miércoles, febrero 25, 2015

UNA NOVELITA LUMPEN, di Roberto Bolaño


C’è un mistero perturbante al centro del romanzo breve (o racconto lungo o nouvelle) Una novelita lumpen del grande scrittore cileno Roberto Bolaño: quello che concerne la relazione d’amore e di sesso anomala tra Bianca, la protagonista e voce narrante della trama, e Maciste, un ex-culturista divenuto famoso grazie ai film “mitologici” (quei film di serie B o Z che si giravano a Cinecittà – quando i suoi studi erano ancora frequentati da registi americani, oltre che nostrani – e che mettevano in scena le imprese titaniche dei vari Ercole, Bruto, Maciste o Achille et alia...).
Bianca è diventata orfana dopo un incidente stradale avvenuto nel Sud Italia e che ha spezzato le vite dei suoi genitori. Ora vive a Roma e si trova coinvolta nella dura missione di rifarsi una vita insieme al fratello più piccolo. Lei si ingegna a fare l’aiutante in un negozio di parrucchiera e lui si allena in palestra, dove pulisce bagni e spogliatoi. Sembra andare tutto per il verso giusto fino a quando il fratello non lascia entrare in casa “il libanese” e “il bolognese”, due “loschi figuri” (come si suol dire) che iniziano ad insidiare la ragazza fino a quando questa non decide di giacere con entrambi (a turno) con una sola condizione: tenere sempre la luce della cameretta spenta.
Bianca adulta narra e nel raccontare i fatti a posteriori ci rende partecipi dei suoi andirivieni costanti tra “normalità” (o lotta per la conquista della) e “follia” (o lotta per non soccombere alla).
La cosa si complica ulteriormente quando “il libanese” e “il bolognese” decidono di coinvolgere Bianca in un piano infallibile: farla entrare nella casa di Maciste per rubargli i soldi che questi deve certamente nascondere dentro qualche cassaforte.
Bianca accetta e qui la trama subisce una svolta decisiva: Maciste è cieco, e malgrado i muscoli, ormai è invecchiato. Fa palestra, ma ormai nessuno si ricorda più dei suoi film (e lui non può più rivedersi).
Ecco: è qui che Bolaño scava nella mente di Bianca e ci fa vedere da vicino che cosa passa per la testa ad una giovane che scende a patti, che accetta un rapporto basato solo sul sesso con la sua potenziale vittima e che poi diventa anche lei vittima degli eventi...
La narrazione – come spesso accade nei romanzi del Nostro – diventa descrizione quasi surrealista dell’assurdo. Roma diventa centro della follia che può scoppiare in ogni momento (si vede che Bolaño è rimasto affascinato dalla sensazione di bellezza e, al contempo, di alienazione totale che può trasmettere la capitale; gli bastano due pennellate per trasmetterci entrambe le sensazioni; uno legge e gli par di vederla Piazza Trilussa, il Trastevere, certi quartieri popolari, e la Stazione Termini).

La cosa più curiosa è che il mistero di cui sopra resta tale anche a lettura finita, anche nella parte conclusiva. Perché ci sono aspetti della nostra vita e della realtà che ci circonda che – semplicemente – non si posso decifrare, né razionalizzare, né, tantomeno, capire.

Chi conosce Bolaño lo sa. E apprezzerà Una novelita lumpen. E saprà anche inserirla in quel gigantesco mosaico formato dagli altri pezzi, dalle altre opere di questo scrittore geniale.

In Italia la traduzione è apparsa presso Adelphi e l’ha realizzata Ilide Carmignani.

Leggete Bolaño. Leggete Una novelita lumpen (o uno qualsiasi dei suoi titoli più famosi) e poi, se avete il coraggio, tuffatevi dentro l’opera-mondo 2666 che è un po’ la summa di tutta l’arte del Nostro...

martes, febrero 17, 2015


FILM GRIGI




Ecco l’impero dei sensi (1976) di Nagisa Oshima; Ultimo tango a Parigi (1972) di Bernardo Bertolucci; La Bestia (1975) di  Walerian Borowczy; e per spostarci su tempi più recenti: Lussuria: seduzione e tradimento (2007) di Ang Lee, oppure, Nymphomaniac (I e II) (2013), di Lars von Trier; quanti film migliori delle 50 sfumature di Grigio…per godere del buon cinema, e riflettere, e divertirsi…ma quanti ce ne sono in circolazione (lungo la storia del cinema) che supereranno di netto e in qualità quest’americana(ta) operazione commerciale montata a partire da una trilogia romanzesca che ha coinvolto centinaia e migliaia di lettori in tutto il mondo (e mi domando anche: ma quanti libri migliori si sono lasciati scappare, questi migliaia di lettori! E non è snobismo, non è che fomento o difendo la distinzione netta tra letteratura “alta” e letteratura “bassa”, è che – semplicemente – certe opere non vanno al di là dell’intrattenimento del lettore, non ce la fanno ad andare oltre, e – per carità – non è che l’intrattenimento sia qualcosa di brutto, no, ma è che con solo ed esclusivamente questo ingrediente non ci puoi costruire un’opera letteraria che resista alle mode del momento, e così pure un’opera filmica, per dire: Charlie Chaplin, o Stanlio e Ollio, o Buster Keaton, facevano ridere (e tanto) ma poi non è che le loro opere cinematografiche sono finite nell’oblio, o sono state sorpassate dalle mode del momento, oggi le ricordiamo proprio perché – oltre a intrattenerci e farci ridere – raccontano anche “altro”, andando sempre un po’ “oltre” il puro e schietto show...”oltre” il puro e schietto raccontare una trama (e chi è andato a vedere il film “grigio” mi dice che in quanto a trama latita anch’essa, per non parlare dell’interpretazione degli attori, dei dialoghi, della rappresentazione psicologica dei personaggi – che il sadomaso è qualcosa di serio, lo chiedano al Marchese de Sade o a Sacher-Masoch, glielo chieda pure, la regista del film “grigio”...).

jueves, febrero 05, 2015

Fisica della malinconia, di Georgi Gospodinov: un romanzo tra passato e futuro (uno dei romanzi più tristi del mondo)




Dopo una bella raccolta di Epigrafi (tutte tratte da alcuni degli scrittori che più ammiro al mondo, come, ad es., T. S. Eliot  - che "mixa memoria e desiderio", come ogni buon poeta che si rispetti – o Fernando Pessoa – un grande esperto della malinconia evocata nel titolo – o il sempre enigmatico e metaletterario Jorge Luis Borges), Fisica della malinconia ci introduce all'interno del suo "mondo narrativo" attraverso un Prologo che fa paura: diversi "io" narranti ci raccontano come e quando sono nati; il lettore legge e va avanti ma si confonde perché questi "io" sembrano diversi e, allo stesso tempo, sembrano gli stessi, pezzi o riflessi della stessa persona che non sa (non ricorda) se è nato maschio o femmina, se nel 1913 (prima dello scoppio della Prima Guerra Mondiale) o nel 1968 (che, guarda caso, è anche la data di nascita dell'autore del romanzo, Georgi Gospodinov, a me prima di ieri del tutto ignoto...). E a un certo punto saltano anche le concordanze tra i soggetti e i verbi: "noi sono", "io eravamo", la grammatica diventa ballerina perché chi narra l'inenarrabile (in tal caso, il momento in cui, dall'utero materno, vieniamo catapultati nel mondo) non è letteralmente più in grado di stabilire una distanza di sicurezza tra ciò che si pretende raccontare e ciò che è effettivamente accaduto (in questo passato così sfocato e così mobile).

