sábado, agosto 30, 2014

Celibe


E’ strano: è da più di due anni che indosso un braccialetto di cuoio, nero, e proprio stanotte mi si è rotto. E’ strano perché l’autodistruzione del bracciale avviene la notte prima di un evento che – almeno in teoria – cambierà per sempre la mia vita e – almeno immediatamente e all’atto pratico – cambierà per sempre il mio stato civile. E’ strano, ma non del tutto anormale, quindi, il fatto che io attribuisca alla rottura del braccialetto un significato del tutto particolare, un significato simbolo (la rottura sta per qualcos’altro, ovviamente). Domani cambio vita e ancora non me ne rendo bene conto.
In realtà, so già cosa mi aspetta: quali sono i gesti di rito (grazie, non dovevi; oh, ci sei pure tu! Grazie, sei un mito! Madonna, ma ti sei fatto tutti questi kilometri per venirci a trovare, non dovevi proprio! Grandissimo, era una vita che non ci vedevamo, eh?), quali le parole convenzionali previste dal codice civile, quali i momenti culminanti della festa (finiremo tutti a ballare la tarantella o la “Macarena”, brilli a più non posso, è inevitabile, suvvia). E so pure quali saranno i riti che continueranno a puntellare la mia vita di coppia con la mia compagna di avventure. So che lei è la mia compagna di avventure ideale. E so, quindi, che nel più profondo del mio animo, nella zona più intima della mia coscienza, anche domani (come pure dopodomani o come pure tra un mese o anche un anno), io continuerò a pensare alla mia compagna di avventure come l’ideale: qualcosa di perfetto, o quasi. E continuerò a pensarlo pure sapendo, in realtà, che “ideale” non lo è nessuna donna in carne ed ossa e che respiri su questa Terra. Perché anche lei – che ora definisco con l’aggettivo di cui sopra – è “umana” e, dunque, soggetta a quei difetti, a quegli andirivieni, a quei tic che ci contraddistinguono tutti in quanto “esseri umani” e perciò: “deboli”, “arbitrari”, “irascibili”, “influenzabili”, “incontentabili”, “indecisi”, “invidiosi”, “gelosi”, “permalosi”, “orgogliosi” e via di seguito.
Le dedicherò perfino un mini-discorso, domani, alla mia donna ideale (o all’ideale di donna per me o alla mia idea di donna perfetta). E in quel caso non adotterò a proposito l’aggettivo “ideale” proprio per non venire meno alla consapevolezza che “ideale” non potrà mai esserlo perché se l’accetto così com’è dovrò accettarla anche perché si discosta (o si discosterà sempre) dal mio “ideale”. Sarà, dunque, sempre “umana”.
E allora ecco, ora capisco che è proprio perché riesco a vedere il suo lato “umano”, la sua fragilità, in quanto donna e in quanto essere umano, che io ne sono perennemente (ancora, sempre, sempre di più) attratto: e questo ha un che di magico, ha un che di irrazionale, ha un che di – perché non dirlo? – romantico che mi fa impazzire, che mi fa ridere e che mi fa sorridere come poche altre cose su questa Terra.
E allora mi preparo: ad accoglierla e ad abbracciarla, a baciarla e ad amarla per quel tanto che posso, per quel tanto che sento, per quel tanto che provo.

Sì, è una notte strana questa, e stramba, ed emozionante. Una notte in cui anche la rottura di un bracciale può assumere valenze filosofiche o universali esorbitanti. E domani vedremo come andrà a finire davvero, e se l’alcol non farà ballare gli invitati prima del tempo (ma conoscendoli, credo proprio che sarà così).

miércoles, agosto 20, 2014

"Autori" in balia del tempo (oltre che del caso)



La storia è andata avanti, ovviamente, come tutte le storie (anche se ancora non è finita, non per ora, almeno - e mi domando anche: "Quando finirà?"). 

L'autrice del romanzo di cui io avevo dato la mia opinione non ha tardato molto a mandarmi un'email dicendomi che le era piaciuta molto la mia recensione (anche se non si trattava di una recensione, come ho spiegato nel post precedente) e che era davvero contenta di sapere che c'era gente disposta a leggere le sue cose (nel mondo di oggi non sono molte le persone disposte a leggere con attenzione il frutto dell'immaginazione di autori "in erba" o poco noti o affatto noti ai più). 

Nella parte finale dell'email, poco prima dei saluti di congedo di rito, la scrittrice ha pensato bene di rifarmi la stessa domanda che mi aveva posto la presidentessa dell'Associazione Culturale di cui sotto: "Secondo lei, è davvero un romanzo degno di essere pubblicato?".

Mi sono sentito in dovere di risponderle, utilizzando tutta la mia diplomazia e i miei modi gentili. Le ho spiegato che secondo me un romanzo che parla della Sicilia dei primi del Novecento e che mette in scena le difficoltà e il dolore di una donna che soffre sulla propria pelle i soprusi di una società fondamentalmente "machista" poteva certamente trovare il riscontro dei lettori italiani medi di oggigiorno. Certo - aggiungevo - bisogna trovare l'editore giusto, l'editore disposto a scommettere su questa storia, l'editore capace di scorgere la qualità letteraria di cui (obiettivamente) il libro era dotato.

E allora, a questa mia risposta, è seguita subito un'altra email, in cui la scrittrice in erba mi chiede se posso farle l'immenso favore di suggerirle qualche editore italiano disposto a pubblicare la traduzione dallo spagnolo del suo romanzo. E qui sono cominciati i rompicapi, perché io non ho mai avuto rapporti diretti con casa editrice alcuna, o meglio, ho sì avuto qualche rapporto, ma in modo molto sporadico, indolore e asettico (le cose che ho pubblicato io finora riguardano il mondo accademico, non certo la letteratura di fantasia o quella rivolta al cosiddetto "grande pubblico").

E insomma, gira che ti rigira, mi prendo a cuore la questione suscitata dalla mia nuova amica e collega e comincio a spulciare sui siti della grandi case editrici italiane: Einaudi, Mondadori, Garzanti, Adelphi, Bompiani, Ponte alle Grazie, Rizzoli, se dobbiamo puntare, che si punti in alto, penso tra me e me (povero ingenuo).

La semplice ricerca effettuata su internet mi spinge a leggermi gli avvisi che tutte (o quasi tutte) le case editrice appongono sulle loro "porte" virtuali in vista delle domande frequenti degli autori inediti (o in erba) e gli avvisi si somigliano un po' tutti: "Caro autore inedito, per cortesia, prima che lei ci inondi le stanze delle nostre case con manoscritti e scartafacci originali, si prenda la briga di dare uno sguardo al nostro catalogo: non verranno accettati prodotti che si allontanano o che si discostano o che non ci azzeccano proprio nulla con le collane da noi gestite" (e ci può anche stare: inutile mandare un romanzo "horror", per dire, a una casa editrice che pubblica romanzi "rosa", ma poi il tono cambia): "Ci teniamo anche ad avvisarla che - data la carenza di personale / data l'attuale crisi / dati i tempi lunghi che richiede la lettura di milioni di manoscritti inediti che ogni giorno invadono la nostra casa / date le circostanze - non potremmo darle una risposta prima dei 6 / 9 / 12 mesi successivi al suo invio" (e qui uno comincia a guardare alla realtà delle case editrici con un occhio un po' meno benevolo; le case editrici sembrano mondi sul punto di soccombere sotto quintali di carte, gli editori sembrano guru che ti stanno facendo un enorme, immenso favore anche solo a leggerti, figuriamoci poi darti una risposta una entro l'anno o i nove mesi o i sei, quelli più rapidi).

Insomma, alla fine riesco a trovare un blog scritto da qualcuno che conosce perfettamente l'ambiente del mercato editoriale italiano, un'anima pia che ha messo online tutti gli indirizzi "giusti" di quasi tutte le case editrici esistenti sul territorio nazionale con l'aggiunta di tutti i messaggi o avvisi che ogni casa editrice ha scelto di apporre alla propria "porta" virtuale al fine di avvisare l'ingenuo o ignaro scrittore in erba di turno...

