martes, marzo 20, 2018

Incubi a Teruel


Scrivo (come spesso succede, ultimamente) per non dimenticare (e scrivo ora, che sono le 19:27 di questo martedì 20 di Marzo e la casa è vuota e mi sento solo e, perciò, ben disposto verso la scrittura).

Scrivo per non dimenticare gli incubi che ho avuto durante una mini-vacanza con la mia compagna d'avventure a Teruel, nel regno di Aragón, nel Nord della Spagna...una piccola fuga romantica, una specie di luna di miele in miniatura, per ricordarci di quanta fortuna abbiamo avuto ad incontrarci.

Scrivo perché a volte non ne posso proprio fare a meno (anche se temo e tremo all'idea che questo "diario di bordo" virtuale lo hanno letto 167 persone solo ieri - e molti leggono dal Canada e dagli USA, non ci sono più solo i lettori russi...che poi chissà perché tanti dalla Russia, proprio non riesco a capirlo!).

Scrivo, dunque, di incubi, in particolare di due bruttissimi sogni che mi hanno angosciato e fatto svegliare quasi di soprassalto...

Incubo nº 1:

Siamo in alta montagna, in un posto esclusivo e pieno di bella gente (tipo Cortina d'Ampezzo): un ragazzo scia con lo snowboard, fa delle acrobazie davvero micidiali, ed io ad ogni curva, ad ogni ostacolo, penso: "ora si ammazza, ora si schianta contro un albero, ora muore!". E invece no, il ragazzo continua a fare la sua folle dimostrazione di acrobazia volante, ci salta sopra le teste, ci sorride da lontano, poi, all'improvviso, sparisce da un dirupo e la ragazza (forse la sua fidanzata) si gira di scatto e mi fa: "È caduto!", con un'espressione di dolore e di stupore che non so rendere a parole...mi sento svenire, vorrei sporgermi ma l'abisso è troppo profondo per me, gli alberi innevati sembrano finti da quanto sono minuscoli, non si avvista il cadavere, ma, ripeto, siamo tutti convinti che per il ragazzo con lo snowboard non c'è più nulla da fare e la ragazza (la fidanzata) scoppia a piangere e io non so proprio cosa fare e come fare a consolarla...

Incubo nº 2:

Siamo a Fiumicino (o a Ciampino) e tra poco s'imbarca. La mia compagna d'avventure è stesa su un letto (sì, un letto, matrimoniale, con le lenzuola tutte sparpagliate alla rinfusa) e mi chiede gentilmente di prendere il biglietto che abbiamo appena stampato. Io poggio lo zaino per terra e lo apro e solo allora mi rendo conto che quello non è il mio zaino ma la sua (di lei) valigia: è piena di fon, di gingilli, di regali, di trucchi e attrezzi per il trucco, di foulard e cianfrusaglie varie, di libri e di quaderni pieni zeppi di appunti che non riesco a decifrare, e comincio ad annaspare nel buio, il tempo passa, l'orologio segnala implacabile i minuti e le ore e io mi rendo conto che non ci vedo, o meglio: che non vedo bene, gli occhiali sono come appannati, allora la mia compagna d'avventure torna a farmi la stessa domanda: "Vuoi prendere i biglietti per l'imbarco, per favore?" e io le rispondo di sì, certo, ma che si dia una calmata, devono essere lì dentro, ma la valigia è un caos e io mi avvicino i libri e i quaderni pieni d'appunti agli occhiali, la vista è sempre più annebbiata, sto diventando cieco e l'aereo su cui devo salire sta per partire, la mia compagna d'avventure è sempre più arrabbiata, ma non si alza dal letto, la fila è lunghissima, la gente è nervosa e a me viene da piangere perché sto perdendo la vista e nessuno viene a darmi una mano...

Ecco: ora, se Freud (o qualche psicologo freudiano) fosse in ascolto, io gli chiederei, tranquillamente, serenamente: ma che cazzo vogliono dire questi incubi? Perché? Come? Quando? E perché proprio io? Proprio a me? Perché tante situazioni angoscianti? Perché la morte? E se quel ragazzo che scivola e svicola gli ostacoli a tutta velocità fossi io? Se il morto in questione fossi proprio io? E perché la cecità? (certo è che non potrebbe capitarmi tragedia peggiore: perdere la vista, che orrore!).

