miércoles, octubre 21, 2015

Madrid, ancora e sempre



Dunque, domani a quest’ora (23:03) sarò già a Madrid, la capitale del Regno… Dovrò andarci per lavoro, ma per me, rimettere piede nella Villa y Corte è sempre sinonimo di “piacere”. Là ho trascorso parte della mia vita: 4 anni e mezzo, se faccio la somma di tutte le volte che ci sono andato per viverci (anche se si è sempre trattato di una vita “a tempo”, ben circoscritta a una determinata frangia temporale – di solito, i 2 o 3 mesi che dura l’estate in Spagna, da Giugno ad Agosto, e a volte anche fino a Settembre, inclusi). Là ho vissuto alcune delle disavventure più assurde e rocambolesche e romanzesche della mia vita (da scriverne un paio di racconti grotteschi e altrettanti di tono umoristico amaro).

A Madrid rivedrò Ana, che è il mio porto sicuro nel mare in tempesta della capitale. Ana è come una specie di sorella per me, un’amica, una confidente, una su cui puoi sempre contare, una che sa apprezzarti per quello che sei e una che se ti devi criticare perché stai sbagliando lo fa, senza peli sulla lingua.

Abbiamo già deciso qual è il bar che incornicerà il nostro reincontro: uno di quelli un po’ grezzi e un po’ popolani in cui si mangia una tortilla da paura e in cui si beve birra fino alle 3 del mattino.

Certo, il giorno dopo siamo costretti entrambi ad andare a lavoro e per questo motivo abbiamo già pattuito che non faremo più tardi dell’una (a Madrid fare l’una di notte è normale amministrazione; d’altronde, si sa, gli spagnoli adorano mangiare e cenare tardi, qui in Spagna alle 22:30 è un buon orario per mettersi a tavola, e basti pensare che il tg della sera inizia alle 21:00, per finire una mezz’oretta dopo).

Non so cosa mi riserberà Madrid questa volta. Non so proprio immaginarlo. Di sicuro so che, come sempre, mi risentirò giovane e “pieno di vita”, come direbbe Jovanotti, ed entusiasta e voglioso (desideroso) di vivere al massimo, come se non esistesse un domani, come se non ci fosse il tempo di fare e vedere e toccare e sperimentare le mille cose, paesaggi, persone, fatti che offre la capitale.


Domani sarò a Madrid e rivedrò persone amiche e ripasseggerò davanti al Museo del Prado e risperimenterò le stesse emozioni provate tutte le altre volte. Perché Madrid fa parte della mia vita così come la mia vita è (continua a svolgersi) a Madrid, anche quando non ci sono fisicamente, anche quando non le appartengo in quanto transeunte. Madrid, ancora e sempre, finché ci sarà fiato in gola per camminare, viaggiare, contemplare, parlare e leggere e scrivere. Madrid. La Corte y Villa.

viernes, octubre 09, 2015

Pinocchio, o dell’“originalità” durevole dei “classici”



Italo Calvino sosteneva che “classico” è un libro che “non ha finito di dire ciò che aveva da dire”. È una bella definizione, ne converrete... E si attaglia alla perfezione a opere come, chessò io, l’Odissea (o la sua versione moderna e modernista: Ulysses di Joyce); il Don Chisciotte di Cervantes; L’infinito di Leopardi; o Hamlet di Shakespeare...

E la definizione è applicabile anche a Pinocchio, un “classico” sempreverde della letteratura cosiddetta “infantile” che, in questi giorni di iper-lavoro e di stress costante (devo finire un libro, un saggio che sta toccando quota 250 pagine!), mi sta aiutando ad andare avanti, a prendere fiato e a guardarmi intorno con occhi meno angosciati e più allegri...

Credo di non averlo mai letto Pinocchio per intero. Immagino che pochi lo abbiamo mai letto per intero. Con Pinocchio succede come con gli altri “classici”: ecco una seconda definizione “calviniana” di “classico”: quel libro che “non abbiamo mai letto ma che conosciamo anche senza averlo mai letto”. E leggendolo, invece, si scoprono subito un sacco di cose interessanti per la loro freschezza, schiettezza ed originalità. Prendiamo l’incipit:

“C’era una volta...
-          Un re! – diranno subito i miei piccoli lettori.
No, ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno”.

È un prologo che spiazza perché scombina le carte in tavola: sembra proprio che Carlo Collodi si sia divertito a scrivere le avventure di questo “pezzo di legno” che poi assume i tratti (umani) di un bambino e che ne combina di tutti i colori. Dietro questo incipit io ci vedo l’allegria di scrivere per il piacere di scrivere, senza obiettivi prefissati, senza una trama già studiata a tavolino, senza una meta da raggiungere a tutti i costi (“bambinata”, sembra che Collodi definì i primi abbozzi di quello che solo in un secondo momento sarebbe diventato un “romanzo” per fanciulli; e mentre lo definiva tale, si scusava con l’editore per come lo aveva scritto).

Andando avanti, questa freschezza, questa allegria, questa voglia di scrivere per il piacere di scrivere (e di raccontare delle storielle interessanti o che possano catturare l’attenzione del lettore) si percepisce in modo ancora più lampante, come in questo episodio del cap. V: Pinocchio è da solo e deve cercare di calmare la fame. Vede un uovo e si prepara a cucinare:

“Detto fatto, pose un tegamino sopra un caldano pieno di brace accesa, messe nel tegamino, invece d’olio o di burro, un po’ d’acqua e, quando l’acqua principiò a fumare, tac!... spezzò il guscio dell’uovo e fece l’atto di scodellarvelo dentro.
Ma, invece della chiara e del torlo, scappò fuori un pulcino tutto allegro e complimentoso il quale, facendo una bella riverenza, disse:
-          Mille grazie, signor Pinocchio, d’avermi risparmiato la fatica di rompere il guscio. Arrivedella, stia bene e tanti saluti a casa.
Ciò detto, distese le ali e, infilata la finestra che era aperta, se ne volò via a perdita d’occhio” (tutte le citazioni da Carlo Collodi, Le avventure di Pinocchio, Torino, Einaudi, 1971).

È inevitabile: non si può non sorridere (o ridere) delle parole del pulcino che fuoriesce dall’uovo e, così, ottiene la libertà; non si può non meravigliarsi della genialità di Collodi nel far interagire tra loro un burattino (parlante), un uovo e il contenuto dello stesso... L’immaginazione dello scrittore è libera (liberrima, direi) di modificare i dati della realtà per mescolarli e riordinarli in base a principi che con la realtà hanno poco a che vedere. È come quando Charlie Chaplin, nel meraviglioso e poetico La febbre dell’oro, in attesa dell’amata e già prevedendo che la ragazza non si presenterà alla cena galante che lui le ha preparato con tanto affetto, inizia a intrattenersi (e a far passare il tempo) creando una coreografia perfettamente disegnata con tre panini infilzati da un paio di forchette. Chaplin fa letteralmente danzare i panini e noi spettatori (con lui) restiamo a bocca aperta, estasiati da tanta eleganza, colpiti dal nuovo uso che si può fare di un oggetto, di un prodotto comune, come due tozzi di pane.


Ecco, il pulcino educato di Pinocchio mi fa pensare ai panini ballerini di Chaplin. Non ci sono freni né tabù né inibizioni di sorta. Quando Collodi si dimentica per un po’ della morale (e dell’intenzione moraleggiante delle avventure della sua “creatura”) è davvero capace di sorprenderci, di farci ridere o sorridere, di farci riflettere su come cambia o potrebbe cambiare la percezione della realtà se solo si fosse in grado di sposare un nuovo, più creativo, meno razionale e meno freddo punto di vista. Ovvero (forse): se solo si fosse capaci di tornare (per un attimo) un po’ bambini...

sábado, septiembre 19, 2015

Ritrovamenti casuali



Dunque, prima di raccontarvi degli incubi, vi racconto di uno dei più strambi e formidabili ritrovamenti casuali della mia splendida estate 2015 (un'estate che ho già definito "una delle più belle della mia vita", e il fatto che l'abbia trascorsa tra la Sardegna e la Sicilia può aiutarvi a capire perché io mi ostini a definirla tale...): ero intento a rimettere in ordine i miei vecchi appunti dell'Università, a fare pulizia, come si suol dire, a risistemare un pochino quel macello, quando, all'improvviso, da una scatola di cartone del latte, spuntano fuori una serie di quadernetti a righe - tipo per la quinta superiore - in cui, ventenne, avevo scritto - o scarabocchiato - a penna un romanzo in progress... Titolo del romanzo: "Giallo." (col punto, come omaggio a "Nero.", col punto, opera grottesca e folle del mio ammirato Tiziano Sclavi, l'inventore di Dylan Dog); numero finale dei capitoli: 7 (come i 7 peccati capitali, come i 7 giorni della settimana, come le 7 virtù teologali, insomma, per farla breve, un numero di capitoli che mi permettesse di scrivere la stessa storia - con variazioni - ma con 7 diversi stili narrativi, omaggio evidente all'Ulisse di Joyce); numero reale dei capitoli scritti: 2 (e se provo a fare mente locale, ormai non riesco proprio più a ricordare perché mi fossi fermato proprio là); numero medio delle pagine dei primi 2 capitoli: 45 ognuno (per un totale attuale, quindi, di 90 paginette scritte su due quardernetti)...