E io mi sono fatto un'idea di come vanno queste cose: forse mi sbaglierò, ma mi pare proprio che è l'editore che ti sta facendo un favore, non sei tu, autore inedito, a rappresentare una chance per l'editore, è vero esattamente il contrario: io, editore, rappresento una chance per te, autore, e se vuoi diventare tale, sappilo sin da ora, dovrai prima passare sul mio cadavere (dovrai prima essere sottoposto al mio supremo, insindacabile, inappellabile, tardivo giudizio). Non ci sono santi né madonne. C'est la vie... Gli autori inediti (come il resto dell'Umanità, d'altronde) sono pure loro sottoposti agli strali del destino, alle fortunose vicende del fato, sono, per farla breve, pure loro in balia del tempo e del caso (incarnato in tal caso dalla volontà superiore degli editori).

viernes, julio 25, 2014

 "Giudici" in balia del caso


Tempo fa ho partecipato a un concorso nazionale per giovani scrittori in qualità di "giudice"; mi è toccato leggermi una cinquantina di racconti e scegliere quello che, secondo me, meritava di arrivare in finale; in totale eravamo 6 "giudici"; alla fine ha vinto quello che, effettivamente, presentava la trama più convincente, lo stile più originale, il ritmo più compatto (lo sanno tutti che il "racconto" in quanto genere si somiglia molto di più alla "poesia" che alla "narrativa": in un racconto, esattamente come in una poesia, ci devono essere frasi, elementi, scene che devono far rima tra loro, pena la perdita di quell'aura che contraddistingue i buoni racconti - basti pensare alle opere di Henry James, Julio Cortázar, John Cheever, Jorge Luis Borges o Anton Checov).

Ebbene, dopo questa bella esperienza (che mi ha permesso - tra le altre cose - di conoscere persone davvero in gamba ed interessanti, molto appassionate di letteratura e del loro lavoro), la presidentessa dell'Associazione Culturale che promuove questo concorso ha deciso di omaggiarmi con un libro, questa volta un vero romanzo, vincitore l'anno prima del concorso per la sezione "narrativa".

Non espliciterò qui autore e titolo; sì dirò che il libro merita, parla dell'Italia del Sud, della Sicilia, in particolare, della Sicilia dei primi del Novecento, delle condizioni durissime di vita di molti siciliani che poi - per poter sopravvivere - furono costretti ad emigrare in America. L'autore (o meglio, l'autrice) è una donna d'origini sicule, ma di nazionalità colombiana (o venezuolana o cilena, ora non ricordo bene). Il romanzo in sé funziona, si legge d'un fiato, fa venire voglia di sapere "come va a finire", è originale nel modo di trattare l'argomento, mescola in modo sapiente elementi da "realismo magico" alla Gabriel García Márquez con tratti da realismo crudo, duro e spietato (ci sono scene che lasciano letteralmente a bocca aperta).

Ebbene, alla richiesta di un mio parere da parte della presidentessa, ho mandato un email specificando i pregi e i difetti e dicendo che il libro mi è piaciuto molto. Non si trattava di una recensione nel senso stretto del termine. Ma la presidentessa ha ritenuto giusto reinviare la mia email all'autrice per farle sapere cosa ne pensavo. In più, mi chiede nella stessa email se secondo me il romanzo merita di essere tradotto in italiano e se conosco una qualche casa editrice che possa essere interessata a pubblicarlo.

Ora, a parte il fatto che mi è sembrato alquanto scorretto "girare" al volo il mio parere su un romanzo all'autrice dello stesso e senza previo avviso, e a parte il fatto che non conosco in modo diretto case editrici importanti o interessate all'eventuale pubblicazione, mi si pone il dubbio atroce circa il mio ruolo in tutta questa storia, dubbio che, a sua volta, si articola attraverso questa lista di domande: 

a) chi sono io per dire che un libro vale o non vale, merita la pubblicazione o va condannato all'oblio?

b) chi mi ha spinto a scrivere una pseudo-recensione "sincera" e "diretta" quando non potevo minimamente immaginare che la stessa sarebbe finita nelle mani dell'autrice?

c) come avrà preso l'autrice il mio parere sul suo romanzo?

d) perché la presidentessa vuole darmi un compito così delicato quando, in realtà, nemmeno mi conosce o mi conosce poco?

e) il dubbio più atroce di tutti: può davvero avere qualche possibilità di pubblicazione un romanzo come questo, sulla Sicilia difficile dei primi del Novecento, sul "machismo" degli italiani dell'epoca, sulle durissime condizioni di vita delle donne del tempo?

Questa esperienza mi fa riflettere su un elemento centrale nella vita di tutti: la casualità. È il caso che ha voluto che partecipassi in qualità di "giurato" in quel concorso di racconti; il caso che ha voluto che la presidentessa mi regalasse il romanzo dell'autrice cilena (o venezuolana o colombiana); il caso che ha voluto che dessi il mio parere; il caso che deciderà se poi davvero il romanzo avrà il merito di venire pubblicato anche in italiano; il caso che vorrà che l'autrice venezuolana (o cilena o colombiana) si traformi in un "caso editoriale". E a volte penso anche: "Quant'è ingiusto, il caso, quando offre chances e fama e denaro a gente che non meriterebbe di venire pubblicata! Quant'è capriccioso il caso che concede Premi Nobel a scrittori che poi nessuno ricorderà e condanna all'ostracismo autori meritevoli che fanno la fame e vivono nell'ombra!". E mi fa paura pensare che anch'io, nei confronti dell'autrice succitata, possa convertirmi in un elemento - una rotellina - del sistema casuale che premia con la pubblicazione o che condanna con l'oblio... Chi sono io per giudicare, chi per dire un sì o un no, chi per promuovere o bocciare?

jueves, julio 17, 2014

Gli indifferenti di Alberto Moravia o della cupio dissolvi


Avevo già letto e ammirato Agostino (1944), di Alberto Moravia: Gli indifferenti è stata una nuova, grata, inaspettata sorpresa. Se uno si ferma a pensare e nota che Moravia lo scrisse (e lo pubblicò a sue espese) nel 1929, ovvero, quando aveva appena 22 anni (ma aveva cominciato a scriverlo a meno di 20), non può non restare a bocca aperta per l’abilità, la sicurezza, la perfezione del disegno strutturale che regge l’impianto del romanzo, la perfezione di uno stile preciso e perfettamente attagliato al contenuto (lo stile è il contenuto, ovviamente), la capacità precocissima di penetrare all’interno della psiche dei personaggi, di scandargliarne l’animo, come un novello Freud, attraverso l’uso calibratissimo del monologo interiore e degli “a parte” di stampo teatrale (ma tutto Gli indifferenti si basa su una messa in scena di tipo teatrale, con le “scene madri” a farla da padrona e la scansione per “stampe” all’interno della trama).

E ciò che mi colpisce di più è la capacità di dire la verità su un tema “scottante” come il sesso: le scene più belle, le descrizioni più incisive, le battute più memorabili, almeno in base al mio modesto giudizio, riguardano proprio il sesso (e i pensieri dei vari personaggi intorno al sesso – o all’amore inteso come Eros). Mariagrazia (la madre in rovina che non si decide a vendere la villa in cui vive con i due figli), Carla (la più piccola e procace), Michele (il più irrequieto e irrisolto – quello che cerca di rispondere agli ostacoli e alle paure della vita con l’indifferenza), Leo (l’amante scaltro, l'uomo di mondo che crede di poter manipolare tutti, a partire da Carla, vista crescere sin da piccola e poi “posseduta” appena compiuti gli anni della maggiore età), Lisa (l’amante ormai decisamente decaduta di Leo): non c’è personaggio all’interno del romanzo che non si muova in base all’impulso passionale di Eros, il sesso è merce di scambio, pensiero fisso, tabù che spaventa solo in un primo momento di “moralismo” di stampo sociale, motore dell’azione (anche del tentato assassinio di Michele per vendicarsi dell’altezzosità oltraggiosa di Leo). Il sesso come elemento corruttore o che spinge ad agire contro tutto e contro tutti, come fluido vitale che ammanta le atmosfere più oniriche del romanzo (Sandro Veronesi ha ragione quando ci dice nella Prefazione che Gli indifferenti è uno dei primi romanzi in cui Roma conquista il primo piano e un ruolo da protagonista; una Roma cupa, macabra, una capitale in cui piove sempre e fa sempre freddo, la gente cammina per strada senza salutarsi e le nuvole sono squarciate solo rare volte dai raggi di un sole autunnale sempre troppo, troppo timido; una Roma onirica, dunque, e quasi surreale).

