viernes, septiembre 18, 2020

 Ritorno a scuola (?)


Il 14 settembre del 2020, in molte città italiane, gli studenti di scuole dell'infanzia, medie e superiori sono tornati in classe. Rai News 24 (che è l'unico canale della Rai che si può vedere in chiaro e in diretta stando all'estero) propone uno speciale; invece del solito tg, con la solita carrellata (a volte assurda) di notizie (a volte assurde), propone lo speciale sull'evento e l'intitola "Forza ragazzi" (o "Ritorno a scuola. Forza ragazzi".

Rido per non piangere e m'intenerisco dinanzi alla testimonianza di una giornalista che, inquadrando in primo piano un bassotto disegnato sulla parete, ci spiega che è così che si insegna ai bambini a calcolare la distanza di 1 metro (la famosa distanza di sicurezza, o distanza sociale). Poi ci si sposta a Roma, dove, in un noto liceo della capitale, un altro giornalista, questa volta un uomo, ci mostra una madre intenta a fare da vigile urbano e a dirigere il traffico degli alunni (questa volta adolescenti) che, in fila indiana, cercano di rispettare le fila e la distanza (c'è anche una mamma che distribuisce mascherine ai più distratti o che redarguisce quelli che la mascherina la usano come sciarpa o, peggio, come braccialetto).

È il 14 settembre del 2020 e dalla segreteria ci comunicano che - vista l'emergenza sanitaria legata al Covid-19 - le lezioni in presenza previste per Lunedì 21 settembre saranno posticipate alla settimana successiva: cominceremo (?) il 28 (?), con obbligo di indossare la mascherina e obbligo di tenere separati di almeno 1 metro gli alunni i quali, a differenza degli altri anni, non potranno assistere a lezione in massa ma si alterneranno: la metà seguirà le lezioni i giorni pari, l'altra metà i giorni dispari, chi resta a casa seguirà la lezione in diretta "streaming" comodamente seduto sul suo letto a casa sua dal suo pc...

È un'inizio d'anno accademico davvero anomalo, questo...Uno pensa: ma come lo racconteranno questo 2020 nei futuri libri di storia del XXI secolo? Come sembreremo, quanta tenerezza ispireremo ai lettori futuri di questi futuri libri di storia?

Ipotesi assurde dal vago sapore fantascientifico. Intanto, da Roma, l'Editore che dovrebbe pubblicare la mia traduzione di un libro di racconti di uno scrittore spagnolo che ho l'onore di annoverare tra i miei amici, mi scrive per dirmi grazie, hanno ricevuto la traduzione, mi fanno i complimenti per il bellissimo lavoro svolto e che a breve si rimetteranno in contatto con me per sbrigare le ultime pratiche (scelta dell'immagine di copertina; onorari e compensi a battuta - o a pagina; diritti d'autore e cessione dei diritti dell'Editore spagnolo a quello italiano; pubblicità sui social; etc. etc.).

Chiedo loro se il libro potrà vedere la luce nel 2020 o se, invece, data l'emergenza sanitaria legata al Covid-19, bisognerà aspettare il 2021. Mi fa anche effetto scriverlo, 2021...sembra davvero d'essere stati catapultati in un racconto di Isaac Asimov, o in uno di Arthur C. Clarke... L'Editore, giustamente, non mi risponde; sono stato troppo impulsivo e ho chiesto troppe cose e non ho saputo aspettare. È la regola numero 1, quando si ha a che fare con gli Editori: bisogna saper aspettare (e che sia lui, l'Editore, a rifarsi vivo, a concedermi audizione, a darmi una risposta certa alle mie - credo - lecite domande).

Per la copertina propongo due fotogrammi tratti da Un chien andalou (1929) di Luis Buñuel. Chissà se davvero un traduttore può pretendere di (o aspirare a) suggerire l'immagine di copertina di una sua traduzione. Ci muoviamo su acque incerte, sabbie mobili dell'anima, corridoi labirintici in cui nemmeno mio fratello, che fa l'Avvocato, saprebbe darmi una mano. L'importante - ti ripeti - è che il libro esca (e che sia ciò che il Cielo vuole).

Poi una collega mi confessa: "Io non lo so mica se la farò a parlare 2 ore di seguito con la mascherina sulla bocca; ho paura di svenire". Le rispondo che non ho mai parlato con la mascherina per così tanto tempo di seguito e che se proprio mi vedrò in difficoltà, ebbene, allora, chiederò ai miei studenti di sedersi tutti nelle ultime file, lontani da me, lontani dalla cattedra, per favore...

La collega mi sorride (il sorriso oggi bisogna immaginarselo, al di sotto della barriera visuale della mascherina maledetta) e mi dice che non sarebbe una cattiva opzione. Poi passa Carmen, la responsabile della reprografia, colei a cui tutti andiamo a chiedere le fotocopie, e ci fa il segno delle dita incrociate, come a dire: "In bocca al lupo, amici, e speriamo bene!".

La parola-chiave di questo settembre 2020 è: INCERTEZZA

martes, septiembre 08, 2020

 

8/9/2020


E così, oggi compio 43 anni. Ancora non ci credo. Mi sembra irreale, anche perché, mentalmente (come succede a tanti, come succede a molti miei coetanei), di anni me ne sento 24 o, al massimo, 26. E dovrebbe essere tempo di bilanci. Ma non ce la faccio più a fare i bilanci. Vorrei imparare a vivere alla giornata. Basta fare programmi. Basta calcolare tutto al millimetro. E se gli articoli che ho nel cassetto non appariranno mai; se il libro che ho tradotto da poco non vedrà la luce; se tutte le conquiste accademiche che uno rincorre non arriveranno mai, ebbene, non fa niente, non è più un problema, non voglio più farne un problema, non sarà affatto un problema (“puoi sempre aprire un’edicola o andare a lavorare in una biblioteca”, mi dice per scherzare, ma poi nemmeno tanto). Si vive una vita sola. Ce lo diciamo tutti, chi piú chi meno, anche se poi pochi fanno tesoro del detto. Nemmeno un virus di dimensioni e letalità mondiali ci ha fatto migliorare o ci ha spinto a riflettere su chi siamo, su cosa vogliamo fare su questo pianeta, su dove possiamo andare e dove sarebbe bene fermarsi.

E allora lascio stare i bilanci e mi dedico a godermi il tramonto. E, dopo i 30 km di turno fatti in bicicletta, mi dedico a farmi una bella doccia, anche solo per il gusto d’indossare il bellissimo accappatoio nuovo (ed elegante) che mi ha regalato la mia compagna di avventure. E domani andiamo al cinema, a vedere Tenet, l’ultimo di Christopher Nolan, se si può. E prima del cinema, una pizza nella nostra pizzeria preferita. Sempre se si può, nonostante la distanza sociale e le mascherine d’obbligo. 43 anni, ragazzi…

lunes, agosto 31, 2020

 Nostoi (o dei ritorni)





E dopo le partenze ci sono gli arrivi, o meglio, i ritorni ("nostos", la si definisce così una parte dell'Odissea, quando, appunto, Ulisse torna a casa, dopo le mille e più avventure vissute tra Scilla e Cariddi, tra Circe e Nausicaa, tra inganni e spaventi).

