martes, junio 16, 2015

Leggere il futuro nel passato: una scena tratta da La nebbiosa di Pasolini


Sono un cinefilo – come sapete bene, voi lettori di lungo corso di questo diario di bordo – e un appassionato dei rapporti tra letteratura e cinema. Però non amo leggere le sceneggiature: mi sembrano testi scarni, in potenza, freddi, tavole da laboratorio, bozze di un libro non vero, o troppo “irreale”, schemi di un lavoro in progress non fatto e non terminabile… 

E però l’altro giorno ho deciso di fare un’eccezione e ho cominciato a leggere La nebbiosa, che è il titolo che Pier Paolo Pasolini scelse per la sceneggiatura dell’omonimo film che non arrivò mai a girare. Siamo nel 1959: Pasolini visita Milano e cerca d’impossessarsi del linguaggio di quegli stessi “ragazzi di vita” che rende protagonisti di due dei suoi romanzi più importanti (Ragazzi di vita, appunto, del 1955, e Una vita violenta, del 1958), oltre che di Accattone (del 1961)... Come fosse una sorta di antropologo, il poeta e regista si cala nell’ambiente periferico e più pericoloso o disagiato della Milano degli anni 60 per ritrovarvi quegli stessi nodi che aveva già sperimentato nella capitale. E almeno stando a quello che butta giù nella sceneggiatura, ci riesce, perché leggendo La nebbiosa si riesce a volte a respirare l’atmosfera assurdamente violenta di personaggi giovani, adolescenti o addirittura bambini completamente allo sbando, che non sanno cosa fare della loro vita, che si dedicano a rubare, a fregare il prossimo, a picchiare o a picchiarsi tra di loro, a dire parolacce e a giocare con le pistole come fossero oggetti di plastica e non armi vere, che possono esplodere proiettili veri e che producono vittime reali (ci sono scene che fanno pensare a A Clocwork Orange di Stanley Kubrick, uscito 10 anni dopo Accattone).

E a un certo punto ci imbattiamo in una scena che fa venire letteralmente i brividi. I “ragazzi di vita” tendono un agguato a un uomo distinto che passeggia di notte lungo i viali del centro di Milano; sembra effeminato; forse si trova lì per prostituirsi o, più semplicemente, per cercare compagnia maschile; i ragazzi lo caricano in macchina con un sotterfugio e poi cominciano a prenderlo in giro. Gino – così si chiama questo strano personaggio – sta allo scherzo, risponde a tono alle battutacce del gruppo, ma poi cambia tono; cito:

“GINO (serio, acuto, coraggioso) Lo so. Avete brutte intenzioni nei miei riguardi. Ma ciò non toglie che potreste essere più divertenti. Bastonatemi, se siete così malvagi da farlo, ma bastonatemi almeno da persone spiritose” (P. P. Pasolini, La nebbiosa, Milano, Il Saggiatore, 2013, p. 140).

Impossibile, di fronte a questo brano, non pensare a come morì l’autore dello stesso. Sappiamo che Pasolini venne massacrato di botte e che il cranio venne schiacciato dalle ruote di un auto guidata (molto probabilmente) da Pelosi. Sappiamo pure che, a parte Pelosi, non si conoscono a tutt’oggi i nomi degli altri “ragazzi di vita” che dovettero assistere alla morte violenta del poeta e regista nei pressi dello Scalo di Ostia. L’elemento delle bastonate è incredibilmente presente sia nel brano (letterario) di una sceneggiatura che non è mai divenuta film, sia nella realtà (durissima e crudele, non più modificabile) della morte dell’autore (la durezza e la crudeltà aumentano se pensiamo che ancora non si conosce tutta la verità su quella notte).

Ma non finisce qui: la scena continua:

“Il Teppa, per primo, resta colpito da quel tono:

TEPPA (bofonchiando) Ma chi t’ha dì, che te demi bastunà? Perché?
GINO (secco, preciso) Perché siete infelici, scontenti di voi stessi, e dovete sfogarvi contro qualcuno”.

E’ evidente che qui Pasolini stia proiettando nel personaggio “debole” e omosessuale (o effeminato) di Gino alcuni suoi strali e traumi personali. I ragazzi continuano e Gino va avanti col suo discorso:

“Siete non infelici, ma molto infelici. Odiate tutti i vostri padri, e il loro mondo, cioè la società: ma non li odiate abbastanza… perché, in fondo, siete come loro…” (id. , p. 141).

Gino ormai non ha più paura della violenza fisica e sputa in faccia ai suoi aguzzini la sua “verità”: attacca il più spavaldo di tutti (uno che si fa chiamare Contessa) e gli dice che è il più arrogante e sbruffone perché, in realtà, è il più viziato da genitori e nonni; a questo punto Toni sbotta, rompendo il silenzio che cala nell’auto, per chiedere: “Ma chi abbiamo incontrato, un profeta?”. E questa è la risposta di Gino:

“GINO Macché profeta… Un altro infelice come voi, me che almeno ammette di esserlo” (id., p. 142).

Ecco, io credo che in questa risposta schietta e diretta ci sia parte del carattere di un “ribelle” e anticonvenzionale come Pasolini. Noi che siamo venuti “dopo” di lui, abbiamo cercato di interpretarlo anche da questo punto di vista: uno che vedeva le cose e che sapeva anticipare certi fenomeni (di massa) prima degli altri. Uno che era anche un intellettuale per questa sua capacità di andare oltre il velo delle apparenze e di anticipare gli eventi che, di lì a poco, hanno avuto luogo in Italia e hanno cambiato il volto sia dell’Italia sia della cultura italiana.

Ma torniamo alle bastonate: Gino non ha paura della morte violenta o della sbruffonata senza logica dei suoi aguzzini. Gino può perfino accettare le bastonate, ma pretende che siano date da persone spiritose.

E ripeto: quando si leggono queste frasi è quasi inevitabile pensare alla fine (reale) che fece Pier Paolo Pasolini: massacrato di bastonate e di botte da una banda di violenti, di giovani (o di giovanissimi) totalmente sprovvisti di spirito (e di coscienza, diremmo col senno del poi).

Ed è inevitabile pensare certe cose proprio perché noi veniamo dopo Pasolini, dopo la sua morte, dopo il 1959 e il 1975 e il 1976… Ed è la nostra posizione privilegiata da “contemporanei” che vengono “dopo” a permetterci di leggere e di interpretare questi dialoghi da sceneggiatura di un film mai girato in quanto frammenti che, in certo modo, anticipano quanto poi sarebbe accaduto sul piano della realtà a colui che inventò e scrisse queste parole. E’ la distanza temporale a permetterci di leggere il passato come futuro, quando il passato non era ancora passato (e scusate il gioco di parole). Ed è per questo che ora io leggo della vicenda di Gino e penso a Pasolini e interpreto quelle parole attribuite a un personaggio di finzione come fossero le parole di Pasolini. Ed è, infine, anche per questo che ogni volta che mi fermo a leggerle mi vengono i brividi e mi abbandono alle ipotesi più assurde, come quella che mi spinge a pensare che Pasolini poteva leggere il futuro in un modo così limpido e sicuro da anticipare – in parte – anche la sua stessa morte…E chissà, davvero, chissà, come sarebbe stata La nebbiosa, se Pasolini avesse trovato il tempo e la forza e l’energia per girarla e trasformare una sceneggiatura in un film vero. Chissà a quale attore avrebbe affidato la parte di Gino, se a Sergio Citti o a Ninetto Davoli, o a qualcuno che gli assomigliasse e in cui lui stesso potesse vedersi riflesso come in uno specchio… Chissà se (come nel Vangelo secondo Matteo, dove fa svolgere il ruolo della Madonna a sua madre) non si decidesse, alla fine, a impersonare lui stesso il personaggio del povero profeta preso in giro dai ragazzini di strada...

jueves, mayo 28, 2015

THE SWIMMER, by JOHN CHEEVER: il racconto come “mini-Odissea”


Ho appena finito di ascoltare dalla viva voce di John Cheever uno dei suoi racconti più famosi e più belli e più riusciti, un vero capolavoro dell’arte del racconto di tutti i tempi. Mi riferisco, ovviamente, a “The Swimmer”, pubblicato per la prima volta nel 1964.