E parallelo al sesso è il tema dell’incesto (che diventerà centrale in Agostino): Carla sa bene che se accetta le pesanti avances di Leo giacerà nello stesso letto in cui sua madre ha consumato in un passato recente i suoi rapporti con lo stesso amante. E il pensiero la repelle ma, allo stesso tempo, l’attrae. E quando Michele scopre che sua madre e sua sorella hanno condiviso lo stesso uomo prova repulsione, ma anche una strana forma di gelosia, come se volesse proteggere le “donne della sua vita” o come se volesse emulare Leo per vincere gli insuccessi con le altre (Lisa, in primis, l’amante decaduta e decandente che gli si concede senza troppi giri di parole, ma lui la rifiuta, si cela dietro la maschera dell’indifferenza per non consumare un vero rapporto sessuale con una donna che sembra essere ancora più vecchia di sua madre).

C’è una scena di una crudezza e di un realismo notevoli, che mi è rimasta in mente e che non posso non citare qui: è quella in cui Leo propone a Carla di sposarla; Michele ha appena tentato di uccidere il rivale con una pistola (ma è scarica e sbaglia la mira); Carla è indecisa e comincia a pensare ai pro e ai contra di un simile legame per il suo futuro di “maritata”; il fratello la prega di non accettare una proposta così infame e degradante per lui, la madre e l’intera famiglia; poi la ragazza prende coraggio e confessa all’amante che lei ha paura che lui possa tradirla con un’altra e Leo riflette e pensa, tra sè: “Sei tu che mi tradirai, sgualdrinella mia”, per poi ribadire poco dopo, con ironica freddezza: “Mi sposo una sgualdrina”. 

Ecco, è in scene come queste che Moravia dimostra una maturità davvero incredibile per un ragazzo che all’epoca aveva vent’anni (o poco più). E mi domando come abbia fatto ad avere già a tale età una tale capacità di analisi del pensiero e degli atteggiamenti psichici dell’essere umano; quante esperienze dovette aver già vissuto, a quell’età, per arrivare a disegnare un personaggio come Carla (o uno come Leo); quanto la letteratura lo abbia aiutato a penetrare nelle anime degli altri (Moravia – come si sa – passò gran parte dell’adolescenza a letto per colpa di una grave forma di tubercolosi ossea). Leggo che all’epoca leggeva molto, soprattutto autori francesi, ma anche inglesi come Shakespeare e Joyce; e poi Dostoevskij, un altro esempio eclatante di scrittore che scandaglia l’intimità dei suoi personaggi, i loro dilemmi morali e le loro bassezze più truci, senza tante censure, con coraggio, con spietatezza, rischiando tutto. E non può non tornare in mente l’autore de I fratelli Karamazov o di Delitto e castigo quando Carla, sul punto di contemplarsi nuda nello specchio, riflette sulla situazione che sta vivendo in casa sua per colpa di Leo (o grazie a Leo):

Anche questa ignobile coincidenza, questa sua rivalità con la madre le piaceva; tutto doveva essere impuro, sudicio, basso, non doveva esserci né amore né simpatía, ma solamente un senso cupo di rovina: ‘Creare una situazione scandalosa, impossibile, piena di scene e di vergogne’, pensava; ‘completamente rovinarmi…’.


Sembra quasi di leggere tra le righe la intentio auctoris: è qui il progetto etico ed estetico del giovane Moravia: il romanzo fa proprio questo, “crea” situazioni scandalose, impossibili, piene di scene e di vergogne, in nome di una cupio dissolvi che, per certi versi, anticipa i tempi che verranno (crollo della borsa di New York, Guerra Civile spagnola, dittature nazista in Germania e fascista in Italia, scoppio della Seconda Guerra Mondiale).

lunes, julio 14, 2014

INCREDIBILMENTE REALE



E poi ci sono quei momenti di felicità che non ti aspetti, la tua compagna di avventure che ti sorride (col cappello da cubana che indosserà quando andrete a Cuba nel viaggio della vostra vita) e la macchina corre liscia tra le curve di una strada di montagna alla fine della quale (dopo l’ultima curva) si spalanca la fantastica e panoramica visione del Mediterraneo e senti che non hai bisogno di nient’altro (perfino la sigaretta è un lusso di cui puoi fare perfettamente a meno), la bottiglia d’acqua ghiacciata ha raggiunto la temperatura ideale, il cuore pompa il sangue al giusto ritmo, il nudismo non è più un tabù (anzi, è un sogno che stai per realizzare insieme a lei) e ti dici che va tutto bene, che il mondo è un posto buono in cui vivere, che la vita non è sempre dolore, che l’amore ti dà un coraggio che non sospettavi d’avere, che si può fare tutto con entusiasmo, se ci si dota di un po’ di forza di buona volontà, che le vacanze in teoria cominciano dal 1 di Agosto ma che, accanto a lei, in realtà, con la possibilità che hai di toccarle una gamba nuda mentre guida, sei già in vacanza e che tutto questo non solo non ha prezzo, ma è davvero mitico, o magico, o incredibilmente reale…

martes, julio 08, 2014

Debolezze umane, umani (sempre troppo) deboli



Miguel de Cervantes, il “raro inventor” del Quijote, il romanzo che, a detta dei più, ha dato origine al genere del “romanzo moderno”, così come ancora oggi lo intendiamo e lo godiamo, scrisse anche altri libri, meno noti al grande pubblico e studiati, amati e letti quasi soltanto dagli specialisti (e non mi riferisco solo ai cosiddetti “cervantisti”, gente che viene stipendiata solo per scandagliare il significato più remoto o nascosto o profondo delle opere del Monco di Lepanto). Tra queste, possiamo certamente citare il “famoso” Viaje del Parnaso, apparso nel 1614 e, quindi, solo 1 anno prima dell’apparizione della “Segunda Parte” del Quijote e ben 9 anni dopo quella della “Primera Parte” dello stesso.

Il cap. 4 dell’opera è uno dei più noti perché qui l’autore immagina d’incontrarsi faccia a faccia (e nientepopodimenoche) con Apollo; è uno stratagemma letterario piuttosto efficace (e anche molto ironico – quando parliamo di Cervantes non dobbiamo mai dimenticare l’ironia, né, tantomeno, l’autoironia) che permette all’autore di auto-elogiarsi o di riflettere sulla propria “carriera”, sui successi e le sfortune, sugli elogi e sulle critiche a volte spietate dei suoi contemporanei (che oggi nessuno ricorda più)… Nei vv. 64-66 afferma:

“Con mi corta fortuna no me ensaño,
aunque por verme en pie como me veo,
y en tal lugar, pondero así mi daño”.

Ovvero, traducendo liberamente:

“Con la mia poca fortuna non mi arrabbio,
Anche se nel vedermi in piedi come mi vedo,
E in questo luogo, così rifletto sul mio insuccesso”.

Cervantes sapeva quale tortuoso viaggio aveva dovuto attraversare per arrivare al Parnaso; conosceva bene la società del suo tempo e le sue meschinità, i sotterfugi e gli inganni, i trucchi del mestiere e gli sgambetti dei rivali. Aveva patito il carcere ad Algeri; era stato in guerra contro i turchi; aveva svolto gli incarichi più ingrati per il suo amato Re; assisteva – impotente – alla progressiva decadenza della sua Spagna imperiale; aveva pure avuto un matrimonio infelice o non troppo felice, lui, l’unico “maschio” in una casa abitata da molte donne (che, forse, gli rendevano la vita da scrittore impossibile). Eppure, i versi successivi ce lo mostrano in tutta la sua umanità: Cervantes non si arrabbia sul serio contro la sua “poca fortuna” (o, diciamolo pure apertamente, contro la sua “immane sfortuna”), non recrimina, non si piange addosso, non se la prende più di tanto, perché, nei vv. 67-68 afferma:

“Con poco me contento, aunque deseo
mucho”.

