lunes, mayo 19, 2025

 Domenica 18 maggio del 2025





È domenica mattina e hai proprio voglia di uscire in bici, fare almeno 2 ore di corsa, tutta pianura tranne la salita sul monte da cui si vede tutta la città del Sud del Sud della Spagna in cui ormai vivi da più di 10 anni. È domenica mattina e il sole splende già alto in cielo, quando qualcuno ti avvisa via Whatsapp: "Questa notte è venuto a mancare M. Ne danno il triste annuncio la moglie e i due figli". 

Non te l'aspettavi. Tu ed M. avete cenato insieme poche settimane fa, dopo un incontro letterario in cui hai conosciuto uno scrittore interessante e un critico che ti sta subito simpatico. M. si lamentava del fatto che non digeriva più bene come una volta. 82 anni e un fisico asciutto, M. era solito fare 10 chilometri a piedi tutti i giorni, anche se fumava, non era proprio riuscito a togliersi il vizio (una sigaretta al giorno, non di più, ma da sempre, da quando era un giovane promettente poi diventato Ordinario di Teoria della Letteratura e Letterature Comparate).

Tu ed M. avete condiviso anche un'esperienza molto bella l'estate scorsa, ad agosto: una sorta di tour letterario tra l'Abruzzo e il Lazio, con una visita e lettura pubblica di Memorie di Adriano, lo splendido romanzo di Marguerite Yourncenaur, presso la Villa Adriana di Tivoli.

Tu ed M. non avevate gli stessi gusti letterari, ma vi rispettavate, lui leggeva le tue recensioni con interesse e tu leggevi le sue e glielo facevi sapere, quando lo trovavi sul giornale. Su uno scrittore "rosso" non eravate per niente d'accordo: per lui era un estremista, per te un poeta, un romanziere dotato di uno stile più vicino alla poesia che alla narrativa.

M. è morto e bisogna prendere la macchina per andare a dargli l'estremo saluto all'obitorio del suo paesino d'origine, in campagna, accanto al cimitero. Siete tra i primi: non c'è ancora la fila dei parenti più stretti, solo la moglie, in lutto, con le occhiaie e il dolore inconcepibile di chi ha perso la sua anima gemella, e i due figli, uno frastornato, mentre beve un caffè appena prelevato dal distributore automatico, l'altro in maglietta e jeans accasciato su una sedia d'ospedale. 

Ti dici che no, non vuoi vedere M. nella camera ardente, non vuoi, non t'interessa proprio vederlo da morto, non ci pensi neanche, e, invece, la tua compagna d'avventure e di viaggi ti spinge a entrare. C'è un divano e in un angolino un tavolo pieno di pastarelle e fiori (chissà chi li ha portati fin qui a quest'ora del mattino, una domenica soleggiata di fine maggio di primo mattino) e poi, girando l'angolo, c'è lui, è M. anche se non lo vorresti vedere, è M. sfigurato dalla malattia, dimagrito così tanto da non sembrare lui, fai fatica ad associare quel volto, il volto del cadavere, con quello di M. quando era ancora un professore vispo, intelligente, attento e pieno di senso dell'ironia.

Il giornalista che scriverà il necrologio te lo manda in anticipo sul cellulare: dice di M. che era un uomo buono, un ricercatore instancabile, un docente amato dai suoi allievi e dai colleghi, una persona stoica, che amava la vita, ma che sapeva che la vita ha una fine...

La neovedova ti abbraccia. Vi abbracciate e uscite fuori, a prendere una boccata d'aria. Poi lei rientra perché arrivano i parenti, altri membri della famiglia, gli amici di una vita, i vicini di casa, tutti sorpresi dalla notizia, nessuno si aspettava una malattia così fulminante...

Tu resti fuori, guardi un cartello: "Si cerca gestore del bar dell'obitorio; urgente; chi fosse interessato chiami a questo numero...", e ti fermi a riflettere sullo strano paradosso e constrato tra un obitorio (luogo di dolore e pianti) e un bar (luogo di vita e sorrisi). Chi mai avrà voglia di prendere in mano la gestione di un bar all'interno di (o adiacente a) un obitorio che si trova a pochi metri dal cimitero del paese? Chi potrebbe averne il coraggio o il fegato? E cosa diavolo c'entra un bar in un luogo come questo?

La vita va avanti, mentre la morte ha portato via un amico, un professore universitario che ha avuto molteplici riconoscimenti accademici e umani da parte di chi lo ha considerato un "maestro". La vita va avanti, la donna delle pulizie ti dice che puoi stare, sei seduto sulla panchina antistante il bar chiuso, le dici "Non si preoccupi, me ne sto andando" e solleciti la tua compagna di viaggi e d'avventure, "non ce la faccio più a stare qui, andiamo via".

Quando torni a casa, ti prepari un piattone di pasta con il pesto di Giovanni Rana. Poi la prendi la bici e fai davvero 50 chilometri. Arrivi davvero in vetta, lì  da dove si vede tutta la città. E poi viaggi in macchina nel paese sulla costa in cui si trovano le tue figlie, saluti tua suocera, parlate di M., lei non lo conosceva, ma l'aveva sentito spesso nominare in alcune conversazioni. 

Alle 20:00, presso la Cineteca, danno "8 e 1/2" di Fellini. Ci vai perché hai voglia di non pensare alla morte, ma dopo pochi minuti ti rendi conto che Fellini ha girato quel film proprio per parlare di morte, o di morte dell'ispirazione, di crisi d'ispirazione, di morte dello spirito di un regista che non sa più cosa raccontare. Il finale ti fa piangere, non puoi evitarlo: sarà la sesta volta che vedi "8 e 1/2" e per la sesta volta non trattieni le lacrime davanti a quel balletto finale, con quella musica incredibile di Nino Rota che ti fa volare, ti trasporta dentro il film e dentro i ricordi che conservi del finale, quel bambino che è Guido da piccolo e che con quel mantellino bianco diventa un puntino luminoso in mezzo all'enorme oscurità di un circo (e un cerchio) che si chiude proprio quando sembrava che ormai tutto fosse perduto, che la sfida era persa, che la crisi non era superabile, e invece sì, Guido la crisi la supera accettando i suoi difetti, convivendo con tutti quei personaggi che sono le persone più importanti della sua vita, una vita fatta di menzogne, di tradimenti, di salti temporali, di ricordi e di oblio, di tanta voglia di raccontare e di crisi d'ispirazione, di un balletto che è la danza della Morte e la danza della Vita...

martes, abril 22, 2025

 Il folle di Dio alla fine del mondo di Javier Cercas

La vita è piena d'ironia teatrale. Circa un paio di settimane fa, un importante giornale italiano (di cui, per ora, non farò il nome) mi chiede una recensione dell'ultimo libro di Javier Cercas, autore acclamato da critica e pubblico nel 2001, quando pubblicò Soldati di Salamina, un romanzo strano, ma affascinante su un oscuro episodio dell'atroce guerra civile spagnola. Di questo autore, nel corso degli anni, ho letto anche altri libri, ma nessuno è riuscito a farmi entusiasmare come quello che gli diede giustamente fama internazionale.

Mi appresto, dunque, a leggere Il folle di Dio in viaggio alla fine del mondo (Guanda, 2025, nella sempre scorrevole ed ottima traduzione di Bruno Arpaia) e...il libro mi cade dalle mani. È davvero difficile arrivare alla fine di questa sorta di cronaca di viaggio in Mongolia, in compagnia di alcuni vaticanisti e stretti collaboratori di Papa Francesco. Non nego che il libro abbia un qualche valore didattico, soprattutto grazie a determinate domande "scomode" fatte da un ateo a dei fedeli legatissimi al Vaticano. Ma mi domando dove sia il guizzo dell'immaginazione e della creatività letteraria. Mi domando dove finisce la letteratura in un "reportage" così "realista"...

Ovviamente, a lettura finita, scrivo la recensione. La mando l'altroieri; ieri muore Papa Francesco; non so se e quando uscirà la recensione. Di certo Cercas è idolatrato in Italia (non ho ancora letto una critica negativa o non elogiativa) e di sicuro il libro si venderà di più ora che Jorge Bergoglio è morto.

Scherzi del destino? Ironia della sorte? Misteri della fede...

sábado, abril 19, 2025

 La Lettera d'amore a Giacomo Leopardi di Antonio Moresco: un inno alla gioia, in un mondo che crolla a pezzi





Nessuno me l'ha chiesto, ma se qualcuno, oggi, 19 aprile del 2025, in procinto di vivere la Pasqua e la Pasquetta (si sia credenti o meno), mi chiedesse di scrivere una recensione dell'ultimo libro di Antonio Moresco, io non saprei da dove partire, mi metterei le mani nei capelli e risponderei solo con un sorriso, un applauso e un salto.

Sono anni che leggo tutto ciò che pubblica questo scrittore anomalo, inclassificabile, tenero e crudele, spietatamente realista (quando occorre) e incredibilmente lirico (in modo spontaneo, mai affettato). Sono anni che mi lascio sorprendere dalla scrittura di quest'uomo che non ha mai smesso di credere nella letteratura come strumento d'indagine della verità, cosciente del fatto che non esiste la Verità, ma tanti modi d'intenderla, d'intravederla, di approssimarcisi. Sono anni che mi lascio sorprendere perché per Moresco la vera letteratura deve fare proprio questo: aprire nuove strade, nuove ipotesi, nuovi percorsi di conoscenza. Ed ecco, allora, che la lettura di quest'ultima Lettera d'amore a Giacomo Leopardi (Milano, Solferino, 2025) mi permette di godere di nuovo di tutta la bellezza che impregna lo stile di Moresco, la sua lingua italiana piena d'ironia e d'invenzioni neologische pazzesche, la sua visione lirica e ironica e tremenda del mondo...

