martes, marzo 31, 2020


Tutto Poe


In una vecchia intervista (e in molte altre, rilasciate nel corso degli anni), Tiziano Sclavi, l’inventore di Dylan Dog, afferma di aver letto tutto Poe all’età di 6 anni. Leggendo i suoi romanzi e i primi albi della serie del famoso personaggio a fumetti, possiamo credergli.

In questi giorni assurdi, di incubi ad occhi aperti ed insonnia ed incubi ad occhi chiusi, non so bene nemmeno perché, mi sono rimesso a leggere tutto Poe (cosa che avevo già fatto a 14 anni, quando ancora non conoscevo Sclavi). E mi sono accorto del fatto che Edgar Allan ha già inventato tutto, per ciò che concerne il genere thriller, horror e surreale.

Una cosa che colpisce è lo spazio. Edgar Allan Poe è bravissimo a contagiarci (verbo oggi fin troppo abusato e temuto) l’ansia e l’angoscia esistenziale che esperimentano i suoi personaggi a partire dai luoghi che ricrea o che costruisce con la penna e l’immaginazione; Poe è un bravissimo architetto che ri-crea gli spazi reali o verosimili in cui l’ansia e l’angoscia esistenziale che colpiscono i suoi personaggi esplode fino a coinvolgere anche il lettore empirico.

Diciamo pure che è lo spazio a dare la sensazione di una determinata fobia o un determinato modo di patire la paura e il terrore (senza essere dei teorici della letteratura: potrebbe essere plausibile ricostruire le varie fobie che Poe illustra e narrativizza proprio a partire dagli spazi che cita e ri-crea nel suo universo di finzione).

In William Wilson (bellissimo trattato sul tema del “doppio”) è la scuola-orfanotrofio in cui il protagonista incontra il suo sosia a dettare il senso di claustrofobia e di alienazione che lo stesso associa al suo compagno di classe (nato perfino lo stesso giorno! Cioè, i due non si somigliano solo per l’aspetto fisico, ma anche per circostanze legate alla propria biografia). L’ambiente in cui i due si conoscono è descritto come una sorta di carcere di massima sicurezza. E non basta trasferirsi in un’altra città (Oxford, Cambridge, etc.) per cambiare set esistenziale dell’azione: anche in questi casi, il narratore ci parla di stanze buie e fredde, spazi claustrofobici nei quali il suo forte appetito per il piacere (sessuale, gastronomico, alcolico, etc.) sembra non avere fine né pace. Quanto più si trova costretto a vivere “al chiuso” tanto più aumenta questo senso disinibito del peccato a tutti i costi (fino a quando William Wilson non farà la sua apparizione finale catartica).

In La caduta della casa Usher lo spazio è il vero protagonista della storia, come ricorderanno gli amanti dello scrittore americano. Tanto è vero che il nobile che vi abita (amico d’infanzia del narratore) riconosce di essere caduto in depressione (o in una sorta di stato d’apatia totale) per colpa delle pietre, delle stanze, degli specchi e dei tendaggi dell’enorme mansione in cui vive insieme alla sorella (anche lei malata, ma di tubercolosi, a quanto pare). Qui lo spazio determina tutto il ritmo della narrazione, fino al terremoto finale, quando la stessa casa degli Usher sembra sprofondare nel lago in cui, all’inizio del racconto, si specchiava in modo tetro.

Ne L’uomo della folla – forse uno dei racconti più belli e affascinanti di Poe, oltre che uno dei più enigmatici – è la strada, o meglio, le strade di Londra a diventare personaggio fondamentale. La narrazione è affidata in prima persona singolare a un uomo di mezza età che passa il tempo a spiare gli altri passanti dalla finestra della sua locanda favorita. Convalescente da una febbre che lo ha tenuto a letto per molto tempo, una volta che decide di poter uscire di casa, s’intrattiene proprio nella contemplazione dei volti e dei gesti, dei vestiti e delle espressioni degli anonimi passanti. Fino a quando non s’imbatte nel volto di un anziano (sui 65 anni) che cattura subito la sua attenzione e lo spinge ad inseguirlo senza farsi notare. L’uomo spia il vecchio nel suo girovagare apparentemente senza senso per il centro della città, fino ad arrivare (di notte) nella zona più periferica e malfamata, quella in cui vivono i poveri e gli alcolizzati. Non sapremo mai chi sia questo anziano, né perché ossessiona così tanto il narratore. Le strade diventano labirinti nei quali ognuno di noi può perdere la percezione della propria identità.

Ne Il pozzo e il pendolo la vittima della Santa Inquisizione è in attesa di subire una morte atroce. Senza capire bene dove si trova, per colpa dell’oscurità tremenda che lo avvolge, questo povero cristo scoprirà di essere prigioniero all’interno di una sorta di cella dal cui soffitto pende una lama gigantesca che si muove come fosse un pendolo che segnala lentamente, ma inerosabilmente, l’ora della morte. Qui lo spazio è davvero claustrofobico: leggiamo e sentiamo che ci manca l’aria e che, al posto del protagonista, preferiremmo morire d’infarto piuttosto che attendere la fine del viaggio della lama che pende sul nostro collo e sulla nostra testa come una spada di Damocle.

Ancora non ho riletto Il gatto nero, né Il barile di Amontillado, né La verità sul caso del signor Valdemar, Il cuore rivelatore, né Una discesa nel Maelstrom, ma è evidente che in tutti questi racconti meravigliosi lo spazio è uno dei motori centrali che fa partire e accelelare la pulsazione del cuore dei lettori. E chissà perché Baudelaire sentì tanta passione per l’opera di Poe. E chissà se Poe avrebbe scritto ciò che ha scritto se non fosse stato schiavo dell’alcol e di quello stato d’animo distaccato e plumbeo che potremmo definire come lo “spleen” baudelairiano.

domingo, marzo 29, 2020


Canto di D'Arco (2019) di Antonio Moresco: la fine di un ciclo




Ho finito Canto di D’arco, di Antonio Moresco. E come si fa ora a parlare di un romanzo che non assomiglia a nessun altro romanzo scritto prima da nessun altro essere umano? Come si fa a parlarne in un momento come questo, quando l’Italia è in piena crisi sanitaria e, a breve, anche economica? Come si fa a parlare di letteratura di qualità quando la realtà più impellente ci fa sentire quasi in colpa per non essere sommersi in quella stessa crisi?

Non lo so. E però una cosa è certa: Moresco si spinge molto oltre, molto al di là delle Colonne d’Ercole del genere romanzesco; vola alto, talmente alto da coinvolgere nella sua narrazione estrema la luce e il buio; le stelle e i manichini da sposi; gli dèi e gli assassini di bambini; l’amore spirituale e quello carnale; la morte concepita come fine della vita e la vita vista come l’altra faccia della morte; insomma, è davvero complicato per me spiegare come Canto di D’arco viene quasi a suggellare l’intero universo narrativo che Moresco ha costruito ne Gli increati, ovvero, ne Gli esordi (1998), in Canti del caos (2009) e, appunto, ne Gli increati (pubblicato nel 2015 e che poi è diventato il titolo con cui l’autore ha nominato e inglobato l’intera trilogia).