Ovvero, come è facile capire:

"Mi accontento con poco, anche se desidero
molto".


Quant’è umano, quant’è fragile, quant’è simile a noi questo scrittore “geniale” che si accontenta con poco ma desidera molto! E il lettore lo intuisce subito, s’identifica immediatamente con Cervantes, qui, perché, in effetti, è così anche sul piano della realtà: quante volte avremmo pensato la stessa cosa (anche se magari non l’abbiamo mai messa per iscritto, nero su bianco, né, tantomeno, in versi…).

E l’essere umano è così, debole e fragile perché "molto desidera"; in realtà, a guardare bene, e riflettendoci meglio, quando qualcuno dice che “si accontenta con poco” (o “di poco”) sta mentendo o sta sottacendo la verità: siamo franchi, nemmeno Cervantes – evidentemente e al di là di quello che dice qui – si accontentava; diciamo piuttosto che furono le “condizioni esterne” particolarmente avverse a obbligarlo ad accontentarsi; ciò che va sottolineato è la seconda parte del verso: “anche se desidero molto”. È qui l’umanità di uno come Cervantes. È in questa seconda parte che ci vediamo rispecchiati in chi tanto ha patito in vita.

Siamo fragili a causa dei nostri desideri; il desiderio ci porta sulla cattiva strada, ci fa calpestare i desideri degli altri, a volte, ci spinge al crimine, all’egoismo, alla pazzia (cfr. Don Quijote e la sua mania per la letteratura cavalleresca). Siamo vittime dei nostri desideri: c’è chi mangia troppo, chi beve di nascosto, chi desidera (costantemente) la donna d’altri, chi stravede per una donna che sa già che lo maltratterà e chi si lascia picchiare dal fidanzato perché crede che quello sarà il suo “uomo ideale” e che in amore si soffre; chi si vendica della ex pubblicando le foto sexy o direttamente hard su internet e chi auspica il male arrivando a fare male físicamente al proprio datore di lavoro; chi ruba in modo compulsivo e chi accusa di furto un innocente; chi ha un infarto in mezzo alla strada perché fuma e mangia troppo e si ripromette di smettere di fumare e di mangiare in modo più sano e chi sa che fumando e abbuffandosi si avvicinerà velocemente alla morte; c’è perfino chi desidera così tanto l’annichilamento da arrivare a suicidarsi; c’è chi per ambizione e sete di potere è disposto ad assoldare un killer e riuscire così ad eleminare i suoi rivali; c’è chi – per colpa del desiderio – diventa rivale dei suoi stessi genitori; c’è chi arriva ad architettare il delitto perfetto al fine di eliminare i propri genitori dalla faccia della terra (i genitori, ovvero, coloro che ti danno la vita)…

Nessuno si “accontenta con poco”, in realtà, e forse la maggior parte dei crimini di cui veniamo a conoscenza vengono commessi proprio perché quasi tutti noi “desideriamo molto”. È il troppo desiderare che ci porta alla rovina. Come sarebbe più giusto e sano e calmo un mondo in cui, davvero, potessimo dire, insieme a Cervantes:

“Mi accontento con poco, anche se desidero
molto”.


Che utopia. Che paradiso. Che calma e serenità si respirerebbero in giro…(ma sappiamo bene che si tratta di un impossibilia).

lunes, junio 23, 2014

Mr. Apollinax (by T. S. Eliot): un incontro veneziano


Venezia. La città lagunare. La città condannata a sparire sott’acqua. Non avevo minimamente idea del fatto che, per trasferirsi dall’aeroporto di “Marco Polo” alla terra ferma, occorresse per forza di cose prendere un vaporetto. Sì, deve prenderlo, a meno che non preferisce dormire qui, mi fa l’addetta allo sportello di vendita dei biglietti (carissimi). Mi guardo attorno, sconsolato. Su alcune panchine barboni e indigenti dormono avvolti da stracci; qualche cane abbandonato pernotta fuori dalle porte scorrevoli; inizia a piovere; fa freddo; questo spiega il bisogno dei barboni di addobbarsi con stracci e lenzuola vecchie e cappotti decisamente fuori stagione.

L’idea stessa di stare su un’isola provoca le vertigini; usciamo dalle porte scorrevoli con i nostri pochi bagagli e ci accoglie una luna piena freddissima. Folate di vento, poi, calma piatta (lo sciabordare dell’acqua nera sui frangiflutti), prima che inizi a piovere forte, come fossimo in pieno inverno (è una pioggia cattiva, quella che ci dà il benvenuto, una pioggia che ti schiaffeggia la faccia senza tanti complimenti).

Ci ripariamo dentro il gabbiotto della Linea Arancio. Sono le 23,15, il vaporetto è appena andato via. Il prossimo passa a mezzanotte meno un quarto. Aspettiamo con pazienza, osservando il diverbio di una coppia che sembra uscita da un film di Alain Resnais. Lui, grasso, sudato, coi pantaloncini corti e le scarpe da trekking, le occhiaie più profonde delle mie, i capelli brizzolati tutti scompigliati; lei, bionda e magra, con una borsa di Louis Vuitton, gli stivali neri luccicanti, la gonna corta che lascia intravedere un paio di gambe di notevole muscolatura avvolte in calze nere velate (anche queste, come i cappotti dei barboni, decisamente fuori stagione). È come se tutti sapessero con anticipo che avrebbe piovuto, stasera.

Arriva il vaporetto, chiedo: si ferma anche all’Ospedale, vero? Il conducente (il marinaio?) mi dice di no, affatto, quello che passa per l’Ospedale è della Linea Azzurra, l’ultimo parte a mezzanotte e un quarto… Vedo la disperazione ritratta nel volto della mia compagna di sventure. Avrei voglia di bestemmiare. La coppia continua a litigare, mentre sale sul vaporetto della Linea Arancio. Hai chiesto? Ho chiesto. E mi ha detto che era l’Arancio, che bastava richiedere la fermata e ci avrebbero lasciati all’Ospedale. Non è vero. È vero. Non è vero. Discutiamo con ferocia. La mia compagna d’avventure, come i barboni del “Marco Polo”, si avvolge nell’unico indumento pesante che abbiamo in valigia: un asciugamano, giallo, quasi fluorescente, si nota a distanza di kilometri.

Aspettiamo con pazienza. Passa il nostro vaporetto, questa volta è quello giusto. L’unico rumore che si sente nel cuore della notte è il motore dell’attrezzo che ci trasporta da un punto all’altro della cartina geografica. Non ci sono luci; bisogna aspettare una mezz’oretta prima di avvistare l’isola di Murano. Sui moli non c’è anima viva. Quando arriviamo alla nostra destinazione e scendiamo, non c’è nessuno ad accoglierci. Nemmeno un vecchietto cui chiedere indicazioni. Ha smesso di piovere, almeno questo. Le strade labirintiche di Venezia possono condurre alla pazzia anche il più assennato e razionale e calmo degli esseri umani. Mi metto in contatto telefonico con la proprietaria dell’ostello in cui abbiamo prenotato un posto letto per ben 6 volte, prima di capire dove devo andare. Ha una voce suadente, sembra molto simpatica, ed anche lei è molto paziente, come la mia compagna di sventure che si trascina dietro la valigia divenuta improvisamente pesante, come se dentro vi trasportasse un cadavere.

Arriviamo a destinazione all’una in punto, dopo esserci persi almeno un paio di volte. Ci giravamo intorno. Odio Venezia. È questo il pensiero fisso, per ora. Poi la proprietaria dell’ostello ci apre le porte di casa sua, è una casa museo, la nostra camera matrimoniale è enorme, il letto è circondate da statue di ogni tipo e grandezza, sulle pareti un’infinità di quadri, maschere e cappelli agli angoli, una intera biblioteca sulla parete di fronte, mi sembra di essere finito all’interno di un set cinematografico (un film di Luis Buñuel o Federico Fellini, un film di un qualche regista onirico, o un quadro di De Chirico).

