miércoles, abril 29, 2015

On the bus

Il bus è un ottimo osservatorio, come la metro, o il tram, se parliamo di grandi città, come Roma o Madrid o Parigi... E come tutti, anch'io ne approfitto, mi piace guardare chi mi siede di fronte o di fianco, chi mi accompagna in quel breve tragitto (circa 20 minuti) che va dal centro storico all'Università. Si ha la possibilità di scorgere paesaggi interessanti, volti che parlano, sguardi che accolgono o che, al contrario, respingono, tipi interessanti o che avresti voglia di conoscere, come questo signore sui ciquanta, tipica faccia da impiegato, uno con camicia e cravatta (bianca l'una, nera l'altra), ma senza giacca, uno che porta allegramente i jeans e che a questi abbina un paio di mocassini neri che fanno molto anni '70.

Il tizio - dopo essersi sistemato - estrae puntualmente un enorme bloc-notes su cui comincia a scrivere in modo a tratti forsennato, come se non ci fosse un domani e come se quello che ha tra le mani fosse il romanzo di una vita, un libro su cui ha puntato tutto.

È mancino, scrive con la sinistra, la destra gli serve per tenere fermo il bloc-notes, e ogni tanto smette di scrivere, e guarda fuori dal finestrino del bus, sembra contempli il paesaggio (colline, montagnole, nuvole strascicate che si sciolgono sotto i raggi potenti del sole del Levante) per poi ributtarsi a capofitto sui suoi fogli, pieni zeppi di una scrittura fine e piccolissima (come si dice che scrivesse Robert Walser prima di morire, quando era già stato internato in un manicomio svizzero, almeno stando a quanto racconta Enrique Vila-Matas in Doctor Pasavento), una grafia particolarmente minuscola, che deve causargli sicuramente qualche problema di vista, anche se lui non porta gli occhiali, né sembra che ne abbia urgente bisogno, ma insomma, a lungo andare, se scrivi a quel modo, la vista dovrebbe risentirne, non trovi?

E uno si domanda subito: "Ma che cosa mai starà scrivendo? Di cosa si starà occupando? È un collega (un prof)? È un impiegato dell'Università (magari un segretario)? È uno scrittore di professione? È un pazzo? È un genio? E uno pagherebbe per poter trovar risposta a queste domande, o allungare il collo e - scorgendosi un po' - riuscire a captare e decifrare almeno una delle mille frasi che quest'uomo qualunque butta giù con una fretta, un impegno e una foga incredibili...

Scendiamo alla stessa fermata, e cioè, a due passi dall'Università: poi io vado a sinistra e lui va a destra e per questo mi domando se sia un collega o non, piuttosto, un segretario, uno dell'ammistrazione, un tecnico, chessòio, un informatico, uno di quelli addetti ad aggiustare i pc dei docenti quando s'impallano e non ti fanno più lavorare.

Un giorno o l'altro svierò a destra e vedrò di chiarire l'arcano. O forse no, e continuerò a vivere il mistero dell'uomo qualunque che scrive come un forsennato su un enorme bloc-notes appunti di chissà quale diario, di chissà quale romanzo, di chissà quale racconto entusiasmante ed intrigante... Un vero e proprio mistero...

jueves, abril 23, 2015

Circondati



E’ da molto che non lascio qualcosa di scritto su questa sorta di “diario virtuale” al bordo di (quello che mi succede, soprattutto quando leggo) e di bordo (come fosse il resoconto del mio viaggio personale su questa Terra). E il motivo dell’assenza è semplice: ho avuto altro da fare, come, ad es., viaggiare per l’Italia (ma quant’è bella la “dotta”, la “grassa”, la “rossa”? Bologna… che colori! Che incanto! Che città vivibile! Che cucina! E quanto risulta affascinante Firenze, quando non ci vivi? Erano 4 anni che non vi mettevo piede; dopo averci vissuto quasi 4 anni e mezzo; è stato strano ripercorrere le stesse strade di una volta, rivedere Ponte Vecchio, con gli innamorati di sempre che si fanno i selfie di oggi, e Ponte alla Carraia, forse più proletario ma non meno bello dell’altro, con la gelateria più buona della città, e Porta Romana e i Giardini di Boboli e Porta a Prato, quanti ricordi, mio dio, quanti! E Roma? Che cosa potrei mai dire di Roma che non abbia già scritto qui milioni di volte e cioè che, più che uno spazio geografico è uno stato d’animo? Cosa si potrebbe aggiungere? Roma, l’immensa, la caotica, la sporca, la stressante capitale della povera Italia…). E poi leggere (anche l’ultimo di Umberto Eco, Numero zero, anche se non mi ha convinto…anzi, mi ha lasciato uno strano sapore in bocca, come di qualcosa di non finito, o di non portato a termine come si dovrebbe, insomma, qualcosa d’inconcluso). E poi vivere, come tutti…

E insomma, tra una cosa e l’altra, era tanto che non tornavo a scrivere su queste pagine online e oggi vi faccio ritorno perché ci sono cose che lasciano il segno, come, ad es., constatare che siamo circondati (tutti e tutti i giorni, continuamente) da morituri, da gente condannata a morire, a partire da noi stessi, anche se è raro che uno si concepisca o si veda o si immagini come “cadavere in potenza”, futuro defunto… Eppure è così, è una legge di natura, perché, prima o poi (speriamo “poi”) tutti dobbiamo morire (“ricordati che devi morire”, ricordava un vecchio a Massimo Troisi in quel piccolo gioiello di commedia all’italiana che è Non ci resta che piangere, con Benigni a fare da spalla, e Massimo Troisi, catapultato in un Medioevo assurdo, risponde: “Sì, sì, mo me lo segno” o “mo me lo scrivo”…).

E uno si rende conto che deve morire soprattutto quando la Morte tocca coloro che ci sono più vicini… Come una studentessa (nel mio caso particolare) o una collega con cui condivido alunni, ore di studio, spazi, libri e appunti.

La studentessa si chiama Y. e ha circa 30 anni, ma portati bene. La vedo avvicinarsi allo studio accompagnata dalla madre, una donna sui 50 o sui 60 ma portati bene (i capelli grigi raccolti in una crocchia, all’antica, anche se veste dei jeans che ne mettono in risalto un fisico asciutto e prestante). Y., invece, cammina a rilento con delle stampelle. La sua difficoltà di movimento mi fa venire subito in mente una scena di La teoria del tutto, quel film melodrammatico che ci racconta in modo efficace anche se a volte fin troppo strappalacrime la vita di Stephen Hawking, lo scienziato che ha rivoluzionato parte della scienza e della fisica quantistica moderna con le sue scoperte sul tempo e sui buchi neri… Arranca, si nota che fa fatica, e io la accolgo e ora non riesco nemmeno a ricordare se le ho stretto la mano o se mi sono solo limitato a dirle: “Salve, lei deve essere Y.”. Sono stato proprio un disgraziato, un maleducato, se non le ho stretto la mano o se non ho fatto almeno il gesto di volergliela stringere… Comunque, ci eravamo sentiti per telefono una settimana prima, avevamo concordato l’appuntamento telefonicamente, e non sapevo ancora che tipo di studentessa fosse e perché a lei sì potevamo dare il permesso di fissarsi da sola il giorno dell’esame. La vicerettrice mi avvisa e mi spiega che Y. soffre di cancro, un cancro che i dottori ancora non sanno dire se benigno o maligno, una malattia che si riproduce a scadenze quasi fisse e che obbliga la paziente ad assumere morfina per attenuare i dolori e a sottoporsi ad operazioni alla schiena ogni ogni x mesi… Finché te lo spiegano persone esterne tu puoi perfino arrivare a capire; ma quando poi vedi Y., la paziente, come direbbero i suoi dottori, allora cominci a tremare e ti chiedi: “Ma come fa? Come può andare avanti così, con tanta energia positiva, con tanta…voglia di fare?”.