"Caro Giacomo,
è da tanto che volevo scriverti una lettera, scavalcando d'un balzo lo spazio e il tempo, che volevo mettere tutto ciò che in questi anni oscuri sento e penso dentro una lettera indirizzata a te. Ma non una lettera qualsiasi: una lettera d'amore" (id., p. 7).

Ecco: è così che comincia questa lettera che è un atto d'amore verso un poeta ammirato, letto, studiato, riletto e che è anche, al contempo, un viaggio. All'interno delle opere più famose e importanti del poeta di Recanati (i Canti, ma anche lo Zibaldone; le Operette morali, ma anche gli epistolari); ma anche all'interno del mondo contemporaneo in cui sia Moresco che il suo lettore si ritrovano a vivere e a sperimentare le crisi che, oggi, da più parti, ci circondano, ci preoccupano, ci fanno paura.

Questa lettera d'amore ci fa sentire la voce di Leopardi come una "vera presenza", nei termini di George Steiner, ovvero, come una persona reale che continua a parlarci e che ha saputo anticipare di due secoli molti dei problemi sociali, filosofici, esistenziali, culturali che stiamo vivendo in questi primi 25 anni del XXI secolo. Questa lettera d'amore ci permette di riascoltare la potenza dei versi de L'infinito e il senso profondo, spietato, delle molte riflessioni che il poeta con la gobba ha saputo sviluppare con la sua mente da ventenne isolato da tutti e "incarcerato" dal padre nella sua "prigione dipinta". Questa lettera d'amore sa farci ridere come pochi altri testi letterari di questi ultimi vent'anni, perché Moresco è capace d'infondere ironia, umorismo, comicità perfino a una lettera che poi diventa favola che a sua volta diventa operetta morale buffa piena di colpi di scena indimenticabili. 

In questa lettera il lettore contemporaneo potrà sentire Leopardi dire le parolacce e districarsi con acume nei registri colloquiali (a volte volgari) del nostro italiano attuale; in questa lettera il lettore contemporaneo potrà letteralmente volare in compagnia dell'autore e del poeta in un viaggio aereo che lo porterà a scoprire chi c'è all'interno del parlamento italiano (Roma), dove si nasconde Putin (Mosca), chi comanda veramente oggi gli Stati Uniti d'America (Washington). In questa lettera, che fa ridere e commuovere, che fa riflettere e fa paura, c'è tutta la carica dirompente dell'immaginazione e della potenza creativa di uno degli scrittori italiani più originali che ci abbia mai regalato la letteratura che nasce prorio da Leopardi, e da Dante, ma anche da Omero, e da Shakespeare, da Cervantes e da Kafka.

Sì, Antonio Moresco ci fa ascoltare la voce di Leopardi con passione e trasporto, ci fa volare sulla realtà tremenda del mondo in cui viviamo, ci fa ridere e ci fa emozionare fino quasi alle lacrime, per ricordarci che, in mezzo alle rovine di un mondo che crolla a pezzi, c'è ancora spazio (forse) per la bellezza. Questa lettera d'amore a Giacomo Leopardi è (forse anche) un inno alla gioia. O alla gioia che solo l'immaginazione può creare all'interno del buio e del dolore. Un inno alla gioia dell'immaginazione che sa riaprire il discorso sul mondo, che sa ricreare il mondo, che sa staccarsi dal mondo per vedere cosa c'è dietro (o di fianco o sotto o sopra). Viaggiate con Antonio Moresco, cari amici lettori. Volate insieme a lui e a Leopardi.

viernes, abril 18, 2025

 In Italia

Sono in Italia dal 12 aprile e non mi sembra vero. È da Natale che non torno, due o tre mesi non sono nulla, eppure, appena uno atterra a Fiumicino respira nell'aria l'aria di casa. Gli italiani sembrano sempre gli stessi: stress, faccia arrabbiata, cellulari onnipresenti, fretta senza senso, ingorghi, traffico della capitale invasa sia dai turisti che dai pellegrini per il Giubileo... I prezzi di alcuni alimenti basilari sono alle stelle: è quasi impossibile comprare un pacchetto di caffè che costi meno di 4 euro (il Lavazza è alle stelle: due pacchetti quasi 12 euro!); ma anche il latte, il pane, insomma, non so se ci sia l'inflazione, ma sta di fatto che è tutto aumentato (anche i libri; ormai 20 euro è il loro prezzo medio).

Arrivati in Abruzzo, le cime delle montagne sono ancora innevate. Una pioggierella insistente e minuscola rende il paesaggio davvero invernale. Fuori fanno 9 gradi e non potrò uscire in bici a perdermi tra le mie montagne, le mie radici, la natura di questi posti meravigliosi.

Leggo l'intervista che mi ha fatto la settimana scorsa una giornalista che lavora per un quotidiano online di cui non conoscevo l'esistenza. Come diceva Proust, fa sempre un effetto strano, appare sempre "alientante", ritrovare la propria voce plasmata nelle parole trasformate in testo stampato. Chi leggerà mai questo giornale? Chi sono i suoi lettori modello? Nell'intervista parliamo delle mie origini, di come, da un paesino delle montagne abruzzesi, sono finito a insegnare Letteratura Spagnola in Spagna agli studenti spagnoli (in effetti, è un po' paradossale). Giro l'intervista ad alcuni amici e colleghi ben selezionati. Molti mi rispondono con messaggi vocali d'affetto; altri con l'emoticon dell'applauso.

Sulla scrivania mi attende l'ultimo libro di Antonio Moresco, Lettera d'amore a Giacomo Leopardi (Milano, Solferino, 2025). Quest'anno ho avuto l'enorme fortuna di conoscere Antonio Moresco, d'invitarlo alla mia Università a dare una lectio magistralis sulla letteratura per l'infanzia e su quanto sia importante che questo tipo di letteratura faccia conoscere il Male ai bambini; non si può edulcorare la realtà e togliere il lupo cattivo da Cappuccetto Rosso (gli studenti lo guardano con gli occhi aperti, silenzio nella studio televisivo dove facciamo la tavola rotonda, a bocca aperta anche qualche collega che è venuto a sentirci). Non vedo l'ora d'immergermi nella sua scrittura, anche perché, ora che so come suona la voce di Moresco, nel leggerlo mi sembra di ascoltarlo. Di sentire quella voce un po' strascicata, un po' ironica, leggermente malinconica...

Stasera, invece, torno a Roma, per andare a prendere un amico che torna da Bruxelles e andare a cena tutti insieme, vicino a casa di mio fratello. Roma, che letta al contrario, in spagnolo, dà luogo alla parola che, secondo Joyce, "tutti conoscono", Amor... ovvero Amore...

viernes, enero 17, 2025

 David Lynch: non lo "lyncheremo" più



Ieri sera, verso le 20:00 (l'ora di cena per me, all'italiana), mia cugina mi manda una foto di David Lynch in bianco e nero con l'annuncio della triste notizia. Al di sotto del sorriso sornione del regista e della sua mitica capigliatura invidiabile (quale quasi ottantenne può vantare una simile massa di capelli?), la frase: "David Lynch è venuto a mancare all'età di 78 anni". Ho smesso di mangiare e di leggere il messaggio. Ho solo risposto: "NO" con l'emoticon di un pianto irrefrenabile...

Oggi, 17 di Gennaio del 2025, nel Sud del Sud della Spagna in cui vivo, il tempo si è guastato e sembra accordarsi allo stato d'animo dei milioni di fans che Lynch aveva in ogni parte del globo. Fa impressione vedere quanto cordoglio hanno espresso in queste ore tante persone (note e meno note) sui cosiddetti "social"; fa impressione vedere che strano tipo di vincolo umano e intimo sembra aver generato Lynch arrivando ai cuori e alle menti di tante persone (di tante nazionalità diverse). Mi commuove leggere l'addio di Francis Ford Coppola o quello del suo attore feticcio, Kyle MacLachlan, l'attore che ha interpretato quasi tutti i ruoli protagonisti dei suoi film, oltre al mitico agente Cooper della serie Twin Peaks, una serie che ha rivoluzionato la televisione mondiale degli anni 90 a suon della domanda cruciale: "Chi ha ucciso Laura Palmer?" e con l'adozione di un linguaggio cinematografico tutto basato sul surrealismo e sulla tecnica della suspense.

