martes, junio 23, 2020

CESENA-RIMINI


L’altro giorno mi è successa una cosa davvero strana e tenera ed emozionante. Una cosa che non mi aspettavo. Del tutto fuori luogo rispetto sia al momento sia allo spazio fisico in cui mi trovavo.

L’altro giorno, a mezzogiorno in punto, un amico italiano che vive in Spagna da più anni di me si è sposato con sua moglie, una spagnola, la tipica spagnola dalla pelle scura, gli occhi verdi bellissimi e luminosi, le curve al posto giusto e invitanti, il sorriso sempre molto accattivante sul volto… E mentre eravamo lì mezzo imbarazzati, perché nessuno sapeva bene se stringere la mano e abbracciare lo sposo e abbracciare o baciare la sposa (mentre partivano varie gomitate tra gli altri parenti e gli amici più stretti), ecco che mi ritrovo nel bar accanto al Municipio in cui si è svolto il rito civile e finisco proprio a pochi metri dallo sposo. E così, tra una birra e l’altra, gli chiedo quanto dista Cesena (la sua città natale) da Rimini (dove io e gli amici d’infanzia eravamo soliti andare in vacanza con il treno regionale che ci impiegava mezza giornata per attraversare mezza Italia). Una domanda assurda, sciocca, semplicissima, se vista con freddezza e dall’esterno. Ed ecco che lo sposo si emoziona: “Non è tanto distante, anzi, una trentina di chilometri, anche se…è una strada brutta, piena di curve…ho perso tre amici su quella strada…”. E da sotto gli occhiali da sole vedo che gli spuntano due lacrime, mi chiede scusa, si è davvero emozionato a ricordare gli amici morti sulla strada e allora, accidenti, provo a cambiare argomento, provo a stemperare la tensione: “Non ci pensare, dai, oggi bisogna festeggiare, oggi è il giorno del tuo matrimonio, dobbiamo ridere e non piangere” (parole vane, anche un po’ ipocrite, ma a volte ci vuole, l'ipocrisia a volte ci salva).

Lui si asciuga il volto con un fazzoletto. La sposa ci vede, fa una faccia stranita, si starà chiedendo perché suo marito stia piangendo, proprio ora, proprio oggi, proprio accanto a me, che sono un suo connazionale. E allora si avvicina, lo abbraccia  e lo bacia, davanti a me, che sorrido loro, evviva gli sposi, lei è convinta, è assolutamente certa che lo sposo piangeva dall’emozione per lei, per averla portata all’altare (anche se si sono uniti davanti al Sindaco e tramite il rito civile) e poi scoppia a ridere e ci propone di farci uno spritz, sì, proprio così, uno spritz in Spagna. Lo sposo mi dice di aspettarlo lì, entra nel bar e ne esce poco dopo con una bottiglia di Aperol. Beviamo, in nome dell’Italia e dei suoi sapori, dei suoi aperitivi tipici, e dei tempi in cui ci vivevamo entrambi…

Non dirò mai alla sposa il perché di quelle lacrime, ovviamente. E spero che lo sposo dimenticherà presto la mia piccola gaffe innocente. La distanza che separa Cesana da Rimini. I giochi sulla spiaggia. Il sole e il mare dell’estate.


martes, junio 16, 2020


Recensioni spontanee




Questa mattina una mia cara collega e amica romana mi scrive per avvisarmi che è stata appena pubblicata una mia recensione su Il colibrì di Sandro Veronesi su una rivista letteraria a tiratura nazionale e di origini partenopee. Vado a controllare ed in effetti eccola lì, la recensione, stampata in modo impeccabile (nella versione online della rivista; poi mi manderanno anche quella cartacea), con tre foto pertinenti: due dell’autore (entrambe in bianco e nero) e una del libro recensito (a colori, con quel giallo che sembra quasi fluorescente).

E allora mi sono chiesto cosa succederebbe se Sandro Veronesi un giorno, per caso, la leggesse; cosa ne penserebbe, visto che, pur essendo un suo fan, non è che mi sia sprecato in elogi o salamelecchi (salamelecchi? Diosanto, da quanti secoli non usavo un simile termine? Credo, comunque, che qui sia azzeccato).

E allora, non contento, ho scritto al suo editore, a La Nave di Teseo, e ho spiegato ai responsabili della stessa che mi sarebbe piaciuto far pervenire la recensione all’autore, dato che, tra l’altro, manca davvero poco per la consegna del prossimo Premio Strega e io ne sarei felice, ovvero, sarei davvero contento che a vincerlo fosse lui, Sandro Veronesi.

L’ho fatto non solo e non tanto perché davvero mi farebbe piacere che uno come Sandro Veronesi leggesse quanto ho avuto da (ri)dire del suo libro, ma anche e soprattutto per fare un piccolo esperimento: vedere se si conferma la leggenderia lentezza o mutezza degli editori nel (non) rispondere al povero malcapitato che si azzarda a porsi in contatto con loro…come se gli editori fossero dei Re inespugnabili ed intoccabili...

Ne parlai anni fa, proprio in questo "diario di bordo", se non ricordo male; tutti gli editori (e non solo quelli italiani) hanno una certa non celata tendenza a non prendere in considerazione nessuno che si provi a scrivere loro (e non mi riferisco ovviamente solo agli scrittori in erba o potenziali che, poverini, mandano i loro “parti” in attesa di riscontro e, magari, di pubblicazione – cosa difficilissima, chiedete ad Antonio Moresco, e leggete le sue bellissime e struggenti ed incredibili Lettere a nessuno, apparse per Bollati Boringhieri nel 1997 e poi ripubblicate e ampliate da Einaudi nel 2008 - per farvene un'idea).

E comunque: ormai il dado è tratto. Ormai il danno è fatto. Ormai ciò che ho (è) scritto è scritto e non si può più tornare indietro. E se poi quella recensione non dovesse leggerla nessuno, pazienza, non me ne farò un cruccio (cruccio?). E se poi davvero Sandro Veronesi dovesse vincere il prossimo Premio Strega, io ne sarò sinceramente contento. E felice per lui. Perché se lo merita. E perché credo che, tra i finalisti, sia quello che ha scritto il romanzo più interessante. E poi staremo a vedere se anche La Nave di Teseo si rivelerà una roccaforte inavvicinabile o se, al contrario, saranno più educati degli altri.

martes, junio 09, 2020

Letture a spizzichi (e bocconi)