Non sto qui a dirvi di cosa parla il romanzo (o presunto tale); di certo, leggendo le 90 pagine, sono riuscito a rendermi conto di quanto fossi un "giovane di belle speranze", di quanto mi piacesse scrivere (con la BIC nera) e di quanto fossi incazzato col mondo... Prima usavo molto meglio l'arma della satira, dell'ironia, dell'auto-ironia e dello humor nero... Ero davvero uno arrabbiato col mondo e con il resto delle persone che mi stavano accanto. Ero davvero un ventenne "leopardiano", uno che ci credeva davvero al "pessimismo cosmico" di cui faceva sfoggio sia nei suoi colloqui con i propri amici e coetanei, sia nelle sue prove letterarie abbozzate e subito dopo abortite...

Un estratto dal cap. 2: questo frammento s'ispira, evidenemente, al mese che trascorsi a leggere i due capolavori di Ariosto e Tasso prima di affrontare il mio primo esame di Letteratura italiana all'Università... Ora so che a quell'esame presi 30 e lode; mentre scrivevo questo brano, tremavo, invece, all'idea di non farcela. Ora che son passati 20 anni (quasi) da quell'esperienza e da quell'atto di scrittura, posso dire serenamente che: a Tasso preferisco di gran lunga Ariosto; e che l'Orlando Furioso è davvero un'opera moderna, e piena di ironia, e non mi sorprende il fatto che Miguel de Cervantes l'adorasse così tanto (e la leggesse in lingua originale) e adorasse anche l'Ariosto come modello da imitare... "Forse altri narrerà con miglior plettro..." (buona lettura, due o tre lettrici fedeli che ancora mi sopportate!)...


Esame di Letteratura Italiana: Ariosto e Tasso

“Che esami devi fare? Letteratura italiana. E su chi è? Su Tasso e Ariosto. Hai studiato? Sì, abbastanza, anche se controvoglia. Perché? Perché, perché sto passando un periodo in cui mi va più di leggere che di studiare, ecco perché. Hai letto la Gerusalemme liberata? Sì, certo. Potresti riassumermela in poche parole? Sì, certo: alcuni crociati cristiani combattono contro alcuni musulmani per riconquistare il Santo Sepolcro (che, per la cronaca, si trova nella Città Santa, e cioè, Gerusalemme). Succede che, a un certo punto, il Diavolo s’incazza e aiuta i musulmani con mille sotterfugi e malefici, tanto da far desistere Rinaldo (il capo dei cristiani) e i suoi. Senonché, Dio sgama le malefatte del Diavolo, s’incazza pure Lui, ovvero, scatena anche Lui la Sua Ira e conferisce poteri eccezionali al comandante dell’esercito crociato e a Rinaldo, l’eroe del gruppo. Dopo una battaglia cruenta e mille peripezie, viene riconquistato il Santo Sepolcro e i Mori sono sconfitti. Quali sono le tue personali critiche, considerazioni o analisi da fare sull’opera e sull’autore? Va notato che in tutto il poema, Tasso sottolinea il contrasto bene-male, cristiani-musulmani, sfruttando oltre alle figure retoriche tipiche del caso, come l’ossimoro, anche il contrasto spaziale (Gerusalemme è il luogo della Salvezza, della Pace spirituale, mentre il bosco attorno a Gerusalemme è il luogo “dantesco” della perdizione, del peccato) e il contrasto cromatico (il buio, l’oscurità, il tramonto indicano sempre sventura, cattiva sorte, disfatta nel campo di battaglia, mentre la luce, la luminosità, l’alba, detta anche Aurora, indicano quasi sempre fortuna, buon esito nella battaglia, insomma, vittoria).

Oltre a ciò va notato che:
1 – Tasso è un cristiano dubbioso;
2 – Tasso fu accusato di eterodossia e per questo stava per diventare completamente pazzo;
3 – Tasso era un complessato: prima di redigere completamente l’opera, la sottomise all’analisi critica di: preti suoi amici; preti suoi nemici; politici influenti; esorcisti; poeti di corte; letterati; cultori del verso e della retorica; maestri delle arti esoteriche; il suo veterinario; il suo psicanalista; sua sorella; analfabeti di strada; soldati crociati in pensione; amici di stanza nel manicomio di Santa Chiara; Santa Chiara (ma non gli rispose mai); vari ed eventuali che gli venivano in mente ogni volta che credeva si dovesse censurare una parte della sua opera;
4 – Tasso è un perfezionista: ricerca il bello, il puro, il lussuoso e il lussureggiante, l’aulico, il perfetto, il magnifico, il munifico, il meraviglioso e il sublime, attraverso una lingua molto articolata e molto organizzata tanto dal punto di vista della forma (si veda l’attenzione che egli dà alla metrica e al suono prodotto dal concatenamento dei vari versi), quanto dal punto di vista del contenuto (si veda l’opzione “equo” per “cavallo”, o “parvo” per “piccolo”, o “miserrimo” per “senza una lira in saccoccia”);
5 – Tasso se la credeva un giorno sì e l’altro no, a seconda del suo umore.

Ma passiamo ad altro: hai letto l’Orlando Furioso? Sì, certo, e con gran piacere. Potresti riassumermelo in poche parole? Sì, certo: Orlando è un soldato dell’esercito cristiano, uno dei più forti, e combatte al servizio dell’Imperatore Carlo Magnum. Senonché, durante la Crociata, sogna che la sua fidanzata, ovvero morosa, Angelica, lo tradisce con un altro. Orlando diventa pazzo di gelosia, finisce per combattere al fianco dei musulmani, gli altri colleghi ovviamente s’incazzano e tentano di farlo rinsavire. Allora Astolfo, che è il più pazzo dell’esercito di Carlo, vola sulla Luna e gli riprende la Ragione. Rinaldo, che è un altro suo collega, gli ficca per il naso la Ragione e Orlando torna come nuovo (un vero cristiano). Nel frattempo, però, Angelica si sposa con un pastore di nome Medoro e non avrà più i tanti spasimanti che durante la Crociata si scannavano pur di ricevere in dono un bacio da lei, per il semplice motivo che diventerà proba e tutta casa e chiesa. Quali sono le tue personali critiche, considerazioni o analisi da fare sull’opera e sull’autore?
Va notato che in tutto il poema Ariosto non fa altro che incasinare nel modo più assurdo possibile le storie relative ad Orlando e agli altri personaggi principali, sfruttando quella tecnica che cinematograficamente è definita “montaggio alternato” e che, letterariamente, è definita “tecnica dell’incastro”.
E c’è un episodio, in particolare, che ti ha colpito tra i tanti narrati dall’autore?
Sì, certo: quello in cui Orlando, completamente fuso e fuori di testa, stende con un pugno un cavallo pesante 10 tonnellate e quando lancia dalla Spagna alla Francia due poveri contadini che l’avevano offeso con la sola forza delle braccia. Ho riso per più di un quarto d’ora, leggendo quell’episodio.
E sull’autore? Che cosa mi dici?
Per quanto riguarda l’autore, va notato che:

1 – Ariosto era un razionalista incallito ed ante litteram;
2 – Ariosto era un ironico che aveva sempre la testa tra le nuvole: lo dimostra il fatto che incasina a tal punto le diverse sottotrame che alla fine il lettore non sa più se sta guardando la puntata 1242 di “Beautiful” o se si è sbagliato a prendere un libro al posto di un altro, per cui uno lascia la pagina in cui Orlando va in Inghilterra e, girandola, ritrova lo stesso personaggio, ma stavolta è alle Hawaii a prendere il sole con il suo fidato cavallo;
3 – Ariosto non amava le donne: molti critici lo definisco, per tale ragione, un misogino con le palle. Alcuni testimoniano che, pur dormendo nello stesso letto con sua moglie, faceva l’amore con ella solo 3 volte l’anno. Le voci più maliziose (o maligne) parlano addirittura di maltrattamenti ai danni dalla povera consorte. Altri ancora dicono che la tenesse legata con una corda al piede del tavolino della cucina e che la liberasse solo all’ora di pranzo o di cena, perché a lei sarebbe spettato il fare da mangiare;
4 – Ariosto, a differenza di Tasso, era un umorista: una volta disse: “Mi sento come un vaso di rosmarino sul balcone: di fuori”. Testimoni oculari fidati affermano che tale boutade fu da lui fatta appena terminato il quarantaseiesimo capitolo del suo poema”.