Oggi, in uno stato d'animo prossimo alla depressione, di David Lynch voglio ricordare soprattutto due scene, non tra le più note e famose. Una viene da Strade Perdute (1997) o forse da Cuore Selvaggio (1990): vediamo una macchina che viaggia su una delle tipiche strade americane in mezzo al deserto, una di quelle strade lunghissime e che sembrano non avere mai fine, fino a quando, a un certo punto, l'auto sbanda e si schianta contro un albero. È notte fonda e l'unica fonte di luce proviene dai fari anteriori dell'auto. Vediamo due donne che scendono, una è vistosamente ferita alla fronte, perde sangue e sembra aver perso anche il senno, perché dice all'amica, più giovane: "Dov'è la mia borsetta? Dov'è la mia borsetta?" e si affanna a cercarla in mezzo alla polvere e ai cespugli del deserto. È una scena incredibile anche se verosimile in cui assistiamo, impotenti, alla paura e al tremore che s'impossessa di chi ha appena avuto un incidente automobilistico. Ed è l'atmosfera a darci l'idea dell'ansia e della paura: la macchina da presa tentenna, balla, si ferma, poi si muove, in mezzo all'oscurità della notte, come se fosse ubriaca o improvvisamente impazzita.

L'altra scena viene da INLAND EMPIRE (2006) che, per me, è uno dei più bei film di Lynch, insieme a Mulholland Drive (2001) e, ovviamente, a Eraserhead (1977). Si tratta di un'altra scena sconvolgente, nell'apparente semplicità del suo contenuto, e che credo di aver già descritto in questio diario di bordo virtuale che forse non leggono più nemmeno quelle tre o quattro lettrici che mi seguivano anni fa... È una scena assurda, in cui assistiamo alla morte di una ragazza, accasciata sul marciapiede di una delle tante strade periferiche di Hollywood. La ragazza perde sangue dalla pancia, si afferra il ventre, mentre, tutta imbacuccata, inizia a chiedere aiuto a un barbone e quest'ultimo la guarda e inizia a parlarle, non ricordo più se prova a trasmetterle un messaggio di pace e tranquillità, non so se le dice di stare calma e che se morirà non sarà poi così doloroso, non ricordo se le dice che le resterà affianco, ma intanto quella ragazza soffre e sta per morire e noi siamo lì, insieme a lei, testimoni oculari di un evento quotidiano e comunque visto come "tabù", è una morte assurda, oscena e insignificante, resa ancora più surrealista dalla presenza del barbone che parla e parla e dice cose che, in quel contesto, non hanno molto senso o non danno la consolazione che ci si aspetta, il dialogo è calmo, ma serrato, assurdo, ma sensato, spietato e anche un po' tragicomico. Poi, all'improvviso, la macchina da presa fa un leggero movimento all'indietro ed è solo allora, solo allora, quando lo spettatore si rende conto del fatto che ha appena presenziato una morte inscenata all'interno di un film, una metascena in un metafilm, perché INLAND EMPIRE è proprio questo, un film metacinematografico che s'interroga costantemente sul confine sempre labile tra "realtà" e "finzione" o su come questi due mondi interagiscano tra di loro in modo a volte sorprendente, come in questa scena di una morte assurda e banale, una morte in diretta...

Ecco: è per scene come queste che io sarò sempre grato a David Lynch. Un artista che ha saputo immaginare le zone più oscure dell'animo umano. Un regista che ha saputo trasformare i suoi incubi in storie affascinanti e sempre inquietanti. O affascinanti proprio perché inquietanti. Con mia cugina eravamo soliti fare sempre la stessa battuta: "David Lynch? Lynchamolo!". Ora non potremo "lyncharlo" più. Ci restano i suoi film, per fortuna. E la possibilità di rivederli finché il viaggio non finirà anche per noi.

miércoles, enero 15, 2025

 

Diario di Bologna

 


6 Gennaio 2025

 

Iniziamo l’anno accamedico in viaggio dall’Abruzzo all’Emilia Romagna. Devo firmare un accordo Erasmus con il Campus di Forlì (con il DIT, ovvero, il Dipartimento di Interpretazione e Traduzione). Abbiamo affittato (a caro prezzo) un appartamento a due metri dalla Stazione Centrale di Bologna. La capitale della regione ci accoglie con la nebbia e un freddo umido che ti penetra nelle ossa, che a tratti paralizza. Sono le 19:30 ma sembra mezzanotte. Riesco a carpire frammenti di dialoghi in dialetto bolognese. Adoro quest’accento, così diverso dall’abruzzese o dal romanesco.

La padrona di casa mi fa vedere la moka della Bialetti: sembra che oggigiorno nemmeno i turisti italiani si preparano più la macchinetta tradizionale, sembra che tutti preferiscano la Nescafé (è più veloce, più efficace, più pulito). Mi chiedo dove andremo a finire se perfino gli italiani smetteranno di farsi il caffè come abbiamo sempre fatto nel corso di decenni (forse secoli).

Andiamo a dormire presto, stanchi del viaggio. Domattina, alle 10:30, saremo già a Forlì, al Campus universitario, per conoscere dal vivo una collega con cui ho scambiato un sacco di email, prima di arrivare  a questo momento (ovvero, alla firma concreta dell’accordo). Nell’appartamento, il riscaldamento è al massimo. Fuori c’è la nebbia e si gela, dentro si può dormire anche in maniche corte.

 

7 Gennaio 2025

Forlì: anche qui nebbia e freddo. Le panchine della stazione sono bagnate. La gente imbacuccata. Andiamo al Campus senza sbagliare strada. È una città geometrica, Forlì, o così pare. Giorgia ci accoglie con il sorriso e ci offre subito un caffè. I mobili dell’ufficio in cui parliamo di questioni accademico-burocratiche sembrano tratti dalla serie di Leopardi che Rai1 manda in onda proprio stasera. Sembra tutto molto ottocentesco. La stampante funziona, ma a fatica, con una lentezza quasi snervante. C’è il distributore dell’acqua gratis (fredda e a temperatura ambiente). C’è anche quello del caffè a 60 centesimi. Ho notato che, ormai, in Italia, nei bar, è impossibile prendere un espresso a meno di 1,30 euro. Giorgia ci mostra le aule dei laboratori dei futuri interpreti e traduttori italiani da e per lo spagnolo (ma anche il francese, il tedesco, l’inglese, perfino il cinese). È bello, quasi emozionante, vedere tanti studenti seduti in postazioni costruite su due piani in un edificio che, qualche decennio fa, era un ospedale, ora completamente ristrutturato e ricostruito secondo la moda del postmodernismo architettonico. Vedo una cartina dell’Italia con sopra stampata una domanda a caretteri cubitali: “di dove sei tu?”. In realtà, la domanda appare sotto la cartina dell’Europa. La distanza e la miopia galopante mi giocano brutti scherzi. Qui gli scambi Erasmus sono all’ordine del giorno. Siamo qui per quello. E per loro, per quegli studenti che avranno voglia di sperimentare cosa significa studiare in un altro paese e in una lingua diversa da quella materna.

Andiamo a pranzo in una trattoria tipica emiliana. Le tagliatelle con il ragù alla bolognese sono orgasmiche. I tortellini in brodo pure. Il caffè macchiato lo servono con un bricco per il latte, uno con panna spruzzata con cacao amaro e un biscottino al cioccolato d’accompagnamento. Incredibile la qualità del cibo e la professionalità dei camerieri e del padrone di casa.

Nel pomeriggio, giro in centro con la nostra guida personale (fino a un parco che mi ricorda “El Retiro” di Madrid) e poi rientro a Bologna in treno perché comincia a piovigginare.

Prima di separarci Giorgia ci parla dell’architettura del Quartiere razionalista: se si guardano dall’alto, certi palazzi del quartiere formano la M enorme di Mussolini. Non a caso, il Duce è nato a Predappio, ovvero, a 20 chilometri da Forlì. Mi sembra davvero paradossale che uno dei dittatori più ridicoli e folli della Storia del XX secolo sia nato proprio in una delle regioni più “rosse” d’Italia. Poi proviamo a sdrammatizzare. Senza l’Emilia Romagna la cucina italiana sarebbe più povera: qui hanno inventato il Parmiggiano Reggiano, il Grana Padano, la mortadella, l’aceto balsamico di Modena, la piadina, lo squacquerone, le tigelle e le crescentine, le tagliatelle e i tortellini…il Lambrusco e il San Giovese…

Proviamo solo per un momento ad eliminare uno di questi elementi dalla cucina tipica italiana: saremmo tutti più poveri (e più tristi). Viva l’Emilia Romagna!

 

8 Gennaio 2025

 

Ravenna: quanta bellezza e quanta storia e quanta arte nella stessa città! Il Mercato Coperto ci stupisce per la sua eleganza e la cura di ogni dettaglio, la varietà dell’offerta gastronomica e la bontà dei prodotti. E poi la Basilica di San Vitale coi suoi famosi mosaici bizantini e Galla Placidia e …la tomba di Dante. Mi faccio scattare una foto. Mi commuove sapere che le ossa del Sommo Poeta riposano proprio qui, lontane dalla natia Firenze, la patria da cui Dante si esilia e a cui non farà più ritorno.

Andiamo a pranzo in un altro ristorante su consiglio di un’amica che rivedrò domani per una cena in una pizzeria del centro di Bologna. Si chiama Osteria Passatelli. Mangiamo un piatto di tortellini con fonduta di parmiggiano stagionato 30 mesi e passatelli in brodo. Di nuovo, il piacere della tavola ci lascia a bocca aperta.

Dopo una passeggiata digestiva, torniamo a Bologna. E qui mi sgancio dal gruppo e vado in centro da solo. I portici di Bologna. Le Torri degli Asinelli. La Piazza del Nettuno. E la Piazza Coperta Umberto Eco, dotata di spazi per la diffusione della lettura e della cultura davvero emozionanti se consideriamo il mondo in cui viviamo. Ho visto ragazzi leggere libri di carta. Anziani leggere giornali di carta. Forse non tutto è perduto, se queste biblioteche sono ancora frequentate e anche da persone giovani, da gente che ormai è abituata ad usare il cellulare come una seconda pelle.