Neddy Merrill, un uomo qualunque, un americano medio, ha bevuto troppo. Non ci viene detto come né perchè: si parla di una festa, in cui tutti hanno alzato il gomito. E a lui viene in mente questa idea bislacca e alquanto surreale: attraversare l’intero quartiere nuotando nelle piscine dei vicini, per poi tornare a casa a piedi. Si sente forte. Si sente bene. Ha voglia di sentirsi come un viaggiatore dei tempi andati, un pellegrino che per devozione cammina a piedi fino al santuario del suo Idolo, un errante. Come Ulisse.

Ecco: “The Swimmer” è un racconto che, nelle sue 12 pagine, riesce a riscrivere l’Odissea di Omero, solo che Cheever cambia il set dell’azione, Ulisse ora non viaggia più verso Itaca, si chiama Neddy (o Ned), e intraprende il viaggio da casa sua a casa sua passando per le case (le piscine) degli altri, comuni mortali, statunitensi borghesi e medi, come lui...

E nel corso del viaggio, anche Ned, come Ulisse, dovrà sforzarsi di essere diplomatico, non potrà stabilire una conversazione troppo pedante con nessuno dei vicini, perché non avrà troppo tempo per compiere la sua missione impossibile.

E come Ulisse, anche Ned si ritroverà a bere whiskey con il vicino che odia, perché pettegolo o troppo ottuso, a parlare con l’amante di turno, che si sorprende e non capisce perché stia invadendo la privacy della sua piscina, con una vecchia che gli ricorderà che la sua vita è piena di guai e ispira compassione... E qui Ned capirà che, forse, la sua memoria non funziona più come una volta: sembra che abbia dimenticato fatti importanti, centrali, che la vecchia gli rammenta e che lui sembra impegnarsi a non ricordare. La moglie vuole lasciarlo; le figlie sono in pericolo; la casa va venduta. Come fa Ned a non ricordare questi drammi personali? Davvero la sua memoria è diventata così selettiva da permettergli di gettare nell’oblio problemi di questo tipo?

Ned è un uomo qualunque, dicevamo, uno proprio come noi. E di fatti, si stanca, soffre il freddo, si sente ridicolo quando – per un breve tratto – si trova costretto ad attraversare la strada a piedi nudi e qualcuno, in macchina, lo prende in giro o gli getta una lattina dal finestrino, prendendolo per quello che sembra: un pazzo, un maniaco sessuale o un pagliaccio semi-nudo e ubriaco.

Il viaggio, però, non si ferma davanti agli ostacoli. Ned continua, persiste, insiste, fino ad arrivare all’ultima piscina del suo personale circuito spazio-temporale. E continua a non ricordare. E continua a sperare. E continua a pensare che è un eroe, che è riuscito nell’impresa, che la sua Odissea personale sta per finire.

Non svelerò il finale. Perché sì, Ned riuscirà a tornare a casa. Nudo, infreddolito, coi muscoli indolenziti, ma torna. Il punto (nodale) è cosa troverà, una volta giunto in porto. Quello di “The Swimmer” è un finale che fa piangere e che fa riflettere; che lascia tramortiti, e che fa pensare. Un capolavoro. Una mini-Odissea contemporanea in cui tutti possiamo riconoscerci. Un capolavoro dell’arte del racconto. Un esempio dell’arte della scrittura minimalista ma profondissima di John Cheever.

Qui una versione in pdf del racconto:


E qui John Cheever, mentre legge in diretta il suo racconto (la voce è tremenda, ci dice tutto dei problemi di alcolismo e di tabagismo che ebbe lo scrittore nel corso della sua vita):

lunes, mayo 25, 2015

Tradurre Shakespeare (possible mission)



Dunque, cominciamo col dire che non sono un traduttore di professione; non mi pagano per tradurre libri, anche se, in un passato piuttosto recente, l’ho fatto (due romanzi picareschi della prima metà del XVII sec. che nessuno legge né leggerà mai – si tratta di opere minori di autori minori della letteratura spagnola). E proprio per tale motivo, ovvero, proprio perché ho trascorso quasi 2 anni interi della mia vita a tradurre, so quanto sia difficile portare a termine una missione del genere, soprattutto quando l’opera da versare nella propria lingua sia lontana (o lontanissima) da noi nel tempo: più ci si allontana dal presente e più si fa fatica a capire – faccio un paio d’esempi – il significato dei modi di dire (che magari oggi non si usano più) o dei giochi di parole (il vero grosso scoglio per ogni traduttore di opere letterarie). Già è difficile capirli, i giochi di parole svolti in un’altra lingua, figuriamoci poi tradurli! O renderli comprensibili in una lingua (quella d’arrivo) diversa dalla lingua del testo originale (o quella di partenza). Insomma, per farvela breve: un gran casino, un problema enorme, su cui si ci può sbattere la testa per giorni e giorni e mesi e mesi, senza venire a capo di nulla (e allora ci si salva – in calcio d’angolo – con la famosa nota a piè di pagina, quello spazio tipografico in cui il traduttore trova rifugio quando alza bandiera bianca e sì, lo ammette, non ha trovato un’espressione giusta o adeguata alla lingua d’arrivo… la nota in quanto dichiarazione di fallimento: “Non ho capito e vi confesso che non capisco; questa frase dovrei lasciarvela in originale; si fa quel che si può; si salvi chi può; il gioco di parole è intraducibile”… Intraducibile! Che parola! Fa davvero venire i brividi – se pensiamo che viviamo costantemente nell’illusione che si possa tradurre tutto e da tutte le lingue del mondo).

Or dunque: fatta questa premessa, chi mi conosce sa che ho tradotto in passato e sa che pur studiando e dedicandomi a tempo pieno alla lingua e alla letteratura di Cervantes, amo leggere e studiare autori e opere di ogni angolo del mondo, con particolare predilezione per l’Inghilterra…

Sta di fatto che, molto probabilmente, se non mi fossi dedicato alla Spagna, avrei continuato a studiare letteratura inglese e mi sarei messo a scrivere la tesi di laurea sull’Ulysses di James Joyce (un romanzo che mi avrebbe portato al suicidio, non ci sono dubbi, ma amo le sfide e adoro i romanzi che ti sfidano, che mettono a dura prova la tua capacità di comprensione, oltre che la tua pazienza). E così, ieri, per una questione di traduzione mal riuscita, per una cattiva interpretazione del testo, e dopo aver fissato un appuntamento con un mese d’anticipo, mi sono recato all’Università per parlare di una questione relativa ad un avverbio della lingua inglese con il maggiore esperto di William Shakespeare che ci sia in Spagna, un luminare della scienza, uno che, in poco meno di 10 anni, ha tradotto 30 opere del Bardo (il che vuol dire quasi TUTTO Shakespeare).

Il Professore accetta di vedermi, dopo che io gli ho mandato per email una specie d’articolo in cui discetto di una traduzione di un altro autore (contemporaneo) spagnolo di un verso di Hamlet. Evidentemente il Professore non solo si prende la briga di leggermi, non solo accetta di vedermi faccia a faccia, ma si preoccupa perfino di correggermi, cioè, di aiutarmi a capire dove potrei correggere il mio pezzo ed esprimermi in termini più corretti dal punto di vista filologico…

Sono emozionato e tutto orecchi, quando mi siedo davanti a quest’uomo sulla settantina (ben portati) e leggermente calvo, con giacca e cravatta anche se fuori fanno 32 gradi, con stile elegante che ricorda subito da vicino lo stile dei docenti delle Università inglesi (uno si sente quasi catapultato a Oxford o a Cambridge – forse anche per la presenza ingombrante di un milione di dizionari inglesi e di un miliardo di testi che a quelle Università possono essere associati: c’è Milton, con il suo Paradise Lost, e c’è Marlowe, il nemico o rivale di Shakespeare; c’è Henry James, coi suoi racconti del terrore e c’è Dickens, coi suoi romanzi avventurosi; c’è il T.S. Eliot dei Four Quartets e c’è il Robert L. Stevenson del Dr. Jeckill & Mr. Hide; c’è il Bram Stoker di Dracula e c’è il Greoffrey Chaucer dei bellissimi Canterbury Tales; e c’è anche il reverendo Sir Laurence Sterne, col suo digressivo e immenso The Life & Opinions of Sir Tristram Shandy

