martes, marzo 31, 2026

 Parigi (dopo 13 anni)



E come si fa a parlare di Parigi quando uno manca dalla capitale di Francia da 13 anni? Come sintetizzare 72 ore di permanenza nella città in cui è stato inventato il cinema? Come trasformare in parole le sensazioni che trasmette?

Non ci si riesce. O ci potrebbe riuscire solo Marcel Proust, il cui ritratto ad opera di Jacques-Emile Blanche è possibile contemplare nel bellissimo Museo d'Orsay (antica stazione dei treni riconvertita a pinacoteca solo nel 1980), uno dei miei preferiti, anche più del mitico Louvre.

Ciò che più colpisce il viaggiatore assente da più d'un decennio è la luce del cielo sopra Parigi. È una luce diversa da quella che si contempla a Madrid o a Roma. Qui non c'è angolo di città che non sia accompagnato da qualche albero, quercia, cespuglio, squarcio di verde perfino nelle zone più trafficate. Lungo l'Arco di Trionfo gli alberi segnalano il viale che porta all'imponente monumento in cui si commemora il 14 luglio (la presa della Bastiglia). Tra palazzi dell'alta moda (in primis, Louis Vuitton) e uffici di aziende multimilionarie, la natura continua a farla da padrona, non è stata espulsa o imprigionata, ma serve ad accompagnare anche gli esperimenti architettonici più spregiudicati (e penso anche alla Fondazione Louis Vuitton, progettata dall'arcifamoso architetto canadese Frank Gehry all'interno dell'enorme selva del Bois de Boulogne).

Un ombrello rotto viene schivato dal bus turistico che ci porta in giro negli "arrondissements" del centro: il Quartiere Latino, con le sue mille librerie (fa tenerezza vedere che a Parigi le librerie sono ancora luoghi di culto frequentati da persone appassionate, la "Shakespeare & Co.", la "Gibert Joseph", quelle dedicate ai manga, perché in Francia il fumetto è un'arte da venerare), Notre-Dame, ancora in riparazione dopo l'incendio, il Lungosenna spettacolare, gli occhi non sanno dove guardare per quanta bellezza sprizza da ogni angolo, l'Ópera, Montmartre, la Conciergerie, etc. etc.

Fa freddo, quasi 6 gradi, mentre il cielo diventa nuvoloso e minaccia pioggia e si avverte l'odore della città, quell'odore che Gennaro Serio mi dice che sta sparendo, perché con l'introduzione dei nuovi condotti dell'aria condizionata della metro, perfino quei profumi tipici di Parigi stanno cambiando la colonna sonora e olfattiva degli anni passati. Penso alla metro di Madrid: alla puzza tipica del cibo fritto, delle vampate dei vapori dal sottosuolo, dei giornali appena usciti in edicola, ed è vero, caspita, con le modifiche che apporta la tecnologia e i cambiamenti spaziali paralleli nemmeno gli odori o i suoni delle città sono più gli stessi.

Ripenso all'eleganza con cui l'autista del bus devia l'ombrello nero e rotto, dimenticato da chissà chi nel bel mezzo della corsia del Viale enorme dell'Arco del Trionfo. Poi ci fermiamo sotto la Tour Eiffel: altra riflessione a margine: a Parigi predomina il metallo, insieme al marmo e al vetro. La città delle luci è fatta di tantissime fonti luminose, di tantissimi specchi che le riflettono di notte, ma anche de molte tonnellate di metallo e ferro, come il simbolo della stessa città.

La mia compagna di viaggi decide di prendere l'ascensore per vedere Parigi dall'altro. Con questo vento e freddo polari ci rinuncio, preferisco camminare nel quartiere e scoprire le strade più piccole e strette, quelle meno frequentate dai turisti. Più passano gli anni e più evito le masse. Odio il turismo di massa. Per questo preferisco forse la bicicletta, che mi permette di perdermi, di non seguire la corrente, di avere un contatto più diretto con la natura o con i paesi che posso avere il lusso d'attraversare in bici.

Poi la Sorbonne, la statua di Montaigne, l'inventore del genere del "saggio", il caffè decente al Bar Ouacq, vicino alla Villlete, con Gennaro Serio, per parlare di letteratura, di Antonio Lobo Antunes morto da poco, del declino dell'Italia e della fuga di molti italiani dall'Italia, del suo ultimo romanzo, appena uscito, Il viaggiatore breve, pubblicato da L'Orma Editore e che, come gli prometto, leggerò non appena tornerò a Roma. 

"L'Italia non è un paese per giovani, ma, a quanto pare, nemmeno per adulti e per vecchi. Conosco professori di ruolo con figli a carico che vorrebbero trasferirsi qui".
"E io ho due dottorande che sono di ruolo e che mi hanno parlato della loro voglia di mollare tutto e ricominciare da capo a Madrid o a Barcellona".
"Ma perché? Potremmo essere una potenza mondiale, i primi in tutto, abbiamo arte e cultura da vendere".
"Non lo so perché, ma i fatti sono incontestabili: ho un fratello avvocato di successo che vive a Roma e che non ne può più dello stress quotidiano della capitale".
"Se non riesco più a permettermi l'affitto qui a Parigi ti vengo a trovare in Spagna, mi trasferisco anch'io".

Quando usciamo, ci facciamo una foto per immortalare il momento. Le fermate della metro per Paris-Orly sono una quindicina. Ma con 16 euro sei all'aeroporto, meglio che prendere il taxi, 45 euro fisse. Dammi retta, prendi la metro.

Ieri siamo stati invitati a cena da Aurèlie, una collega ispanista che lavora qui: abbiamo cenato a base di "fromages": di ogni sapore e colore, con accompagnamento d'obbligo di champagne. Aprendo un romanzo a caso (Aurèlie è una lettrice onnivora) m'imbatto in una citazione dalla Recherche (ovvio, Proust onnipresente): " 'Tranquillisez-vous, on se retrouve toujours', répondit Albertine". E non so se interpretare la frase del personaggio che ossessionerà tanto Marcel in un augurio o una maledizione, un desiderio o una condanna.

