viernes, abril 27, 2018



Da Rennes (Bretannia francese)




4 Aprile 2018

A Rennes possono succedere le cose più strane del mondo: un momento piove a dirotto (e l’oscurità della notte repentina rattrista i passanti, le case, gli oggetti tutti) e quello dopo c’è il sole che spinge la gente a riporre gli ombrelli al loro posto e a tornare a vivere all’aperto (anche i bretoni, come il resto dei francesi, d’altronde, amano sorseggiare caffè e tè nelle terrazze dei bar del centro).
E poi può capitare che l’amica di tua moglie che ha fatto un viaggio da sola in Italia conosca un italiano, se ne innamori perdutamente e poi vada in crisi e ti chieda gentilmente di tradurle una lettera che vorrebbe mandargli dopo che lui è scomparso da più di una settimana.
Ho letto la lettera mentre ero in bagno e…mi ha talmente commosso che ho pianto. Sì. Non mi vergogno a dirlo: le parole sincere e appassionate dell’amica di mia moglie mi hanno spinto alle lacrime…E queste sono alcune delle frasi più belle che mi azzardo a esporre qui, pubblicamente, perché mi hanno davvero lasciato a bocca aperta e dimostrano quanto siamo tutti deboli e vittime e sicari quando si tratta d’amore, ovvero, di Eros, ovvero, di quella potenza stramba e irrazionale che ci spinge a fare follie per l’altro (anche quando l’altro non c’è più o ha tutta l’intenzione di scomparire dal nostro orizzonte):

“Sono una ragazza ferma in attesa del ragazzo che la scelga per farla ballare, è così che mi sento, come quella ragazza che ha condiviso con te sguardi complici, sorrisi, carezze e poi…quando arriva il momento stellare…la ragazza si sente la donna più Fortunata e felice del Pianeta Terra…ma il ragazzo non appare, non viene nessuno al ballo, e la ragazza non può fare nulla…”.

“[…] non mi piace che eviti i problemi, perché non scompaiono, si trasformano soltanto, e le persone che si comportano in modo coraggioso non sono quelle che non hanno problemi, ma quelle che, avendoceli, li affrontano, anche a costo di dover chiedere aiuto […]”.

“Ora la distanza gioca contro di noi e nemmeno la lingua aiuta, ma posso assicurarti che nel mio vocabolario non esiste la parola “impossibile”, perché sono davvero poche le cose impossibili nella vita, l’impossibile ce lo costruiamo noi nella nostra mente, fino a quando non arriva qualcuno che ci dimostra che è possibile, e allora ci rendiamo conto di quanto siamo stati stupidi per tutto quel tempo…”.

E infine, verso la conclusione, questa riflessione che mi fa pensare a Marco Aurelio:

“Penso che ci sia un tempo per lasciare che le cose accadano e un tempo per fare in modo che le cose accadano”.

Quant’è grande, oscuro, profondo il cuore di una donna innamorata… Quanto siamo deboli, attorcigliati, tremolanti, quando cadiamo vittime di Eros… Quanta saggezza può ispirarci il dolore…e uno si domanda perché la conoscenza è quasi sempre conoscenza “nel” e “del” dolore…perché non impariamo dalla felicità…perché è la sofferenza che ci spinge a riflettere con più intensità su chi siamo, cosa vogliamo, cosa temiamo…perché?

domingo, abril 22, 2018

Sempre in movimento


Non ci si ferma mai, ultimamente. E, come sempre, non riesco a dire di no.

Ieri (21 Aprile 2018) ho partecipato a un incontro sul fomento della lettura tra i giovani (e le nuove generazioni) in un paesino in alta montagna nei pressi della città del Sud del Sud della Spagna in cui pernotto. Bellissimo, stimolante, entusiasmante vedere la reazione del pubblico quando, tra gli spettatori, ci sono persone che, per vocazione, si dedicano a diffondere un po' di cultura e di amore per la letteratura in un mondo (e in una società) in cui sia la letteratura che la cultura sembrano essere diventate obsolete, o una sorta di ostacolo verso altre forme d'intrattenimento...

È stato bellissimo ricevere i complimenti di professoresse in pensione; di bibliotecari combattivi e che continuano a lottare, giorno dopo giorno; di giornalisti e di scrittrici che fanno della parola scritta la loro arma di difesa contro il virus della barbarie...

Dopodomani, 24 Aprile, andrò a parlare di un autore che si suppone conosca molto bene in un "Club de Lectura" di sole donne: età media: 70 anni. E so già che tornerò a casa, da quell'esperienza, con l'animo pieno di allegria e di emozione e di riconoscenza. Parleremo di Amore e Morte, a partire da un romanzo che ruota tutto attorno a questo nocciolo duro della questione. E sono sicuro che mi faranno le domande più interessanti, quelle più difficili o cui è impossibile trovare una risposta plausibile.

Il Venerdì 27, infine, presenterò il libro di una scrittrice che, a soli 16 anni, ha debuttato con un romanzo che parla dello sfruttamento dei minori sul lavoro; e oggi, a 24 anni, ha deciso che era ora di cambiare tono e stile e, così, si è buttata e ha scritto un divertentissimo romanzo per ragazzi, un libro pieno di humor intelligente, di battute, di scenette comiche e di bisticci linguistici...

C'era anche lei, casualmente, ieri, all'incontro sul fomento della lettura. E appena ci siamo visti ci siamo abbracciati forte. Le ho fatto i complimenti. Lei mi ha ringraziato per aver accettato il suo invito a presentarle il suo libro in una delle librerie più in vista e grandi del centro della città. Le ho chiesto se sta già scrivendo una terza opera. E con un sorriso pieno di timidizza e la voce bassa mi fa: "Sì, ed è più duro del primo che ho pubblicato...non so dove mi porterà questa roba qua...".

E allora, guardandola negli occhi, percependo l'emozione e la voglia di fare nello sguardo di questa ragazza di soli 24 anni, uno pensa: "Non è tutto perduto. C'è ancora speranza. Ci possiamo ancora salvare dalla barbarie, se ci sono giovani come lei sulla Terra. Non è ancora detto...Loro non hanno ancora vinto...".

Sempre in movimento. E chissà quando imparerò a dire di no. Ma per ora è bello. Sì. È davvero entusiasmante essere sempre in azione, non smettere mai di leggere e di fare. Non smettere mai di sperare nel meglio.

lunes, abril 16, 2018

L'incubo finale


Dunque, doveva capitare: l'incubo finale, quello decisivo, quello più scioccante...ed è capitato.

Ieri notte ho sognato di morire. Eravamo in tre: io, col cappotto nero classico che mi ha regalato anni fa la mia compagna di avventure; e due tizi loschi anch'essi vestiti di nero, che non conoscevo.