"Io siamo", è così che si chiude questo "Prologo" vertiginoso. E bisogna arrivare a p. 70 per capirci qualcosa: perché è in questa pagina che l'"io" dell'autore esce allo scoperto (o almeno, sembra farlo) e ci avvisa: "Il passato si distingue dal presente per un dato sostanziale – non scorre mai in una sola direzione. Da dove sono partito? Meno male che scrivo, altrimenti non sarei mai riuscito a trovare il bandolo della matassa...".

Ecco: la scrittura come ancora di salvezza; come bussola attraverso cui orientarsi nel mondo (nella narrazione dell'"io" e del "noi", nella descrizione delle molteplici storie che – letteralmente – "ci" fanno quegli "io" e quei "noi" che siamo, costantemente, nel continuo raccontarci agli altri e nel continuo raccontare a noi stessi la nostra storia personale).

Eppure: se torniamo indietro (questo è un romanzo che spinge il lettore a tornare spesso sui propri passi, a tornare indietro, più che avanti), ci accorgiamo che un avviso ce l'hanno già dato. A p. 54, in un capitoletto breve che s'intitola significativamente "Stazione di sosta", il narratore (l'autore? Godunov in persona e in carne ed ossa?) ci dice: "Non sono in grado di proporre un racconto lineare, perché nessun labirinto e nessuna storia è lineare. Ci siamo tutti? Allora andiamo avanti".

E questa, lo si capisce immediatamente, oltre che una confessione pseudo-autobiografica è anche una dichiarazione (di) "poetica": è come se Godunov ci dicesse che il suo obiettivo non è "progredire" ma "divagare", che ciò che importa in questa storia di "io" che nascono (non si sa quando, né come, né perchè) è quanto sosteneva anche il reverendo Sir Laurence Sterne: "You progress as you digress", che possiamo tradurre con: "Si avanti – a narrare una storia – anche a furia di digressioni, perché voler arrivare subito al punto, perché voler finirla qui, perché non lasciarsi guidare dagli spunti più disparati...".

A proposito: interessante è il comparare la narrazione di una storia all'uscita da un labirinto. Perché proprio il labirinto? Perché, in questo che è, a mio avviso, uno dei romanzi più tristi del mondo (e della storia della letteratura universale), la storia del Minotauro, confinato nel labirinto in cui Teseo dovrà trovare e liberare Arianna, occupa uno spazio centrale, direi quasi "determinante".

Perché chi narra (questi "io multipli") è ossessionato dal Minotauro: la copertina dell'ed. italiana è piuttosto esplicita, in tal senso: riproduce un dettaglio di una coppa dell'antica Grecia in cui si vede Pasifae con in braccio il figlio mostruoso, quella sorta di aborto avuto dopo l'accoppiamento fatale con un toro... Da qui sorge il mito del Minotauro: un essere a metà tra l'uomo e l'animale; nell'immagine, un bambino con il corpo umano e la faccia da toro (con tanto di corna).

A partire dall'analisi ossessiva narrativa filosofica psicologica della "condizione ontologica" di un simile monstrum, il narratore "multiplo" va interrogando se stesso, il mito, la storia passata (remota e recente) per capire tutta la solitudine che deve aver provato Minotauro all'interno del labirinto e in procinto di scontrarsi con chi lo ucciderà, quel Teseo che, grazie al filo d'Arianna, riuscirà davvero a "fuori-uscire" dalla trappola costituita dal labirinto...

E in questo tentativo disperato di empatizzare col Minotauro, il lettore viene condotto per mano lungo una serie davvero notevole di storie che s'intrecciano (come in un labirinto borgesiano) lungo la scia dei ricordi (personali, ma anche collettivi e legati alla Storia dell'Europa del XX sec.) che fanno e determinano il nostro presente.

Ed è per me estremamente curioso constatare che io abbia letto (e goduto) uno dei libri più tristi del mondo a Cuba, durante un viaggio di piacere, in uno dei momenti più allegri, spensierati e felici della mia vita. Un paradosso. Un colmo. Una specie di follia. Eppure... quant'ho goduto leggendo questo romanzo anomalo, assurdo, malinconico fino quasi a condurti alle lacrime, straziante, in certe scene, e ironico, comico, tragicomico, anche, in altre.

Un romanzo anti-romanzesco pieno di foto, di documenti visivi, di ritagli di giornali, di pubblicità che ci fa stare male, che ci fa sorridere, che ci fa capire come, da "io siamo" iniziali possiamo diventare tutti "io fummo"...

Un libro tristissimo in cui chi scrive capisce che, in effetti, la scrittura è anche tentativo di uscire dal labirinto, oltre che sconfitta. O forse: che la scrittura è una partita persa che vale la pena di giocare e affrontare con coraggio... Anzi, come dice il narratore stesso a p. 136: "La scrittura è anche, in ultima analisi, conservazione delle sconfitte". E quante sconfitte grandiose, in Fisica della malinconia, quanti sogni infranti, quante illusioni ancora pulsanti e vive e vegete ed entusiasmanti...

miércoles, enero 21, 2015

Il valore dei soldi


L’altro giorno, tornando a casa da lavoro, m’imbatto in un libro pubblicizzato in un’edicola del centro: nientepopodimeno che l’Iliade, di Omero, a un prezzo incredibile (come dice la pubblicità): 2,95 euro. Non credevo ai miei occhi. Avrei voluto comprarne una decina di copie per tenermene una a casa e regalare il resto a quelle biblioteche di provincia, piccole e oscure, a volte dismesse o con le pareti piene di muffa, frequentate da qualche utente sperso o da qualche bibliomano incallito, da studenti in vena di scherzi che hanno fatto sega o da saputelli che vorrebbero digerire tutti i (pochi) libri custoditi all’interno come se non vi fosse un domani...

E mi è subito venuto da chiedermi: ma cosa ci compri oggi con meno di 3 euro? Cosa possiamo acquistare oggigiorno con una cifra simile?

E ho pensato anche al fatto che, quasi sicuramente, nessuno, fra i giovani studenti che vengono alle mie lezioni, si sarà accorto di un’offertona simile e che, pure se se ne fossero accorti, sono quasi certo che nessuno tra loro avrebbe speso 2,95 euro per acquistare una copia dell’Iliade di Omero (e si badi bene: si tratta di un’edizione di lusso, copertina rossa rigida, introduzione scritta da esperti e critici famosi, casa editrice “Gredos”, una delle più serie e “antiche” dell’industria editoriale spagnola).

Che valore hanno i soldi oggi? Che valore diamo noi agli oggetti che possiamo comprare coi soldi? Come spendiamo i nostri soldi e quali sono gli oggetti (o i servizi) che siamo soliti comprare oggiogiorno?

Domande complesse: io non sono un’esperto, anzi, tutto ciò che ruota attorno al concetto di “economia” mi spaventa, mi spiazza, non so come funzionino le Borse del mondo, non me ne importa poi neanche molto, e non so fare di conto, anche per le operazioni più semplici sono costretto a usare la calcolatrice o le mani (quando non ne  ho una a portata di mano).

Eppure... posso provare ad ipotizzare cosa preferirebbero comprare i miei studenti, al posto dell’Iliade di Omero a 2,95 euro. Ad es.: un pacchetto di patatine. O due lattine di coca-cola o di Red Bul. Non certo un classico della letteratura greca, un libro che (insieme all’Odissea e alla Bibbia) spiega chi siamo e da dove veniamo e dove possiamo andare a finire...