 Oggi si torna a Fiumicino, le papille gustative lo sanno, presagiscono il buon sapere della pizza e della pasta nostrana. Mi domando ancora se quell'ombrello malconcio verrà distrutto per sempre da qualche bus di linea o risparmiato e messo in un angolo dell'enorme vialone dell'Arco del Trionfo...

viernes, marzo 20, 2026

 Patria (2016) di Fernando Aramburu: il terrorismo basco visto dall'interno di due famiglie




Non avevo mai letto Patria, un best-seller di Fernando Aramburu pubblicato 10 anni fa e tradotto in diverse lingue in tutto il mondo. Ammetto di aver nutrito dei dubbi e dei pregiudizi sul romanzo: l'ennesima storia su ETA e i terroristi baschi; sarà strappalacrime; un romanzone per tornare sulle ferite di uno dei capitoli più bui della Storia recente della Spagna e, invece, mi sono dovuto ricredere, sin dalla prima pagina.

Sin dalla prima pagina,  il romanzo prende e attira l'attenzione su di sè per la struttura, il tono e lo stile: un narratore onnisciente entra ed esce dalle vita intima dei molti personaggi che costituiscono il centro della narrazione, essendo due le famiglie messe sotto la lente della curiosità di chi racconta la storia. Il narratore parla dei fatti privati, intimi, anche di quelli più scabrosi di Nerea e di Quique, di Joxe Mari e di Gorka, di Miren e suo marito Joxian, di Bittori e suo marito "il Txato", vittima di un attentato in un paesino in cui tutti si conoscono, per ascoltarli, spiarli, metterli a nudo con un tono a tratti ironico che spiazza, proprio perché uno non se l'aspetta. Le frasi sono spesso corte e il narratore sembra spesso incerto nella scelta degli aggettivi, tanto che ne lascia due insieme separati solo da un trattino /, come a voler condividere con il lettore, oltre che coi personaggi, quest'incertezza costante che si sviluppa a suon di sinomini e/o antonimi.

Sono molte le pagine che restano impresse nella mente, una volta che si arriva all'ultima pagina. Bittori che parla col marito morto, sedendosi sulla tomba come se fosse distesa sul divano di uno psicologo; Nerea che viaggia in Germania per inseguire l'amore della sua vita, uno studente Erasmus conosciuto a Saragozza e che poi si scopre che ha già un'altra; Arantxa, l'altra figlia di Josema, padre di Joxe Mari e Gorka, vittima di un ictus che la costringe sulla sedia a rotelle e le impedisce la fonazione (tanto che è costretta a comunicare tramite tablet). È lei forse il personaggio più potente, insieme a Bittori, la vedova vittima dell'ennesimo gesto di barbarie di ETA. Non è un caso se, nel corso della lunga, frammentata trama, le due donne diventino amiche e Arantxa diventi il mezzo tramite cui Bittori potrà arrivare alla verità e, dunque, alla pace spirituale, alla tranquillità di chi sa chi è che ha ucciso suo marito in nome di ideali perversi e che storpiano il concetto di politica. Arantxa che non può camminare né parlare; Bittori che parla con una logorrea tremenda al marito morto, convinta che "el Txato" possa ascoltarla. Come se quel colpo di pistola non fosse mai stato esploso;  come se le minacce e le scritte minatorie sui muri del paese non fossero mai state lanciate dai terroristi contri chi, imprenditore in erba, viene visto come traditore della causa basca.

È soprattutto negli anni 80 e 90 che ETA ammazza una quantità enorme di poliziotti e gente qualunque. Fino al rapimento di Miguel Ángel Blanco, un giovane deputato del Partido Popular, tenuto in ostaggio 48 ore in un tira e molla con lo Stato che è finito con l'ennesima esecuazione sommaria. Dopo quell'attentato, nel 1997, la Spagna è scesa in piazza, con le mani bianche levate in alto, per dire "basta". E nel 2011 è successo: ETA si è sciolta, mai più armi, mai più armi, mai più vittime innocenti in nome di una libertà del popolo mal interpretata.

Chi è italiano e leggerà Patria non potrà non evocare le Brigate Rosse, il rapimento e l'esecuzione di Aldo Moro, gli anni di piombo nostrani. E non potrà non riflettere su quanto sangue sia stato sparso (e continui ad esserlo) inutilmente.


lunes, marzo 02, 2026

 La scuola

Mattinata intensa a scuola: dopo anni, forse decenni, torno in un'aula di scuola, alle superiori, come si diceva ai miei tempi. L'impegno della Preside che mi ha invitato a parlare nella "Settimana culturale" del suo istituto è encomiabile. Si parla di scienza, tecnologia, letteratura, AI e fantascienza. Isaac Asimov è uno degli autori studiati nel corso degli ultimi mesi. Insieme ad Asimov, Alan Turing, Philip Dick, ogni parete di ogni piano della scuola è tappezzato da giochi, laboratori, poster sullo stesso argomento. 
I docenti che incontro hanno tutti il sorriso sulle labbra; gli alunni, tra i 13 e 16 anni, sembrano tutti contenti di partecipare in un progetto in cui sono state coinvolte anche le famiglie. Sembra di entrare in un mondo parallelo: come mi fa notare anche Manuel M. (il giornalista invitato in questa prima giornata di lavori), la scuola è una città a sé, con le sue regole e i suoi codici, non è permesso l'ingresso ai non addetti ai lavori, agli estranei. I corridoi sono pieni di voci e rumori, di giovani che chiacchierano del loro racconto o romanzo favorito: l'uso dell'AI è consentito solo in determinati casi; sfoglio un racconto scritto a mano con una penna blu e su un pezzo di carta vero, come si faceva ai miei tempi. Da qui possono nascere futuri scrittori o registi o comunque amanti della cultura e della scienza.
Prima di me parlano un chimico e una fisica: lui viene dalla città del Sud del Sud della Spagna in cui vivo; lei viene da Madrid. Entrambi uniti dalla stessa passione.
Quando tocca a me, mi schiarisco la voce e comincio a parlare dell'attualità del "Chisciotte", di come questo personaggio (insieme a Sancio Panza) travalichi i tempi e i luoghi: parliamo della pastora Marcela e del morisco Ricote. Una proto-femminista che mi consente di affrontare il tema dell'uguaglianza e della parità tra uomini e donne e un migrante musulmano che mi permette di parlare di patria, di che cos'è la patria per noi, in un mondo sempre più globalizzato e interconnesso, di che significa nascere in un posto piuttosto che un altro, della lingua come elemento identitario.
Quando finsice l'evento, andiamo a mangiare insieme: io, la Preside e il giornalista. Manuel M. mi guarda commosso e mi fa: "Scriverò un articolo sul tuo intervento e lo intitolerò: 'Don Chisciotte: il romanzo che Trump non leggerà mai'". Ridiamo, scherziamo, riflettiamo sull'importanza di promuvere eventi culturali come questo, in un contesto come il nostro, dove ciò che predomina è la velocità, la rabbia, la guerra, l'odio.
Mattinate di lavoro come queste danno senso a tutte le ore di lettura, sforzo, studio. Tra questi ragazzi, ci sarà forse anche un futuro Premio Nobel, un nuovo Asimov, chissà, forse, addirittura, un nuovo Cervantes...