In questi giorni di letture a spizzichi e bocconi (ormai è da mesi, forse proprio dall’inizio della pandemia, che non ho più modo di poter leggere in modo continuo e disteso, senza interruzioni e senza strilli di fondo), mi è arrivata un’email che mi ha risollevato un po’ la morale. Mi scrivono dagli USA (in questi giorni incendiati dalle sacrosante proteste e manifestazioni anti-razziste e in ricordo di George Floyd, il ragazzo nero ammazzato per soffocamento da un poliziotto americano bianco che gli ha tenuto sul collo il ginocchio per otto lunghi minuti e senza pietà) chiedendomi se me la sento di valutare un saggio che sarebbero pronti a pubblicare nella loro collana dedicata alla lingua e alla letteratura spagnola. Chi mi scrive è l’assistente dell’editore e ha un nome strano, Clovis, una donna, deduco. M’invia in allegato le prime 15 pagine del saggio in questione e le rispondo dicendo di sì, che questo libro promette, che mi sembra un’ottimo libro, dall’impianto serio e gli spunti interpretativi sul soggetto oggetto dell’analisi piuttosto originali. Nell’email Clovis mi anticipa anche che, se dovessi accettare l’incarico, mi verranno retribuiti 250 dollari da spendere in libri della loro casa editrice (non solo quelli che fanno parte della collana dedicata all’area ispanistica).

Ecco: ricevere un messaggio del genere in un periodo come questo (Clovis mi chiede anche come sto, augurandosi tutto il meglio per me e per i miei affetti più vicini), venire contattato da un’importante casa editrice americana per valutare e giudicare i contenuti di un saggio che parla di letteratura (e di teoria della letteratura), non può non fare bene all’animo. Uno non può non sperare che ci sia ancora una luce, in fondo al proverbiale e famoso tunnel. Uno non può non pensare che, toccato il fondo, dovremo per forza di cose risalire, lunga la scala dell’evoluzione culturale e sociale. Insomma, che certi ingranaggi e meccanismi ancora funzionino, nonostante i morti per coronavirus, e gli omicidi a sfondo razzista, e quelli a sfondo sessista, e quelli di matrice terrorista, e le guerre, e le razzie, e le ingiustizie più impensabili che tutti (più o meno) possiamo immaginare nel corso della nostra vita quotidiana (più o meno) al riparo dal dolore più cocente e distruttivo, ecco, che tutto ciò ancora accada, mi fa pensare che davvero non siamo giunti all’Apocalisse, che ancora non siamo sulla via dell’estinzione. Perché fino a quando l’uomo sentirà il bisogno di nutrirsi di libri, di cultura, di letteratura, di bellezza, insomma, ecco, fino a quando l’uomo avvertirà questo bisogno non commerciabile né pubblicizzabile come tutti gli altri oggetti che ci circondano, allora ci sarà ancora speranza su questo pianeta. E chissà che qualcuno non s’imbatta nel saggio su un autore spagnolo che io avrò valutato e giudicato in questi giorni di caos, incertezze e finto ritorno alla normalità (o alla “nuova normalità”, come dicono taluni con ipocrisia).


lunes, junio 08, 2020

Edoardo Albinati



In questi giorni di letture a pezzi, fatte nei pochi momenti di ozio e tranquillità, invece di leggermi tutti gli altri titoli dell'edizione di quest'anno del "Premio Strega", ho iniziato a leggere il tomo La scuola cattolica di Edoardo Albinati (con cui vinse proprio lo "Strega", nell'edizione del 2016) e non c'è modo di staccarmi dalla voce che l'autore è riuscito a inventare in questo romanzo.

Io Albinati non lo conosco; o meglio, l'ho sentito dal vivo solo una volta, in un incontro organizzato alla "Sapienza", quand'ero studente, o forse (perché non lo ricordo in modo netto e chiaro), in una conferenza organizzata in qualche Biblioteca pubblica, tra le molte di cui dispone Roma, fortunatamente.

Eppure, ecco, leggendolo, mi sembra di sentire la sua voce, proprio il timbro, il tono, l'accento, come se invece che leggerlo, lo stessi ascoltando mentre parla. E questa cosa non è dovuta solo ed esclusivamente al fatto che l'autore adotta una lingua che ha molto a che vedere con il "parlato", ovvero, con la "lingua orale", ma anche e soprattutto perché è stato in grado (e ci riescono in pochi) a plasmare tutto se stesso nella scrittura, per cui, alla fine, certi tic, certi modi di dire, certi vezzi, certi giri di parole e della frase, insomma, ti diventano familiari e ti viene da pensare che, ecco, solo Albinati può permettersi il lusso di scrivere certe cose ("Giriamo insieme questa pagina, dunque", mi sembra di ricordare che scriva alla fine di un capitolo; manco fosse Proust, e però sembra Proust, un Proust ironico e più metaletterario, ma Proust, in fondo in fondo, ovvero, un autore che - attraverso la maschera del narratore - si conquista, vincendo a man bassa, la fiducia del lettore, per cui a partire da un certo momento in poi l'autore - tramite questa maschera - può decidere d'intraprendere qualsiasi svincolo o sentiero narrativo e uno è disposto a seguirlo ovunuqe, anche in capo al mondo...).

Forse accadde proprio alla Biblioteca di San Lorenzo; forse alla "Basaglia", a Primavalle (ci facevo lezione da supplente, per un certo periodo della mia vita da precario); forse alla Feltrinelli di Largo Argentina, insomma, non ricordo il luogo concreto, ma sì ricordo che Albinati ci parlò della sua esperienza di insegnante d'Italiano nel carcere di Rebibbia. E mi colpì molto la sua umiltà (indossava una maglia bianca e un paio di jeans, con le scarpe da tennis - o forse erano le polacchine - e una giacca leggera perché era primavera, se non estate piena). Sì, mi sorprese che uno scrittore potesse parlare in quel modo dimesso, quasi sottovoce, con estrema chiarezza, ma anche con grande umiltà, del suo ruolo di insegnante e scrittore insieme, delle sue esperienze a contatto con i carcerati, con gente dalle vite spezzate o irrimediabilmente compromesse, dei suoi ricordi di ragazzo del Quartiere Trieste, una delle zone "bene" di Roma, che torna, prepotentemente, quasi come un altro personaggio protagonista, proprio nelle pagine di questo romanzo-monstre, un tomo di quasi 1300 pagine, un libro lunghissimo ed enorme, quasi osceno nella sua mastodonticità (si dice? Sto scordando pure l'italiano). 

E quindi, dicevo, ecco che mi ritrovo a leggere (a pizzichi e smozzichi, ma con grande passione e trasporto) La scuola italiana, un romanzo che, a partire da un fatto di cronaca (nera) realmente accaduto, parla di tutto: dell'amore, del sesso, del tradimento, della famiglia, della memoria, della politica, della violenza, della paura, della borghesia, dell'oblio, della moda, dei rapporti uomo e donna, dell'eterna guerra tra i sessi, della religione e di Dio, del peccato e dell'assenza del senso del peccato, della possibilità della scrittura di aiutarci a capire, anche se nessuno conosce se stesso, è questo che dice il narratore, a un certo punto, contraddicendo il famoso detto socratico.