Pensiamo ai telefonini: ricordiamoci, per un momento, delle code chilometriche dei potenziali acquirenti dell’ultimo modello dell’Iphone... un prodotto che, rispetto a questa edizione dell’opera omerica, vale cento volte di più (se non mille – ma non ho la calcolatrice a mano, non posso fare il conto).

O pensiamo anche solo ai vestiti o alle scarpe di marca: qui in Spagna va di moda comprarsi le scarpe firmate (quelle che vendono intorno alle 90 o alle 100 euro) da indossare con i jeans strappati (una moda che andava anche ai miei tempi, i primi anni 90, l’epoca dei primi grandi pezzi dei Nirvana, l’epoca del grunge, delle camice a quadroni larghe, dei pantaloni strappati e anch’essi due taglie più grandi del normale, etc.).

O penso anche solo al cibo: ci sono menù per studenti a 7 o 8 euro, con incluso caffè e bevanda...

E quanto può valere un’opera letteraria classica come l’Iliade? 10, 20, 100 euro? C’è modo di fissare un prezzo a un “classico” che – letteralmente – dura tutta la vita e può influenzare tutta una vita (soprattutto se questa vita è quella di un giovane lettore alle prime esperienze di “classico”)?

Di nuovo: che valore hanno gli oggetti? E che valore ha il denaro? Quanto vale un libro? Difficile davvero dare una risposta a queste domande. L’unica cosa certa? Che la prossima uscita tocca all’Odissea: sempre Omero, sempre un grandissimo “classico”, sempre una vera goduria per chi ama leggere opere che vale la pena leggere almeno una volta nella vita. E per sole 5,95 euro... Un prezzo stracciato. Un’occasione d’oro. Altro che saldi invernali!

lunes, enero 12, 2015

Terre rare, di Sandro Veronesi: un padre in fuga e una figlia in crisi



Il primo romanzo di Sandro Veronesi s’intitolava Per dove parte questo treno allegro e apparve nel 1989 (o forse era il 1988) e parlava del rapporto complicato di un figlio nei confronti del padre: un ragazzo trentenne che ricorda vagamente il protagonista inetto de La coscienza di Zeno  di Svevo e un uomo sui sessant’anni, edonista, epicureo, narcisista, uno che gode dei piaceri della vita e che senza troppi problemi morali decide d’invischiare il figlio in una missione non certo eroica: riportare a casa i soldi che egli (il padre) ha lasciato in custodia alle banche svizzere e che ora lui (il figlio) dovrà rimpatriare in Italia possibilmente senza che la Guardia di Finanza sospetti nulla o lo fermi per strada...

Il romanzo si presenta, di fatto, anche come un road-movie, una sorta di Sulla stradaitaliano scritto da un trentenne (l’età di Veronesi all’epoca) che cerca di prendere le distanze sia dal proprio atteggiamento fin troppo moralista e passivo sia da quello fin troppo sfacciato e iperattivo del padre (un padre che, ora che ci penso, ricorda vagamente Berlusconi).

Evidentemente, i conflitti generazionali sono parte delle ossessioni principali di Veronesi: non è un caso che è un’altra figura di “padre scomodo” a farla da padrona ne La forza del passato (2000), il miglior romanzo del Nostro, un libro in cui un figlio (sposato e con prole) scopre che suo padre non era affatto quello stinco di santo che tutti credevano (generale dell’esercito, affiliato alla DC di Andreotti), bensì un’ex-spia al soldo del KGB russo (uno, insomma, che durante la Guerra Fredda, lavorava sotto silenzio per i comunisti sovietici).

E così, non è un caso che pure in Caos calmo (2006) torni in primo piano il rapporto tra un padre e marito divenuto improvvisamente vedovo e una figlia di dieci anni divenuta improvvidamente orfana e che accetta malvolentieri che il babbo decida di proteggerla dalla freudiana “elaborazione del lutto” aspettandola ogni mattina davanti alla scuola che frequenta con profitto.

Pietro Paladini, questo il nome del nostro anti-eroe contemporaneo, è l’uomo di potere, l’imprenditore in carriera che, a un certo punto della sua vita, decide di mollare tutto e di concentrarsi su quel che resta della sua famiglia. È una sorta di Bartleby di “melvilliana” memoria che “preferiribbe di no”. E ciò crea una situazione paradossale: tutti quelli che lo conoscono o lo frequentano per motivi di lavoro o di amicizia andranno a fargli visita davanti a quella stessa scuola in cui parcheggia la sua Audi; Paladini scende dalla giostra del mondo consumista-capitalista moderno ma questo stesso mondo torna a salire sulla sua auto sotto forma di incontri (a volte inaspettati) con i suoi colleghi, capi, amici, familiari, sconosciuti, e perfino con i suoi nemici più acerrimi...

Nell’ultima fatica, Terre rare (2014), Veronesi, dopo la pubblicazione della bellissima raccolta di racconti Baci scagliati altrove (2011) e il non proprio entusiasmante esperimento “noir” intitolato XY (2009), torna a narrare le vicende di questo anti-eroe ma cambiando diametralmente il segno della trama: da simbolo della stasi e della passività contemplativa, Paladini diventa qui simbolo del movimento continuo e anche inutile, dell’iperattività che fa accelerare il battito del cuore con tutti i rischi che una simile accelerazione comporta; della crisi portata all’ennesima potenza; della paura per ogni passo falso. Paladini si vede al centro di un complotto: quello di Lello, suo collega e socio fondatore della Super Car, una concessionaria che, apparentemente, si occupa di rivendere a un prezzo di favore macchine sequestrate e mai più pagate dai loro ricchi (o finto tali) proprietari. E così, nel giro di sole 24 ore, Paladini si ritrova senza più l’auto, senza patente, senza cellulare (e, quindi, anche senza i numeri di telefono delle persone che potrebbero aiutarlo), senza più “fidanzata” e, soprattutto, senza più figlia, scappata a Milano dalla zia Marta (la sorella di Lara, la moglie scomparsa per un infarto proprio mentre lui, Paladini, stava salvando un’altra donna sconosciuta in mare).

Tornano alcuni temi tipici della poetica del Nostro come quello dell’importanza delle coincidenze: come sarebbe andata se...; cosa sarebbe successo se invece che la strada A avessi preso la strada B...; perché quella dimenticanza mi ha fatto scoprire quella verità; etc. etc.

E torna, in primissimo piano, il rapporto complicato tra un padre e una figlia, quegli stessi membri di una famiglia in crisi dopo la scomparsa della figura materna.

Si potrebbero citare molte belle pagine di questo romanzo; ma credo che le migliori riguardino proprio quelle che vedono come protagonista assoluta Claudia, una ragazza diciottenne ormai divenuta donna e che scappa dal padre perché non ama più la sua vita a Roma e vorrebbe ricostruirsi un futuro a Milano, la città che Paladini abbandona dopo la morte di Lara e dopo aver lasciato anche il lavoro.

Si tratta di una ventina di pagine in cui il narratore in prima persona cede la parola alla figlia adolescente e appena maggiorenne che, in una sorta di monologo, confessa i motivi reali che l’hanno spinta a fare questa scelta. Il padre non la sgrida né la colpevolizza: si sorprende quando scopre che fuma, le chiede perfino una sigaretta e ascolta – desolato – qual è l’angoscia che la figlia non riesce più a trattenere a 8 anni di distanza dalla scomparsa della madre.