Si parla del più e del meno, qualcuno allude ad un mio tradimento, una storia di corna; qualcun'altro cita direttamente mia moglie, ma non riesco a seguire il filo del discorso. Siamo in una strada deserta, a New York, o in una città piena di grattacieli che le somiglia molto... Sento un brivido lungo la schiena e poi una sensazione di bruciato al collo: qualcuno mi ha sparato. Tre colpi (ecco, di nuovo il 3!). Secchi. Precisi. All'altezza della giugulare. Cado a terra tra gli schizzi di sangue. Zampilli. Una fontana. Un fiotto incessante. E la cosa più assurda è che, dopo un primo momento di sorpresa, dopo l'effetto della scottatura, non sento più nulla. Anzi, avverto quasi una sensazione di riposo e di calma, di benessere e di pace.

Infatti, pur essendo morto e steso a terra, nell'incubo, continuo ad essere cosciente. Sono diventato forse un fantasma. Mi aggiro per le strade vuote. Poi appare la mia famiglia. I miei fratelli. Mia madre. Urlo, ma nessuno mi sente. Poi mia nonna, che, nella vita reale, ha 95 anni ed è sorda. Ebbene, la chiamo e lei sì, mi sente. Mi vede, addirittura. Mi parla. Ma la sua voce mi arriva come da sott'acqua, è attutita, arriva troppo piano. E io urlo e lei parla, quasi a bassa voce, e io non riesco a leggere il labbiale.

La cosa più triste, quando si muore (almeno stando a quello che ho vissuto io sul piano onirico) non è tanto il buio, o il dolore fisico - quello, ripeto, dura pochissimo, passa in fretta - bensì quello animico, morale, di sapere di non riuscire più a farsi sentire da chi è rimasto in vita. I nostri cari, le persone più importanti per noi, una volta morti, sembrano ignorarci o sembrano non accorgersi della nostra presenza, della nostra disperata voglia di entrare in comunicazione con loro. È stato terribile. Voler interagire e vedersi nella strana e allucinante situazione in cui non ci si riesce, come se una membrana trasparente creasse il vuoto attorno a noi. Anche se la nonna è a pochissimi centimetri da me e dal mio corpo. Eppure, lei, sorda e mezza cieca, mi ha visto e ha provato pure a parlarmi, ma il suono della sua voce era troppo debole. Una malinconia. Una tristezza. Una nostalgia infinita.

Mi sveglio in preda al panico. Sudori freddi. Sensazione di vuoto. La camera è ancora la mia camera. Il cappotto nero elegante è ancora appeso alla stampella. E, per fortuna, non ci sono segni di sangue. Né di colpi di pistola.

È davvero strano, sognare la propria morte. E in questo modo, poi...a metà strada tra un film di Tarantino e Ghost...Ed è davvero strano accorgersi dell'incommensurabile abisso, dell'insalvabile distanza, dell'inesorabile differenza che c'è (e forse ci sarà) tra i vivi e i morti...

viernes, marzo 30, 2018

Viaggi temporali


Roma, 23 Marzo 2018:

Sono in Italia. Ti accorgi di essere tornato in Italia per il caos che regna sovrano a Fiumicino al momento del ritiro dei bagagli (anche se l'aeroporto - uno dei più grandi del mondo - è migliorato molto, più luci, più luminosità, più pulizia, etc.). E poi te ne accorgi perché l'odore del caffè espresso (quello vero, quello buono) viene dai bar a titillare il tuo olfatto quando meno te l'aspetti. E poi per il traffico, i romani hanno la guida irruenta, sembrano sempre tutti arrabbiati, ci abbaiano con le luci da dietro e mio fratello (che allo stress romano ci si è ormai rassegnato e abituato), intanto, mi parla del suo prossimo viaggio: vuole andare in Argentina, Buenos Aires, e poi, da lì, spostarsi in Patagonia, agli estremi del Globo, ai confini della Terra, prima del Polo Sud...

Ecco: anche poter chiacchierare con tuo fratello stressato senza telefoni in mezzo (senza i messaggi vocali del Whatsapp) ti aiuta a capire che sei finalmente in Italia.

Il ridente paesello sui monti abruzzesi in cui sono nato, 24 Marzo 2018:

Ed eccoci a casa, la casa dei genitori, la casa in cui (caspita!) sono nato. Il prato ben tagliato. La sdraio ora riposta, ma su cui, d'estate, ho divorato una quantità impressionante di libri sotto il sole cocente d'Agosto. I gatti che mia sorella chiama a raccolta con il suo tono festoso e festivo (e i gatti accorrono: mica sono stupidi, lo sanno che porta loro da mangiare, le fanno le fusa, i furbastri...). E poi il garage, in cui, oltre alla macchina, riposa la mia Bianchi, la mountain-bike con cui ho percorso migliaia e migliaia di chilometri (quanti? E chi lo sa! Tantissimi!).

A volte penso a come sarà tutto questo quando i miei non ci saranno più. Mi prende immediata una malinconia assurda. Non serve a niente pensarci. E non è affatto detto che io debba morire prima di loro, che vedrò la loro morte. Poi esco a fare due passi in montagna. Sia per sgranchirmi le gambe sia per non pensare alla Morte.

La notte ho gli incubi. E ti pareva. Si sente solo il rumore di un camion da lontano e il lamento di un gatto in calore. Saranno le 4 del mattino e fa freddo. Le coperte profumano di pulito. Si nota la firma di mia madre su ogni oggetto di questa stanza (l'ordine, la pulizia, il rispetto per le foto che ho appeso quand'ero adolescente: una foto in bianco e nero di Umberto Eco - da un'intervista per una famosa rivista spagnola - e Nanni Moretti all'epoca dei girotondi, con in mano un pezzo di carta - l'umiltà di uno che i discorsi se li scrive da solo e se li appunta su un foglio di quaderno- e Liv Tyler, la Musa ispiratrice, il mio ideale di donna dell'epoca, insieme ad un'altra modella che non so chi sia né come si chiami né se sia ancora viva...Somiglia alquanto a Liv Tyler, anche se sembra ancora più giovane, più eterea, una bellezza pallida con gli occhi che sembrano quasi cerchiati del nero che impone l'insonnia...una bellezza un po' "dark" che mi ha fatto letteralmente perdere la testa...e mi domando, di nuovo, chi sia e se sia ancora su questa Terra...).