Queste, se non tali appunto, erano i pensieri di Federico Di Gianni, studente universitario iscritto a Lettere, mentre percorreva Via Paolo Uccello, la via che lo avrebbe condotto a casa il 16 Agosto del 1998, alle ore 20,45 circa, mentr'egli pensava, rimuginando: “Or, se mi mostra la mia carta il vero, non è lontano a discoprirsi il porto”…

jueves, septiembre 17, 2015

Dopo tanto

Dopo quasi più di due mesi torno a scrivere su questo "Diario di bordo" di uno (perennemente) "ai bordi" (delle cose, delle questioni scottanti, delle domande esistenziali e dei problemi universali che preoccupano milioni di esseri umani su questa Terra).

E mi figuro la faccia di quella lettrice (continuo ad avere due o tre lettrici, a quanto ne sappia, e son tutte molto fedeli a questo "blog") che, dopo aver letto la poesiola "Disintegrate parole" di tale Tony Umorali (un personaggio di romanzo? Una persona realmente esistita? Un intruso? Un invasato? Un altro-da-me che vuol fare il fico?), deve essersi domandata: e ora? Ha smesso di pubblicare le sue fregnaccelle su questo "blog"? È morto, per caso? Si è stufato di condividere con la blogsfera (come dicono quelli trendy) i parti della sua mente malaticcia?

Ebbene, la risposta è implicita: no, non sono morto; no, non sono stufo di condividere con la blogsfera; no, non ho smesso di pubblicare le mie cosucce da nulla...

Semplicemente, è che ho trascorso quella che potrei definire come "la migliore estate della mia vita" e che, quindi, quando uno è impegnato a viverla, la vita, non può, non è sano, mettersi a scriverne... Ed è un bene (che sia così): ed è così che funziona con me la scrittura: nasce soprattutto nel momento del bisogno, quando sto male o quando qualcosa mi preoccupa, o mi ossessiona, o mi turba, e allora sì, lei, l'amica scrittura, diventa un'ottimo alleato, uno strumento perfetto per chiarirmi le idee e schiarirmi l'orizzonte (privo di senso) che sto contemplando - turbato - in quel preciso momento (che poi ci siano persone che scrivono quando sono ultra contente o ultra felici, beh, che ve devo dì, so gusti e le vie della scrittura sono - davvero - infinite).

Ergo: ricominciamo questo "diario" dal 17 di Settembre (si preparano i corsi del prossimo semestre; si rifanno i conti con gli esami dell'appello straordinario; ci si rimette chini sulle tesi e le tesine di gente che ignora che esistano norme ortografiche e che, a volte, ignora che esista una cosa chiamata "grammatica"). Ma dicevo: andiamo avanti...

P.S.: in questo "diario" non ho mai dato molta importanza ai sogni; né agli incubi che - da gran lettore di Dylan Dog - mi disturbano di notte un giorno sì e l'altro pure... E però ho deciso che certi sogni (e incubi) li devo raccontare, proprio perché raccontadone (e raccontandoli) mi sembra di poterli esorcizzare... In particolare quello in cui appare una mia cara ex-alunna di liceo classico (una che, maggiorenne, aveva un debole per me, come suolsi dire) nell'atto di percorrere con me tutti i musei e i siti archeologici più famosi di Roma e in quello di salvarmi dalle grinfie di un regista che vuole letteralmente il mio scalpo... Se ne rinarrerà. Statene certi.

lunes, julio 06, 2015

Disintegrate parole



Disintegrate parole
sul fondo del Mare di Bering,
lucine segrete che aprono
la porta
verso mondi confusi e infiniti
e giocosi
in cui T. S. Eliot chiacchiera
allegramente
con Dante
e Luis Cernuda gioca
a pallone con Góngora.

Spassosi
diletti dediti all'otium,
marasmi vorticosi
che non riuscirò mai
a decifrare e a descrivere
e a focalizzare
e a plasmare.

Gocciole frolle
che cadono
dentro cristalli
di carta.

Biondi sorrisi,
nuvole grige squarciate,
strade imbiancate,
mari ovviamente infiniti...

Siete pronti?

[Poesia inedita, by Tony Umorali]

lunes, junio 29, 2015

Rondini, afa e insonnia e nostalgia di casa


E’ quasi mezzanotte, nella città spagnola in cui mi trovo a vivere, e oggi abbiamo toccato quota 43 gradi. Un caldo asfissiante piuttosto normale da queste parti (siamo alla stessa altezza di Messina o di Palermo, o di Catania, mi pare, ora non ricordo più bene e, comunque, a pochi kilometri dalle coste africane). E come ogni fine settimana gli abitanti della città in cui mi trovo a vivere fuggono e abbandonano le loro case alla solitudine e all’afa per spostarsi in blocco verso il mare e  la spiaggia e un po’ di mini-vacanze refrigeranti (molti qui hanno la doppia casa: quella “normale” di città e quella “estiva” in riva al mare).

Oggi sono tornato anch’io dal mare, ma l’ho fatto prima del tempo. Volevo sorprendere la città mentre dormiva all’ora della siesta. Un deserto. Un silenzio irreale. Nemmeno i cani in giro sui marciapiedi. Nemmeno l’ombra di un essere umano nei bar o nelle terrazze del centro. Nemmeno i mendicanti che ti chiedono l’elemosina col sorriso (qui perfino i barboni sembrano essere influenzati dal clima mediterraneo e solare, un’allegria che si respira a cielo aperto).

Il palazzo in cui si trova l’appartamento in cui vivo è vuoto. Molte finestre sono chiuse (le tapparelle abbassate come se il proprietario fosse morto all’improvviso o avesse abbandonato di fretta e furia il luogo del delitto). Non si sente nemmeno una mosca volare.

Mangio una macedonia fredda. Uno yogurt Danone al cocco con i cereali (questi ultimi li aggiungo io). Un caffè decaffeinato per riuscire a dormire (anche se so già che è tutto inutile e che dovrò sorbirmi l’asfissia e la compagnia fastidiosa e, a tratti, ingombrante dell’insonnia).

Ascolto Alex Britti ripescato da una vecchia cartella del computer italiano. Ogni tanto apro il mio HP italiano ed è come aprire la cassa del tesoro: ricordi, foto, canzoni, vecchi lavori che oggi riscriverei in tutt’altro modo e con tutt’altro tono, racconti iniziati e mai portati a termine.

Parte “Prendere o lasciare” e mi viene in mente – non so perché – uno dei miei angoli preferiti della Capitale, e cioè, il Colle Oppio, a due passi dal Colosseo, di fronte al Colosseo, a due metri da Via Merulana, anzi, tra Via Merulana e il Colosseo (Via Mecenate è la strada più tranquilla di quella zona, e anch’essa, una delle mie favorite, sembra regnarvi una calma apparente stranissima, trattandosi di Roma – ma chi legge questo “diario di bordo” sa che a Via Mecenate ho dedicato già molte parole, in passato).

E ricordo che a Colle Oppio ci ho baciato almeno due ex. Una era spagnola anche lei (come la mia attuale compagna d’avventure). L’altra era romana d’adozione, ma campana di origini. E forse c’è pure una terza, ma non era una fidanzata, forse era solo una turista, una storia nata in un pub e – chissà come e chissà perché – terminata a baciarsi sotto il cielo estivo di Roma, seduti su una panchina del Colle Oppio.