Se per Caos calmo possiamo parlare di un romanzo dotato di “realismo romantico” (l’Anti-Eroe moderno come individuo che accetta la morte e che pretende di difendere dal dolore e dalla percezione della morte sua figlia ancora troppo piccola), per Terre rare possiamo parlare di “realismo disincantato” (ormai l’Anti-Eroe non si sente più tale; Paladini è diventato davvero l’uomo comune, quello che deve fare i conti con un collega che lo invischia in una truffa che sembra non avere soluzione e con un mondo in cui molti lo considerano un “minchione”; quello che deve ascoltare la confessione sincera della figlia, ormai diventata adulta, e che deve accettare che, ormai, ha perso anche il suo ruolo di “protettore” nei confronti della stessa).

Insomma: Terre rare è un romanzo che si fa leggere con piacere; che spinge alla riflessione; che mette in scena un conflitto eterno come può esserlo quello tra padri e figli; che ci fa sorridere (cfr. il cap. 10, geniale, che Veronesi, nella pagina finale dei “ringraziamenti”, presenta come una cover dell’opera teatrale Mumble mumble ovvero confessioni di un’orfano d’arte, di Emanuele Salce e Andrea Pergolari); che ci spinge a trovare un nesso tra le epigrafi e il contenuto dei vari capitoli che queste stesse epigrafi introducono a mo’ di attacco).

[Per me la più bella resta quella tratta da un racconto di David Foster Wallace: "Se non avete mai pianto e volete piangere, fate un figlio"]

miércoles, enero 07, 2015

Prat de Llobregat



Se qualcuno, il 1 Gennaio del 2014, mi avesse predetto che il 31 Dicembre di quello stesso anno, ovvero, l'ultimo giorno di quell'anno, sarei finito a pernottare per poche ore presso il "Centre Esplai Albergue" di Prat de Llobregat (a circa 6 kms dall'aeroporto de "El Prat" di Barcelona), io non gli avrei mai creduto e gli avrei probabilmente chiesto: "E cosa cazzo avrei dovuto farci io con un albergo in un paese che si trova a 6 kms dall'aeroporto di Barcelona?".


E invece quel qualcuno avrebbe indovinato la sua predizione (o profezia) perché, per anomalo che possa sembrarmi, è proprio qui che mi trovo, oggi, all'una di notte, del 31 di Dicembre di questo meraviglioso 2014: è dall'assurda biblioteca di quest'assurdo agglomerato di cemento grigio che va sotto il nome di "Centre Esplai Albergue" che mi sono connesso (a gratis) e che sto scrivendo perché privo di sonno e siccome che la camera è priva di tv ecco che io mi sono precipitato dalle scale per venire a navigare un po' su internet e riuscire a passare un po' il tempo che mi rimane e che mi separa dalla mia compagna di avventure.

Tutto perché le compagnie aeree stronze si sono messe d'accordo per: a) far lievitare in maniera esorbitante i prezzi; b) obbligare quelli che come me partivano da Roma per andare ad Alicante a fare una sosta di 10 ore a Barcelona. Ed ecco che, siccome che sono ancora semi-convalenscente di un'influenza atroce che mi ha prostrato a letto quasi l'intera settimana che avrei voluto godermi in Italia, e non potendo mettere a repentaglio quel pochetto di salute che mi resta, sono stato costretto a prenotare all'ultimo secondo una stanza in questa merda di ostello della gioventù dal colore grigio e le forme ultra-geometriche (sembra di stare in un enorme cubo di Rubik).

Il prossimo aereo parte alle 10; ergo: sarò pure costretto a fare colazione presto (diciamo: le 7,30) se non voglio rischiare di perdere quel bus PR1 che mi riporterà al Terminal delle partenze dei voli nazionali (Barcelona-Alicante, meno d'un'oretta di volo).

Ma vabbè, dai, non lamentiamoci: non ci sarà la tv, ma internet è gratis (e veloce). E vabbè che faranno meno due gradi in questa cella frigorifera, ma se voglio, potrei perfino guardarmi un film in streaming (no: non ci sono casse, non sentirei l'audio).

Cosa fare allora l'ultimo dell'anno? Come ammazzare questo tempo vuoto? Chi chiamare? Nessuno, è ovvio, data l'ora tarda. Meglio leggere il libro di Sandro Veronesi che sto leggendo in questi giorni di rinascita lenta: "Terre rare" s'intitola, e il titolo potrei applicarlo anche a questo posto assurdo, che sembra sito ai confini della realtà (come la biblioteca in cui si trovano questi vecchi pc, è piena di libri assurdi, titoli impronunciabili, testi in inglese, in tedesco, in francese, in catalano, c'è una sezione interamente dedicata alla Chimica, chi cazzo ha lasciato questi libri in questo posto, mi domando e dico...).

Andiamo a dormire va, che è meglio (e speriamo di non avere gli incubi).

martes, diciembre 30, 2014

Il 2015?

E così, siamo giunti alla fine di questo Dicembre e, dunque, di quest'anno, 2014 (annus mirabilis, per quanto mi riguarda, per le molte e belle esperienze fatte e per due o tre eventi che mi hanno letteralmente cambiato la vita, anche grazie alla carica energetica della mia compagna di sventure...).

Certo, lo chiudo non nel migliori dei modi: dal 24 (la vigilia) a quasi ieri, un'influenza tremenda mi ha obbligato a stare a letto (senza forze, senza fiato, senza febbre, ma con un mal di ossa, di testa e di gola da schiantarsi sul letto e non resuscitare per almeno 2 giorni).

Nel corso di 2 giorni ho anche sperimentato cosa significa digiunare: ho perso 2 kili. Liquidi, dice mia cugina. Non so se ha ragione lei. Comunque, la mini-dieta veloce non è stato un brutto affare: ho potuto mangiare di più una volta che lo stomaco ha deciso che era ora di tornare a lavorare...

E così, come ogni fine d'anno, uno si sente quasi in diritto-dovere di fare dei bilanci. Vedere cosa è "in" e cosa è andato "out"; stabilire in modo matematico i "pro" e i "contra". 

Esercizio di stile abbastanza facile ma che quest'anno non voglio portare a termine. Mi ritengo già fortunato così, ad avere la salute (come dice mia nonna) e avere al mio fianco una donna che mi ama (e che amo). E poi...sono tornato vivo dalla Polonia, e questo (come dice la pubblicità) non ha prezzo (un'amica dall'Australia mi chiede: "Ma perché ti eri convinto che quello in Polonia sarebbe stato il tuo ultimo viaggio? Perché questa teoria così catastrofista?". Chi ha letto il post sulla Polonia sa a cosa mi riferisco; chi non l'ha letto, non fa nulla, non si tratta di nulla di trascendentale, è che - semplicemente - credevo davvero che quello verso Varsavia fosse il mio ultimo viaggio, l'ultimo della mia brevelunga vita).

Certo: avrei potuto fare di più. Scrivere di più; pubblicare di più; fare più ricerca (e un po' meno lezione); essere meno pigro; leggere di più. Ma nel complesso non posso lamentarmi e il bilancio finale è nettamente positivo.