Mentre la mia compagna di sventure si fa la doccia, io apro a caso un paio di libri, poi m’imbatto nell’opera completa di T. S. Eliot (uno dei miei poeti preferiti) e leggo “Mr. Apollinax” in originale e poi guardo la traduzione di Roberto Sanesi. L’atmosfera diventa ancora più surreale.

“When Mr. Apollinax visited the United States”, inizia… E il lettore si chiede immediatamente chi sia questo Mr. Apollinax, perché e quando e come visita gli Stati Uniti (d’America) e da dove parte, se parte dall’Europa… E poi parla di una risata, anzi, della risata particolare di questo tizio, una risata che “tintinna” (o “squilla”) tra le tazze da tè (tipica strategia eliotiana: parlare di un essere umano, della vita e dell’opera di una persona anche importante, magari mitica, magari simbolicamente rilevante, abbassandone i tratti con il constante raffronto alla realtà più quotidiana e banale: qui, le tazze da tè).

Poi l’io del poeta inizia a parlare di altri personaggi mitici o semi-mitici, come Priapo (noto per la lunghezza del suo pene e – nella mitologia greca – símbolo per eccellenza della “fertilità”) e Fragilion (who’s him?) e una tale Mrs. Phlaccus (Quinto Fulvio Flacco? Lucio Valerio Flacco? Perché questa radice così esplicitamente latina per il cognome di questa signora? Di nuovo: who’s her?) e un tale Prof. Channing-Cheetah (di nuovo: who’s him? Costante il mix tra personaggi reali apparentemente umili e personaggi irreali dichiaratamente mitici).

E poi uno dei versi più misteriosi e inquietanti di tutta la poesia:

“He laughed like an irresponsible foetus”

Che possiamo tradurre con “Rise come un feto irresponsabile”. O anche: “Rideva come un irresponsabile feto”. O anche: “Rise come un feto irresponsabile”. Ma il punto è: che cosa significa davvero che uno ride come un feto? E perché “in modo irresponsabile”?

E poi la strofa più bella e più shakespeariana, una serie di versi che mi fanno venire i brividi e che mi fanno pensare anche al Coleridge di The Rime of The Anciet Mariner.

“His laughter was submarine and profound
Like the old man of the sea’s
Hidden under coral islands
Where worried bodies of drowned men drift down in the green silence,
Dropping from fingers of surf”.

Versi straordinari che rendono belle anche le immagini più mostruose e legate alla Morte.

“La sua risata era sottomarina e profonda
Come quella del vecchio del mare
Nascosto sotto isole coralline
Dove cadaveri preoccupati di uomini annegati galleggiano nel verde silenzio,
Gocciolando dalle dita della spuma”.

E qui traduco senza guardare la versione di Sanesi; cerco di sentire il ritmo dei versi; mi lascio guidare da queste immagini allucinanti di “morti per acqua” (cfr. The Waste Land) e di cadaveri galleggianti (quant’è sconfinato quel “green silence” – fa pensare al silenzio siderale).

E poi parla di un desiderio, quello del poeta stesso di guardare la testa di Mr. Apollinax mentre “rolling under a chair”, rotola sotto una sedia, o sorride “over a screen”…

E poi c’è un nuovo riferimento al mito: parla di “centaur”, del galoppare di un cavallo sulla dura terra. E di nuovo parla di Mr. Apollinax, del suo modo di parlare “dry” e “passionate” (un evidente ossimoro: difficile che la conversazione di un essere umano possa essere al contempo “secca” e “appassionata”, o “razionale” e “passionale”). E poi seguono – incredibilmente, in appena 2 versi – i pareri, i pettegolezzi, i rumori di fondo intorno a questo famoso (e misterioso) Mr. Apollinax, c’è chi sostiene fosse “a charming man”, chi dice che aveva le orecchie a punta (“pointed ears”), chi afferma che fosse uno squilibrato (“He must be unbalanced”) e c’è pure chi si pone la domanda centrale di tutto il poema: “But after all what did he mean?” (“Ma alla fine cosa voleva dire?”, pensandoci bene è la stessa identica domanda che ci facciamo noi lettori arrivati al punto finale: “Ma in fin dei conti cosa diavolo vuole dire? Che significa tutto ciò?”).

Nella lista dei pareri c’è pure chi si mostra contrario al modo di fare (o di pensare) di Mr. Apollinax: “There was something he said that I might have challanged”, che possiamo tradurre più o meno così: “C’era qualcosa che disse su cui io avrei potuto oppormi” o “avrei avuto da ridire” o “mi sarei opposto”.

E poi, finalmente, i 2 versi finali:

“Of dowager Mrs. Phlaccus, and Professor and Mrs. Cheetah
I remember a slice of lemon, and a bitten macaroon”.

Che possiamo rendere con:

“Della vedova Mrs. Phlaccus e del Professore e di Mrs. Cheetah
Io ricordo una fettina di limone e un dolcetto masticato”.

C’è tutto Eliot qui dentro. Il senso trascendetale delle conversazioni banali di tutti i giorni; il senso della morte che tutto ricopre; il senso del tempo che fugge e che tutto distrugge; una rara (e strana) capacità di ritrarre la morte in azione (nel caso della strofa della “morte per acqua”).



La mia compagna di sventure torna dal bagno e mi guarda preoccupata. Cosa leggi?, mi chiede. Le mostro la copertina del libro. Le dico che è Eliot. Le faccio notare che è ben strano che proprio lì, a Venezia, una città che galleggia sull’acqua e che è condannata a sparire sott’acqua, mi sia imbattuto in una poesia che parla di un “vecchio del mare” e di un’isola corallina e di morti che galleggiano nel “silezio verde” dei flutti. Poi la stringo forte a me, l’abbraccio stretta e ci infiliamo a letto, col pensiero che domani dovremo svegliarci presto, se vogliamo arrivare a Roma per tempo. Ma mi è impossibile addormentarmi subito. Continuo a chiedermi chi sia (chi si nasconda davvero dietro) Mr. Apollinax…

jueves, junio 12, 2014





È quanto mi è capitato ieri con Nicanor Parra, conosciuto grazie a quel genio di Roberto Bolaño (che lo ha sempre presentato come “il” poeta cileno per eccellenza, un maestro e un modello per tanti), nato nel 1914 e ancora in vita e, dunque, poeta centenario, ha attraversato un secolo intero, incredibile la quantità di rughe che ha accumulato sul volto nobile, da aristocratico in decadenza, anche se lui è un ex professore di matematica, un artista a tutto tondo, una sorpresa per il lettore che cerchi una voce originale, ammaliante, amica…

E questa è una delle sue poesie che io preferisco:

Cartas a una desconocida

Cuando pasen los años, cuando pasen
los años y el aire haya cavado un foso
entre tu alma y la mía; cuando pasen los años
y yo sólo sea un hombre que amó,
un ser que se detuvo un instante frente a tus labios,
un pobre hombre cansado de andar por los jardines,
¿dónde estarás tú? ¡Dónde
estarás, oh hija de mis besos!

E questa è una (mia) possibile traduzione della poesia in italiano (e che Nicanor Parra non me ne voglia, e non aggiungo ulteriori commenti, perché, a volte, di fronte all’arte, i commenti non servono):

Lettere a una sconosciuta

Quando passino gli anni, quando passino
gli anni e l’aria avrà scavato una fossa
tra la tua anima e la mia; quando passino gli anni
e io sia solo un uomo che ha amato,
un essere che si fermò un istante davanti alle tue labbra,
un pover'uomo stanco di camminare nei giardini,
dove sarai tu? Dove

sarai, oh, figlia dei miei baci!

viernes, mayo 30, 2014

Ipotesi di lavoro (per un racconto sull’insonnia)



Non lo so il perché; sta di fatto che mi affascina l’insonnia, soprattutto come tema narrativo, come spunto per riflettere sulla condizione umana, come ottima scusa per girarci attorno e dare vita a racconti surreali o realisti e crudi o simbolici e allegoricamente interessanti (o entrambe le cose; si può?).