Roma, Stazione Termini, 28 Marzo 2018:

Domani alle 4:45 parto di nuovo: il bus per Fiumicino parte da Via Marsala nº 5. Anticipo l'insonnia che m'impedirà di chiudere occhio. Girovago nei negozi nuovi di zecca della Stazione Termini (anch'essa migliorata, con tutti i lavori che hanno fatto in passato per ripulirla, oliarla, rimetterla in sesto e darle un'aspetto quanto meno decoroso). La scritta gigantesca porta i colori del tricolore. Dal versante di Via Giolitti s'illumina anche, verde, rosso e bianco. Incredibile. Mi porto verso Piazza della Repubblica, visito la Feltrinelli (che è stata la mia seconda casa molti pomeriggi in cui non avevo di meglio da fare che contemplare libri), e poi Via Nazionale, la ex-Mel Book Store, che oggi si chiama IBS o Il Libraccio, o qualcosa del genere: compro l'ultimo libro di Antonio Moresco, "usato ma mai letto", al 40% di sconto; s'intitola L'adorazione e la lotta e so già che mi piacerà ("Che cos'è la letteratura? Che cosa sono le stelle? Che cos'è successo miliardi di anni fa? Che cosa sta succedendo adesso?"; mi domando quante altre "letterature" hanno scrittori della taglia di Antonio Moresco o scrittori che, più semplicemente, si pongano di simili domande). Poi scendo verso Piazza Venezia (la macchina da scrivere di mussoliniana memoria), con la statua del Re a cavallo e la fiamma eterna sempre accesa e scortata da due militari; poi i Fori Imperiali, su su fino al Colosseo (e mi risulta impossibile non scattargli 7 o 8 foto, sempre imponente, sempre incredibilmente al suo posto con tutta la sua bellezza e la forza di secoli) e poi il Colle Oppio dove intere scolaresche fanno lo spuntino stese sui prati, le coppiette si baciano sotto le palme (non ricordavo così tante palme a Roma) e i turisti sorseggiano l'acqua fresca che esce sempre così spontanea e generosa dai "nasoni" romani...

Fiumicino, 29 Marzo 2018: 

Sono le 6:00 del mattino; ho fatto colazione alle 3:50. Ora faccio la seconda colazione. Mi sposto al rallentatore fino al distributore dei caffè. La marca è "Illy", il caffè è ottimo; le persone che aspettano il loro volo dormicchiano rannicchiate o in posizioni scomodissime sulle sedie di metallo dell'aeroporto. In edicola ancora non è arrivato il malloppo dei giornali del giorno. Farnetico qualcosa su Dylan Dog, la giornalaia non capisce. Forse le ho parlato in inglese. Forse in spagnolo. Ho la lingua floscia. L'alito pesante. Mi butto per terra. Nei pressi del bagno delle donne. Ne fuoriesce una donna che assomiglia straordinariamente alla modella che assogmilia a Liv Tyler e la cui foto campeggia ancora nella mia cameretta del mio paesino abruzzese d'origine. Forse è lei. Fra poco meno di 4 ore sarò di nuovo in Spagna. Nel Sud del Sud della Penisola Iberica. E mi scorderò di lei. Per questo ne scrivo. Per non dimenticarti (anche se tu hai i capelli più rossi di quella modella sconosciuta che ho in foto in camera).


Spagna del Sud, 30 Marzo 2018:

Domani parto per Madrid. Non vedo l'ora di passare 24 ore nella capitale del Regno. Perché dopodomani vedrò la mia compagna d'avventure all'aeroporto e ce ne andremo insieme in Francia, nel Nord (Rennes, dopo esser passati da Parigi). Si sentono solo gli uccellini che cantano dagli alberi di fronte casa. La casa stessa è più silenziosa se non c'è lei. La compagna di avventure. Quante! Quante ne abbiamo vissute insieme!

Leggo il capitolo di Moresco su Beckett: "Il manierista del nulla". Sono quasi 30 pagine di scrittura che fa venire i brividi. L'autore prova a scrivere di Beckett. Prova a farci capire perché lo ama. E anche perché diavolo lo odia, a tratti. Perché ci sono brani che lo esaltano. E perché altri che lo fanno arrabbiare. È un corpo a corpo che non lascia indifferenti. Lo leggo tutto d'un fiato, col cuore in gola, emozionato, con il desiderio di vedere dove vuole andare a parare questo scrittore così esagitato, così esagerato, così messianicamente apocalittico, a volte, ed entusiasticamente poetico e speranzoso, altre volte... Ho fatto bene ad aver comprato questo libro, penso. E chissà come sarà leggere Moresco stando nel Nord della Francia...Viaggi temporali. Viaggi spaziali che poi diventano (una volta vissuti) sempre temporali. Viaggia spazio-temporali finché c'è fiato in gola e sangue nelle vene pompato al giusto ritmo. Senza mai fermarci.


martes, marzo 20, 2018

Incubi a Teruel


Scrivo (come spesso succede, ultimamente) per non dimenticare (e scrivo ora, che sono le 19:27 di questo martedì 20 di Marzo e la casa è vuota e mi sento solo e, perciò, ben disposto verso la scrittura).

Scrivo per non dimenticare gli incubi che ho avuto durante una mini-vacanza con la mia compagna d'avventure a Teruel, nel regno di Aragón, nel Nord della Spagna...una piccola fuga romantica, una specie di luna di miele in miniatura, per ricordarci di quanta fortuna abbiamo avuto ad incontrarci.

Scrivo perché a volte non ne posso proprio fare a meno (anche se temo e tremo all'idea che questo "diario di bordo" virtuale lo hanno letto 167 persone solo ieri - e molti leggono dal Canada e dagli USA, non ci sono più solo i lettori russi...che poi chissà perché tanti dalla Russia, proprio non riesco a capirlo!).

Scrivo, dunque, di incubi, in particolare di due bruttissimi sogni che mi hanno angosciato e fatto svegliare quasi di soprassalto...

Incubo nº 1:

Siamo in alta montagna, in un posto esclusivo e pieno di bella gente (tipo Cortina d'Ampezzo): un ragazzo scia con lo snowboard, fa delle acrobazie davvero micidiali, ed io ad ogni curva, ad ogni ostacolo, penso: "ora si ammazza, ora si schianta contro un albero, ora muore!". E invece no, il ragazzo continua a fare la sua folle dimostrazione di acrobazia volante, ci salta sopra le teste, ci sorride da lontano, poi, all'improvviso, sparisce da un dirupo e la ragazza (forse la sua fidanzata) si gira di scatto e mi fa: "È caduto!", con un'espressione di dolore e di stupore che non so rendere a parole...mi sento svenire, vorrei sporgermi ma l'abisso è troppo profondo per me, gli alberi innevati sembrano finti da quanto sono minuscoli, non si avvista il cadavere, ma, ripeto, siamo tutti convinti che per il ragazzo con lo snowboard non c'è più nulla da fare e la ragazza (la fidanzata) scoppia a piangere e io non so proprio cosa fare e come fare a consolarla...