E ora mi appresto a tornare in Spagna. Solo una settimana da italiano in Italia. E non saprei dire come mi sento. A volte mi è sembrato strano perfino ascoltare un intero telegiornale nella mia lingua (ma perché - cari giornalisti - parlate con tono così scattante al tg? Perché? Chi vi ha detto che dovete spiccicare le parole con quella tonalità che fa sembrare "grave" e "scioccante" e "terribile" anche la notizia più allegra? Perché tanto "melodramma"?). Magari, quando sarò di là, mi ricorderò di qua e di questa settimana scarsa passata (ahimè) quasi interamente a letto, mezzo morto o mezzo distrutto dall'influenza...

E mia madre: "La cucina italiana è una delle migliori del mondo". Sì, certo, d'accordo, ma perché non aprire la mente anche verso altre tradizioni culinarie? (Le ho mostrato la foto di un'amica che sta percorrendo a piedi parte della Muraglia Cinese: e lei: "E cosa mangia?" E io: "In Cina hanno un'ottima cucina!". E lei: "Ma stai scherzando?").

E sì, insomma, non mi lamento anche se...mi sarebbe piaciuto avere almeno la forza per aprire i 4 o 5 libri che mi sono autoregalato per Natale; eccoli:

1 - Sandro Veronesi, "Terre rare" (Milano, Bompiani, 2014);
2 - John Cheever, "I racconti" (Milano, Feltrinelli, 2014);
3 - Remo Bodei, "Immaginare altre vite" (Milano, Feltrinelli, 2013);
4 - Gaston Bachelard, "La dialettica della durata" (Milano, Bompiani, 2010);
5 - Michele Serra, "Gli sdraiati" (Milano, Feltrinelli, 2013).

Grande prevalenza degli italiani, come si vede, e strana preponderanza dei Feltrinelli, quest'anno, per quanto mi riguarda... E vediamo se ci riesce di leggerli tutti e con calma dall'altra parte, nella mia seconda patria...

Buon viaggio e buon anno, "mon sembleble", miei cari lettori (anonimi e non), mie care tre o quattro lettrici fisse di questo blog...

miércoles, diciembre 17, 2014

LE VOCI E I RUMORI





“A volte la voce di un interlocutore ci colpisce più del contenuto del suo discorso e ci sorprendiamo ad ascoltare le modulazioni e le armonie di quella voce senza ascoltare ciò che ci sta dicendo. Questa dissociazione è, senza alcun dubbio, responsabile del sentimento di estraneità (quando non di antipatia) che tutti sperimentiamo ascoltando la nostra stessa voce: arrivandoci dopo aver attraversato le cavità e le masse della nostra anatomia, ci trasmette un’immagine deformata, come se ci guardassimo di profilo, con l’aiuto di un gioco di specchi”.

È il sempre geniale, erudito, chiaro anche quando complesso, Roland Barthes a parlare (in un saggio contenuto nella raccolta L’ovvio e l’ottuso) e a spiegarmi  perché mi suona “strana” o “diversa” la mia voce quando parlo in pubblico con un microfono (che distorce i fatti ancora di più di quando parliamo senza filtri tecnologici) o quando mi risento via Whatsapp, una volta mandato un messaggio vocale a mia madre (sì, ora anche mia madre ha scoperto questo strumento e ne approfitta per pregarmi di coprirmi bene, se in Italia fa freddo, o per chiedermi se ho mangiato, se teme che i miei ritmi lavorativi stiano diventando così folli e disumani da obbligarmi a chissà quale terribile dieta ferrea o squilibrata – ma non sa che qui, nella città spagnola in cui vivo, nella casa in cui abito, mi nutro molto, infinitamente meglio, di quanto non facessi quando pernottavo a Roma…).

Ma la riflessione del saggista e critico e intellettuale francese va oltre e ci spiega come noi, in quanto esseri umani, ci muoviamo e ci manteniamo in vita anche grazie alla traduzione sonora dei rumori che ci circondano; e qui Barthes fa un esempio chiarissimo: quello del bambino che riconosce ogni piccolo sussurro della sua cameretta e che, se spostato e messo dentro un altro ambiente, si sente smarrito, perso, abbandonato, proprio perché non riesce più a tradurre in modo corretto e istantaneo i tanti piccoli rumori che compongono quella che Barthes chiama “la sinfonia domestica” delle nostre famose e simboliche quattro pareti domestiche.

E poi va ancora oltre perché cita Franz Kafka, il quale, nei suoi Diari, ci parla di come la paura possa nascere improvisamente proprio dalla difficoltà di interpretare correttamente un cigolio della porte, un cadere di pentole in cucina, un sussurro inspiegabile da dietro una tenda, etc.

Tutte cose “intime” e “familiari”, certo, e che però diventano subito “strane” o “inquietanti” o “perturbanti” (per dirla con Freud) se il nostro udito non riesce a clasificarle in base ai suoi parametri razionali di sempre… (e mi vengono subito in mente mille scene da film tipico dell’orrore).


E poi il discorso si sposta proprio sulla psicanalisi e su Lacan e su Freud (una “scienza” tutta fondata sull’ascolto apparentemente “neutro” dello psichiatra nei confronti delle confessioni del paziente) e sull’inquinamento acustico della società contemporanea e sulla sfida di Ulisse nei confronti delle Sirene (il desiderio folle di voler ascoltare a tutti i costi il loro canto, pur sapendo che ciò implicherà la morte) e altri riferimenti che non sto qui ad elencare, anche perché non ho ancora finito di leggerlo, questo saggio, e però so già che mi piacerà, perché, diciamocela tutta, sono davvero pochi gli studiosi, i saggisti, i critici o gli intellettuali che sanno spiegare così bene le cose come fa Roland Barthes e uno si domanda anche che cos’altro avrebbe potuto scrivere e regalarci se la morte non se lo fosse portato via quel 25 Febbraio del 1980 quando, uscendo dall’Università, venne investito da un camion (o da un furgone) e finì all’ospedale e morì quasi un mese dopo, un 26 Marzo dello stesso anno…forse perché non riuscì a sentire o a tradurre correttamente il suono del clacson o della frenata dello stesso camion o furgone o quello che fosse che gli tolse la vita...

jueves, noviembre 20, 2014

Dormono i morti?


"I morti. Dormono, i morti? Perché dovrebbero dormire, se noi non possiamo".

Questa è la domanda che si pone uno dei narratori "mobili" (e "cangianti") del già citato (e più sotto esaltato) Under the Volcano, di Malcom Lowry (romanzo che più vado avanti a leggere e più mi appassiona).

Se i morti non dormono cosa fanno? Parlano? E se parlano tra di loro quali saranno i loro argomenti preferiti di conversazione?

Nel romanzo Tu rostro mañana (Il tuo volto domani), uscito in 3 parti, tra il 2002 e il 2007 (la tr. it. è a cura del defunto e bravissimo Glauco Felici), Javier Marías immagina l'Ultimo Giorno, il Giorno del Gran Ballo (o quello del Giudizio Universale, come viene definito da Giovanni nell'Apocalisse) quando "tutti i vivi saranno ormai morti" e quando "tutti i morti saranno ormai morti e convocati davanti al cospetto dell'Essere Supremo".

In quel romanzo Marías immagina che Dio sarà stufo di ascoltare le recriminazioni, le discolpe, le giustificazioni che ogni morto addurrà per diferende la sua causa (o per farsi perdonare i propri peccati): l'Umanità viene descritta come un "pollaio universale" in cui tutti i morti parleranno davanti a Dio e fra di loro creando un caso generale assordante...