Leggermente irritante in alcuni brani in cui si ripetono ad inifinitum gli stessi termini ossimorici (luce / oscurità; vita / morte; prima / dopo), spesso sconcertante per gli scenari che riesce a mostrarci, scenari che fanno pensare al contempo alle visioni ultraterrene dantesche della Commedia e a quelle di Kubrick in 2001: Odissea nello spazio, Moresco allarga ancora di più, se possibile, i confini del genere “romanzo” per convogliarvi la lotta antagonica (e ancestrale) tra l’essere umano e ciò che è conoscibile e, in quanto tale, dicibile (forse è la poesia il genere per eccellenza in cui questa lotta occupa il primo piano; Moresco è poeta, in tal senso, proprio perché si preoccupa di una questione che sembra attenere di più al genere lirico che a quello romanzesco).

Il lettore si ritrova così proiettato in tre diversi abissi: dalla città dei morti (perché D’Arco, quando comincia la sua narrazione, lo fa da morto) alla città dei vivi, per poi concludere (ma è davvero una “conclusione”?) nelle molte città di confine, essendo il concetto stesso di confine non solo molto relativo, ma generatore, a sua volta, di nuovi e sconfinati confini.

Come fosse un nuovo William Blake, Moresco non trema né teme di sfiorare l’inverosimile, proprio perché in questi romanzi il verosimile è un limite da scavalcare attraverso una potenza immaginativa che non si arresta davanti a nulla, che non teme il ridicolo, che non scade mai (mai) nel kitch (solo uno che sciommiottasse lo stile di Moresco potrebbe scadervi, infatti, e in modo inevitabile; ma lui, l’autore originale, il vero creatore di questo stile, no).

Cosa colpisce di questo romanzo, dunque? Oltre allo stile, che richiede uno sforzo non da poco al lettore, proprio perché si tratta di un periodare strambo, non quotidiano, anche se caratterizzato da un lessico apparentemente “umile”, e oltre ai contenuti filosofici che innervano la trama (la vita vista non solo e non tanto “dopo la morte”, ma come “passaggio” in cui la morte è “già-sempre-presente”), ciò che colpisce, dicevo, è il carattere del protagonista: D’Arco è uno sbirro che ammette di non essere molto intelligente; è uno sfigato che gira con le scarpe da tennis consumate, con una giacca di pelle scucita, con dei jeans strappati. È uno che, quando cala la notte, prima di rincasare è solito mangiare un kebab e bere una birra nello stesso bar di periferia di sempre. È uno che compatisce e stringe amicizia con un garagista, uno che di notte non dorme mai e che, per far passare il tempo, è solito guardare dvd porno e masturbarsi. D’Arco è uno che s’innamora perdutamente di Quella, una ragazza bellissima trovata per caso all’interno di un cassonetto dell’immondizia. È uno che ha un capo che gli affida sempre missioni impossibili. Ma D’Arco (che non ha un nome, solo questo cognome che potrebbe rimandare al David Bowman – l’arciere – del succitato 2001: A Space Odissey) accetta senza fiatare, anche se si stupisce e si pone domande che non trovano subito risposta. D’Arco, di fatto, è uno che si sorprende e si fa molte domande su tutto, anche sulla sua incapacità di capire cosa sta facendo o cosa sta osservando e, dunque, anche, cosa sta narrando.

Come tutti i romanzi di Moresco, anche questo ci trasmette una profonda pietà e una certa simpatia verso un perdente, che, però, si fa vincente, perché, appunto, accetta sempre le sfide, a testa alta, anche se sa che perderà (o che potrebbe rimetterci addirittura la vita). E forse anche Moresco è così: uno che ha aspettato molti anni prima di riuscire a pubblicare il primo libro e che, nonostante tutti gli ostacoli, nonostante i molti no, e le porte sbattute in faccia, nonostante le critiche, è riuscito poi a dare il meglio di sé, attraverso la scrittura e la letteratura intese non come qualcosa di bello o di rassenerante, di comodo o di puramente estetico, bensì come gli strumenti più utili e idonei per cercare di ampliare la conoscenza che noi in quanto umani abbiamo della realtà che ci circonda, di quella che ci portiamo dentro e dell’incontro (e dello scontro) tra l’una e l’altra realtà. Fino a porre in dubbio perfino la capacità della scrittura e della letteratura di dire questi misteri e questi enigmi abissali. Fino a perderci la testa e la stabilità mentale (è come se a un poeta si chiedesse di scrivere un componimento sui neutrini o sulle ultime costellazioni scoperte dalla NASA; si può scrivere poesia a partire dall’astronomia? La risposta è sì, se si ha l’ardire e la forza di arrivare fino alla fine del Canto di D’arco). Sono molti i brani che ho sottolineato, perché mi hanno turbato, perché mi hanno emozionato o, più semplicemente, perché mi sono sembrati davvero sorprendenti. E se in alcuni casi la narrazione si fa “pura domanda retorica”, come in questo caso:

“A cosa serve la vita se ci vuole la morte per giustificarla? A cosa serve il bene se ci vuole il male per giustificarlo e a cosa serve il male se ci vuole il bene per giustificarlo? E a cosa servono la vita e la morte e il bene e il male se non si sa neppure se vengono prima o se vengono dopo, se possono venire prima solo se vengono dopo e possono venire dopo solo se vengono prima…?” (p. 205),

in altri casi la questione si fa più scottante e riguarda noi tutti in quanto abitanti della Terra, come in quest’atto di denuncia che sembra descrivere (in parte) cosa ci sta succedendo ora che il coronavirus ci ha fatti barricare in casa e ci ha obbligati a privarci della libertà di movimento per non causare la morte degli altri:

“Le donne ingannano gli uomini, gli uomini ingannano le donne, le donne e gli uomini sin ingannano tra di loro e tutti ingannano se stessi. In realtà non credono in niente, credono solo nella loro ingordigia e in ciò che gonfia i loro corpi, le loro menti e le loro anime, hanno bisogno di stordirsi con la loro ipertrofia genitale e la loro tecnologia, con droghe e alcol, con la loro idolatria economica e finanziaria, il loro cinismo, la loro frustrazione e la loro paura, hanno solo bisogno di non vedere, si mettono tutti d’accordo per non vedere, tutta la loro cosiddetta civiltà con le sue narrazioni è solo un motore imballato che gira a vuoto, una valanga di copertura per non vedere, perché se no crollerebbe tutto il castello di sabbia che hanno costruito per nascondere la loro paura della morte, perché hanno terrore della morte, ne hanno terrore perché credono che venga dopo e non prima…” (p. 164).

Se citassimo fuori dal suo contesto questo brano, potremmo pensare che a scriverlo sia stato il papa. Moresco, dopo essere stato in procinto di farsi prete, è passato a militare nei gruppi di estrema sinistra nel corso degli anni 70 e 80. Poi pare sia sopravvissuto facendo lavori saltuari e tutti precari, tra cui il facchino e il portiere di notte (l’ho letto al volo da qualche parte, sarà vero? Non saprei dire, ma siccome anch’io ho fatto entrambi questi lavori, la notizia mi rende l’autore ancora più amico, ancora più vicino).