Incubo nº 2:

Siamo a Fiumicino (o a Ciampino) e tra poco s'imbarca. La mia compagna d'avventure è stesa su un letto (sì, un letto, matrimoniale, con le lenzuola tutte sparpagliate alla rinfusa) e mi chiede gentilmente di prendere il biglietto che abbiamo appena stampato. Io poggio lo zaino per terra e lo apro e solo allora mi rendo conto che quello non è il mio zaino ma la sua (di lei) valigia: è piena di fon, di gingilli, di regali, di trucchi e attrezzi per il trucco, di foulard e cianfrusaglie varie, di libri e di quaderni pieni zeppi di appunti che non riesco a decifrare, e comincio ad annaspare nel buio, il tempo passa, l'orologio segnala implacabile i minuti e le ore e io mi rendo conto che non ci vedo, o meglio: che non vedo bene, gli occhiali sono come appannati, allora la mia compagna d'avventure torna a farmi la stessa domanda: "Vuoi prendere i biglietti per l'imbarco, per favore?" e io le rispondo di sì, certo, ma che si dia una calmata, devono essere lì dentro, ma la valigia è un caos e io mi avvicino i libri e i quaderni pieni d'appunti agli occhiali, la vista è sempre più annebbiata, sto diventando cieco e l'aereo su cui devo salire sta per partire, la mia compagna d'avventure è sempre più arrabbiata, ma non si alza dal letto, la fila è lunghissima, la gente è nervosa e a me viene da piangere perché sto perdendo la vista e nessuno viene a darmi una mano...

Ecco: ora, se Freud (o qualche psicologo freudiano) fosse in ascolto, io gli chiederei, tranquillamente, serenamente: ma che cazzo vogliono dire questi incubi? Perché? Come? Quando? E perché proprio io? Proprio a me? Perché tante situazioni angoscianti? Perché la morte? E se quel ragazzo che scivola e svicola gli ostacoli a tutta velocità fossi io? Se il morto in questione fossi proprio io? E perché la cecità? (certo è che non potrebbe capitarmi tragedia peggiore: perdere la vista, che orrore!).

Agli ardui il poster sentenzioso...

lunes, febrero 26, 2018


Lettere incrociate




Allora, questa mattina mi scrive una collega da Liverpool. Dice che lì fa ancora più freddo che a Roma; che è appena uscita la recensione al mio libro (il tomo pesante di quasi 400 pagine che non leggerà nessuno, tranne due o tre specialisti); che l’apertura ufficiale dell’anno accademico sarà affidata a Pep Guardiola (sì, lui, l’allenatore del Manchester United)…

Le rispondo ringraziandola dell’informazione; della recensione; delle notizie sul freddo polare del Regno Unito; e le mando la foto che mio fratello ha scattato questa mattina all’alba ai Fori Imperiali innevati (uno spettacolo inusuale e bellissimo, chi potrebbe negarlo?). Le faccio anche notare che, sì, in effetti, siamo messi molto male se le Università (sia pubbliche sia private) ricorrono a certi personaggi famosi per farsi pubblicità e per trovare fondi. Siamo messi decisamente male…

Poi mi scrive un medico, un dottore esperto di trapianti del cuore, con cui sono venuto in contatto grazie alla mia compagna d’avventure. Il suo ospedale (l’ospedale pubblico in cui prima di lui suo padre fu tra i primi chirurghi ad effettuare trapianti del cuore) festeggia i 30 anni di vita (o i primi 40, ora non ricordo) e, quindi, vorrebbe che io lo mettessi in contatto con uno scrittore molto in voga da queste parti e che lui sa che io conosco in modo intimo e personale in modo tale da invitarlo a dare una conferenza in cui si parli di letteratura e malattia, o di letteratura e psicologia, o di letteratura e salute, nell'Aula Magna dell'ospedale stesso...

In più, una collega mi chiede di scrivere a un’altra persona che conosco e che, a sua volta, conosce una psicologa esperta nei traumi del linguaggio e che basa tutta la sua ricerca sul…flamenco… La collega vorrebbe convincere la psichiatra (tramite il mio contatto di prima mano) affinché venga da noi, presso la nostra Università, a farci una bella lectio magistralis sui benefici del flamenco nei bambini con deficit o alterazioni dell’apparato linguistico-comunicativo…

Cosa dedurre da tutto ciò? Che lezione trarne?
 a)  Che siamo tutti collegati con tutti (a prescindere da internet e dai cellulari);
b)  Che il nostro lavoro e il successo sul lavoro dipendono dagli altri;
c) Che le reti di relazione tra esperti non sempre sono frutto di strategie volte al profitto e all’interesse particolare e di parte (o "egocentrico");
d) Che l’arte può aiutarci a migliorare o a rendere leggermente migliore questo posto che occupiamo tutti momentaneamente e che, prima o poi, saremo tutti condannati a lasciare (la Terra, ovviamente, è ad essa che mi riferisco). Sia la letteratura (nella figura dello scrittore famoso che conosco) sia il flamenco (nella figura della psichiatra) possono avere la loro utilità. Quella che, giustamente, Nuccio Ordine chiama (in un bellissimo saggio che consiglio a tutti di leggere) L’utilità dell’inutile…(Milano, Bompiani, 2013).

E insomma…non è poco…visto come va il Mondo oggi...

sábado, febrero 24, 2018

Incubo napoletano


Dunque, vediamo di ricordare bene l'accaduto: stanotte ho avuto un incubo (uno dei tanti, che mi tormentano la notte, da un po' di giorni a questa parte) in cui mi ritrovavo da solo a Napoli. 

Lo scrivo perché non vorrei dimenticarlo; perché sento - in modo oscuro e misterioso - che potrebbe tornarmi utile in futuro (per quale motivo? Questo non lo so, è qualcosa di assolutamente irrazionale, ma so che questo incubo devo metterlo per iscritto per non farlo scivolare verso quella che Cervantes chiamava "la sepoltura dell'oblio").

Dunque, siamo a Napoli e sono in compagnia di una comitiva di amici: conosco tutti, tutti ridono alle mie battute, anche a quelle più sciocche, poi una ragazza mi spinge da un balcone e finisco in una pozza di mare, Napoli è diventata improvvisamente Venezia, le strade sono come le calli della città lagunare, anzi, Napoli è tutta una laguna, la corrente mi trascina lontano dalla casa in cui qualcuno - prima di buttarmi in acqua - mi aveva proposto anche di bere un caffè.

L'acqua è gelida, ghiacciata, diaccia: e la cosa più orripilante e spaventosa è che il mio corpo, trascinato dalla forza e dalla potenza della corrente, rischia di sbattare contro mobili, pezzi di case distrutte e, orrore, cadaveri... La corrente trascina i corpi di persone prive di vita: un vecchio con il parrucchino che gli è rimasto stranamente impigliato alla giacca; una bambina dai capelli lunghi e neri; una donna con la minigonna e le calze a rete. 