sábado, febrero 28, 2026

 Le stroncature

Leggo al volo su Facebook che in Italia c'è un critico che si dedica a stroncare i libri che legge ("Stroncature", credo che sia il titolo della sua colonna su qualche giornale o rivista di cui ora non ricordo il nome né m'interessa).
Una delle sue ultime stroncature riguarda uno degli ultimi libri di Antonio Moresco, Lettera d'amore a Giacomo Leopardi (Milano, Solferino, 2025).
Ebbene, in uno dei commenti, un lettore gli fa notare che sembra che abbia letto il libro solo fino a p. 34. E lo "stroncatore" risponde, allegramente, con ironia, forse anche con supponenza: "È ovvio! Bisogna leggere solo fino a p. 34 per capire com'è fatto un libro!".
Ecco: di fronte a tali frasi uno pensa: ma perché? E soprattutto: ma a che serve una recensione negativa o negativa per sistema? E soprattutto: ma lo stroncatore lo sa chi è Antonio Moresco e cos'ha fatto, nel corso degli ultimi 30 anni, Antonio Moresco per la letteratura non solo italiana ma mondiale? Lo sa chi è? Ha una minima idea di che cosa può fare Moresco con la sua scrittura?


domingo, febrero 22, 2026

 Napoli nel 2020

Mio fratello manda la foto al gruppo dei cugini: il 22 febbraio (oggi), ma di 6 anni fa (2020) eravamo tutti insieme a Piazza del Plebiscito a Napoli per una bella rimpatriata mentre io partecipavo a un congresso sul "silenzio". Faceva freschetto, quella sera, ed eravamo felici, contenti, sorridenti, dopo aver cenato in qualche pizzeria dei dintorni e prima di andare a fare bisboccia in qualche pub o bar della "movida" napoletana.

Nel frattempo, mezza Italia seguiva le notizie provenienti dalla Cina e dai primissimi casi di contagi da Coronavirus (o Covid-19). Molti erano ancora gli scettici o chi pensava che il virus non fosse così grave. Al congresso nessuno si sognava di rispettare la distanza di sicurezza: io, mio fratello e le nostre cugine si beveva e si brindava ignari dell'imminenza del disastro: zona rossa, prima nel Nord, poi l'Italia intera. Il 23 febbraio sarei ripartito da Capo di Chino e mi sorprevo nel vedere passeggeri che indossavano la maschera FP3. Pochissime ore dopo, il caos. Prima a rallentatore, poi con scene assurde, come quelle in diretta dalla stazione di Milano (migliaia di persone che cercavano di andare a Sud, come se così facendo potessero evitare il virus).

In Spagna, quando mostravo le notizie dei morti ai colleghi, pochi erano quelli che mi ascoltavano con attenzione: i più sdrammatizzavano, dai che passa, è un'influenza un po' più forte, fa morire solo gli anziani e i malati terminali, vedrai che qua non arriva.

L'8 marzo ci fu una megariunione in onore della festa delle donne sia a Madrid che a Barcellona. Il 15 marzo Pedro Sánchez optò per il lockdown sul modello di quello nostrano. Tutti rintanati in casa, tutti a lavoro sul pc (smart-working, lo chiamavamo in Italia); tutti ignari della gravità della pandemia; tutti in fila ai supermercati per comprare cibo e carta igienica.

Sembra che sia passato un secolo: sono passati solo 6 anni. E sembra quasi che abbiamo dimenticato tutto della pandemia, compresi i sogni di alcuni verso un mondo migliore, meno inquinato, più giusto, meno accelerato, più pacifico o pacifista (gli applausi agli infermieri e ai dottori che provavano a salvare vite su turni sfiancanti, quegli applausi dal balcone: ma che scena incredibile era?!).

E invece... Non abbiamo modificato di molto i ritmi, il concetto di società, l'idea di bisogni e sogni condivisi, anzi: sono arrivate le guerre. E le storture violente che sono sotto gli occhi di tutti. Anche se a volte (spesso) non le vogliamo vedere. Perché le guerre sono ancora lontane (anche se l'Ucraina è vicinissima, in realtà, e la Groenlandia attaccata a un paese democratico come la Danimarca). Per non parlare della Striscia di Gaza. E di tutti quei morti bambini.

miércoles, febrero 18, 2026

 Istantanee (o della relatività del sentimento amoroso)

Immaginiamo questo scenario: sul proscenio, in prima fila, c'è una coppia di ballerini di swing. Hanno una cassa portatile per ascoltare la musica e andare al ritmo giusto: danzano che è un piacere guardarli. Uno starebbe le ore a godersi lo spettacolo: si vede che sono amanti, o innamorati, si nota subito per come si guardano, come scherzano, come ridono tra di loro quando uno dei due mette il piede in fallo o non rispetta la coreografia che hanno pattuito all'inizio.

Poco più in fondo, sul marciapiede della strada di fronte, invece, c'è un altro scenario, completamente differente al primo: una coppia che discute in modo furibondo. Lei gli prende il cellulare; lui prova a sottrarglielo; si spingono, sembra che stiano per darsele di santa ragione, sembra che stia per scoppiare la rissa, lei gli urla che è un maiale, un porco, uno stronzo, lui le risponde per le rime, alza la voce, forse bestemmia, dei vicini si affacciano alla finestra, un padre con un bambino nel passeggino si ferma impietrito e non sa ancora se intervenire o se chiamare la polizia, anche perché lei è magrolina, lui un santantonio di 2 metri e muscoloso, pieno di tatuaggi, lei strilla, grida, lo prende a pugni sulle braccia e sul petto, lui schiva i colpi, si trattiene, ma ha la faccia paonazza, forse per la rabbia o per la vergogna (che messaggi, che foto avrà scoperto la fidanzata per scoppiare in questo modo?), poi si separano, nel senso che lei va verso sinistra e lui verso destra, e, nel mentre, la coppia dei ballerini di swing continua ad allenarsi, ad esercitarsi, a divertirsi, ignari delle grida, concentrati solo sul ritmo, sulla musica, sulla danza, ignari della coppia che si è appena sciolta, rotta in modo plateale, mentre tutto sembra tornare alla normalità, il papà col figlioletto continua a camminare, lo spettatore affascinato dalla coppia di ballerini riprende il suo percorso verso il supermercatro, la coppia scoppiata chissà se tornerà più a rivolgersi la parola, il cellulare miracolsamente ancora integro, nonostante i colpi di lei, gli strattoni di lui...