Sì, potrebbe essere un brano da leggere urbi et orbi da una Piazza San Pietro deserta. E invece fa parte di un romanzo falsamente poliziesco e surrealisticamente di fantascienza che s’intitola Canto di D’Arco, che è uscito l’anno scorso e che parla dell’Umanità tutta agli inizi di questo XXI secolo.

lunes, marzo 23, 2020

A Ghost Story (2017) di David Lowery: quando anche i fantasmi si perdono


In questi giorni tremendi di migliaia di vittime a causa del coronavirus, si prova a farsi forza anche a suon di arte: un buon romanzo, un film che ci cattura, una canzone che ci evoca momenti felici, un quadro che continua ad intrigarci sono tutti mezzi utili per staccare la spina dell'ansia quotidiana, oltre che per provare ad evadere da una realtà fin troppo cruda (e crudele).

E così, decido di vedere per la seconda volta in vita mia un film "horror" atipico qual è A Ghost Story di David Lowery. È un film del 2017 e che io scoprii quasi per caso in un congresso sul "gotico" grazie ad un collega che faceva una sorta di ripasso cronologico del genere all'interno dell'intera storia del cinema. 

A Ghost Story è un film che colpisce perché - senza temere il ridicolo o l'effetto kitch - mette in scena la storia di un fantasma rappresentato nel modo più tradizionale possibile: un essere nascosto sotto un lenzuolo, con due fori per gli occhi (vedono i fantasmi attraverso gli occhi? Hanno davvero ancora gli occhi i fantasmi?) che si aggira nel mondo, apparentemente senza fissa dimora.

In realtà, il fantasma si ritrova subito nella casa in cui abitò con la fidanzata (o è sua moglie?), sopravvissuta nonostante il lutto e il dolore estremo causato dall'incidente che le ha portato via il ragazzo (o è suo marito?).

Passa il tempo e questo povero cristo è costretto ad assistere alla routine di una donna allo stremo; l'osserva mentre ascolta le canzoni che scrisse quando il compagno era ancora in vita; la contempla di notte, quando si butta sul letto, in preda ad un pianto inconsolabile. La guarda impotente anche quando sembra che stia per rifarsi una vita, quando un ragazzo la riaccompagna a casa e gli chiede se può restare (ma lei lo manda via, non se la sente di profanare il letto in cui ha fatto l'amore con chi, purtroppo, non c'è più).

Questo film ci colpisce e ci emoziona perché ci obbliga ad assumere il punto di vista di chi, pur essendo presente, non può toccare i vivi, non può baciare la sua compagna, non può tornare indietro nel tempo per evitare di morire in uno stupidissimo incidente stradale. "Fantasma" è chi è lì, presente, ma, al contempo, assente, perché nessuno lo vede né può toccarlo; lo si può sentire, questo sì, soprattutto quando, all'arrivo di una famiglia ispanoamericana, decide che è ora di far sloggiare i nuovi inquilini (e comincia a frantumare i piatti della cucina, con conseguente spavento e fuga di tutti).


A Ghost Story ci mostra - con lirismo e una colonna sonora davvero bella - l'estrema malinconia che nutre chi continua a essere testimone delle azioni dei vivi e sa che prima o poi anche loro moriranno.



E ci mostra anche come perfino i fantasmi possano smarrire la strada di casa, se si lanciano da un grattacielo del futuro e precipitano nelle praterie dei primi anni della conquista del West. 

La storia di un fantasma che ha (ri)perso la strada di casa; ecco, è qui che si concentra l'essenza di un film che può spingerci fino alle lacrime, soprattutto quando si arriva alla conclusione, quando, finalmente, il fantasma riesce ad afferrare il biglietto che l'amata rimasta in vita gli ha lasciato nell'intercapedine di un muro della casa in cui sono stati felici. 



A Ghost Story è davvero una delle più sconvolgenti riflessioni sul tempo che abbia mai visto in formato di cinema. Una girandola triste, nostalgica, malinconica e piena di poesia che ci insegna che non è mai facile (è quasi sempre impossibile) dirsi certe cose nei tempi giusti e che, a volte, ci vuole tutta l'eternità per arrivare a capire il senso di certi messaggi.

Proprio per questo, A Ghost Story è un film da vedere, soprattutto ora che siamo obbligati a stare reclusi dentro le mura delle nostre case.
Evento annullato

Nel bel mezzo della catastrofe, una collega di Roma m'invia un'email: in quanto membro della Società Dante Alighieri, sono invitato a partecipare come giurato (insieme agli altri soci regolarmente iscritti) del "Premio Strega". Non mi sembra vero: ogni scusa è buona pur di distrarsi, di perdere di vista (anche solo per mezz'ora, per pochi minuti) il disastro internazionale del coronavirus... 

Dobbiamo scegliere tre nominativi e spiegare anche perché  li abbiamo scelti. Nell'elenco, riconosco subito Sandro Veronesi (di cui ho scritto anche in questo diario virtuale e anche a proposito del suo ultimo romanzo, Il colibrì) e Gianfranco Carofiglio (di cui non ho mai letto nulla, sebbene mio fratello, avvocato, me lo abbia consigliato) e Silvia Ballestra, la mitica autrice de La guerra degli Antò (da cui è stato tratto uno dei film a me più cari, anche perché legato emotivamente all'epoca degli studi universitari). E poi c'è anche Valeria Parrella, di cui ho letto soltanto Lo spazio bianco, se non ricordo male, e altri scrittori di cui non ho mai sentito il nome...

E fa un certo effetto navigare sul sito della Einaudi e vedere quanti eventi letterari, quante presentazioni di libri, quante giornate sono state soppresse e cancellate per colpa del coronavirus... "Evento annullato", recita la didascalia, sotto il titolo dell'evento, della presentazione, della giornata...

Penso anche all'intervista e alla presentazione del libro di uno scrittore spagnolo che avrei dovuto svolgere la settimana scorsa; alle letture con le mie "donnine" (tutte anziane, tutte sopra i 75 anni e, perciò, assolutamente costrette a restare a casa); alle semplici chiacchierate con le amiche che condividono la stessa passione per i libri; ai congressi spostati a data da desintarsi (uno in Svezia, dove non sono mai andato e dove avremmo dovuto andare insieme io e la mia compagna di viaggi il prossimo giugno...ma chissà, appunto, chissà se si farà davvero).

Questa pandemia ha messo in evidenza quanto relativi siano i nostri impegni, il nostro lavoro, le nostre passioni, dinanzi ai morti che vengono portati via sui camion dell'Esercito; dinanzi ai malati che riempiono le corsie di ospedali pieni fino all'inverosimile; dinanzi ai medici e agli infermieri che fanno turni massacranti e, a volte, stringono forte la mano di chi esala l'ultimo respiro, perché non ce la fa più a respirare, e muore solo, senza nemmeno l'ultimo, estremo saluto di un familiare...

