Vivere dentro la propria lingua
Più passano i giorni (dopo il trauma narrato nell'anteriore post - o capitolo - di questo diario di bordo) più mi convinco del fatto che una lingua la si abita e la si vive come una casa. Dentro c'è tutto ciò che serve: se poi quella lingua è l'italiano, un parlante e scrivente che vive all'estero avverte l'irresistibile e irrefrenabile desiderio di viverla quella lingua, di farne parte, di plasmarla per non perdere l'identità e l'orizzonte e la direzione vitale...
Di questo parla Theodor Kallifatides, uno scrittore greco che vive in Svezia e che fin da subito adottò lo svedese come sua lingua letteraria, prima di rendersi conto di quanto fosse importante tornare alle radici e al greco dei genitori.
Avverto l'urgenza di usare la lingua di Dante, proprio ora che sono in Spagna e che sogno in spagnolo e che scrivo quotidianamente in spagnolo e che lavoro grazie allo spagnolo e alla letteratura spagnola...
Passano i giorni, tra poco farò 49 anni, quasi mezzo secolo di vita, e l'italiano persiste e resiste, resta la lingua in cui riesco ad esprimere l' "io" nonostante l'amore scriteriato e sviscerato per lo spagnolo...
49 anni! Ma come è possibile?!?
In foto, Theodor Kallifatides:

No hay comentarios:
Publicar un comentario