E a uno viene da pensare: "quant'è relativo il sentimento amoroso! E com'è precario l'equilibrio di chi si lascia guidare da Amore e Eros...".

sábado, febrero 14, 2026

 El día del lobo di Antonio Soler: o come ricordare il passato traumatico


In un mondo che rende culto alla velocità, alla rapidità, all'istantaneità, in una società che ha la memoria corta o che non ha proprio memoria, solleva l'imbattersi (ogni tanto) in libri (romanzi) che lasciano il segno perché recuperano il passato, tornano sulle ferite della Storia recente e ci fanno capire che - in realtà - non siamo cambiati, non è cambiato il mondo e la Storia forse non sarà mai ciò che propugnava Cicerone, ossia, Magistra Vitae...

Leggere El día del lobo (Barcelona, Espasa, 2024) di Antonio Soler è fare un viaggio al passato, per l'esattezza, al 7 febbraio del 1937, quando le navi di Franco occupano il porto di Malaga e cominciano a bombardare la città, mentre dal cielo l'aviazione fascista di Mussolini e quella nazista di Hitler lanciano bombe sulla popolazione civile, senza scrupoli, con l'intenzione di seminare il panico e la distruzione.

Sono passati 89 anni da quel giorno e da quella strage di civile (moltissimi si sono messi in cammino per trovare riparo ad Almería: tra Málaga e Almería ci sono 200 chilometri di distanza; immaginiamoci come si spostava questa gente, tra corpi sventrati, bambini urlanti, anziani senza forza o appoggiati al bastone). Eppure, Antonio Soler è in grado di farci rivivere quei giorni apocalittici trasmettendoci la Storia attraverso due canali fondamentali: il racconto (orale) di sua nonna, intimidita dal nipote o forse ancora in imbarazzo nel dover riscattare certe scene tragiche dopo tanti anni trascorsi dall'evento e i documenti storici, i saggi e gli studi che parlano di questo esodo di massa di popolazione inerme sotto le bombe naziste, fasciste e franchiste.

Il libro si presenta, dunque, come memoir familiare, certo, ma anche come romanzo, perché il narratore che parla in prima persona e che questa volta coincide con l'autore in carne ed ossa sente l'urgenza di utilizzare l'immaginazione quando né la nonna né i libri di storia sui fatti raccontati riescono a dargli un quadro completo della situazione.

L'immaginazione lavora affianco, in collaborazione con la memoria, per ricreare certe scene che Soler non avrebbe mai potuto presenziare (sua madre, Libertad, aveva 18 anni ed era incinta quando iniziarono i primi traslochi sotto le bombe e le prime marce verso Almería).

Tra i tanti libri citati, ce n'è uno che mi ha lasciato un'impressione molto forte e che forse non dimenticherò mai: La desbandá. El crimen de la carretera de Málaga a Almería (1937) di Norman Bethune, con le fotografie di Hazen Sise. Chi è Bethune? Chi è Sise? Si tratta di un medico e di un architetto e fotografo canadesi che, dopo aver assistito ai primi eventi tragici della guerra civile spagnola (scoppiata il 18 luglio del 1936) non hanno dubbi: si schierano dalla parte dei più deboli e dell'esercito del Frente Popular, per opporsi al fascismo e all'esercito dei nazionalisti guidati da Franco.

Sise fotografa ciò che vede in compagnia di Bethune nel momento in cui entrambi decidono di convertire il furgone per le trasfusioni di sangue in ambulanza per tutti i bambini e le madri che gridano aiuto. I due fanno un'infinità di viaggi, tra Málaga e Almería, per cercare di aiutare la popolazione civile. Bethune lo scrive nel suo libro-testimonianza: è come svuotare il mare con un imbuto; ma sente che è suo dovere restare lì, nel mezzo della battaglia, dell'Apocalisse, dei disastri della guerra.

Tra le tante foto di Sise ce n'è una che colpisce il lettore del XXI secolo: è quella di una bambina con il vestito fiorito; mangia canna da zucchero, unica fonte d'alimentazione che trova lungo il cammino, e ai suoi piedi giace una bambola nuda, priva di un braccio. La didascalia è melodrammatica, il libro di Bethune deve scuotere le coscienze degli altri europei e cittadini civilizzati di fronte agli orrori della guerra civile: "Non importa più nulla ormai. Nemmeno la bambola".

Chi ha scritto il libro; chi ha scattato le foto; chi lo ha pubblicato sapevano bene qual era il loro obiettivo. Smuovere le coscienze. Cercare d'illuminare i testimoni non oculari dei bombardamenti sui civili inermi. Chi guarda la foto oggi patisce una specie di deja-vu: quella bambina è la stessa che abbiamo visto nei telegiornali che mandavano immagini in diretta dalla Striscia di Gaza o dal fronte Ucrania-Russia. E sorge spontanea la domanda: chissà se sarà riuscita a salvarsi; chissà dov'erano i suoi; chissà che fine ha fatto. Ma si sa: la storia non è più (forse non lo è mai stata) "maestra di vita".

jueves, febrero 05, 2026

 Gli eventi (al 5 di febbraio del 2026)


Ieri ho mandato un messaggio a C., che ha da poco perso il marito: mi parlava di tutt'altro, mi raccontava di una sua visita (dolorsa) dal dentista (che conosce da cento anni e che ancora non si capacita che la sua amica abbia il terrore del trapano). E sempre ieri (ma di notte), ho sognato Alyssa: era una bambolina di ceramica o di altro materiale delicato e io la schiacciavo o la stringevo talmente forte a me che la rompevo in mille pezzi (le ho mandato un vocale e senza essere Freud mi risponde: "Che razza d'incubo! Ma tu mi vuoi male!").