Nostalgia d’Italia? Non direi. E allora? Perché l’altro giorno ho fatto una lasagna? Io, un inetto in cucina, un perfetto incapace con mestoli e pentole, che mi metto a fare il ragù (3 ore di cottura) e compro le sfoglie della Barilla confidando nella marca? E perché il giorno dopo ho proposto alla mia compagna d’avventure di comprare tutto l’occorrente per fare un tiramisù? Io, un tiramisù? (dall’ultimo viaggio in Italia ho comprato perfino l’Amaretto di Saronno – doc – da aggiungere come tocco di classe o trucco da grande chef per inzuppare i Savoiardi – quelli non ci sono di marca italiana, o almeno, non li ho mai trovati qui in Spagna).

Smetto di ascoltare Britti, o meglio, abbasso il volume, e mi pare di sentire (a mezzanotte) il cinguettio tipico delle rondini. A mezzanotte in punto. Le rondini.

A Roma era piuttosto normale sentire il verso dei gabbiani. Ce ne sono molti che svolazzano intorno alle bandiere dell’Altare della Patria. Si vedono anche dal Colle Oppio. Squadre di gabbiani che planano e si riposano sopra quella che Peter Greenaway definì “la macchina da scrivere” (e ci girò anche un film, all’interno, anche se ora non ne ricordo il titolo).

Da quant’è che non guardo un film di Peter Greenaway? Che fine ha fatto il regista di Il cuoco, il ladro, sua moglie e l’amante e di I misteri del giardino di Compton House?

Il vivere in Spagna mi sta rendendo forse meno cinefilo?

Smetto di ascoltare le rondini (a mezzanotte? Ma siamo proprio sicuri? Non credo di avere le allucinazioni) e provo a coricarmi con un buon libro a farmi compagnia. Un discreto mattoncino. Quasi 600 pagine di scrittura fitta fitta nella versione tascabile dell’Einaudi che maneggio da qualche giorno. E’ il romanzo con cui Walter Siti ha cominciato la sua carriera da scrittore. Scuola di nudo, scritto con uno stile incredibilmente plastico, mobile, lirico, musicale, sorprendente e, a tratti, sinceramente indescrivibile. Siamo attorno agli anni 90 (il romanzo uscì nel 1994). Walter (così si chiama l’io narrante e protagonista assoluto e – a quanto pare – autobiografico della trama) ci narra i suoi alti e bassi lungo la piramide medievale dell’Università italiana (Pisa, dove feci il dottorato, qui riconoscibilissima, anche per il dialetto che il narratore mette in bocca ai personaggi pisani), i suoi scontri con i colleghi, le lotte intestine senza pietà per il nemico e, soprattutto, i suoi amori estremi per una variegata tipologia di uomini (dai culturisti alle marchette, dai giovani svampiti ai coetanei disillusi che magari hanno moglie e figli ad aspettarli a casa, i carabinieri finto-machos che poi se la fanno col prof. consenziente).

Leggo e smetto di ascoltare il cinguettio delle rondini. Ora è il ventilatore a dettare il ritmo della nottata. Quando all’improvviso m’imbatto nella tipica frase storica che la mia mano non può proprio fare a meno di sottolineare con la matita:

“Intuisco che non potrò vivere in un mondo dove tutto ha conseguenze” (cit., p. 218).

Che tristissima verità. Nel nostro mondo tutto ha conseguenze. Per questo Pascal diceva che le disgrazie nascono dall’incapacità dell’essere umano di starsene seduto, da solo, dentro la propria stanza. O forse non era così o non lo dice Pascal. Ma che importa?

In realtà, a differenza di Walter, io credo di trovarmi a mio agio proprio perché so che nel mondo tutto ha conseguenze. Il bello è che non sempre si sa che tipo di conseguenze scaturiranno da che tipo di esperienze si faranno. E io sono pronto a tutto. Io adoro ogni tipo di esperienze. Non ho paura delle rondini a mezzanotte, io…

L’insonnia, quella sì, ha la meglio sui miei nervi. Lei sì che mi fa paura. Ma andiamo avanti:

“Riesci ancora a distinguere tra materiale e no? Io ho l’impressione che ormai le cose siano la proiezione pornografica di se stesse; chi oggi volesse fare della pura poesia descrittiva, temo che rischierebbe un processo per oltraggio al pudore” (id., p. 316).


Accidenti, è vero! Matita. Sottolineatura. Veloci. Interessante, questo Walter…molto interessante...

martes, junio 16, 2015

Leggere il futuro nel passato: una scena tratta da La nebbiosa di Pasolini


Sono un cinefilo – come sapete bene, voi lettori di lungo corso di questo diario di bordo – e un appassionato dei rapporti tra letteratura e cinema. Però non amo leggere le sceneggiature: mi sembrano testi scarni, in potenza, freddi, tavole da laboratorio, bozze di un libro non vero, o troppo “irreale”, schemi di un lavoro in progress non fatto e non terminabile… 

E però l’altro giorno ho deciso di fare un’eccezione e ho cominciato a leggere La nebbiosa, che è il titolo che Pier Paolo Pasolini scelse per la sceneggiatura dell’omonimo film che non arrivò mai a girare. Siamo nel 1959: Pasolini visita Milano e cerca d’impossessarsi del linguaggio di quegli stessi “ragazzi di vita” che rende protagonisti di due dei suoi romanzi più importanti (Ragazzi di vita, appunto, del 1955, e Una vita violenta, del 1958), oltre che di Accattone (del 1961)... Come fosse una sorta di antropologo, il poeta e regista si cala nell’ambiente periferico e più pericoloso o disagiato della Milano degli anni 60 per ritrovarvi quegli stessi nodi che aveva già sperimentato nella capitale. E almeno stando a quello che butta giù nella sceneggiatura, ci riesce, perché leggendo La nebbiosa si riesce a volte a respirare l’atmosfera assurdamente violenta di personaggi giovani, adolescenti o addirittura bambini completamente allo sbando, che non sanno cosa fare della loro vita, che si dedicano a rubare, a fregare il prossimo, a picchiare o a picchiarsi tra di loro, a dire parolacce e a giocare con le pistole come fossero oggetti di plastica e non armi vere, che possono esplodere proiettili veri e che producono vittime reali (ci sono scene che fanno pensare a A Clocwork Orange di Stanley Kubrick, uscito 10 anni dopo Accattone).

E a un certo punto ci imbattiamo in una scena che fa venire letteralmente i brividi. I “ragazzi di vita” tendono un agguato a un uomo distinto che passeggia di notte lungo i viali del centro di Milano; sembra effeminato; forse si trova lì per prostituirsi o, più semplicemente, per cercare compagnia maschile; i ragazzi lo caricano in macchina con un sotterfugio e poi cominciano a prenderlo in giro. Gino – così si chiama questo strano personaggio – sta allo scherzo, risponde a tono alle battutacce del gruppo, ma poi cambia tono; cito:

“GINO (serio, acuto, coraggioso) Lo so. Avete brutte intenzioni nei miei riguardi. Ma ciò non toglie che potreste essere più divertenti. Bastonatemi, se siete così malvagi da farlo, ma bastonatemi almeno da persone spiritose” (P. P. Pasolini, La nebbiosa, Milano, Il Saggiatore, 2013, p. 140).

Impossibile, di fronte a questo brano, non pensare a come morì l’autore dello stesso. Sappiamo che Pasolini venne massacrato di botte e che il cranio venne schiacciato dalle ruote di un auto guidata (molto probabilmente) da Pelosi. Sappiamo pure che, a parte Pelosi, non si conoscono a tutt’oggi i nomi degli altri “ragazzi di vita” che dovettero assistere alla morte violenta del poeta e regista nei pressi dello Scalo di Ostia. L’elemento delle bastonate è incredibilmente presente sia nel brano (letterario) di una sceneggiatura che non è mai divenuta film, sia nella realtà (durissima e crudele, non più modificabile) della morte dell’autore (la durezza e la crudeltà aumentano se pensiamo che ancora non si conosce tutta la verità su quella notte).

Ma non finisce qui: la scena continua:

“Il Teppa, per primo, resta colpito da quel tono:

TEPPA (bofonchiando) Ma chi t’ha dì, che te demi bastunà? Perché?
GINO (secco, preciso) Perché siete infelici, scontenti di voi stessi, e dovete sfogarvi contro qualcuno”.