Veniamo trasportati tutti verso non si sa che mare (c'è ancora il Tirreno? E se andassimo verso l'Adriatico? Nel sogno faccio di questi ragionamenti assurdi di geografia comparata: mi domando anche se Pescara possa essere stata spostata e se Napoli ora occupa il suo posto; se il Mar Ionio ancora bagna la Liguria o se Venezia, per uno spostamento globale della tettonica delle placche, è finita al posto di Genova...il tutto mentre affogo o sto per affogare, perché è ovvio che anche nei sogni io non so proprio nuotare...).

Poi mi ritrovo in terrazza: nella stessa casa in cui qualcuno, poco fa, voleva offrirmi un caffè. E c'è Veronica (Vero), una mia cara amica, la mia migliore amica di Madrid, argentina di Buenos Aires e compagna di viaggio, che mi invita a contemplare il cielo stellato da un binocolo o telescopio. E la ringrazio, ma ho freddo e avrei bisogno di un fon per asciugarmi i capelli (io nella realtà non uso mai i fon). E poi arriva gente, chiassosa, rumorosa, meridionale, con tutta l'allegria spensierata di chi sta per andare a fare baldoria (al mare, in discoteca o nella stessa casa, perché ci apprestiamo a cenare, anche se io non fame...).

Il sogno finisce con Vero che sbatte la porta, arrabbiata perché mi sono rifiutato di contemplare il cielo dal telescopio che mi porgeva con tanta gentilezza e con il balcone da cui qualcuno, prima, mi ha buttato giù in acqua che mi guarda e mi attira a sè, come se fosse un essere animato...un balcone vivo che sento che potrebbe parlare...

Che vuol dire? Perché questa razza di incubo? Che c'entra Vero con Napoli? Che c'entra Venezia con Napoli? Che c'entro io, mezzo affogato, immerso in un mare gelido pieno di cadaveri e mobili e oggetti vari?

Eppure questo non è un periodo particolarmente stressato: due giorni fa ho conosciuto una scrittrice molto mediatica qui in Spagna (ha apprezzato il modo in cui l'ho presentata ad alcuni studenti della superiori, in un'istituto pubblico della periferia); e l'altroieri sono andato a sentire Luis Landero (un altro grande romanziere di questo paese). Ho trovato perfino il coraggio di avvicinarmi e di chiedergli un'autografo su quello che resta uno dei suoi romanzi migliori e più belli e più letti, Juegos de la edad tardía (del 1989). E mentre mi lasciava l'autografo sulla prima pagina del libro, mi sono perfino azzardato a dirgli che è un umanista, "lei è un grande umanista", gli ho detto ad alta voce, con tono tremante, non ben sicuro di stare dicendo la cosa giusta e, di fatto, Luis Landero mi ha guardato strano, prima di sorridere e di farmi l'in bocca al lupo (per cosa, poi?).

Leggo una frase dal saggio che mi sta ipnotizzando in questi giorni (Gilles Deleuze, L'image-mouvement. Cinéma 1, del 1983):

"Chiamiamo Immagine l'insieme di ciò che appare. Non possiamo nemmeno dire che un'immagine agisca su un'altra o reagisca a un'altra. Non c'è corpo in movimento che si distingua dal movimento eseguito, non c'è mosso che si distingua dal movimento ricevuto. Tutte le cose, cioè tutte le immagini, si confondo con le loro azioni e reazioni: è la variazione universale" (cit. dall'ed. italiana per Einaudi, del 2017, p. 74).

E mi viene in mente proprio il mio incubo, in cui sono un corpo in movimento - movimento sia patito che provocato - nonché un momento della conferenza di Luis Landero in cui l'autore ci spiega che il ricordo e il sogno, la capacità di rimembrare il passato e quella di poter sognare, sono i due principali esempi di narrativa che abbiamo incorporati nel nostro cervello sin dalla notte dei tempi, quando eravamo ancora ominidi, o parenti stretti delle scimmie...quando le nonne, al calore del focolare, ci raccontavano delle storie straordinarie, reinventado il passato o veicolando ciò che anche loro, bambine, impararono dai genitori...

E mi chiedo che razza di struttura narrativa nasconda il mio incubo napoletano (tempo fa lessi Il mare non bagna Napoli, uno dei capolavori di Anna Maria Ortese, ma che c'entra?). 

Mi chiedo anche perché in esso gli spazi reali (Venezia, Pescara, Genova e Napoli) si trovino a ballare all'interno di un universo in cui - come dice Deleuze - è tutto immagine che cambia e che si muove e che viene smossa...

Forse anche i sogni sono, davvero, la "variazione universale"...

jueves, febrero 15, 2018

Il richiamo (della foresta)


Perché in fondo, diciamocelo, siamo animali, noi esseri umani, animali che vanno in giro vestiti, ma che, sotto la sottile scorza dei tessuti (a volte firmati) celano la pelle e gli organi e i muscoli e il sangue di tanti altri mammiferi e carnivori e onnivori...

Soprattutto quando c'è di mezzo il richiamo del sesso...Uno non impara a decrittare certe frasi; uno può anche andare in giro per il mondo con la testa fra le nuvole; uno può perfino essere cieco, di fronte a certe cose, ma quando c'è di mezzo l'istinto animale ed animalesco; quando ci si comunica attraverso gli sguardi e i gesti; quando il linguaggio corporale, e non verbale, prende il sopravvento su quello verbale e formalizzato, beh, ecco, quando succede così, allora c'è davvero poco da fare, si diventa tutti esperti, ed istruiti, oltre che ottimi decodificatori di segnali sessuali...