Fa effetto atterrare in Spagna: è vero, qui le cose vanno peggio che in Italia, il numero dei contagi giornalieri è molto più alto che da noi (circa 3 mila al giorno in più e non smette di crescere - un'amica di Madrid paventa già il ritorno del "lockdown" totale; un'altra, da Barcellona, mi dice che soffre di attacchi d'ansia, ora) e quasi tutti, se non proprio tutti, indossano la mascherina, sia all'interno che all'esterno, non c'è metro quadrato che non venga attraversato e calpestato da qualcuno con la mascherina sulla faccia.

E allora diventa inquietante, ma anche piacevole (piacevolmente inquietante?) tornare a percorrere le stesse strade che si sono percorse durante la quarantena, quando era proibito stare in giro senza motivo urgente e giustificato; ovvero, quando Pedro Sánchez decise che potevamo uscire per fare un'ora di sport (al mattino, tra le 6 e le 9; o alla sera, tra le 20 e le 23) e, se eravamo genitori, per fare una passeggiata (anch'essa di un'ora) tra le 16 e le 19 (perché poi toccava agli anziani, che disponevano dell'ora d'aria esattamente dopo il turno dei bambini, ovvero, tra le 19 e le 20).

Fa effetto subire flash fotografici che ci riportano indietro nel tempo, un tempo che sembra lontanissimo da questo presente (il 31 agosto del 2020, la fine di un'estate davvero anomala) e che, invece, è vicinissimo, se lo calcoliamo in rapporto alla vita media di un essere umano qualunque: quei 3 mesi di chiusura totale sembrano una tragedia già passata, una sorta di ricordo indelebile, ma non più sanguinante, una pagina del libro di storia quando si narreranno i primi anni 20 del XXI secolo, e invece...è ancora qui, altro che! Ancora serpenteggiante, scivolosamente vicino alle nostre narici, alle nostre larigini e ai nostri polmoni (poveri polmoni!).

E domani è l'1 di settembre e si ricomincia: ma fino a quando? Per quanto tempo? E se poi ci rinchiudono in casa come l'ultima volta? E se poi ci si ammala? E se poi tocca a me?

Tanti dubbi, certo, che rischiano di annientarci o di paralizzarci, ma la vita va avanti, dobbiamo tornare a scuola, all'Università, ai nostri posti di lavoro in presenza, non è vero affatto che si può fare tutto da casa e che i computer ci salveranno l'economia, no, dobbiamo andarci dal vivo al lavoro, sperando di restarci, vivi...

Bentornati in Spagna, signori. Questa è davvero la vita (nella seconda patria).

martes, agosto 11, 2020

 Approdi (italiani): Antonio Moresco e il suo ultimo canto (quello degli alberi)


E così, dal 2 agosto del 2020 fino al 28 agosto dello stesso anno, avrò la certezza di stare (di sostare, di vivere temporalmente) in Italia, il mio paese, la mia nazione, la base da cui tutto è cominciato, includendovi in questo tutto anche il virus (l'altro giorno l'ho spiegato ai miei ospiti spagnoli, dopo aver oltrepassato Piazza della Repubblica: "Lo vedete quell'hotel lì? Si chiama Grand Hotel Excelsior e lì pernottarono i primi 2 casi di coronavirus della capitale, due cinesi che sono stati poi ricoverati allo Spallanzani e si sono salvati, sapete?". Qualcuno mi chiede cosa significhi "Spallanzani". Fingo di non aver sentito la domanda, propongo di tornare indietro, di prendere Via Nazionale e di scendere fino ai Fori Imperiali).


Ricalpesto i prati, le strade, gli asfalti delle città in cui sono stato felice (come la capitale, appunto, che conosco a memoria, ma anche come la città sui monti abruzzesi in cui ho passato l'infanzia e l'adolescenza e parte della prima giovinezza, o la città sulla costa adriatica in cui ho assaporato per la prima volta il sapore della salsedine sulla pelle e l'odore della brezza sulle labbra) e mi risento subito a casa, subito felice, gioioso, allegro, energico, con il cuore davvero ricolmo di gratitudine (e dobbiamo essere tutti davvero grati, di poter essere ancora vivi, di averla scampata bella, dopo tanto dolore e dopo il confinamento).


Poi smetto di fare da guida turistica e in libreria acquisto l'ultimo libro di Antonio Moresco, Canto degli alberi (Sansepolcro, Aboca, 2020), mentre in edicola acquisto l'ultimo albo della serie regolare di Diabolik e Eva Kant. Io sono Eva, che è un numero speciale dedicato alla dolce metà del famoso criminale in calzamaglia.


Mi riservo per i momenti di calma la lettura dei due fumetti, mentre apro subito la prima pagina del libro di Moresco, un libro che è difficile definire "romanzo", ma non è neppure un "reportage" del confinamento da covid-19, ma nemmeno una sorta di "autobiografia" scritta in diretta dal confinamento, no, è tutte queste cose insieme e nessuna di esse...


E leggo a p. 70 qualcosa che mi fa pensare sia al mio ultimo post (sulla mia ossessione nel fotografare le rovine o i luoghi abbandonati e in rovina) sia alla tremenda esplosione di un deposito di grano nel porto di Beirut che ha causato centinaia di morti e che potrebbe causare una nuova guerra civile nel Libano e nelle zone limitrofe:


"Le borse crollano. Le economie collassano. Solo poche settimane di epidemia hanno mostrato tutta la fragilità del sistema economico su cui si regge la vita della nostra specie su questo pianeta, la sua feroce astrazione, la sua follia. Ciò che si riteneva invincibile, che si poneva come dimensione unica che fagocitava e annichiliva tutte le altre, a cui ogni altra cosa era e doveva essere sottomessa, è tenuto in scacco da un microscopio invasore chimico che ha lo stesso andamento virale della nostra specie e delle sue strutture psichiche, sociali e mentali" (id., p. 70).


Un'amica libanese mi spiega che è proprio a causa del confinamento (imposto dal governo per frenare l'espansione dei contagi) che ci sono stati così tanti morti: moltissimi i suoi amici e parenti che si sono ritrovati sbattuti contro le pareti di casa, di un ufficio, di un supermercato con le mascherine ancora addosso, a causa del "lockdown"...E si domanda cosa sarebbe successo se la gente non fosse stata colta da questa nuova bomba atomica in perfetto stile Hiroshima rinserrata nelle proprie case, ma a spasso e in giro per le strade di Beirut...


Poi continuo a leggere ed è incredibile come Moresco sia capace di ribaltare il Mondo e le prospettive che crediamo di avere sullo stesso: l'anonimo narratore (che sembra coincidere con l'autore) si ritrova bloccato nella sua casa di Mantova, la sua città natale, e cammina per le strade deserte di notte interrogando gli alberi. Che cos'è un albero? Come fanno gli alberi a crescere perfino dai muri e sulle statue? Cosa fanno le radici, mentre i rami e le foglie si diramano nello spazio aereo? Che connessione c'è (o ci può essere) tra lo spazio aereo di queste parti dell'albero e le radici, che sono le proboscidi più nascoste e più caparbie nella lotta di espansione nel - e attraverso il - sottosuolo?


