sábado, noviembre 07, 2026

 Apocalisse (1993) di Tiziano Sclavi


E insomma dovevo ancora continuare a leggere dei libri per un concorso letterario in cui - questa volta - fungo da membro della giuria (e non da concorrente) e dovevo ancora sorbirmi altre 360 pagine di una tesi di 560 di cui ho letto (finora e con sommo piacere) 200 pagine, quando, all'improvviso (come tutte le cose che ci succedono nella vita) lo sguardo mi si concentra sul dorso di un libro: Apocalisse (Milano, Camunia, 1993), comprato non ricordo più dove né quando (stranamente, è anche uno dei pochissimi libri che possiedo e che non presentano nella prima pagina il mio nome, cognome e data e luogo in cui ne sono entrato in possesso).

Dovrei frenare la curiosità o lo strano istinto che mi sovviene di aprirlo e leggerlo; dovrei riposare un po', in vista di un fine settimana all'insegna della lettura concentrata di un mattone di tesi di dottorato (scritta benissimo, interessantissima, profonda e benissimo argomentata, ma pur sempre una tesi dottorale) e degli altri, restanti libri, della lista dei dieci finalisti per il concorso succitato, quando...non resisto, apro a p. 5 (la prima, dopo il titolo del primo capitolo "La partenza") e... BONG! "AAAAH!" 

E io mi domando e dico: come si fa a non voler proseguire oltre? Come si può non avere voglia di leggere un libro che inizia così, un BONG! e un grido? Continuo a leggere:

"Così, il primo rintocco di campana che annunciava la fine, l'arrivo del Nemico, morì nel grido di Cora, perché un grosso insetto era entrato nell'auto. Francesco lo fece uscire agitando la mano e ridendo".

Credo di essere uno dei pochi al mondo che può dire di aver letto tutti i romanzi di Tiziano Sclavi (l'inventore del famoso Dylan Dog, di cui quest'anno, a settembre, si sono festeggiati i primi 40 anni di vita editoriale - e non sono pochi!). Eppure, non ricordavo di aver già letto Apocalisse; e soprattutto, non ricordavo che si potessero scrivere romanzi che, pur essendo dotati di uno stile apparentemente "facile", sono altresì capaci di trasportare il lettore verso universi altri, verso mondi paralleli fatti di parole, suoni, onomatopee, similitudini e immagini che ci allontano dalla realtà empirica che vediamo e tocchiamo, che possiamo sperimentare coi nostri sensi (e tutto grazie a un uso sapiente delle parole, del ritmo, del periodare - i dialoghi sono eccezionali).

Come spesso succede nei romanzi di Sclavi, si comincia col seguire le vicende quasi banali di una coppia (Cora e Francesco, milanesi che hanno una casa in aperta campagna in un paesino difficile da raggiungere in macchina che si chiama Buffalora - buffo davvero il toponimo; ma chi ha letto Dellamorte Dellamore sa a cosa mi riferisco), s'impara a farne la conoscenza, a carpirne tic e gusti personali (Francesco ascolta Mozart o Bach o anche canzoni medievali; Cora legge molto e fa la casalinga; Francesco è un fumettaro che odia stare a Milano e Cora una donna che fuma molto e ama cucinare leccornie per il suo compagno) e poi, all'improvviso, ecco che la trama inizia a scivolare verso dimensioni non previste, prende pieghe che vanno ben oltre il realismo a cui uno s'abitua subito fin dall'incipit. 

Cora e Francesco, infatti, iniziano a diventare testimoni oculari di fatti strani o difficilmente spiegabili: il gas che sfiamma senza motivo apparente; un giradischi che fa venire la scossa; e poi gli animali delle case di legno dei vicini, animali che sembrano osservare e poi minacciare gli esseri umani (l'attacco delle bisce in una cena gradevole con un'altra coppia d'innamorati; conigli, mucche e galline che sembrano impazzire; cavalli che scappano via senza un motivo apparente). 

Nel mezzo, una strana ruspa parcheggiata su una collina in un posto in cui non dovrebbe stare, perché sì, a due chilometri sì che c'è una cava, ed è proprio lì che dovrebbe stare la ruspa maledetta, non dove uno non se l'aspetta, dove non è prevista la sua presenza inquietante.

Insomma: non ho potuto frenare. Ho (ri)letto Apocalisse fino alle due di notte, col cuore in gola, il fiatone, quella voglia irrefrenabile di voler arrivare all'ultima pagina per vedere come finisce. E il finale è davvero apocalittico, dopo il Diluvio Universale e gli altri incidenti di percorso che decimano la speranza e la forza di resistere dei protagonisti...

Sclavi scrive un romanzo che è come un film: mentre leggiamo, ci sembra di vedere le immagini create dalle parole su un grande schermo. E uno allora si domanda se ci sono ancora scrittori come Sclavi, artigiani della trama ben fatta, architetti dei colpi di scena inaspettati, costruttori di incubi in cui nulla è lasciato al caso. E uno, a forza di leggere romanzi "d'autore" e "letterari", si accorge pure di quant'è piacevole smetterla (ogni tanto) di leggere opere che si danno certe arie o pretendono di svelarci i segreti dell'animo umano e di quant'è godibile e fonte di piacere estetico sprofondare in opere che, lungi dal banalizzare il linguaggio, lungi dall'adottare uno stile solo apparentemente "piatto", sono capaci di farci respirare ambienti, atmosfere, personaggi e frasi che - a lettura conclusa - continuano a riecheggiare nella nostra mente e nella nostra coscienza.

Inutile aggiungere anche che Apocalisse mi ha fatto venire gli incubi. Come pure era solito accadere dopo che uno aveva finito di leggere Dylan Dog, un fumetto che dura da 40 anni, quasi un record in un mondo accelerato e tendente al consumo "usa e getta" anche in ambito letterario-culturale; viva Tiziano Sclavi, che sa inventare incubi in un posto come Buffalora (buffa davvero l'ora di chi, per un momento, smette di guardare la realtà col filtro del realismo e si avventura a osservarla dal filtro della fantasia più sfrenata e - qui - apocalittica).

P.S.: oggi, sabato, 7 novembre, mi tocca tornare alla tesi-mattone. Ma prima (è stato) il piacere; poi (sarà) il dovere.

 Apocalisse (1993) di Tiziano Sclavi E insomma dovevo ancora continuare a leggere dei libri per un concorso letterario in cui - questa volt...