Eppure non soffro d’insonnia. O meglio: ne ho sofferto, ma tanti anni fa (quando, in realtà, più che d'insonnia “normale” potremmo parlare di una specie d’insonnia “alla rovescia”: appena le lancette della sveglia luminosa e fluorescente s’avvicinavano alla 4 del mattino, ecco che il mio cervello si ridestava e non c’era proprio verso di tornare a dormire tranquilli con la testa poggiata sul cuscino, dovevo alzarmi per forza e dedicarmi ad altro: la lettura di romanzi lunghissimi, i cosiddetti “romanzi-fiume”, o la visione dei film in bianco e nero che emetteva Enrico Ghezzi da Fuori orario, o la frequentazione di siti vietati ai minori – che titillavano gli “istinti di base” più che quelli legati alla facoltà immaginativa – e qui si potrebbe aprire una grande parentesi per discettare sull’annosa diatriba: può la pornografia aspirare ad essere considerata “arte”? E cos’è che ci permette di tracciare una linea sicura tra ciò che definiamo “arte” e ciò che definiamo “eros” e “porno” o “porno-soft” o “eros spinto”? Ma questa, appunto, è materia per un altro post, torniamo a Bomba).

Dunque, ecco una (delle tante) ipotesi di lavoro per un racconto futuro sull’insonnia: lui soffre d’insonnia, soprattutto da quando la seconda moglie, Marta, l’ha lasciato. In realtà, di notte, si ferma a riflettere davanti al computer e scrivendo dei suoi amori passati si accorge del fatto che tutte, ma proprio tutte le sue ex, soffrivano dello stesso male: in ordine cronologico di ex, dalla più recente (nonché traumatica) alla più veterana:

a) Marta perché faceva sempre lo stesso incubo ricorrente: in sogno le appare il fantasma della ragazzina che ha ucciso senza volerlo in un incidente stradale da cui è riuscita a sopravvivere illesa nel fisico ma segnata nella coscienza,
b) Sara (la prima moglie) perché oltre che insonne, alle volte è sonnambula e si sveglia e comincia a camminare per casa e a parlare con i muri, facendo discorsi strani sulla virilità del marito;
c) Nadia perché soffriva di uno strambo mal di schiena che si acuttizzava o veniva fuori solo di notte;
d) Anna perché scambiava il giorno con la notte e, quindi, dormiva di giorno e si svegliava ed era iperattiva di notte (con le logiche conseguenze sul suo rendimento accademico all’Università).

L’ennesima notte d’insonnia il nostro protagonista la passa a fare questa specie di lista degli amori del passato; si accorge di quanto abbia amato le sue ex condividendone gioie e dolori e, soprattutto, condividendo con loro le ore notturne passate a fissare le pareti o a litigare o a guardare film o a fare l’amore con stanchezza e stravolgimenti psichici reciproci (particolarmente sconvolgenti i rapporti con Nadia e con Sara) e, alla fine, capisce qual è la possibile medicina che fa al caso suo. Finire il racconto, smettere di ricordare il passato (soprattutto quello legato a Sara) e cercare di riproiettare la sua vita verso il futuro (magari accanto a una donna che non soffra d’insonnia come le sue ex succitate).

Possibile scenetta tragicomica (secondo lo stile di certo Woody Allen): l’apparizione momentanea e repentina, in camera da letto, dei fantasmi delle ex (che cominciano ad accusarsi a vicenda o a litigare su chi avrebbe amato meglio il nostro eroe).

Possibile scena “horror”: lui che tenta di suicidarsi dopo aver visto alla tv un film che racconta quanto abbiamo appena raccantato. È come se si vedesse in uno specchio. Solo che si tratta del film che parla della sua vita. Prendere coscienza di quanto triste sia questa vita è il motivo scatentante che lo spinge ad ammazzarsi.

Possibile scenetta esplicitamente grottesca: lui che tenta di impiccarsi, ma la corda si scioglie e fa un grosso capitombolo che provoca l’ira del coinquilino del piano di sotto; lui che tenta di infilare la testa nel microonde ma salta il contatore; lui che si spara alle tempie con una vecchia pistola, ma la pistola fa cilecca; lui che si taglia le vene, ma la lama non è affilata e riesce solo a provocarsi dei lividi orrendi; lui che chiama Marta e le confessa che ancora la ama e che, finalmente, ha capito qual è la causa della sua insonnia e lei gli dice che può anche crepare perché lei ormai non lo ama più ed è guarita (il fantasma della ragazzina che ha ucciso con la macchina non la disturba più, si è riappacificata con lei).


Ecco: questo è il punto; usare l’insonnia come motivo “serio” di riflessione in un racconto in cui si bilancino le scenette tragicomiche a quelle “horror” e a quelle più esplicitamente grottesche. Ci vorrebbero insieme un Dario Argento, un Ingmar Bergman e un Woody Allen per fare una roba del genere. E un tocco (o pizzico) di Hitchcock. E un linguaggio poetico e sperimentale. Un James Joyce in vena di battute. E saturnino. E molto, molto malinconico (i discorsi sull’amore, e sul tempo che passa, e sulla morte che s’appressa)…

lunes, mayo 19, 2014

Salò o le centoventi giornate di Sodoma: un cinema che riflette il (e sul) male


Ieri, dopo più di 10 anni, ho rivisto Salò o le centoventi giornate di Sodoma (1975) di Pier Paolo Pasolini. Questa volta l’ho rivisto in compagnia, non da solo, come la prima volta, quando avevo circa 21 anni ed ero un cinefilo fissato con le pietre miliari della “storia del cinema” e non avevo paura di niente e vedevo ogni genere di film, anche quelli più “indigesti” o strambi o fuori dall’ordinario. L’ho rivisto con la mia “compagna di sventure”, come amo definirla in questo blog, e lei – al di là dei miei avvisi (guarda che è un film duro, guarda che c’è chi non è riuscito a vederlo fino alla fine, guarda che qualcuno ha vomitato prima di arrivare all’ultima inquadratura, guarda che è uno dei film più censurati della storia del cinema italiano, etc.) – ha apprezzato molto, le è sembrato un film duro, ma perfetto, un film certamente “disturbante”, ma anche bello, nel senso di “compatto” ed “esteticamente riuscito”.

Concordando con la mia compagna di sventure e, a visione ultimata, mi chiedo: in cosa consiste questa “compattezza”? Perché è un film “esteticamente riuscito” (al di là e al di sopra delle immagini che lo popolano)? [pensiamo anche ai casi "eclatanti" come A Clockwork Orange di Stanley Kubrick o a Trainspotting di David Fincher o a Il silenzio degli innocenti di Johnatan Demme].

Un primo pregiudizio che potrebbe portarci ad una erronea interpretazione del film è legato alla fonte: si sa che Pasolini s’ispira ai romanzi del Marchese De Sade per creare quello che sarà il suo ultimo film e, in particolare, trarrà spunto da Les 120 journées de Sodome (un romanzo incompiuto del 1785).

Ovvio che un regista che s’ispira all’inventore dei termini “sadico” e “sadismo” ci spingerà verso un certo tipo di immagini, dove la violenza, la ferocia e la freddezza mostrata nell’esercitare entrambe le cose diventano elementi (sempre) espliciti (oserei dire: "insopportabilmente espliciti"). Il punto è che il discorso di un regista come Pasolini esula dalla fonte prettamente letteraria o strettamente legata alla visione che del mondo aveva uno come De Sade. Ne è una riprova uno dei primissimi fotogrammi, in cui il regista cita altre fonti, specificando che nel corso della trama i personaggi parleranno con le parole di altri (autori), come Maurice Blanchot (quello de Le livre à venir e de L’entretien infini) o Roland Barthes (quello di Sade, Fourier, Loyola) o di altri che adesso non cito verbatim perché non li ricordo. In realtà, Pasolini fa citare ai quattro protagonisti anche Nietzsche e Proust e Baudelaire (netta prevalenza della letteratura francese, dunque, su tutte le altre letterature nazionali) e lo fa con uno scopo ben preciso: dimostrare come anche gli assassini possono avere buon gusto (letterario o artistico) e un ottimo olfatto, in quanto a riferimenti culturali (paradosso che la Storia ci ha descritto anche prima della Letteratura, ancor prima dei romanzi di De Sade: cfr. certi capi delle SS di Hitler).