Y. inizia a farmi domande sul programma, vuole sapere più o meno quali sono gli articoli più importanti da studiare, quali i manuali o i libri di riferimento. Io le rispondo gentilmente, ricordandomi del fatto che – come la vicerettrice mi ha confermato – a Y. non facciamo sconti, anche se a volte si è presentata all’esame insieme alla madre e sotto l’effetto della morfina, lei non vuole che le si dimezzi il programma, vuole arrivare alla laurea come tutti gli altri, studiando la stessa identica quantità di materiale, non è una vittima né fa del vittimismo.

E allora, dopo un po’, non so bene nemmeno io perché, le chiedo come va il resto e Y. comincia a raccontarmi di come è cambiata la sua vita a partire dai 23 anni, quando la malattia ha fatto la sua comparsa la prima volta, e come ha dovuto armarsi di coraggio e di forza di volontà per non soccombere, e per ora è andata bene, per ora è lei che ha vinto la battaglia contro il cancro, e io quasi piango perché noto che le brillano gli occhi, sta per piangere anche lei e non ci sono le parole giuste per esprimere quello che quegli occhi vogliono trasmettermi, non ci sono…

La collega si chiama C., ha 34 anni ed è una brillante linguista che ha scritto un sacco di articoli e di saggi sulla lingua e sui rapporti tra lingua standard e linguaggio pubblicitario (come funziona la retorica quando bisogna convincere i futuri acquirenti). Ha partorito da due settimane il secondo figlio, il primo ha già due anni e cresce sano e forte. Non è sposata, ma una volta ho incontrato suo marito, un tipo un po’ freak che uno immagina dietro a una postazione da deejay o su una spiaggia a servire cuba libre, una faccia da simpaticone, uno che vedresti benissimo a spacciare hashish ad Amsterdam o a Pescara… Nel complesso, C. e il compagno fanno una bella coppia, si vede che si vogliono bene e che, a differenza di molti, non sentono il bisogno di avere una firma davanti a un prete o a un impiegato comunale per sancire ufficialmente il loro amore.

Ieri mi chiamano e altri colleghi in comune mi avvisano: C. è entrata in sala rianimazione, ha avuto un’emorragia cerebrale e non si sa se si salverà. Tremo e non riesco a reagire, per un attimo mi manca il fiato, poi la vita riprende il suo cammino, bisogna continuare a vivere, noi che non siamo ancora in una sala di rianimazione, e bisogna accenderlo il cazzo di computer per rispondere alle email dei tanti studenti che ti rompono le scatole, anche oggi, anche stamattina, anche ora che hai appena ricevuto una notizia del genere.

Accanto a me una collega (di Storia Moderna) fa una rapida ricerca su Google e scopre che, negli ultimi 10 anni, i casi di donne che, una volta partorito, muoiono per complicazioni o improvvisi infarti o emorragie interne o ictus cerebrali sono aumentati del 54%... Io non lo so bene a quanto equivale questo 54%, ma – come tutti – mi domando se l’aver dato alla luce un bambino di appena 2 settimane abbia una relazione inequivocabile con il fatto che ora sua mamma stia rischiando di lasciarci la pelle in una sala di rianimazione…

Poi passa il tempo: e la vicerettrice si avvicina al nugolo di curiosi e di gente che conosce C. e ci avvisa: “Sembra sia fuori pericolo, i dottori dicono che ha riconosciuto i parenti più stretti e che ha chiesto dei due bambini”.


Tremo e penso: maledette email degli alunni che rompono le scatole. E poi ricordo il caso di Y. e il suo sguardo, i suoi occhi luminosi sul punto di scoppiare a piangere e penso che siamo davvero tutti morituri e che siamo circondati da gente che ci abbandonerà e che, purtroppo, bisogna andare avanti lo stesso perché la vita è fatta così, è strutturata, organizzata in questo modo così assurdo per cui oggi C. e Y. e io stesso ci siamo e domani non possiamo saperlo. Tutti circondati. Tutti condannati, in teoria. Anche se non sappiamo né mai potremo sapere quando…

miércoles, marzo 18, 2015

Riscoprire Don Quijote



In questi giorni in Spagna si discute molto del presunto ritrovamento dei resti mortali di Miguel de Cervantes, l’autore dell’immortale Don Quijote, un’opera che molti (critici, studiosi e scrittori) considerano come “il primo romanzo moderno” in assoluto (si può discuterne: di sicuro è un’opera originalissima che ha aperto varchi insospettabili, cfr. il Tristram Shandy di Sir Laurence Sterne...ed altri...).

E non deve esser casuale il fatto che proprio ora, che siamo nel 2015, archeologi, letterati e storici si siano uniti in questa missione: stabilire se le ossa ritrovate dentro una cripta della chiesa delle Trinitarie nel quartiere Huertas di Madrid corrispondano proprio a quelle del famosissimo “Monco di Lepanto”... Dico: non deve esser casuale perché il 2015 coincide con il quarto centenario della pubblicazione della Seconda Parte del romanzo, apparsa nel 1615, anche grazie (o in seguito) al plagio compiuto nel 1614 da tale misterioso Avellaneda (uno scrittore che ha colto la palla al balzo e ha voluto sfruttare l’enorme successo della Prima Parte del Chisciotte per pubblicare una Seconda Parte apocrifa: sì, anche nel XVII sec. c’erano scrittori privi di scrupoli o che cercavano solo il guadagno economico e il successo rapido da best-seller  usa e getta).

Facile prevedere, dunque, che, di qui alla fine dell’anno, Università e Accademie, scuole, teatri, cinema, televisioni e centri studi di ogni ordine e grado si butteranno a capofitto nell’esaltazione e nell’adulazione della figura di questo scrittore.

Eppure, ogni volta che sento parlare di Cervantes in un telegiornale, mi viene una sorta di senso di compatimento o di compassione verso questo povero cristo, uno che – quando era in vita – dovette lottare non poco per essere riconosciuto come scrittore di qualità dai suoi colleghi (alcuni divenuti negli anni suoi acerrimi nemici, primo fra tutti il famoso ed elogiatissimo “Monstruo de la naturaleza” Lope de Vega).
Cervantes ne vide di cotte e di crude: fu uno che combattè per la corona spagnola contro i turchi perdendo l’uso del braccio sinistro; uno che patì il carcere ad Algeri quando venne fatto prigioniero dai pirati arabi; uno che chiese il permesso di andarsene nel Nuovo Mondo per cercar fortuna e denaro e che fu costretto a restare al soldo del Governo nell’ingrato compito di “esattore d’imposte”... Uno che girò la Spagna in lungo e in largo e potè entrare così in contatto con ogni sorta di lestofanti...

E mi sembra un po’ artificioso o poco pietoso tutto questo affanno degli spagnoli di questo inizio del XXI secolo per cercare di rinvenire o di riportare alla luce ad ogni costo i resti mortali di chi immortale lo è diventato grazie alle sue opere letterarie, ilChisciotte in primis, ovviamente.

Cosa ci si guadagna a stabilire una volta per tutte che sì, che quelle sono davvero le ossa appartenute quattrocento anni fa all’autore del Chisciotte?

Molti dicono che si tratterà di un’attrazione turistica (con il riscontro economico che ciò implica). Altri (i politici) che si tratta di un’operazione dovuta e che rende giustizia alla memoria di un grande e illustre personaggio della Patria. Pochissimi sostengono che aiuterà le nuove generazioni a riscoprire questo “classico” (poco o per nulla letto dai ragazzi o dagli studenti di oggigiorno).

Io temo proprio questo: che quelle ossa, esposte in pubblico, non aiuteranno l’autore né permetteranno di scoprire o riscoprire questo classico. Le ossa non spingeranno i lettori potenziali a godere del Chisciotte. Molti continueranno a ignorarlo, magari dopo essersi fatti un selfie sulla cripta o sulla tomba, sulla lapide o sul sacrario dove verrano esposte le ossa di Cervantes.