Sono giorni d'incubo a occhi aperti, questi, giorni in cui leggere "Evento annullato" fa quasi tenerezza, quando in giro, nel mondo, ci sono migliaia di altri eventi "annullati" e quando in giro, nel mondo, ci sono tante, troppe vite che sono annullate per colpa di un microrganismo che ci sta insegnando l'umiltà, lo spirito di squadra, il bisogno, appunto, di riorganizzare le nostre priorità vitali.

domingo, marzo 08, 2020

Il coronavirus o della fragilità umana 


Se c'è una cosa che il fenomeno "coronavirus" ci insegna (o potrebbe insegnarci) è il prendere coscienza della nostra enorme, incredibile, assoluta fragilità in quanto esseri umani e, dunque, mortali (non bisogna scomodare Heidegger per scoprire che "siamo-esseri-per-la-morte").

E fa un certo effetto vedere certi quartieri di Roma completamente deserti, come se un'epidemia mortale avesse già sterminato gli abitanti del luogo; come se l'Apocalisse fosse già arrivata (e, anzi, fosse già terminata).

Passeggio lentamente con la prole smuovendo il passeggino all'ora del crepuscolo (l'ora più poetica della giornata, a mio modesto parere) e mi sento come il protagonista di quel bellissimo romanzo che è The Road (2006): l'uomo che si dona al figlio pur di non farlo morire ammazzato da orde di barbari; l'uomo primitivo che - alla fine della civilità - si trova costretto a ripartire da zero e a re-imparare ad affrontare gli ostacoli che gli frappone la natura avversa (la pioggia, la neve, il freddo, l'oscurità più impenetrabile) e che lotta con gli elementi proprio affinché il figlio non cada a terra e diventi massa preda dei soprusi dei cattivi (loro sarebbero i buoni: ma come segnare il confine tra i cattivi e i buoni in un mondo senza più legge come quello che Cormac McCarthy disegna nel suo capolavoro distopico?).

Guardo gli altri bambini spagnoli che giocano a calcio spensierati e immagino come sarà questo campetto tra 100 o 200 anni; osservo le bimbe che si dondolano e ciondolano da uno scivolo e mi domando fino a quando quel ferro rimarrà così lucido e intatto, ovvero, fino a quando non verrà corroso dalla ruggine. 

Vedo due vecchiette sulla sedia a rotelle portate a spasso da due badanti giovani e belle, truccate e coi jeans attillati (probabilmente latinoamericane). E mi domando fino a quando continueranno ancora a smuovere quelle carrozzine con le ruote da grandi, fino a quando ancora coloro che trasportano non diverranno semplici corpi senza più vita né respiro, liberi di riposare in pace (si spera).

Insomma, non c'è angolo di mondo che non interpreti dal punto di vista del pessimista che crede davvero che la fine sia vicina. E non oso immaginare quanto questo pensiero (o questo tipo di punto di vista) non sia in circolo in Italia in un momento come questo, quando Fiorello e Jovanotti, quando giornalisti e medici, sindaci e dottori specialisti non si stancano di ripetere le solite frasi: "State a casa; evitate di uscire; evitate di diffondere il virus; lavatevi bene le mani; se tutti fanno la loro parte, potremo farcela e vincere questa battaglia".

E come si fa a non pensare all'Italia, al proprio paese, quando si vive all'estero e i mezzi di comunicazione di massa s'ingegnano (e s'impegnano) a martellarti con continui comunicati ansiogeni sul numero crescente dei morti e dei contagiati.

Poi guardo la prole e vedo che sorride. È apparso il tramonto: un cielo che da rosso diventa arancione e poi quasi viola; un paesaggio da togliere il fiato. La bellezza della natura in un mondo che ci sorpasserà (perché questi tramonti ci saranno anche quando noi - mortali - ce ne saremo andati). La bellezza di una natura che non smettiamo di maltrattare e che, ciononostante, ci regala di questi spettacoli ogni giorno (basta saper guardare e alzare lo sguardo dai cellulari o dalle mille distrazioni che ci bruciano i neuroni). La bellezza di un mondo che ora molti vivono come prigione, perché è così che diventa il mondo quando ti dicono che è pericoloso anche andare fuori a fare la spesa, quando i cinema, i teatri, i musei, le scuole e le Università sono chiuse per decreto del Presidente dei Ministri. La bellezza che perdura e resiste e che non conosce virus di sorta e che sta lì, disponibile per tutti coloro che sappiano coglierla al volo e che sanno darle il giusto valore. Siamo mortali, certo, e proprio per questo dovremmo essere in grado di capirla la bellezza, anche quando sembra che tutto vada in malora (come quando il padre del ragazzo di The Road lo rassicura e gli ricorda che lui è lì, che ci sarà sempre, che sarà sempre al suo fianco - anche se dovesse essere l'ultimo gesto che compirà in vita; esserci, far sentire la propria presenza, in procinto del trapasso finale).

P.S.: erano anni che la lettura di un romanzo non mi provocasse così tanti incubi; erano anni che non sentivo l'urgenza di comprare la versione originale del romanzo stesso (oltre a quella in italiano e in spagnolo). McCarthy, che grandissimo scrittore...

sábado, febrero 29, 2020

Panico a Napoli


Dopo quasi due mesi, grazie a un congresso organizzato dagli amici (e colleghi) dell' "Orientale", si torna a respirare l'aria d'Italia. La propria terra. La patria. Le radici. La lingua materna. L'utero da cui si è fuorisciti e a cui si aspira sempre a tornare.

All'atterraggio ci misurano la febbre con una sorta di pistola laser puntata sulla fronte: posso passare, non ho il coronavirus...meno male...

In città, per il centro storico, è facile imbattersi in intere famiglie con la mascherina sulla bocca. Per un attimo, mi sembra di essere precipitato ad Atlanta (Georgia, USA), sul set di The Walking Dead...

Il chiasso, la musica e le risate napoletane (con il bellissimo lungomare sul Golfo e l'imponente Vesuvio a fare da guardiano sullo sfondo) non riescono ad attutire l'atmosfera di terrore muto (o panico serpeggiante) che si respira in città. 

Mentre faccio il mio intervento (e noto che il collega di Letteratura Francese prende appunti e quello di Letteratura Italiana si appresta ad alzare la mano per farmi una domanda - verterà su Eugenio Montale e l'influsso dello stesso sul poeta spagnolo di cui parlo), contemplo il mare brillante, luccicante, bellissimo di Napoli (il tramonto è una visuale che toglie il fiato: c'è gente che viene da Torino che non può evitare di scattare foto a go go).

Poi si torna in albergo: noto solo ora che la manutenzione degli ascensori è affidata a una ditta il cui capo si chiama "A. Panico"... La collega napoletana che ha organizzato il congresso mi fa notare che a Napoli quel cognome si pronuncia con l'accento tonico sulla penultima sillaba: "Panìco"... Dormo più tranquillo.

La mattina dopo è l'ora di tornare a Capo di Chino (o non si scriverà forse tutto attaccato? Capodichino? Inizio a perdere il mio italiano; durante l'intervento tremavo all'idea di sbagliare parole, di confendere il lessico, d'inventare neologismi (si dice "mutevolezza" o "mutezza"? Treccani salvaci tu). Di nuovo, scene apolattiche, persone in fila in silenzio che evitano addirittura lo sguardo dell'altro; i cinesi si tengono in disparte, sanno di venire giudicati in questi giorni di follia e insensatezza; mancheranno poche ore a che la frittata si ribalti e saremo noi italiani quelli da tenere a debita distanza.