Agli ardui il poster sentenzioso...

lunes, febrero 26, 2018


Lettere incrociate




Allora, questa mattina mi scrive una collega da Liverpool. Dice che lì fa ancora più freddo che a Roma; che è appena uscita la recensione al mio libro (il tomo pesante di quasi 400 pagine che non leggerà nessuno, tranne due o tre specialisti); che l’apertura ufficiale dell’anno accademico sarà affidata a Pep Guardiola (sì, lui, l’allenatore del Manchester United)…

Le rispondo ringraziandola dell’informazione; della recensione; delle notizie sul freddo polare del Regno Unito; e le mando la foto che mio fratello ha scattato questa mattina all’alba ai Fori Imperiali innevati (uno spettacolo inusuale e bellissimo, chi potrebbe negarlo?). Le faccio anche notare che, sì, in effetti, siamo messi molto male se le Università (sia pubbliche sia private) ricorrono a certi personaggi famosi per farsi pubblicità e per trovare fondi. Siamo messi decisamente male…

Poi mi scrive un medico, un dottore esperto di trapianti del cuore, con cui sono venuto in contatto grazie alla mia compagna d’avventure. Il suo ospedale (l’ospedale pubblico in cui prima di lui suo padre fu tra i primi chirurghi ad effettuare trapianti del cuore) festeggia i 30 anni di vita (o i primi 40, ora non ricordo) e, quindi, vorrebbe che io lo mettessi in contatto con uno scrittore molto in voga da queste parti e che lui sa che io conosco in modo intimo e personale in modo tale da invitarlo a dare una conferenza in cui si parli di letteratura e malattia, o di letteratura e psicologia, o di letteratura e salute, nell'Aula Magna dell'ospedale stesso...

In più, una collega mi chiede di scrivere a un’altra persona che conosco e che, a sua volta, conosce una psicologa esperta nei traumi del linguaggio e che basa tutta la sua ricerca sul…flamenco… La collega vorrebbe convincere la psichiatra (tramite il mio contatto di prima mano) affinché venga da noi, presso la nostra Università, a farci una bella lectio magistralis sui benefici del flamenco nei bambini con deficit o alterazioni dell’apparato linguistico-comunicativo…

Cosa dedurre da tutto ciò? Che lezione trarne?
 a)  Che siamo tutti collegati con tutti (a prescindere da internet e dai cellulari);
b)  Che il nostro lavoro e il successo sul lavoro dipendono dagli altri;
c) Che le reti di relazione tra esperti non sempre sono frutto di strategie volte al profitto e all’interesse particolare e di parte (o "egocentrico");
d) Che l’arte può aiutarci a migliorare o a rendere leggermente migliore questo posto che occupiamo tutti momentaneamente e che, prima o poi, saremo tutti condannati a lasciare (la Terra, ovviamente, è ad essa che mi riferisco). Sia la letteratura (nella figura dello scrittore famoso che conosco) sia il flamenco (nella figura della psichiatra) possono avere la loro utilità. Quella che, giustamente, Nuccio Ordine chiama (in un bellissimo saggio che consiglio a tutti di leggere) L’utilità dell’inutile…(Milano, Bompiani, 2013).

E insomma…non è poco…visto come va il Mondo oggi...

sábado, febrero 24, 2018

Incubo napoletano


Dunque, vediamo di ricordare bene l'accaduto: stanotte ho avuto un incubo (uno dei tanti, che mi tormentano la notte, da un po' di giorni a questa parte) in cui mi ritrovavo da solo a Napoli. 

Lo scrivo perché non vorrei dimenticarlo; perché sento - in modo oscuro e misterioso - che potrebbe tornarmi utile in futuro (per quale motivo? Questo non lo so, è qualcosa di assolutamente irrazionale, ma so che questo incubo devo metterlo per iscritto per non farlo scivolare verso quella che Cervantes chiamava "la sepoltura dell'oblio").

Dunque, siamo a Napoli e sono in compagnia di una comitiva di amici: conosco tutti, tutti ridono alle mie battute, anche a quelle più sciocche, poi una ragazza mi spinge da un balcone e finisco in una pozza di mare, Napoli è diventata improvvisamente Venezia, le strade sono come le calli della città lagunare, anzi, Napoli è tutta una laguna, la corrente mi trascina lontano dalla casa in cui qualcuno - prima di buttarmi in acqua - mi aveva proposto anche di bere un caffè.

L'acqua è gelida, ghiacciata, diaccia: e la cosa più orripilante e spaventosa è che il mio corpo, trascinato dalla forza e dalla potenza della corrente, rischia di sbattare contro mobili, pezzi di case distrutte e, orrore, cadaveri... La corrente trascina i corpi di persone prive di vita: un vecchio con il parrucchino che gli è rimasto stranamente impigliato alla giacca; una bambina dai capelli lunghi e neri; una donna con la minigonna e le calze a rete. 

Veniamo trasportati tutti verso non si sa che mare (c'è ancora il Tirreno? E se andassimo verso l'Adriatico? Nel sogno faccio di questi ragionamenti assurdi di geografia comparata: mi domando anche se Pescara possa essere stata spostata e se Napoli ora occupa il suo posto; se il Mar Ionio ancora bagna la Liguria o se Venezia, per uno spostamento globale della tettonica delle placche, è finita al posto di Genova...il tutto mentre affogo o sto per affogare, perché è ovvio che anche nei sogni io non so proprio nuotare...).

