viernes, septiembre 18, 2020
martes, septiembre 08, 2020
8/9/2020
E
così, oggi compio 43 anni. Ancora non ci credo. Mi sembra irreale, anche
perché, mentalmente (come succede a tanti, come succede a molti miei coetanei),
di anni me ne sento 24 o, al massimo, 26. E dovrebbe essere tempo di bilanci.
Ma non ce la faccio più a fare i bilanci. Vorrei imparare a vivere alla
giornata. Basta fare programmi. Basta calcolare tutto al millimetro. E se gli
articoli che ho nel cassetto non appariranno mai; se il libro che ho tradotto
da poco non vedrà la luce; se tutte le conquiste accademiche che uno rincorre
non arriveranno mai, ebbene, non fa niente, non è più un problema, non voglio
più farne un problema, non sarà affatto un problema (“puoi sempre aprire un’edicola
o andare a lavorare in una biblioteca”, mi dice per scherzare, ma poi nemmeno
tanto). Si vive una vita sola. Ce lo diciamo tutti, chi piú chi meno, anche se
poi pochi fanno tesoro del detto. Nemmeno un virus di dimensioni e letalità
mondiali ci ha fatto migliorare o ci ha spinto a riflettere su chi siamo, su
cosa vogliamo fare su questo pianeta, su dove possiamo andare e dove sarebbe
bene fermarsi.
E
allora lascio stare i bilanci e mi dedico a godermi il tramonto. E, dopo i 30
km di turno fatti in bicicletta, mi dedico a farmi una bella doccia, anche solo
per il gusto d’indossare il bellissimo accappatoio nuovo (ed elegante) che mi
ha regalato la mia compagna di avventure. E domani andiamo al cinema, a vedere Tenet, l’ultimo di Christopher Nolan, se
si può. E prima del cinema, una pizza nella nostra pizzeria preferita. Sempre
se si può, nonostante la distanza sociale e le mascherine d’obbligo. 43 anni,
ragazzi…
lunes, agosto 31, 2020
Nostoi (o dei ritorni)
martes, agosto 11, 2020
Approdi (italiani): Antonio Moresco e il suo ultimo canto (quello degli alberi)
E così, dal 2 agosto del 2020 fino al 28 agosto dello stesso anno, avrò la certezza di stare (di sostare, di vivere temporalmente) in Italia, il mio paese, la mia nazione, la base da cui tutto è cominciato, includendovi in questo tutto anche il virus (l'altro giorno l'ho spiegato ai miei ospiti spagnoli, dopo aver oltrepassato Piazza della Repubblica: "Lo vedete quell'hotel lì? Si chiama Grand Hotel Excelsior e lì pernottarono i primi 2 casi di coronavirus della capitale, due cinesi che sono stati poi ricoverati allo Spallanzani e si sono salvati, sapete?". Qualcuno mi chiede cosa significhi "Spallanzani". Fingo di non aver sentito la domanda, propongo di tornare indietro, di prendere Via Nazionale e di scendere fino ai Fori Imperiali).
Ricalpesto i prati, le strade, gli asfalti delle città in cui sono stato felice (come la capitale, appunto, che conosco a memoria, ma anche come la città sui monti abruzzesi in cui ho passato l'infanzia e l'adolescenza e parte della prima giovinezza, o la città sulla costa adriatica in cui ho assaporato per la prima volta il sapore della salsedine sulla pelle e l'odore della brezza sulle labbra) e mi risento subito a casa, subito felice, gioioso, allegro, energico, con il cuore davvero ricolmo di gratitudine (e dobbiamo essere tutti davvero grati, di poter essere ancora vivi, di averla scampata bella, dopo tanto dolore e dopo il confinamento).
Poi smetto di fare da guida turistica e in libreria acquisto l'ultimo libro di Antonio Moresco, Canto degli alberi (Sansepolcro, Aboca, 2020), mentre in edicola acquisto l'ultimo albo della serie regolare di Diabolik e Eva Kant. Io sono Eva, che è un numero speciale dedicato alla dolce metà del famoso criminale in calzamaglia.
Mi riservo per i momenti di calma la lettura dei due fumetti, mentre apro subito la prima pagina del libro di Moresco, un libro che è difficile definire "romanzo", ma non è neppure un "reportage" del confinamento da covid-19, ma nemmeno una sorta di "autobiografia" scritta in diretta dal confinamento, no, è tutte queste cose insieme e nessuna di esse...