Faccio appena in tempo a comprare Studiolo, un saggio di Giorgio Agamben che mi attira subito per l'immagine di copertina e appena uscito da Einaudi. Si vede Noè disteso, come fosse ubriaco, attorniato da almeno 4 personaggi (chi sono? Perché Noè è seminudo? Dorme il sonno degli ubriachi o il sonno dei santi?).

Atterro a Valencia e i giornali cominciano a parlare del virus che inizia a propagarsi in Italia: al rientro al lavoro, alcuni colleghi mi chiederanno informazioni utili e altri eviteranno di salutarmi o di abbracciarmi. Chi è ora l'appestato? I cinesi o gli italiani?

Alle 18:30 ho lezione. Entrando in aula mi accorgerò di avere tra gli studenti una cinese e due ragazzi di Taiwan. Il mondo è davvero un villaggio globale. E non si salva proprio nessuno.

Poi scatta la fase della nostalgia: vedi Napoli e poi muori. E poi sogni di tornarci. Napoli: che grande bellezza!

lunes, febrero 17, 2020

Walter Benjamin infinito



In questi giorni strani (per motivi che non voglio stare qui ad elencare) sto leggendo Iluminaciones (Madrid, Taurus, 2019), un bellissimo libro che raccoglie "il meglio" dei saggi scritti da un "mostro della Natura" quale fu Walter Benjamin.

Il titolo è davvero azzeccato perché ogni pagina di Benjamin funziona come un'illuminazione della mente sulla realtà che ci circonda. Non c'è tema che non assuma una nuova luce dal momento in cui Benjamin vi rivolge il suo sguardo attento e pieno di sana curiosità e il suo acume sottile e articolato: che parli di fotografia, o di moda, o di letteratura, o di critica letteraria, che scriva di Kafka o di Proust, di Brecth o di Goethe, Benjamin è in grado di mettere a fuoco le questioni più "scottanti" dello scibile umano e della filosofia (così come la intendiamo dai tempi di Platone ed Aristotele) con uno stile mai banale, sempre sull'orlo dell'enigma e, soprattutto, sempre utile a risvegliare nel lettore il desiderio di conoscere.

Ecco come definisce lo stile di Proust, a proposito della sua sintassi: "Nilo del linguaggio che penetra, per fruttificarle, nelle profondità della verità".

Ecco cosa si domanda dopo aver analizzato la differenza tra il dagherrotipo e la fotografia così come la si comincia ad utilizzare dopo la Rivoluzione Industriale e dopo aver illustrato l'arte di Eugène Atget: "Ma non è per caso ogni angolo delle nostre città un luogo del crimine? Non è ogni pedone un criminale? Non deve per caso il fotografo - discendente dell'augure e dell'aruspice - scoprire la colpa nelle immagini e segnalare il colpevole?" (mi viene in mente Blow Up, il film di Michelangelo Antonioni tratto da un racconto geniale di Julio Cortázar...).

Ecco cosa dice del linguaggio: "Linguaggio non significa solo comunicazione di ciò che è comunicabile, ma anche ciò che costituisce il simbolo dell'incomunicabile" (e penso ai "giochi linguistici" di cui parla Ludwig Wittgenstein nelle sue Ricerche filosofiche...).

Walter Benjamin non delude mai; e proprio come Marcel Proust, ci permette di penetrare da nuove angolutare il velo delle apparenze e di illuminare anche se in minima porzione l'immensa oscurità in cui camminiamo a tentoni.

jueves, febrero 06, 2020

1917 di Sam Mendes: di cosa siamo capaci nei momenti di massima crisi



Dopo tanto, riesco a staccarmi dalla prole e dalla mia compagna d'avventure: ne avevo proprio bisogno, la famiglia stressa e porta ad un tale livello di esaurimento nervoso che, a volte, per il bene degli stessi membri che ne fanno parte è bene allontanarsene, sparire per un po', svanire come se una nebbia spessa ci avesse inghiottiti.

Afferro la bici, sollevato al pensiero di andare al cinema e, quindi, di passare finalmente 2 ore completamente da solo (chi diventa genitore sa quanta importanza assume la solitudine e quanto prezioso diventa il silenzio; soltanto chi ha figli piccoli sa quanto queste due cose diventino cruciali, nella vita di un essere umano).

E allora mi butto a capofitto verso il cinema più antico del centro storico della città del Sud del Sud della Spagna in cui mi trovo e mi preparo a guardare 1917, l'ultimo film di Sam Mendes, il regista di un capolavoro come American Beauty...che io vidi a Roma, nel lontano 1999, e che ancora oggi ricordo, per alcune scene perturbanti e davvero ben girate...

Lasciando da parte il pregio tecnico del film (la fotografia, il montaggio, i lunghissimi piani-sequenza di cui parlano tutti i critici cinematografici più aggiornati, gli attori, insomma, tutto ciò che contribuisce a fare di un film un gran film), c'è un aspetto che colpisce più di ogni altro: 1917 ci mostra tutto il peggio e tutto il meglio di cui siamo capaci nei momenti di crisi, quando non c'è più tempo per la retorica o la cortesia e la morte mette a repentaglio la vita...

Il film ci mostra una crisi che abbiamo vissuto nel corso della Storia (e che molti di noi, per fortuna, non hanno mai visto dal vivo): la guerra, in quanto evento politico che deve risolvere con la forza (e migliaia di vittime) un nodo o un problema vissuto come insormontabile o irrisolvibile.

E ci mostra ciò di cui siamo capaci in guerra in due scene che a me sono rimaste impresse negli occhi e nella memoria...


Nella prima vediamo uno dei due soldati inglesi protagonisti nell'atto di aiutare un soldato tedesco ad uscire dalla carlinga del suo aereo appena abbattuto; l'altro commilitone esegue gli ordini dell'amico e va a prendere dell'acqua da porgere al tedesco le cui gambe hanno rischiato di andare a fuoco; il commilitone si volta e vede che il tedesco ha appena pugnalato a tradimento l'amico; dalla pancia fuoriesce il sangue del povero illuso, del militare che crede nell'onore e nel rispetto del nemico e che, per questo suo estremo e assurdo gesto d'altruismo, ci rimetterà la sua stessa vita.

Nella seconda scena, girata in notturno, vediamo questo stesso commilitone che si è salvato nascondersi dai nemici in una sorta di scantinato. Dentro vi trova una giovane donna francese che accudisce una neonata di pochi mesi.
Il soldato decide di lasciarle tutte le sue provviste affinché si sfamino entrambi; la donna gli spiega che il bambino può bere solo latte; il soldato gli offre proprio il latte che è riuscito a custodire come fosse oro all'interno della sua borraccia. E se ne va.

Sia nel primo che nel secondo caso ci troviamo di fronte a due gesti "estremi": quello di un soldato che accetta di salvare la vita al nemico, perdendo la sua contro ogni aspettativa e ogni patto di lealtà; e quello di un militare che accetta di privarsi di ogni fonte di nutrimento, compreso il latte, per dare da sfamare a una bimba appena nata e alla giovane che l'accudisce.