Poi mi ritrovo in terrazza: nella stessa casa in cui qualcuno, poco fa, voleva offrirmi un caffè. E c'è Veronica (Vero), una mia cara amica, la mia migliore amica di Madrid, argentina di Buenos Aires e compagna di viaggio, che mi invita a contemplare il cielo stellato da un binocolo o telescopio. E la ringrazio, ma ho freddo e avrei bisogno di un fon per asciugarmi i capelli (io nella realtà non uso mai i fon). E poi arriva gente, chiassosa, rumorosa, meridionale, con tutta l'allegria spensierata di chi sta per andare a fare baldoria (al mare, in discoteca o nella stessa casa, perché ci apprestiamo a cenare, anche se io non fame...).

Il sogno finisce con Vero che sbatte la porta, arrabbiata perché mi sono rifiutato di contemplare il cielo dal telescopio che mi porgeva con tanta gentilezza e con il balcone da cui qualcuno, prima, mi ha buttato giù in acqua che mi guarda e mi attira a sè, come se fosse un essere animato...un balcone vivo che sento che potrebbe parlare...

Che vuol dire? Perché questa razza di incubo? Che c'entra Vero con Napoli? Che c'entra Venezia con Napoli? Che c'entro io, mezzo affogato, immerso in un mare gelido pieno di cadaveri e mobili e oggetti vari?

Eppure questo non è un periodo particolarmente stressato: due giorni fa ho conosciuto una scrittrice molto mediatica qui in Spagna (ha apprezzato il modo in cui l'ho presentata ad alcuni studenti della superiori, in un'istituto pubblico della periferia); e l'altroieri sono andato a sentire Luis Landero (un altro grande romanziere di questo paese). Ho trovato perfino il coraggio di avvicinarmi e di chiedergli un'autografo su quello che resta uno dei suoi romanzi migliori e più belli e più letti, Juegos de la edad tardía (del 1989). E mentre mi lasciava l'autografo sulla prima pagina del libro, mi sono perfino azzardato a dirgli che è un umanista, "lei è un grande umanista", gli ho detto ad alta voce, con tono tremante, non ben sicuro di stare dicendo la cosa giusta e, di fatto, Luis Landero mi ha guardato strano, prima di sorridere e di farmi l'in bocca al lupo (per cosa, poi?).

Leggo una frase dal saggio che mi sta ipnotizzando in questi giorni (Gilles Deleuze, L'image-mouvement. Cinéma 1, del 1983):

"Chiamiamo Immagine l'insieme di ciò che appare. Non possiamo nemmeno dire che un'immagine agisca su un'altra o reagisca a un'altra. Non c'è corpo in movimento che si distingua dal movimento eseguito, non c'è mosso che si distingua dal movimento ricevuto. Tutte le cose, cioè tutte le immagini, si confondo con le loro azioni e reazioni: è la variazione universale" (cit. dall'ed. italiana per Einaudi, del 2017, p. 74).

E mi viene in mente proprio il mio incubo, in cui sono un corpo in movimento - movimento sia patito che provocato - nonché un momento della conferenza di Luis Landero in cui l'autore ci spiega che il ricordo e il sogno, la capacità di rimembrare il passato e quella di poter sognare, sono i due principali esempi di narrativa che abbiamo incorporati nel nostro cervello sin dalla notte dei tempi, quando eravamo ancora ominidi, o parenti stretti delle scimmie...quando le nonne, al calore del focolare, ci raccontavano delle storie straordinarie, reinventado il passato o veicolando ciò che anche loro, bambine, impararono dai genitori...

E mi chiedo che razza di struttura narrativa nasconda il mio incubo napoletano (tempo fa lessi Il mare non bagna Napoli, uno dei capolavori di Anna Maria Ortese, ma che c'entra?). 

Mi chiedo anche perché in esso gli spazi reali (Venezia, Pescara, Genova e Napoli) si trovino a ballare all'interno di un universo in cui - come dice Deleuze - è tutto immagine che cambia e che si muove e che viene smossa...

Forse anche i sogni sono, davvero, la "variazione universale"...

jueves, febrero 15, 2018

Il richiamo (della foresta)


Perché in fondo, diciamocelo, siamo animali, noi esseri umani, animali che vanno in giro vestiti, ma che, sotto la sottile scorza dei tessuti (a volte firmati) celano la pelle e gli organi e i muscoli e il sangue di tanti altri mammiferi e carnivori e onnivori...

Soprattutto quando c'è di mezzo il richiamo del sesso...Uno non impara a decrittare certe frasi; uno può anche andare in giro per il mondo con la testa fra le nuvole; uno può perfino essere cieco, di fronte a certe cose, ma quando c'è di mezzo l'istinto animale ed animalesco; quando ci si comunica attraverso gli sguardi e i gesti; quando il linguaggio corporale, e non verbale, prende il sopravvento su quello verbale e formalizzato, beh, ecco, quando succede così, allora c'è davvero poco da fare, si diventa tutti esperti, ed istruiti, oltre che ottimi decodificatori di segnali sessuali...