Stamane, invece, ho iniziato a correggere la tesi di dottorato di una mia dottoranda che è appassionata del Quijote e delle mille trasposizioni cinematografiche del capolavoro di Cervantes. Non è male, non è banale il discorso critico che riesce a sviluppare a partire dalla versione in bianco e nero e del 1933 di G. W. Pabst. La dottoranda dimostra acume e finezza d'analisi, anche molta capacità di sintesi (la prima versione della tesi non arriva a 100 pagine: come fare a dirle che deve ampliare, senza risultare offensivi, senza suonare troppo "paternali"?). E poi l'incontro ravvicinato con un'ex alunna, una delle più brillanti che abbia mai avuto, che continua a chiedermi consigli di lettura, che disegna come una vera artista, che fa domande di letteratura e guarda l'orizzonte con occhi a volte smarriti a volte dolcissimi...

Gli eventi. Semplicemente loro. Ciò che accade. Ciò che ci accade. Al 5 di febbraio di questo 2026 che sembra il prologo allo scoppio di una guerra civile negli USA o della Terza Guerra Mondiale nel resto del pianeta.

sábado, enero 31, 2026

L'intensità (di certi sguardi) 

L'intensità di certi sguardi. Che nessuno dei due può evitare di lanciare l'uno all'altro, sapendo chi è l'altro, perché lo si è spogliato con gli occhi, con la mente e con le mani più di una volta, col fiato sospeso, con l'ansia di chi sa che c'è il piacere ad attenderlo.

L'intensità di certe intese, di frasi che l'uno può anticipare o concludere per l'altro (in vece sua) perché già ne conosce il ritmo e il vocabolario, sa già che termini adotterà in quel contesto, che metafore, che similitudini, che maniera di piegare la prosa del mondo all'altezza musicale dei versi (le impronte e i fantasmi che accompagnano la nostra vita diurna, civile, legale, accanto a quella notturna, primitiva e illegale, quella in cui si diventa entrambi animali).

L'intensità di certi dialoghi, fuori dal bar, mentre i turisti camminano verso la spiaggia, non li ferma nemmeno il vento forte di quest'ultima giornata del mese di gennaio (che sembrava non finire mai, come se da Capodanno fossero trascorsi anni e non giorni). Qualche coppia si tiene stretta stretta (avrà paura l'uno che l'altro se ne voli via col vento?), qualche coppia si bacia sulle panchine, mentre il vento piega gli ombrelli rendendoli brandelli di plastica attaccati a fili di bastone; qualche coppia litiga, anche, perché lui non si ricorda dove ha parcheggiato e lei è isterica, vuol tornare a casa, cazzo.

L'intensità di questi scambi verbali che, al di sotto della loro superficie civilizzata  e dell'educazione, nascondono scambi ben più profondi, negli abissi dell'anima e della mente e del corpo dell'altro...

È il 31 di gennaio: la presentazione è stata un successo, il pubblico ha fatto molte domande, la scrittrice è felice, mentre il mio sguardo è diretto solo verso una persona, solo verso di lei, colei che mi conosce meglio di come mi conosco io, colei che sa, colei che scrive e canta, quando l'ispirazione le regala poesie che tolgono il fato...

domingo, enero 25, 2026

 Il mercato editoriale e la letteratura "vera"

Dunque, la situazione è la seguente: una cara amica, una persona che ammiro molto dal punto di vista del suo lavoro di studiosa e ricercatrice nell'ambito della letteratura ispanica, ha pubblicato il suo secondo romanzo e mi chiede di presentarglielo. Dopo aver pubblicato un primo romanzo dotato di un certo fascino, un romanzo scritto bene, anche se con alcuni rimandi fin troppo espliciti a un altro scrittore molto famoso e molto apprezzato a livello internazionale, ne ha appena pubblicato un secondo, molto più fiacco, sfilacciato o forse banale del primo.


E come fare, allora, ad accettare l'invito a presentare un romanzo che non ci convince e, al contempo, a non compromettere l'amicizia con una scrittrice che - secondo me - ha cose da dire, anche se forse non è riuscita a dirle come nella sua "opera prima"? E come fare, allora, a parlare bene di un romanzo che ci sembra fin troppo "topico" o pieno di elementi già visti in passato (in letteratura o anche al cinema) senza urtare la sensibilità dell'autrice? E come fare, soprattutto, questa presentazione quando uno sa che dietro a questo libro si sta muovendo tutto un armamentario di marketing letterario davvero incredibile e sconcertante? 


La casa editrice (molto potente) che pubblica il romanzo non si vuole far sfuggire l'occasione di guadagnare milioni, se possibile, con questo loro ultimo lancio. C'è di mezzo la televisione, la pubblicità, la radio, le librerie, i circoli letterari, la stampa, insomma, come provare a fare bella figura, anche nei confronti della scrittrice, senza offendere?


Ecco, ho pensato che la soluzione potrebbe essere la seguente: nella presentazione farò riferimento alle cose che mi sono piaciute, sottacendo le molte che non mi hanno convinto. E poi...che sia il Tempo a stabilire se il libro merita o finirà (come tanti) nella "sepoltura dell'oblio".


P.S.: quanta distanza c'è, a volte, tra ciò che proclama la critica e ciò che esperimenta il lettore! Quanta distanza tra il mercato editoriale e ciò che è letteratura "vera", quella che pretende scuotere la coscienza del lettore, quella che fa pensare al di là delle imitazioni dei grandi, al di là delle citazioni famose!

domingo, enero 18, 2026

 Ipotesi di lavoro

Oggi io e la mia compagna di avventure abbiamo discusso o ci siamo leggermente accapigliati sul tema del femminismo. Io difendevo l'idea che Virginia Woolf non avesse capito l'Ulisse o, almeno, non ne avesse apprezzato lo stile sperimentale (lei che ha sperimentato tantissimo) né il ritratto a 360 gradi di una donna vulcanica e passionale come Molly Bloom (non ricordo in che articolo o saggio accusa Joyce di essere pornografico o fin troppo esplicito quando racconta l'inimità dei suoi personaggi); lei difendeva il fatto che Virginia Woolf fosse riuscita a penetrare molto più a fondo di Joyce nella mente dei personaggi, anche di quelli maschili o che si trasformano nel nome di un'ermafroditismo davvero originale (pensiamo a Orlando, del 1928 - ma anche Flush non scherza, non avevo mai letto prima la biografia di un cane; lo scrive nel 1933, a 10 anni dall'apparizione dell'Ulisse joyciano).

Poi, tornando a casa, mi sono ricordato delle lettere d'amore che Virgiani Woolf scrisse a Vita Sackeville-West. Ne lessi qualcuna in inglese, quando ero studente di Lingue e Letterature Straniere alla "Sapienza" ed ebbi l'enorme, immensa fortuna d'imbattermi in maestri e anglisti di fama internazionale come Nadia Fusini o Piero Boitani (se oggi ho letto Shakespeare in versione originale lo debbo a lui, oltre a tante altre cose che non sto qui ad enumerare, perché sono davvero tante).