E insomma, io mi sento immediatamente come se fossi in un’altra città e in un ambiente opposto a quello reale in cui fisicamente io e il Professore ci muoviamo e parliamo. E il Professore si cala totalmente nel suo ruolo e comincia a mettermi i puntini sulle “i”, facendomi notare che l’avverbio “behind”, nell’inglese di Shakespeare, ovvero, nell’inglese isabellino, non significava affatto “dietro” o “indietro” o “all’indietro”, bensì “davanti” o “dopo”, ovvero: non indica spazialmente l’essere indietro o lo stare dietro una persona o un’oggetto, bensì l’essere avanti, o davanti, lo stare dopo temporalmente di un evento o di un fatto…  E io ci resto di sasso: ammutolisco, forse impallidisco, improvvisamente, i 32 gradi di fuori si trasformano nel mio cervello (e sulla mia pelle) nei -7 gradi che percepii in Polonia, nella città di Lublin, il Novembre scorso…

E il Professore continua (spargendo sulla cattedra un’infinità di opere del grande classico inglese, oltre a mille appunti presi a mano e molte fotocopie che – a fine colloquio – avrà la bontà e l’enorme e inaspettata generosità di regalarmi – insieme alle sue traduzioni dell’Hamlet e del Macbeth, manco fosse Natale, che giornata splendida è stata la giornata di ieri!).

“Ecco, guardi qui” – mi fa il Professore, dandomi sempre del “lei”, senza mai passare a una confidenza che, in effetti, non c’è stata prima né può esserci ora, anche se siamo seduti l’uno di fronte all’altro, anche se si percepisce che ci stiamo entrambi simpatici, e si capisce che abbiamo le stesse passioni e le stesse manie e lo stesso immenso stupore e la stessa immensa stima di fronte al Bardo – “ecco, sì, guardi qui, dall’atto I, scena III, v. 117: è Macbeth a parlare, dopo la profezia delle tre streghe: loro gli preannunciano che prenderà il posto di Glamis e poi strapperà il titolo di Barone a Cawdor e, infine, diventerà Re… Ecco, legga qui: “The greatest, behind”, che io traduco con: “Il più grande, dopo”, ovvero: la cosa più importante, il ruolo più prestigioso, “dopo”, “behind” nel senso temporale di “più in là”, o “più avanti nel tempo”, o “in un futuro imminente”. Ecco: cosa gliene pare?”.

Ripenso al mio pezzo: e a tutte le volte che, mentre leggevo Shakespeare, traducevo letteralmente “behind” con “dietro”; e ora provo quasi vergogna a capire che non sempre è così, che non sempre, nell’inglese che parlavano i contemporanei della Regina Isabella, “behind” voleva dire “indietro”, e mi sento subito di abbracciare il Professore, di dirgli “grazie”, di dirgli: “Lei mi ha aperto gli occhi, Professore”, e di confessargli, infine: “Come avrei fatto a capire senza di lei, Prof.!”.

Non dico né faccio nulla di tutto questo, ovviamente: ma quando poi il Professore mi allunga le due copie delle sue versioni di Hamlet e di Macbeth e mi fa capire che sono per me, che posso portarmele a casa, che sono un suo regalo per me, non riesco a trattenere l’espressione di giubilo: “Che forte!”, come un bambino davanti al nuovo giocattolo…

Che idiota, invece! E come ho fatto a non vederlo prima, come ho fatto a non capire! Perché non sono andato a leggermi l’Oxford English Dictionary, quello storico, che mi spiega come stavano le cose quando Shakespeare scriveva roba, che non finiremo mai di capire, e di leggere, e di tradurre… Come ho fatto a non capirlo prima, e quanto è complicato tradurre, e com’è sorprendente il momento in cui capisci e pensi che sì, che tradurre si può, che tradurre correttamente un’opera – per lontana che essa sia rispetto al nostro presente – si può fare, missione possibile, anche quando appare impossibile… E grazie ancora, Professore. Per il tempo speso insieme, per i due libri e per le due belle dediche…


lunes, mayo 18, 2015

MEMORIE INVOLONTARIE (alla maniera proustiana)



Che cosa diavolo ci facevo io alle ore 15:51 a Pisa, in Via Matteotti 4, presso la mensa universitaria del Polo Piagge, il giorno 29 di Novembre del 2013? La domanda me la faccio mentre contemplo preoccupato e anche alquanto straniato uno scontrino fiscale che – non si sa bene per quale oscura ragione – ho conservato come fosse un segnalibro all’interno di un romanzo di Milan Kundera che s’intitola (bellissimo titolo, non c’è che dire) La vita è altrove...

E più contemplo e mi giro e mi rigiro tra le mani lo scontrino e più mi trovo d’accordo con l’autore de L’insostenibile leggerezza dell’essere, perché, cari amici lettori di questo blog (ma chi siete? Possibile siate molti di più di quelle tre o quattro lettrici di lungo corso che mi sopportano sin dai tempi che videro la nascita del presente “diario” virtuale “di bordo” di uno che vive “ai bordi”?), è proprio così, accidenti: la “vita” è (sempre) “altrove”, o, come diceva non mi ricordo più chi (forse Oscar Wilde) la “vita” è “ciò che ti passa davanti mentre sei concentrato a fare altro” (o non sarà forse una mia citazione originale? No, non credo di essere così tanto originale, non sono mica un Oscar Wilde, io! Sono solo uno che legge molto e, quindi, deduco che questa cavolata la devo aver letta da qualche parte).

Ma torniamo a Bomba: che cazzo ci facevo io a Pisa quel giorno della fine di Novembre del 2013?

Provo a fare mente locale; provo a chiedere aiuto alla mia memoria. Dal 2004 al 2007 io ci ho vissuto a Pisa e ci passavo quasi tutti i giorni, davanti a Piazza dei Cavalieri, vuoi perché dovevo raggiungere la Facoltà di Lingue vuoi perché mi immergevo – una volta varcata la soglia – negli anfratti sotterranei della mitica Biblioteca della Scuola Normale Superiore... E giorno sì, giorno no, io ci passavo spesso, davanti alla mensa universitaria del cosiddetto Polo Piagge (anzi, quando avevo ancora il tesserino in quanto schedato come “studente dottorando”, io ci mangiavo in quella mensa, per 2,50 euro avevi diritto a un primo, un secondo e un contorno con dolce, se non vado troppo errato e non idealizzo troppo quei mitici tempi in cui s’era davvero “giovani di belle speranze” – o di Great Expectations, come direbbe Charles Dickens...).

E poi, cosa è successo “poi”? Poi, intendo, dopo il 2007? Dunque, vediamo: dal 2007 al 2011 incluso, mi sono trasferito a Firenze (un tiro di schioppo da Pisa, un’oretta di treno, o di macchina, tanto per intenderci con quelli che non conoscono la bellissima Regione Toscana)... E fin qui tutto bene: da Firenze, ero solito spostarmi a Pisa per congressi, per conferenze o – più semplicemente – per rivedere e riabbracciare prof. e colleghi e amici con cui ho mantenuti i contatti anche una volta che sono diventato “fiorentino”, per così dire... E poi? Poi dal 2012 ho vissuto a Salerno e dal 2013, prima di fare il salto dall’altra sponda (la Spagna, da dove attualmente scrivo queste fregnacce), di nuovo a Roma, da cui mi ero allontanato nel 2003 (alla fine del) proprio per trasferirmi a Pisa e fare il dottorato... 

Memoria? Mnemosine? Ricordi? Dove siete? Perché non mi schiarite le idee come Cristo comanda? Dove vi siete cacciate?

Insomma: se nel 2013 sono stato a Pisa deve essere stato per forza di cose per questione di poco, un viaggetto da Roma, magari in treno, magari con quel Regionale (tremebondo) che ci mette esattamente 4 ore e 30 minuti e che quando scendi alla Stazione Centrale di Pisa (provenendo dalla Stazione Termini della capitale) ti senti più vecchio di almeno 10 anni (e noti degli strani capelli bianchi che prima non avevi mai visto sulla tua nuca). Un qualche congresso? Una conferenza? Forse la presentazione di quel romanzo che traducesti e che venne presentato davanti a un pubblico piuttosto interessato presso l’Aula Magna di Giurisprudenza (perché quell’Aula Magna? E perché a Giurisprudenza?)? I segni interrogativi si moltiplicano. E ora capisco che è inutile invocare Memoria, o Mnemosine, o chi per loro... Se certi ricordi sono svaniti è perché così lo ha ritenuto opportuno il nostro cervello. 