E così, proprio in questi giorni, mi è venuta la gran voglia di risfogliare il suo più grande capolavoro; ecco la descrizione in cui m’imbatto:

"Tres días y tres noches estuvo don Quijote con Roque, y si estuviera trescientos años, no le faltara que mirar y admirar en el modo de su vida: aquí amanecían, acullá comían, unas veces huían, sin saber de quién, y otras esperaban, sin saber a quién; dormían de pie, interrumpiendo el sueño, mudándose de un lugar a otro"

Traduco liberamente:

“Per tre giorni e tre notti Don Chisciotte rimase con Roque e se ci fosse rimasto trecento anni non ne avrebbe avuto abbastanza nel guardare e nell’ammirare il suo stile di vita: lì si svegliavano all’alba, di là mangiavano, a volte scappavano, senza sapere da chi, e altre aspettavano, senza sapere chi; dormivano all’inpiedi, interrompendo il sonno e spostandosi continuamente da un luogo all’altro”.

Siamo nel cap. 61 della Seconda Parte. Don Chisciotte si è imbattuto in Roque Guinart, un personaggio storico, diventato famoso per i furti e per l’atteggiamento da “gentiluomo” nella Catalogna della sua epoca. Don Chisciotte lo apprezza, anche se sa che è un fuorilegge ricercato dalla giustizia.

Ciò che colpisce di più di questa descrizione non è solo il fatto che qui un personaggio di finzione (Don Chisciotte, appunto) agisce e si muove insieme a una persona realmente vissuta (una figura storica e passata agli onori della cronaca del tempo), con tutte le implicazioni ontologiche che un’operazione del genere comporta (continuano a saltare quei confini già saltati nella Prima Parte del romanzo tra “realtà” e “finzione” o tra “razionalità” e “immaginazione”); no, non è solo questo, non si tratta solo di questa sfumature altamente originale e modernissima per la letteratura del XVII secolo; ciò che colpisce è il modo in cui Cervantes riesce a trasmetterci appunto sia l’ammirazione che il suo personaggio sente e prova verso Roque Guinart (il bandito onorevole) sia l’angoscia che vive lo stesso Roque Guinart essendo costretto a vivere come un ricercato per cui: non c’è luogo in cui possa riposarsi in pace; non c’è citta in cui possa camminare a viso aperto; non c’è riposo che non venga interrotto da una qualche fuga repentina in vista di un qualche pericolo (immaginario o reale) avvistato all’orizzonte.

“A volte scappavano, senza sapere da chi; a volte aspettavano, senza sapere chi”.

Si può essere più precisi, più evocativi, più efficaci di così, all’interno di un’opera di tipo narrativo, per trasmettere al lettore l’ansia e l’angoscia di chi vive da ladro e da fuggiasco?

Quant'è moderno qui Cervantes? Come riesce a penetrare nella psicologia dell'errante? Di colui che scappa dalla giustizia o da nemici immaginari o reali soltanto nella sua follia? Con quanta facilità ci riesce?

Ecco: basta un brano simile per capire che Cervantes è stato modernissimo nello scrivere il suo capolavoro. E basta una sola pagina per capire che Don Quijote è lettura amena, che apre mille rivoli all’interpretazione e che emoziona il lettore attento anche oggi, che siamo nel 2015.

miércoles, marzo 11, 2015


ITALIA S.p.A.


Erano mesi che non aprivo La Repubblica o Il Corriere della sera nella loro versione online e ora che l’ho fatto mi vengono in mente queste cose:
a) l’Italia è un paese piccolo; voglio dire: anche se siamo 60 milioni (gli spagnoli sono quasi 47 milioni), la superficie di cui disponiamo è piuttosto limitata rispetto ad altri paesi: è per questo che, se calcoliamo la densità, otteniamo l’incredibile risultato di 201 abitanti circa per kilometro quadrato (gli spagnoli – che godono di una superficie molto più ampia – sono circa 92 abitanti per km quadrato). E questa percezione della piccolezza fisica del territorio della mia nazione mi fa impressione; sia perché non ci avevo mai pensato, sia perché, se ci rapportiamo a paesi davvero grandi come gli USA o la Russia o la Cina siamo davvero “piccoli”, quasi dei “nani” (e sorprende vedere in che modo brillante l’Italia e gli italiani si sopportano a vicenda, da secoli e secoli, ormai);
b) l’Italia è uno spettacolo, nel senso televisivo del termine. Meglio ancora: l’Italia è quel paese in cui si volge in spettacolo tutto, anche la politica, anzi, tutto a partire proprio dalla politica. Il capo del Governo è – come tutti sanno – un ex-concorrente della Ruota della fortuna, programma che il fu Mike Bongiorno trasformò in un “cult”;  Ilona Staller, in arte Cicciolina, è un’ex-onorevole che viene dal porno e che gode della pensione di chi ha messo piede in Parlamento anche solo per pochi mesi; a Canale 5 danno L’isola dei famosi (prima era appannaggio di Rai 2) e tra i naufraghi uno di quelli più simpatici e che più dà da parlare di sé è Rocco Siffredi (che, nei mitici anni 80, fu amico e collega della succitata Cicciolina); spostiamoci per un attimo su Il fatto quotidiano  e scopriamo che lì intervistano un’altra attrice porno collega di entrambi i succitati, ossia, Milly D’Abbraccio (anche lei “stella” – o forse “stellina” – hard, però degli anni 90), che ci spiega perché le famose 50 sfumature di grigio è un brutto film e perché il sadomaso va preso sul serio e con le molle (e, soprattutto, costa caro, lei se ne intende, sia come imprenditrice che come cultrice della materia); spostiamoci allora ancora una volta, al volo, su Il Corriere della sera e vediamo che qui il giornalista Pierluigi Battista fa una tiratina d’orecchio a Roberto Saviano perché ha elogiato e invitato Elena Ferrante (scrittrice famosa anche perché caparbiamente decisa a restare nell’anonimato) a partecipare al prossimo “Premio Strega” per poter così rompere almeno un po’ le regole del gioco (si sa che vincono sempre e solo gli autori pubblicati dagli editori forti). Eppure lui la voterà. E allora perché tanta polemica, si domanda uno che vede queste bizze da fuori, dall’estero, perché sottolineare che il gesto di Saviano ha un che di falso ribelle? N.B.: sia Saviano che Battista scrivono e partecipano del mondo dello spettacolo: il primo per aver ideato anni fa una bellissima trasmissione codiretta con Fabio Fazio; il secondo perché partecipa e continua a partecipare come ospite in vari talk-show televisivi di cui ora non ricordo più nemmeno i nomi... Insomma: anche chi si dedica (per passione o per professione) alla scrittura è legato allo show, all’apparizione televisiva... (e per questo Elena Ferrante stona e sciocca: perché lei vuole davvero restarsene a giusta distanza dallo show-business).
c) E parlando di spettacolo come non citare allora Berlusconi, Imprenditore che si è fatto (da solo) e che è stato al comando di una nazione per vent’anni? Pare che lo abbiano assolto dai delitti collegati alla sua frequentazione di Ruby... Pare... Insomma, per farla breve, in Italia “politica” è “spettacolo” (e stendiamo un velo pietoso sui “modi” che ha Renzi di presentarsi e di presentare agli italiani i risultati o gli obiettivi ancora non raggiunti della sua azione politica...).
d) E lo spettacolo tocca anche altre sfere: pensiamo alla religione. Questa è una cosa su cui mi ha fatto riflettere molto la mia compagna d’avventure. Non c’è edizione del TG1, in Italia, che non dica qualcosa sul Papa, che non ci informi su cosa sta facendo o farà a breve il Santo Padre... Cosa inammissibile in una nazione pur’essa cattolica (o a prevalenza cattolica) come la Spagna. Dal Corriere risalto su Repubblica e si legge a chiare lettere: “Papa il 2 Aprile a Rebibbia laverà i piedi ai detenuti per il rito del giovedì santo”... E uno (che non è ateo ma che comunque non si considera nemmeno poi così tanto cattolico né fervente né osservante) si domanda: “Perché questa notizia? A chi importa? Perché dobbiamo venire a sapere che il 2 Aprile il Papa laverà i piedi ai detenuti di Rebibbia?”. Ma la notizia prosegue: “L’anno scorso aveva scelto il carcere minorile”... Ditemi voi se questo non è “spettacolarizzare” anche un gesto o un rito o un rituale per molti santo e sacro come questo...
e)  L’Italia è uno spettacolo, nel senso di “oggetto o insieme di oggetti” belli da vedere. Pensiamo alla quantità immensa e immane d’arte che c’è sparsa per l’Italia, da Nord a Sud, isole comprese, disponibile per la vista e la contemplazione dello spettatore interessato a titolo completamente gratuito (i Musei, quelli ovviamente no, per quelli mi pare anche giusto che bisogna pagare, ma i monumenti principali, moltissime chiese e infinità di scorci paesaggistici che tolgono il fiato sono comunque disponibili in enorme quantità). Ebbene, non per fare il moralista, ma tutti sappiamo bene pure che fine sta facendo questo “spettacolo libero e gratis a cielo aperto”. Pompei crolla a pezzi peggio di quando ci fu l’eruzione del Vesuvio; il Colosseo perde pezzi pure lui; alla Reggia di Caserta alcuni furbetti di turno sottraggono l’acqua che serve a mantere verdi i prati immensi della reggia stessa per innaffiarsi il giardino di casa... Su questo argomento ha scritto vari saggi interessanti e agili e necessari per i tempi che corrono nel nostro paese il mitico Salvatore Settis (cfr. Italia S.p.A.. L’assalto del patrimonio culturale, del 2007 e il recente Se Venezia muore, del 2014)... E mi viene in mente che se faccio il confronto tra Roma e Madrid in quanto ad arte e valorizzazione della stessa Madrid batte Roma 1 a 0: basti considerare la pulizia che si cerca di mantenere per le strade, soprattutto del centro; e basti considerare che il Museo del Prado (comparabile, per estensione e importanza ai nostri Uffizi di Firenze e al Louvre di Parigi) prevede la Domenica a ingresso libero per consentire perfino a chi non vuole spendere un euro per l’arte di poter godere dell’arte stessa, a gratis, come sono gratis i Fori Romani o Piazza di Spagna o Piazza Venezia se li osservo e li godo dall’esterno (poi se uno vuole farsi una passeggiatina dentro i Fori o dentro il Colosseo, ecco, lì posso pure capirlo, può starci che si debba sborsare qualcosa, non si calpestano millenni di storia impunemente e senza pagare obolo).
f) In Italia regna sovrano il caos e la diatriba: e siamo sempre pronti a lamentarci di tutto e di tutti. E questa deve essere una costante atemporale e che sorvola le periodizzazioni della Storia... Titolo: “Cancellieri (la nostra ex-Ministra di Giustizia) critica Panariello: ‘A San Remo è stato patetico’”; critiche interne al partito: “Tosi: ‘Lega, Salvini dittatore’”;  e così di seguito... E di nuovo tutto volto a spettacolarizzare l’insulso scontro (che, ripeto, visto da qui appare ancora più insulso, ancora più grottesco... e me ne viente in mente un altro: il povero Carlo Verdone criticato dalla vedova di Monicelli che si è impegnata affinché questo premio simbolico non finisca nelle mani di un “comico” che non rappresenta il vero spirito del cinema di Monicelli...).
g)  E insomma: meglio se la smetto e smetto di leggere (anche solo di sfuggita e superficialmente) le notizie di attualità legate all’Italia, il mio paese, pieno zeppo di difetti, così “piccolo” visto dall’estero e, pure, così bello, nonostante i mille danni che combinano quelli che lo governano, nonostante la Mafia, nonostante i raggiri, nonostante questo continuo fenomeno di “spettacolarizzazione” del nulla (o dell’insulso o del banale, che a volte coincidono).