Mi addentro nelle sale del Cinema Modernissimo: cimeli di alcuni grandi classici del cinema italiano; una caffetteria elegante e assolutamente cinefila, poster dovunque, locandine di film visti da ragazzo; foto storiche e in bianco e nero della Bologna del secondo dopoguerra. In programmazione l’ultimo film di Roberto Andò: L’abbaglio, con Ficarra e Picone. E poi, uscendo per strada, la Feltrinelli, dove mi è impossibile non comprare libri e non rimembrare i tempi in cui andavo sempre a quella di Via dei Cerretani a Firenze (quando ero un cittadino della città di Dante). Compro un saggio breve di Ezio Raimondi, il grande italanista, Un’etica del lettore; e poi Il viaggio di Dante. Storia illustrata della Commedia, di Emilio Pasquini; e poi È una donna che vi parla, stasera, di Alba de Céspedes, una scrittrice che ho scoperto grazie alla mia compagna d’avventure e di viaggi e, infatti, gliene faccio dono, come regalo inaspettetato.

Domani altro giro, altra corsa: Ferrara. Andiamo a dormire guardando l’ultima puntata di Leopardi, il poeta dell’infinito su Rai1. È bello e strano, e anche un po’ emozionante, vedere una serie del genere sulla tv pubblica italiana. È strano sentirsi così…italiano in Italia.

9 Gennaio 2025

Ferrara. La pioggia, il freddo, il vento ci danno il benvenuto e ci obbligano a prendere un taxi per arrivare alla Biblioteca Ariostea, sita all’interno dello storico Palazzo Paradiso (gli Estensi avevano buon gusto nel nominare i loro possedimenti; qui esiste anche un Palazzo dei Diamanti).

Entriamo per dare fastidio agli addetti della biblioteca. Riusciamo a farci aprire una porticina che dà accesso alla sala in cui secoli fa gli studenti di Medicina seguivano le lezioni di Anatomia. Poi saliamo al secondo (o terzo) piano per contemplare emozionati la tomba di Ludovico Ariosto. È la seconda tomba importante che visito da quando siamo in Emilia Romagna: Dante e Ariosto, due geni, ognuno a modo suo, anche se è ovvio: l’Orlando Furioso non potrebbe mai raggiungere le vette della Commedia, né avere la stessa fama internazionale dell’opera del fiorentino. Dalla tomba di Ariosto si vede una sala di lettura destinata agli specialisti e ai ricercatori: dentro quella sala sono conservati manoscritti e libri antichi risalenti al XV e al XVI secolo. Chissà se non c’è anche una qualche edizione del poema di Ariosto.

Vorrei sedermi e tornare studente, ma non si può. Continuiamo il tour per la città fredda e piovosa, entriamo nella Cattedrale, poi passiamo davanti al Castello, bellissimo e rinascimentale, con quell’acqua che lo difende e lo circonda. E poi, appunto, il Palazzo dei Diamanti, percorrendo quella che viene considerata una delle strade più belle d’Italia, ovvero, Corso d’Ercole I d’Este. Al posto dei sanpietrini romani ci sono altre pietre che sostituiscono l’asfalto e fanno viaggiare con la mente indietro nel tempo. All’interno del Palazzo un negozio con i cataloghi delle mostre e una libreria fornitissima: vorrei comprare tutti i saggi sulla fotografia, sul cinema (Fellini), sull’arte. È incredibile la cura del dettaglio, l’amore che chi gestisce questa libreria dimostra nei confronti della cultura. Poi si torna a Bologna. E vediamo Rossella a cena nella pizzeria Berberè: impasto artigianale, lievito di qualità, alta digeribilità. La mia capricciosa è ottima, così pure la margherita della mia amica di liceo. Erano 10 anni che non ci vedevamo, ma sia io che lei sappiamo che, in fondo, non siamo cambiati molto da quando eravamo adolescenti, anche se i nostri corpi sono invecchiati. Rossella ci parla della fatica che fa a cercare d’insegnare qualcosa ai ragazzi di oggi: “L’altra mattina spiegavo l’apparato riproduttivo e non avete idea delle battutine stupide. Poi, due alunni marocchini molto palestrati mi hanno chiesto se potevamo presentare una lezione sull’importanza dello sport e dell’alimentazione per avere un fisico come il loro. Li ho lasciati fare: hanno scritto “l’alibido” (con l’apostrofo) e “problemi rettili” (dimenticando la “e”). Dio mio che risate e che disperazione!”. Ridiamo tutti. Il livello generale degli studenti delle superiori è basso in tutto il mondo, evidentemente. Rossella ormai è quasi più bolognese che abruzzese. Elogia la Spagna: anche dal punto di vista politico. Parliamo della Meloni, della serie su Mussolini con Luca Marinelli, dei cortei dei fascisti proprio lì, a Bologna, la rossa, la dotta, la grassa. Di come è difficile pensare al cambiamento climatico e al regredire generalizzato con le guerre in atto alle porte di quella UE nata proprio dalle macerie della Seconda Guerra Mondiale. Poi parliamo di cinema e del Cinema Modernissimo che lei stessa mi ha consigliato di visitare. Beviamo birra e poi vino, un bel San Giovese per ricordare i bei tempi di una volta. Il giorno dopo dobbiamo ripartire per Roma e poi il giorno dopo ancora per la Spagna. Ma stasera, intanto, abbiamo annullato le distanze sia spaziali che temporali, abbiamo condiviso un pezzetto di quella follia che è la vita, come diceva anche Sterne…

 

11 Gennaio 2025

Di mattina andiamo in stazione per andare a Modena. L’obiettivo è pranzare con la migliore amica di mia madre, prima di tornare a Bologna e da lì prendere l’Italo delle 18:52. Modena dista appena mezz’oretta dalla capitale dell’Emilia Romagna. Visitiamo il centro storico, poi, alle 12:30, ci viene a prendere il marito della migliore amica di mamma e ci porta a casa sua: una villa in mezzo al nulla, circondata dalla pianura e dagli alberi che svettano in mezzo a casolari che fanno pensare a Novecento, il film di Bertolucci. Maria Paola ci ha preparato un pranzo succulanto, un vero pranzo di Natale: di nuovo i tortellini, con panna e parmiaggiano reggiano doc; e poi le tigelle, con insaccati vari e mortadella che solo a Bologna è così buona. Beviamo e sorridiamo nel rimembrare mia madre che non si è mai decisa a prendere un treno e a venire sù al Nord dal paesino sui monti abruzzesi in cui vive. Parliamo della difficoltà di fare i genitori oggi. Ma sarà mai esistita un’epoca in cui sarà stato facile fare il padre o la madre? Domanda retorica. Il marito di Maria Paola torna a lavoro: lei ci riporta alla stazione. Sono le 17:00 ma sembrano le 2 di notte. La stazione centrale è tutta un viavai. Italo parte in perfetto orario (anche se mia madre preannunciava uno sciopero che non c’è stato). Alle 21:05 siamo a Termini. Mio fratello non può venire a prenderci; ci tocca prendere il taxi. Verso le 22:00 siamo tutti seduti nel salotto di casa sua a mangiare pizza. Tornerò in Spagna con 3 o 4 kili in più, ma sono felice. La felicità implica più peso corporeo. Ma ogni tanto fa bene rompere le regole e non seguire dieta di sorta. Domani sarà il 12 Gennaio. Sarò in Spagna. La mia seconda patria. Che difficile il ritorno alla routine dopo questo viaggio così denso e bello e allettante. Quant’è dura tornare alla realtà di tutti i giorni.

 

martes, diciembre 31, 2024

Il tempo (passa)


Mentre la mia compagna d'avventure impara a suonare la fisarmonica e mio fratello si arrabatta tra i saluti di Capodanno e gli impegni lavorativi con il suo studio legale, io finisco un articolo sul Quijote e il cinema, l'ultimo articolo scritto nel 2024...(anche se verrà pubblicato nell'estate del 2025, se non ci sono intoppi e tutto va bene: un motivo di orgoglio e di allegria perché la rivista che lo pubblicherà è una delle più importanti nell'ambito della critica letteraria spagnola).


Don Chiosciotte è un'immagine, prima ancora che un personaggio letterario: tutti sanno (o saprebbero) disegnarlo, perfino coloro che non hanno mai nemmeno letto una pagina dell'opera di Cervantes. Non si può dire lo stesso né di Emma Bovary né di Amleto, né di Leopold Bloom né tantomeno di Julien Sorel o Raskolnikov. Don Chiosciotte è quel matto allampanato sui cinquant'anni (un anziano all'epoca di Cervantes) che se ne va in giro a raddrizzare torti e a difendere i più deboli delle ingiustizie del mondo in compagnia di Sancio Panza, un contadino basso e paffutello che lo segue con il suo asino in attesa di conquistare chissà quali isole ricche e piene di cibo e sole.


Mi piace l'idea di finire l'anno con uno dei miei personaggi (e dei miei romanzi) preferiti. L'ombra lunga di Cervantes si proietta anche in alcuni capitoli del libro, quello che dovrò finire e provare a pubblicare entro il 2025. 