E allora bravo, Edoardo Albinati, per averlo scritto, questo "mostro". E grazie per aiutarci a capire, anche se siamo coscenti che non capiremo mai niente del tutto e per sempre.


miércoles, mayo 27, 2020

Come la morte. E come la vita

Oggi è morta nonna. La mia nonna materna. La madre di mia madre. Una seconda madre, per me, quand'ero bambino e adolescente e giovane alle prime armi.
Ricordo ancora la quantità industriale di panini con la Nutella che mi preparava quando giocavamo a calcio (per ore ed ore) nel campetto vicino casa sua. Ricordo anche quando nonno si arrabbiava con lei per delle scemenze. E ricordo il suo sorriso paziente (come va, nò? Eh, i dolori, i dolori me se magnano, era la sua risposta standard negli ultimi 5-6 anni).
Mia nonna è morta a 94 anni. E non è morta di coronavirus, bensì di vecchiaia. Mia madre - avvisata da mia zia - è accorsa a casa sua all'ora della colazione e l'ha trovata con la faccia schiacciata sul pavimento, il viso nero, le braccia aperte, ancora in pigiama. Stava per fare colazione. È quello che ha dedotto mia madre, vedendo sul tavolino i biscotti e la tazza del caffelatte ancora tiepido.
Non riesco a immaginare il dolore che deve aver sentito mia madre al momento di scoprire il corpo della madre riverso sul pavimento della cucina in quel modo osceno. Non ci riesco proprio. E non riesco a immaginare la scena successiva, quando mia madre avvisa mio padre e tra lui, il vicino di casa (un uomo sulla sessantina piuttosto corpulento ed ex-carabiniere) e una zia di secondo grado non riescono a risolevvarla né a spostarla di un centimetro. Un peso morto, si dice. E in questo caso, questa mattina, a casa di mia nonna, lei era questo, proprio un peso morto.
Fino a quando non è arrivato mio cugino, che era legatissimo alla nonna, e non si sa bene come né grazie a quale immane sforzo o a quale forza sovrannaturale, è riuscito non solo a sollevare il cadavere da terra, ma addirittura a metterselo sulle ginocchia (una Pietà al contrario: come se Cristo appoggiasse sulle gambe il corpo morto della Madonna).
Non riesco e non oso immaginare i pianti. Quelli di mio cugino, ma anche quelli di mia madre e di sua sorella, mia zia. 
Questa mattina alle 8:30, mentre si apprestava a fare colazione, come tutti i giorni, mia nonna, autonoma e indipendente a 94 anni suonati, è morta di colpo, per un infarto fulminante. E mia madre spera solo questo: che non si sia accorta di nulla; che non si sia resa conto di essere crollata a terra in quel modo così scandaloso e così poco confortante, così umiliante, per una che, nonostante il bastone, è riuscita a camminare, a farsi da mangiare e a lavarsi da sola per tutti questi anni.
Questa mattina alle 8:30 io ero in viaggio per tornare a casa e poter caricare in macchina la mia bici da montagna. E quando ho appreso la notizia da mia sorella (che piangeva come una disperata), ho provato a non piangere e ci sono riuscito. Quando si è alla guida è pericolosissimo piangere. E così sono tornato a destinazione. Ho scaricato la bici dal bagagliaio e sono corso al mare. E da lì ho guardato un gruppo di surfisti che cavalcavano le onde del mare e ho finalmente pianto, pensando a mia nonna, a mia madre, a mia sorella e a mio cugino. E a tutti coloro che domani potranno darle l'estremo saluto. Mentre io sono qui e, purtroppo, dovrò accontentarmi di una videochiamata per salutare i parenti più stretti.
Questa mattina alle 8:30 mia nonna è morta. Mentre in mille altri ospedali del mondo morivano altri anziani vittime del virus. E mille surfisti cavalcavano le onde di un mare che ci circonda tutti e sembra non avere fine. Come la morte. E come la vita.

jueves, mayo 14, 2020


Brutti scherzi





L'insonnia gioca brutti scherzi: l'altra notte, alle 2:00 di notte, mi sono ritrovato a guardare la programmazione della tv italiana su TV, sorrisi & canzoni, una rivista che mio padre acquistava religiosamente ogni settimana senza mai mancare nemmeno un appuntamento in edicola.
Ricordo che mio padre si portava la rivista in bagno: quando ne usciva, la adagiava sul mobile dell'ingresso, affinché anche gli altri abitanti della casa potessero usufruirne.
Era bello "pre-vedere" cosa avrei potuto guardare in tv, la sera: c'è stato un periodo della mia adolescenza durante il quale ritagliavo le locandine (in miniatura) dei film che più mi appassionavano o che più m'ispiravano. A volte erano classici che sarebbero andati in onda molto tardi, su Rai3, a Fuori Orario, uno dei programmi più cinefili del Mondo (sia sempre lodato Enrico Ghezzi, uno degli intellettuali più illuminanti che ci siano in Italia).
E poi ricordo i film che mandava in onda Tele+ (quando c'era ancora Tele+, ovvero, lo Sky di oggi), tutte prime visioni e film d'autore che anelavo e che - lo sapevo bene - non avrei mai potuto vedere fino a quando mio padre non avesse ceduto il telecomando a noi subalterni (monopolizzando la sala in cui c'era il televisore collegato al satellite e alla pay-tv, aveva il controllo di tutto).
E poi mi sono messo a guardare Cielo dalla pagina web pirata che ho scovato ultimamente: che canale simpatico, Cielo! Dalla mezzanotte in poi mandano in onda filmetti "porno-soft" o commedie italiane scollacciate che, ormai, a distanza di tanti anni, fanno davvero tenerezza.
E poi mi sono messo a scrivere un pezzo di un diario di bordo che sto scrivendo su un'agenda, a mano. E sotto l'influsso del covid-19 e il ricordo recente della fase 0 e del massacro, m'è venuta questa finta poesia (o "poesia non poesia") che mi fa arrossire, per quant'è brutta e poco poetica, ma che, al contempo, mi sembra piuttosto realista (perché credo  che fotografi bene l'attuale situazione):