miércoles, febrero 25, 2015

UNA NOVELITA LUMPEN, di Roberto Bolaño


C’è un mistero perturbante al centro del romanzo breve (o racconto lungo o nouvelle) Una novelita lumpen del grande scrittore cileno Roberto Bolaño: quello che concerne la relazione d’amore e di sesso anomala tra Bianca, la protagonista e voce narrante della trama, e Maciste, un ex-culturista divenuto famoso grazie ai film “mitologici” (quei film di serie B o Z che si giravano a Cinecittà – quando i suoi studi erano ancora frequentati da registi americani, oltre che nostrani – e che mettevano in scena le imprese titaniche dei vari Ercole, Bruto, Maciste o Achille et alia...).
Bianca è diventata orfana dopo un incidente stradale avvenuto nel Sud Italia e che ha spezzato le vite dei suoi genitori. Ora vive a Roma e si trova coinvolta nella dura missione di rifarsi una vita insieme al fratello più piccolo. Lei si ingegna a fare l’aiutante in un negozio di parrucchiera e lui si allena in palestra, dove pulisce bagni e spogliatoi. Sembra andare tutto per il verso giusto fino a quando il fratello non lascia entrare in casa “il libanese” e “il bolognese”, due “loschi figuri” (come si suol dire) che iniziano ad insidiare la ragazza fino a quando questa non decide di giacere con entrambi (a turno) con una sola condizione: tenere sempre la luce della cameretta spenta.
Bianca adulta narra e nel raccontare i fatti a posteriori ci rende partecipi dei suoi andirivieni costanti tra “normalità” (o lotta per la conquista della) e “follia” (o lotta per non soccombere alla).
La cosa si complica ulteriormente quando “il libanese” e “il bolognese” decidono di coinvolgere Bianca in un piano infallibile: farla entrare nella casa di Maciste per rubargli i soldi che questi deve certamente nascondere dentro qualche cassaforte.
Bianca accetta e qui la trama subisce una svolta decisiva: Maciste è cieco, e malgrado i muscoli, ormai è invecchiato. Fa palestra, ma ormai nessuno si ricorda più dei suoi film (e lui non può più rivedersi).
Ecco: è qui che Bolaño scava nella mente di Bianca e ci fa vedere da vicino che cosa passa per la testa ad una giovane che scende a patti, che accetta un rapporto basato solo sul sesso con la sua potenziale vittima e che poi diventa anche lei vittima degli eventi...
La narrazione – come spesso accade nei romanzi del Nostro – diventa descrizione quasi surrealista dell’assurdo. Roma diventa centro della follia che può scoppiare in ogni momento (si vede che Bolaño è rimasto affascinato dalla sensazione di bellezza e, al contempo, di alienazione totale che può trasmettere la capitale; gli bastano due pennellate per trasmetterci entrambe le sensazioni; uno legge e gli par di vederla Piazza Trilussa, il Trastevere, certi quartieri popolari, e la Stazione Termini).

La cosa più curiosa è che il mistero di cui sopra resta tale anche a lettura finita, anche nella parte conclusiva. Perché ci sono aspetti della nostra vita e della realtà che ci circonda che – semplicemente – non si posso decifrare, né razionalizzare, né, tantomeno, capire.

Chi conosce Bolaño lo sa. E apprezzerà Una novelita lumpen. E saprà anche inserirla in quel gigantesco mosaico formato dagli altri pezzi, dalle altre opere di questo scrittore geniale.

In Italia la traduzione è apparsa presso Adelphi e l’ha realizzata Ilide Carmignani.