E’ evidente che qui Pasolini stia proiettando nel personaggio “debole” e omosessuale (o effeminato) di Gino alcuni suoi strali e traumi personali. I ragazzi continuano e Gino va avanti col suo discorso:

“Siete non infelici, ma molto infelici. Odiate tutti i vostri padri, e il loro mondo, cioè la società: ma non li odiate abbastanza… perché, in fondo, siete come loro…” (id. , p. 141).

Gino ormai non ha più paura della violenza fisica e sputa in faccia ai suoi aguzzini la sua “verità”: attacca il più spavaldo di tutti (uno che si fa chiamare Contessa) e gli dice che è il più arrogante e sbruffone perché, in realtà, è il più viziato da genitori e nonni; a questo punto Toni sbotta, rompendo il silenzio che cala nell’auto, per chiedere: “Ma chi abbiamo incontrato, un profeta?”. E questa è la risposta di Gino:

“GINO Macché profeta… Un altro infelice come voi, me che almeno ammette di esserlo” (id., p. 142).

Ecco, io credo che in questa risposta schietta e diretta ci sia parte del carattere di un “ribelle” e anticonvenzionale come Pasolini. Noi che siamo venuti “dopo” di lui, abbiamo cercato di interpretarlo anche da questo punto di vista: uno che vedeva le cose e che sapeva anticipare certi fenomeni (di massa) prima degli altri. Uno che era anche un intellettuale per questa sua capacità di andare oltre il velo delle apparenze e di anticipare gli eventi che, di lì a poco, hanno avuto luogo in Italia e hanno cambiato il volto sia dell’Italia sia della cultura italiana.

Ma torniamo alle bastonate: Gino non ha paura della morte violenta o della sbruffonata senza logica dei suoi aguzzini. Gino può perfino accettare le bastonate, ma pretende che siano date da persone spiritose.

E ripeto: quando si leggono queste frasi è quasi inevitabile pensare alla fine (reale) che fece Pier Paolo Pasolini: massacrato di bastonate e di botte da una banda di violenti, di giovani (o di giovanissimi) totalmente sprovvisti di spirito (e di coscienza, diremmo col senno del poi).

Ed è inevitabile pensare certe cose proprio perché noi veniamo dopo Pasolini, dopo la sua morte, dopo il 1959 e il 1975 e il 1976… Ed è la nostra posizione privilegiata da “contemporanei” che vengono “dopo” a permetterci di leggere e di interpretare questi dialoghi da sceneggiatura di un film mai girato in quanto frammenti che, in certo modo, anticipano quanto poi sarebbe accaduto sul piano della realtà a colui che inventò e scrisse queste parole. E’ la distanza temporale a permetterci di leggere il passato come futuro, quando il passato non era ancora passato (e scusate il gioco di parole). Ed è per questo che ora io leggo della vicenda di Gino e penso a Pasolini e interpreto quelle parole attribuite a un personaggio di finzione come fossero le parole di Pasolini. Ed è, infine, anche per questo che ogni volta che mi fermo a leggerle mi vengono i brividi e mi abbandono alle ipotesi più assurde, come quella che mi spinge a pensare che Pasolini poteva leggere il futuro in un modo così limpido e sicuro da anticipare – in parte – anche la sua stessa morte…E chissà, davvero, chissà, come sarebbe stata La nebbiosa, se Pasolini avesse trovato il tempo e la forza e l’energia per girarla e trasformare una sceneggiatura in un film vero. Chissà a quale attore avrebbe affidato la parte di Gino, se a Sergio Citti o a Ninetto Davoli, o a qualcuno che gli assomigliasse e in cui lui stesso potesse vedersi riflesso come in uno specchio… Chissà se (come nel Vangelo secondo Matteo, dove fa svolgere il ruolo della Madonna a sua madre) non si decidesse, alla fine, a impersonare lui stesso il personaggio del povero profeta preso in giro dai ragazzini di strada...

jueves, mayo 28, 2015

THE SWIMMER, by JOHN CHEEVER: il racconto come “mini-Odissea”


Ho appena finito di ascoltare dalla viva voce di John Cheever uno dei suoi racconti più famosi e più belli e più riusciti, un vero capolavoro dell’arte del racconto di tutti i tempi. Mi riferisco, ovviamente, a “The Swimmer”, pubblicato per la prima volta nel 1964.

Neddy Merrill, un uomo qualunque, un americano medio, ha bevuto troppo. Non ci viene detto come né perchè: si parla di una festa, in cui tutti hanno alzato il gomito. E a lui viene in mente questa idea bislacca e alquanto surreale: attraversare l’intero quartiere nuotando nelle piscine dei vicini, per poi tornare a casa a piedi. Si sente forte. Si sente bene. Ha voglia di sentirsi come un viaggiatore dei tempi andati, un pellegrino che per devozione cammina a piedi fino al santuario del suo Idolo, un errante. Come Ulisse.

Ecco: “The Swimmer” è un racconto che, nelle sue 12 pagine, riesce a riscrivere l’Odissea di Omero, solo che Cheever cambia il set dell’azione, Ulisse ora non viaggia più verso Itaca, si chiama Neddy (o Ned), e intraprende il viaggio da casa sua a casa sua passando per le case (le piscine) degli altri, comuni mortali, statunitensi borghesi e medi, come lui...

E nel corso del viaggio, anche Ned, come Ulisse, dovrà sforzarsi di essere diplomatico, non potrà stabilire una conversazione troppo pedante con nessuno dei vicini, perché non avrà troppo tempo per compiere la sua missione impossibile.

E come Ulisse, anche Ned si ritroverà a bere whiskey con il vicino che odia, perché pettegolo o troppo ottuso, a parlare con l’amante di turno, che si sorprende e non capisce perché stia invadendo la privacy della sua piscina, con una vecchia che gli ricorderà che la sua vita è piena di guai e ispira compassione... E qui Ned capirà che, forse, la sua memoria non funziona più come una volta: sembra che abbia dimenticato fatti importanti, centrali, che la vecchia gli rammenta e che lui sembra impegnarsi a non ricordare. La moglie vuole lasciarlo; le figlie sono in pericolo; la casa va venduta. Come fa Ned a non ricordare questi drammi personali? Davvero la sua memoria è diventata così selettiva da permettergli di gettare nell’oblio problemi di questo tipo?

Ned è un uomo qualunque, dicevamo, uno proprio come noi. E di fatti, si stanca, soffre il freddo, si sente ridicolo quando – per un breve tratto – si trova costretto ad attraversare la strada a piedi nudi e qualcuno, in macchina, lo prende in giro o gli getta una lattina dal finestrino, prendendolo per quello che sembra: un pazzo, un maniaco sessuale o un pagliaccio semi-nudo e ubriaco.

Il viaggio, però, non si ferma davanti agli ostacoli. Ned continua, persiste, insiste, fino ad arrivare all’ultima piscina del suo personale circuito spazio-temporale. E continua a non ricordare. E continua a sperare. E continua a pensare che è un eroe, che è riuscito nell’impresa, che la sua Odissea personale sta per finire.

Non svelerò il finale. Perché sì, Ned riuscirà a tornare a casa. Nudo, infreddolito, coi muscoli indolenziti, ma torna. Il punto (nodale) è cosa troverà, una volta giunto in porto. Quello di “The Swimmer” è un finale che fa piangere e che fa riflettere; che lascia tramortiti, e che fa pensare. Un capolavoro. Una mini-Odissea contemporanea in cui tutti possiamo riconoscerci. Un capolavoro dell’arte del racconto. Un esempio dell’arte della scrittura minimalista ma profondissima di John Cheever.