E come ogni ultimo dell'anno, potrei anch'io (come milioni di persone) avvertire l'esigenza di fare un bilancio, ma non lo faccio, perché più passano gli anni e più provo a cogliere l'attimo, a vivere il presente, a godere dell'attimo che passa, come ora, proprio come adesso che s'intravede un cielo luminoso, nonostante una leggera nebbia che scende dalla montagna. Un uccello l'attraversa per venire a posarsi un secondo sul davanzale della finestra della cameretta in cui ho trascorso l'infanzia e l'adolescenza. Un'aereo lascia una scia e chissà dove va, dove è diretto (speriamo non caschi, come cadono ultimamente troppi aerei). Un gatto scodinzola e si intrufola sotto una macchina di un vicino che non conosco. Il tempo passa. Passerà anche questo 31 dicembre del 2024.

domingo, diciembre 29, 2024

 Oggi


Allora, oggi è sabato 28 dicembre del 2024 e io sono riuscito a tornare in Italia sano e salvo. Non ci sono stati incidenti aerei, né imprevisti mortali, anche se un raffreddore tremendo e un forte mal di schiena mi hanno obbligato a prendere medicinali e a stare disteso a letto per tutta la giornata, dopo quasi 10 ore e mezzo di spostamenti in macchina, aereo, bus. Roma è inondata dal sole, anche se fa freddo. Il paesino sui monti abruzzesi in cui sono nato è circondato dalle vette innevate (triste la notizia dei due amici morti assiderati sul Gran Sasso...una montagna che mi ha fatto sempre paura e su cui non sono mai riuscito a salire).
I miei fratelli mi conoscono bene e così, sulla scrivania, mi attendono due saggi molto belli e molto densi: Visus (Torino, Enaudi, 2024) di Riccardo Falcinelli e Pensare con gli occhi (Milano, Mimesis, 2017) di Harun Farocki. Ultimamente, oltre che dalla scrittura del libro, sono ossessionato dai saggi sull'immagine. Mi chiedo perché sia così ossessionato da questo argomento. E non trovo risposta, anche se mi sembra che il saggio di Falcinelli sul volto e quello di Farocki sul pensare con gli occhi facciano rima interna tra di loro (sono certo che da entrambi riceverò una montagna di stimoli, informazioni, sollazzo e piacere sia visuale che intellettivo).
Oggi è 28 dicembre del 2024, ergo, mancano appena 3 giorni per dare fine a quest'anno e inizio al 2025. Desideri nel cassetto: riuscire a vedere stampato il libro (ho appena aggiunto una nota al pie di pagina che non so se lascerò al suo posto; per ora si viaggia a quota 208 pp.). 
Il mal di gola persiste, quello di schiena pure, anche se leggermente meno doloroso. Domani andremo a vedere molto probabilmente l'ultimo film di Pedro Almodóvar, La stanza accanto, o La habitación de al lado, di cui ho letto recensioni molto positive. 
Di notte, m'imbatto in uno dei primi film di Almodóvar, ¡Átame!, ovvero, Legami!, con due giovanissimi Antonio Banderas e Victoria Abril, e mi ha fatto effetto vederlo all'interno di un ciclo chiamato "España carnal". Mi domando (ancora oggi) da dove deriva questa tendenza tutta italiana (tutta nostra e nostrana) a identificare "l'ispanicità" nella "carnalità" e nella "passionalità", nel Sesso e in Eros... C'entrerà qualcosa anche il mito della Carmen di Bizet? Non tenderanno per caso anche i francesi a far coincidere la Spagna con la carnalità?

jueves, diciembre 26, 2024

 Domani

Allora, domani torno in Italia: sarà il 27 dicembre del 2024, ancora 2024, ancora per poco. Dunque, immaginiamo che domani l'aereo su cui volerò cadrà a terra e io non ci sarò più. Il libro è rimasto in una cartella che si chiama "Libro LG", all'interno di un'altra cartella piena di articoli, capitoli sparsi, appunti. 
Oggi il libro dura 207 pagine, ma, molto probabilmente, alla fine, ne conterrà di meno (per evitare le inutili ripetizioni e perché, forse, eliminerò alcune note troppo lunghe o prolisse). Ecco: immaginiamo un 27 dicembre del 2024 che vede la fine della mia vita. Immaginiamocelo. Non solo mi perderò il resto della vita da vivere, ma non riuscirò mai a vedere pubblicato il libro e, soprattutto, non ce la farò a farne dono all'autore soggetto oggetto della mia ricerca. 
Voglio proprio vedere come va a finire. Ovviamente, faccio gli scongiuri e spero che domani l'areo arrivi sano e salvo con tutti i suoi passeggeri a bordo, felici e contenti di toccare il suolo italico, di tornare a Roma capoccia, di riassaporare le bontà della cucina italiana...

martes, diciembre 17, 2024

 Gli alti e i bassi

Ci sono molti "alti" e "bassi", nel processo di scrittura di un libro. Ci sono giorni in cui la scrittura sembra davvero scaturire in modo spontaneo e fluire senza freni, libera, chiara, cristallina. E altri in cui si fa davvero fatica a scegliere l'aggettivo giusto (soprattutto quando uno scrive in una lingua che non coincide con quella materna, quella che di cui si è nutrito sin dalla culla). E uno, nel corso di queste montagne russe emozionali, si domanda a volte se ce la farà ad arrivare a un punto finale, se ci sarà mai un finale al processo di scrittura, se ne sarà valsa la pena, d'intraprendere un viaggio in cui ci si è spostati a vista, navigando in mezzo a 6 capitoli già scritti e a 2 o 3 inediti da scrivere e montare insieme agli altri pezzi (sperando di non dare vita ad un freddo o amorfo Frankenstein, bensì a un caldo e bruciante Prometeo).

Ci sono "bassi" che fanno venire voglia di lasciar perdere; "alti" che ti spingono a fare sempre di più, a sperimentare forme e modi di incastrare il pensiero nelle pagine (forse troppe) di un saggio che a volte ti sembra sperimentale e altre un gioco che non ha molto senso (eppure, ce lo deve avere per forza se ogni mattina ti svegli pensando al "libro"; ovvero, a quell'oggetto che per ora sono circa 150 pagine di Word e, in futuro, in un futuro si spera non troppo lontano, diventarà un rettangolo di pagine stampate e rilegate pronte per essere lette da chissà chi...

Penso ai grandi scrittori, a Dante, a Petrarca, a Leopardi, ma anche a Proust, a Joyce, a Kafka, a Virginia Woolf... penso a quanta fiducia in se stessi hanno dovuto sperimentare prima di intraprendere l'atto di scrittura di To the Lighthouse o Ulysses, della Recherche o de Il processo...o della Commedia o del Canzoniere o de "L'infinito"... quanta angoscia per i limiti che uno avverte in se stesso e quanta incrollabile fiducia nei propri mezzi nel momento in cui si decide di superarli, questi limiti benedetti, e di andare oltre, di sconfinare, di scandagliare il linguaggio per scoprire zone mai esplorate prima o mai prima con quel linguaggio che uno inventa a partire da un mondo interiore che non sa bene come funziona e perché, comunque, riesce a funzionare e permette di creare opere incrollabili.

Come dice Samuel Beckett nella citazione che usa spesso Sandro Veronesi per i suoi romanzi: "Ho provato. Ho fallito. Non importa, riproverò. Fallirò meglio". E quanto è importante "fallire meglio"...

martes, diciembre 10, 2024

 Il libro


Oggi, 10 dicembre del 2024, inizio il libro. "Quel" libro. Quello di cui parlavo anche l'altro giorno nel post intitolato "Articoli". Sì, proprio quel libro il cui indice redassi un anno fa, a febbraio... È passato quasi un anno. Ci ho messo quasi un anno intero prima di scrivere le prime righe dell'introduzione. È un libro strano, forse perfino strambo, perché fatto di capitoli seri e seriosi, scritti in terza persona del singolare, nel rispetto delle norme degli articoli scientifici, e di capitoli più intimi e ribelli, scritti in prima persona, in cui viene fuori la voce più autobiografica, quella che non ricorda bene le date, quella che mescola i ricordi "reali" con quelli "inventati" o "manipolati" dall'immaginazione...

È un libro che è anche un omaggio a uno scrittore che adoro, LG (non voglio fare il nome per scaramanzia; se riesco a pubblicare il libro, scioglierò l'engima per quelle tre o quattro lettrici che potrebbero ancora sentire la voglia di leggermi - ma ci saranno davvero queste presunte lettrici? Non si saranno ormai disperse? Non saranno ormai scomparse per sempre? Chi li legge più i "blog", soprattutto se di natura letteraria? O di tematica letteraria? Chi?).

L'emozione non mi impedisce di scrivere con fluidità e certa razionalità. L'intimo si mescola all'accademico; la vita vera a quella vissuta solo attraverso i libri; chissà come sarà la conclusione. Chissà se e quando riuscirò ad arrivare all'ultima parola. Alla fine del viaggio. Alla fine di tutto. 