E subito dopo mi è venuta alla memoria la lunga trafila di lettere che James Joyce inviò a Nora Barnacle quando s'innamorarono e decisero che non si sarebbero mai più lasciati (e, di fatto, non si lasciarno mai, nemmeno quando Joyce si ubriacava come un alcolizzato e lo buttavano fuori dai pub delle varie città in cui vissero, Parigi, Trieste o Zurigo, e la coppia non sapeva come sbarcare il lunario, perché Joyce non guadagnava molto e i lavoretti che faceva per portare il pane a casa non erano molto remunerativi, se così possiamo dire...).

Scopro solo ora che nel 2024 è uscita una traduzione in italiano di quell'epistolario molto "hot" (un amico spagnolo scrittore mi ha raccontato che alcune lettere lo hanno fatto addirittura arrossire).

Ed allora ecco che mi si accende la lampadina e mi sovvien l'idea per uno studio di teoria della letteratura e di letterature comparate: cosa potrebbe venir fuori dall'analisi contrastiva dei due epistolari amorosi, quello di Virginia in omaggio a Vita e quello di James in onore di Nora? Che voce? Che immagine dei due sessi? Che guerra dei sessi tra polo femminile e polo maschile, tra omo- ed etero-sessualità? Quanta distanza tra i due nell'uso del proprio stile, tra stream of counsciouness e interior monologue? Che visione del mondo e dei rapporti sentimentali?

Appunti per un'ipotesi di lavoro del futuro...


jueves, enero 15, 2026

 The New Pope


Immaginate cosa succederebbe se i cardinali del Vaticano nominassero un papa debole, una figura di secondo piano da poter manipolare a proprio comodo, e che questo nuove papa fosse un francescano convinto, uno di di quelli che vive lo spirito del frate d'Assisi fino alle sue più estreme conseguenze. E che questo papa aprisse letteralmente le porte del Vaticano ai poveri e i diseredati della Terra, ai morti di fame che dormono per strada, ai barboni di Roma e del mondo intero, e decidesse di bloccare i conti correnti di tutti i cardinali e di promuovere l'austerità in tutte le più alte sfere dell'istituzione cristiana (un'istituzione che dura da secoli e che gode del lusso e dei privilegi di altre istituzioni di tipo politico).

Ecco, immaginatevi tutto questo: cosa succederebbe se davvero venisse nominato un Francesco II, sorta di gemello speculare di quel Francesco I che tutti abbiamo conosciuto (uno dei Papi più progressisti degli ultimi secoli, secondo alcuni, e proprio per questo non tanto ammirato né amato dalla parte più conservatrice della Chiesa). Che fine farebbe?


Paolo Sorrentino se lo domanda o lo immagina nella seconda puntata della seconda stagione di The Young Pope, ora intitolata The New Pope. Come sempre grandioso nella messa in scena, nella fotografia, nei movimenti di macchina (con quei lunghi piani sequenza che sembrano davvero godere della possibilità di spaziare dentro gli spazi immensi di un Vaticano ricostruito interamente in studio), con attori del calibro di Silvio Orlando, Jude Law (il papa finito in coma) e, soprattutto, John Malcovich (nominato papa subito dopo la morte misteriosa del papa francescano), Sorrentino si diverte a narrare gli scontri e le malefatte, i dissidi interni e i giochi di potere di una Chiesa il cui rappresentante sulla Terra sembra essere più fragile e peccatore di qualunque altro povero cristo senza fede o con una fede incerta.

A Sorrentino interessa da sempre il potere e le sue dinamiche: pensiamo al Giulio Andreotti de Il divo (2008), al Silvio Berlusconi di Loro (2018), alle comparse che circondano lo scrittore fallito Jep Gambardella ne La grande bellezza (2013) e al Presidente della Repubblica Italiana de La grazia (2025) (film che non ho ancora visto e che non vedo l'ora di vedere nell'unica sala in cui proiettano in lingua originale nella città del Sud del Sud della Spagna in cui vivo).

The New Pope è l'ennesimo tassello di questo ragionamento attorno al potere che Sorrentino va elaborando nel corso degli anni, senza mai stancarsi di sottolineare le ambiguità tipiche di chi lo esercita o lo patisce; sempre cosciente dei mezzi potenti del cinema; con una macchina da presa che danza attorno a personaggi che parlano come i protagonisti di romanzi del Novecento o anche dell'Ottocento. 



E che spasso i cammei di Sharone Stone e di Marilyn Manson, nel ruolo di se stessi, quando arrivano a San Pietro per compiacere il "nuovo papa", John Brannox, appassionato di entrambi! Sorrentino allo stato puro.

domingo, enero 11, 2026

 Le domeniche infinite

La domenica (come sa bene chi ha letto o legge questo "diario di bordo") è sempre un giorno un po' complicato da vivere (a cui sopravvivere). Quella di oggi ne è un esempio preclaro, calzante e perfetto. Dopo aver comprato 2 giornali, non sono riuiscito a sfogliarne nemmeno una pagina (di nessuno dei due). La prole vuole andare a fare un giro in bici lungofiume. Ci andiamo. Odio andarci quando ci sono così tante persone che s'improvvisano sportivi, quando corrono tutti, si creano le file, passa prima il pedone o la bici o il monopattino? Chi ha la precedenza? Quanto ingombro! 

E poi la famiglia politica che viene a pranzo: risate che non ti riguardano; pettegolezzi di gente che nemmeno conosci; scontri su Trump e Maduro, la posizione di Sánchez e quella dell'estrema destra spagnola; la Meloni che fa? Mai parlare di politica a tavola. E poi un'altra coppia, colleghi di un'altra Università, che dopo aver bevuto un po' di limoncello si mettono a parlare male della IA (o AI), l'Intellingenza Artificiale e il suo impatto sulle menti dei più giovani...dove andremo a finire? Si perderà per sempre l'uso del muscolo della memoria?

E poi la lavastoviglie da caricare e la lavatrice da svuotare, i compiti per casa, i compiti che implica la gestione quotidiana d'una casa, la voglia d'isolamento, di rivedere Fuga da Alcatraz di Don Siegel, un regista importante, un regista di quelli che sanno muovere la cinepresa e valorizzare i primi piani sul volto duro di uno come Clint Eastwood. 

