lunes, octubre 26, 2026

 Le parole che fanno male

Non serve Ludwig Wittgenstein per capire che le parole fanno (possono fare) male, anche molto male, malissimo. Non serve ricorrere alla teoria dei giochi linguistici, scervellarsi sul metalinguaggio, chiamare in causa le funzioni del linguaggio secondo la teoria di Roman Jakobson per prendere atto che, quando parliamo, non sapremo mai come il recettore del nostro messaggio prenderà il messaggio, lo interpreterà e lo incamererà a partire dalla sua enciclopedia culturale personale, dalle sue intenzioni, dalla sua coscienza. Non possiamo penetrare la mente degli altri per leggerne (o decodificarne) correttamente intenzioni, obiettivi, sfumature e toni. È un miracolo che, nella vita di tutti i giorni, ci si intenda, si scambi informazione, ci si racconti la propria vita, si comunichino le notizie più importanti, si trovino i modi per non morire. Le parole, di fatto, possono uccidere, facendo scatenare ogni sorta di vendette, omicidi, esecuzioni, condanne a morte. Le parole fanno scatenare le guerre, come vediamo ogni giorno dal tg se ci informano (o si degnano d'informarci) su ciò che sta succedendo (ogni giorno) sulla frontiera tra Russia e Ucraina o lungo tutta la striscia di Gaza (annientata e martoriata dall'esercito del capo sionista di Israele, l'amico di Trump, colui che - da ebreo - ha forse dimenticato la pagina orrenda dell'Olocausto nazista). Le parole fanno male, non sappiamo calibrarne l'effetto, proprio perché, una volta pronunciate o scritte, non sapremo mai come reagirà chi ci legge o ascolta, chi ci sta di fronte e pende dalle nostre labbra, perché ci ama o ci apprezza o ci considera fonte affidabile o a cui si può dare (sempre) credito.

Le parole fanno innamorare, persuadono, convincono, ammaliano, ma possono portare anche al suicidio (mi dicono che ci sono stati già diversi casi di persone affette da qualche problema psichico che, chiedendo consiglio alla IA, si sono tolte la vita, il film di Spike Jonze, Her, un esempio profetico di come potremmo finire se ci confidiamo troppo con le macchine).

Le parole distruggono o permettono di creare ponti, tra culture, lingue, persone, dipende dai casi, dagli obiettivi per cui le si usa, le si adotta, le si adatta alle circostanze vitali di ognuno di noi, parlanti e ricettori costanti di messaggi (un bombardamento quotidiano, impossibile non renderne conto, impossibile far finta di nulla, tutti riceviamo e mandiamo migliaia di notifiche al giorno, sui pc e sui cellulari, tutti i giorni, 24 ore al giorno, perfino quando - si suppone che - dormiamo).

E quant'è triste, quant'è tragico, quant'è tragicomico vedere come le parole, che accendono una passione, possono determinare la morte di Eros, la rottura di un legame, di un vincolo scaturito grazie alla lussuria, al piacere fisico, all'attrazione fatale, alla follia dell'innamoramento... È triste e tragico e, forse, anche tragicomico. Eppure, succede tutti i giorni, e chissà quante parole scriviamo, pronunciamo, inviamo agli altri nel corso della nostra (limitata, mortale) esistenza. Fino a quando non sopraggiunge la Morte e, a quel punto, non ci sono parole che servano allo scopo, non ci sono parole per dirne, per raccontarne, per ipotizzarne gli effetti, si muore e, con noi, insieme al corpo, muore pure la facoltà di linguaggio.

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