Intanto, per ora, mi godo l'avventura di salpare. La scrittura come navigazione: metafore antiche, che vengono da Omero. Speriamo di salvarci. Intanto, ripeto, godiamoci il viaggio.

lunes, diciembre 09, 2024

 Articoli 


C'è uno scrittore amico che scrive che ci sono giorni in cui scrivere articoli (di taglio accademico o - come si dice a volte pomposamente anche nell'ambito degli studi umanistici - "scientifico") gli risulta un lavoro ingrato, un compito infinito, un dovere che lo priva di ogni energia positiva. A me è successo la stessa cosa mesi fa e non solo in relazione agli "articoli", ma anche ad altre pubblcazioni come possono essere le recensioni per riviste d'impatto, gli articoli d'opinione per un giornale locale o le conferenze da esporre oralmente in pubblico (l'ultima su Antonio Moresco, nell'ambito di un mega-congresso su "letteratura e misticismo").

A volte penso anche che la scrittura che non è fluida, che non nasce spontanea, che ci spossessa dell'energia positiva è destinata al cestino, alla sconfitta, all'impasse eterna. Ovvero: forse dovremmo scrivere solo quando siamo davvero convinti ed ispirati, quando l'ispirazione ci coglie lavorando (come diceva anche Picasso), quando l'immaginazione riesce a sorpassare a destra l'intelligenza e l'erudizione e diventa qualcosa di vibrante, qualcosa che perfino il lettore "non esperto" o "non accademico" riesce a percepire e, quindi, ad apprezzare.

In questo mese ho scritto due recensioni, un articolo, una conferenza e un'introduzione ad un evento organizzato dalla Società Dante Alighieri in collaborazione con l'Instituto Cervantes. Il testo migliore, senza alcun dubbio, è proprio il prologo all'evento culturale succitato, un testo di due paginette, ispirato e scritto con un linguaggio comprensibile a tutti, in cui torno così indietro nel tempo da riscattare Omero e citare l'episodio delle Sirene (una scena mitica di tutta l'Odissea, avvolta nel mistero e che pone una domanda cui ancora oggi non riusciamo a trovare una risposta: "cosa cantavano le Sirene?").

Poi mi viene in mente la paginetta in cui ho scritto l'indice e i punti centrali di un libro "ideato" il 22 di febbraio dell'anno scorso (2024) e che - ahimè - non sono ancora riuscito a mettere nero su bianco. La scrittura del libro mi sembra una missione impossibile da portare a termine, eppure, ho già in mente il contenuto dei capitoli, ho intere frasi scritte in mente, ho una caterva di citazioni "salvate" sul pc e da sfoderare nei momenti e nei luoghi strategici del libro. Dovrei solo trovare il tempo. Mettermi alla scrivania. Sedermi davanti al computer. E scrivere. Scrivere. Scrivere. Senza stare a badare troppo all'effetto che il libro potrebbe generare nei futuri lettori; senza pensare nemmeno a un potenziale futuro lettore. Dando il meglio di cui sono capace. Cosciente del fatto che non c'è il libro perfetto né potrebbe mai esistere una cosa del genere. Cosciente del fatto che i libri si dovrebbero scrivere sempre (e solo) con passione, come una domanda che ci assilla, come un'ossessione che si vuole osservare da vicino, come un puzzle che non si vuole finire...

sábado, noviembre 30, 2024

NUBI


La parola "crisi" aleggia in casa come una nuvola che minaccia pioggia. C'è stato un dottorando, francese, di Grenobles, che ha rinunciato a viaggiare nel Sud del Sud della Spagna in cui mi trovo e in cui ho coordinato da poco un progetto europeo sulle immagini della violenza in letteratura per paura della DANA e delle alluvioni che hanno devastato alcuni paesi dei dintorni di Valencia. E poi c'è la parola "stress" che è legata sia allo sforzo extra dovuto alla coordinazione del progetto, sia all'ansia di chi mi accompagna in quest'avventura assurda che è la vita per un altro impegno accademico che determinerà tutta la sua carriera futura (e chissà se, di riflesso, anche la mia vita).


E, infine, c'è la parola "solitudine": un bene prezioso di cui posso godere solo di rado, che molti evitano o di cui molti hanno paura e, invece, a me sembra un'opportunità per frenare, per fare le cose con calma, per poter leggere in profondità, per poter godere come si deve di un buon film (o di un buon vino).


Ho scritto a uno scrittore italiano che ho avuto ospite (per un altro progetto che non ha nulla a che vedere con quello succitato) perché avevo voglia di fargli sapere di quanto sia piaciuto un suo romanzo in un congresso su "letteratura e misticismo" (l'autore in questione è agnostico, o sicuramente ateo, o certamente lontano anni luce dalla religione cattolica). Poi ho chiamato per telefono un altro scrittore, questa volta spagnolo, per il semplice desiderio di sapere come sta, perché è anziano, ultranovantenne e certe telefonate vanno fatte, prima che sia troppo tardi...


Questa sera, invece, andrò al cinema a vedere La vita degli altri (di Florian Henckel von Donnersmarck, del 2006): un film che fa riflettere e che colma la solitudine di chi forse, un sabato 30 di novembre, non dovrebbe passare così tanto tempo da solo. Poi si vedrà. Sperando che la "crisi" e lo "stress" vadano via o si attenuino o diventino qualcos'altro...

viernes, noviembre 15, 2024

 Il passato che torna

Ieri ho fatto una cosa che avrei dovuto evitare: ho aperto una cartella piena di foto del passato e, ovviamente, il passato è tornato a vivere il presente, ad invaderlo, a occuparlo in modo immediato e inevitabile, senza chiedermi il permesso.

Mi torna in mente una canzone dei Zen Circus, una canzone che s'intitola Catene e che a un certo punto dice: "Il tempo viaggia sempre e solo in una direzione / Mentre in quella opposta trovi solo le macerie / I vecchi lo sanno bene, lì è meglio non andare". E come dare torto a chi ha scritto queste parole? A volte è meglio non andarci nel passato, perché ci sono fantasmi che poi ci fanno venire gli incubi o persone che abbiamo amato in modo ossessivo e che oggi ci hanno dimenticati, altre che non ricordavamo di aver conosciuto e che, all'improvviso, ci mettono davanti alla nostra mortalità, al fatto cioè che, come loro, anche noi siamo condannati a cadere nell'oblio degli altri (o di alcuni altri che hanno attraversato le nostre vite come si attraversano le strisce pedonali in una città in cui non si tornerà più, viaggio di solo andata, città vista e non vista, o intravista solo dai finestrini di una macchina o del treno).

Il tempo viaggia sempre e solo in una direzione e nessuno può pretendere di bagnarsi due volte nelle acque dello stesso fiume, né può pensare di bruciarsi due volte nello stesso fuoco.

Ho chiuso la cartella, ho smesso di guardare certe foto, in preda a uno stato d'animo saturnino che, a sua volta, mi ha evocato l'angelo che non vola, l'essere sovrannaturale con la mano sulla guancia e il gomito sul ginocchio che Albrecht Dürer disegnò nel lontano 1513 (ovvero, 511 anni fa). Tutti ricorderanno che in quell'illustrazione (incisione a bulino) l'angelo in questione è circondato da un sacco di oggetti dal valore simbolico e anche alquanto inquietante: si vede una clessidra (il tempo che passa); strumenti della matematica e della geometria per misurare la realtà in modo scientifico; una scala che porta chissà dove e un rombo fatto di chissà che materiale (pietra? marmo? legno?); un pipistrello che tra le zampe sostiene un pezzo di stoffa con su scritto il titolo dell'illustrazione: Melancolia I (perché I? C'è anche un II?); appare anche un cane mezzo addormentato, tra un martello e dei chiodi sparsi per terra. 

Ecco, guardando lo sguardo triste di quest'angelo misterioso ho pensato che la prossima volta farò più attenzione, perché, all'interno dei nostri computer, alberghiamo pezzi del passato che possono fare male o, addirittura, indurci a pensieri tristi, per non dire deprimenti...

PS: che fine faranno tutte queste cartelle "segrete" all'interno dei nostri pc (scatole nere) quando non esisteremo più? Cosa penseranno di noi gli eventuali testimoni che potrebbero imbattersi nelle foto custodite in queste cartelle?


viernes, octubre 25, 2024


Presentare i libri degli altri

Una cara amica m'invita ad Alicante per presentare il suo libro, la sua opera prima, il primo romanzo, in una delle librerie storiche della città. Ci stimiamo entrambi. Ci rispettiamo e sappiamo entrambi che sarà una passeggiata, non serve dirselo a viva voce, a volte basta uno sguardo. 

La sala della libreria in cui si organizzano questi eventi è piena. Non una sola sedia pieghevole libera. La chiacchierata scorre senza intoppi, quasi 2 ore e il pubblico non sembra annoiato. Quando finisce l'atto (e terminano le domande da parte del pubblico) il proprietario della libreria mi stringela mano: "Lei è riuscito a parlare di questioni filosofiche e letterarie di grande complessità con un linguaggio ameno e comprensibile a tutti". 

Resto colpito dal suo commento. E dai complimenti degli altri. Stringo un sacco di mani e mi presentano persone mai viste prima...

Poi, io e la mia amica, insieme al suo compagno e a una cagnetta che si chiama Isla, andiamo a cena insieme per continuare a festeggiare in nome dell'amicizia e dell'amore per la letteratura (la nostra comune passione). 


"Dobbiamo confessarti un segreto", dice a un certo punto M. 

"Oddio, cos'è successo?".

"Sono incinta!".

"Ma non ci posso credere!!!".