Leggete Bolaño. Leggete Una novelita lumpen (o uno qualsiasi dei suoi titoli più famosi) e poi, se avete il coraggio, tuffatevi dentro l’opera-mondo 2666 che è un po’ la summa di tutta l’arte del Nostro...

martes, febrero 17, 2015


FILM GRIGI




Ecco l’impero dei sensi (1976) di Nagisa Oshima; Ultimo tango a Parigi (1972) di Bernardo Bertolucci; La Bestia (1975) di  Walerian Borowczy; e per spostarci su tempi più recenti: Lussuria: seduzione e tradimento (2007) di Ang Lee, oppure, Nymphomaniac (I e II) (2013), di Lars von Trier; quanti film migliori delle 50 sfumature di Grigio…per godere del buon cinema, e riflettere, e divertirsi…ma quanti ce ne sono in circolazione (lungo la storia del cinema) che supereranno di netto e in qualità quest’americana(ta) operazione commerciale montata a partire da una trilogia romanzesca che ha coinvolto centinaia e migliaia di lettori in tutto il mondo (e mi domando anche: ma quanti libri migliori si sono lasciati scappare, questi migliaia di lettori! E non è snobismo, non è che fomento o difendo la distinzione netta tra letteratura “alta” e letteratura “bassa”, è che – semplicemente – certe opere non vanno al di là dell’intrattenimento del lettore, non ce la fanno ad andare oltre, e – per carità – non è che l’intrattenimento sia qualcosa di brutto, no, ma è che con solo ed esclusivamente questo ingrediente non ci puoi costruire un’opera letteraria che resista alle mode del momento, e così pure un’opera filmica, per dire: Charlie Chaplin, o Stanlio e Ollio, o Buster Keaton, facevano ridere (e tanto) ma poi non è che le loro opere cinematografiche sono finite nell’oblio, o sono state sorpassate dalle mode del momento, oggi le ricordiamo proprio perché – oltre a intrattenerci e farci ridere – raccontano anche “altro”, andando sempre un po’ “oltre” il puro e schietto show...”oltre” il puro e schietto raccontare una trama (e chi è andato a vedere il film “grigio” mi dice che in quanto a trama latita anch’essa, per non parlare dell’interpretazione degli attori, dei dialoghi, della rappresentazione psicologica dei personaggi – che il sadomaso è qualcosa di serio, lo chiedano al Marchese de Sade o a Sacher-Masoch, glielo chieda pure, la regista del film “grigio”...).

jueves, febrero 05, 2015

Fisica della malinconia, di Georgi Gospodinov: un romanzo tra passato e futuro (uno dei romanzi più tristi del mondo)




Dopo una bella raccolta di Epigrafi (tutte tratte da alcuni degli scrittori che più ammiro al mondo, come, ad es., T. S. Eliot  - che "mixa memoria e desiderio", come ogni buon poeta che si rispetti – o Fernando Pessoa – un grande esperto della malinconia evocata nel titolo – o il sempre enigmatico e metaletterario Jorge Luis Borges), Fisica della malinconia ci introduce all'interno del suo "mondo narrativo" attraverso un Prologo che fa paura: diversi "io" narranti ci raccontano come e quando sono nati; il lettore legge e va avanti ma si confonde perché questi "io" sembrano diversi e, allo stesso tempo, sembrano gli stessi, pezzi o riflessi della stessa persona che non sa (non ricorda) se è nato maschio o femmina, se nel 1913 (prima dello scoppio della Prima Guerra Mondiale) o nel 1968 (che, guarda caso, è anche la data di nascita dell'autore del romanzo, Georgi Gospodinov, a me prima di ieri del tutto ignoto...). E a un certo punto saltano anche le concordanze tra i soggetti e i verbi: "noi sono", "io eravamo", la grammatica diventa ballerina perché chi narra l'inenarrabile (in tal caso, il momento in cui, dall'utero materno, vieniamo catapultati nel mondo) non è letteralmente più in grado di stabilire una distanza di sicurezza tra ciò che si pretende raccontare e ciò che è effettivamente accaduto (in questo passato così sfocato e così mobile).

"Io siamo", è così che si chiude questo "Prologo" vertiginoso. E bisogna arrivare a p. 70 per capirci qualcosa: perché è in questa pagina che l'"io" dell'autore esce allo scoperto (o almeno, sembra farlo) e ci avvisa: "Il passato si distingue dal presente per un dato sostanziale – non scorre mai in una sola direzione. Da dove sono partito? Meno male che scrivo, altrimenti non sarei mai riuscito a trovare il bandolo della matassa...".

Ecco: la scrittura come ancora di salvezza; come bussola attraverso cui orientarsi nel mondo (nella narrazione dell'"io" e del "noi", nella descrizione delle molteplici storie che – letteralmente – "ci" fanno quegli "io" e quei "noi" che siamo, costantemente, nel continuo raccontarci agli altri e nel continuo raccontare a noi stessi la nostra storia personale).

Eppure: se torniamo indietro (questo è un romanzo che spinge il lettore a tornare spesso sui propri passi, a tornare indietro, più che avanti), ci accorgiamo che un avviso ce l'hanno già dato. A p. 54, in un capitoletto breve che s'intitola significativamente "Stazione di sosta", il narratore (l'autore? Godunov in persona e in carne ed ossa?) ci dice: "Non sono in grado di proporre un racconto lineare, perché nessun labirinto e nessuna storia è lineare. Ci siamo tutti? Allora andiamo avanti".

E questa, lo si capisce immediatamente, oltre che una confessione pseudo-autobiografica è anche una dichiarazione (di) "poetica": è come se Godunov ci dicesse che il suo obiettivo non è "progredire" ma "divagare", che ciò che importa in questa storia di "io" che nascono (non si sa quando, né come, né perchè) è quanto sosteneva anche il reverendo Sir Laurence Sterne: "You progress as you digress", che possiamo tradurre con: "Si avanti – a narrare una storia – anche a furia di digressioni, perché voler arrivare subito al punto, perché voler finirla qui, perché non lasciarsi guidare dagli spunti più disparati...".

A proposito: interessante è il comparare la narrazione di una storia all'uscita da un labirinto. Perché proprio il labirinto? Perché, in questo che è, a mio avviso, uno dei romanzi più tristi del mondo (e della storia della letteratura universale), la storia del Minotauro, confinato nel labirinto in cui Teseo dovrà trovare e liberare Arianna, occupa uno spazio centrale, direi quasi "determinante".

Perché chi narra (questi "io multipli") è ossessionato dal Minotauro: la copertina dell'ed. italiana è piuttosto esplicita, in tal senso: riproduce un dettaglio di una coppa dell'antica Grecia in cui si vede Pasifae con in braccio il figlio mostruoso, quella sorta di aborto avuto dopo l'accoppiamento fatale con un toro... Da qui sorge il mito del Minotauro: un essere a metà tra l'uomo e l'animale; nell'immagine, un bambino con il corpo umano e la faccia da toro (con tanto di corna).

A partire dall'analisi ossessiva narrativa filosofica psicologica della "condizione ontologica" di un simile monstrum, il narratore "multiplo" va interrogando se stesso, il mito, la storia passata (remota e recente) per capire tutta la solitudine che deve aver provato Minotauro all'interno del labirinto e in procinto di scontrarsi con chi lo ucciderà, quel Teseo che, grazie al filo d'Arianna, riuscirà davvero a "fuori-uscire" dalla trappola costituita dal labirinto...

E in questo tentativo disperato di empatizzare col Minotauro, il lettore viene condotto per mano lungo una serie davvero notevole di storie che s'intrecciano (come in un labirinto borgesiano) lungo la scia dei ricordi (personali, ma anche collettivi e legati alla Storia dell'Europa del XX sec.) che fanno e determinano il nostro presente.

Ed è per me estremamente curioso constatare che io abbia letto (e goduto) uno dei libri più tristi del mondo a Cuba, durante un viaggio di piacere, in uno dei momenti più allegri, spensierati e felici della mia vita. Un paradosso. Un colmo. Una specie di follia. Eppure... quant'ho goduto leggendo questo romanzo anomalo, assurdo, malinconico fino quasi a condurti alle lacrime, straziante, in certe scene, e ironico, comico, tragicomico, anche, in altre.

Un romanzo anti-romanzesco pieno di foto, di documenti visivi, di ritagli di giornali, di pubblicità che ci fa stare male, che ci fa sorridere, che ci fa capire come, da "io siamo" iniziali possiamo diventare tutti "io fummo"...