Anche per Shakespeare l'al di là, ovvero, "the undiscovered country from whose bourn no traveller returns" (Hamlet, atto III,scena 3, dal monologo di Amleto che comincia con le arcinote parole "To be or not to be", etc.), è un mondo in cui i morti parlano: ed è qui che l'autore - forse senza rendersene conto, forse senza volerlo - incappa in un bel paradosso: Amleto Junior viene a sapere del delitto di suo zio Claudio proprio grazie alle parole che Amleto Senior (suo padre) gli comunica di notte sotto le parvenze d'un fantasma - ma se l'al di là è "un mondo sconosciuto da cui mai nessun viaggiatore ritorna" allora perché lui, Amleto Senior, sì che ritorna? Contraddizione irrisolvibile, come mostra con la sua consueta eleganza ed erudizione il Prof. Piero Boitani nel saggio (citato ed elogiato anch'esso dentro questo blog) Il Vangelo secondo Shakespeare...

E anche un contemporaneo del Bardo credeva nell'esistenza del mondo dell'al di là in quanto mondo abitato da morti "parlanti": nel Prologo alla sua opera postuma (la meno letta di quante arrivò a pubblicare), ovvero a Los trabajos de Persiles y Sigismunda, Miguel de Cervantes (che, a quanto sostengono alcuni, morì il 23 Aprile 1616, ovvero, lo stesso giorno in cui esalò l'ultimo respiro pure William Shakespeare) ipotizza un mondo in cui ritroverà i suoi amici e familiari più cari, anzi, anticipa quel mondo e li saluta mentre è ancora vivo: "Adiós, amigos, adiós donaires, adiós regocijos", cito non verbatim e quindi sicuramente sbagliando, ma la sostanza è quella, e cioè: "Addio, amici, addio allegrie, addio divertimenti", e poi continua: "Vi rivedrò di là", come se "di là" fosse il luogo predisposto a riprendere i divertimenti della Terra, e lo spazio ideale in cui riannodare il filo delle conversazioni passate...

E se torniamo indietro nel tempo, ci accorgeremo che anche i greci e i romani credevano che "di là" i morti non dormissero affatto e fossero piuttosto pronti a parlare: è quanto succede nelle scene della catabasi o discesa agli Inferi (o all'Ade) presenti sia nell'Odissea di Omero che nell'Eneide di Virgilio... Nel primo caso Ulisse ritrova sua madre, prima di ascoltare la profezia di Tiresia (e tutti ricorderanno quella scena, piena di pathos e di lacrime e d'emozioni forti); nel secondo caso Enea ritrova Didone, amata e poi tradita e qui pronta a scaricare sull'eroe tutta la sua delusione amara e la sua rabbia di morta che ancora si sente legata alla vita...

Evidentemente, Dante (allievo di Virgilio per molti versi) si ricorderà di queste due famosissime scene e le terrà presenti nel corso di tutta la scrittura (e l'originalissima invenzione) del suo Inferno, un mondo in cui tutti i peccatori vogliono parlare o avvertono l'irresistibile desiderio di farsi conoscere dal Nostro affinché porti notizie ai parenti o ai conoscenti rimasti in vita sulla Terra.

Dopo la domanda iniziale che ho riportato integralmente, Lowry (attraverso il narratore) aggiunge (in corsivo e in francese nel testo): 

"Mais tout dort, et l'armée, et les vents, et Neptune", che tradotto letteralmente (più o meno) significa: "Ma tutto dorme - o tutti dormono - e l'armata - o l'esercito - e i venti e Nettuno"...

E uno si domanda: ma da dove li avrà pescati questi versi Malcom Lowry? E poi ancora: ma perché li cita in francese? E, infine, si dirà e penserà: forse è così, una volta morti tutti dormono, perfino gli eserciti, perfino i venti, perfino Nettuno.

martes, noviembre 11, 2014

FRANKENSTEIN IN QUANTO “PARLANTE IN FASCE”


Quando si leggono i “classici” si fanno delle scoperte sensazionali. Magari si tratta di libri letti tanti anni fa, quando ancora non avevamo la stessa “enciclpedia culturale”, quando eravamo ancora dei lettori in erba o dei giovani di buone speranze (o di Great Expectations, come direbbe il caro vecchio Charles Dickens). E il tempo, ovviamente, cambia le carte in tavola, modifica la percezione del “classico”.

È quanto ho sperimentato l’estate scorsa tornando a rileggere Frankenstein (or, The Modern Prometheus), di Mary Shelley, uno dei capostipiti del cosiddetto genere “gotico”, romanzo cult che ha fatto paura a infinità di lettori di ogni parte o latitudine del Mondo, pubblicato nel 1818 e tradotto al cinema un numero svariato di volte (essendo il “mostro” un personaggio perfetto per la settima arte: tutti i mostri lo sono, ma uno come Frankestein – che, è bene ricordarlo, non è il nome del “mostro” bensì quello del Dottore che lo crea – lo è ancor di più, essendo un cadavere che torna a vivere e quale attore non lo è una volta morto e una volta che torna in vita solo grazie alla visione del film da parte dello spettatore che lo vede “agire” in quanto “personaggio”… ma non divaghiamo…).

Ebbene, rileggendo il classico che la moglie del Poeta s’inventò in una tetra notte d’inverno e nel corso di una scommessa tra amici (“vediamo chi riesce a scrivere il racconto di terrore più pauroso”), mi sono accorto di un fenomeno stranissimo che coinvolge il personaggio: Frankenstein (chiamiamolo così, anche se non è il suo vero nome, perché, semplicemente, il “nuovo Prometeo” non ha un nome) non sa parlare la lingua degli esseri umani. È un mostro anche per questo motivo; non può utilizzare il linguaggio verbale che usano gli altri per poter comunicare tra di loro. È privo del dono della parola. Ed è per questo che il lettore assiste quasi affascinato, quasi esterrefatto, alla nascita del linguaggio in Frankenstein quando questi si avvicina alla casa dell’allegra famigliola nei cui pressi si rifugia dopo essere scappato dall’antro dello scienziato pazzo o mad doctor che lo ha creato. A forza di spiare, a furia di captare i suoni dei suoi vicini di casa, Frankenstein inizia a capire il significato delle parole che essi utilizzano quotidianamente per comunicare; Frankenstein impara letteralmente l’inglese grazie agli abitanti della casa nei cui pressi fissa la sua dimora. E come Adamo nel Paradiso terrestre, così Frankenstein, nel limbo in cui è costretto a muoversi –causa del suo aspetto mostruoso non può mostrarsi in pubblico, pena lo spavento e la fuga della persona che gli capita davanti – inizia a nominare le cose che lo circondano, a capire che il verso che fa la rondine che si posa sul ramo dell’albero ha un nome (cinguettare), che ogni cosa, ogni oggetto, ogni elemento che lo circonda può essere “nominato”, e la scoperta ha un che di straordinario, Frankenstein potrebbe imparare qualsiasi lingua, oltre all’inglese, e potrebbe perfino sperare di venire capito da quegli esseri umani che tanto lo temono.

La scena in cui Frankenstein tenta di entrare in contatto con i suoi vicini è memorabile e mitica proprio per questo: perché noi lettori assistiamo al disperato tentativo di un “bambino” del linguaggio verbale, di un “parlante in fasce”, di un poppante della lingua inglese che cerca di balbettare un messaggio di senso compiuto e, nel fare ciò, si dimentica per un attimo dell’ostacolo più grosso che si frappone tra lui e il resto dell’umanità, ovvero, si dimentica di quell’aspetto mostruoso, di essere deforme e gigantesco, fatto di pezzi di cadaveri rattoppati sotto un’unico cervello pensante e senziente, che tanto panico provoca nel prossimo. In questa scena Frankenstein fa letteralmente pena: perché le sue intenzioni sono nobili, ma il suo aspetto è terribile e provoca rigetto. Entra nella casa e non riesce a parlare e a spiccicare bene le parole e la reazione dei vicini è quella di sempre: grida, schifo, terrore.