O forse no, sono solo assopiti, dormono nella nostra coscienza e sono pronti a tornare in vita non appena quella che Proust chiamava la “memoria involontaria” riterrà opportuno farli resuscitare sul piano del presente (quanta importanza assumono, allora, l’immaginazione e il caso affinché questa “memoria” involontariamente ci permetta il lusso di riscattare e far risorgere certi ricordi del passato remoto...).

E ripenso a Kundera e mi ridico che sì, è proprio così, la “vita” è (sempre) “altrove”... E noi vaghiamo in questo altrove, a volte senza meta... consci che prima o poi s’arriverà in porto (e ci si capirà – forse – qualcosa di più).

miércoles, abril 29, 2015

On the bus

Il bus è un ottimo osservatorio, come la metro, o il tram, se parliamo di grandi città, come Roma o Madrid o Parigi... E come tutti, anch'io ne approfitto, mi piace guardare chi mi siede di fronte o di fianco, chi mi accompagna in quel breve tragitto (circa 20 minuti) che va dal centro storico all'Università. Si ha la possibilità di scorgere paesaggi interessanti, volti che parlano, sguardi che accolgono o che, al contrario, respingono, tipi interessanti o che avresti voglia di conoscere, come questo signore sui ciquanta, tipica faccia da impiegato, uno con camicia e cravatta (bianca l'una, nera l'altra), ma senza giacca, uno che porta allegramente i jeans e che a questi abbina un paio di mocassini neri che fanno molto anni '70.

Il tizio - dopo essersi sistemato - estrae puntualmente un enorme bloc-notes su cui comincia a scrivere in modo a tratti forsennato, come se non ci fosse un domani e come se quello che ha tra le mani fosse il romanzo di una vita, un libro su cui ha puntato tutto.

È mancino, scrive con la sinistra, la destra gli serve per tenere fermo il bloc-notes, e ogni tanto smette di scrivere, e guarda fuori dal finestrino del bus, sembra contempli il paesaggio (colline, montagnole, nuvole strascicate che si sciolgono sotto i raggi potenti del sole del Levante) per poi ributtarsi a capofitto sui suoi fogli, pieni zeppi di una scrittura fine e piccolissima (come si dice che scrivesse Robert Walser prima di morire, quando era già stato internato in un manicomio svizzero, almeno stando a quanto racconta Enrique Vila-Matas in Doctor Pasavento), una grafia particolarmente minuscola, che deve causargli sicuramente qualche problema di vista, anche se lui non porta gli occhiali, né sembra che ne abbia urgente bisogno, ma insomma, a lungo andare, se scrivi a quel modo, la vista dovrebbe risentirne, non trovi?

E uno si domanda subito: "Ma che cosa mai starà scrivendo? Di cosa si starà occupando? È un collega (un prof)? È un impiegato dell'Università (magari un segretario)? È uno scrittore di professione? È un pazzo? È un genio? E uno pagherebbe per poter trovar risposta a queste domande, o allungare il collo e - scorgendosi un po' - riuscire a captare e decifrare almeno una delle mille frasi che quest'uomo qualunque butta giù con una fretta, un impegno e una foga incredibili...

Scendiamo alla stessa fermata, e cioè, a due passi dall'Università: poi io vado a sinistra e lui va a destra e per questo mi domando se sia un collega o non, piuttosto, un segretario, uno dell'ammistrazione, un tecnico, chessòio, un informatico, uno di quelli addetti ad aggiustare i pc dei docenti quando s'impallano e non ti fanno più lavorare.

Un giorno o l'altro svierò a destra e vedrò di chiarire l'arcano. O forse no, e continuerò a vivere il mistero dell'uomo qualunque che scrive come un forsennato su un enorme bloc-notes appunti di chissà quale diario, di chissà quale romanzo, di chissà quale racconto entusiasmante ed intrigante... Un vero e proprio mistero...

jueves, abril 23, 2015

Circondati



E’ da molto che non lascio qualcosa di scritto su questa sorta di “diario virtuale” al bordo di (quello che mi succede, soprattutto quando leggo) e di bordo (come fosse il resoconto del mio viaggio personale su questa Terra). E il motivo dell’assenza è semplice: ho avuto altro da fare, come, ad es., viaggiare per l’Italia (ma quant’è bella la “dotta”, la “grassa”, la “rossa”? Bologna… che colori! Che incanto! Che città vivibile! Che cucina! E quanto risulta affascinante Firenze, quando non ci vivi? Erano 4 anni che non vi mettevo piede; dopo averci vissuto quasi 4 anni e mezzo; è stato strano ripercorrere le stesse strade di una volta, rivedere Ponte Vecchio, con gli innamorati di sempre che si fanno i selfie di oggi, e Ponte alla Carraia, forse più proletario ma non meno bello dell’altro, con la gelateria più buona della città, e Porta Romana e i Giardini di Boboli e Porta a Prato, quanti ricordi, mio dio, quanti! E Roma? Che cosa potrei mai dire di Roma che non abbia già scritto qui milioni di volte e cioè che, più che uno spazio geografico è uno stato d’animo? Cosa si potrebbe aggiungere? Roma, l’immensa, la caotica, la sporca, la stressante capitale della povera Italia…). E poi leggere (anche l’ultimo di Umberto Eco, Numero zero, anche se non mi ha convinto…anzi, mi ha lasciato uno strano sapore in bocca, come di qualcosa di non finito, o di non portato a termine come si dovrebbe, insomma, qualcosa d’inconcluso). E poi vivere, come tutti…

E insomma, tra una cosa e l’altra, era tanto che non tornavo a scrivere su queste pagine online e oggi vi faccio ritorno perché ci sono cose che lasciano il segno, come, ad es., constatare che siamo circondati (tutti e tutti i giorni, continuamente) da morituri, da gente condannata a morire, a partire da noi stessi, anche se è raro che uno si concepisca o si veda o si immagini come “cadavere in potenza”, futuro defunto… Eppure è così, è una legge di natura, perché, prima o poi (speriamo “poi”) tutti dobbiamo morire (“ricordati che devi morire”, ricordava un vecchio a Massimo Troisi in quel piccolo gioiello di commedia all’italiana che è Non ci resta che piangere, con Benigni a fare da spalla, e Massimo Troisi, catapultato in un Medioevo assurdo, risponde: “Sì, sì, mo me lo segno” o “mo me lo scrivo”…).

E uno si rende conto che deve morire soprattutto quando la Morte tocca coloro che ci sono più vicini… Come una studentessa (nel mio caso particolare) o una collega con cui condivido alunni, ore di studio, spazi, libri e appunti.

La studentessa si chiama Y. e ha circa 30 anni, ma portati bene. La vedo avvicinarsi allo studio accompagnata dalla madre, una donna sui 50 o sui 60 ma portati bene (i capelli grigi raccolti in una crocchia, all’antica, anche se veste dei jeans che ne mettono in risalto un fisico asciutto e prestante). Y., invece, cammina a rilento con delle stampelle. La sua difficoltà di movimento mi fa venire subito in mente una scena di La teoria del tutto, quel film melodrammatico che ci racconta in modo efficace anche se a volte fin troppo strappalacrime la vita di Stephen Hawking, lo scienziato che ha rivoluzionato parte della scienza e della fisica quantistica moderna con le sue scoperte sul tempo e sui buchi neri… Arranca, si nota che fa fatica, e io la accolgo e ora non riesco nemmeno a ricordare se le ho stretto la mano o se mi sono solo limitato a dirle: “Salve, lei deve essere Y.”. Sono stato proprio un disgraziato, un maleducato, se non le ho stretto la mano o se non ho fatto almeno il gesto di volergliela stringere… Comunque, ci eravamo sentiti per telefono una settimana prima, avevamo concordato l’appuntamento telefonicamente, e non sapevo ancora che tipo di studentessa fosse e perché a lei sì potevamo dare il permesso di fissarsi da sola il giorno dell’esame. La vicerettrice mi avvisa e mi spiega che Y. soffre di cancro, un cancro che i dottori ancora non sanno dire se benigno o maligno, una malattia che si riproduce a scadenze quasi fisse e che obbliga la paziente ad assumere morfina per attenuare i dolori e a sottoporsi ad operazioni alla schiena ogni ogni x mesi… Finché te lo spiegano persone esterne tu puoi perfino arrivare a capire; ma quando poi vedi Y., la paziente, come direbbero i suoi dottori, allora cominci a tremare e ti chiedi: “Ma come fa? Come può andare avanti così, con tanta energia positiva, con tanta…voglia di fare?”.