Poesia in quarantena

Strade vuote, deserti urbani
su cui l’erba torna a spadroneggiare
indifferente ai passaggi dei pedoni,
morti vivi tutti in fila,
per acquistare i beni
della prima e dell’ultima
necessità.
Sorrisi nascosti dalle mascherine di stoffa
per chi finge di non indossarla
e chi l’indossa e si sforza
di portarla con dignità.
Le bici sfrecciano veloci sull’autostrada
che conduce verso altri lidi, altri sogni.
I vecchi balbettano battute
che non fanno più ridere.
Le madri portano a spasso
i loro pargoli felici e ignari del fatto
che il mondo ci sta
crollando
addosso.
Richiamo voci dall’Ade:
“State bene?”.
La retorica vacua si sperde
nei mille rivoli di rame
della fibra ottica.
Tentenna il Sistema mentre
i telegiornali ci assicurano
coi colori dell’arcobaleno
che “andrà tutto bene”.
E lo ripetiamo in coro dai balconi:
“Andrà
tutto
bene”.
Scandiamo le parole,
come se all’improvviso
le parole stesse avessero di nuovo
una certa importanza.
Il virus gioca a nascondino.
Le persone muoiono
o si ammazzano
perché hanno perso
il lavoro,
perché hanno perso
la pazienza,
perché hanno perso
la dignità.
Mattarella ci sprona
e quanta tenerezza fa
quella sua chioma bianca
così folta e così blanda.
Che un barbiere abbia pietà di lui.
Che un boia abbia pietà di noi.
Strade deserte e vuote
all’orizzonte.
Si sente il profumo del sugo buono,
questa domenica mattina
di questo primo di maggio
di questo duemilaventi
senza precedenti.
“Andrà tutto bene”,
ha scritto su un foglio A4
un bimbo e mostra orgoglioso
il frutto del suo lavoro.
La bandiera della pace
verrà stesa su molte bare.
I camion dei militari
finiranno allo sfascio
così come noi stiamo
finendo allo sbando.
Strade vuote, deserte, cupe,
senza gente e senza senso.
Quanti giorni? Tanti. Troppi,
ripete mia madre dalla videochiamata.
Troppi giorni, tanti.
Tanti morti, troppi.
È il ritornello di questi giorni
di quarantena senza speranza. 

E infine mi sono imbattuto in una notizia che mi ha lasciato a bocca aperta (erano ormai già le 3:14 del mattino): Salman Rushdie ha appena pubblicato il suo ultimo romanzo; titolo: Quichotte (Ramdom House, 2019). Mi butto a capofitto nella lettura di un paio di recensioni: è proprio così, l'autore dei famosi Versetti satanici ha ri-scritto (o preteso di ri-scrivere) il capolavoro cervantino, adattandolo alla contemporaneità di questi primi vent'anni di questo XXI secolo... E penso che non lo comprerò mai un libro di questo tipo e che, tutt'al più, lo prenderò in prestito in biblioteca, quando arriverà alla biblioteca più vicina a casa. Cervantes, che ha inventato tutto, partendo dalle macerie della letteratura commerciale della sua epoca, non lo si può emulare. E chi ci prova, corre il rischio concreto di banalizzarne la potenza parodica e ironica e umoristica e comica. L'inarrivabile Cervantes. L'immortale Don Quijote. Uno di quei classici che non smetterà di far parlare di sè, anche nei secoli a venire, come dimostra Rushdie, che ha deciso di rimetterlo in cammino lungo la strada dell'avventura distopica.

E infine, verso le 4:00 del mattino, sono crollato sul letto. Senza fare rumore. Per non svegliare la prole.

lunes, mayo 04, 2020

Fase 2



Dunque, da oggi 4 maggio 2020, in Italia, inizia la cosiddetta "fase 2". Mio fratello, da Roma, m'invia prima una foto dal tribunale, in cui si vedono degli astronauti intenti a disinfettare gli spazi con una specie di disserbante, e poi un video in cui si vede una fila d'auto lunga chilometri in attesa di entrare in un McDrive...Chi gira il video commenta, giustamente: "Altro che covid-19, noi ci meritiamo l'estinzione!". E uno si domanda: ma possibile che l'italiano medio abbia così urgenza di andare a mangiare le schifezze prefritte e preconfezionate del McDonald invece di andare a farsi un giro per prendere una boccata d'aria? Gli stranieri ci invidiano la nostra cucina eccelsa. E nella capitale c'è chi, scattata l'ora "X", si butta in macchina per andarsi a comprare un hamburger fatto secondo lo stile dei fast-food americani...

La stanchezza m'impedisce di rispondergli. Poi è il turno di mia madre, che mi fa la telecronaca dal tg che sta guardando in quel momento: "Dice che quelli che arrivano a Napoli dal Nord devono fare la quarantena di 15 giorni; dice pure che all'arrivo gli misurano la febbre; dice che De Luca sta incazzato nero".

Infine, è il turno di mia sorella: "Non puoi capire che ansia. I marciapiedi pieni. Io non ci sono mica più abituata a tutta questa gente che gira". 

Le chiedo se almeno indossano la mascherina e i guanti: "Sì", mi risponde col fiato in gola: "Ma io ho paura lo stesso".

La stanchezza mi proibisce di continuare la videochiamata. Io e la mia compagna di sventure ci regaliamo una cenetta sfiziosa a base di gamberetti, salmone affumicato e insalata russa. Il tutto accompagnato da un'ottimo vino bianco della Galizia e da un vermut di quelli che bastano pochi bicchieri per iniziare a contemplare Venere e le stelle. Sdrucciolo su una parola spagnola che non mi viene. Lei ride. Le faccio il solletico e ride ancora di più (ma fai piano che la prole dorme...uh...sta prole che palle!).

Poi, il divano sfatto, i cuscini a terra, i giocattoli alla rinfusa, ci mettiamo a guardare la gente che passa dal balcone. Sono le 23:00, ma sembra quasi mezzogiorno. In Spagna l'uscita dalla quarantena è scandita da tempi cronometrati a seconda delle fasce d'appartenenza: si può fare sport o dalle 6:00 alle 10:00 o dalle 20:00 alle 23:00. I genitori possono portare a spasso i bambini dalle 16:00 alle 19:00. E se non erro, gli anziani sono in libera uscita dalle 10:00 alle 12:00 e dalle 19:00 alle 20:00, prima che le strade vengano prese d'assalto dai "runners" (ma non esiste una parola in spagnolo o in italiano per dire "runners"? I corridori non va bene?).

Rientriamo seminudi in salone e accendo il pc. Ho da poco scovato una pagina web che mi permette di guardare la Rai e molti altri canali italiani in chiaro e gratis. Su "Cielo" m'imbatto in una scena molto cruda: una giovane donna si spoglia per fare sesso con un giovane muscoloso davanti al marito che, per una frazione di secondo, resta immobile e non dice una parola. Poi però si arrabbia e da uno schiaffo alla moglie e morde all'orecchio l'amante. C'è una forte colluttazione, poi è la moglie ad avere la meglio: uccide a sangue il legittimo sposo con un attizzatoio in ferro battuto. L'uomo giace a terra in una pozza di sangue, con il cervello sparso sul pavimento.