Un libro tristissimo in cui chi scrive capisce che, in effetti, la scrittura è anche tentativo di uscire dal labirinto, oltre che sconfitta. O forse: che la scrittura è una partita persa che vale la pena di giocare e affrontare con coraggio... Anzi, come dice il narratore stesso a p. 136: "La scrittura è anche, in ultima analisi, conservazione delle sconfitte". E quante sconfitte grandiose, in Fisica della malinconia, quanti sogni infranti, quante illusioni ancora pulsanti e vive e vegete ed entusiasmanti...

miércoles, enero 21, 2015

Il valore dei soldi


L’altro giorno, tornando a casa da lavoro, m’imbatto in un libro pubblicizzato in un’edicola del centro: nientepopodimeno che l’Iliade, di Omero, a un prezzo incredibile (come dice la pubblicità): 2,95 euro. Non credevo ai miei occhi. Avrei voluto comprarne una decina di copie per tenermene una a casa e regalare il resto a quelle biblioteche di provincia, piccole e oscure, a volte dismesse o con le pareti piene di muffa, frequentate da qualche utente sperso o da qualche bibliomano incallito, da studenti in vena di scherzi che hanno fatto sega o da saputelli che vorrebbero digerire tutti i (pochi) libri custoditi all’interno come se non vi fosse un domani...

E mi è subito venuto da chiedermi: ma cosa ci compri oggi con meno di 3 euro? Cosa possiamo acquistare oggigiorno con una cifra simile?

E ho pensato anche al fatto che, quasi sicuramente, nessuno, fra i giovani studenti che vengono alle mie lezioni, si sarà accorto di un’offertona simile e che, pure se se ne fossero accorti, sono quasi certo che nessuno tra loro avrebbe speso 2,95 euro per acquistare una copia dell’Iliade di Omero (e si badi bene: si tratta di un’edizione di lusso, copertina rossa rigida, introduzione scritta da esperti e critici famosi, casa editrice “Gredos”, una delle più serie e “antiche” dell’industria editoriale spagnola).

Che valore hanno i soldi oggi? Che valore diamo noi agli oggetti che possiamo comprare coi soldi? Come spendiamo i nostri soldi e quali sono gli oggetti (o i servizi) che siamo soliti comprare oggiogiorno?

Domande complesse: io non sono un’esperto, anzi, tutto ciò che ruota attorno al concetto di “economia” mi spaventa, mi spiazza, non so come funzionino le Borse del mondo, non me ne importa poi neanche molto, e non so fare di conto, anche per le operazioni più semplici sono costretto a usare la calcolatrice o le mani (quando non ne  ho una a portata di mano).

Eppure... posso provare ad ipotizzare cosa preferirebbero comprare i miei studenti, al posto dell’Iliade di Omero a 2,95 euro. Ad es.: un pacchetto di patatine. O due lattine di coca-cola o di Red Bul. Non certo un classico della letteratura greca, un libro che (insieme all’Odissea e alla Bibbia) spiega chi siamo e da dove veniamo e dove possiamo andare a finire...

Pensiamo ai telefonini: ricordiamoci, per un momento, delle code chilometriche dei potenziali acquirenti dell’ultimo modello dell’Iphone... un prodotto che, rispetto a questa edizione dell’opera omerica, vale cento volte di più (se non mille – ma non ho la calcolatrice a mano, non posso fare il conto).

O pensiamo anche solo ai vestiti o alle scarpe di marca: qui in Spagna va di moda comprarsi le scarpe firmate (quelle che vendono intorno alle 90 o alle 100 euro) da indossare con i jeans strappati (una moda che andava anche ai miei tempi, i primi anni 90, l’epoca dei primi grandi pezzi dei Nirvana, l’epoca del grunge, delle camice a quadroni larghe, dei pantaloni strappati e anch’essi due taglie più grandi del normale, etc.).

O penso anche solo al cibo: ci sono menù per studenti a 7 o 8 euro, con incluso caffè e bevanda...

E quanto può valere un’opera letteraria classica come l’Iliade? 10, 20, 100 euro? C’è modo di fissare un prezzo a un “classico” che – letteralmente – dura tutta la vita e può influenzare tutta una vita (soprattutto se questa vita è quella di un giovane lettore alle prime esperienze di “classico”)?

Di nuovo: che valore hanno gli oggetti? E che valore ha il denaro? Quanto vale un libro? Difficile davvero dare una risposta a queste domande. L’unica cosa certa? Che la prossima uscita tocca all’Odissea: sempre Omero, sempre un grandissimo “classico”, sempre una vera goduria per chi ama leggere opere che vale la pena leggere almeno una volta nella vita. E per sole 5,95 euro... Un prezzo stracciato. Un’occasione d’oro. Altro che saldi invernali!

lunes, enero 12, 2015

Terre rare, di Sandro Veronesi: un padre in fuga e una figlia in crisi



Il primo romanzo di Sandro Veronesi s’intitolava Per dove parte questo treno allegro e apparve nel 1989 (o forse era il 1988) e parlava del rapporto complicato di un figlio nei confronti del padre: un ragazzo trentenne che ricorda vagamente il protagonista inetto de La coscienza di Zeno  di Svevo e un uomo sui sessant’anni, edonista, epicureo, narcisista, uno che gode dei piaceri della vita e che senza troppi problemi morali decide d’invischiare il figlio in una missione non certo eroica: riportare a casa i soldi che egli (il padre) ha lasciato in custodia alle banche svizzere e che ora lui (il figlio) dovrà rimpatriare in Italia possibilmente senza che la Guardia di Finanza sospetti nulla o lo fermi per strada...

Il romanzo si presenta, di fatto, anche come un road-movie, una sorta di Sulla stradaitaliano scritto da un trentenne (l’età di Veronesi all’epoca) che cerca di prendere le distanze sia dal proprio atteggiamento fin troppo moralista e passivo sia da quello fin troppo sfacciato e iperattivo del padre (un padre che, ora che ci penso, ricorda vagamente Berlusconi).

Evidentemente, i conflitti generazionali sono parte delle ossessioni principali di Veronesi: non è un caso che è un’altra figura di “padre scomodo” a farla da padrona ne La forza del passato (2000), il miglior romanzo del Nostro, un libro in cui un figlio (sposato e con prole) scopre che suo padre non era affatto quello stinco di santo che tutti credevano (generale dell’esercito, affiliato alla DC di Andreotti), bensì un’ex-spia al soldo del KGB russo (uno, insomma, che durante la Guerra Fredda, lavorava sotto silenzio per i comunisti sovietici).

E così, non è un caso che pure in Caos calmo (2006) torni in primo piano il rapporto tra un padre e marito divenuto improvvisamente vedovo e una figlia di dieci anni divenuta improvvidamente orfana e che accetta malvolentieri che il babbo decida di proteggerla dalla freudiana “elaborazione del lutto” aspettandola ogni mattina davanti alla scuola che frequenta con profitto.

Pietro Paladini, questo il nome del nostro anti-eroe contemporaneo, è l’uomo di potere, l’imprenditore in carriera che, a un certo punto della sua vita, decide di mollare tutto e di concentrarsi su quel che resta della sua famiglia. È una sorta di Bartleby di “melvilliana” memoria che “preferiribbe di no”. E ciò crea una situazione paradossale: tutti quelli che lo conoscono o lo frequentano per motivi di lavoro o di amicizia andranno a fargli visita davanti a quella stessa scuola in cui parcheggia la sua Audi; Paladini scende dalla giostra del mondo consumista-capitalista moderno ma questo stesso mondo torna a salire sulla sua auto sotto forma di incontri (a volte inaspettati) con i suoi colleghi, capi, amici, familiari, sconosciuti, e perfino con i suoi nemici più acerrimi...