A uno verrebbe quasi da dire: "Meno male che è quasi finita, meno male che domani è lunedì, si torna al lavoro, finalmente, per fortuna, basta domeniche...".

viernes, enero 09, 2026

 Incubi

Questa notte (cioè quella dell'8 gennaio) ho avuto un incubo davvero inquietante: ho sognato una delle mie "cape". Eravamo all'Università o forse all'estero, in qualche sede ufficiale esterna, e la mia "capa" non faceva altro che ingozzarsi (di cibo spazzatura, di hambuger del McDonald, di gomme da masticare e caramelle). Io provavo ad avvicinarmi per parlarle, per spiegarle, per chiederle qualcosa d'importante del nostro lavoro e lei mi guardava con aria imbarazzata, come a dire: "Mi dispiace, ora non posso". Oppure: "Ma non vedi che mi sto facendo una bella scorpacciata?". 

Poi, ad un certo punto, va via la luce, un black-out generale come quello che è avvenuto davvero in Spagna e parte del Portogallo e della Francia del Sud. Tutto nero: buio assoluto. Ed è proprio mentre tutti cerchiamo di capire cosa è successo che la mia "capa" smette di mangiare e, sempre con un certo imbarazzo o fastidio o senso di colpa, mi si avvicina e...mi bacia. Un bacio con la "capa"! Ma che senso ha?!?

Stasera ho guardato un film horror spagnolo intitolato Musarañas: non ricordavo che la parola significasse "toporagno" (che razza di "topo" è il "toporagno"?). Una giovane donna che accudisce in maniera alquanto asfissiante una sorella più piccola e più bella di lei soffre di agorafobia. Non può letteralmente uscire di casa perché solo affacciarsi alla porta le provoca nausee e vomito. Finché non arriva in casa il vicino di sopra, un giovane prestante, di cui la giovane donna malata inizia ad innamorarsi. Ecco, da questo momento, anche la sorella più piccola se ne invaghisce e da qui cominciano i guai, la trama (un po' troppo inverosimile) prende strade alternative molto "horror", fino a che non si arriva allo "splatter" più grottesco ed esplicito. In quella casa scoppia la catastrofe. 

E mi domando: perché ho scelto proprio questo film dopo questo incubo assurdo e surrealista su una delle mie "cape"? Non mi provocherà ulteriori incubi anche stanotte? 

Domande senza risposta. Mentre Silenzio. Le sette vite di Diana Karenne (Torino, Einaudi, 2024) di Melania Mazzucco mi guarda da una delle sezioni più intasate della libreria come se mi volesse invitare ad aprirlo (ci sono foto all'interno; lo leggerò di sicuro anche solo per questo), mi appresto a spegnere la luce e ad inoltrarmi nella zona d'ombra della notte fonda, speranzoso di finire tra le braccia di Morfeo, senza troppi incubi o sogni strambi.

martes, enero 06, 2026

 I Re Magi (e la Befana)

Qui in Spagna i bambini non aspettano la Befana (che vien di notte con le scarpe tutte rotte), bensì i Re Magi. Per rinfrancare i cammelli, si lascia loro un secchiello con l'acqua; per le loro Maestà, invece, si piazza un bicchiere di latte (con qualche biscotto) sul tavolo della cucina o del salone o nei pressi dell'albero di Natale. 

Sono ormai più di 10 anni che vivo in Spagna e ancora non mi abituo a quest'altra tradizione (molto più ortodossa e cattolica della nostra: che c'entra la Befana con la buona novella della venuta sulla Terra del Bambino Gesù? Che ci azzecca una specie di vecchia strega, brutta e che vola su una scopa di notte per distribuire doni o carbone ai bambini bravi e a quelli che son stati cattivi?).

Perfino i TG sono pieni di servizi sui Re Magi: una bimba chiede: "Ma come mai sono anche a Madrid? E come mai anche a Barcellona?" (risposta: "Hanno il dono dell'ubiquità" o "Sono veloci a volare da una città all'altra"). Domanda: "E chi li aiuta a distribuire tutti i regali?". Risposta: "I paggi" (altro che elfi).

Una strana malinconia fa da contraltare alle grida di gioia dei più piccoli: le strade sembrano campi di battaglia, i ristoranti sono (ancora!) pieni; ci si ferma al cinese, oggi qualcuno ha voglia di sushi (e di involtini primavera e di risotto alla cantonese e di pollo alle mandorle).

M'imbatto in una collega dell'Università: "Domani si ricomincia, eh?!" col sorriso triste sulle labbra. Vorrei non pensare. E invece, il cervello si attiva subito: quante ore di lezioni, quanti congressi, quante presentazioni di libri, quanti viaggi, quanti esami, quanti alunni da esaminare, quanti articoli da consegnare, quanti libri ancora da scrivere... Sarà il 2026 l'anno buono? Quello giusto?

All'uscita dal cinese un'aria gelida: sulle montagne intorno nevica. Qualcuno dice che bisogna munirsi di catene per la macchina. Incredibile percepire certe temperature polari a pochi passi dal mare. Uno stormo d'uccelli improvvisa una danza nel cielo grigio. Odore di camini accesi. Tra un po' si smonta: via alberi e decorazioni, addio, al prossimo anno, chissà...

domingo, enero 04, 2026

 Ieri, 3 gennaio del 2026



Ieri, sabato 3 gennaio del 2026 appena iniziato, è successa una cosa davvero strana e che (mi) fa riflettere (molto). Mentre noi eravamo riuniti a un gruppo di scrittori, poeti, critici cinematografici, giornalisti ed editori; mentre eravamo tutti intenti (e allegri) a festeggiare le feste in nome della cucina italiana e con tre diversi primi piatti (carbonara, pasta salmone e panna e, per chiudere in bellezza, risotto ai funghi); mentre noi tutti, persone adulte e appassionate di letteratura, stavamo leggendo poesie di García Lorca, omaggiando Natalia Ginzburg (che passò 3 anni di confino in Abruzzo e io non lo sapevo) o ricordando Nuccio Ordine (ammirato e compianto) e George Steiner (di cui Nuccio fu grande amico); mentre c'era addirittura una filosofa che ci spiegava l'importanza di tornare a leggere Hannah Arendt, ex-allieva ed ex-amante di Heidegger, proprio in quest'epoca in cui c'è sempre più bisogno di aprire gli occhi e di ascoltare anche il punto di vista femminile sui dilemmi massimi dell'esistenza, ecco, mentre accadevano tutte queste cose (e c'era perfino un fisico quantistico che omaggiava l'Italia e la musica nostra cantando con la chitarra Caro amico ti scrivo di Lucio Dalla e tutti si commuovevano), ecco, dicevo, mentre accadeva tutto ciò, ed eravamo tutti circondanti dalle decorazioni natalizie, dagli addobbi del momento, da panettoni buonissimi e torrone a volontà, da limoncello fatto in casa e champagne francese, ecco, proprio in quel momento alcuni di noi hanno scoperto sui giornali online che Trump aveva attaccato il Venezuela e, addirittura, che era riuscito a rapire Maduro...