E se poi lei, oltre ai vari sorrisi, ti chiede di abbottonarle il cappotto (un risvolto del collo sul lato sinistro), ecco, se poi tu ti avvicini al suo corpo e ne percepisci immeditamente il calore, contemplandone estasiato le curve armoniose, se poi noti che ti prende un'irrefrenabile voglia (uno stranissimo ardore) di abbracciarla, di toccarla, di stringertela forte a te e al tuo petto, in modo tale da avere il modo di sentire la turgidità dei suoi seni tondi e ben fatti, quasi disegnati sotto la camicia bianca, ecco...se senti che inizi a sudare freddo e le mani si apprestano a chiudere il bottone con un certo tremolio, ecco...allora vuol dire che la bestia che cerchiamo di tenere a bada sotto i millenni di civilità (occidentale) è pronta, anzi, prontissima, a venire a galla e a prendersi con violenza la ribalta e il primo piano di un film che sai già quali scene prevede, perché l'hai (fortunamente) già vissuto e girato in passato, perché lo prevedi e sai che le sceneggiature prevedono varianti di poco conto, perché ti senti pronto a cogliere il frutto proibito (basta solo che lei ti dia la conferma e trasformi quel sorriso in un'espressione seria, l'espressione di chi sa che con te può andarci a letto e godere, la faccia di chi t'immagina nudo proprio come tu ora la stai immaginado, spogliandola con uno sguardo che la penetra fin dentro la parte più oscura e selvaggia e umida, si nota - lo sentite entrambi - che la cosa è reciproca, che i nervi sono scoperti, che la tensione elettromagnetica nell'aria si taglia a fettine, che basterebbe davvero poco - un bagno, una macchina in un parcheggio fuorimano, una stanza d'albergo - per convertire il sogno proibito in realtà fattuale, lo sai tu e lo sa lei, lo sapete entrambi ed è solo un senso antichissimo di creanza e buone maniere ad impedirvi di violentarvi a vicende sulla scrivania in cui un computer v'informa che oggi, sì, proprio oggi, è il 14 di Febbraio, il giorno di San Valentino, ergo, il giorno degli innamorati...).

E chi l'ha detto che voi due, sì, proprio voi due, non potreste innamorarvi? Chi l'ha detto che oltre al sesso non potrebbe nascere qualcosa di più? (tenero? passionale? fuori dalla norma? E perché dovreste rispettare le norme? Chi impone le norme?).

Fine dell'atto primo...Feromoni e testosteroni in subbuglio rientrano ai loro posti di comando. Il cervello ringrazia, anche se qualche connessione neuronale ha preso una strana forma: due corpi (un uomo e una donna) aggrovigliati in una strana posizione del Kamasutra...

martes, enero 30, 2018

Homo Lubitz (2018), di Ricardo Menéndez Salmón: il mondo apocalittico (che verrà)



Romanzo strano, a tratti lirico ed emotivamente coinvolgente, a tratti angosciante e assolutamente pessimista, come (quasi) tutti quelli che ha pubblicato fino ad oggi Ricardo Menéndez Salmón (una giovane promessa della letteratura spagnola contemporanea o, a detta di altri, una splendida conferma della stessa), Homo Lubitz (appena apparso qui in Spagna) ci offre uno squarcio inquietante di quello che potrà diventare il nostro mondo di qui a pochi anni (di fatto, l'azione si sviluppa nel 2025, ovvero, in un futuro molto prossimo).

La copertina già ci svela in parte il contenuto "distopico" dell'opera: un aereo che sorvola la città e passa attraverso dei grattacieli moderni. 

Il titolo, di fatto, prende spunto dalla cronaca più recente, per la precisione, da quell'Andreas Lubitz che il 24 Marzo del 2015, dopo varie crisi depressive e problemi psicologici già diagnosticati, decise di togliersi la vita schiantando l'aereo che pilotava da Barcellona a Dusserdolf sulle Alpi francesi (provocò la morte di 150 passeggeri).

Il protagonista del romanzo, l'irlandese Richard O'Hara, si trova in Cina, a Shangai, in un hotel di lusso, mentre è in procinto di firmare un contratto da migliaia di euro. Lavora per una grossa azienda farmaceutica che, dopo alcuni esperimenti alimentari, si accinge a immettere sul mercato cinese prodotti lattei che, di norma, i cinesi stessi non possono ingerire per la mancanza (genetica) dell'enzima destinato alla loro digestione.

Intanto, il capo assoluto (e misterioso) dell'azienda propone a O'Hara un altro affare: andare alla ricerca del luogo reale di una fotografia che lo ossessiona da anni. 

O'Hara guadagnerà una cifra ancora più alta se riuscirà a scovare lo spazio "fisico" e "geograficamente rintracciabile" che si vede nella foto. In pratica, diventerà un nomade a pagamento e girerà la superficie terrestre per soddisfare lo sfizio di un ricco senza scrupoli (lo farà in compagnia di Amanda, una tedesca che ha già fatto esperienza della vita e delle delusioni che questa comporta).