Ci abbracciamo e quasi piangiamo dall'emozione. Anche Isla scodinzola. Il cameriere (che parla con forte accento tedesco) ci porta in tavola i piatti prelibati del menù tailandese. Osservo alcune coppie a spasso mano nella mano. Le luci accese in alcuni appartamenti di fronte al tailandese. Le stelle nel cielo notturno. I tavolini pieni e le candele che illuminano i volti dei clienti. La sensazione strana e affascinante di stare presenziando un evento unico che si ripete da millenni. La vita che si fa strada e la catena umana delle generazioni che continua a far girare questo pianeta da secoli. M. è felice. Ci stringiamo la mano forte. Da qui a pochi mesi la sua vita non sarà più la stessa. A volte mi domando cosa significhi essere padre (o madre). Un lavoro a tempo pieno che non finisce mai o che finisce solo il giorno in cui si smette di vivere. Un impegno costante. Un tentativo costante di trasmettere conoscenza e valori a una creatura che non sa nulla e che deve apprendere tutto. La paura di sbagliare. La paura dell'incomprensione. La paura del distacco. La necessità di distaccarsi dai figli affinché vivano la loro vita e facciano gli errori che noi abbiamo già commesso...


Poi arriva il momento di tornare a casa in taxi. M. è stanca, da quando ha scoperto di aspettare un bambino si stanca con più facilità. Ha sonno, ma canta quando il tassista alza il volume e parte una canzone di Tina Turner. M. canta in inglese (ha vissuto mezza vita tra Inghilterra e Stati Uniti, prima di tornare in Spagna, la sua terra natale) e il compagno sorride, mentre accarezza Isla. Mi ospitano nel loro appartamento al nono piano di un palazzo di recente costruzione con vista panoramica spettacolare sul mare. Guardo il mare di notte. Le luci di navi in lontananza. Penso a come reagirà la mia compagna di viaggi e di avventure quando le svelerò il segreto di M. (anche lei l'ammira molto, sia come scrittrice che come studiosa). Penso a come sarà la mia prole di qui a dieci o vent'anni. Penso al futuro, ma soprattutto a questo momento presente che mi voglio godere fino in fondo... Parliamo di letteratura fino alle 2 di notte. Poi M. crolla davvero, mi saluta di fretta, sbadigliando. Ha una vita dentro di sé che vedrà la luce a fine aprile. La vita va avanti, sempre...

jueves, octubre 10, 2024

 L'ultimo Premio Nobel per la Letteratura



Apprendo al volo (leggendo distrattamente La Repubblica online) che il nuovo (ultimo) Premio Nobel per la Letteratura è stato dato a una scrittrice sudcoreana che si chiama Han Kang e che ha scritto diversi romanzi di cui io ignoravo (ed ignoro) l'esistenza, come Atti umani o La vegetariana. Leggo l'intervista che Elena Stancanelli le fece nel 2017 e scopro una domanda che mi affascina, mi colpisce e fa rima con un progetto di ricerca in cui sono immerso insieme a colleghi che vengono dalla Germania, dalla Francia, dall'Ungheria, dall'Italia (certamente) e perfino dall'Ucraina: "Mi chiedo: che cos'è un essere umano? Cos'è che ci rende umani, cosa rende umano un essere umano?". Ecco: queste sono alcune delle domande che ci stiamo chiedendo io, i colleghi e gli studenti coinvolti in un progetto Erasmus sul tema: "Le immagini della violenza in letteratura e nell'arte dei secoli XX e XXI". Che cosa ci rende umani? E cosa rende umano un essere umano? Potremo mai fare a meno della violenza come "tratto precipuo" e "atemporale" dell'esser umano?

Non ho mai letto nulla di Han Kang, ma già solo per quest'intervista e per le domande che si pone alla fine (senza dare una risposta né a Elena Stancanelli né agli altri), mi viene l'irrefrenabile voglia di andarmi a leggere almeno uno dei suoi romanzi...

martes, septiembre 10, 2024

Sarebbe diversa...

Oggi pomeriggio il fato (o il destino) ha voluto che andassi al parco giochi a trascorrere tre delle ore più tristi della mia vita (quando uno ha solo voglia di silenzio, di stasi, di calma, di solitudine). Schiamazzi e urla di bambini dai 2 ai 6 anni, a un certo punto capto questa frase (la pronuncia una giovane, bella madre di una quarantina d'anni): "Se non fossi sposata con mio marito la mia casa sarebbe diversa; anche il frigorifero avrebbe altri cibi al suo interno e la camera coi letti sarebbe diversa, sarebbe diversa tutta la casa, senza mio marito...". 

L'amica che l'ascolta sorride e aggiunge: "Vabbè, ma lo sappiamo che il matrimonio si regge sul compromesso!".

Io torno a casa con la coda tra le gambe, l'animo a terra, la testa indolenzita da tante urla infantili. 

Il parco giochi: per me potrebbe essere denominato anche "succursale dell'Inferno". E penso a quel marito ignaro di ciò che la moglie pensa di lui e di come sarebbe la loro casa se solo lui non vi abitasse.

domingo, septiembre 01, 2024

 1 di Settembre 



Come ogni anno, quando si tratta di tornare a lavoro (di riprendere contatto con l'Università in cui lavoro e, quindi, con i colleghi, gli studenti, i segretari, etc.), mi abbatte un'ansia che un'amica cara definirebbe come "anticipatoria". È come se il mio cervello si rifiutasse di guardare i lati positivi del ritorno alla "normalità" e alla "routine" e si concentrasse solo sui lati negativi: l'impossibilità di leggere solo per piacere; quella di andare in giro in bicicletta per monti e montagne per più di 3 ore di seguito e senza nessuno attorno, solo tanta Natura, solo tanto verde e aria buona; quella di andare a fare un bagno al mare, per poi poter andare a pranzo o a cena in orari non certo abituali; quella - semplicemente - di perdere tempo sapendo che non è tempo perso, ma tempo guadagnato, sottratto alla concezione ultracapitalista e utilitarista del tempo così come lo concepisce la stragrande maggioranza degli altri esseri umani che fanno parte della società in cui mi muovo.

Eppure, oggi, 1 di Settembre del 2024, è stato un giorno speciale, indimenticabile, uno di quelli da segnalare con un evidenziatore giallo sull'agenda. Un incontro inaspettato. I segni dell'antica fiamma. La pelle che torna a tremare al tatto di un'altra pelle che credevamo ormai lontana... Un tramonto visto dal fiume, in compagnia di altri sportivi che corrono e sudano con la speranza di mettere un freno agli eccessi culinari dell'estate... 

Leggo Pedro Salinas, il suo poemario più famoso, che s'intitola La voz a ti debida (ovvero: La voce a te dovuta). Apro una pagina a caso e m'imbatto in un verso che spiega perfettamente il mio stato d'animo dopo questo reincontro improvviso, del tutto inaspettato, per niente programmato: "Y no quiero ya otra cosa / más que verte a ti querer", che potremmo tradurre così: "E non voglio nient'altro / che vederti amare".

La danza dei corpi. La sapienza che abbiamo ereditato senza sapere che un giorno l'avremmo imparata a memoria. I ciclisti che ci sorpassano, due vecchietti che vanno a passeggio con il cane e ci guardano incuriositi e forse inteneriti dai nostri scambi di sguardi. L'antica fiamma. Quei segni che non si possono nascondere. La bici sporca e piena di schizzi. La borraccia svuotata subito per l'arsura d'entrambi. E non voglio nient'altro che vederti amare. Così dice il poeta...in questo inizio del mese che ci doveva riportare con i piedi per terra e, invece, ci regala emozioni che fanno volare o spingono al sorriso e alla risata condivisa...


viernes, julio 12, 2024

 Canto del buio e della luce di Antonio Moresco (o dell'esplorazione degli spazi infiniti)


In copertina si osservano delle strane figure filiformi, a metà strada tra gli esseri animati e i fossili, che sembrano protendersi verso un cielo nero al cui centro appare una sorta di luna o di pianeta fatto di pietra e di colore giallo. Le forme sinuose e ambigue potrebbero essere perfettamente le ciglia di un virus osservato al microscopio. Baccelli che sembrano staccarsi dal nucleo e protendersi verso l'infinito. 

Il titolo del romanzo, Canto del buio e della luce, rimanda inevitabilmente a una delle dicotomie cromatiche più antiche e note della storia dell'umanità: il buio, che siamo soliti associare al male, al pericolo e allo smarrimento; la luce, che, invece, ricolleghiamo per automatismo mentale al bene, alla salvezza e alla verità. Non è un caso se la selva in cui Dante si smarrisce è "oscura". Nel buio perdiamo la capacità di riconoscere le coordinate spaziotemporali che ci permettono di stare in piedi o di muoverci con scioltezza da un punto A a uno B. Nel buio non si ha più la percezione degli oggetti, degli altri, del paesaggio stesso in cui si collocano oggetti e altri esseri umani.

Dopo il titolo segue una "Prima parte istruttiva". Il romanzo si divide in tre parti: dopo quella "istruttiva", seguirà quella "sacrificale" e, infine, quella "abissale". Un climax ascendente, dal punto di vista dello sprofondare sempre di più nel buio più nero e fitto, nel peggio, nella perdita assoluta delle coordinate spaziotemporali.