Nell’ultima fatica, Terre rare (2014), Veronesi, dopo la pubblicazione della bellissima raccolta di racconti Baci scagliati altrove (2011) e il non proprio entusiasmante esperimento “noir” intitolato XY (2009), torna a narrare le vicende di questo anti-eroe ma cambiando diametralmente il segno della trama: da simbolo della stasi e della passività contemplativa, Paladini diventa qui simbolo del movimento continuo e anche inutile, dell’iperattività che fa accelerare il battito del cuore con tutti i rischi che una simile accelerazione comporta; della crisi portata all’ennesima potenza; della paura per ogni passo falso. Paladini si vede al centro di un complotto: quello di Lello, suo collega e socio fondatore della Super Car, una concessionaria che, apparentemente, si occupa di rivendere a un prezzo di favore macchine sequestrate e mai più pagate dai loro ricchi (o finto tali) proprietari. E così, nel giro di sole 24 ore, Paladini si ritrova senza più l’auto, senza patente, senza cellulare (e, quindi, anche senza i numeri di telefono delle persone che potrebbero aiutarlo), senza più “fidanzata” e, soprattutto, senza più figlia, scappata a Milano dalla zia Marta (la sorella di Lara, la moglie scomparsa per un infarto proprio mentre lui, Paladini, stava salvando un’altra donna sconosciuta in mare).

Tornano alcuni temi tipici della poetica del Nostro come quello dell’importanza delle coincidenze: come sarebbe andata se...; cosa sarebbe successo se invece che la strada A avessi preso la strada B...; perché quella dimenticanza mi ha fatto scoprire quella verità; etc. etc.

E torna, in primissimo piano, il rapporto complicato tra un padre e una figlia, quegli stessi membri di una famiglia in crisi dopo la scomparsa della figura materna.

Si potrebbero citare molte belle pagine di questo romanzo; ma credo che le migliori riguardino proprio quelle che vedono come protagonista assoluta Claudia, una ragazza diciottenne ormai divenuta donna e che scappa dal padre perché non ama più la sua vita a Roma e vorrebbe ricostruirsi un futuro a Milano, la città che Paladini abbandona dopo la morte di Lara e dopo aver lasciato anche il lavoro.

Si tratta di una ventina di pagine in cui il narratore in prima persona cede la parola alla figlia adolescente e appena maggiorenne che, in una sorta di monologo, confessa i motivi reali che l’hanno spinta a fare questa scelta. Il padre non la sgrida né la colpevolizza: si sorprende quando scopre che fuma, le chiede perfino una sigaretta e ascolta – desolato – qual è l’angoscia che la figlia non riesce più a trattenere a 8 anni di distanza dalla scomparsa della madre.

Se per Caos calmo possiamo parlare di un romanzo dotato di “realismo romantico” (l’Anti-Eroe moderno come individuo che accetta la morte e che pretende di difendere dal dolore e dalla percezione della morte sua figlia ancora troppo piccola), per Terre rare possiamo parlare di “realismo disincantato” (ormai l’Anti-Eroe non si sente più tale; Paladini è diventato davvero l’uomo comune, quello che deve fare i conti con un collega che lo invischia in una truffa che sembra non avere soluzione e con un mondo in cui molti lo considerano un “minchione”; quello che deve ascoltare la confessione sincera della figlia, ormai diventata adulta, e che deve accettare che, ormai, ha perso anche il suo ruolo di “protettore” nei confronti della stessa).

Insomma: Terre rare è un romanzo che si fa leggere con piacere; che spinge alla riflessione; che mette in scena un conflitto eterno come può esserlo quello tra padri e figli; che ci fa sorridere (cfr. il cap. 10, geniale, che Veronesi, nella pagina finale dei “ringraziamenti”, presenta come una cover dell’opera teatrale Mumble mumble ovvero confessioni di un’orfano d’arte, di Emanuele Salce e Andrea Pergolari); che ci spinge a trovare un nesso tra le epigrafi e il contenuto dei vari capitoli che queste stesse epigrafi introducono a mo’ di attacco).

[Per me la più bella resta quella tratta da un racconto di David Foster Wallace: "Se non avete mai pianto e volete piangere, fate un figlio"]

miércoles, enero 07, 2015

Prat de Llobregat



Se qualcuno, il 1 Gennaio del 2014, mi avesse predetto che il 31 Dicembre di quello stesso anno, ovvero, l'ultimo giorno di quell'anno, sarei finito a pernottare per poche ore presso il "Centre Esplai Albergue" di Prat de Llobregat (a circa 6 kms dall'aeroporto de "El Prat" di Barcelona), io non gli avrei mai creduto e gli avrei probabilmente chiesto: "E cosa cazzo avrei dovuto farci io con un albergo in un paese che si trova a 6 kms dall'aeroporto di Barcelona?".


E invece quel qualcuno avrebbe indovinato la sua predizione (o profezia) perché, per anomalo che possa sembrarmi, è proprio qui che mi trovo, oggi, all'una di notte, del 31 di Dicembre di questo meraviglioso 2014: è dall'assurda biblioteca di quest'assurdo agglomerato di cemento grigio che va sotto il nome di "Centre Esplai Albergue" che mi sono connesso (a gratis) e che sto scrivendo perché privo di sonno e siccome che la camera è priva di tv ecco che io mi sono precipitato dalle scale per venire a navigare un po' su internet e riuscire a passare un po' il tempo che mi rimane e che mi separa dalla mia compagna di avventure.

Tutto perché le compagnie aeree stronze si sono messe d'accordo per: a) far lievitare in maniera esorbitante i prezzi; b) obbligare quelli che come me partivano da Roma per andare ad Alicante a fare una sosta di 10 ore a Barcelona. Ed ecco che, siccome che sono ancora semi-convalenscente di un'influenza atroce che mi ha prostrato a letto quasi l'intera settimana che avrei voluto godermi in Italia, e non potendo mettere a repentaglio quel pochetto di salute che mi resta, sono stato costretto a prenotare all'ultimo secondo una stanza in questa merda di ostello della gioventù dal colore grigio e le forme ultra-geometriche (sembra di stare in un enorme cubo di Rubik).

Il prossimo aereo parte alle 10; ergo: sarò pure costretto a fare colazione presto (diciamo: le 7,30) se non voglio rischiare di perdere quel bus PR1 che mi riporterà al Terminal delle partenze dei voli nazionali (Barcelona-Alicante, meno d'un'oretta di volo).

Ma vabbè, dai, non lamentiamoci: non ci sarà la tv, ma internet è gratis (e veloce). E vabbè che faranno meno due gradi in questa cella frigorifera, ma se voglio, potrei perfino guardarmi un film in streaming (no: non ci sono casse, non sentirei l'audio).

Cosa fare allora l'ultimo dell'anno? Come ammazzare questo tempo vuoto? Chi chiamare? Nessuno, è ovvio, data l'ora tarda. Meglio leggere il libro di Sandro Veronesi che sto leggendo in questi giorni di rinascita lenta: "Terre rare" s'intitola, e il titolo potrei applicarlo anche a questo posto assurdo, che sembra sito ai confini della realtà (come la biblioteca in cui si trovano questi vecchi pc, è piena di libri assurdi, titoli impronunciabili, testi in inglese, in tedesco, in francese, in catalano, c'è una sezione interamente dedicata alla Chimica, chi cazzo ha lasciato questi libri in questo posto, mi domando e dico...).

Andiamo a dormire va, che è meglio (e speriamo di non avere gli incubi).

martes, diciembre 30, 2014

Il 2015?

E così, siamo giunti alla fine di questo Dicembre e, dunque, di quest'anno, 2014 (annus mirabilis, per quanto mi riguarda, per le molte e belle esperienze fatte e per due o tre eventi che mi hanno letteralmente cambiato la vita, anche grazie alla carica energetica della mia compagna di sventure...).

Certo, lo chiudo non nel migliori dei modi: dal 24 (la vigilia) a quasi ieri, un'influenza tremenda mi ha obbligato a stare a letto (senza forze, senza fiato, senza febbre, ma con un mal di ossa, di testa e di gola da schiantarsi sul letto e non resuscitare per almeno 2 giorni).