Nel mentre, O'Hara ci svela le sue ossessioni, come, per l'appunto, gli incidenti (aerei ed automobilistici). 

I capitoli più scioccanti sono proprio quelli dedicati a queste ossessioni; in particolare, quello in cui O'Hara alterna (come se si trattasse di un "montaggio alternato") la descrizione "in soggettiva" dei pensieri (gli ultimi) di Andreas Lubitz prima dello schianto fatale e di una sorta di lectio magistralis che il regista David Cronenberg imparte ai giornalisti della Mostra del Cinema di Venezia subito dopo la visione del film che ha tratto proprio dal disastro aereo provocato da Lubitz...


Sono pagine che fanno letteralmente venire i brividi sulla schiena. In parte, mi ricordano l'opera teatrale I-Tigi. Canto per Ustica, del geniale Marco Paolini, dove ad essere rievocata è un'altra tragedia aerea, che ancora oggi sembra essere avvolta nel mistero (come si dice in gergo giornalistico) e che pure ha provocato la morte di tanti innocenti.

Le parole che il regista de La Mosca e di tanti altri capolavori scambia con il protagonista nel bagno del cinema sintentizzano, in parte, ciò che Menéndez Salmón intende per "letteratura": un tentativo (onesto) di mostrare il lato oscuro dell'essere umano. Per capire come siamo fatti. Per provare a capire cosa potrebbe diventare questo pianeta se non ci fermiamo a riflettere. Per provare anche ad intravedere la luce in fondo al tunnel.

Homo Lubitz è come un film di Cronenberg, in questo senso: ci colpisce e ci spaventa. Ma alla fine, ci fa anche intravedere una speranza, nonostante il male e l'angoscia, nonostante il disastro perenne che fa sì che i piloti di aereo si schiantino insieme a 150 innocenti, che i terroristi sgozzino in nome della religione, che la biopolitica influenzi così tanto le nostre vite da consentire stermini di massa senza che ce ne rendiamo conto.

È un libro duro, ripeto, e poetico. Ed è questa ambivalenza a renderne la lettura un atto dirompente. Fino all'ultima, incredibile pagina.

viernes, enero 26, 2018

The Third Man (1949) di Carol Reed (o di come un tiramisù può indurre alla cinefilia - prima -  e ad Eros - poi)




C’è una sottile vena di erotismo implicito nel preparare il tiramisù insieme, mentre fuori soffia una tormenta che fa tornare all’improvviso l’inverno da cui credevamo d’esserci congedati per sempre… Le carezzo una tetta, le titillo la pancia, le palpo il sedere, provo a farle il solletico sotto le ascelle, mentre sbatte i tuorli e gli albumi e poi mescola il mascarpone allo zucchero…

E l’erotismo aumenta se pensiamo all’effetto delle vestaglie di flanella: stesi sul divano, con una candela accesa ad illuminare in modo soffuso il salone, sotto il calduccio, intenti entrambi a contemplare le inquadrature sghembe in un bianco e nero fantastico e molto espressionista di The Third Man (1949) di Carol Reed, un “cult”, come si dice, uno di quei film che sono entrati di diritto nell’immaginario collettivo e che hanno scritto una pagina memorabile di una parte della Storia del Cinema, un film anomalo, perché se all'inizio sembra imitare gli stilemi del genere “spionaggio” (la sceneggiatura è ad opera dell’esperto Graham Green), poi (appunto) se ne distacca, per diventare una bella, profonda, tristissima riflessione sull’amicizia e su come le guerre possono modificare il carattere e il modo d’agire delle persone; un film davvero strambo, se pensiamo che tutti i protagonisti passano i primi 40-45 minuti a parlare di Harry Lime (interpretato dal bravissimo e sempre gigionesco Orson Welles), a rimembrarne la morte, a compiangerne la scomparsa, a elogiarne le imprese, fino a quando, alla fine, quasi a fine film, di fatto, spunta lo stesso Lime e lo spettatore, esattamente come accade a Holly Martins (interpretato dal bravissimo e perfezionista Joseph Cotten) non sa che pesci prendere, dubita per un attimo che si tratti davvero del redivivo Lime o se stia assistendo alla comparsa di un fantasma o di un’allucinazione dell’amico che tanto lo ha pianto, fino a quando scopriamo cosa si cela dietro la maschera del personaggio, e veniamo a conoscenza delle malefatte, dei disastri e delle morti che ha provocato rivendendo al mercato nero della penicillina difettosa, e allora lo spettatore cambia idea, si pone il dubbio, non sa che pensare, perché questo Lime ci sta quasi simpatico, come quando, nel primo incontro con Martins, al luna-park, pronuncia quella frase che Orson Welles avrebbe certamente fatta sua sul piano della vita reale:

“In Italia, sotto i Borgia, per trent’anni hanno avuto guerra, terrore, omicidio, strage ma hanno prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera, con cinquecento anni di amore fraterno, democrazia e pace cos’hanno prodotto? L’orologio a cucù”.