Sono arrivato a p. 124. Ma non ho le forze per andare avanti, oggi, nella lettura. Ripenso al post scritto qualche tempo fa, ispirato a una frase di Maurice Cousins, e ripenso al disastro di Beirut. Ripenso ai miei, che hanno sofferto anche loro il confinamento, esattamente come Moresco a Mantova, e penso che io a Mantova non ci sono mai andato. Il virus è ancora tra di noi, circola, come si suol dire. E l'Italia è ancora un paese meraviglioso in cui poter viaggiare e contemplare una natura e dei paesaggi davvero da film. Gli alberi pensano e sono saggi. E chissà che noi non si debba apprendere qualcosa anche dagli alberi, oltre che dallo stesso Antonio Moresco.


Domani, però, leggerò Diabolik. Non posso continuare a deprimermi in questo modo.

sábado, agosto 01, 2020

Ogni cosa edificata è destinata a crollare



Ancora lui, ancora Mark Cousins, dal suo bellissimo saggio Storia dello sguardo (Milano, il Saggiatore, 2018, p. 134):

"Ogni cosa edificata è destinata a crollare, ma nel periodo precedente alla sua caduta, un edificio e la città di cui fa parte ci concedono sguardi di tipo progettuale, contemplativo, condensato, oppressivo, educativo, casuale e futuro. L'ordine presente è il disordine del futuro".

Ecco, un pensiero del genere mi aiuta a capire perché, da un po' di mesi a questa parte (diciamo pure dallo scoppio del coronavirus a questa parte), mi sia messo a fare foto ai ruderi, alle case abbandonate, ai supermercati fuori mano ormai messi in affitto e perció dismessi, con quegli enormi parcheggi vuoti frequentati solo da erbacce e da buste della spesa espatriate lì da chissà dove (e uno si domanda: ma dove sono finiti i clienti che lì ci facevano la spesa quotidiana?).

Ho anche pensato di usare la macchinetta fotografica buona, quella che ci regalarono 6 anni per il matrimonio, una Sony che fa delle foto bellissime. Perché non la smetto proprio, anzi, da quando sono riuscito a uscire da casa dopo il confinamento, è dinvetata - mi ripeto - una vera e propria ossessione quella di immortalare i resti, ciò che il tempo ancora non ha cancellato del tutto, i pezzi di mura o di abitazioni in cui l'assenza dell'uomo è lampante e dà da pensare).

C'è un quartiere, qui vicino, fatto di tanti palazzi di 5 o 6 piani (costruiti durante il cosiddetto "boom del mattone" - e del business edilizio) completamente abbandonati. Fa impressione vedere come quello che, nel 2007 o nel 2008, era l'incarnazione di un ordine perfetto e futuro e ambito o vagheggiato da molti (mi compro l'attico, in una zona periferica, ma almeno vivo in uno spazio più grande dei soliti 30 metri quadrati del centro) sia diventato oggi l'emblema del disordine e della decandenza presente (gli appartamenti, ancora tutti invenduti, sono di fatto rimasti vuoti, non ci sono mobili, né suppellettili che attestino la presenza dell'uomo, solo le finestre, tutte ovviamente rotte, vuoi dal passare del tempo vuoi dagli atti vandalici).

Mi vengono in mente anche le Twin Towers (perché il quartiere di lusso di cui parlo è vicino a un palazzone che presenta due torri laterali che potrebbero evocare quelle americane). Ecco. Le Torri Gemelle sono state (sono e saranno per sempre, credo) l'emblema simbolico del XXI secolo del fatto che "ogni cosa edificata è destinata a crollare", anche quella che emana più prestigio, forza, bellezza, potenza (e i terroristi islamici estremisti non scelsero a caso il loro bersaglio).

Anche le due torri di questo palazzone che immagino sia popolato di uffici prima o poi cadranno o verranno abbattute per dare spazio ad altri palazzi, o ad altri uffici.

Ed è incredibile e pazzesco constatare come uno sguardo "anacronico" o "eterocronico" possa essere allenato proprio alla contemplazione della decrepitudine 'in potenza' dei luoghi del presente e di quella vissuta, realizzata appieno, fattasi carne, per così dire, dei luoghi del passato che, nonostante il peso del loro stesso passato, continuano a richiamare la nostra attenzione di testimoni oculari inermi di fronte a tanto sfacelo (quanti quintali di calcestruzzo ci saranno voluti per tirare su un palazzo di 5 o 6 piani in una zona della periferia prima praticamente desertica?).

Continuo a leggere e a godermi questo saggio sullo sguardo, mentre il calendario mi (ci) ricorda che è il primo d'agosto. Domani si torna in Italia, coronavirus permettendo...

martes, julio 28, 2020

Continuando ad aspettare l'evolversi degli eventi



Leggo dalla pagina Facebook dei fan di Nuccio Ordine una bella recensione dell'autore de L'utilità dell'inutile ad un saggio di Enrico Terrinoni intitolato Oltre abita il silenzio. Tradurre la letteratura (Milano, Il Saggiatore, 2019). Si tratta di un libro anomalo, a metà tra lo studio scientifico sul "tradurre" e la confessione autobiografica (e d'amore) attorno alla relazione (sentimentale e complessa) tra il traduttore (Terrinoni) e lo scrittore tradotto (James Joyce). Si chiede - giustamente - Nuccio Ordine: "Come si fa a tradurre l'intraducibile? Quanti anni, quanto sforzo, quanta umiltà ci vuole per tradurre in italiano romanzi come l'Ulysses o Finnegans Wake?" (cito a memoria e, dunque, non verbatim). Ed in effetti come si fa?

È da diversi mesi che ho portato a termine la traduzione di cento microracconti di un autore spagnolo quasi sconosciuto, ma molto apprezzato dagli happy few. Qualcuno lo definisce "el secreto mejor guardado de la literatura española de estos últimos años" (ovvero, "il segreto meglio conservato della letteratura spagnola degli ultimi anni"). È un autore che scrive racconti e romanzi fantastici, che sguazzano nell'irreale e nel surreale, ma lo stile che adotta per questo tipo di narrazioni è apparentemente piatto, quasi notariale, ed è stato difficile, a volte, tradurlo, proprio per mantere anche in italiano questa cifra stilistica così sua, così particolare, così apparantemente "neutra".

Intanto, Sandro Veronesi ha vinto davvero il Premio Strega e da parte de La Nave di Teseo (che, tra le altre cose, pubblica anche Nuccio Ordine) nessuna risposta; segnalavo loro una mia recensione positiva a Il colibrì (cfr. post di qualche tempo fa) e nulla, niente, il silenzio e uno si domanda (di nuovo): ma sarà il modus operandi standard di tutte le case editrici mettere a disposizione un'indirizzo email sapendo che tanto poi non risponderanno a nessuno (sia esso aspirante scrittore, romanziere rinomato, giornalista incuriosito o professore universitario di materie umanistiche?).