È anche questa impossibilità di comunicare con gli altri ad aggravare la situazione; il mostro diverrà più “mostro” anche per questo motivo. E giurerà eterna vendetta al Dottore che l’ha creato senza uno strumento così importante come la capacità di sapersi esprimere a parole. Se Frankenstein parlerà sarà per spargere odio e terrore; per lasciare tracce del suo passaggio da animale braccato, per gridare ai quattro venti che non l’ha voluto lui, che non è stata colpa sua, se qualcuno ha deciso di “metterlo al mondo” in quel modo, con quelle fattezze e senza quella lingua che ci rende umani.

È stata una lettura estiva fatta sotto il sole. Ma è stato bello anche così: leggere di brume, nebbie, inseguimenti e rapimenti, coccolato dalla brezza marina e dal rumore (sempre ipnotico) delle onde del mare in bonaccia.

miércoles, noviembre 05, 2014

POLONIA




Tra poco meno di un mese dovrò andare in Polonia per motivi di lavoro; parteciperò a un congresso in cui avrò modo di rivedere e riabbracciare vecchi colleghi e cari amici. Eppure… da quando ho accettato l’invito e ho pagato la mia quota d’iscrizione; da quando mi hanno dato risposta affermativa e mi hanno mandato il programma provvisorio del congresso stesso; da quando ho fatto i biglietti aerei e del treno che mi porteranno da Madrid a Varsavia… mi è venuta una strana paura, un timore reverenziale, una sorta d’inesplicabile senso d’angoscia nei confronti della Polonia e di Varsavia…

Non so perché, non c'è nulla di razionale in questa mia angoscia, però è così: ho come la sensazione che questo viaggio andrà male; ho il vago sentore che durante questo viaggio potrei rimetterci la pelle. Può cadere l’aereo; il treno potrebbe deragliare; così,  pure, la metro di Madrid (che è all’avanguardia e una delle metro migliori del mondo, ma il guasto tecnico, oltre che umano, può sempre scapparci); a Varsavia potrebbero scipparmi, o potrei perdermi e non ritrovare mai più la giusta direzione; potrei imbattermi in qualche delinquente pronto a tirare fuori un coltello per sgozzarmi, potrebbe cadermi addosso un ramo d’albero sulla strada pubblica (è successo a Madrid, sono già svariati i morti per “crollo di ramo d’albero”, che razza di morte assurda...). 
Insomma, non so perché ma ho come l’impressione che io morirò in terra polacca. E la cosa, ovviamente, non mi fa per niente piacere. Né mi fa ridere. Anzi, tutto il contrario.

Ho cominciato a parlare con la mia compagna di sventure (che avrebbe tanto voluto, ma che non può, partecipare a questa spedizione accademica); e poi con mia madre, che si è giustamente spaventata (quando si è trattato di viaggiare, ho sempre cercato di rasserenarla e rassicurarla, mia madre è un tipo ansioso, ho sempre tentato di risparmiarle qualche spavento di troppo, come se fossi un esperto nomade, un navigato globe-trotter). E avrei voglia di confidarmi con mia sorella, ma anche lei si agita facilmente, meglio evitare (e lei odia viaggiare, a differenza mia). O con mio fratello, più disponibile agli spostamenti rispetto a mia sorella, ma ho paura che mi prenda per matto o per scemo o per tutte e due le cose.

E il bello è che ormai non solo ho già pagato quanto dovevo pagare; non solo il mio nome e cognome reali appaiono nel programma (a quella data ora e in quel dato giorno); non solo ho già quasi fatto la valigia, ma…ho già scritto anche il mio intervento sul tema del congresso che, guarda un po’ la casualità, ruota attorno al concetto di “paura” (le immagini della paura nelle letterature europee)…

Forse è solo una mia paranoia temporanea. Forse è perché ultimamente vedo troppi film horror. Forse è solo un po’ di stress. Una cosa è certa: io della Polonia non so quasi nulla; a Varsavia non ci ho mai messo piede; non so cosa mangiano lì, né ricordo come si chiama la moneta corrente nazionale; vorrei tanto che non diventasse il luogo in cui morirò. Non so se m'imbatterò in un lupo mannaro (i vampiri, no, quelli vivono in Romania).

Polonia: ufficialmente “Repubblica di Polonia”; fa più di 38 milioni di abitanti (noi italiani siamo quasi il doppio); fu invasa da Hitler nel 1939 e da tale invasione derivò lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale; fu poi annessa all’URSS di Stalin, diventando, di fatto, uno stato satellite della Russia; poi ci fu la cosiddetta Solidarnosc, un movimento sindacale contrario al regime totalitario comunista. Poi non so com’è finita questa storia.

Polonia: scrittori famosi che conosco: nessuno.


Polonia: registi famosi che conosco: Krizystov Kieslowski (quello del Decalogo e dei Tre film sui colori della bandiera francese, oltre che dello stranissimo La doppia vita di Veronica). E basta. Quanta ignoranza. Quante cose ancora da scoprire. Speriamo solo di non lasciarci la pelle. E di non imbattermi in fantasmi o lupi mannari o vampiri assetati di sangue...

martes, noviembre 04, 2014

Under the volcano, di Malcom Lowry (1947): la discesa agli Inferi di un’antieroe dei nostri tempi



Ci sono romanzi che lasciano il segno, sin dalle prime righe, sin dal prologo. E ci sono romanzi che, oltre a lasciare il segno, ti rendono subito partecipi delle ansie, delle angosce, delle paure e dei traumi dei loro protagonisti. È questo il caso di un classico della letteratura del Novecento, Under the volcano, di Malcom Lowry, un romanzo rifiutato dagli editori, scritto e riscritto dall’autore, e alla fine assurto alla categoria di “classico”, quando forse nemmeno Lowry ci sperava più…

Mix perfetto di sentimentalismo non sdolcinato e di romanticismo triste, il romanzo narra la discesa agli Inferi di un console che finisce col lavorare in un paese del Messico perduto in mezzo ad una foresta di stampo amazzonico e sito alle falde di due vulcani a riposo. Laurelle è il testimone oculare dell’autodistruzione del console, Geoffry, un uomo buono, uno qualunque, che si ritrova a vivere un dramma moderno quale è il divorzio da Yvonne, sua moglie, giovane e paziente, tornata a Quauhnahuac (così si chiama il paesino di cui sopra) per tentare di salvarlo dall’alcolismo (essendo diventato il whiskey l’arma che Geoffry usa contro se stesso, quasi per morire in vita, o per sotterrarsi con le sue stesse mani).

C’è anche un altro personaggio a occupare il primo piano: il giornaliste free-lance (si direbbe oggi) Hugh, uno che è stato in Spagna allo scoppio della Guerra Civile, un americano che – come tanti all’epoca – ha subito il fascino della lotta repubblicana contro i franchisti e ha quasi finito con l’arruolarsi tra i soldati volontari delle Brigate Internazionali (ma l’intero romanzo è punteggiato dai ricordi di questa fase della storia recente; oltre che da molti ammiccamenti a Don Chiosciotte, personaggio letterario evocato spesso dal Console).