Y. inizia a farmi domande sul programma, vuole sapere più o meno quali sono gli articoli più importanti da studiare, quali i manuali o i libri di riferimento. Io le rispondo gentilmente, ricordandomi del fatto che – come la vicerettrice mi ha confermato – a Y. non facciamo sconti, anche se a volte si è presentata all’esame insieme alla madre e sotto l’effetto della morfina, lei non vuole che le si dimezzi il programma, vuole arrivare alla laurea come tutti gli altri, studiando la stessa identica quantità di materiale, non è una vittima né fa del vittimismo.

E allora, dopo un po’, non so bene nemmeno io perché, le chiedo come va il resto e Y. comincia a raccontarmi di come è cambiata la sua vita a partire dai 23 anni, quando la malattia ha fatto la sua comparsa la prima volta, e come ha dovuto armarsi di coraggio e di forza di volontà per non soccombere, e per ora è andata bene, per ora è lei che ha vinto la battaglia contro il cancro, e io quasi piango perché noto che le brillano gli occhi, sta per piangere anche lei e non ci sono le parole giuste per esprimere quello che quegli occhi vogliono trasmettermi, non ci sono…

La collega si chiama C., ha 34 anni ed è una brillante linguista che ha scritto un sacco di articoli e di saggi sulla lingua e sui rapporti tra lingua standard e linguaggio pubblicitario (come funziona la retorica quando bisogna convincere i futuri acquirenti). Ha partorito da due settimane il secondo figlio, il primo ha già due anni e cresce sano e forte. Non è sposata, ma una volta ho incontrato suo marito, un tipo un po’ freak che uno immagina dietro a una postazione da deejay o su una spiaggia a servire cuba libre, una faccia da simpaticone, uno che vedresti benissimo a spacciare hashish ad Amsterdam o a Pescara… Nel complesso, C. e il compagno fanno una bella coppia, si vede che si vogliono bene e che, a differenza di molti, non sentono il bisogno di avere una firma davanti a un prete o a un impiegato comunale per sancire ufficialmente il loro amore.

Ieri mi chiamano e altri colleghi in comune mi avvisano: C. è entrata in sala rianimazione, ha avuto un’emorragia cerebrale e non si sa se si salverà. Tremo e non riesco a reagire, per un attimo mi manca il fiato, poi la vita riprende il suo cammino, bisogna continuare a vivere, noi che non siamo ancora in una sala di rianimazione, e bisogna accenderlo il cazzo di computer per rispondere alle email dei tanti studenti che ti rompono le scatole, anche oggi, anche stamattina, anche ora che hai appena ricevuto una notizia del genere.

Accanto a me una collega (di Storia Moderna) fa una rapida ricerca su Google e scopre che, negli ultimi 10 anni, i casi di donne che, una volta partorito, muoiono per complicazioni o improvvisi infarti o emorragie interne o ictus cerebrali sono aumentati del 54%... Io non lo so bene a quanto equivale questo 54%, ma – come tutti – mi domando se l’aver dato alla luce un bambino di appena 2 settimane abbia una relazione inequivocabile con il fatto che ora sua mamma stia rischiando di lasciarci la pelle in una sala di rianimazione…

Poi passa il tempo: e la vicerettrice si avvicina al nugolo di curiosi e di gente che conosce C. e ci avvisa: “Sembra sia fuori pericolo, i dottori dicono che ha riconosciuto i parenti più stretti e che ha chiesto dei due bambini”.


Tremo e penso: maledette email degli alunni che rompono le scatole. E poi ricordo il caso di Y. e il suo sguardo, i suoi occhi luminosi sul punto di scoppiare a piangere e penso che siamo davvero tutti morituri e che siamo circondati da gente che ci abbandonerà e che, purtroppo, bisogna andare avanti lo stesso perché la vita è fatta così, è strutturata, organizzata in questo modo così assurdo per cui oggi C. e Y. e io stesso ci siamo e domani non possiamo saperlo. Tutti circondati. Tutti condannati, in teoria. Anche se non sappiamo né mai potremo sapere quando…

miércoles, marzo 18, 2015

Riscoprire Don Quijote



In questi giorni in Spagna si discute molto del presunto ritrovamento dei resti mortali di Miguel de Cervantes, l’autore dell’immortale Don Quijote, un’opera che molti (critici, studiosi e scrittori) considerano come “il primo romanzo moderno” in assoluto (si può discuterne: di sicuro è un’opera originalissima che ha aperto varchi insospettabili, cfr. il Tristram Shandy di Sir Laurence Sterne...ed altri...).

E non deve esser casuale il fatto che proprio ora, che siamo nel 2015, archeologi, letterati e storici si siano uniti in questa missione: stabilire se le ossa ritrovate dentro una cripta della chiesa delle Trinitarie nel quartiere Huertas di Madrid corrispondano proprio a quelle del famosissimo “Monco di Lepanto”... Dico: non deve esser casuale perché il 2015 coincide con il quarto centenario della pubblicazione della Seconda Parte del romanzo, apparsa nel 1615, anche grazie (o in seguito) al plagio compiuto nel 1614 da tale misterioso Avellaneda (uno scrittore che ha colto la palla al balzo e ha voluto sfruttare l’enorme successo della Prima Parte del Chisciotte per pubblicare una Seconda Parte apocrifa: sì, anche nel XVII sec. c’erano scrittori privi di scrupoli o che cercavano solo il guadagno economico e il successo rapido da best-seller  usa e getta).

Facile prevedere, dunque, che, di qui alla fine dell’anno, Università e Accademie, scuole, teatri, cinema, televisioni e centri studi di ogni ordine e grado si butteranno a capofitto nell’esaltazione e nell’adulazione della figura di questo scrittore.

Eppure, ogni volta che sento parlare di Cervantes in un telegiornale, mi viene una sorta di senso di compatimento o di compassione verso questo povero cristo, uno che – quando era in vita – dovette lottare non poco per essere riconosciuto come scrittore di qualità dai suoi colleghi (alcuni divenuti negli anni suoi acerrimi nemici, primo fra tutti il famoso ed elogiatissimo “Monstruo de la naturaleza” Lope de Vega).
Cervantes ne vide di cotte e di crude: fu uno che combattè per la corona spagnola contro i turchi perdendo l’uso del braccio sinistro; uno che patì il carcere ad Algeri quando venne fatto prigioniero dai pirati arabi; uno che chiese il permesso di andarsene nel Nuovo Mondo per cercar fortuna e denaro e che fu costretto a restare al soldo del Governo nell’ingrato compito di “esattore d’imposte”... Uno che girò la Spagna in lungo e in largo e potè entrare così in contatto con ogni sorta di lestofanti...

E mi sembra un po’ artificioso o poco pietoso tutto questo affanno degli spagnoli di questo inizio del XXI secolo per cercare di rinvenire o di riportare alla luce ad ogni costo i resti mortali di chi immortale lo è diventato grazie alle sue opere letterarie, ilChisciotte in primis, ovviamente.

Cosa ci si guadagna a stabilire una volta per tutte che sì, che quelle sono davvero le ossa appartenute quattrocento anni fa all’autore del Chisciotte?

Molti dicono che si tratterà di un’attrazione turistica (con il riscontro economico che ciò implica). Altri (i politici) che si tratta di un’operazione dovuta e che rende giustizia alla memoria di un grande e illustre personaggio della Patria. Pochissimi sostengono che aiuterà le nuove generazioni a riscoprire questo “classico” (poco o per nulla letto dai ragazzi o dagli studenti di oggigiorno).

Io temo proprio questo: che quelle ossa, esposte in pubblico, non aiuteranno l’autore né permetteranno di scoprire o riscoprire questo classico. Le ossa non spingeranno i lettori potenziali a godere del Chisciotte. Molti continueranno a ignorarlo, magari dopo essersi fatti un selfie sulla cripta o sulla tomba, sulla lapide o sul sacrario dove verrano esposte le ossa di Cervantes.

