle fermate: alcuni suonano surreali, come Senhora da Hora (La Signora dell'Ora? Una metafora per dire "La Morte"?) o Esposade... altri suonano bene, come Casa da Mùsica. Verde e parchi ovunque. Oporto è il porto più grande, forse, o più famoso del Portogallo, ma anche molta vegetazione, natura selvaggia, e una montagna di gabbiani che sorvolano sulla testa dei turisti ad ogni ora del giorno e della notte.<
L'appartamento è in Rua da Picaria, una strada piena zeppa di bar e ristoranti (quello italiano ha un nome che in Italia stonerebbe parecchio: Bellano - Cucina Italiana). Siamo vicini anche alla libreria più famosa di tutto il Portogallo e considerata una delle più belle al mondo, la Livraria Lello: a piedi ci vogliono 10 minuti, da lì poi è facile arrivare al centro storico e poi, ancora più giù, verso il mare, al porto di Oporto (che sembra un'alitterazione infantile).
Compriamo latte e biscotti in un Auchan Express e poi ci organizziamo per la cena, qualcosa di tipico portoghese, come il baccalà con la besciamella (che non mi fa impazzire) o la "francesinha" (che mi lascia a bocca aperto: un toast con dentro wrustel, carne varia, sopra un uovo, il tutto imbevuto o sommerso da una salsa rossa un po' piccante).
Quando riusciamo ad entrare in casa, la cosa più bella da vedere è il balcone, che diventirà la mia vedetta favorita da cui contemplare sia i vicini del palazzo di fronte, sia i frammenti di mare che si vedono perfino da qui, sia i gabbiani che notte e giorno ci starnazzano sulla capoccia. Dalla mansarda di fronte a noi si vedono le tende della camera da letto del vicino che gironzola mezzo nudo tra un tavolinetto basso e un frigorifero anni 70. E uno si domanda: che ci fa un elettrodomestico del genere in camera da letto? Quanto sarà piccola quella mansarda?
Domenica 7 Giugno
Andiamo fino al porto, lì dove il turismo di massa rovina tutta la bellezza naturale e la magia della città. Gente ovunque, molti francesi, molti inglesi, molti americani, qualche italiano, qualche spagnolo, i ristoranti sono pieni ad ogni ora del giorno e della notte, i camerieri non hanno tempo nemmeno per respirare, un drink costa il triplo che in un qualsiasi altro bar lontano dalla massa, è orribile dover sopportare tutta questa gente sudata, un po' trasandata, zombi che si spostano in grosse comitive o che seguono la guida con l'ombrellino giallo in mano aperto, gente che si diverte a farsi i selfie ogni tre per due, odio questo tipo di turista, questo gregge, questa macchia orribile di piedi e mani che seguono tutti lo stesso percorso. Litighiamo perché propongo di allontanarci dal caos. Le bimbe vogliono vedere il salto mortale di un mulatto giovane e prestante che si getta davvero da una delle transenne del famoso ponte di Luís I: splash! E tutti ad applaudire, l'acqua del Douro deve essere gelata, anche se fa relativamente caldo qui, 23 gradi, non male per essere Giugno, dove sarà finito il ragazzo? E se non torna a galla? Avrà dato una panciata? Si sarà fatto male? Litighiamo e alla fine riesco a convincere tutta la truppa a tornare al supermercato e comprare un pacchetto di pasta e un barattolo di pelati. Stasera si cena italiano, altro che cazzi!
Di notte scendo a riempire una bottiglia d'acqua alla fontanella sotto casa, mi accorgo dell'esistenza di una cabina telefonica, una di quelle rosse, come a Londra, con il telefono nero ancora funzionante: chiedo a una delle bimbe di farmi una foto. Faccio finta di chiamare Fernando Pessoa. Lui l'ho rivisto a Lisboa, seduto sotto forma di statua in non ricordo più quale "rua" del centro della capitale, piena di tram gialli degli anni 50 e 60. Prima di dormire, accendo la lucetta dell'abat jour per iniziare a leggere un saggio di una collega ispanista italiana che studia i rapporti tra letteratura spagnola e religione cristiana. Un tema adatto a Oporto. E forse anche a me...