E uno pensa a quanto doveva essere affascinante, pur nella sua decadenza fisica e morale, la Vienna reduce dalla Seconda Guerra Mondiale; a quanti Harry Lime dovettero muoversi all’interno del suo centro storico; a quante e quali incomprensioni legate alle 4 lingue “ufficiali” che vi si parlavano dovette dare luogo una città come Vienna in quel periodo storico. 

E l’erotismo della fase preparatoria del tiramisù sfuma e vira verso riflessioni razionali pensose; fuori comincia addirittura a piovere...ma poi basta spegnere la candela e cercare su YouTube la colonna sonora del film, basta riascoltare lo splendido motivo musicale di Anton Karas, per riprendere subito quota e cavalcare le onde della passione, abbracciati e avvinghiati entrambi ad Eros…Chissà come sarà venuto il tiramisù...

martes, enero 23, 2018

Pensieri strambi




In questi giorni sto leggendo un romanzo che, tra le altre cose, allude al disastro aereo di Andreas Lubitz, quel giovane tedesco che fece schiantare un aereo della “Germanwings” con a bordo 150 passeggeri su un costone delle Alpi francesi il 24 Marzo del 2015.

Si tratta di un romanzo inquietante, a tratti poeticissimo, a tratti crudele e perturbante (e di sicuro ne riparlerò su questi schermi).
E la lettura del romanzo mi ha spinto a pormi una domanda assurda: che fine hanno fatto tutte quelle coppie di amanti composte da tedeschi nazisti e vittime ebree? Avranno continuato a fare sesso, travolti dalla passione, anche dopo il disastro finale? Avranno provato a normalizzare il loro rapporto, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, o saranno rimasti nascosti, avranno continuato a celare agli occhi del mondo un rapporto così “proibito”, fino a pochi giorni prima, e così “assurdamente naturale”, dopo la fine del Nazismo?

E ho pensato: Eros è un dio che non conosce confini spaziotemporali di sorta e a cui le ideologie d’appartenenza degli amanti risultano del tutto indifferenti. Chi è preso da Eros, anche quando sembra provare repulsione verso l’oggetto del suo desiderio, non può frenarsi. Eros ci fa saltare i freni.



Pensieri strani. E strambi. E anche un po’ assurdi. E chissà che non esistano romanzi che ne parlano (al cinema ne ha già parlato Liliana Cavani, con Il portiere di notte, del lontano 1974). E chissà che non esistano (ancora oggi) ebrei ed ex-nazisti che hanno sperimentato sulla propria pelle un rapporto di questo tipo…

sábado, enero 20, 2018

The Sopranos (o dei personaggi "ambivalenti")




Mentre provo a riprendermi da una settimana intensa (un congresso durato un’intera giornata, con 8 interventi, tra cui quello di una collega della “Sapienza”, che ho ospitato e cui ho fatto ovviamente da cicerone in queste giornate quasi primaverili; le lezioni – ma per fortuna stiamo per giungere alla fine di questo primo lungo semestre; gli esami – sia quelli da preparare che quelli, scritti, da correggere; le cene e la vita sociale molto vivace con la mia compagna d’avventura; le email a cui rispondere e quelle da cestinare subito se non si vuole rischiare l’intossicazione da email arretrate; etc. etc.), riguardo con rinnovato stupore quella che, a mio modesto parere, è una delle serie più belle di tutti i tempi: The Sopranos, di David Chase (andata in onda negli USA tra il 1999 e il 2007).

Come non restare a bocca aperta di fronte alla bravura dello sceneggiatore e dei registi che si alternano nelle varie puntate? Come non restare scioccati dal ritmo della narrazione? Come non sorprendersi della bravura degli attori (primo fra tutti, James Gandolfini, che interpreta Tony Soprano, il protagonista, il boss della mafia del New Jearsy di origini irpine, che è costretto ad andare dalla psichiatra per poter far fronte agli attacchi di panico e ai continui svenimenti)? Come non applaudire di fronte a certi finali (con l’uso sapiente e spesso ironico delle canzoni che fanno da colonna sonora)?

Oggi mi sono re-imbattuto nell’ultima puntata della seconda stagione: Tony Soprano non riesce a dormire; ha gli incubi; suda freddo. Intossicazione alimentare. Ha mangiato cibo indiano e vomita tutto. Intanto, nei vari sogni, si insinua un sospetto atroce: forse Pussy (“Big Pussy Bonpensiero”), uno dei suoi migliori amici e alleati, lo sta tradendo, sta facendo la spia all’FBI… Tony urla e si dispera e vomita e ci pensa e ci ripensa, finché non è lo stesso Pussy a confessare, sotto forma di un pesce immerso nel ghiaccio e pronto per essere comprato al mercato…

Non contento e non del tutto sicuro del messaggio ricevuto in sogno, Tony Soprano e i due fedelissimi Silvio Dante e Paulie Gualtieri vanno a trovare Pussy a casa il mattino dopo l’incubo. E qui, in camera da letto, fingendo che deve tornare a vomitare in bagno, mentre gli altri sono in cucina a farsi un caffè, Tony scopre la verità: le cimici che l’FBI ha dato a Pussy per registrare le loro conversazioni (nascoste dentro una scatola di sigari pregiati).