Ma la stanchezza mi fa chiuedere gli occhi contro il mio volere (dai, andiamo a letto, che poi ti lamenti che dormi poco e soffri d'insonnia...tu l'insonnia te la provochi, dammi retta).

Scopro che si tratta di Lady Macbeth (2016) di tale William Oldroyd. E che è un film basato su Lady Macbeth del distretto di Mcensk...Coincidenze della vita e della lettura: il titolo non mi è nuovo. Dove ne ho sentito parlare? Ma certo, sempre lui, Walter Benjamin! Ne parla nel suo saggio su "Il narratore" e Leskov. Di fatto, scopro che si tratta di una novella di Lesvok del 1865. E come faccio a vivere senza andare a cercarla e a leggerla? Come si fa ad andare a dormire senza fare almeno il tentativo di trovarne una copia su internet? Un pdf? Un Word? Qualcosa?

E come prosegue il film? Ho visto la scena "clou" e poi? Sposerà quel giovane muscoloso? Verrà messa in prigione? Si pentirà? Verrà perseguitata dal fantasma della vittima, come accade a Macbeth, nella famosa opera shakespeariana? E Leskov, per la sua novella, s'ispira a Shakespeare? 

Ecco che l'insonnia si appropinqua con passo felpato. Ci risiamo...

jueves, abril 30, 2020

Su come certi libri ci catturano e ci fanno immergere nel loro universo di finzione: Manoscritto trovato a Saragozza di Jan Potoki



"Mi trovavo all'assedio di Saragozza come ufficiale dell'esercito francese. Alcuni giorni dopo la presa della città, essendomi spinto in un luogo un po' fuori mano, scorsi una casetta di belle proporzioni in cui, almeno in un primo tempo, credetti che nessun francese avesse ancora messo piede".

Ecco. Basta un incipit del genere per smettere di leggere ciò si stava leggendo prima (il saggio di Walter Benjamin su Leskov e il narratore), per smettere di pensare a cosa fare per pranzo, per smettere di rispondere alle email degli alunni e immergersi in maniera rapida ed immediata in un universo di finzione che cattura la nostra attenzione e c'impedisce - appunto - di desiderare di fare altro...

Sto parlando dell'inizio di Manoscritto trovato a Saragozza (scritto nel corso di 10 anni e pubblicato - a quanto pare - attorno al 1804) del conte polacco Jan Potocki (1761-1815), un artistocratico erudito ed appassionato di archeologia, di religione, di storia, di filosofia e - come dimostra bene questo romanzo - di letteratura. È davvero incredibile come con questa frase, con queste poche parole, il lettore si ritrovi catapultato in un mondo di cui non sa quasi nulla e di cui, appunto, vorrebbe iniziare a scoprire tutto: chi dice "io"? Chi è l' "ufficiale dell'esercito francese" che parla? Quand'è avvenuto l'assedio di Saragozza (nel Nord della Spagna) da parte dell'esercito di Napoleone? Siamo nel 1808 o prima? O dopo? Cosa ha portato il narratore a spingersi un po' "fuori mano" e imbattersi in quella "casetta di belle proporzioni" in cui pensa che mai nessun francese abbia messo piede prima?

Il mistero s'infittisce subito, perché questo militare ci dice che dentro la casetta s'imbatte in un manoscritto spagnolo e siccome lui conosce la lingua, inizia a leggerlo perché gli sembra divertente; anzi, specifica che lo interessa perché all'interno vi si leggono storie di "briganti" e di "spettri" e di "cabalisti". Tutti argomenti "oscuri" che gli potranno permettere di intrattenersi, di distrarsi, di prendersi una pausa, insomma, dalle fatiche della guerra.

E quindi cosa fa? Lo ruba. E qui inizia il primo stravolgimento della narrazione: l'uomo viene fatto prigioniero dagli spagnoli e, causalità della vita, tra questi c'è un capitano che, nel leggere il manoscritto, si rende conto che all'interno viene narrata "la storia di un suo avo". Il capitano decide di ospitare in casa sua il militare francese e non solo inizierà a trattarlo come l'ospite d'onore, ma gli farà anche il favore di tradurgli dallo spagnolo al francese il manoscritto in questione...

Ecco come inizia la "Prima giornata" (il libro è diviso in "giornate", come il Decamerone di Boccaccio):

"Il conte d'Olavidez non aveva ancora fondato colonie straniere nella Sierra Morena; questa catena impervia che separa l'Andalusia dalla Mancia era allora abitata soltanto da contrabbandieri, banditi, e qualche vagabondo, che si diceva mangiassero i viaggiatori dopo averli assassinati [...]" (p. 7 dell'ed. Adelphi del 1990 - ma la prima volta che il Manoscritto apparve stampato ufficialmente in epoca moderna fu nel 1958 presso Gallimard; la traduzione italiana a cura di Anna Devoto, invece, risale al 1965).

Ora, risulta che io in Sierra Morena ci sia stato; e dunque questo nuovo "incipit" non può non catturare la mia attenzione; in realtà, penso che anche chi non ci sia mai andato, anche il lettore che non sappia proprio nulla della Spagna e della distanza (immensa, ancora oggi, e non solo a fine Settecento) che c'è tra l'Andalusia e la Mancia viene risucchiato (per così dire) all'interno di questa narrazione: non si può non desiderare di proseguire e di andare avanti nella lettura, in questa sorta di viaggio spericolato in cui il protagonista, Alfonso, si ritroverà a vivere delle avventure ai limiti del soprannaturale (e di fatto, in questa stessa prima giornata, s'imbatterà in due sorelle arabe che lo sedurranno e proveranno addirittura a convertirlo alla religione musulmana). 

Manoscritto trovato a Saragozza ci affascina subito, perché ci permette di evadere dalla realtà circostante e di vivere una vita "altra" in luoghi "apparentemente reali" in cui tutto è possibile: tra fantasmi, vampiri, demoni, apparizioni e rapimenti, allucinazioni e ragionamenti astratti sul lato più oscuro e inquietante dell'animo umano.

miércoles, abril 29, 2020


Una citazione di Pascal in uno scritto di Walter Benjamin


Il Governo spagnolo si prepara ad attuare la fase 1 (e poi la 2 e la 3, fino alle 4, “desescalada”, che razza di terminologia sta nascendo per colpa del covid-19!).