Guardo la foto che lo stesso Trump ha pubblicato sui suoi social e penso: "Ma come è possibile? Ma che tenerezza fa quella bottiglietta d'acqua in mano al rapito? Ma nessuno si accorge che sembra un personaggio da Guerre Stellari, o da videogioco degli anni 80, con quegli occhiali neri che gli tappano la vista e quelle cuffie che lo isolano dai rumori dell'aereo? E come non notare la ridicola immagine del profilo di Trump, con la bandiera degli Stati Uniti stampigliata sul volto dallo sguardo duro del tipico cow-boy che va a caccia di indiani e vuole conquistare il selvaggio west?".

Mi domando se, nel futuro prossimo, prevarrà l'atteggiamento di chi si riunisce per festeggiare l'amicizia e l'amore per la cultura (la musica, l'arte, la letteratura) o quello di chi si diverte a fare il boss che sconfigge il nemico, lo invade e ne sfrutta le ricchezze del territorio (il petrolio, in primis, ovviamente). L'allegria lascia spazio alla tristezza sui volti di molti di noi. Poi il fisico quantistico propone un altro classico della musica italiana: Napule è, di Pino Daniele. Gli italiani presenti in sala cantano a squarciagola, stonando. Mentre qualcuno teme che lì fuori stia per scoppiare la Terza Guerra Mondiale...

viernes, enero 02, 2026

 Quentin Tarantino e le sue analisi dei film


Ecco qual è il primo libro letto (divorato, a esser sinceri) di questo 2026 che è appena iniziato: Cinema Speculation (Milano, La Nave di Teseo, 2023) di Quentin Tarantino, cinefilo, ancor prima che regista, e così amante della settimana arte da riuscire a scrivere un libro così, di 400 pagine di analisi fitte, ingegnose, brillanti, sempre ricche di spunti di riflessione che uno vorrebbe non finisse mai (o continuasse ad libitum).

Sorta di libro di memorie e saggio sul cinema, quest'opera ci permette di entrare nella testa di uno dei più grandi registi del cinema americano del XX e del XXI secolo e di apprezzarne l'argutezza quando si tratta di smontare un film per capire com'è fatto e perché alcuni film ci emozionano e altri ci lasciano indifferenti, perché certe storie ci avvinghiano e altre ci fanno venire il sopore.

Un esempio su tutti: Taxi Driver (1976) di Martin Scorsese. Chi di noi non ha amato e non si è spaventato nel guardare questo capolavoro? E chi di noi lo ha letto (interpretato) alla luce di John Ford? Secondo Quentin Tarantino, sia Scorsese che Paul Schrader avevano in mente l'ipotesto di Sentieri selvaggi (1956) quando scrissero questa storia di un reduce del Vietnam che si mette a fare il tassista di notte e che odia i neri e che si incapriccia di una minorenne finita a battere la strada e si offre di salvarla mentre il mondo va a rotoli e lui inizia a dare segni evidenti di squilibrio mentale... Non avevo mai immaginato un'interpretazione del genere. Eppure, funziona, se uno pensa al disperato tentativo di John Wayne di riportare a casa la nipote finita in mano agli inidiani...

Tarantino ci parla dei suoi film preferiti e, scrivendo dei film che più ammira, ovviamente, ci parla del suo cinema, di quanta importanza abbiano nel suo cinema i film che lo ha nutrito fin da bambino (accompagnato dalla madre) che da adolescente (che va a guardare anche i film vietati ai minori, senza restrizioni familiari). 

Leggendo Cinema Speculation uno capisce perché la violenza occupa così tanto spazio in Pulp Fiction o in Kill Bill; perché l'umorismo (anche lo humor nero) non mancano mai nei suoi film; perché è nero il protagonista del western Django Unchained; perché nei suoi film la gente parla così tanto e spesso di cose insulse o che sembrano non avere alcuna relazione con la trama principale.

Tarantino spazia tantissimo, viaggia in lungo e in largo all'interno della storia del cinema: da Charlie Chaplin a Godard, da Antonioni a George Lucas, da Sergio Leone a Brian De Palma, da Dario Argento a Peter Bogdanovich, Tarantino mostra di apprezzare tutto il cinema, non solo quello di serie B, non solo quello più violento o splatter, non solo i film dell'orrore. E l'aspetto che più sorprende è che evidentemente ha imparato il linguaggio cinematografico proprio grazie alla visioni di centinaia di pellicole, dai drive-in alle sale underground, dai VHS (che guardava in un negozio di videonoleggio in cui faceva il commesso) allo schermo gigante che si sarà fatto in casa dopo i primi successi internazionali.

C'è acume, ingegnosità e tanta ironia in questo libro sul cinema fatto di cinema e di riflessioni cinefle. E ci sono anche scorci sulla vita privata del regista, di uno che ha dovuto farsi le ossa in un mondo ostile, con la madre costretta a lasciarlo da solo spesso e volentieri e adulti che - appunto - non gli hanno mai proibito di andare a vedere le doppie sessioni di film considerati per soli adulti.

I cinefili ci andranno a nozze; gli amanti di Tarantino avranno motivi in più per apprezzarne la genialità; i lettori curiosi troveranno una miniera senza fondo di film da scoprire (o da vedere per la prima volta). 

Nell'elenco finale, la lista dei film citati occupa 22 pagine. E sono certo che è solo una piccola parte di tutto il cinema che Tarantino ha visto e digerito e fatto suo, per dare vita ai suoi Jackie Brown e Unglorious Basterds e The Hateful Eight. Un libro-saggio-memoria da leggere e da ri-leggere, oltre che da vedere e con cui inziare bene l'anno di letture che ci aspetta...

 Parigi (dopo 13 anni) E come si fa a parlare di Parigi quando uno manca dalla capitale di Francia da 13 anni? Come sintetizzare 72 ore di p...