L'incipit è forse uno dei più belli tra quelli scritti fino ad oggi da Antonio Moresco (nella sua essenzialità, nella sua apparente naturalità, nella sua umiltà nell'esporre i fatti e nel coinvolgere da subito il lettore): 

"Come farò a raccontare e a testimoniare una cosa simile?".

Tutti i romanzi degni di questo nome dovrebbero cominciare con una domanda simile o porsi una simile domanda anche se solo in modo implicito. Un romanzo è una narrazione lunga in cui si prova a raccontare e a testimoniare l'indicibile o ciò che appare come inenarrabile (pensiamo a Victor Sklovski e al suo angosciante Viaggio sentimentale, in cui l'autore rievoca la sua passione letteraria - o per lo studio critico della letteratura - al momento dello scoppio della Rivoluzione d'ottobre). 

Che "cosa simile" non si può narrare o raccontare? Il lettore sperimenta l'effetto della suspense sin da questa prima frase. E dopo uno spazio bianco (ce ne saranno molti, all'interno del romanzo), ecco un primo accenno, ancora più inquietante, ancora più stimolante per la mente di chi s'inoltra nell'atto della lettura:

"È cominciato a poco a poco, lentamente, impercettibilmente. Per questo, all'inizio, non si è capito bene cosa stava avvenendo, perché i nostri cervelli si rifiutavano di prendere in considerazione una tale enormità. Come si può concepirla? Invece stava succedendo davvero".

Ecco una parola chiave fondamentale della poetica (e all'interno dell'universo narrativo) di Antonio Moresco: "enormità". Il lettore appassionato di Moresco l'ha già incontrata ne La lucina, ne La cipolla, e, soprattutto, nella trilogia iniziata con Gli esordi, proseguita con i Canti del caos e terminata con Gli increati. "Enormità" in quanto sfida costante ai canoni del realismo e del principio aristotelico della "mimesis". "Enormità" in quanto tentativo razionalizzante di spiegare l'inspiegabile (un esempio su tutti: ma nel mondo dell'al di là i morti continueranno a indossare vestiti o no? Mangeranno e berranno o no? Continueranno a parlare o cadranno nel silenzio più assoluto? Sono queste le domande che provocano i narratori allucinati dei romanzi di Moresco).

Un altro spazio in bianco e, infine, il disvelamento parziale del mistero legato all' "enormità" attorno a cui ruoteranno le quasi 600 pagine del romanzo:

"Cosa stava succedendo?", si chiedevano le persone, guardandosi attorno prima stupite, poi sbalordite, poi spaventate, atterrite. Gi umani facevano sempre più fatica a riconoscere le cose sul filo dell'orizzonte. Le città a poco a poco sparivano, i contorni svanivano, il cielo e la terra si confondevano, era sempre più difficile distingere la notte dal giorno. Gli automobilisti guidavano con gli occhi sbarrati lungo i rettilinei delle autostrade, leggevano sempre più a fatica i nomi delle località scritti sopra i cartelli. Donne e uomini si vedevano sempre meno dentro gli specchi. I bambini all'inizio si divertivano, perché potevano giocare meglio a nascondino.
"Dove sei?"
"Cucù, sono qui!".

Ecco il fatto inenarrabile e indescrivibile: se viene meno la possibilità di poter "circoscrivere" attraverso la vista ciò che ci appare sulla linea dell'orizzonte, diventa impossibile anche seguire un discorso logico e razionale, separare correttamente le azioni svolte di giorno da quelle che si è soliti compiere di notte, viene sconvolto il nostro ritmo biologico e le piante non potranno più fare la fotosintesi e l'aria che si respira non sarà più la stessa, né l'atto quotidiano di andare al ristorante potrà più essere svolto secondo le norme sociali: lo chef cucinerà a occhio, i suoi clienti mangeranno letteralmente alla cieca e così pure le ballerine di una scuola di danza che insisteranno e continueranno a fare le prove davanti alla sbarra senza l'aiuto dell'immagine riflessa nello specchio. 

Che senso ha (può avere) uno specchio in assenza totale di luce? Possono gli specchi continuare a riflettere qualche abbaglio di realtà in una realtà permeata dall'oscurità? Che senso ha che attori di un set pornografico continuo a mantenere relazioni sessuali, quando nemmeno il regista sa più cosa sta riprendendo e a favore di chi? Ci si può masturbare nell'oscurità più totale? Ha lo stesso suono un canto emesso in una Terra totalmente sommersa dal buio?

A metà tra la distopia e il genere apocalittico, con Canto del buio e della luce Antonio Moresco prosegue la sua riflessione asistematica, afilosofica e altamente immaginativa e creativa attorno ai nodi principali della società del XXI secolo in cui siamo immersi: dai disastri ambientali all'egoismo più estremo; dalla politica perpetrata da ipocriti e mafiosi all'abuso dell'intelligenza artificiale che rischia di annichilire ogni forma di libero arbitrio e di libero pensiero, in questo libro strano e affascinante e terrificante Moresco si interrega e ci spinge a interrogarci su quale potrebbe essere il nostro ruolo all'interno di un mondo in estinzione per colpa delle azioni nefaste di una specie che sa che potrà estinguersi a breve con le proprie mani.

Coadiuvato dal sapere degli scienziati, il narratore molteplice e cangiante di questo romanzo ricorre alla fisica quantistica per cercare di spiegare in modo razionale l'irrazionale (personalmente, è la prima volta che leggo un romanzo in cui prendono la parola così tanti scienziati, da Carlo Rovelli a Ignazio Licata, da Fabrizio Tamburini a Guido Tonelli). Appoggiandosi alle teorie musicali del maestro Vessicchio, questo stesso narratore multistrato - e che è capace d'inserirsi nella mente e nei pensieri di Putin, di Papa Francesco o di un Gesù redivivo che non vuole assolvere il ruolo che gli è stato affidato da Dio secondo la vulgata biblica - va elaborando teorie in cui i movimenti dei pianeti nello spazio diventano chiavi di volta per partiture dai titoli lirici (Illuminante, Ipoaggregante...).

La scienza, la musica e la religione, così come siamo abituati a concepirla nell'ambito cristiano occidentale, diventano così fonte di racconto, di riflessione, di curiositas nel senso aristotelico del termine (l'uomo si fa filosofo quando si sorprende davanti a ciò che non comprende; la meraviglia è il motore primo che porta homo sapiens a mettere in circolo e in azione i pensieri).

Canto del buio e della luce è un romanzo che ci fa esplorare quei leopardiani "interminati spazi" proprio per non terminare, nel convincimento che ci sono storie che non possono terminare e che spetta a noi, lettori empirici, portare a compimento nella reinvenzione della realtà o nella riflessione critica attorno alla realtà in cui siamo destinati a vivere e, poi, a morire. Moresco, attraverso le voci e i canti del narratore e dei protagonisti di Canto del buio e della luce, viaggia oltre Giove e verso l'infinito, proprio come il David Bowman di 2001: Odissea nello spazio, personaggio ulissiaco e kubrickiano che, dopo essere approdato in una stanza rococò in cui troverà la morte, avrà anche modo d'imbattersi o di vedersi riflesso nel feto nietzscheano che galleggia nell'oscurità dello spazio interstelleare al ritmo di Strauss, simbolo probabile di un nuovo, potenziale inizio.

jueves, junio 06, 2024

 Una scia

Una scia d'areo che solca il cielo: il piacere nella bocca di lei; il piacere nei pori della tua pelle. Lo sguardo nello sguardo: l'intesa perfetta. Tra i limoni dell'orto della città del Sud del Sud della Spagna in cui ti trovi in questo momento, quell'aereo non fa rumore, plana come se fosse disegnato sul pezzo di carta di un bimbo delle elementari, uno di quei bambini che, con la matita fra le labbra, scopre che con le mani si possono creare realtà alternative. 


Nel pomeriggio, vi ritrovate a fare la fila per assistere alla presentazione dell'ultimo romanzo di Juan Manuel de Prada, l'autore di Coños, raccolta di racconti sull' "origine del mondo" tradotto in italiano con il titolo Fiche. Lei non conosceva né l'autore né l'opera in questione e così, intimidito ma felice, gliela presti, ti azzardi a invitarla a leggere alcuni dei racconti più esilaranti (lei legge e ride, tu la guardi e sorridi).


Intanto, in quel preciso momento, mentre lei legge, tu alzi lo sguardo verso l'alto e ti ritrovi inebetito a seguire la scia di un altro aereo (non sarà mica lo stesso del mattino?) e ti chiedi da dove viene e dove va, verso che città è diretto e se all'interno ci sia qualche passeggero che guarda verso il basso, magari proprio ora, magari proprio verso l'ingresso della sala in cui si svolgerà l'incontro letterario...


È l'ora del tramonto, ormai. Entrate e vi sedete l'uno affianco all'altra. Le parli della scia dell'aereo. Le spieghi che l'avevi già visto nel mattino, mentre eravate sotto al limoneto. Lei ti stringe forte la mano e ti sorride. Non aggiunge altro. Non parla. E per uno strano motivo che non sai spiegare ti viene in mente la scena di un romanzo, Il giardino dei Finzi-Contini, di Giorgio Bassani, quando il protagonista incrocia lo sguardo della piccola Micòl e capisce che se ne sta già innamorando.

 Quasi fatto tutto (in tempi record) Non so esattamente come ci sono riuscito, ma ho quasi fatto tutto (in tempi record). Sarà che sotto str...