Ecco: io credo che è proprio in guerra (e in altre situazioni di crisi estrema) che l'essere umano può arrivare a toccare il fondo e può scoprire - appunto - di dare il meglio (o il peggio) di sè. E 1917 ha il merito di farcelo percepire da vicino, con questa macchina da presa che non molla la preda, che sta dietro ai due protagonisti con ostinazione e affanno, come se, all'improvviso, anche noi spettatori del XXI secolo ci fossimo trasformati in due soldati della Prima Guerra Mondiale intenti a portare a termine una missione apparentemente suicida. E non è un merito da poco.

jueves, enero 30, 2020

Destini incrociati


Fine Gennaio (dopo gli schiamazzi e i bagordi, dopo le mangiate esagerate e i regali delle feste natalizie, si torna al lavoro - e alla lettura per piacere, di notte, e per lavoro, di giorno)... 

Da Madrid una cara amica dai tempi del liceo mi chiede perché non le mando qualche nuovo racconto erotico; dice che adora i miei racconti erotici; dice che la eccitano...(e le rispondo sul Whatsapp: "Nessuno mi ha mai fatto un complimento così grande per qualcosa scritto da me. Sono lusingato").

Poi un'amica italiana che viveva a Madrid e che ora si è trasferita in Germania mi rivela che è incinta e che, se tutto va bene, partorirà a fine Giugno (io sono tra i primi a sapere la notizia sulla Terra).

Poche ore dopo un'altra amica, questa volta francese, ma che vive in Spagna da più di 20 anni, mi confessa, tra le lacrime, che domani abortirà. Alla sua età e con una crisi matrimoniale alle spalle e due figli che crescono e che tra poco andranno alle elementari, non se la sente proprio di affrontare un'altra gravidanza e di mettere al mondo un altro essere umano...

Penso che, nello stesso istante in cui lei mi sta svelando questo segreto così intimo, ci saranno almeno altre decine, centinaia, forse migliaia di donne che, a costo di restare incinte, stanno sborsando fior fiori di euro per l'inseminazione artificiale (o la fecondazione asssitita o l'affidamento di un bambino africano o russo o indiano tramite adozione).

La vita è fatta di destini incrociati: ognuno di noi incrocia il proprio con quello degli altri ed è assurdo e anche leggermente tragicomico constatare quanti scherzi fa il destino ai destini di noi tutti... C'è chi paga per dimagrire e si ammazza di sport in palestra e chi paga per ingrassare; ci sono donne che odiano i bambini e restano incinte al primo tentativo e altre che li adorano e non possono averne; ci sono donne come la mia amica francese che, pur adorando i bambini (e i propri figli), ha scelto di non avere il terzo. 

E poi mi chiama un vecchio amico e collega di Roma: mi chiede se sono disposto a valutare il libro di un suo amico e collega, un saggio sulla ricezione di alcuni novellieri italiani nella Spagna del Cinque e del Seicento... Gli rispondo che ci devo pensare, che sinceramente non sono molto ferrato sull'argomento e che ci sono esperti ben più bravi e preparati di me su quest'ambito di ricerca...

Pochi minuti dopo, un'altra amica e collega, questa volta di Firenze, mi scrive perché vorrebbe coinvolgermi in un suo progetto su letteratura e antropologia (lei è antropologa), ma non me la sento e le dico subito di no (ciononostante, ricevo per email il progetto in un pdf redatto in inglese e lo richiudo subito, ultimamente faccio fatica a leggere in inglese).

Uno da Roma; l'altra da Firenze; l'uno e l'altro non si conoscono e non sospettano (né possono neppure immaginare) di avermi fatto proposte di lavoro simili; nessuno dei due sa che ho deciso di tenermi a distanza da entrambe le proposte (sono troppo stanco, ultimamente, e dormo poco, e mi riesce difficile anche finire i miei di progetti, figuriamoci quelli degli altri).

I destini incrociati continuano ad intrecciarsi sempre di più. E allora decido di fermarmi; di fumarmi una sigaretta e di tornare a bomba, ovvero, di riprendere quel racconto erotico che iniziai subito dopo la nascita della prole e che, ahimè, abbandonai prima di riuscire a immaginare un'eventuale sviluppo decisivo per la trama.

Se vuoi scrivere, devi saper mantenere alta l'attenzione del lettore. Altrimenti, hai perso in partenza. Ecco, cara T. che mi chiami da Madrid: ho deciso che ti devo un racconto erotico e che, prima o poi, te lo manderò, completo, con tanto di conclusione.

martes, enero 07, 2020

In qualche luogo, dal passato

La mattina tersa e fredda del 6 di Gennaio 2020; sì, è questa la data che il caso (o il destino) ha scelto affinché rivedessi e riabbracciassi (dopo più di 20 anni) il mio Prof. d'Inglese, colui che mi ha trasmesso la passione per la letteratura e che, in parte, ha contribuito a che diventassi ciò che sono oggi, un altro Prof. con la passione per la letteratura e i libri e il cinema e la cultura, in generale...

Mi accoglie seduto in poltrona, con un cappellino di lana in testa, lo sguardo vispo, malgrado la malattia e la cura per la malattia, quella chemioterapia che gli ha fatto sparire i pochi capelli che aveva; la moglie mi fa accomodare sulla poltrona di fronte, entra la luce dal giardino di casa, si sentono gli uccellini malgrado il freddo polare di questi giorni (di notte si scende sotto zero; le macchine sono ricoperte di brina e si fa fatica a mettere in moto e partire).

"Come stai, Prof.!".
"E come vuoi che stia", mi risponde, con un sorriso amaro sulle labbra secche: "guarda qua come sono ridotto, faccio fatica anche a camminare".

Ci abbracciamo come se non ci vedessimo dall'altroieri. È ancora un uomo robusto, ha ancora una presa decisa, glielo dico subito: "Sono felice di rivederti, perché se oggi sono diventato un docente universitario lo devo anche a te, a quando mi passavi i romanzi di Joyce e di Conrad sottobanco".

Piange. Si emoziona. Mi emoziona. La moglie ci redarguisce: "Vedete di smetterla, voi due, altrimenti piango pure io".

Sorridiamo tutti e tre. Si avvicina il figlio minore, che non vedevo da una vita, proprio come suo padre. Mi ringrazia di essere venuto, ma sono io che ringrazio lui.

"Allora, che fai in Spagna? Come ti trovi?".

Sono passati più di 20 anni e come si fa a riassumere le puntate precedenti? Non so da dove cominciare. Inizio dalla fine, dalla fortuna che ho avuto a trovare la donna della mia vita, la mia compagna d'avventure, in un congresso presso l'Università di Salamanca, ormai 7 anni fa...E gli parlo della prole e di com'è strano essere padre e vivere con la stessa donna che ora non è più solo moglie, ma anche madre. La moglie del Prof. annuisce, poi mi chiede se voglio un caffè. E accetto.

Poi risaliamo indietro nel tempo: come se fosse una specie di flash-back accelerato; la laurea alla "Sapienza"; il dottorato a Pisa; i viaggi in lungo e in largo per l'Italia; la stanchezza di arrivare sempre secondo ai concorsi pubblici per ricercatore; la nuova vita spagnola; la felicità di poter vivere di quello che ci appassiona. La passione che è nata nel 1994-95, quando lui mi passava Arancia meccanica di Stanley Kubrick di nascosto.