E se poi lei, oltre ai vari sorrisi, ti chiede di abbottonarle il cappotto (un risvolto del collo sul lato sinistro), ecco, se poi tu ti avvicini al suo corpo e ne percepisci immeditamente il calore, contemplandone estasiato le curve armoniose, se poi noti che ti prende un'irrefrenabile voglia (uno stranissimo ardore) di abbracciarla, di toccarla, di stringertela forte a te e al tuo petto, in modo tale da avere il modo di sentire la turgidità dei suoi seni tondi e ben fatti, quasi disegnati sotto la camicia bianca, ecco...se senti che inizi a sudare freddo e le mani si apprestano a chiudere il bottone con un certo tremolio, ecco...allora vuol dire che la bestia che cerchiamo di tenere a bada sotto i millenni di civilità (occidentale) è pronta, anzi, prontissima, a venire a galla e a prendersi con violenza la ribalta e il primo piano di un film che sai già quali scene prevede, perché l'hai (fortunamente) già vissuto e girato in passato, perché lo prevedi e sai che le sceneggiature prevedono varianti di poco conto, perché ti senti pronto a cogliere il frutto proibito (basta solo che lei ti dia la conferma e trasformi quel sorriso in un'espressione seria, l'espressione di chi sa che con te può andarci a letto e godere, la faccia di chi t'immagina nudo proprio come tu ora la stai immaginado, spogliandola con uno sguardo che la penetra fin dentro la parte più oscura e selvaggia e umida, si nota - lo sentite entrambi - che la cosa è reciproca, che i nervi sono scoperti, che la tensione elettromagnetica nell'aria si taglia a fettine, che basterebbe davvero poco - un bagno, una macchina in un parcheggio fuorimano, una stanza d'albergo - per convertire il sogno proibito in realtà fattuale, lo sai tu e lo sa lei, lo sapete entrambi ed è solo un senso antichissimo di creanza e buone maniere ad impedirvi di violentarvi a vicende sulla scrivania in cui un computer v'informa che oggi, sì, proprio oggi, è il 14 di Febbraio, il giorno di San Valentino, ergo, il giorno degli innamorati...).

E chi l'ha detto che voi due, sì, proprio voi due, non potreste innamorarvi? Chi l'ha detto che oltre al sesso non potrebbe nascere qualcosa di più? (tenero? passionale? fuori dalla norma? E perché dovreste rispettare le norme? Chi impone le norme?).

Fine dell'atto primo...Feromoni e testosteroni in subbuglio rientrano ai loro posti di comando. Il cervello ringrazia, anche se qualche connessione neuronale ha preso una strana forma: due corpi (un uomo e una donna) aggrovigliati in una strana posizione del Kamasutra...

martes, enero 30, 2018

Homo Lubitz (2018), di Ricardo Menéndez Salmón: il mondo apocalittico (che verrà)



Romanzo strano, a tratti lirico ed emotivamente coinvolgente, a tratti angosciante e assolutamente pessimista, come (quasi) tutti quelli che ha pubblicato fino ad oggi Ricardo Menéndez Salmón (una giovane promessa della letteratura spagnola contemporanea o, a detta di altri, una splendida conferma della stessa), Homo Lubitz (appena apparso qui in Spagna) ci offre uno squarcio inquietante di quello che potrà diventare il nostro mondo di qui a pochi anni (di fatto, l'azione si sviluppa nel 2025, ovvero, in un futuro molto prossimo).

La copertina già ci svela in parte il contenuto "distopico" dell'opera: un aereo che sorvola la città e passa attraverso dei grattacieli moderni. 

Il titolo, di fatto, prende spunto dalla cronaca più recente, per la precisione, da quell'Andreas Lubitz che il 24 Marzo del 2015, dopo varie crisi depressive e problemi psicologici già diagnosticati, decise di togliersi la vita schiantando l'aereo che pilotava da Barcellona a Dusserdolf sulle Alpi francesi (provocò la morte di 150 passeggeri).

Il protagonista del romanzo, l'irlandese Richard O'Hara, si trova in Cina, a Shangai, in un hotel di lusso, mentre è in procinto di firmare un contratto da migliaia di euro. Lavora per una grossa azienda farmaceutica che, dopo alcuni esperimenti alimentari, si accinge a immettere sul mercato cinese prodotti lattei che, di norma, i cinesi stessi non possono ingerire per la mancanza (genetica) dell'enzima destinato alla loro digestione.

Intanto, il capo assoluto (e misterioso) dell'azienda propone a O'Hara un altro affare: andare alla ricerca del luogo reale di una fotografia che lo ossessiona da anni. 

O'Hara guadagnerà una cifra ancora più alta se riuscirà a scovare lo spazio "fisico" e "geograficamente rintracciabile" che si vede nella foto. In pratica, diventerà un nomade a pagamento e girerà la superficie terrestre per soddisfare lo sfizio di un ricco senza scrupoli (lo farà in compagnia di Amanda, una tedesca che ha già fatto esperienza della vita e delle delusioni che questa comporta).

Nel mentre, O'Hara ci svela le sue ossessioni, come, per l'appunto, gli incidenti (aerei ed automobilistici). 

I capitoli più scioccanti sono proprio quelli dedicati a queste ossessioni; in particolare, quello in cui O'Hara alterna (come se si trattasse di un "montaggio alternato") la descrizione "in soggettiva" dei pensieri (gli ultimi) di Andreas Lubitz prima dello schianto fatale e di una sorta di lectio magistralis che il regista David Cronenberg imparte ai giornalisti della Mostra del Cinema di Venezia subito dopo la visione del film che ha tratto proprio dal disastro aereo provocato da Lubitz...


Sono pagine che fanno letteralmente venire i brividi sulla schiena. In parte, mi ricordano l'opera teatrale I-Tigi. Canto per Ustica, del geniale Marco Paolini, dove ad essere rievocata è un'altra tragedia aerea, che ancora oggi sembra essere avvolta nel mistero (come si dice in gergo giornalistico) e che pure ha provocato la morte di tanti innocenti.

Le parole che il regista de La Mosca e di tanti altri capolavori scambia con il protagonista nel bagno del cinema sintentizzano, in parte, ciò che Menéndez Salmón intende per "letteratura": un tentativo (onesto) di mostrare il lato oscuro dell'essere umano. Per capire come siamo fatti. Per provare a capire cosa potrebbe diventare questo pianeta se non ci fermiamo a riflettere. Per provare anche ad intravedere la luce in fondo al tunnel.

Homo Lubitz è come un film di Cronenberg, in questo senso: ci colpisce e ci spaventa. Ma alla fine, ci fa anche intravedere una speranza, nonostante il male e l'angoscia, nonostante il disastro perenne che fa sì che i piloti di aereo si schiantino insieme a 150 innocenti, che i terroristi sgozzino in nome della religione, che la biopolitica influenzi così tanto le nostre vite da consentire stermini di massa senza che ce ne rendiamo conto.