 Pasolini, in realtà, allarga e amplia il discorso "sadiano" per trasferire i fatti in un contesto storico ben delimitato: quattro nazifascisti rapiscono uno svariato numero di ragazzi e ragazze nella Salò che sta per assistere alla fine di Mussolini allo scopo di dare sfogo a ogni aberrazione o perversione sessuale venga loro in mente (geniale l'uso del sonoro: ogni tanto - sopra la villa che sarà luogo del delitto - si sentono gli aerei "nemici" volare).

E qui tocchiamo un altro tema che – ad una prima visione e a 21 anni – mi era sfuggito: Salò parla del Potere e di come esso si esercita e di come esso possa trasformare ognuno di noi (ogni corpo umano) in merce, in oggetto di consumo, in pezzo o giocattolo intercambiabile.

Di fatto, i quattro protagonisti incarnano ognuno un diverso tipo di Potere: il Duca è il potere della Nobiltà; il Monsignore quello della Chiesa; Eccellenza quello della Giustizia; il Presidente quello dell’Economia. Di fronte al Potere è proprio il corpo in quanto “essenza” dell’essere umano a patire una prima, radicale metamorfosi: questi adolescenti, una volta fatti prigionieri e una volta oltrepassata la soglia dell’elegante villa in cui moriranno, diventano immediatamente carne da macello, perdono la loro identità per trasformarsi in oggetti delle perversioni dei quattro fascisti...

E sono proprio le scene in cui la telecamera più si avvicina ai corpi che più schifo proviamo in quanto spettatori; schifo (o ribrezzo) che nascono non dalla nudità, bensí dalle parole, dal linguaggio verbale che i quattro capi usano per comandare, modellare, plasmare quei corpi a propria immagine e somiglianza.

E a proposito di linguaggio verbale, non posso non notare come – per tutto il corso del film – è l’imperativo il modo verbale più usato dai gerarchi nazifascisti: “Mangia!”, urla uno; “Piscia!”, ordina un altro; il film mette in scena il Potere che comanda a forza (e a suon) di imperativi. Pena: la morte (uno dei quattro appunta su un quaderno i nomi di coloro che non ubbidiscono o che realizzano atti religiosi o che contravvengono alle regole del gioco; chi finisce nella lista sa già che verrà ammazzato senza pietà).

E il corpo (o il “basso corporale”, come direbbe Bachtin) è un altro degli aspetti più “compatti” che rende il film “esteticamente riuscito”: non esistono scene in cui non ci sia un nudo (come a ricordare allo spettatore che è la condizione della nudità di fronte al Potere a rendere la vita un vero Inferno – e non è un caso che il film si suddivida “al modo dantesco” in un “Antinferno” e in 3 gironi: “Il girone delle manie”; quello “della merda” e, infine, quello “del sangue”, in un crescendo che fa davvero spavento); così come non esistono scene più cruente e fastidiose (o direttamente “insopportabili”) come quelle in cui i corpi sono costretti a mangiare le proprie feci (e qui Pasolini non solo ha rischiato la censura, la critica dei più, la rabbia dello spettatore, ma – elemento ancor più decisivo – la “compattezza” del film stesso; il pericolo essendo o quello di scadere in un “carnevalesco” che non fa ridere o quello di scadere in un “horror” che non spaventa ma provoca solo i conati di vomito degli stomaci più deboli - e non nego che a qualche spettatore la visione di queste scene possa provocare il vomito - come già anticipato in partenza; Pasolini, però, vuole anche farci riflettere, vuole andare oltre il mero "dato di fatto" o la mera "immagine" disgustosa).

Il banchetto a base di merda è anch’esso funzionale al tema di fondo: come il Potere può avvelenarci fino a obbligarci a mangiare quanto espelliamo (il contrario del cibo, la riduzione del cibo a scarto).

Di fronte a queste scene mi viene in mente un saggio del 2009 di Giorgo Agamben, un saggio intitolato proprio Nudità; cito (questa volta verbatim):

La nudità del corpo umano è la sua immagine, cioè il tramite che lo rende conoscibile, ma che resta, in sé, inafferrabile. Di qui il fascino del tutto speciale che le immagini esercitano sulla mente umana. E proprio perché l'immagine non è la cosa, ma la sua conoscibilità (la sua nudità), essa non esprime né significa la cosa; e, tuttavia, in quanto non è che il donarsi della cosa alla conoscenza, il suo spogliarsi delle vesti che la ricoprono, la nudità non è altro della cosa, è la cosa stessa.

Non ho mai ben capito cosa volesse dire Agamben con queste parole; e però un fatto è certo: la nudità ci attrae perché: a) è inafferrabile (si tratta solo di un’immagine o di una parte del corpo umano, composto anche di "parti" che non si vedono a occhio nudo, appunto); b) è affascinante (perché si traduce in immagini che ci attraggono, che ci colpiscono, che ci invitano alla riflessione).

Ecco un altro, decisivo aspetto che rende il film di Pasolini (l’ultimo, prima della sua morte violenta – e oggi ancora “misteriosa”, per i motivi che tutti sappiamo o possiamo arrivare a sapere) “compatto” ed “esteticamente riuscito”: ci mostra la rabbia, ma pure l’impotenza somma di quattro emissari del Potere alle prese con corpi che li ispirano, che li attraggono, che li catturano, che li ipnotizzano, ma che non possono mai arrivare a capire, proprio perché nudi, di fronte a loro, proprio perché privi di velo.

E questo spiegherebbe il ghigno d’insofferenza assoluta di uno dei quattro aguzzini quando, torturando le ultime vittime nel cortile della villa, urla come un pazzo e si arrabbia: qui vediamo davvero il Potere che, forse per la prima volta, si sente incapace di piegare il prossimo, di plasmare il corpo altrui a propria immagine e somiglianza, di storpiarlo fino alla morte.

E poi (sempre nell’ambito delle scene finali) c’è la scena più assurda e paurosa di tutte, quella in cui vediamo tre dei quattro assassini mentre improvvisano un balletto: tutti in vestaglia, ballano come fossero le danzatrici del Moulin Rouge, con piccoli saltelli ridicoli.

Questa scena fa davvero paura, perché ci fa vedere senza veli (per tornare alla citazione di sopra di Agamben) il Potere che si diverte in modo fanciullesco alle spalle dell’indifeso, della persona priva di identità e ridotta a semplice corpo nudo (quando non a corpo morto, a cadavere).

È per questi motivi che dico (insieme alla mia compagna di sventure) che Salò è un film "esteticamente riuscito": perché partendo da una ipotesi (vediamo, cari spettatori, che cosa succede quando il Potere s’impossessa dei corpi innocenti di poveri adolscenti figli di partigiani) sviluppa una tesi (il Potere si scatena calpestando ogni corpo e ogni principio morale o etico o giuridico) per approdare a una sintesi (il Potere balla e ride e si diverte, mentre tutto intorno a sé muore o soffre o urla o si dispera).

Salò è uno dei pochi film (di Pasolini? Della “storia del cinema”?) che si spinge così lontano sulla rotta verso la rappresentazione e l’analisi del male; è un film che riflette il male e che ci fa riflettere sul male (che ognuno di noi può scatenare contro il prossimo o che ognuno di noi potrebbe presenziare in quanto testimone innocente dell’ingiustizia e del mondo “alla rovescia”).