E allora, preso da sdegno, ho scritto di nuovo io, sapendo che non mi leggeranno o mi cestineranno ancora prima di aprire l'email e ho scritto loro per spiegare: a) che ero davvero e sinceramente felice della vittoria di Veronesi; b) che ero dispiaciuto da una tale forma di maleducazione cibernetica (nemmeno un'email di risposta automatica?) e che c) mi avevano un po' deluso, calcolando che sono stato sempre un loro fan e che ammiravo molti dei loro autori in catalogo (a partire da Nuccio Ordine, per passare da Veronesi e Umberto Eco).

E intanto, sono ancora qui che attendo l'evolversi degli eventi: se il coronavirus non ce lo impedirà all'ultimo momento, il 2 agosto tornerò in Italia e ci resterò fino al 28; poi, di nuovo, covid-19 permettendo, dovrei tornare qui, in questa casa in cui ho vissuto i 3 mesi del confinamento, in cui mi sono stressato tanto, in cui ho sofferto una terribile insonnia cronica, in cui mi sono drogato di tg e di notizie angosciantissime.

È il 28 luglio e mancano solo 4 giorni alla partenza e nell'attesa dell'evolversi degli eventi mi metto a guardare fuori dalla finestra: i lampioni accesi; un caldo asfissiante anche di notte (di giorno abbiamo raggiunto i 35 gradi); poche persone in giro; qualche luce accesa negli appartamenti di fronte; qualche foglia secca che sembra anticipare addirittura l'autunno...


martes, julio 14, 2020

Aspettando lo svolgersi degli eventi


Sono le ore 18:14 e, per la prima volta da diversi mesi, mi godo il silenzio di questa casa senza la prole attorno a far chiasso (grida, pianti, lamenti infantili immaginari che, a volte, hanno il potere di spingerci al suicidio o ad atti ancora più convulsi: tiro il computer dalla finestra o butto giù voi? Che famo? Dai, ora tocca a te! Ha fatto la cacca! No! Ma un'altra volta? Di nuovo? Non è possibile, cazzo! Ma cosa gli dai da mangiare a questa creatura? Gli "diamo", prego, non sono mica solo io quella che decide il menù del giorno, ti piacerebbe, vero?!).

E mentre il silenzio mi culla, leggo il bellissimo saggio The Story of Looking di Mark Cousins: un libro che illumina la mente, oltre agli occhi. Un saggio scritto con uno stile piano, un linguaggio non specialistico, ma ricco di spunti che ti spingono a riflettere, a prendere la matita per sottolineare alcune frasi che diventano quasi aforismi, porte che si aprono verso mondi di significato che prima intuivi soltanto, mentre ora, grazie al modo di guardare la realtà e le immagini di Cousins, riesci a osservare da un punto di vista inedito (una frase al volo, tra le tante su cui tornare a riflettere a lettura completata: "Una casa è piena di segreti visivi"; ed è così, accidenti, basta aprire il cassetto del comodino accanto al letto per scoprire mille enigmi intimi, scontrini di compere fatte chissà quando, biglietti del treno di quando ancora vivevamo in Italia e ci spostavamo lungo l'asse Firenze-Pisa - con diverse fermate a Empoli - o Firenze-Roma - con quello strano cartello di Orte; profilattici scaduti, metonimie di rapporti sessuali sognati e mai realizzati; calzini bucati di cui vergognarsi, se qualcuno li scovasse lì in mezzo a tutte quelle carte e foto di ex-amanti che a quest'ora chissà dove saranno e con chi e come avranno affrontato la pandemia di quasi 4 mesi).

Leggo e mi guardo attorno e assaporo questo silenzio, interrotto ogni tanto solo dal cinguettio degli uccellini in terrazza...

Poi un suo messaggio dal Whatsapp (dovrei tenere il cellulare a debita distanza, quando leggo un libro che mi prende così tanto, lo so, ma da quando siamo genitori, è più forte di entrambi, dobbiamo essere sempre reperibili l'uno nei confronti dell'altro, soprattutto quando l'altro è uscito in macchina con la prole per andare a fare la spesa al più grande centro commerciale della zona): "Non c'è Qualità Rossa, ti va bene lo stesso Lavazza Crema e Gusto?". Accontentiamoci. La vita è amara. Ma il caffè di marca italiana è cosa giusta e necessaria (è sempre cosa giusta e necessaria, soprattutto dopo una pandemia).

Il primo piano di una capra da un film di Tarkovskij (L'infanzia di Ivan?). E Mark Cousins si domanda: ma come ci guardano gli animali? E cosa vedono di noi? E come siamo soliti guardare noi gli animali? Com'è cambiato questo sguardo, nel corso dei secoli, oggi che non abbiamo quasi più contatti diretti con gli animali, se si eccettuano quelli da compagnia, come cani e gatti?

Ecco: sono queste le domande che si pone (e ci pone) uno come Cousins; domande che mi fanno venire in mente altri due saggi sulla fotografia (e sulla questione di come interpretiamo le immagini) altrettanto brillanti e che meritano il plauso di ogni lettore attento...Mi riferisco al Geoff Dyer di L'infinito istante. Saggio sulla fotografia (Torino, Einaudi, 2007) e al Joan Fontcuberta di La furia de las imágenes. Notas sobre la postfotografía (Barcelona, Galaxia Gutenberg, 2016). Due libri eccezionali che illuminano le (ancora oggi) molte zone d'ombra prodotte dalle immagini che creiamo o che abbiamo creato (nei secoli) attraverso una macchina fotografica. Che saggi! Che spasso!

E mentre aspetto l'evolversi degli eventi (potremo tornare in Italia? Ci lasceranno uscire dalla Spagna? Non è pericoloso? Non sono un po' troppi i nuovi focolai del coronavirus? Le autorità stanno davvero monitornando la situazione? È davvero tutto sotto controllo?), giro pagina e dopo il primo piano tarkovskijano della capra m'imbatto nel primo piano struggente e in lacrime di Marina Abramovic, l'artista contemporanea che ha inventato l'installazione (o "performance") The Arist is Present (al MOMA di New York, se non ricordo male, nel 2010). 

Sì, è lei. L'artista è davvero "presente": seduta per più di 700 ore, Marina si limita a guardare negli occhi tutti coloro che abbiano voglia di sedersi di fronte all'artista. E tra questi "tutti", non dimenticherò mai l'emozione della scena, ecco che spunta il suo ex-fidanzato, compagno di avventure e di scorribande artistico-rivoluzionarie giovanili. Questo Mark Cousins non lo dice, sono io che l'aggiungo e lo ricordo: quando Marina ri-apre gli occhi e se lo trova davanti, scoppia a piangere. Sono passati decenni dall'ultima volta che si sono visti, ma il passato non passa, se ci sono di mezzo i sentimenti (o se c'è stato di mezzo Eros). Marina piange e lui, il suo ex, gli stringe forte le mani, allunga le braccia verso di lei, come a volerle dire: "Ehi, stai tranquilla, sono qui per te, faccio il tifo per te, continua così, vai alla grande"... E noi piangiamo insieme a Marina. Anche in questo caso, è davvero tutta una questione di "sguardi".

martes, junio 23, 2020

CESENA-RIMINI


L’altro giorno mi è successa una cosa davvero strana e tenera ed emozionante. Una cosa che non mi aspettavo. Del tutto fuori luogo rispetto sia al momento sia allo spazio fisico in cui mi trovavo.