E leggo a p. 70 qualcosa che mi fa pensare sia al mio ultimo post (sulla mia ossessione nel fotografare le rovine o i luoghi abbandonati e in rovina) sia alla tremenda esplosione di un deposito di grano nel porto di Beirut che ha causato centinaia di morti e che potrebbe causare una nuova guerra civile nel Libano e nelle zone limitrofe:
"Le borse crollano. Le economie collassano. Solo poche settimane di epidemia hanno mostrato tutta la fragilità del sistema economico su cui si regge la vita della nostra specie su questo pianeta, la sua feroce astrazione, la sua follia. Ciò che si riteneva invincibile, che si poneva come dimensione unica che fagocitava e annichiliva tutte le altre, a cui ogni altra cosa era e doveva essere sottomessa, è tenuto in scacco da un microscopio invasore chimico che ha lo stesso andamento virale della nostra specie e delle sue strutture psichiche, sociali e mentali" (id., p. 70).
Un'amica libanese mi spiega che è proprio a causa del confinamento (imposto dal governo per frenare l'espansione dei contagi) che ci sono stati così tanti morti: moltissimi i suoi amici e parenti che si sono ritrovati sbattuti contro le pareti di casa, di un ufficio, di un supermercato con le mascherine ancora addosso, a causa del "lockdown"...E si domanda cosa sarebbe successo se la gente non fosse stata colta da questa nuova bomba atomica in perfetto stile Hiroshima rinserrata nelle proprie case, ma a spasso e in giro per le strade di Beirut...
Poi continuo a leggere ed è incredibile come Moresco sia capace di ribaltare il Mondo e le prospettive che crediamo di avere sullo stesso: l'anonimo narratore (che sembra coincidere con l'autore) si ritrova bloccato nella sua casa di Mantova, la sua città natale, e cammina per le strade deserte di notte interrogando gli alberi. Che cos'è un albero? Come fanno gli alberi a crescere perfino dai muri e sulle statue? Cosa fanno le radici, mentre i rami e le foglie si diramano nello spazio aereo? Che connessione c'è (o ci può essere) tra lo spazio aereo di queste parti dell'albero e le radici, che sono le proboscidi più nascoste e più caparbie nella lotta di espansione nel - e attraverso il - sottosuolo?
Sono arrivato a p. 124. Ma non ho le forze per andare avanti, oggi, nella lettura. Ripenso al post scritto qualche tempo fa, ispirato a una frase di Maurice Cousins, e ripenso al disastro di Beirut. Ripenso ai miei, che hanno sofferto anche loro il confinamento, esattamente come Moresco a Mantova, e penso che io a Mantova non ci sono mai andato. Il virus è ancora tra di noi, circola, come si suol dire. E l'Italia è ancora un paese meraviglioso in cui poter viaggiare e contemplare una natura e dei paesaggi davvero da film. Gli alberi pensano e sono saggi. E chissà che noi non si debba apprendere qualcosa anche dagli alberi, oltre che dallo stesso Antonio Moresco.
Domani, però, leggerò Diabolik. Non posso continuare a deprimermi in questo modo.
sábado, agosto 01, 2020
martes, julio 28, 2020
martes, julio 14, 2020
martes, junio 23, 2020
CESENA-RIMINI
L’altro
giorno mi è successa una cosa davvero strana e tenera ed emozionante. Una cosa
che non mi aspettavo. Del tutto fuori luogo rispetto sia al momento sia allo
spazio fisico in cui mi trovavo.
L’altro
giorno, a mezzogiorno in punto, un amico italiano che vive in Spagna da più
anni di me si è sposato con sua moglie, una spagnola, la tipica spagnola dalla
pelle scura, gli occhi verdi bellissimi e luminosi, le curve al posto giusto e
invitanti, il sorriso sempre molto accattivante sul volto… E mentre eravamo lì
mezzo imbarazzati, perché nessuno sapeva bene se stringere la mano e
abbracciare lo sposo e abbracciare o baciare la sposa (mentre partivano varie
gomitate tra gli altri parenti e gli amici più stretti), ecco che mi ritrovo
nel bar accanto al Municipio in cui si è svolto il rito civile e finisco
proprio a pochi metri dallo sposo. E così, tra una birra e l’altra, gli chiedo
quanto dista Cesena (la sua città natale) da Rimini (dove io e gli amici
d’infanzia eravamo soliti andare in vacanza con il treno regionale che ci
impiegava mezza giornata per attraversare mezza Italia). Una domanda assurda,
sciocca, semplicissima, se vista con freddezza e dall’esterno. Ed ecco che lo
sposo si emoziona: “Non è tanto distante, anzi, una trentina di chilometri,
anche se…è una strada brutta, piena di curve…ho perso tre amici su quella
strada…”. E da sotto gli occhiali da sole vedo che gli spuntano due lacrime, mi
chiede scusa, si è davvero emozionato a ricordare gli amici morti sulla strada
e allora, accidenti, provo a cambiare argomento, provo a stemperare la
tensione: “Non ci pensare, dai, oggi bisogna festeggiare, oggi è il giorno del
tuo matrimonio, dobbiamo ridere e non piangere” (parole vane, anche un po’
ipocrite, ma a volte ci vuole, l'ipocrisia a volte ci salva).