Lunedì 8 Giugno
Fila immensa e snervante prima di entrare nella famosa Livraria Lello: si paga un biglietto per entrare, 12 euro. Noi l'abbiamo comprato online dalla Spagna per tutta la famiglia. E la libreria li merita, perché è davvero un museo, una specie di resto archeologico di una libreria del Novecento che, però, si è trasformata in un bene di lusso, un luna park per (di nuovo) i turisti di massa, quelli che entrano solo per farsi un selfie. Sudore, code infinite, ciarle, gente che grida nei cellulari, la mia misantropia atavica torna all'attacco davanti a tante pecore, mi pento di aver ceduto, se lo avessi saputo, non sarei venuto. Poi la mia compagna di avventure mi spiega che ti rimborsano se compri un libro per almeno 12 euro. Quanti di questi turisti entra per comprarsi un libro o anche solo per sfogliarlo? E poi scopro il trucco: i libri (alcuni in edizioni davvero molto belle ed eleganti) costano tutti come minimo 16 euro. Ecco qua: si mercifica anche il libro, si fanno soldi sulla cultura, non c'è verso di uscire dal tunnel del capitalismo accelerato. Sfoglio 3 capolavori (questi costano anche 25 o 30 euro): Moby Dick, in edizione compattissima, da leggere con la lente d'ingrandimento; Lolita, in edizione facsimile; Tristram Shandy, in edizione rilegata e cartonata. Che ne sa questa gente di questi capolavori? Hanno mai letto Sterne, o Nabokov, o Melville? Poi lo sguardo mi va sulla versione francese dell'Ulisse. Sempre Joyce. Viva sempre James Joyce.
Quando usciamo dalla bolgia infernale, andiamo a prendere una macchina a noleggio per fare un salto a Vigo. Si torna in Spagna, in Galizia: tremo all'idea di dover guidare una macchina con cambio automatico e restiamo entrambi a bocca aperta quando, traversata la frontiera, il confine, la linea divisoria tra Spagna e Portogallo l'ora del cellulare torna avanti: erano le 14, sono diventate le 15. Anche se anche qui, come ad Oporto, farà notte tardissimo. Il tramonto lo godiamo dal balcone dell'altro, nuovo appartamento, alle 22 della notte. In Italia sarà buio da un bel pezzo. La cucina spagnola non delude mai. E rispetto a quella portoghese, beh, trova il plauso unanime di tutti i membri della famiglia...
Martedì 9 Giugno
Dopo aver visitato Vigo e il centro che non c'è (è una città su più livelli e con grosse pendenze tra un quartiere e l'altro, si ha come l'impressione di scalare una montagna che ha molti lati per l'accesso), torniamo indietro verso Oporto, ma prima di prendere l'aereo facciamo una capatina a Braga. È una città piccola, piena di storia: la Cattedrale è una delle più antiche del Portogallo. Ha una facciata annerita e molto scura che fa pensare subito al Medioevo. Una signora ci vende dei foulard e dei canovacci con il gallo, simbolo del paese. In una zona di lavori in corso m'imbatto in un appartamento mezzo diroccato dalla cui finestra a piano terra si vede un bidet: viola o rossastro, pieno di sporcizia e polvere e calcinacci. Il tir ci fa passare; la ruspa fa casino e si sposta sulla destra; un tizio apre il suo negozio di Vespe, tutte rosse, bianche e verdi e così disposte all'ingresso (un omaggio all'Italia?). Facciamo spesa: panini e pizzette, frutta e succhi di frutta, una coca-cola per me perché devo guidare e ho dormito poco e dopo un'oretta siamo a Maia, l'aeroporto di Porto. Sono passati 3 giorni soltanto dall'arrivo ed è già arrivato il momento di ripartire.
Ripenso a quei gabbiani che ci hanno fatto compagnia lungo tutta la passeggiata verso il Douro; ripenso a quel bidet stile Duchamp; ripenso a quell'uomo mezzo nudo che ha il frigo in camera e alle tende della sua mansarda che danzano spostate dalla brezza del mare. Ripenso ai piccoli dettagli che non sono riuscito (non riuscirò) a mettere per iscritto in questa sorta di diario di bordo del viaggio lampo in Portogallo e a quante cose non ho scritto su Vigo e sulla scrittrice che abbiamo conosciuto finalmente di persona, ai libri che ci ha regalato e alle birre che abbiamo bevuto in sua compagnia. Ripenso a tutto questo e penso che finché c'è movimento c'è vita e finché c'è vita c'è davvero speranza... Speriamo. Nonostante tutto.
Alle 21 siamo già atterrati in terra spagnola. Ora bisogna riprendere la macchina e guidare un'altra oretta verso la città del Sud del Sud in cui viviamo. E abitiamo. E in cui la prole cresce e si fa grande. Con gli occhi assonnati e una gran voglia di bere una bella tazza di latte coi biscotti "Galletas María".
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