È un libro duro, ripeto, e poetico. Ed è questa ambivalenza a renderne la lettura un atto dirompente. Fino all'ultima, incredibile pagina.

viernes, enero 26, 2018

The Third Man (1949) di Carol Reed (o di come un tiramisù può indurre alla cinefilia - prima -  e ad Eros - poi)




C’è una sottile vena di erotismo implicito nel preparare il tiramisù insieme, mentre fuori soffia una tormenta che fa tornare all’improvviso l’inverno da cui credevamo d’esserci congedati per sempre… Le carezzo una tetta, le titillo la pancia, le palpo il sedere, provo a farle il solletico sotto le ascelle, mentre sbatte i tuorli e gli albumi e poi mescola il mascarpone allo zucchero…

E l’erotismo aumenta se pensiamo all’effetto delle vestaglie di flanella: stesi sul divano, con una candela accesa ad illuminare in modo soffuso il salone, sotto il calduccio, intenti entrambi a contemplare le inquadrature sghembe in un bianco e nero fantastico e molto espressionista di The Third Man (1949) di Carol Reed, un “cult”, come si dice, uno di quei film che sono entrati di diritto nell’immaginario collettivo e che hanno scritto una pagina memorabile di una parte della Storia del Cinema, un film anomalo, perché se all'inizio sembra imitare gli stilemi del genere “spionaggio” (la sceneggiatura è ad opera dell’esperto Graham Green), poi (appunto) se ne distacca, per diventare una bella, profonda, tristissima riflessione sull’amicizia e su come le guerre possono modificare il carattere e il modo d’agire delle persone; un film davvero strambo, se pensiamo che tutti i protagonisti passano i primi 40-45 minuti a parlare di Harry Lime (interpretato dal bravissimo e sempre gigionesco Orson Welles), a rimembrarne la morte, a compiangerne la scomparsa, a elogiarne le imprese, fino a quando, alla fine, quasi a fine film, di fatto, spunta lo stesso Lime e lo spettatore, esattamente come accade a Holly Martins (interpretato dal bravissimo e perfezionista Joseph Cotten) non sa che pesci prendere, dubita per un attimo che si tratti davvero del redivivo Lime o se stia assistendo alla comparsa di un fantasma o di un’allucinazione dell’amico che tanto lo ha pianto, fino a quando scopriamo cosa si cela dietro la maschera del personaggio, e veniamo a conoscenza delle malefatte, dei disastri e delle morti che ha provocato rivendendo al mercato nero della penicillina difettosa, e allora lo spettatore cambia idea, si pone il dubbio, non sa che pensare, perché questo Lime ci sta quasi simpatico, come quando, nel primo incontro con Martins, al luna-park, pronuncia quella frase che Orson Welles avrebbe certamente fatta sua sul piano della vita reale:

“In Italia, sotto i Borgia, per trent’anni hanno avuto guerra, terrore, omicidio, strage ma hanno prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera, con cinquecento anni di amore fraterno, democrazia e pace cos’hanno prodotto? L’orologio a cucù”.


E uno pensa a quanto doveva essere affascinante, pur nella sua decadenza fisica e morale, la Vienna reduce dalla Seconda Guerra Mondiale; a quanti Harry Lime dovettero muoversi all’interno del suo centro storico; a quante e quali incomprensioni legate alle 4 lingue “ufficiali” che vi si parlavano dovette dare luogo una città come Vienna in quel periodo storico. 

E l’erotismo della fase preparatoria del tiramisù sfuma e vira verso riflessioni razionali pensose; fuori comincia addirittura a piovere...ma poi basta spegnere la candela e cercare su YouTube la colonna sonora del film, basta riascoltare lo splendido motivo musicale di Anton Karas, per riprendere subito quota e cavalcare le onde della passione, abbracciati e avvinghiati entrambi ad Eros…Chissà come sarà venuto il tiramisù...

martes, enero 23, 2018

Pensieri strambi




In questi giorni sto leggendo un romanzo che, tra le altre cose, allude al disastro aereo di Andreas Lubitz, quel giovane tedesco che fece schiantare un aereo della “Germanwings” con a bordo 150 passeggeri su un costone delle Alpi francesi il 24 Marzo del 2015.

Si tratta di un romanzo inquietante, a tratti poeticissimo, a tratti crudele e perturbante (e di sicuro ne riparlerò su questi schermi).
E la lettura del romanzo mi ha spinto a pormi una domanda assurda: che fine hanno fatto tutte quelle coppie di amanti composte da tedeschi nazisti e vittime ebree? Avranno continuato a fare sesso, travolti dalla passione, anche dopo il disastro finale? Avranno provato a normalizzare il loro rapporto, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, o saranno rimasti nascosti, avranno continuato a celare agli occhi del mondo un rapporto così “proibito”, fino a pochi giorni prima, e così “assurdamente naturale”, dopo la fine del Nazismo?

E ho pensato: Eros è un dio che non conosce confini spaziotemporali di sorta e a cui le ideologie d’appartenenza degli amanti risultano del tutto indifferenti. Chi è preso da Eros, anche quando sembra provare repulsione verso l’oggetto del suo desiderio, non può frenarsi. Eros ci fa saltare i freni.



Pensieri strani. E strambi. E anche un po’ assurdi. E chissà che non esistano romanzi che ne parlano (al cinema ne ha già parlato Liliana Cavani, con Il portiere di notte, del lontano 1974). E chissà che non esistano (ancora oggi) ebrei ed ex-nazisti che hanno sperimentato sulla propria pelle un rapporto di questo tipo…

sábado, enero 20, 2018

The Sopranos (o dei personaggi "ambivalenti")




Mentre provo a riprendermi da una settimana intensa (un congresso durato un’intera giornata, con 8 interventi, tra cui quello di una collega della “Sapienza”, che ho ospitato e cui ho fatto ovviamente da cicerone in queste giornate quasi primaverili; le lezioni – ma per fortuna stiamo per giungere alla fine di questo primo lungo semestre; gli esami – sia quelli da preparare che quelli, scritti, da correggere; le cene e la vita sociale molto vivace con la mia compagna d’avventura; le email a cui rispondere e quelle da cestinare subito se non si vuole rischiare l’intossicazione da email arretrate; etc. etc.), riguardo con rinnovato stupore quella che, a mio modesto parere, è una delle serie più belle di tutti i tempi: The Sopranos, di David Chase (andata in onda negli USA tra il 1999 e il 2007).

Come non restare a bocca aperta di fronte alla bravura dello sceneggiatore e dei registi che si alternano nelle varie puntate? Come non restare scioccati dal ritmo della narrazione? Come non sorprendersi della bravura degli attori (primo fra tutti, James Gandolfini, che interpreta Tony Soprano, il protagonista, il boss della mafia del New Jearsy di origini irpine, che è costretto ad andare dalla psichiatra per poter far fronte agli attacchi di panico e ai continui svenimenti)? Come non applaudire di fronte a certi finali (con l’uso sapiente e spesso ironico delle canzoni che fanno da colonna sonora)?