E così, proprio in questi giorni, mi è venuta la gran voglia di risfogliare il suo più grande capolavoro; ecco la descrizione in cui m’imbatto:

"Tres días y tres noches estuvo don Quijote con Roque, y si estuviera trescientos años, no le faltara que mirar y admirar en el modo de su vida: aquí amanecían, acullá comían, unas veces huían, sin saber de quién, y otras esperaban, sin saber a quién; dormían de pie, interrumpiendo el sueño, mudándose de un lugar a otro"

Traduco liberamente:

“Per tre giorni e tre notti Don Chisciotte rimase con Roque e se ci fosse rimasto trecento anni non ne avrebbe avuto abbastanza nel guardare e nell’ammirare il suo stile di vita: lì si svegliavano all’alba, di là mangiavano, a volte scappavano, senza sapere da chi, e altre aspettavano, senza sapere chi; dormivano all’inpiedi, interrompendo il sonno e spostandosi continuamente da un luogo all’altro”.

Siamo nel cap. 61 della Seconda Parte. Don Chisciotte si è imbattuto in Roque Guinart, un personaggio storico, diventato famoso per i furti e per l’atteggiamento da “gentiluomo” nella Catalogna della sua epoca. Don Chisciotte lo apprezza, anche se sa che è un fuorilegge ricercato dalla giustizia.

Ciò che colpisce di più di questa descrizione non è solo il fatto che qui un personaggio di finzione (Don Chisciotte, appunto) agisce e si muove insieme a una persona realmente vissuta (una figura storica e passata agli onori della cronaca del tempo), con tutte le implicazioni ontologiche che un’operazione del genere comporta (continuano a saltare quei confini già saltati nella Prima Parte del romanzo tra “realtà” e “finzione” o tra “razionalità” e “immaginazione”); no, non è solo questo, non si tratta solo di questa sfumature altamente originale e modernissima per la letteratura del XVII secolo; ciò che colpisce è il modo in cui Cervantes riesce a trasmetterci appunto sia l’ammirazione che il suo personaggio sente e prova verso Roque Guinart (il bandito onorevole) sia l’angoscia che vive lo stesso Roque Guinart essendo costretto a vivere come un ricercato per cui: non c’è luogo in cui possa riposarsi in pace; non c’è citta in cui possa camminare a viso aperto; non c’è riposo che non venga interrotto da una qualche fuga repentina in vista di un qualche pericolo (immaginario o reale) avvistato all’orizzonte.

“A volte scappavano, senza sapere da chi; a volte aspettavano, senza sapere chi”.

Si può essere più precisi, più evocativi, più efficaci di così, all’interno di un’opera di tipo narrativo, per trasmettere al lettore l’ansia e l’angoscia di chi vive da ladro e da fuggiasco?

Quant'è moderno qui Cervantes? Come riesce a penetrare nella psicologia dell'errante? Di colui che scappa dalla giustizia o da nemici immaginari o reali soltanto nella sua follia? Con quanta facilità ci riesce?

Ecco: basta un brano simile per capire che Cervantes è stato modernissimo nello scrivere il suo capolavoro. E basta una sola pagina per capire che Don Quijote è lettura amena, che apre mille rivoli all’interpretazione e che emoziona il lettore attento anche oggi, che siamo nel 2015.

miércoles, marzo 11, 2015


ITALIA S.p.A.


Erano mesi che non aprivo La Repubblica o Il Corriere della sera nella loro versione online e ora che l’ho fatto mi vengono in mente queste cose:
a) l’Italia è un paese piccolo; voglio dire: anche se siamo 60 milioni (gli spagnoli sono quasi 47 milioni), la superficie di cui disponiamo è piuttosto limitata rispetto ad altri paesi: è per questo che, se calcoliamo la densità, otteniamo l’incredibile risultato di 201 abitanti circa per kilometro quadrato (gli spagnoli – che godono di una superficie molto più ampia – sono circa 92 abitanti per km quadrato). E questa percezione della piccolezza fisica del territorio della mia nazione mi fa impressione; sia perché non ci avevo mai pensato, sia perché, se ci rapportiamo a paesi davvero grandi come gli USA o la Russia o la Cina siamo davvero “piccoli”, quasi dei “nani” (e sorprende vedere in che modo brillante l’Italia e gli italiani si sopportano a vicenda, da secoli e secoli, ormai);
b) l’Italia è uno spettacolo, nel senso televisivo del termine. Meglio ancora: l’Italia è quel paese in cui si volge in spettacolo tutto, anche la politica, anzi, tutto a partire proprio dalla politica. Il capo del Governo è – come tutti sanno – un ex-concorrente della Ruota della fortuna, programma che il fu Mike Bongiorno trasformò in un “cult”;  Ilona Staller, in arte Cicciolina, è un’ex-onorevole che viene dal porno e che gode della pensione di chi ha messo piede in Parlamento anche solo per pochi mesi; a Canale 5 danno L’isola dei famosi (prima era appannaggio di Rai 2) e tra i naufraghi uno di quelli più simpatici e che più dà da parlare di sé è Rocco Siffredi (che, nei mitici anni 80, fu amico e collega della succitata Cicciolina); spostiamoci per un attimo su Il fatto quotidiano  e scopriamo che lì intervistano un’altra attrice porno collega di entrambi i succitati, ossia, Milly D’Abbraccio (anche lei “stella” – o forse “stellina” – hard, però degli anni 90), che ci spiega perché le famose 50 sfumature di grigio è un brutto film e perché il sadomaso va preso sul serio e con le molle (e, soprattutto, costa caro, lei se ne intende, sia come imprenditrice che come cultrice della materia); spostiamoci allora ancora una volta, al volo, su Il Corriere della sera e vediamo che qui il giornalista Pierluigi Battista fa una tiratina d’orecchio a Roberto Saviano perché ha elogiato e invitato Elena Ferrante (scrittrice famosa anche perché caparbiamente decisa a restare nell’anonimato) a partecipare al prossimo “Premio Strega” per poter così rompere almeno un po’ le regole del gioco (si sa che vincono sempre e solo gli autori pubblicati dagli editori forti). Eppure lui la voterà. E allora perché tanta polemica, si domanda uno che vede queste bizze da fuori, dall’estero, perché sottolineare che il gesto di Saviano ha un che di falso ribelle? N.B.: sia Saviano che Battista scrivono e partecipano del mondo dello spettacolo: il primo per aver ideato anni fa una bellissima trasmissione codiretta con Fabio Fazio; il secondo perché partecipa e continua a partecipare come ospite in vari talk-show televisivi di cui ora non ricordo più nemmeno i nomi... Insomma: anche chi si dedica (per passione o per professione) alla scrittura è legato allo show, all’apparizione televisiva... (e per questo Elena Ferrante stona e sciocca: perché lei vuole davvero restarsene a giusta distanza dallo show-business).
c) E parlando di spettacolo come non citare allora Berlusconi, Imprenditore che si è fatto (da solo) e che è stato al comando di una nazione per vent’anni? Pare che lo abbiano assolto dai delitti collegati alla sua frequentazione di Ruby... Pare... Insomma, per farla breve, in Italia “politica” è “spettacolo” (e stendiamo un velo pietoso sui “modi” che ha Renzi di presentarsi e di presentare agli italiani i risultati o gli obiettivi ancora non raggiunti della sua azione politica...).
d) E lo spettacolo tocca anche altre sfere: pensiamo alla religione. Questa è una cosa su cui mi ha fatto riflettere molto la mia compagna d’avventure. Non c’è edizione del TG1, in Italia, che non dica qualcosa sul Papa, che non ci informi su cosa sta facendo o farà a breve il Santo Padre... Cosa inammissibile in una nazione pur’essa cattolica (o a prevalenza cattolica) come la Spagna. Dal Corriere risalto su Repubblica e si legge a chiare lettere: “Papa il 2 Aprile a Rebibbia laverà i piedi ai detenuti per il rito del giovedì santo”... E uno (che non è ateo ma che comunque non si considera nemmeno poi così tanto cattolico né fervente né osservante) si domanda: “Perché questa notizia? A chi importa? Perché dobbiamo venire a sapere che il 2 Aprile il Papa laverà i piedi ai detenuti di Rebibbia?”. Ma la notizia prosegue: “L’anno scorso aveva scelto il carcere minorile”... Ditemi voi se questo non è “spettacolarizzare” anche un gesto o un rito o un rituale per molti santo e sacro come questo...
e)  L’Italia è uno spettacolo, nel senso di “oggetto o insieme di oggetti” belli da vedere. Pensiamo alla quantità immensa e immane d’arte che c’è sparsa per l’Italia, da Nord a Sud, isole comprese, disponibile per la vista e la contemplazione dello spettatore interessato a titolo completamente gratuito (i Musei, quelli ovviamente no, per quelli mi pare anche giusto che bisogna pagare, ma i monumenti principali, moltissime chiese e infinità di scorci paesaggistici che tolgono il fiato sono comunque disponibili in enorme quantità). Ebbene, non per fare il moralista, ma tutti sappiamo bene pure che fine sta facendo questo “spettacolo libero e gratis a cielo aperto”. Pompei crolla a pezzi peggio di quando ci fu l’eruzione del Vesuvio; il Colosseo perde pezzi pure lui; alla Reggia di Caserta alcuni furbetti di turno sottraggono l’acqua che serve a mantere verdi i prati immensi della reggia stessa per innaffiarsi il giardino di casa... Su questo argomento ha scritto vari saggi interessanti e agili e necessari per i tempi che corrono nel nostro paese il mitico Salvatore Settis (cfr. Italia S.p.A.. L’assalto del patrimonio culturale, del 2007 e il recente Se Venezia muore, del 2014)... E mi viene in mente che se faccio il confronto tra Roma e Madrid in quanto ad arte e valorizzazione della stessa Madrid batte Roma 1 a 0: basti considerare la pulizia che si cerca di mantenere per le strade, soprattutto del centro; e basti considerare che il Museo del Prado (comparabile, per estensione e importanza ai nostri Uffizi di Firenze e al Louvre di Parigi) prevede la Domenica a ingresso libero per consentire perfino a chi non vuole spendere un euro per l’arte di poter godere dell’arte stessa, a gratis, come sono gratis i Fori Romani o Piazza di Spagna o Piazza Venezia se li osservo e li godo dall’esterno (poi se uno vuole farsi una passeggiatina dentro i Fori o dentro il Colosseo, ecco, lì posso pure capirlo, può starci che si debba sborsare qualcosa, non si calpestano millenni di storia impunemente e senza pagare obolo).
f) In Italia regna sovrano il caos e la diatriba: e siamo sempre pronti a lamentarci di tutto e di tutti. E questa deve essere una costante atemporale e che sorvola le periodizzazioni della Storia... Titolo: “Cancellieri (la nostra ex-Ministra di Giustizia) critica Panariello: ‘A San Remo è stato patetico’”; critiche interne al partito: “Tosi: ‘Lega, Salvini dittatore’”;  e così di seguito... E di nuovo tutto volto a spettacolarizzare l’insulso scontro (che, ripeto, visto da qui appare ancora più insulso, ancora più grottesco... e me ne viente in mente un altro: il povero Carlo Verdone criticato dalla vedova di Monicelli che si è impegnata affinché questo premio simbolico non finisca nelle mani di un “comico” che non rappresenta il vero spirito del cinema di Monicelli...).
g)  E insomma: meglio se la smetto e smetto di leggere (anche solo di sfuggita e superficialmente) le notizie di attualità legate all’Italia, il mio paese, pieno zeppo di difetti, così “piccolo” visto dall’estero e, pure, così bello, nonostante i mille danni che combinano quelli che lo governano, nonostante la Mafia, nonostante i raggiri, nonostante questo continuo fenomeno di “spettacolarizzazione” del nulla (o dell’insulso o del banale, che a volte coincidono).