La scusa che inventa Tony è banale: vuole comprare una nuova barca e invita Pussy ad andare a vederla insieme. Pussy accetta, finché Tony lo fa accomodare in cabina e gli chiede perché: “perché mi obblighi a farti del male?”.

Pussy non sa più che rispondere: sa che a partire da quel momento, non avrà scampo. I quattro amici provano a rimembrare i bei vecchi tempi; Paulie e Silvio gli offrono anche la tequila, che Pussy beve a grande velocità per stordirsi. Infine, chiede un’ultima cortesia al suo ex-migliore amico: “Per favore, non sulla faccia”. E i tre sparano. E Pussy cade a terra.

Sono scene ricche di suspense: i dialoghi, essenziali, ci informano su ciò che c’è da sapere; gli sguardi, i primi piani, tra cane e gatto, o tra gatto e topo, fanno il resto…

Ma la puntata va avanti: Tony viene scocciato dalla madre, cui ha dato dei biglietti fasulli per prendere l’aereo e allontanarsi da casa sua (il rapporto edipico tra i due meriterebbe un discorso a parte, ma andiamo avanti...). La polizia aeroportuale l’ha fermata. Ora ha bisogno di un avvocato. Intanto, l’FBI si reca a casa di Tony Soprano proprio per incolparlo della falsificazione. Meadow (sua figlia appena maggiorenne) s’imbatte nel padre circondato dalla polizia insieme alle amiche. Il giorno dopo riceverà il diploma ufficiale e si dispera e si offende perché suo padre non ci sarà. Ma non è così. Tony riesce a pagare la cauzione e si presenta puntuale alla cerimonia.

Il finale è una sorta di riassunto della doppia vita del boss: mentre a casa si festeggia la neo-diplomata, con i fedeli alleati al seguito, la telecamera ci mostra con eleganza e quasi al ralenty le mille attività illecite che permettono ai Soprano di fare la vita dei ricchi.

Ultimo scambio di sguardi: quello fra Tony, con il sigaro in bocca, e Carmela Soprano, sua moglie.

È raro vedere tanta ambivalenza in un solo personaggio come questo: la moglie (ultra-cattolica e osservante) sa che se vivono nel lusso è perché suo marito sguazza nel crimine. C’è anche la moglie di Pussy, che si domanda dove diavolo si sia cacciato il marito (che ancora non è arrivato). E Tony sorride, ci sorride, sornione, immerso nel fumo del sigaro.


Alla prossima puntata…

jueves, enero 18, 2018

17 Gennaio del 2018

Appena comprato il nuovo computer. E come sempre, uno ha il timore di toccare il tasto sbagliato, che si blocchi al primo movimento, che non accetti i DVD che uno già s'immagina di poter guardare in tutta calma sotto le coperte (anche se poi la batteria si surriscalda e ci si scotta le gambe).

Il feticismo legato alle macchine. Mario Perniola ci aveva anche scritto un saggio: Il sex appeal dell'inorganico, s'intitolava, se non erro...pubblicato sul finire degli anni 90.

Intanto, reduce dal successo di un congresso organizzato nuovamente da me e con l'appoggio pratico e l'aiuto morale di altri 4 colleghi, mi preparo a sconfiggere l'insonnia per l'eccessiva stanchezza fisica.

Alle prossime puntate...(la tastiera, comunque, scorre via liscia...)

martes, enero 09, 2018

Iniziamo il 2018




Mio fratello mi chiede qual è la prima canzone che ho ascoltato allo scoccare del 2018; gli rispondo con sincerità: "Non me lo ricordo" (ero annebbiato dai fumi dell'alcol; siamo finiti a danzare in un locale del centro di una città spagnola che è perfino patrimonio dell'Umanità "de cuyo nombre no quiero acordarme"....).

E allora provo ad applicare il giochetto alla prima canzone che ho ascoltato nel mio mp3 durante il primo giro in bicicletta: Bella Belinda, dell'intramontabile e immenso e instancabile Gianni Morandi... Che pezzo! Che allegria! Che accordi di base! Belinda che parla con l'insalata; le lacrime che scendono nella minestra; unica al mondo, scende le scale, come volando...Partiamo bene. Decisamente bene.