P.S.: in un’intervista a pochi mesi dalla morte di Pasolini, Dacia Maraini dice che Pasolini non era un “sadico”, bensí un “mite”. Ricordo che un giorno ascoltai un intervento di Ninetto Davoli nell’ambito di un congresso sul cinema pasoliniano e l’attore (sorridente e riccioluto) ricordava un breve aneddoto legato ai giorni delle riprese per Il Vangelo secondo Matteo (per me il miglior film dell’autore di Accattone). Ebbene, Ninetto Davoli ricordò che fu solo in quell’occasione che udì pronunciare una bestemmia da parte di Pier Paolo: dovevano girare la scena in cui la Vergine Maria fugge da Betlemme insieme a Giuseppe e al Bambin Gesù. Solo che l’asinello su cui viaggiano non si muove. E Pier Paolo si arrabbia. E bestemmia. Quel film gli valse un Premio Speciale da parte del Vaticano... E una valanga di critiche da parte della “intelighenzia” comunista o della sinistra più "ortodossa".

P.P.S.: c’è una scena che nessuno potrà dimenticare di Salò ed è quella in cui uno dei soldati viene scoperto a letto con la cameriera di colore. I quattro gerarchi nazifascisti sono pronti a sparare, il ragazzo, invece, completamente nudo e senza paura, solleva il braccio e fa il gesto del pugno chiuso (come fosse un quadro o un manifesto). La faccia che fanno i suoi carnefici ricorda il ghigno dei killers dei film di Tarantino. Solo che nel caso di Pasolini non c’è un filo d’ironia. E quando uno dei quattro aguzzini finisce la cameriera lo spettatore non può non provare pietà per queste ennesime vittime del Potere...


lunes, mayo 05, 2014

Via Mecenate e i drammi del cuore




Chi ha abitato a Roma o chi ancora (per sua fortuna o sventura) ci abita e conosce il centro sa bene che Via Mecenate è una delle strade più belle della capitale (pur restando appartata, come un po' in disparte, come se non volesse darsi tante arie e preferisse non dare nell'occhio). 

Sita nel quartiere dell'Esquilino, Via Mecenate collega la ben più famosa Via Merulana (che tanto deve al titolo del romanzo-pasticcio di Carlo Emilio Gadda) al Colle Oppio, uno dei posti più grati da cui godersi la vista (panoramica e a 360 gradi) del Colosseo... (e, perché no, anche uno dei posti migliori in cui leggere, riposarsi su una panchina, fare jogging o - semplicemente - prendere il sole, senza troppi rumori di fondo, tranne il traffico cittadino leggermente attutito dalla distanza rispetto a Via Labicana e i bambini che giocano a pallone o corrono dietro ai cani dei loro padroni sorridenti).

Inutile aggiungere che Via Mecenate è anche una delle mie strade favorite di Roma capoccia... (e una di quelle che più frequentavo quando, per motivi di lavoro, ci passavo tutte le mattine alle 8 in punto e ci ripassavo tutti i pomeriggi alle 16,30 per tornarmene a casa, a Piazza Vittorio).

Ebbene, l'altro giorno, su Via Mecenate, nell'arco di nemmeno un kilometro, ho assistito a ben 3 diverse scene che - prese singolarmente - meriterebbero ognuna un diverso racconto, 3 storie incipienti di cui, non conoscendo il finale, potrei inventare tutto, anche l'incipit (e quanti incipit interessanti!).

Nell'ordine ho assistito a questi 3 spezzoni di dialogo:

a) un uomo sulla cinquantina, coi capelli grigi e sparsi al vento, mentre parla con una donna sulla quarantina, vestita sportiva, in tenuta da ciclista, con il viso abbronzato: 

"Se per te è solo contatto sessuale, a me sta bene così...", questo diceva l'uomo alla donna, abbronzata e dalle gambe muscolose, ferma e ben piantata a terra;

b) una ragazza, sulla trentina, con il piercing sulla guancia (non esagero, era proprio un piercing fatto sulla guancia destra), dall'interno della sua auto, una Opel Corsa nuovo modello un po' ammaccata e grigio metallizzato, mentre urla al telefono queste parole:

"Tu mi devi avvisare se vuoi usarmi come tuo sfogo personale, hai capito?! Mi devo preparare psicologicamente per ascoltare le tue paturnie, intesi?! Non so a che cazzo pensi certe volte, guarda, io non lo so proprio!!";

c) una coppietta di fidanzatini, lui massimo 18 anni e lei massimo 16; lui con i jeans strappati e la maglietta dei Nirvana e lei - alquanto dark - con un trucco pesante e i capelli neri tirati davanti a coprire il volto, le Converse (nere) ai piedi, un paio di leggins molto attillati a fasciare un discreto lato B: in questo caso le mie orecchie non captano alcun suono, né frammento di dialogo, bensì solo il pianto disperato di lei, che si abbraccia al collo di lui, e lui non sa cosa dire né cosa fare, il poveretto è in evidente imbarazzo, mentre la sua ragazza che forse non è già più "sua" non si rassegna all'idea dell'abbandono e lo abbraccia forte forte e piange a dirotto, il trucco scomposto per le lacrime copiose che sembrano non finire mai, e pare avere le convulsioni tanto piange, sembra essere preda di spasmi irrefrenabili e più piange e più si aggrappa al ragazzo, molto più alto di lei...

E uno - che è diventato "testimone per caso" di tanto dolore e di tanta incomprensione per motivi apparentemente sentimentali (o sessuali o, chissà, entrambe le cose allo stesso tempo) - si domanda: com'è possibile che in Via Mecenate, a quest'ora, in questo preciso istante, si stiano svolgendo così tanti drammi del cuore, com'è possibile, mio Dio, che nell'arco di meno di un kilometro 3 coppie stiano discutendo in un modo così "teatrale", con quello che va bene così, se per lei è solo "contatto sessuale", va bene così, basta saperlo, e quella che urla in macchina e avvisa lui che deve prima avvisarla se vuole utilizzarla come suo "sfogo personale", e che cazzo, e gli ultimi due che, in diretta e senza censure, interpretano i ruoli (eterni) della vittima e del carnefice (anche se chi è lasciato non sa, o non vuole sapere in quel momento, che anche chi lascia si sente un po' vittima e soffre, il ragazzo non sa letteralmente dove mettere le mani e mi vede di sfuggita e si vergogna per le lacrime di quella che forse non è già più la sua fidanzata, a quell'età è tutto davvero un grosso dramma, la vita stessa è una tragedia, di cui si disconosce il finale...).

E uno pensa anche a come è facile trovarsi nel momento giusto al posto giusto o, al contrario, nel momento sbagliato e sul posto sbagliato... Quanto poco dipende da noi, che andiamo a passeggio per le strade del centro e pensiamo ai fatti nostri, fino a quando qualche frase o spezzone di frase o di dialogo richiama all'istante la nostra attenzione distratta e quella frase o dialogo o pezzo di frase o di dialogo diventa così intrigante da spingerci a inventare mille ipotesi, tipo: che avrà mai fatto di male quella ragazza un po' "dark" per meritarsi questo, tante lacrime per un ragazzo come quello, che va in giro con la maglia dei Nirvana e ha l'aria da ribelle (probabilmente è nato quando i Nirvana avevano da poco ottenuto il successo con "Smells Like Teen Spirit" e io di anni ne avevo 17); o perché la donna ciclista e in forma aspira solo a un "contatto sessuale" (ma il cinquantenne si vede che è amareggiato, si nota che è lui la vittima, in questo caso, e lei sta svolgendo il ruolo della carnefice - ha il volto tirato, ma non sembra nutrire compassione per l'uomo che le parla e che fissa dritto negli occhi); o perché quell'altra urla dal telefonino che vuole essere avvisata se l'altro vuole "usarla" come "sfogo personale" (a quale tipo di "sfogo" si starà mai riferendo, in che senso quell'altro può "usarla"...); e così di seguito, in una carambola di ipotesi e incipit e sviluppi che potrebbero trovare mille diverse conclusioni (ma non l'happy end, quello, probabilmente, mai, quando si parla di drammi del cuore).

Ecco: a Via Mecenate (come in tutte le strade di tutte le città del mondo, evidentemente) ne succedono di tutti i colori, e c'è posto perfino per i drammi del cuore...

 Diario di viaggio (da Barcelona all'Abruzzo, passando dai laghi - di Como e di Garda) 2/8/2026 Partiti alle ore 10:00 dalla città del S...