miércoles, febrero 25, 2015

UNA NOVELITA LUMPEN, di Roberto Bolaño


C’è un mistero perturbante al centro del romanzo breve (o racconto lungo o nouvelle) Una novelita lumpen del grande scrittore cileno Roberto Bolaño: quello che concerne la relazione d’amore e di sesso anomala tra Bianca, la protagonista e voce narrante della trama, e Maciste, un ex-culturista divenuto famoso grazie ai film “mitologici” (quei film di serie B o Z che si giravano a Cinecittà – quando i suoi studi erano ancora frequentati da registi americani, oltre che nostrani – e che mettevano in scena le imprese titaniche dei vari Ercole, Bruto, Maciste o Achille et alia...).
Bianca è diventata orfana dopo un incidente stradale avvenuto nel Sud Italia e che ha spezzato le vite dei suoi genitori. Ora vive a Roma e si trova coinvolta nella dura missione di rifarsi una vita insieme al fratello più piccolo. Lei si ingegna a fare l’aiutante in un negozio di parrucchiera e lui si allena in palestra, dove pulisce bagni e spogliatoi. Sembra andare tutto per il verso giusto fino a quando il fratello non lascia entrare in casa “il libanese” e “il bolognese”, due “loschi figuri” (come si suol dire) che iniziano ad insidiare la ragazza fino a quando questa non decide di giacere con entrambi (a turno) con una sola condizione: tenere sempre la luce della cameretta spenta.
Bianca adulta narra e nel raccontare i fatti a posteriori ci rende partecipi dei suoi andirivieni costanti tra “normalità” (o lotta per la conquista della) e “follia” (o lotta per non soccombere alla).
La cosa si complica ulteriormente quando “il libanese” e “il bolognese” decidono di coinvolgere Bianca in un piano infallibile: farla entrare nella casa di Maciste per rubargli i soldi che questi deve certamente nascondere dentro qualche cassaforte.
Bianca accetta e qui la trama subisce una svolta decisiva: Maciste è cieco, e malgrado i muscoli, ormai è invecchiato. Fa palestra, ma ormai nessuno si ricorda più dei suoi film (e lui non può più rivedersi).
Ecco: è qui che Bolaño scava nella mente di Bianca e ci fa vedere da vicino che cosa passa per la testa ad una giovane che scende a patti, che accetta un rapporto basato solo sul sesso con la sua potenziale vittima e che poi diventa anche lei vittima degli eventi...
La narrazione – come spesso accade nei romanzi del Nostro – diventa descrizione quasi surrealista dell’assurdo. Roma diventa centro della follia che può scoppiare in ogni momento (si vede che Bolaño è rimasto affascinato dalla sensazione di bellezza e, al contempo, di alienazione totale che può trasmettere la capitale; gli bastano due pennellate per trasmetterci entrambe le sensazioni; uno legge e gli par di vederla Piazza Trilussa, il Trastevere, certi quartieri popolari, e la Stazione Termini).

La cosa più curiosa è che il mistero di cui sopra resta tale anche a lettura finita, anche nella parte conclusiva. Perché ci sono aspetti della nostra vita e della realtà che ci circonda che – semplicemente – non si posso decifrare, né razionalizzare, né, tantomeno, capire.

Chi conosce Bolaño lo sa. E apprezzerà Una novelita lumpen. E saprà anche inserirla in quel gigantesco mosaico formato dagli altri pezzi, dalle altre opere di questo scrittore geniale.

In Italia la traduzione è apparsa presso Adelphi e l’ha realizzata Ilide Carmignani.