L’altro giorno, a mezzogiorno in punto, un amico italiano che vive in Spagna da più anni di me si è sposato con sua moglie, una spagnola, la tipica spagnola dalla pelle scura, gli occhi verdi bellissimi e luminosi, le curve al posto giusto e invitanti, il sorriso sempre molto accattivante sul volto… E mentre eravamo lì mezzo imbarazzati, perché nessuno sapeva bene se stringere la mano e abbracciare lo sposo e abbracciare o baciare la sposa (mentre partivano varie gomitate tra gli altri parenti e gli amici più stretti), ecco che mi ritrovo nel bar accanto al Municipio in cui si è svolto il rito civile e finisco proprio a pochi metri dallo sposo. E così, tra una birra e l’altra, gli chiedo quanto dista Cesena (la sua città natale) da Rimini (dove io e gli amici d’infanzia eravamo soliti andare in vacanza con il treno regionale che ci impiegava mezza giornata per attraversare mezza Italia). Una domanda assurda, sciocca, semplicissima, se vista con freddezza e dall’esterno. Ed ecco che lo sposo si emoziona: “Non è tanto distante, anzi, una trentina di chilometri, anche se…è una strada brutta, piena di curve…ho perso tre amici su quella strada…”. E da sotto gli occhiali da sole vedo che gli spuntano due lacrime, mi chiede scusa, si è davvero emozionato a ricordare gli amici morti sulla strada e allora, accidenti, provo a cambiare argomento, provo a stemperare la tensione: “Non ci pensare, dai, oggi bisogna festeggiare, oggi è il giorno del tuo matrimonio, dobbiamo ridere e non piangere” (parole vane, anche un po’ ipocrite, ma a volte ci vuole, l'ipocrisia a volte ci salva).

Lui si asciuga il volto con un fazzoletto. La sposa ci vede, fa una faccia stranita, si starà chiedendo perché suo marito stia piangendo, proprio ora, proprio oggi, proprio accanto a me, che sono un suo connazionale. E allora si avvicina, lo abbraccia  e lo bacia, davanti a me, che sorrido loro, evviva gli sposi, lei è convinta, è assolutamente certa che lo sposo piangeva dall’emozione per lei, per averla portata all’altare (anche se si sono uniti davanti al Sindaco e tramite il rito civile) e poi scoppia a ridere e ci propone di farci uno spritz, sì, proprio così, uno spritz in Spagna. Lo sposo mi dice di aspettarlo lì, entra nel bar e ne esce poco dopo con una bottiglia di Aperol. Beviamo, in nome dell’Italia e dei suoi sapori, dei suoi aperitivi tipici, e dei tempi in cui ci vivevamo entrambi…

Non dirò mai alla sposa il perché di quelle lacrime, ovviamente. E spero che lo sposo dimenticherà presto la mia piccola gaffe innocente. La distanza che separa Cesana da Rimini. I giochi sulla spiaggia. Il sole e il mare dell’estate.


martes, junio 16, 2020


Recensioni spontanee




Questa mattina una mia cara collega e amica romana mi scrive per avvisarmi che è stata appena pubblicata una mia recensione su Il colibrì di Sandro Veronesi su una rivista letteraria a tiratura nazionale e di origini partenopee. Vado a controllare ed in effetti eccola lì, la recensione, stampata in modo impeccabile (nella versione online della rivista; poi mi manderanno anche quella cartacea), con tre foto pertinenti: due dell’autore (entrambe in bianco e nero) e una del libro recensito (a colori, con quel giallo che sembra quasi fluorescente).

E allora mi sono chiesto cosa succederebbe se Sandro Veronesi un giorno, per caso, la leggesse; cosa ne penserebbe, visto che, pur essendo un suo fan, non è che mi sia sprecato in elogi o salamelecchi (salamelecchi? Diosanto, da quanti secoli non usavo un simile termine? Credo, comunque, che qui sia azzeccato).

E allora, non contento, ho scritto al suo editore, a La Nave di Teseo, e ho spiegato ai responsabili della stessa che mi sarebbe piaciuto far pervenire la recensione all’autore, dato che, tra l’altro, manca davvero poco per la consegna del prossimo Premio Strega e io ne sarei felice, ovvero, sarei davvero contento che a vincerlo fosse lui, Sandro Veronesi.

L’ho fatto non solo e non tanto perché davvero mi farebbe piacere che uno come Sandro Veronesi leggesse quanto ho avuto da (ri)dire del suo libro, ma anche e soprattutto per fare un piccolo esperimento: vedere se si conferma la leggenderia lentezza o mutezza degli editori nel (non) rispondere al povero malcapitato che si azzarda a porsi in contatto con loro…come se gli editori fossero dei Re inespugnabili ed intoccabili...

Ne parlai anni fa, proprio in questo "diario di bordo", se non ricordo male; tutti gli editori (e non solo quelli italiani) hanno una certa non celata tendenza a non prendere in considerazione nessuno che si provi a scrivere loro (e non mi riferisco ovviamente solo agli scrittori in erba o potenziali che, poverini, mandano i loro “parti” in attesa di riscontro e, magari, di pubblicazione – cosa difficilissima, chiedete ad Antonio Moresco, e leggete le sue bellissime e struggenti ed incredibili Lettere a nessuno, apparse per Bollati Boringhieri nel 1997 e poi ripubblicate e ampliate da Einaudi nel 2008 - per farvene un'idea).

E comunque: ormai il dado è tratto. Ormai il danno è fatto. Ormai ciò che ho (è) scritto è scritto e non si può più tornare indietro. E se poi quella recensione non dovesse leggerla nessuno, pazienza, non me ne farò un cruccio (cruccio?). E se poi davvero Sandro Veronesi dovesse vincere il prossimo Premio Strega, io ne sarò sinceramente contento. E felice per lui. Perché se lo merita. E perché credo che, tra i finalisti, sia quello che ha scritto il romanzo più interessante. E poi staremo a vedere se anche La Nave di Teseo si rivelerà una roccaforte inavvicinabile o se, al contrario, saranno più educati degli altri.

martes, junio 09, 2020

Letture a spizzichi (e bocconi)


In questi giorni di letture a spizzichi e bocconi (ormai è da mesi, forse proprio dall’inizio della pandemia, che non ho più modo di poter leggere in modo continuo e disteso, senza interruzioni e senza strilli di fondo), mi è arrivata un’email che mi ha risollevato un po’ la morale. Mi scrivono dagli USA (in questi giorni incendiati dalle sacrosante proteste e manifestazioni anti-razziste e in ricordo di George Floyd, il ragazzo nero ammazzato per soffocamento da un poliziotto americano bianco che gli ha tenuto sul collo il ginocchio per otto lunghi minuti e senza pietà) chiedendomi se me la sento di valutare un saggio che sarebbero pronti a pubblicare nella loro collana dedicata alla lingua e alla letteratura spagnola. Chi mi scrive è l’assistente dell’editore e ha un nome strano, Clovis, una donna, deduco. M’invia in allegato le prime 15 pagine del saggio in questione e le rispondo dicendo di sì, che questo libro promette, che mi sembra un’ottimo libro, dall’impianto serio e gli spunti interpretativi sul soggetto oggetto dell’analisi piuttosto originali. Nell’email Clovis mi anticipa anche che, se dovessi accettare l’incarico, mi verranno retribuiti 250 dollari da spendere in libri della loro casa editrice (non solo quelli che fanno parte della collana dedicata all’area ispanistica).