Lui
si asciuga il volto con un fazzoletto. La sposa ci vede, fa una faccia
stranita, si starà chiedendo perché suo marito stia piangendo, proprio ora,
proprio oggi, proprio accanto a me, che sono un suo connazionale. E allora si
avvicina, lo abbraccia e lo bacia,
davanti a me, che sorrido loro, evviva gli sposi, lei è convinta, è
assolutamente certa che lo sposo piangeva dall’emozione per lei, per averla
portata all’altare (anche se si sono uniti davanti al Sindaco e tramite il rito
civile) e poi scoppia a ridere e ci propone di farci uno spritz, sì, proprio
così, uno spritz in Spagna. Lo sposo mi dice di aspettarlo lì, entra nel bar e
ne esce poco dopo con una bottiglia di Aperol. Beviamo, in nome dell’Italia e
dei suoi sapori, dei suoi aperitivi tipici, e dei tempi in cui ci vivevamo
entrambi…
Non
dirò mai alla sposa il perché di quelle lacrime, ovviamente. E spero che lo
sposo dimenticherà presto la mia piccola gaffe innocente. La distanza che
separa Cesana da Rimini. I giochi sulla spiaggia. Il sole e il mare dell’estate.
martes, junio 16, 2020
martes, junio 09, 2020
Letture a spizzichi (e bocconi)
In
questi giorni di letture a spizzichi e bocconi (ormai è da mesi, forse proprio
dall’inizio della pandemia, che non ho più modo di poter leggere in modo
continuo e disteso, senza interruzioni e senza strilli di fondo), mi è arrivata
un’email che mi ha risollevato un po’ la morale. Mi scrivono dagli USA (in
questi giorni incendiati dalle sacrosante proteste e manifestazioni
anti-razziste e in ricordo di George Floyd, il ragazzo nero ammazzato per
soffocamento da un poliziotto americano bianco che gli ha tenuto sul collo il
ginocchio per otto lunghi minuti e senza pietà) chiedendomi se me la sento di
valutare un saggio che sarebbero pronti a pubblicare nella loro collana
dedicata alla lingua e alla letteratura spagnola. Chi mi scrive è l’assistente
dell’editore e ha un nome strano, Clovis, una donna, deduco. M’invia in
allegato le prime 15 pagine del saggio in questione e le rispondo dicendo di
sì, che questo libro promette, che mi sembra un’ottimo libro, dall’impianto
serio e gli spunti interpretativi sul soggetto oggetto dell’analisi piuttosto
originali. Nell’email Clovis mi anticipa anche che, se dovessi accettare
l’incarico, mi verranno retribuiti 250 dollari da spendere in libri della loro
casa editrice (non solo quelli che fanno parte della collana dedicata all’area
ispanistica).
Ecco:
ricevere un messaggio del genere in un periodo come questo (Clovis mi chiede
anche come sto, augurandosi tutto il meglio per me e per i miei affetti più
vicini), venire contattato da un’importante casa editrice americana per
valutare e giudicare i contenuti di un saggio che parla di letteratura (e di
teoria della letteratura), non può non fare bene all’animo. Uno non può non
sperare che ci sia ancora una luce, in fondo al proverbiale e famoso tunnel.