"Ma parliamo di te. Come stai? Cosa leggi? Leggi ancora molto?".
"Non molto, ma provo a stare al passo coi tempi; leggere mi aiuta a concentrarmi. Ho ancora una buona memoria. Leggo spesso Ulisse. Tu te lo ricordi la tua reazione quando vi feci leggere il monologo finale di Molly Bloom?".

Le oscenità di Molly. Le parolacce. Lo sproloquio di una donna che non ha freni inibitori. L'abilità di James Joyce nel fingersi "donna" e nel calarsi nei meandri della mente femminile. Per scoprire che, quando si tratta di narrare e di narrarsi, uomini e donne siamo uguali, ricorriamo agli stessi trucchi, alle stesse tecniche narrative, anche agli stessi sotterfugi...

"E alcune tue compagne di classe si rifiutarono di leggerlo e solo dopo io capii perché: si vergognavano, si vedevano rispecchiate nei pensieri ambigui di Molly".

Yes I said yes I will Yes.

Così finisce Ulysses di Joyce. Un canto alla vita, dopo tanta morte e angoscia e gironzolare senza meta.

"E gli italiani li leggi?", chiedo ancora.
"Non molto", mi risponde e torna a tossire, per poi aggiungere:
"Conrad, lui sì, lo rileggo spesso. Le famose "saving illusions"; le illusioni che salvano".
"La scena in cui Marlow torna dalla fidanzata di Kurtz...".
"E le dice che è morto con il suo nome in bocca, ma non era vero...The horror...The horror...".
"E la versione di Coppola in Apocalypse Now; fu quello l'aggancio per la tesina agli esami di maturità".
"E certo, e come, credi che non me lo ricordo? Io le cose importanti me le ricordo. Ho ancora buona memoria".

Arriva il caffè. E continuiamo a parlare della Spagna, dell'Italia, della crisi economica, della situazione politica dei due paesi, della comparazione tra i due stili di vita, dove si vive meglio, dove si vive peggio, e la moglie torna in cucina, ci lascia da soli. Il Prof. continua a tossire. E io mi domando come sia possibile che le conversazioni che mantenemmo tanti e tanti anni fa siano ancora qui con noi, in questa sala, nel 2020, in un nuovo anno appena inaugurato, un anno dal numero simbolico doppio, talmente avveniristico che fa impressione scriverlo, 2020...come è possibile che io stia seduto su questa poltrona a parlare del 1994 e del 95 e del 96 e del mio esame di maturità quando è trascorso così tanto tempo, così tante storie vissute lontano da lui, così tante donne amate e poi perse e tradite, così tanti treni e aerei e bus presi al volo e così tanti chilometri percorsi coi mezzi o a piedi o in bici prima di arrivare qui, in questo salone accogliente, pieno di libri, di appunti sparsi, di sedie e quadri antichi, di tappeti consumati dal tempo, di penne stilografiche oggi un po' vintage, di giornali scaduti, come è possibile...

Poi si accende una sigaretta, non prima di avermi chiesto se mi dà fastidio. Gli dico di no, anzi, sarei tentato di chiedergliene una, per fargli compagnia. Ma non fumo da 3 mesi e non mi sembra il caso di scroccargliene una proprio oggi.

Le ore scorrono via veloci. Al canto degli uccelli si unisce ora il ronzio di una lavatrice. Gli do il mio regalo per la Befana: due libri che tradussi nel 2011. Opere di autori spagnoli vissuti nel XVII secolo e che nessuno legge più (nemmeno gli stessi spagnoli). Gli dico che oggi gli studenti non leggono e che il livello si è abbassato. Mi chiede come sia possibile. E cosa fanno se non leggono. Non so cosa rispondergli. Poi arriva la moglie e mi fa intuire che posso anche andare, che forse mi aspettano a pranzo, che lei ha fatto il sugo buono e che oggi mangeranno le fettuccine. M'invitano per un prossimo pranzo insieme. Li ringrazio. Abbraccio il Prof. con affetto. Intuisco una lacrima sul ciglio. Mi trattengo e resisto: non piango. Mi fa cenno di andare, che si è fatto tardi. I miei staranno in pensiero. Mia moglie sentirà la mia mancanza. Esco e solo quando sono in macchina avverto l'impellente bisogno di scoppiare a piangere. Ma sono bravo e mi trattengo ancora una volta, perché è pericoloso guidare con le lacrime agli occhi. E mi domando di nuovo da dov'è che verranno quei ricordi così nitidi, quelle parole e quei discorsi che entrambi ricordiamo fin nei minimi dettagli; in quale luogo oscuro si nascondono i ricordi. Come fa il passato a tornare in vita nel presente con tanta precisione. Come è possibile, Prof.?

So che lui non saprebbe rispondermi. Perché il fatto che siamo mortali e che viviamo nel tempo (e del tempo) è un mistero per tutti. Lo abbraccio di nuovo col pensiero e quando arrivo a casa mia madre ha già apparecchiato la tavola. È la Befana del 2020. E io ho rivisto un pezzo di colui che fui e di colui che mi trasmise la sua passione per i libri, per la letteratura, per il cinema.

viernes, enero 03, 2020


La bambina con la palla


Dunque, è cosa nota a tutti: la cinefilia ci spinge a vedere cose che altri non vedono; è una sorta di malattia visiva o di malformazione ossessiva che colpisce chi, quando guarda un film, non può non notare certi dettagli, non può non soprendersi per il taglio di certe inquadrature, non può non applaudire la bravura del regista di turno nei piani-sequenza o nell’uso creativo della fotografia; è una mania che spinge a rapportare il film che si sta guardando al resto dei film che si sono visti nel corso della propia esistenza…

E così, l’altra notte, colto da insonnia e mentre ero intento a colmare una grave lacuna e guardavo per la prima volta Operazione paura (1966) del geniale Mario Bava, ecco che m’imbatto nelle prime apparizioni di Melissa, una bambina di 7 anni, morta in circostanze misteriose, e che appare ai protagonisti del film (un medico e una giovane fanciulla originaria del paesino dimenticato da Dio in cui il medico è stato chiamato dalle autorità per fare lumi sugli strani suicidi di alcuni compaesani) e che, ogni volta che appare, si diverte a far rotolare una piccola palla bianca (vera e propria metonimia dell’infanzia perduta – o corrotta o violata – dipende dal punto di vista di chi s’ingegna ad attribuire un significato simbolico alla palla stessa).



Ecco, è facile fare il paragone, anzi, diciamo pure che il paragone viene quasi spontaneo: anche Federico Fellini, nel 1968, due anni dopo il film di Bava, dunque, utilizzò (mise in scena) una bambina simile con una palla simile, nella sua versione di un famoso racconto horror di Egdar Allan Poe (intitolato Never bet your head to the Devil) nel mediometraggio Toby Dammit, apparso nel film ad episodi Tre passi nel delirio…(prima di Fellini, Louis Malle e Roger Vadim, coi loro rispettivi esperimenti e perlustrazioni nell’ambito del genere horror).