Ecco: ricevere un messaggio del genere in un periodo come questo (Clovis mi chiede anche come sto, augurandosi tutto il meglio per me e per i miei affetti più vicini), venire contattato da un’importante casa editrice americana per valutare e giudicare i contenuti di un saggio che parla di letteratura (e di teoria della letteratura), non può non fare bene all’animo. Uno non può non sperare che ci sia ancora una luce, in fondo al proverbiale e famoso tunnel. Uno non può non pensare che, toccato il fondo, dovremo per forza di cose risalire, lunga la scala dell’evoluzione culturale e sociale. Insomma, che certi ingranaggi e meccanismi ancora funzionino, nonostante i morti per coronavirus, e gli omicidi a sfondo razzista, e quelli a sfondo sessista, e quelli di matrice terrorista, e le guerre, e le razzie, e le ingiustizie più impensabili che tutti (più o meno) possiamo immaginare nel corso della nostra vita quotidiana (più o meno) al riparo dal dolore più cocente e distruttivo, ecco, che tutto ciò ancora accada, mi fa pensare che davvero non siamo giunti all’Apocalisse, che ancora non siamo sulla via dell’estinzione. Perché fino a quando l’uomo sentirà il bisogno di nutrirsi di libri, di cultura, di letteratura, di bellezza, insomma, ecco, fino a quando l’uomo avvertirà questo bisogno non commerciabile né pubblicizzabile come tutti gli altri oggetti che ci circondano, allora ci sarà ancora speranza su questo pianeta. E chissà che qualcuno non s’imbatta nel saggio su un autore spagnolo che io avrò valutato e giudicato in questi giorni di caos, incertezze e finto ritorno alla normalità (o alla “nuova normalità”, come dicono taluni con ipocrisia).


lunes, junio 08, 2020

Edoardo Albinati



In questi giorni di letture a pezzi, fatte nei pochi momenti di ozio e tranquillità, invece di leggermi tutti gli altri titoli dell'edizione di quest'anno del "Premio Strega", ho iniziato a leggere il tomo La scuola cattolica di Edoardo Albinati (con cui vinse proprio lo "Strega", nell'edizione del 2016) e non c'è modo di staccarmi dalla voce che l'autore è riuscito a inventare in questo romanzo.

Io Albinati non lo conosco; o meglio, l'ho sentito dal vivo solo una volta, in un incontro organizzato alla "Sapienza", quand'ero studente, o forse (perché non lo ricordo in modo netto e chiaro), in una conferenza organizzata in qualche Biblioteca pubblica, tra le molte di cui dispone Roma, fortunatamente.

Eppure, ecco, leggendolo, mi sembra di sentire la sua voce, proprio il timbro, il tono, l'accento, come se invece che leggerlo, lo stessi ascoltando mentre parla. E questa cosa non è dovuta solo ed esclusivamente al fatto che l'autore adotta una lingua che ha molto a che vedere con il "parlato", ovvero, con la "lingua orale", ma anche e soprattutto perché è stato in grado (e ci riescono in pochi) a plasmare tutto se stesso nella scrittura, per cui, alla fine, certi tic, certi modi di dire, certi vezzi, certi giri di parole e della frase, insomma, ti diventano familiari e ti viene da pensare che, ecco, solo Albinati può permettersi il lusso di scrivere certe cose ("Giriamo insieme questa pagina, dunque", mi sembra di ricordare che scriva alla fine di un capitolo; manco fosse Proust, e però sembra Proust, un Proust ironico e più metaletterario, ma Proust, in fondo in fondo, ovvero, un autore che - attraverso la maschera del narratore - si conquista, vincendo a man bassa, la fiducia del lettore, per cui a partire da un certo momento in poi l'autore - tramite questa maschera - può decidere d'intraprendere qualsiasi svincolo o sentiero narrativo e uno è disposto a seguirlo ovunuqe, anche in capo al mondo...).

Forse accadde proprio alla Biblioteca di San Lorenzo; forse alla "Basaglia", a Primavalle (ci facevo lezione da supplente, per un certo periodo della mia vita da precario); forse alla Feltrinelli di Largo Argentina, insomma, non ricordo il luogo concreto, ma sì ricordo che Albinati ci parlò della sua esperienza di insegnante d'Italiano nel carcere di Rebibbia. E mi colpì molto la sua umiltà (indossava una maglia bianca e un paio di jeans, con le scarpe da tennis - o forse erano le polacchine - e una giacca leggera perché era primavera, se non estate piena). Sì, mi sorprese che uno scrittore potesse parlare in quel modo dimesso, quasi sottovoce, con estrema chiarezza, ma anche con grande umiltà, del suo ruolo di insegnante e scrittore insieme, delle sue esperienze a contatto con i carcerati, con gente dalle vite spezzate o irrimediabilmente compromesse, dei suoi ricordi di ragazzo del Quartiere Trieste, una delle zone "bene" di Roma, che torna, prepotentemente, quasi come un altro personaggio protagonista, proprio nelle pagine di questo romanzo-monstre, un tomo di quasi 1300 pagine, un libro lunghissimo ed enorme, quasi osceno nella sua mastodonticità (si dice? Sto scordando pure l'italiano). 

E quindi, dicevo, ecco che mi ritrovo a leggere (a pizzichi e smozzichi, ma con grande passione e trasporto) La scuola italiana, un romanzo che, a partire da un fatto di cronaca (nera) realmente accaduto, parla di tutto: dell'amore, del sesso, del tradimento, della famiglia, della memoria, della politica, della violenza, della paura, della borghesia, dell'oblio, della moda, dei rapporti uomo e donna, dell'eterna guerra tra i sessi, della religione e di Dio, del peccato e dell'assenza del senso del peccato, della possibilità della scrittura di aiutarci a capire, anche se nessuno conosce se stesso, è questo che dice il narratore, a un certo punto, contraddicendo il famoso detto socratico.