Qui una versione in pdf del racconto:


E qui John Cheever, mentre legge in diretta il suo racconto (la voce è tremenda, ci dice tutto dei problemi di alcolismo e di tabagismo che ebbe lo scrittore nel corso della sua vita):

lunes, mayo 25, 2015

Tradurre Shakespeare (possible mission)



Dunque, cominciamo col dire che non sono un traduttore di professione; non mi pagano per tradurre libri, anche se, in un passato piuttosto recente, l’ho fatto (due romanzi picareschi della prima metà del XVII sec. che nessuno legge né leggerà mai – si tratta di opere minori di autori minori della letteratura spagnola). E proprio per tale motivo, ovvero, proprio perché ho trascorso quasi 2 anni interi della mia vita a tradurre, so quanto sia difficile portare a termine una missione del genere, soprattutto quando l’opera da versare nella propria lingua sia lontana (o lontanissima) da noi nel tempo: più ci si allontana dal presente e più si fa fatica a capire – faccio un paio d’esempi – il significato dei modi di dire (che magari oggi non si usano più) o dei giochi di parole (il vero grosso scoglio per ogni traduttore di opere letterarie). Già è difficile capirli, i giochi di parole svolti in un’altra lingua, figuriamoci poi tradurli! O renderli comprensibili in una lingua (quella d’arrivo) diversa dalla lingua del testo originale (o quella di partenza). Insomma, per farvela breve: un gran casino, un problema enorme, su cui si ci può sbattere la testa per giorni e giorni e mesi e mesi, senza venire a capo di nulla (e allora ci si salva – in calcio d’angolo – con la famosa nota a piè di pagina, quello spazio tipografico in cui il traduttore trova rifugio quando alza bandiera bianca e sì, lo ammette, non ha trovato un’espressione giusta o adeguata alla lingua d’arrivo… la nota in quanto dichiarazione di fallimento: “Non ho capito e vi confesso che non capisco; questa frase dovrei lasciarvela in originale; si fa quel che si può; si salvi chi può; il gioco di parole è intraducibile”… Intraducibile! Che parola! Fa davvero venire i brividi – se pensiamo che viviamo costantemente nell’illusione che si possa tradurre tutto e da tutte le lingue del mondo).

Or dunque: fatta questa premessa, chi mi conosce sa che ho tradotto in passato e sa che pur studiando e dedicandomi a tempo pieno alla lingua e alla letteratura di Cervantes, amo leggere e studiare autori e opere di ogni angolo del mondo, con particolare predilezione per l’Inghilterra…

Sta di fatto che, molto probabilmente, se non mi fossi dedicato alla Spagna, avrei continuato a studiare letteratura inglese e mi sarei messo a scrivere la tesi di laurea sull’Ulysses di James Joyce (un romanzo che mi avrebbe portato al suicidio, non ci sono dubbi, ma amo le sfide e adoro i romanzi che ti sfidano, che mettono a dura prova la tua capacità di comprensione, oltre che la tua pazienza). E così, ieri, per una questione di traduzione mal riuscita, per una cattiva interpretazione del testo, e dopo aver fissato un appuntamento con un mese d’anticipo, mi sono recato all’Università per parlare di una questione relativa ad un avverbio della lingua inglese con il maggiore esperto di William Shakespeare che ci sia in Spagna, un luminare della scienza, uno che, in poco meno di 10 anni, ha tradotto 30 opere del Bardo (il che vuol dire quasi TUTTO Shakespeare).

Il Professore accetta di vedermi, dopo che io gli ho mandato per email una specie d’articolo in cui discetto di una traduzione di un altro autore (contemporaneo) spagnolo di un verso di Hamlet. Evidentemente il Professore non solo si prende la briga di leggermi, non solo accetta di vedermi faccia a faccia, ma si preoccupa perfino di correggermi, cioè, di aiutarmi a capire dove potrei correggere il mio pezzo ed esprimermi in termini più corretti dal punto di vista filologico…

Sono emozionato e tutto orecchi, quando mi siedo davanti a quest’uomo sulla settantina (ben portati) e leggermente calvo, con giacca e cravatta anche se fuori fanno 32 gradi, con stile elegante che ricorda subito da vicino lo stile dei docenti delle Università inglesi (uno si sente quasi catapultato a Oxford o a Cambridge – forse anche per la presenza ingombrante di un milione di dizionari inglesi e di un miliardo di testi che a quelle Università possono essere associati: c’è Milton, con il suo Paradise Lost, e c’è Marlowe, il nemico o rivale di Shakespeare; c’è Henry James, coi suoi racconti del terrore e c’è Dickens, coi suoi romanzi avventurosi; c’è il T.S. Eliot dei Four Quartets e c’è il Robert L. Stevenson del Dr. Jeckill & Mr. Hide; c’è il Bram Stoker di Dracula e c’è il Greoffrey Chaucer dei bellissimi Canterbury Tales; e c’è anche il reverendo Sir Laurence Sterne, col suo digressivo e immenso The Life & Opinions of Sir Tristram Shandy

E insomma, io mi sento immediatamente come se fossi in un’altra città e in un ambiente opposto a quello reale in cui fisicamente io e il Professore ci muoviamo e parliamo. E il Professore si cala totalmente nel suo ruolo e comincia a mettermi i puntini sulle “i”, facendomi notare che l’avverbio “behind”, nell’inglese di Shakespeare, ovvero, nell’inglese isabellino, non significava affatto “dietro” o “indietro” o “all’indietro”, bensì “davanti” o “dopo”, ovvero: non indica spazialmente l’essere indietro o lo stare dietro una persona o un’oggetto, bensì l’essere avanti, o davanti, lo stare dopo temporalmente di un evento o di un fatto…  E io ci resto di sasso: ammutolisco, forse impallidisco, improvvisamente, i 32 gradi di fuori si trasformano nel mio cervello (e sulla mia pelle) nei -7 gradi che percepii in Polonia, nella città di Lublin, il Novembre scorso…

E il Professore continua (spargendo sulla cattedra un’infinità di opere del grande classico inglese, oltre a mille appunti presi a mano e molte fotocopie che – a fine colloquio – avrà la bontà e l’enorme e inaspettata generosità di regalarmi – insieme alle sue traduzioni dell’Hamlet e del Macbeth, manco fosse Natale, che giornata splendida è stata la giornata di ieri!).

“Ecco, guardi qui” – mi fa il Professore, dandomi sempre del “lei”, senza mai passare a una confidenza che, in effetti, non c’è stata prima né può esserci ora, anche se siamo seduti l’uno di fronte all’altro, anche se si percepisce che ci stiamo entrambi simpatici, e si capisce che abbiamo le stesse passioni e le stesse manie e lo stesso immenso stupore e la stessa immensa stima di fronte al Bardo – “ecco, sì, guardi qui, dall’atto I, scena III, v. 117: è Macbeth a parlare, dopo la profezia delle tre streghe: loro gli preannunciano che prenderà il posto di Glamis e poi strapperà il titolo di Barone a Cawdor e, infine, diventerà Re… Ecco, legga qui: “The greatest, behind”, che io traduco con: “Il più grande, dopo”, ovvero: la cosa più importante, il ruolo più prestigioso, “dopo”, “behind” nel senso temporale di “più in là”, o “più avanti nel tempo”, o “in un futuro imminente”. Ecco: cosa gliene pare?”.

Ripenso al mio pezzo: e a tutte le volte che, mentre leggevo Shakespeare, traducevo letteralmente “behind” con “dietro”; e ora provo quasi vergogna a capire che non sempre è così, che non sempre, nell’inglese che parlavano i contemporanei della Regina Isabella, “behind” voleva dire “indietro”, e mi sento subito di abbracciare il Professore, di dirgli “grazie”, di dirgli: “Lei mi ha aperto gli occhi, Professore”, e di confessargli, infine: “Come avrei fatto a capire senza di lei, Prof.!”.

Non dico né faccio nulla di tutto questo, ovviamente: ma quando poi il Professore mi allunga le due copie delle sue versioni di Hamlet e di Macbeth e mi fa capire che sono per me, che posso portarmele a casa, che sono un suo regalo per me, non riesco a trattenere l’espressione di giubilo: “Che forte!”, come un bambino davanti al nuovo giocattolo…

Che idiota, invece! E come ho fatto a non vederlo prima, come ho fatto a non capire! Perché non sono andato a leggermi l’Oxford English Dictionary, quello storico, che mi spiega come stavano le cose quando Shakespeare scriveva roba, che non finiremo mai di capire, e di leggere, e di tradurre… Come ho fatto a non capirlo prima, e quanto è complicato tradurre, e com’è sorprendente il momento in cui capisci e pensi che sì, che tradurre si può, che tradurre correttamente un’opera – per lontana che essa sia rispetto al nostro presente – si può fare, missione possibile, anche quando appare impossibile… E grazie ancora, Professore. Per il tempo speso insieme, per i due libri e per le due belle dediche…


lunes, mayo 18, 2015

MEMORIE INVOLONTARIE (alla maniera proustiana)



Che cosa diavolo ci facevo io alle ore 15:51 a Pisa, in Via Matteotti 4, presso la mensa universitaria del Polo Piagge, il giorno 29 di Novembre del 2013? La domanda me la faccio mentre contemplo preoccupato e anche alquanto straniato uno scontrino fiscale che – non si sa bene per quale oscura ragione – ho conservato come fosse un segnalibro all’interno di un romanzo di Milan Kundera che s’intitola (bellissimo titolo, non c’è che dire) La vita è altrove...