Leggete Bolaño. Leggete Una novelita lumpen (o uno qualsiasi dei suoi titoli più famosi) e poi, se avete il coraggio, tuffatevi dentro l’opera-mondo 2666 che è un po’ la summa di tutta l’arte del Nostro...

martes, febrero 17, 2015


FILM GRIGI




Ecco l’impero dei sensi (1976) di Nagisa Oshima; Ultimo tango a Parigi (1972) di Bernardo Bertolucci; La Bestia (1975) di  Walerian Borowczy; e per spostarci su tempi più recenti: Lussuria: seduzione e tradimento (2007) di Ang Lee, oppure, Nymphomaniac (I e II) (2013), di Lars von Trier; quanti film migliori delle 50 sfumature di Grigio…per godere del buon cinema, e riflettere, e divertirsi…ma quanti ce ne sono in circolazione (lungo la storia del cinema) che supereranno di netto e in qualità quest’americana(ta) operazione commerciale montata a partire da una trilogia romanzesca che ha coinvolto centinaia e migliaia di lettori in tutto il mondo (e mi domando anche: ma quanti libri migliori si sono lasciati scappare, questi migliaia di lettori! E non è snobismo, non è che fomento o difendo la distinzione netta tra letteratura “alta” e letteratura “bassa”, è che – semplicemente – certe opere non vanno al di là dell’intrattenimento del lettore, non ce la fanno ad andare oltre, e – per carità – non è che l’intrattenimento sia qualcosa di brutto, no, ma è che con solo ed esclusivamente questo ingrediente non ci puoi costruire un’opera letteraria che resista alle mode del momento, e così pure un’opera filmica, per dire: Charlie Chaplin, o Stanlio e Ollio, o Buster Keaton, facevano ridere (e tanto) ma poi non è che le loro opere cinematografiche sono finite nell’oblio, o sono state sorpassate dalle mode del momento, oggi le ricordiamo proprio perché – oltre a intrattenerci e farci ridere – raccontano anche “altro”, andando sempre un po’ “oltre” il puro e schietto show...”oltre” il puro e schietto raccontare una trama (e chi è andato a vedere il film “grigio” mi dice che in quanto a trama latita anch’essa, per non parlare dell’interpretazione degli attori, dei dialoghi, della rappresentazione psicologica dei personaggi – che il sadomaso è qualcosa di serio, lo chiedano al Marchese de Sade o a Sacher-Masoch, glielo chieda pure, la regista del film “grigio”...).

jueves, febrero 05, 2015

Fisica della malinconia, di Georgi Gospodinov: un romanzo tra passato e futuro (uno dei romanzi più tristi del mondo)




Dopo una bella raccolta di Epigrafi (tutte tratte da alcuni degli scrittori che più ammiro al mondo, come, ad es., T. S. Eliot  - che "mixa memoria e desiderio", come ogni buon poeta che si rispetti – o Fernando Pessoa – un grande esperto della malinconia evocata nel titolo – o il sempre enigmatico e metaletterario Jorge Luis Borges), Fisica della malinconia ci introduce all'interno del suo "mondo narrativo" attraverso un Prologo che fa paura: diversi "io" narranti ci raccontano come e quando sono nati; il lettore legge e va avanti ma si confonde perché questi "io" sembrano diversi e, allo stesso tempo, sembrano gli stessi, pezzi o riflessi della stessa persona che non sa (non ricorda) se è nato maschio o femmina, se nel 1913 (prima dello scoppio della Prima Guerra Mondiale) o nel 1968 (che, guarda caso, è anche la data di nascita dell'autore del romanzo, Georgi Gospodinov, a me prima di ieri del tutto ignoto...). E a un certo punto saltano anche le concordanze tra i soggetti e i verbi: "noi sono", "io eravamo", la grammatica diventa ballerina perché chi narra l'inenarrabile (in tal caso, il momento in cui, dall'utero materno, vieniamo catapultati nel mondo) non è letteralmente più in grado di stabilire una distanza di sicurezza tra ciò che si pretende raccontare e ciò che è effettivamente accaduto (in questo passato così sfocato e così mobile).

"Io siamo", è così che si chiude questo "Prologo" vertiginoso. E bisogna arrivare a p. 70 per capirci qualcosa: perché è in questa pagina che l'"io" dell'autore esce allo scoperto (o almeno, sembra farlo) e ci avvisa: "Il passato si distingue dal presente per un dato sostanziale – non scorre mai in una sola direzione. Da dove sono partito? Meno male che scrivo, altrimenti non sarei mai riuscito a trovare il bandolo della matassa...".

Ecco: la scrittura come ancora di salvezza; come bussola attraverso cui orientarsi nel mondo (nella narrazione dell'"io" e del "noi", nella descrizione delle molteplici storie che – letteralmente – "ci" fanno quegli "io" e quei "noi" che siamo, costantemente, nel continuo raccontarci agli altri e nel continuo raccontare a noi stessi la nostra storia personale).

Eppure: se torniamo indietro (questo è un romanzo che spinge il lettore a tornare spesso sui propri passi, a tornare indietro, più che avanti), ci accorgiamo che un avviso ce l'hanno già dato. A p. 54, in un capitoletto breve che s'intitola significativamente "Stazione di sosta", il narratore (l'autore? Godunov in persona e in carne ed ossa?) ci dice: "Non sono in grado di proporre un racconto lineare, perché nessun labirinto e nessuna storia è lineare. Ci siamo tutti? Allora andiamo avanti".

E questa, lo si capisce immediatamente, oltre che una confessione pseudo-autobiografica è anche una dichiarazione (di) "poetica": è come se Godunov ci dicesse che il suo obiettivo non è "progredire" ma "divagare", che ciò che importa in questa storia di "io" che nascono (non si sa quando, né come, né perchè) è quanto sosteneva anche il reverendo Sir Laurence Sterne: "You progress as you digress", che possiamo tradurre con: "Si avanti – a narrare una storia – anche a furia di digressioni, perché voler arrivare subito al punto, perché voler finirla qui, perché non lasciarsi guidare dagli spunti più disparati...".

A proposito: interessante è il comparare la narrazione di una storia all'uscita da un labirinto. Perché proprio il labirinto? Perché, in questo che è, a mio avviso, uno dei romanzi più tristi del mondo (e della storia della letteratura universale), la storia del Minotauro, confinato nel labirinto in cui Teseo dovrà trovare e liberare Arianna, occupa uno spazio centrale, direi quasi "determinante".

Perché chi narra (questi "io multipli") è ossessionato dal Minotauro: la copertina dell'ed. italiana è piuttosto esplicita, in tal senso: riproduce un dettaglio di una coppa dell'antica Grecia in cui si vede Pasifae con in braccio il figlio mostruoso, quella sorta di aborto avuto dopo l'accoppiamento fatale con un toro... Da qui sorge il mito del Minotauro: un essere a metà tra l'uomo e l'animale; nell'immagine, un bambino con il corpo umano e la faccia da toro (con tanto di corna).

A partire dall'analisi ossessiva narrativa filosofica psicologica della "condizione ontologica" di un simile monstrum, il narratore "multiplo" va interrogando se stesso, il mito, la storia passata (remota e recente) per capire tutta la solitudine che deve aver provato Minotauro all'interno del labirinto e in procinto di scontrarsi con chi lo ucciderà, quel Teseo che, grazie al filo d'Arianna, riuscirà davvero a "fuori-uscire" dalla trappola costituita dal labirinto...

E in questo tentativo disperato di empatizzare col Minotauro, il lettore viene condotto per mano lungo una serie davvero notevole di storie che s'intrecciano (come in un labirinto borgesiano) lungo la scia dei ricordi (personali, ma anche collettivi e legati alla Storia dell'Europa del XX sec.) che fanno e determinano il nostro presente.

Ed è per me estremamente curioso constatare che io abbia letto (e goduto) uno dei libri più tristi del mondo a Cuba, durante un viaggio di piacere, in uno dei momenti più allegri, spensierati e felici della mia vita. Un paradosso. Un colmo. Una specie di follia. Eppure... quant'ho goduto leggendo questo romanzo anomalo, assurdo, malinconico fino quasi a condurti alle lacrime, straziante, in certe scene, e ironico, comico, tragicomico, anche, in altre.

Un romanzo anti-romanzesco pieno di foto, di documenti visivi, di ritagli di giornali, di pubblicità che ci fa stare male, che ci fa sorridere, che ci fa capire come, da "io siamo" iniziali possiamo diventare tutti "io fummo"...

Un libro tristissimo in cui chi scrive capisce che, in effetti, la scrittura è anche tentativo di uscire dal labirinto, oltre che sconfitta. O forse: che la scrittura è una partita persa che vale la pena di giocare e affrontare con coraggio... Anzi, come dice il narratore stesso a p. 136: "La scrittura è anche, in ultima analisi, conservazione delle sconfitte". E quante sconfitte grandiose, in Fisica della malinconia, quanti sogni infranti, quante illusioni ancora pulsanti e vive e vegete ed entusiasmanti...

 Diario di viaggio (da Barcelona all'Abruzzo, passando dai laghi - di Como e di Garda) 2/8/2026 Partiti alle ore 10:00 dalla città del S...