E allora bravo, Edoardo Albinati, per averlo scritto, questo "mostro". E grazie per aiutarci a capire, anche se siamo coscenti che non capiremo mai niente del tutto e per sempre.


miércoles, mayo 27, 2020

Come la morte. E come la vita

Oggi è morta nonna. La mia nonna materna. La madre di mia madre. Una seconda madre, per me, quand'ero bambino e adolescente e giovane alle prime armi.
Ricordo ancora la quantità industriale di panini con la Nutella che mi preparava quando giocavamo a calcio (per ore ed ore) nel campetto vicino casa sua. Ricordo anche quando nonno si arrabbiava con lei per delle scemenze. E ricordo il suo sorriso paziente (come va, nò? Eh, i dolori, i dolori me se magnano, era la sua risposta standard negli ultimi 5-6 anni).
Mia nonna è morta a 94 anni. E non è morta di coronavirus, bensì di vecchiaia. Mia madre - avvisata da mia zia - è accorsa a casa sua all'ora della colazione e l'ha trovata con la faccia schiacciata sul pavimento, il viso nero, le braccia aperte, ancora in pigiama. Stava per fare colazione. È quello che ha dedotto mia madre, vedendo sul tavolino i biscotti e la tazza del caffelatte ancora tiepido.
Non riesco a immaginare il dolore che deve aver sentito mia madre al momento di scoprire il corpo della madre riverso sul pavimento della cucina in quel modo osceno. Non ci riesco proprio. E non riesco a immaginare la scena successiva, quando mia madre avvisa mio padre e tra lui, il vicino di casa (un uomo sulla sessantina piuttosto corpulento ed ex-carabiniere) e una zia di secondo grado non riescono a risolevvarla né a spostarla di un centimetro. Un peso morto, si dice. E in questo caso, questa mattina, a casa di mia nonna, lei era questo, proprio un peso morto.
Fino a quando non è arrivato mio cugino, che era legatissimo alla nonna, e non si sa bene come né grazie a quale immane sforzo o a quale forza sovrannaturale, è riuscito non solo a sollevare il cadavere da terra, ma addirittura a metterselo sulle ginocchia (una Pietà al contrario: come se Cristo appoggiasse sulle gambe il corpo morto della Madonna).
Non riesco e non oso immaginare i pianti. Quelli di mio cugino, ma anche quelli di mia madre e di sua sorella, mia zia. 
Questa mattina alle 8:30, mentre si apprestava a fare colazione, come tutti i giorni, mia nonna, autonoma e indipendente a 94 anni suonati, è morta di colpo, per un infarto fulminante. E mia madre spera solo questo: che non si sia accorta di nulla; che non si sia resa conto di essere crollata a terra in quel modo così scandaloso e così poco confortante, così umiliante, per una che, nonostante il bastone, è riuscita a camminare, a farsi da mangiare e a lavarsi da sola per tutti questi anni.
Questa mattina alle 8:30 io ero in viaggio per tornare a casa e poter caricare in macchina la mia bici da montagna. E quando ho appreso la notizia da mia sorella (che piangeva come una disperata), ho provato a non piangere e ci sono riuscito. Quando si è alla guida è pericolosissimo piangere. E così sono tornato a destinazione. Ho scaricato la bici dal bagagliaio e sono corso al mare. E da lì ho guardato un gruppo di surfisti che cavalcavano le onde del mare e ho finalmente pianto, pensando a mia nonna, a mia madre, a mia sorella e a mio cugino. E a tutti coloro che domani potranno darle l'estremo saluto. Mentre io sono qui e, purtroppo, dovrò accontentarmi di una videochiamata per salutare i parenti più stretti.
Questa mattina alle 8:30 mia nonna è morta. Mentre in mille altri ospedali del mondo morivano altri anziani vittime del virus. E mille surfisti cavalcavano le onde di un mare che ci circonda tutti e sembra non avere fine. Come la morte. E come la vita.

jueves, mayo 14, 2020


Brutti scherzi





L'insonnia gioca brutti scherzi: l'altra notte, alle 2:00 di notte, mi sono ritrovato a guardare la programmazione della tv italiana su TV, sorrisi & canzoni, una rivista che mio padre acquistava religiosamente ogni settimana senza mai mancare nemmeno un appuntamento in edicola.
Ricordo che mio padre si portava la rivista in bagno: quando ne usciva, la adagiava sul mobile dell'ingresso, affinché anche gli altri abitanti della casa potessero usufruirne.
Era bello "pre-vedere" cosa avrei potuto guardare in tv, la sera: c'è stato un periodo della mia adolescenza durante il quale ritagliavo le locandine (in miniatura) dei film che più mi appassionavano o che più m'ispiravano. A volte erano classici che sarebbero andati in onda molto tardi, su Rai3, a Fuori Orario, uno dei programmi più cinefili del Mondo (sia sempre lodato Enrico Ghezzi, uno degli intellettuali più illuminanti che ci siano in Italia).
E poi ricordo i film che mandava in onda Tele+ (quando c'era ancora Tele+, ovvero, lo Sky di oggi), tutte prime visioni e film d'autore che anelavo e che - lo sapevo bene - non avrei mai potuto vedere fino a quando mio padre non avesse ceduto il telecomando a noi subalterni (monopolizzando la sala in cui c'era il televisore collegato al satellite e alla pay-tv, aveva il controllo di tutto).
E poi mi sono messo a guardare Cielo dalla pagina web pirata che ho scovato ultimamente: che canale simpatico, Cielo! Dalla mezzanotte in poi mandano in onda filmetti "porno-soft" o commedie italiane scollacciate che, ormai, a distanza di tanti anni, fanno davvero tenerezza.
E poi mi sono messo a scrivere un pezzo di un diario di bordo che sto scrivendo su un'agenda, a mano. E sotto l'influsso del covid-19 e il ricordo recente della fase 0 e del massacro, m'è venuta questa finta poesia (o "poesia non poesia") che mi fa arrossire, per quant'è brutta e poco poetica, ma che, al contempo, mi sembra piuttosto realista (perché credo  che fotografi bene l'attuale situazione):


Poesia in quarantena

Strade vuote, deserti urbani
su cui l’erba torna a spadroneggiare
indifferente ai passaggi dei pedoni,
morti vivi tutti in fila,
per acquistare i beni
della prima e dell’ultima
necessità.
Sorrisi nascosti dalle mascherine di stoffa
per chi finge di non indossarla
e chi l’indossa e si sforza
di portarla con dignità.
Le bici sfrecciano veloci sull’autostrada
che conduce verso altri lidi, altri sogni.
I vecchi balbettano battute
che non fanno più ridere.
Le madri portano a spasso
i loro pargoli felici e ignari del fatto
che il mondo ci sta
crollando
addosso.
Richiamo voci dall’Ade:
“State bene?”.
La retorica vacua si sperde
nei mille rivoli di rame
della fibra ottica.
Tentenna il Sistema mentre
i telegiornali ci assicurano
coi colori dell’arcobaleno
che “andrà tutto bene”.
E lo ripetiamo in coro dai balconi:
“Andrà
tutto
bene”.
Scandiamo le parole,
come se all’improvviso
le parole stesse avessero di nuovo
una certa importanza.
Il virus gioca a nascondino.
Le persone muoiono
o si ammazzano
perché hanno perso
il lavoro,
perché hanno perso
la pazienza,
perché hanno perso
la dignità.
Mattarella ci sprona
e quanta tenerezza fa
quella sua chioma bianca
così folta e così blanda.
Che un barbiere abbia pietà di lui.
Che un boia abbia pietà di noi.
Strade deserte e vuote
all’orizzonte.
Si sente il profumo del sugo buono,
questa domenica mattina
di questo primo di maggio
di questo duemilaventi
senza precedenti.
“Andrà tutto bene”,
ha scritto su un foglio A4
un bimbo e mostra orgoglioso
il frutto del suo lavoro.
La bandiera della pace
verrà stesa su molte bare.
I camion dei militari
finiranno allo sfascio
così come noi stiamo
finendo allo sbando.
Strade vuote, deserte, cupe,
senza gente e senza senso.
Quanti giorni? Tanti. Troppi,
ripete mia madre dalla videochiamata.
Troppi giorni, tanti.
Tanti morti, troppi.
È il ritornello di questi giorni
di quarantena senza speranza. 