E più contemplo e mi giro e mi rigiro tra le mani lo scontrino e più mi trovo d’accordo con l’autore de L’insostenibile leggerezza dell’essere, perché, cari amici lettori di questo blog (ma chi siete? Possibile siate molti di più di quelle tre o quattro lettrici di lungo corso che mi sopportano sin dai tempi che videro la nascita del presente “diario” virtuale “di bordo” di uno che vive “ai bordi”?), è proprio così, accidenti: la “vita” è (sempre) “altrove”, o, come diceva non mi ricordo più chi (forse Oscar Wilde) la “vita” è “ciò che ti passa davanti mentre sei concentrato a fare altro” (o non sarà forse una mia citazione originale? No, non credo di essere così tanto originale, non sono mica un Oscar Wilde, io! Sono solo uno che legge molto e, quindi, deduco che questa cavolata la devo aver letta da qualche parte).

Ma torniamo a Bomba: che cazzo ci facevo io a Pisa quel giorno della fine di Novembre del 2013?

Provo a fare mente locale; provo a chiedere aiuto alla mia memoria. Dal 2004 al 2007 io ci ho vissuto a Pisa e ci passavo quasi tutti i giorni, davanti a Piazza dei Cavalieri, vuoi perché dovevo raggiungere la Facoltà di Lingue vuoi perché mi immergevo – una volta varcata la soglia – negli anfratti sotterranei della mitica Biblioteca della Scuola Normale Superiore... E giorno sì, giorno no, io ci passavo spesso, davanti alla mensa universitaria del cosiddetto Polo Piagge (anzi, quando avevo ancora il tesserino in quanto schedato come “studente dottorando”, io ci mangiavo in quella mensa, per 2,50 euro avevi diritto a un primo, un secondo e un contorno con dolce, se non vado troppo errato e non idealizzo troppo quei mitici tempi in cui s’era davvero “giovani di belle speranze” – o di Great Expectations, come direbbe Charles Dickens...).

E poi, cosa è successo “poi”? Poi, intendo, dopo il 2007? Dunque, vediamo: dal 2007 al 2011 incluso, mi sono trasferito a Firenze (un tiro di schioppo da Pisa, un’oretta di treno, o di macchina, tanto per intenderci con quelli che non conoscono la bellissima Regione Toscana)... E fin qui tutto bene: da Firenze, ero solito spostarmi a Pisa per congressi, per conferenze o – più semplicemente – per rivedere e riabbracciare prof. e colleghi e amici con cui ho mantenuti i contatti anche una volta che sono diventato “fiorentino”, per così dire... E poi? Poi dal 2012 ho vissuto a Salerno e dal 2013, prima di fare il salto dall’altra sponda (la Spagna, da dove attualmente scrivo queste fregnacce), di nuovo a Roma, da cui mi ero allontanato nel 2003 (alla fine del) proprio per trasferirmi a Pisa e fare il dottorato... 

Memoria? Mnemosine? Ricordi? Dove siete? Perché non mi schiarite le idee come Cristo comanda? Dove vi siete cacciate?

Insomma: se nel 2013 sono stato a Pisa deve essere stato per forza di cose per questione di poco, un viaggetto da Roma, magari in treno, magari con quel Regionale (tremebondo) che ci mette esattamente 4 ore e 30 minuti e che quando scendi alla Stazione Centrale di Pisa (provenendo dalla Stazione Termini della capitale) ti senti più vecchio di almeno 10 anni (e noti degli strani capelli bianchi che prima non avevi mai visto sulla tua nuca). Un qualche congresso? Una conferenza? Forse la presentazione di quel romanzo che traducesti e che venne presentato davanti a un pubblico piuttosto interessato presso l’Aula Magna di Giurisprudenza (perché quell’Aula Magna? E perché a Giurisprudenza?)? I segni interrogativi si moltiplicano. E ora capisco che è inutile invocare Memoria, o Mnemosine, o chi per loro... Se certi ricordi sono svaniti è perché così lo ha ritenuto opportuno il nostro cervello. 

O forse no, sono solo assopiti, dormono nella nostra coscienza e sono pronti a tornare in vita non appena quella che Proust chiamava la “memoria involontaria” riterrà opportuno farli resuscitare sul piano del presente (quanta importanza assumono, allora, l’immaginazione e il caso affinché questa “memoria” involontariamente ci permetta il lusso di riscattare e far risorgere certi ricordi del passato remoto...).

E ripenso a Kundera e mi ridico che sì, è proprio così, la “vita” è (sempre) “altrove”... E noi vaghiamo in questo altrove, a volte senza meta... consci che prima o poi s’arriverà in porto (e ci si capirà – forse – qualcosa di più).

miércoles, abril 29, 2015

On the bus

Il bus è un ottimo osservatorio, come la metro, o il tram, se parliamo di grandi città, come Roma o Madrid o Parigi... E come tutti, anch'io ne approfitto, mi piace guardare chi mi siede di fronte o di fianco, chi mi accompagna in quel breve tragitto (circa 20 minuti) che va dal centro storico all'Università. Si ha la possibilità di scorgere paesaggi interessanti, volti che parlano, sguardi che accolgono o che, al contrario, respingono, tipi interessanti o che avresti voglia di conoscere, come questo signore sui ciquanta, tipica faccia da impiegato, uno con camicia e cravatta (bianca l'una, nera l'altra), ma senza giacca, uno che porta allegramente i jeans e che a questi abbina un paio di mocassini neri che fanno molto anni '70.

Il tizio - dopo essersi sistemato - estrae puntualmente un enorme bloc-notes su cui comincia a scrivere in modo a tratti forsennato, come se non ci fosse un domani e come se quello che ha tra le mani fosse il romanzo di una vita, un libro su cui ha puntato tutto.

È mancino, scrive con la sinistra, la destra gli serve per tenere fermo il bloc-notes, e ogni tanto smette di scrivere, e guarda fuori dal finestrino del bus, sembra contempli il paesaggio (colline, montagnole, nuvole strascicate che si sciolgono sotto i raggi potenti del sole del Levante) per poi ributtarsi a capofitto sui suoi fogli, pieni zeppi di una scrittura fine e piccolissima (come si dice che scrivesse Robert Walser prima di morire, quando era già stato internato in un manicomio svizzero, almeno stando a quanto racconta Enrique Vila-Matas in Doctor Pasavento), una grafia particolarmente minuscola, che deve causargli sicuramente qualche problema di vista, anche se lui non porta gli occhiali, né sembra che ne abbia urgente bisogno, ma insomma, a lungo andare, se scrivi a quel modo, la vista dovrebbe risentirne, non trovi?

E uno si domanda subito: "Ma che cosa mai starà scrivendo? Di cosa si starà occupando? È un collega (un prof)? È un impiegato dell'Università (magari un segretario)? È uno scrittore di professione? È un pazzo? È un genio? E uno pagherebbe per poter trovar risposta a queste domande, o allungare il collo e - scorgendosi un po' - riuscire a captare e decifrare almeno una delle mille frasi che quest'uomo qualunque butta giù con una fretta, un impegno e una foga incredibili...

Scendiamo alla stessa fermata, e cioè, a due passi dall'Università: poi io vado a sinistra e lui va a destra e per questo mi domando se sia un collega o non, piuttosto, un segretario, uno dell'ammistrazione, un tecnico, chessòio, un informatico, uno di quelli addetti ad aggiustare i pc dei docenti quando s'impallano e non ti fanno più lavorare.