Intanto, preparo un po’ la lezione di oggi (sempre dalle 18:30 alle 20:30) e leggo le riflessioni che fa Walter Benjamin sul narratore (e su Leskov). Mi fa un certo effetto leggere questa citazione da Pascal: “Nessuno muore così povero da non lasciare nulla in eredità”. E uno si domanda cosa lasceranno in eredità tutti questi anziani che stanno morendo per colpa del virus; quanti abbracci e baci non più dati; quanti adii silenziosi o avvenuti a distanza, tramite un cellulare, o meglio, grazie ad un infermiere o un dottore che ha avuto pietà di loro e si è prestato a fare da tramite, a sorreggere il telefonino di chi – per ovvi motivi – non avrebbe mai più potuto sorreggere nulla; che strazio al solo pensiero, andarsene così, tramite videochat, a chilometri di distanza da casa e dai propri cari…

Cosa lascerò io in eredità, mi viene da domandarmi (i libri, certo, i film, certo, il computer con dentro film e libri e foto della mia vita passata e presente, fino ad oggi, almeno). E poi? Che senso ha? Chi avrà voglia di ereditare questi ricordi? Questi oggetti? Questi oggetti che conservano il ricordo di chi li ha accumulati in una memoria fatta di giga?

Siamo fragili. Ecco cosa ci ha fatto (ri)scoprire di colpo il virus: siamo tutti corpi fragili e soggetti alla morte (anche rapida, oltre che inaspettata, se uno ha la sfortuna di non essere dotato di un sistema immunitario abbastanza forte).

Poi ripenso alla richiesta del Direttore della Cineteca: mi ha chiesto se voglio partecipare all’iniziativa di appoggio; se mi va di consigliare qualche film per gli spettatori di quella stessa Cineteca oggi costretta alla chiusura (sto visualizzando le poltrone vuote). Certo, partecipo con gioia, gli rispondo. E consiglio a tutti di vedere Il conte Max (1957), un’opera minore per la regia di Giorgio Bianchi ma con due mostri del cinema italiano: Alberto Sordi e Vittorio De Sica. Che battute al fulmicotone! Quanto simpatica sbruffoneria! Quanta arte nell’interpretazione di questi due giganti!

“Nessuno muore così povero da non lasciare nulla in eredità”. È una citazione che ti resta scolpita in mente. E che mi fa venire in mente l’ultima puntata di Lessico civile di Recalcati: sul concetto di “libertà”. E quanta importanza ha acquisito oggi questa parola! E quant’è cambiato il nostro rapporto nei confronti della stessa! Tornermo liberi? Che tipo di libertà sarà mai possibile in un mondo come quello che ci aspetta dopo la pandemia? Finirà mai questa pandemia?

viernes, abril 17, 2020

In questi luoghi dal passato

"In qualche luogo dal passato": è questo il titolo che avevo dato a uno dei post più intimi di questo diario virtuale. Vi descrivevo e, in parte, narravo il mio reincontro con il mio vecchio Prof. d'Inglese dei tempi del Liceo.

Questa mattina sono tornato a leggermi e ho pianto. Perché quel post descrive e narra da vicino ciò è stato quel mio reincontro con una figura del mio passato che è stata decisiva nel corso della mia vita, perché è riuscita davvero a trasmettermi la passione per lo studio e la letteratura e il cinema e la cultura in generale.

E quando questa mattina ho ricevuto il messaggio della sua scomparsa da Whatsapp da parte di una mia vecchia compagna di scuola, io ho pianto. Perché se è vero che uno se le aspetta, certe notizie, ebbene, è anche vero che poi, quando arrivano, queste notizie che uno già sa che arriveranno ti lasciano a bocca aperta, ti tolgono il fiato, ti obbligano a smettere di fare qualunque cosa tu stia facendo in quel momento per tornare con la mente all'ultima scena che hai vissuto insieme alla persona che ora, semplicemente, non c'è più, se ne è andata, ci ha lasciati, orfani della sua voce, della sua presenza fisica, della sua intelligenza.

E poi ho pianto quando ho ricevuto i messaggi di Anna F., la mia Prof. d'Italiano  che, giovanissima, fu collega del mio Prof. d'Inglese: anche lei si diceva costernata e frastornata e non immaginava che il Prof. avesse lottato a lungo contro il tumore, da ben 3 anni, caspita, nemmeno io sapevo che la malattia durasse da così tanto...

E poi, finalmente, ho pianto (per la terza ed ultima volta, spero, nell'arco di questa giornata assurda nel corso della quale sono ancora centinaia, se non migliaia, i morti per coronavirus) quando l'altro suo collega, il Prof. d'Inglese dell'altra sezione in cui studiavano altri amici dello stesso Liceo, ha deciso di fare una lezione online su Facebook e l'ha voluta dedicare proprio all'amico scomparso al mattino...

È stata una lezione bellissima: su Moby Dick, addirittura, ovvero, su uno dei romanzi più importanti di tutta la letteratura americana di tutti i tempi.

Ed ecco...vedere l'impegno, la passione e la professionalità (la serietà, anche) con cui quest'altro Prof. d'Inglese faceva lezione, quando tutti siamo costretti all'isolamento nelle nostre case, quando tanti muoiono per colpa della pandemia, quando gli amici e colleghi che abbiamo in comune sapevano già della scomparsa dell'altro Prof., quando tutto sembra remare contro, ecco, dicevo, sentirlo parlare di Herman Melville e della struttura di questo romanzo fondamentale e difficile, sentirlo spiegare perché "Call me Ismael" è l'atto di nascita del romanzo americano, ecco, io mi sono commosso e non sono riuscito (per la terza volta nell'arco della stessa giornata) a trattenere le lacrime.

E credo che lui avrebbe apprezzato il gesto del collega. Anzi, ne sono certo.

martes, marzo 31, 2020


Tutto Poe


In una vecchia intervista (e in molte altre, rilasciate nel corso degli anni), Tiziano Sclavi, l’inventore di Dylan Dog, afferma di aver letto tutto Poe all’età di 6 anni. Leggendo i suoi romanzi e i primi albi della serie del famoso personaggio a fumetti, possiamo credergli.

In questi giorni assurdi, di incubi ad occhi aperti ed insonnia ed incubi ad occhi chiusi, non so bene nemmeno perché, mi sono rimesso a leggere tutto Poe (cosa che avevo già fatto a 14 anni, quando ancora non conoscevo Sclavi). E mi sono accorto del fatto che Edgar Allan ha già inventato tutto, per ciò che concerne il genere thriller, horror e surreale.

Una cosa che colpisce è lo spazio. Edgar Allan Poe è bravissimo a contagiarci (verbo oggi fin troppo abusato e temuto) l’ansia e l’angoscia esistenziale che esperimentano i suoi personaggi a partire dai luoghi che ricrea o che costruisce con la penna e l’immaginazione; Poe è un bravissimo architetto che ri-crea gli spazi reali o verosimili in cui l’ansia e l’angoscia esistenziale che colpiscono i suoi personaggi esplode fino a coinvolgere anche il lettore empirico.