E infine mi sono imbattuto in una notizia che mi ha lasciato a bocca aperta (erano ormai già le 3:14 del mattino): Salman Rushdie ha appena pubblicato il suo ultimo romanzo; titolo: Quichotte (Ramdom House, 2019). Mi butto a capofitto nella lettura di un paio di recensioni: è proprio così, l'autore dei famosi Versetti satanici ha ri-scritto (o preteso di ri-scrivere) il capolavoro cervantino, adattandolo alla contemporaneità di questi primi vent'anni di questo XXI secolo... E penso che non lo comprerò mai un libro di questo tipo e che, tutt'al più, lo prenderò in prestito in biblioteca, quando arriverà alla biblioteca più vicina a casa. Cervantes, che ha inventato tutto, partendo dalle macerie della letteratura commerciale della sua epoca, non lo si può emulare. E chi ci prova, corre il rischio concreto di banalizzarne la potenza parodica e ironica e umoristica e comica. L'inarrivabile Cervantes. L'immortale Don Quijote. Uno di quei classici che non smetterà di far parlare di sè, anche nei secoli a venire, come dimostra Rushdie, che ha deciso di rimetterlo in cammino lungo la strada dell'avventura distopica.

E infine, verso le 4:00 del mattino, sono crollato sul letto. Senza fare rumore. Per non svegliare la prole.

lunes, mayo 04, 2020

Fase 2



Dunque, da oggi 4 maggio 2020, in Italia, inizia la cosiddetta "fase 2". Mio fratello, da Roma, m'invia prima una foto dal tribunale, in cui si vedono degli astronauti intenti a disinfettare gli spazi con una specie di disserbante, e poi un video in cui si vede una fila d'auto lunga chilometri in attesa di entrare in un McDrive...Chi gira il video commenta, giustamente: "Altro che covid-19, noi ci meritiamo l'estinzione!". E uno si domanda: ma possibile che l'italiano medio abbia così urgenza di andare a mangiare le schifezze prefritte e preconfezionate del McDonald invece di andare a farsi un giro per prendere una boccata d'aria? Gli stranieri ci invidiano la nostra cucina eccelsa. E nella capitale c'è chi, scattata l'ora "X", si butta in macchina per andarsi a comprare un hamburger fatto secondo lo stile dei fast-food americani...

La stanchezza m'impedisce di rispondergli. Poi è il turno di mia madre, che mi fa la telecronaca dal tg che sta guardando in quel momento: "Dice che quelli che arrivano a Napoli dal Nord devono fare la quarantena di 15 giorni; dice pure che all'arrivo gli misurano la febbre; dice che De Luca sta incazzato nero".

Infine, è il turno di mia sorella: "Non puoi capire che ansia. I marciapiedi pieni. Io non ci sono mica più abituata a tutta questa gente che gira". 

Le chiedo se almeno indossano la mascherina e i guanti: "Sì", mi risponde col fiato in gola: "Ma io ho paura lo stesso".

La stanchezza mi proibisce di continuare la videochiamata. Io e la mia compagna di sventure ci regaliamo una cenetta sfiziosa a base di gamberetti, salmone affumicato e insalata russa. Il tutto accompagnato da un'ottimo vino bianco della Galizia e da un vermut di quelli che bastano pochi bicchieri per iniziare a contemplare Venere e le stelle. Sdrucciolo su una parola spagnola che non mi viene. Lei ride. Le faccio il solletico e ride ancora di più (ma fai piano che la prole dorme...uh...sta prole che palle!).

Poi, il divano sfatto, i cuscini a terra, i giocattoli alla rinfusa, ci mettiamo a guardare la gente che passa dal balcone. Sono le 23:00, ma sembra quasi mezzogiorno. In Spagna l'uscita dalla quarantena è scandita da tempi cronometrati a seconda delle fasce d'appartenenza: si può fare sport o dalle 6:00 alle 10:00 o dalle 20:00 alle 23:00. I genitori possono portare a spasso i bambini dalle 16:00 alle 19:00. E se non erro, gli anziani sono in libera uscita dalle 10:00 alle 12:00 e dalle 19:00 alle 20:00, prima che le strade vengano prese d'assalto dai "runners" (ma non esiste una parola in spagnolo o in italiano per dire "runners"? I corridori non va bene?).

Rientriamo seminudi in salone e accendo il pc. Ho da poco scovato una pagina web che mi permette di guardare la Rai e molti altri canali italiani in chiaro e gratis. Su "Cielo" m'imbatto in una scena molto cruda: una giovane donna si spoglia per fare sesso con un giovane muscoloso davanti al marito che, per una frazione di secondo, resta immobile e non dice una parola. Poi però si arrabbia e da uno schiaffo alla moglie e morde all'orecchio l'amante. C'è una forte colluttazione, poi è la moglie ad avere la meglio: uccide a sangue il legittimo sposo con un attizzatoio in ferro battuto. L'uomo giace a terra in una pozza di sangue, con il cervello sparso sul pavimento.

Ma la stanchezza mi fa chiuedere gli occhi contro il mio volere (dai, andiamo a letto, che poi ti lamenti che dormi poco e soffri d'insonnia...tu l'insonnia te la provochi, dammi retta).

Scopro che si tratta di Lady Macbeth (2016) di tale William Oldroyd. E che è un film basato su Lady Macbeth del distretto di Mcensk...Coincidenze della vita e della lettura: il titolo non mi è nuovo. Dove ne ho sentito parlare? Ma certo, sempre lui, Walter Benjamin! Ne parla nel suo saggio su "Il narratore" e Leskov. Di fatto, scopro che si tratta di una novella di Lesvok del 1865. E come faccio a vivere senza andare a cercarla e a leggerla? Come si fa ad andare a dormire senza fare almeno il tentativo di trovarne una copia su internet? Un pdf? Un Word? Qualcosa?

E come prosegue il film? Ho visto la scena "clou" e poi? Sposerà quel giovane muscoloso? Verrà messa in prigione? Si pentirà? Verrà perseguitata dal fantasma della vittima, come accade a Macbeth, nella famosa opera shakespeariana? E Leskov, per la sua novella, s'ispira a Shakespeare? 

Ecco che l'insonnia si appropinqua con passo felpato. Ci risiamo...

 Diario di viaggio (da Barcelona all'Abruzzo, passando dai laghi - di Como e di Garda) 2/8/2026 Partiti alle ore 10:00 dalla città del S...