In realtà, se uno guarda bene, si accorge del fatto che le scene della palla del film di Fellini si configurano quasi come un omaggio a Mario Bava e alla sua grandissima capacità di spaventare lo spettatore… Ma potrebbe anche trattarsi di plagio (e non c’entra nulla il fatto che le due bambine abbiano la stessa capigliatura e siano entrambe bionde e indossino quasi la stesse veste - sottana o grembiule da bimba, appunto).



Ma torniamo a Fellini: se uno si ferma a riflettere un po’, si renderà conto del fatto che Ringu è un film giapponese (diretto da Hideo Nakata nel 1998) che, pur eliminando la palla, sembra ispirarsi proprio alla bambina dai tratti fisici inquietanti “copiata” da parte di Fellini da Operazione paura di Bava. Certo che la somiglianza potrebbe essere del tutto casuale; ma quell’effetto distorto e perturbarte creato dalla chioma di capelli lisci che ostruiscono il viso della bambina, impedendo allo spettatore di vederla in modo chiaro e senza veli, non potrebbe ricordare proprio Toby Dammit? (entrambe le bambine indossano la stessa veste bianca).



La mente inizia a creare collegamenti strani: “Después” s’intitola il racconto che chiude Nunca llegarás a nada, una raccolta di nouvelle dello scrittore spagnolo Juan Benet (di cui scrissi anche qui tempo fa). Ebbene, come si conclude questo racconto, dal titolo ambiguo (“Dopo”, in italiano)? Con l’apparizione fantasmagorica di una palla di un qualche bambino che galleggia sull’acqua che sta per inondare una strana casa abitata da strani vecchi che passano tutto il tempo a bere e a contemplare un’orologio che non funziona…Un altro bambino, presente nel momento in cui l’acqua inizia ad invadere il pavimento, si getta in mezzo alle pozzanghere per accalappiare proprio questa palla che sembra venire dal mondo dei morti…C’è anche una mano che – non si sa bene come né perché – fuoriesce dall’acqua e fa scampanellare un campanello di una porta di un giardino di non si sa più bene quale casa…

Juan Benet scrisse il racconto nel 1956 (o 1958 o giù di lì). In teoria, se ci atteniamo alla lista degli artisti citati, lui dovrebbe essere il primo; poi c’è Mario Bava; poi c’è Federico Fellini; infine c’è Hideo Nakata.

Come spiegare tante coincidenze? Cosa rappresenta davvero per noi una palla bianca che rotola sul pavimento (o che vi rimbalza, producendo il noto suono) e che sembra rotolare (o rimbalzare) a prescindere dal bambino (o dalla bambina) che dovrebbe metterla in moto?



Freud di sicuro qualcosa avrebbe da dirci in merito…Io non lo so. Io so solo che la cinefilia è una brutta bestia, a volte…e che Mario Bava è meglio vederlo di giorno, perché di notte, fa davvero paura.



domingo, diciembre 22, 2019

Compiti per le vacanze


Si avvicina il Natale e, come ogni anno, a me inizia a prendere una certa smania di allontarmi dal mondo e dai familiari, anche se mi piace stare al mondo e adoro i miei familiari e sono anche a favore del concetto di "famiglia" quand'essa contempla la possibilità di riunirsi ogni Natale per scambiarsi i regali e farsi quelle confessioni che non si è soliti fare nei giorni lavorativi del resto dell'anno.

Si avvicina, sì, anche questo Natale e le illuminazioni natalizie e gli addobbi coi Babbi Natale che cercano d'arrampicarsi su per i cornicioni dei palazzi mi mettono una tristezza infinita; perché?, uno si domanda, guardandoli penzolare in balia del vento...perché? E poi, scusate, ma i Babbi Natale non si calavano dai tetti per i comignoli dei camini? Perché sui tetti non vedo più così tanti comignoli come quando ero bambino?

Si avvicina, oh, se si avvicina il Natale, e il fatto che quest'anno lo passi lontano dall'Italia e dai miei familiari non cambia affatto le cose, lo stato d'animo è quello: avrei voglia di rintarmi in un bunker sotterraneo in uno chalet in mezzo al bosco di una montagna sperduta e ricoperta di neve; una volta lì dentro, in una sorta di auto-esilio dal mondo esteriore, mi metterei a leggere i libri che non sono riuscito a leggere mentre facevo lezione e correggevo esami e tesi e tesine e scrivevo articoli e recensioni per gli altri e, insomma, leggevo e studiavo di tutto tranne i libri che avevo in mente da una vita... E poi via con la passione cinefila: per me il Natale è sempre stato il periodo perfetto per rintanarsi in casa e vedere i film horror, anche quelli più beceri e vecchi, anche quelli più visti e rivisti nel corso degli anni (soprattutto quelli degli anni 80, che sono gli anni d'oro del genere, come tutti sanno).

Guardo la copertina di Atti osceni in luoghi privati, di tale Marco Missiroli (uno di quei libri che avevo in lista da tempo) e, quasi per farmi dispetto, la coscienza si risveglia per ricordarmi i molti impegni presi: altro che horror, altro che letture piacevoli e rilassanti!

Svanisce il bunker e pure lo chalet; svanisce pure la montagna innevata e appare la mia scrivania del mio paese arroccato sui monti abruzzesi; sopra la scrivania una pila di saggi da recensire (per l'esattezza: 1 - sui rapporti tra cinema e letteratura; 1 - su Antonio Enríquez Gómez, scrittore converso di cui nessuno sa nulla; 1 - su un'opera teatrale minore del gigante Tirso de Molina; 1 - su Walter Benjamin e le sue Illuminazioni...); e poi 3 articoli da finire e inviare ad altrettante riviste accademiche: 1 - su un romanzo che narra fatti realmente accaduti; 1 - su un romanzo distopico di Ricardo Menéndez Salmón di cui ho scritto anche in questo "diario di bordo"; 1 - su un autore che non legge nessuno, quello stesso Juan Benet di cui ho scritto anche qui...(e il più urgente, quello che non può proprio aspettare è proprio quest'ultimo, accidenti, un autore ostico, uno scrittore che ti sfugge da tutte le parti proprio quando sembra che ce l'hai in pugno e l'hai capito e invece...col cavolo!).

E poi ci sarebbe da rivedere la traduzione e da scrivere una post-fazione di circa 20 pagine; chi mi aiuta a leggere il testo in italiano per vedere che scorre, senza troppi influssi dallo spagnolo? Un'impresa...

Arriva il Natale, sì, certo, e io avrei voglia di spegnere le luci dell'albero che mia madre avrà preparato con tanta cura; e di spegnere le illuminazioni da discoteca del presepe; e la tv che si riempie di programmi che inneggiano alla bontà universale... Sì, arriva il Natale e io sento una forte necessità di scomparire...e di non pensare più al dovere e di dedicarmi anima e corpo solo al piacere, senza nessuno attorno.

P.S.: apro l'email e trovo gli auguri della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze. La cartolina, però, è davvero bella. Ed è per questo che apre questo "post".

 Diario di viaggio (da Barcelona all'Abruzzo, passando dai laghi - di Como e di Garda) 2/8/2026 Partiti alle ore 10:00 dalla città del S...