E a proposito di Cervantes e della sua creatura fittizia, è proprio Don Chisciotte a dare il là ad una sorta di monologo interiore di Geoffry, o meglio, alla lettera che questi rievoca e che spedì anni prima a sua moglie Yvonne… Una lettera che mi ha fatto quasi piangere, che commuove e smuove l’animo del lettore, che ci spinge a riflettere sul dolore che può scatenare una dipendenza, sia essa dovuta all’alcohol o sia essa collegata a un amore che si percepisce ormai come finito o spezzato per sempre…


E non resisto alla tentazione di trascrivere parte di questa lettera, che dà l’idea dello stile cinematografico di Lowry e che - penso e spero - fa giustizia a un romanzo che strega e lascia il segno e penetra dentro l’anima del lettore e lo scuote e lo spinge a riflettere e a ricordare e a piangere e a sospirare:

“Ma, oh, povero Cavaliere della Trista Figura! Perché , sì, Yvonne, sono così continuamente ossessionato dal pensiero delle tue canzoni, del tuo calore e della tua letizia, della tua semplicità e comunicativa, delle tue capacità in cento cose, della tua fondamentale sanità, del tuo disordine, della tua ugualmente eccessiva lindura… i dolci inizi del nostro matrimonio. Ricordi i Lieder di Strauss che solevamo cantare? Una volta all’anno i morti vivono per un giorno. Oh, ritorna a me come una volta in maggio. I Giardini del Generalife e quelli dell’Alhambra. E ombre del nostro destino al nostro incontro in Spagna. Il bar Hollywood a Granata. Perché Hollywood? E quel monastero: perché Los Angeles? E la Pensión México, a Malaga. E tuttavia nessuna cosa potrà mai sostituire l’unità che noi conoscemmo una volta e che Cristo solo sa che deve esistere ancora in qualche luogo” (p. 49 dell’ed. Feltrinelli del 1977, con traduzione – un po’ invecchiata, come si nota anche da questo brano – di Giorgio Monicelli).


Che potenza! Che delirio! Che tristezza infinita! E uno si domanda: esatto, è così, è proprio vero, dove diavolo (o dove Cristo) sarà finita quell’unità che conoscemmo una volta con quella persona che amammo in passato? In che luogo? Dove finiscono le forti intese che cementavano rapporti amorosi che sembravano destinati a durare per sempre? Lowry, anche lui, è un'antieroe donchisciottesco, per le domande che si pone e che ci spinge a porci.

martes, octubre 21, 2014

Tre carrozze ferme



Ci sono fenomeni che uno non riesce a spiegare o a spiegarsi; come trovare un libro di Giovanni Verga che s’intitola come me, o meglio, come il mio cognome (che non dirò qui, per una mia stramba paura e un mio strano desiderio d’anonimato) e che, a quanto pare, diverrebbe la prova comprovata della validità dell’albero genealogico che mio nonno fece riscotruire anni fa da un’esperto in genealogie… E poi ci sono altri fenomeni cui si assiste quasi inebetiti, quasi a bocca aperta, quasi impotenti, come se la ragione (e la razionalità) non sapesse che farsene dei suoi potenti mezzi, come se la ragione fosse condannata a girare a vuoto (e le domande si accumulano e non si trovano risposte né vie d’uscita di sorta).

Ecco, in questo secondo caso, per quanto concerne queste secondo tipo di fenomeni, posso citare qui i tre vagoni che ho scoperto per caso all’interno del giardino di una casa minuscola in aperta campagna a esattamente 7 kms da casa mia…

Si tratta di una casa piccola rispetto all’enorme giardino che la contiene; è come una sorta di piccolo monolocale (a due piani, col comignolo che spunta dal tetto) disperso in mezzo al deserto. E dentro questo deserto si trovano adagiati direttamente a terra ben tre diversi vagoni di treno. Le strutture sono in ferro battuto e, perciò, completamente arrugginite, mentre il resto è in legno, rovinato, rosicchiato dalle tarme, mezzo spaccato o aperto su alcuni lati per via delle condizioni atmosferiche (quei tre vagoni devono essere stati testimoni silenti di chissà quante alternanze di notte e giorno e di chissà quante primavere, estati, inverni e autunni).

E la domanda che sorge spontanea è ovviamente questa: ma come diavolo ci sono finiti questi tre vagoni dentro il giardino in stile Reggia di Caserta del proprietario di questa strana casetta di campagna? E chi ce li ha portati fin là? E soprattutto, come? In elicottero? Con un tir per carichi speciali? In macchina? Impossibile. Come, allora?

Uno si ferma a pensare e immagina i binari della possibile ferrovia che doveva passare di là, nelle vicinanze. Uno si ferma con la bici e scende e si accosta alla rete metalicca che gli permette di sbirciare nei giardini altrui, nella proprietà privata di un altro, ma non riesce proprio a scorgere nessun passaggio a livello di sorta, né tantomeno dei binari che possano giustificare l’assurda presenza di questi tre vagoni che sembrano sopravvissuti all’alternanza delle varie ere glaciali e all’estinzione dei dinosauri.

Come diavolo hanno fatto ad arrivare fin qui?
Come e perché si sono spiaggiati proprio dentro questo rettangolo di terra in mezzo a cui sorge quella casa da nani il cui proprietario non riesco mai a vedere in giro (glielo domanderei subito: “Mi scusi, scusi la mia curiosità, ma lei, come ha fatto a ritrovarsi tre vagoni di treno in casa? Dove li ha presi? E non le danno alcun problema, parcheggiati come sono lì dentro?”).

Parcheggiati, no, la parola non è quella giusta: piuttosto, mi ripeto, sembrano spiaggiati, come le balene o le foche quando perdono l’orientamento e smarriscono la rotta.

E uno si domanda pure: quante persone (se si tratta di persone) avranno trasportato questi tre vagoni di treno? Quante merci (se parliamo di merci) avranno sposato da un punto all’altro del globo terrestre? E avranno viaggiato solo su binari spagnoli (visto che siamo in Spagna) o anche su binari stranieri (magari italiani, attraversando la terra in cui sono nato)?

Niente. Non so rispondere. Non si trovano proprio le risposte per questo tipo di domande (forse oziose, forse perfettamente inutili). E ogni volta che passo davanti a quel rettangolo di terra, il mio sguardo viene immeditamente attratto verso di loro, sì, verso i tre vagoni di un treno che non c’è più (dove sarà la locomotiva che li spingeva ad alta velocità sui binari?). Le ruote sono anch’esse arrugginite e mezzo sprofondate nel terreno (le ruote bloccate nella terra sono l’esatta negazione della loro funzione tipica: la velocità, qui immobilizzata dalla terra); qualche ciuffo d’erba spunta anche dall’interno dell’intelaiatura di legno. Chissà quanti topi o gatti o insetti o altri animali più o meno selvaggi avranno usato (o usano ancora) queste tre carrozze come casa loro, come l’habitat ideale… E chissà se e quando il padrone della casina si deciderà a dare loro una bella ripulita: ci sarebbe lo spazio sufficiente per creare, chessò, una carrozza ristorante e una con la piscina e magari un’altra per farci una biblioteca ambulante (o fissa, visto che la locomotiva che spinge il tutto non c’è più).


Quanti fenomeni strani nella vita; quanti ancora da vedere. E quanti resteranno misteri insolubili.

 Quasi fatto tutto (in tempi record) Non so esattamente come ci sono riuscito, ma ho quasi fatto tutto (in tempi record). Sarà che sotto str...