Uno non può non pensare che, toccato il fondo, dovremo per forza di cose risalire,
lunga la scala dell’evoluzione culturale e sociale. Insomma, che certi
ingranaggi e meccanismi ancora funzionino, nonostante i morti per coronavirus,
e gli omicidi a sfondo razzista, e quelli a sfondo sessista, e quelli di
matrice terrorista, e le guerre, e le razzie, e le ingiustizie più impensabili
che tutti (più o meno) possiamo immaginare nel corso della nostra vita
quotidiana (più o meno) al riparo dal dolore più cocente e distruttivo, ecco,
che tutto ciò ancora accada, mi fa pensare che davvero non siamo giunti
all’Apocalisse, che ancora non siamo sulla via dell’estinzione. Perché fino a
quando l’uomo sentirà il bisogno di nutrirsi di libri, di cultura, di
letteratura, di bellezza, insomma, ecco, fino a quando l’uomo avvertirà questo
bisogno non commerciabile né pubblicizzabile come tutti gli altri oggetti che
ci circondano, allora ci sarà ancora speranza su questo pianeta. E chissà che
qualcuno non s’imbatta nel saggio su un autore spagnolo che io avrò valutato e
giudicato in questi giorni di caos, incertezze e finto ritorno alla normalità (o alla
“nuova normalità”, come dicono taluni con ipocrisia).
lunes, junio 08, 2020
miércoles, mayo 27, 2020
Oggi è morta nonna. La mia nonna materna. La madre di mia madre. Una seconda madre, per me, quand'ero bambino e adolescente e giovane alle prime armi.
Ricordo ancora la quantità industriale di panini con la Nutella che mi preparava quando giocavamo a calcio (per ore ed ore) nel campetto vicino casa sua. Ricordo anche quando nonno si arrabbiava con lei per delle scemenze. E ricordo il suo sorriso paziente (come va, nò? Eh, i dolori, i dolori me se magnano, era la sua risposta standard negli ultimi 5-6 anni).
Mia nonna è morta a 94 anni. E non è morta di coronavirus, bensì di vecchiaia. Mia madre - avvisata da mia zia - è accorsa a casa sua all'ora della colazione e l'ha trovata con la faccia schiacciata sul pavimento, il viso nero, le braccia aperte, ancora in pigiama. Stava per fare colazione. È quello che ha dedotto mia madre, vedendo sul tavolino i biscotti e la tazza del caffelatte ancora tiepido.
Non riesco a immaginare il dolore che deve aver sentito mia madre al momento di scoprire il corpo della madre riverso sul pavimento della cucina in quel modo osceno. Non ci riesco proprio. E non riesco a immaginare la scena successiva, quando mia madre avvisa mio padre e tra lui, il vicino di casa (un uomo sulla sessantina piuttosto corpulento ed ex-carabiniere) e una zia di secondo grado non riescono a risolevvarla né a spostarla di un centimetro. Un peso morto, si dice. E in questo caso, questa mattina, a casa di mia nonna, lei era questo, proprio un peso morto.
Fino a quando non è arrivato mio cugino, che era legatissimo alla nonna, e non si sa bene come né grazie a quale immane sforzo o a quale forza sovrannaturale, è riuscito non solo a sollevare il cadavere da terra, ma addirittura a metterselo sulle ginocchia (una Pietà al contrario: come se Cristo appoggiasse sulle gambe il corpo morto della Madonna).
Non riesco e non oso immaginare i pianti. Quelli di mio cugino, ma anche quelli di mia madre e di sua sorella, mia zia.
Questa mattina alle 8:30, mentre si apprestava a fare colazione, come tutti i giorni, mia nonna, autonoma e indipendente a 94 anni suonati, è morta di colpo, per un infarto fulminante. E mia madre spera solo questo: che non si sia accorta di nulla; che non si sia resa conto di essere crollata a terra in quel modo così scandaloso e così poco confortante, così umiliante, per una che, nonostante il bastone, è riuscita a camminare, a farsi da mangiare e a lavarsi da sola per tutti questi anni.
Questa mattina alle 8:30 io ero in viaggio per tornare a casa e poter caricare in macchina la mia bici da montagna. E quando ho appreso la notizia da mia sorella (che piangeva come una disperata), ho provato a non piangere e ci sono riuscito. Quando si è alla guida è pericolosissimo piangere. E così sono tornato a destinazione. Ho scaricato la bici dal bagagliaio e sono corso al mare. E da lì ho guardato un gruppo di surfisti che cavalcavano le onde del mare e ho finalmente pianto, pensando a mia nonna, a mia madre, a mia sorella e a mio cugino. E a tutti coloro che domani potranno darle l'estremo saluto. Mentre io sono qui e, purtroppo, dovrò accontentarmi di una videochiamata per salutare i parenti più stretti.
Questa mattina alle 8:30 mia nonna è morta. Mentre in mille altri ospedali del mondo morivano altri anziani vittime del virus. E mille surfisti cavalcavano le onde di un mare che ci circonda tutti e sembra non avere fine. Come la morte. E come la vita.
jueves, mayo 14, 2020
lunes, mayo 04, 2020
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