Nel corso di 2 giorni ho anche sperimentato cosa significa digiunare: ho perso 2 kili. Liquidi, dice mia cugina. Non so se ha ragione lei. Comunque, la mini-dieta veloce non è stato un brutto affare: ho potuto mangiare di più una volta che lo stomaco ha deciso che era ora di tornare a lavorare...

E così, come ogni fine d'anno, uno si sente quasi in diritto-dovere di fare dei bilanci. Vedere cosa è "in" e cosa è andato "out"; stabilire in modo matematico i "pro" e i "contra". 

Esercizio di stile abbastanza facile ma che quest'anno non voglio portare a termine. Mi ritengo già fortunato così, ad avere la salute (come dice mia nonna) e avere al mio fianco una donna che mi ama (e che amo). E poi...sono tornato vivo dalla Polonia, e questo (come dice la pubblicità) non ha prezzo (un'amica dall'Australia mi chiede: "Ma perché ti eri convinto che quello in Polonia sarebbe stato il tuo ultimo viaggio? Perché questa teoria così catastrofista?". Chi ha letto il post sulla Polonia sa a cosa mi riferisco; chi non l'ha letto, non fa nulla, non si tratta di nulla di trascendentale, è che - semplicemente - credevo davvero che quello verso Varsavia fosse il mio ultimo viaggio, l'ultimo della mia brevelunga vita).

Certo: avrei potuto fare di più. Scrivere di più; pubblicare di più; fare più ricerca (e un po' meno lezione); essere meno pigro; leggere di più. Ma nel complesso non posso lamentarmi e il bilancio finale è nettamente positivo.

E ora mi appresto a tornare in Spagna. Solo una settimana da italiano in Italia. E non saprei dire come mi sento. A volte mi è sembrato strano perfino ascoltare un intero telegiornale nella mia lingua (ma perché - cari giornalisti - parlate con tono così scattante al tg? Perché? Chi vi ha detto che dovete spiccicare le parole con quella tonalità che fa sembrare "grave" e "scioccante" e "terribile" anche la notizia più allegra? Perché tanto "melodramma"?). Magari, quando sarò di là, mi ricorderò di qua e di questa settimana scarsa passata (ahimè) quasi interamente a letto, mezzo morto o mezzo distrutto dall'influenza...

E mia madre: "La cucina italiana è una delle migliori del mondo". Sì, certo, d'accordo, ma perché non aprire la mente anche verso altre tradizioni culinarie? (Le ho mostrato la foto di un'amica che sta percorrendo a piedi parte della Muraglia Cinese: e lei: "E cosa mangia?" E io: "In Cina hanno un'ottima cucina!". E lei: "Ma stai scherzando?").

E sì, insomma, non mi lamento anche se...mi sarebbe piaciuto avere almeno la forza per aprire i 4 o 5 libri che mi sono autoregalato per Natale; eccoli:

1 - Sandro Veronesi, "Terre rare" (Milano, Bompiani, 2014);
2 - John Cheever, "I racconti" (Milano, Feltrinelli, 2014);
3 - Remo Bodei, "Immaginare altre vite" (Milano, Feltrinelli, 2013);
4 - Gaston Bachelard, "La dialettica della durata" (Milano, Bompiani, 2010);
5 - Michele Serra, "Gli sdraiati" (Milano, Feltrinelli, 2013).

Grande prevalenza degli italiani, come si vede, e strana preponderanza dei Feltrinelli, quest'anno, per quanto mi riguarda... E vediamo se ci riesce di leggerli tutti e con calma dall'altra parte, nella mia seconda patria...

Buon viaggio e buon anno, "mon sembleble", miei cari lettori (anonimi e non), mie care tre o quattro lettrici fisse di questo blog...

miércoles, diciembre 17, 2014

LE VOCI E I RUMORI





“A volte la voce di un interlocutore ci colpisce più del contenuto del suo discorso e ci sorprendiamo ad ascoltare le modulazioni e le armonie di quella voce senza ascoltare ciò che ci sta dicendo. Questa dissociazione è, senza alcun dubbio, responsabile del sentimento di estraneità (quando non di antipatia) che tutti sperimentiamo ascoltando la nostra stessa voce: arrivandoci dopo aver attraversato le cavità e le masse della nostra anatomia, ci trasmette un’immagine deformata, come se ci guardassimo di profilo, con l’aiuto di un gioco di specchi”.

È il sempre geniale, erudito, chiaro anche quando complesso, Roland Barthes a parlare (in un saggio contenuto nella raccolta L’ovvio e l’ottuso) e a spiegarmi  perché mi suona “strana” o “diversa” la mia voce quando parlo in pubblico con un microfono (che distorce i fatti ancora di più di quando parliamo senza filtri tecnologici) o quando mi risento via Whatsapp, una volta mandato un messaggio vocale a mia madre (sì, ora anche mia madre ha scoperto questo strumento e ne approfitta per pregarmi di coprirmi bene, se in Italia fa freddo, o per chiedermi se ho mangiato, se teme che i miei ritmi lavorativi stiano diventando così folli e disumani da obbligarmi a chissà quale terribile dieta ferrea o squilibrata – ma non sa che qui, nella città spagnola in cui vivo, nella casa in cui abito, mi nutro molto, infinitamente meglio, di quanto non facessi quando pernottavo a Roma…).

Ma la riflessione del saggista e critico e intellettuale francese va oltre e ci spiega come noi, in quanto esseri umani, ci muoviamo e ci manteniamo in vita anche grazie alla traduzione sonora dei rumori che ci circondano; e qui Barthes fa un esempio chiarissimo: quello del bambino che riconosce ogni piccolo sussurro della sua cameretta e che, se spostato e messo dentro un altro ambiente, si sente smarrito, perso, abbandonato, proprio perché non riesce più a tradurre in modo corretto e istantaneo i tanti piccoli rumori che compongono quella che Barthes chiama “la sinfonia domestica” delle nostre famose e simboliche quattro pareti domestiche.

E poi va ancora oltre perché cita Franz Kafka, il quale, nei suoi Diari, ci parla di come la paura possa nascere improvisamente proprio dalla difficoltà di interpretare correttamente un cigolio della porte, un cadere di pentole in cucina, un sussurro inspiegabile da dietro una tenda, etc.

Tutte cose “intime” e “familiari”, certo, e che però diventano subito “strane” o “inquietanti” o “perturbanti” (per dirla con Freud) se il nostro udito non riesce a clasificarle in base ai suoi parametri razionali di sempre… (e mi vengono subito in mente mille scene da film tipico dell’orrore).


E poi il discorso si sposta proprio sulla psicanalisi e su Lacan e su Freud (una “scienza” tutta fondata sull’ascolto apparentemente “neutro” dello psichiatra nei confronti delle confessioni del paziente) e sull’inquinamento acustico della società contemporanea e sulla sfida di Ulisse nei confronti delle Sirene (il desiderio folle di voler ascoltare a tutti i costi il loro canto, pur sapendo che ciò implicherà la morte) e altri riferimenti che non sto qui ad elencare, anche perché non ho ancora finito di leggerlo, questo saggio, e però so già che mi piacerà, perché, diciamocela tutta, sono davvero pochi gli studiosi, i saggisti, i critici o gli intellettuali che sanno spiegare così bene le cose come fa Roland Barthes e uno si domanda anche che cos’altro avrebbe potuto scrivere e regalarci se la morte non se lo fosse portato via quel 25 Febbraio del 1980 quando, uscendo dall’Università, venne investito da un camion (o da un furgone) e finì all’ospedale e morì quasi un mese dopo, un 26 Marzo dello stesso anno…forse perché non riuscì a sentire o a tradurre correttamente il suono del clacson o della frenata dello stesso camion o furgone o quello che fosse che gli tolse la vita...

 Quasi fatto tutto (in tempi record) Non so esattamente come ci sono riuscito, ma ho quasi fatto tutto (in tempi record). Sarà che sotto str...