Un giorno o l'altro svierò a destra e vedrò di chiarire l'arcano. O forse no, e continuerò a vivere il mistero dell'uomo qualunque che scrive come un forsennato su un enorme bloc-notes appunti di chissà quale diario, di chissà quale romanzo, di chissà quale racconto entusiasmante ed intrigante... Un vero e proprio mistero...

jueves, abril 23, 2015

Circondati



E’ da molto che non lascio qualcosa di scritto su questa sorta di “diario virtuale” al bordo di (quello che mi succede, soprattutto quando leggo) e di bordo (come fosse il resoconto del mio viaggio personale su questa Terra). E il motivo dell’assenza è semplice: ho avuto altro da fare, come, ad es., viaggiare per l’Italia (ma quant’è bella la “dotta”, la “grassa”, la “rossa”? Bologna… che colori! Che incanto! Che città vivibile! Che cucina! E quanto risulta affascinante Firenze, quando non ci vivi? Erano 4 anni che non vi mettevo piede; dopo averci vissuto quasi 4 anni e mezzo; è stato strano ripercorrere le stesse strade di una volta, rivedere Ponte Vecchio, con gli innamorati di sempre che si fanno i selfie di oggi, e Ponte alla Carraia, forse più proletario ma non meno bello dell’altro, con la gelateria più buona della città, e Porta Romana e i Giardini di Boboli e Porta a Prato, quanti ricordi, mio dio, quanti! E Roma? Che cosa potrei mai dire di Roma che non abbia già scritto qui milioni di volte e cioè che, più che uno spazio geografico è uno stato d’animo? Cosa si potrebbe aggiungere? Roma, l’immensa, la caotica, la sporca, la stressante capitale della povera Italia…). E poi leggere (anche l’ultimo di Umberto Eco, Numero zero, anche se non mi ha convinto…anzi, mi ha lasciato uno strano sapore in bocca, come di qualcosa di non finito, o di non portato a termine come si dovrebbe, insomma, qualcosa d’inconcluso). E poi vivere, come tutti…

E insomma, tra una cosa e l’altra, era tanto che non tornavo a scrivere su queste pagine online e oggi vi faccio ritorno perché ci sono cose che lasciano il segno, come, ad es., constatare che siamo circondati (tutti e tutti i giorni, continuamente) da morituri, da gente condannata a morire, a partire da noi stessi, anche se è raro che uno si concepisca o si veda o si immagini come “cadavere in potenza”, futuro defunto… Eppure è così, è una legge di natura, perché, prima o poi (speriamo “poi”) tutti dobbiamo morire (“ricordati che devi morire”, ricordava un vecchio a Massimo Troisi in quel piccolo gioiello di commedia all’italiana che è Non ci resta che piangere, con Benigni a fare da spalla, e Massimo Troisi, catapultato in un Medioevo assurdo, risponde: “Sì, sì, mo me lo segno” o “mo me lo scrivo”…).

E uno si rende conto che deve morire soprattutto quando la Morte tocca coloro che ci sono più vicini… Come una studentessa (nel mio caso particolare) o una collega con cui condivido alunni, ore di studio, spazi, libri e appunti.

La studentessa si chiama Y. e ha circa 30 anni, ma portati bene. La vedo avvicinarsi allo studio accompagnata dalla madre, una donna sui 50 o sui 60 ma portati bene (i capelli grigi raccolti in una crocchia, all’antica, anche se veste dei jeans che ne mettono in risalto un fisico asciutto e prestante). Y., invece, cammina a rilento con delle stampelle. La sua difficoltà di movimento mi fa venire subito in mente una scena di La teoria del tutto, quel film melodrammatico che ci racconta in modo efficace anche se a volte fin troppo strappalacrime la vita di Stephen Hawking, lo scienziato che ha rivoluzionato parte della scienza e della fisica quantistica moderna con le sue scoperte sul tempo e sui buchi neri… Arranca, si nota che fa fatica, e io la accolgo e ora non riesco nemmeno a ricordare se le ho stretto la mano o se mi sono solo limitato a dirle: “Salve, lei deve essere Y.”. Sono stato proprio un disgraziato, un maleducato, se non le ho stretto la mano o se non ho fatto almeno il gesto di volergliela stringere… Comunque, ci eravamo sentiti per telefono una settimana prima, avevamo concordato l’appuntamento telefonicamente, e non sapevo ancora che tipo di studentessa fosse e perché a lei sì potevamo dare il permesso di fissarsi da sola il giorno dell’esame. La vicerettrice mi avvisa e mi spiega che Y. soffre di cancro, un cancro che i dottori ancora non sanno dire se benigno o maligno, una malattia che si riproduce a scadenze quasi fisse e che obbliga la paziente ad assumere morfina per attenuare i dolori e a sottoporsi ad operazioni alla schiena ogni ogni x mesi… Finché te lo spiegano persone esterne tu puoi perfino arrivare a capire; ma quando poi vedi Y., la paziente, come direbbero i suoi dottori, allora cominci a tremare e ti chiedi: “Ma come fa? Come può andare avanti così, con tanta energia positiva, con tanta…voglia di fare?”.

Y. inizia a farmi domande sul programma, vuole sapere più o meno quali sono gli articoli più importanti da studiare, quali i manuali o i libri di riferimento. Io le rispondo gentilmente, ricordandomi del fatto che – come la vicerettrice mi ha confermato – a Y. non facciamo sconti, anche se a volte si è presentata all’esame insieme alla madre e sotto l’effetto della morfina, lei non vuole che le si dimezzi il programma, vuole arrivare alla laurea come tutti gli altri, studiando la stessa identica quantità di materiale, non è una vittima né fa del vittimismo.

E allora, dopo un po’, non so bene nemmeno io perché, le chiedo come va il resto e Y. comincia a raccontarmi di come è cambiata la sua vita a partire dai 23 anni, quando la malattia ha fatto la sua comparsa la prima volta, e come ha dovuto armarsi di coraggio e di forza di volontà per non soccombere, e per ora è andata bene, per ora è lei che ha vinto la battaglia contro il cancro, e io quasi piango perché noto che le brillano gli occhi, sta per piangere anche lei e non ci sono le parole giuste per esprimere quello che quegli occhi vogliono trasmettermi, non ci sono…

La collega si chiama C., ha 34 anni ed è una brillante linguista che ha scritto un sacco di articoli e di saggi sulla lingua e sui rapporti tra lingua standard e linguaggio pubblicitario (come funziona la retorica quando bisogna convincere i futuri acquirenti). Ha partorito da due settimane il secondo figlio, il primo ha già due anni e cresce sano e forte. Non è sposata, ma una volta ho incontrato suo marito, un tipo un po’ freak che uno immagina dietro a una postazione da deejay o su una spiaggia a servire cuba libre, una faccia da simpaticone, uno che vedresti benissimo a spacciare hashish ad Amsterdam o a Pescara… Nel complesso, C. e il compagno fanno una bella coppia, si vede che si vogliono bene e che, a differenza di molti, non sentono il bisogno di avere una firma davanti a un prete o a un impiegato comunale per sancire ufficialmente il loro amore.

Ieri mi chiamano e altri colleghi in comune mi avvisano: C. è entrata in sala rianimazione, ha avuto un’emorragia cerebrale e non si sa se si salverà. Tremo e non riesco a reagire, per un attimo mi manca il fiato, poi la vita riprende il suo cammino, bisogna continuare a vivere, noi che non siamo ancora in una sala di rianimazione, e bisogna accenderlo il cazzo di computer per rispondere alle email dei tanti studenti che ti rompono le scatole, anche oggi, anche stamattina, anche ora che hai appena ricevuto una notizia del genere.

Accanto a me una collega (di Storia Moderna) fa una rapida ricerca su Google e scopre che, negli ultimi 10 anni, i casi di donne che, una volta partorito, muoiono per complicazioni o improvvisi infarti o emorragie interne o ictus cerebrali sono aumentati del 54%... Io non lo so bene a quanto equivale questo 54%, ma – come tutti – mi domando se l’aver dato alla luce un bambino di appena 2 settimane abbia una relazione inequivocabile con il fatto che ora sua mamma stia rischiando di lasciarci la pelle in una sala di rianimazione…

Poi passa il tempo: e la vicerettrice si avvicina al nugolo di curiosi e di gente che conosce C. e ci avvisa: “Sembra sia fuori pericolo, i dottori dicono che ha riconosciuto i parenti più stretti e che ha chiesto dei due bambini”.


Tremo e penso: maledette email degli alunni che rompono le scatole. E poi ricordo il caso di Y. e il suo sguardo, i suoi occhi luminosi sul punto di scoppiare a piangere e penso che siamo davvero tutti morituri e che siamo circondati da gente che ci abbandonerà e che, purtroppo, bisogna andare avanti lo stesso perché la vita è fatta così, è strutturata, organizzata in questo modo così assurdo per cui oggi C. e Y. e io stesso ci siamo e domani non possiamo saperlo. Tutti circondati. Tutti condannati, in teoria. Anche se non sappiamo né mai potremo sapere quando…

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