Diciamo pure che è lo spazio a dare la sensazione di una determinata fobia o un determinato modo di patire la paura e il terrore (senza essere dei teorici della letteratura: potrebbe essere plausibile ricostruire le varie fobie che Poe illustra e narrativizza proprio a partire dagli spazi che cita e ri-crea nel suo universo di finzione).

In William Wilson (bellissimo trattato sul tema del “doppio”) è la scuola-orfanotrofio in cui il protagonista incontra il suo sosia a dettare il senso di claustrofobia e di alienazione che lo stesso associa al suo compagno di classe (nato perfino lo stesso giorno! Cioè, i due non si somigliano solo per l’aspetto fisico, ma anche per circostanze legate alla propria biografia). L’ambiente in cui i due si conoscono è descritto come una sorta di carcere di massima sicurezza. E non basta trasferirsi in un’altra città (Oxford, Cambridge, etc.) per cambiare set esistenziale dell’azione: anche in questi casi, il narratore ci parla di stanze buie e fredde, spazi claustrofobici nei quali il suo forte appetito per il piacere (sessuale, gastronomico, alcolico, etc.) sembra non avere fine né pace. Quanto più si trova costretto a vivere “al chiuso” tanto più aumenta questo senso disinibito del peccato a tutti i costi (fino a quando William Wilson non farà la sua apparizione finale catartica).

In La caduta della casa Usher lo spazio è il vero protagonista della storia, come ricorderanno gli amanti dello scrittore americano. Tanto è vero che il nobile che vi abita (amico d’infanzia del narratore) riconosce di essere caduto in depressione (o in una sorta di stato d’apatia totale) per colpa delle pietre, delle stanze, degli specchi e dei tendaggi dell’enorme mansione in cui vive insieme alla sorella (anche lei malata, ma di tubercolosi, a quanto pare). Qui lo spazio determina tutto il ritmo della narrazione, fino al terremoto finale, quando la stessa casa degli Usher sembra sprofondare nel lago in cui, all’inizio del racconto, si specchiava in modo tetro.

Ne L’uomo della folla – forse uno dei racconti più belli e affascinanti di Poe, oltre che uno dei più enigmatici – è la strada, o meglio, le strade di Londra a diventare personaggio fondamentale. La narrazione è affidata in prima persona singolare a un uomo di mezza età che passa il tempo a spiare gli altri passanti dalla finestra della sua locanda favorita. Convalescente da una febbre che lo ha tenuto a letto per molto tempo, una volta che decide di poter uscire di casa, s’intrattiene proprio nella contemplazione dei volti e dei gesti, dei vestiti e delle espressioni degli anonimi passanti. Fino a quando non s’imbatte nel volto di un anziano (sui 65 anni) che cattura subito la sua attenzione e lo spinge ad inseguirlo senza farsi notare. L’uomo spia il vecchio nel suo girovagare apparentemente senza senso per il centro della città, fino ad arrivare (di notte) nella zona più periferica e malfamata, quella in cui vivono i poveri e gli alcolizzati. Non sapremo mai chi sia questo anziano, né perché ossessiona così tanto il narratore. Le strade diventano labirinti nei quali ognuno di noi può perdere la percezione della propria identità.

Ne Il pozzo e il pendolo la vittima della Santa Inquisizione è in attesa di subire una morte atroce. Senza capire bene dove si trova, per colpa dell’oscurità tremenda che lo avvolge, questo povero cristo scoprirà di essere prigioniero all’interno di una sorta di cella dal cui soffitto pende una lama gigantesca che si muove come fosse un pendolo che segnala lentamente, ma inerosabilmente, l’ora della morte. Qui lo spazio è davvero claustrofobico: leggiamo e sentiamo che ci manca l’aria e che, al posto del protagonista, preferiremmo morire d’infarto piuttosto che attendere la fine del viaggio della lama che pende sul nostro collo e sulla nostra testa come una spada di Damocle.

Ancora non ho riletto Il gatto nero, né Il barile di Amontillado, né La verità sul caso del signor Valdemar, Il cuore rivelatore, né Una discesa nel Maelstrom, ma è evidente che in tutti questi racconti meravigliosi lo spazio è uno dei motori centrali che fa partire e accelelare la pulsazione del cuore dei lettori. E chissà perché Baudelaire sentì tanta passione per l’opera di Poe. E chissà se Poe avrebbe scritto ciò che ha scritto se non fosse stato schiavo dell’alcol e di quello stato d’animo distaccato e plumbeo che potremmo definire come lo “spleen” baudelairiano.

domingo, marzo 29, 2020


Canto di D'Arco (2019) di Antonio Moresco: la fine di un ciclo




Ho finito Canto di D’arco, di Antonio Moresco. E come si fa ora a parlare di un romanzo che non assomiglia a nessun altro romanzo scritto prima da nessun altro essere umano? Come si fa a parlarne in un momento come questo, quando l’Italia è in piena crisi sanitaria e, a breve, anche economica? Come si fa a parlare di letteratura di qualità quando la realtà più impellente ci fa sentire quasi in colpa per non essere sommersi in quella stessa crisi?

Non lo so. E però una cosa è certa: Moresco si spinge molto oltre, molto al di là delle Colonne d’Ercole del genere romanzesco; vola alto, talmente alto da coinvolgere nella sua narrazione estrema la luce e il buio; le stelle e i manichini da sposi; gli dèi e gli assassini di bambini; l’amore spirituale e quello carnale; la morte concepita come fine della vita e la vita vista come l’altra faccia della morte; insomma, è davvero complicato per me spiegare come Canto di D’arco viene quasi a suggellare l’intero universo narrativo che Moresco ha costruito ne Gli increati, ovvero, ne Gli esordi (1998), in Canti del caos (2009) e, appunto, ne Gli increati (pubblicato nel 2015 e che poi è diventato il titolo con cui l’autore ha nominato e inglobato l’intera trilogia).

Leggermente irritante in alcuni brani in cui si ripetono ad inifinitum gli stessi termini ossimorici (luce / oscurità; vita / morte; prima / dopo), spesso sconcertante per gli scenari che riesce a mostrarci, scenari che fanno pensare al contempo alle visioni ultraterrene dantesche della Commedia e a quelle di Kubrick in 2001: Odissea nello spazio, Moresco allarga ancora di più, se possibile, i confini del genere “romanzo” per convogliarvi la lotta antagonica (e ancestrale) tra l’essere umano e ciò che è conoscibile e, in quanto tale, dicibile (forse è la poesia il genere per eccellenza in cui questa lotta occupa il primo piano; Moresco è poeta, in tal senso, proprio perché si preoccupa di una questione che sembra attenere di più al genere lirico che a quello romanzesco).