Oggi mi sono re-imbattuto nell’ultima puntata della seconda stagione: Tony Soprano non riesce a dormire; ha gli incubi; suda freddo. Intossicazione alimentare. Ha mangiato cibo indiano e vomita tutto. Intanto, nei vari sogni, si insinua un sospetto atroce: forse Pussy (“Big Pussy Bonpensiero”), uno dei suoi migliori amici e alleati, lo sta tradendo, sta facendo la spia all’FBI… Tony urla e si dispera e vomita e ci pensa e ci ripensa, finché non è lo stesso Pussy a confessare, sotto forma di un pesce immerso nel ghiaccio e pronto per essere comprato al mercato…

Non contento e non del tutto sicuro del messaggio ricevuto in sogno, Tony Soprano e i due fedelissimi Silvio Dante e Paulie Gualtieri vanno a trovare Pussy a casa il mattino dopo l’incubo. E qui, in camera da letto, fingendo che deve tornare a vomitare in bagno, mentre gli altri sono in cucina a farsi un caffè, Tony scopre la verità: le cimici che l’FBI ha dato a Pussy per registrare le loro conversazioni (nascoste dentro una scatola di sigari pregiati).

La scusa che inventa Tony è banale: vuole comprare una nuova barca e invita Pussy ad andare a vederla insieme. Pussy accetta, finché Tony lo fa accomodare in cabina e gli chiede perché: “perché mi obblighi a farti del male?”.

Pussy non sa più che rispondere: sa che a partire da quel momento, non avrà scampo. I quattro amici provano a rimembrare i bei vecchi tempi; Paulie e Silvio gli offrono anche la tequila, che Pussy beve a grande velocità per stordirsi. Infine, chiede un’ultima cortesia al suo ex-migliore amico: “Per favore, non sulla faccia”. E i tre sparano. E Pussy cade a terra.

Sono scene ricche di suspense: i dialoghi, essenziali, ci informano su ciò che c’è da sapere; gli sguardi, i primi piani, tra cane e gatto, o tra gatto e topo, fanno il resto…

Ma la puntata va avanti: Tony viene scocciato dalla madre, cui ha dato dei biglietti fasulli per prendere l’aereo e allontanarsi da casa sua (il rapporto edipico tra i due meriterebbe un discorso a parte, ma andiamo avanti...). La polizia aeroportuale l’ha fermata. Ora ha bisogno di un avvocato. Intanto, l’FBI si reca a casa di Tony Soprano proprio per incolparlo della falsificazione. Meadow (sua figlia appena maggiorenne) s’imbatte nel padre circondato dalla polizia insieme alle amiche. Il giorno dopo riceverà il diploma ufficiale e si dispera e si offende perché suo padre non ci sarà. Ma non è così. Tony riesce a pagare la cauzione e si presenta puntuale alla cerimonia.

Il finale è una sorta di riassunto della doppia vita del boss: mentre a casa si festeggia la neo-diplomata, con i fedeli alleati al seguito, la telecamera ci mostra con eleganza e quasi al ralenty le mille attività illecite che permettono ai Soprano di fare la vita dei ricchi.

Ultimo scambio di sguardi: quello fra Tony, con il sigaro in bocca, e Carmela Soprano, sua moglie.

È raro vedere tanta ambivalenza in un solo personaggio come questo: la moglie (ultra-cattolica e osservante) sa che se vivono nel lusso è perché suo marito sguazza nel crimine. C’è anche la moglie di Pussy, che si domanda dove diavolo si sia cacciato il marito (che ancora non è arrivato). E Tony sorride, ci sorride, sornione, immerso nel fumo del sigaro.


Alla prossima puntata…

jueves, enero 18, 2018

17 Gennaio del 2018

Appena comprato il nuovo computer. E come sempre, uno ha il timore di toccare il tasto sbagliato, che si blocchi al primo movimento, che non accetti i DVD che uno già s'immagina di poter guardare in tutta calma sotto le coperte (anche se poi la batteria si surriscalda e ci si scotta le gambe).

Il feticismo legato alle macchine. Mario Perniola ci aveva anche scritto un saggio: Il sex appeal dell'inorganico, s'intitolava, se non erro...pubblicato sul finire degli anni 90.

Intanto, reduce dal successo di un congresso organizzato nuovamente da me e con l'appoggio pratico e l'aiuto morale di altri 4 colleghi, mi preparo a sconfiggere l'insonnia per l'eccessiva stanchezza fisica.

Alle prossime puntate...(la tastiera, comunque, scorre via liscia...)

martes, enero 09, 2018

Iniziamo il 2018




Mio fratello mi chiede qual è la prima canzone che ho ascoltato allo scoccare del 2018; gli rispondo con sincerità: "Non me lo ricordo" (ero annebbiato dai fumi dell'alcol; siamo finiti a danzare in un locale del centro di una città spagnola che è perfino patrimonio dell'Umanità "de cuyo nombre no quiero acordarme"....).

E allora provo ad applicare il giochetto alla prima canzone che ho ascoltato nel mio mp3 durante il primo giro in bicicletta: Bella Belinda, dell'intramontabile e immenso e instancabile Gianni Morandi... Che pezzo! Che allegria! Che accordi di base! Belinda che parla con l'insalata; le lacrime che scendono nella minestra; unica al mondo, scende le scale, come volando...Partiamo bene. Decisamente bene.

Primo romanzo letto: La figlia oscura (2006) di Elena Ferrante (cfr. sotto- non so se si è capito che mi è piaciuto moltissimo);

primo film visto al cinema: Wonder Wheel (2017) di Woody Allen (un nerissimo Woody, dal pessimismo più che leopardiano - forse ne riparlerò "su questi schermi"; un film duro, che, a mio giudizio, va visto in rapporto agli altri due gioielli della versione "dostoyevskijana" di Allen, ovvero, Crimini e misfatti, del 1989, e, ovviamente, lo straordinario Match Point, del 2005);

primo saggio: Dieci lezioni sui classici (2017) del bravissimo e sempre appassionante (e appassionato di letteratura) Prof. Piero Boitani (che ci aiuta a riscoprire tutta la bellezza di Omero, Saffo, Eschilo, Sofocle, Euripide, Pindaro, Tacito e tanti altri amici della nostra cultura);

prima serie televisiva: The Young Pope (2016) di Paolo Sorrentino: e in tal caso sì che ci spenderò due parole (in un futuro prossimo, spero) perché questa sì che è una bellissima serie, 10 ore di film in perfetto stile-Sorrentino (quanto si sarà divertito a girare con la complicità di 4 attori "mostruosi" come Silvio Orlando, Diane Keaton, Javier Cámara e, soprattutto e ovviamente, Jude Law? Quanto?).

E insomma, non possiamo lamentarci, anzi, possiamo dirci pienamente soddisfatti, e se l'annata continua di questi passi, allora sì, potremmo dirci davvero felici...


 Diario di viaggio (da Barcelona all'Abruzzo, passando dai laghi - di Como e di Garda) 2/8/2026 Partiti alle ore 10:00 dalla città del S...