Il lettore si ritrova così proiettato in tre diversi abissi: dalla città dei morti (perché D’Arco, quando comincia la sua narrazione, lo fa da morto) alla città dei vivi, per poi concludere (ma è davvero una “conclusione”?) nelle molte città di confine, essendo il concetto stesso di confine non solo molto relativo, ma generatore, a sua volta, di nuovi e sconfinati confini.

Come fosse un nuovo William Blake, Moresco non trema né teme di sfiorare l’inverosimile, proprio perché in questi romanzi il verosimile è un limite da scavalcare attraverso una potenza immaginativa che non si arresta davanti a nulla, che non teme il ridicolo, che non scade mai (mai) nel kitch (solo uno che sciommiottasse lo stile di Moresco potrebbe scadervi, infatti, e in modo inevitabile; ma lui, l’autore originale, il vero creatore di questo stile, no).

Cosa colpisce di questo romanzo, dunque? Oltre allo stile, che richiede uno sforzo non da poco al lettore, proprio perché si tratta di un periodare strambo, non quotidiano, anche se caratterizzato da un lessico apparentemente “umile”, e oltre ai contenuti filosofici che innervano la trama (la vita vista non solo e non tanto “dopo la morte”, ma come “passaggio” in cui la morte è “già-sempre-presente”), ciò che colpisce, dicevo, è il carattere del protagonista: D’Arco è uno sbirro che ammette di non essere molto intelligente; è uno sfigato che gira con le scarpe da tennis consumate, con una giacca di pelle scucita, con dei jeans strappati. È uno che, quando cala la notte, prima di rincasare è solito mangiare un kebab e bere una birra nello stesso bar di periferia di sempre. È uno che compatisce e stringe amicizia con un garagista, uno che di notte non dorme mai e che, per far passare il tempo, è solito guardare dvd porno e masturbarsi. D’Arco è uno che s’innamora perdutamente di Quella, una ragazza bellissima trovata per caso all’interno di un cassonetto dell’immondizia. È uno che ha un capo che gli affida sempre missioni impossibili. Ma D’Arco (che non ha un nome, solo questo cognome che potrebbe rimandare al David Bowman – l’arciere – del succitato 2001: A Space Odissey) accetta senza fiatare, anche se si stupisce e si pone domande che non trovano subito risposta. D’Arco, di fatto, è uno che si sorprende e si fa molte domande su tutto, anche sulla sua incapacità di capire cosa sta facendo o cosa sta osservando e, dunque, anche, cosa sta narrando.

Come tutti i romanzi di Moresco, anche questo ci trasmette una profonda pietà e una certa simpatia verso un perdente, che, però, si fa vincente, perché, appunto, accetta sempre le sfide, a testa alta, anche se sa che perderà (o che potrebbe rimetterci addirittura la vita). E forse anche Moresco è così: uno che ha aspettato molti anni prima di riuscire a pubblicare il primo libro e che, nonostante tutti gli ostacoli, nonostante i molti no, e le porte sbattute in faccia, nonostante le critiche, è riuscito poi a dare il meglio di sé, attraverso la scrittura e la letteratura intese non come qualcosa di bello o di rassenerante, di comodo o di puramente estetico, bensì come gli strumenti più utili e idonei per cercare di ampliare la conoscenza che noi in quanto umani abbiamo della realtà che ci circonda, di quella che ci portiamo dentro e dell’incontro (e dello scontro) tra l’una e l’altra realtà. Fino a porre in dubbio perfino la capacità della scrittura e della letteratura di dire questi misteri e questi enigmi abissali. Fino a perderci la testa e la stabilità mentale (è come se a un poeta si chiedesse di scrivere un componimento sui neutrini o sulle ultime costellazioni scoperte dalla NASA; si può scrivere poesia a partire dall’astronomia? La risposta è sì, se si ha l’ardire e la forza di arrivare fino alla fine del Canto di D’arco). Sono molti i brani che ho sottolineato, perché mi hanno turbato, perché mi hanno emozionato o, più semplicemente, perché mi sono sembrati davvero sorprendenti. E se in alcuni casi la narrazione si fa “pura domanda retorica”, come in questo caso:

“A cosa serve la vita se ci vuole la morte per giustificarla? A cosa serve il bene se ci vuole il male per giustificarlo e a cosa serve il male se ci vuole il bene per giustificarlo? E a cosa servono la vita e la morte e il bene e il male se non si sa neppure se vengono prima o se vengono dopo, se possono venire prima solo se vengono dopo e possono venire dopo solo se vengono prima…?” (p. 205),

in altri casi la questione si fa più scottante e riguarda noi tutti in quanto abitanti della Terra, come in quest’atto di denuncia che sembra descrivere (in parte) cosa ci sta succedendo ora che il coronavirus ci ha fatti barricare in casa e ci ha obbligati a privarci della libertà di movimento per non causare la morte degli altri:

“Le donne ingannano gli uomini, gli uomini ingannano le donne, le donne e gli uomini sin ingannano tra di loro e tutti ingannano se stessi. In realtà non credono in niente, credono solo nella loro ingordigia e in ciò che gonfia i loro corpi, le loro menti e le loro anime, hanno bisogno di stordirsi con la loro ipertrofia genitale e la loro tecnologia, con droghe e alcol, con la loro idolatria economica e finanziaria, il loro cinismo, la loro frustrazione e la loro paura, hanno solo bisogno di non vedere, si mettono tutti d’accordo per non vedere, tutta la loro cosiddetta civiltà con le sue narrazioni è solo un motore imballato che gira a vuoto, una valanga di copertura per non vedere, perché se no crollerebbe tutto il castello di sabbia che hanno costruito per nascondere la loro paura della morte, perché hanno terrore della morte, ne hanno terrore perché credono che venga dopo e non prima…” (p. 164).

Se citassimo fuori dal suo contesto questo brano, potremmo pensare che a scriverlo sia stato il papa. Moresco, dopo essere stato in procinto di farsi prete, è passato a militare nei gruppi di estrema sinistra nel corso degli anni 70 e 80. Poi pare sia sopravvissuto facendo lavori saltuari e tutti precari, tra cui il facchino e il portiere di notte (l’ho letto al volo da qualche parte, sarà vero? Non saprei dire, ma siccome anch’io ho fatto entrambi questi lavori, la notizia mi rende l’autore ancora più amico, ancora più vicino).

Sì, potrebbe essere un brano da leggere urbi et orbi da una Piazza San Pietro deserta. E invece fa parte di un romanzo falsamente poliziesco e surrealisticamente di fantascienza che s’intitola Canto di D’Arco, che è uscito l’anno scorso e che parla dell’Umanità tutta agli inizi di questo XXI secolo.

 Diario di viaggio (da Barcelona all'Abruzzo, passando dai laghi - di Como e di Garda) 2/8/2026 Partiti alle ore 10:00 dalla città del S...