Primo romanzo letto: La figlia oscura (2006) di Elena Ferrante (cfr. sotto- non so se si è capito che mi è piaciuto moltissimo);

primo film visto al cinema: Wonder Wheel (2017) di Woody Allen (un nerissimo Woody, dal pessimismo più che leopardiano - forse ne riparlerò "su questi schermi"; un film duro, che, a mio giudizio, va visto in rapporto agli altri due gioielli della versione "dostoyevskijana" di Allen, ovvero, Crimini e misfatti, del 1989, e, ovviamente, lo straordinario Match Point, del 2005);

primo saggio: Dieci lezioni sui classici (2017) del bravissimo e sempre appassionante (e appassionato di letteratura) Prof. Piero Boitani (che ci aiuta a riscoprire tutta la bellezza di Omero, Saffo, Eschilo, Sofocle, Euripide, Pindaro, Tacito e tanti altri amici della nostra cultura);

prima serie televisiva: The Young Pope (2016) di Paolo Sorrentino: e in tal caso sì che ci spenderò due parole (in un futuro prossimo, spero) perché questa sì che è una bellissima serie, 10 ore di film in perfetto stile-Sorrentino (quanto si sarà divertito a girare con la complicità di 4 attori "mostruosi" come Silvio Orlando, Diane Keaton, Javier Cámara e, soprattutto e ovviamente, Jude Law? Quanto?).

E insomma, non possiamo lamentarci, anzi, possiamo dirci pienamente soddisfatti, e se l'annata continua di questi passi, allora sì, potremmo dirci davvero felici...


viernes, enero 05, 2018

Un romanzo sull'angoscia della maternità: La figlia oscura (2006), di Elena Ferrante



Scoperta per puro caso, molti anni fa, dopo la visione del film che Mario Martone trasse dal suo primo romanzo, Elena Ferrante riesce sempre a sorprendermi e a lasciarmi tramortito dopo la lettura. Se L'amore molesto  (1992) sconvolge per il modo originale, lirico e spiazzante con cui l'autrice narra il complicato rapporto della narratrice con sua madre e con la città di Napoli; se con I giorni dell'abbandono (2002), ti lascia letteralmente con il fiato sospeso per il modo che l'autrice ha di narrare la fase immediatamente successiva a una seperazione e, dipoi, al divorzio, ebbene, con La figlia oscura (2006) turba e spiazza il lettore per la maniera che ha di raccontare la maternità, ovvero, la costante e continua battaglia tra madri e figlie a partire da una trama apparentemente banalissima e, in realtà, profondamente strutturata e architettata affinché il lettore s'immerga in una feroce radiografia di come ci trasformiamo quando smettiamo di fare i "figli" e diventiamo a nostra volta "padri" e "madri", di come la genetica che trasmettiamo alla prole ci si rivolti contro come un virus incubato a nostra insaputa per anni, di come quel feto che la donna porta in grembo, una volta fuoriuscito al mondo esterno, può svilupparsi sotto forma di un essere umano che ci ripugna o ci assorbe e ci ammorba oltre i nostri limiti e la nostra stessa forza di volontà.

Leda è una professoressa universitaria di Letteratura Inglese che, dopo anni e anni di sacrifici, riesce a trovare una più o meno stabile situazione lavorativa che, comunque, non le ha permesso di digerire tutto il dolore e il senso di colpa nati dal divorzio da suo marito e dalla fase di separazione auto-inflitta durante la quale, per ben 3 anni, ha deciso di staccarsi letteralmente dalle figlie, di abbandonarle a sé stesse e al padre.

Per cercare riposo e pace interiore, Leda va in vacanza da sola in un paesino del Sud dove s'imbatterà in una tipica famiglia napoletana caratterizzata dal chiasso, dalle risate a crepapelle e un po' volgari, dalle mangiate in spiaggia, oltre che da legami familiari affatto nitidi, né scontati. In particolare, Leda stringerà amicizia con Nina, una ragazza poco più che ventenne, incinta e già madre di Elena, una bimba di 3 anni affezzionatissima a Nani, una bambola semicalva, brutta e dal corpo e il volto impiastricciati dalla biro che, nel corso della trama, andrà occupando una posizione sempre più centrale, convertendosi (quasi) in un simbolo di quei nodi oscuri, esistenziali che Leda non riesce a sciogliere (né nei confronti delle figlie, ormai maggiorenni ed emigrate in Canada col padre, né in quelli del suo passato di figlia ribelle e moglie che, in nome della propria indipendenza, ha mandato all'aria il matrimonio).

Attraverso una scrittura apparentemente semplice e piana, un lessico quotidiano apparenemente banale, Elena Ferrante va disegnando l'enigma attorno a cui ruota tutta la scrittura del romanzo con finali di capitolo ricchi di "suspense", riflessioni aforistiche che aprono gli occhi sulla morbosità a volte funesta che lega i genitori ai figli (e viceversa) e con un linguaggio ricco di metafore (soprattutto "liquide", o legate all'ambito acquatico) e di immagini liriche che non ti aspetti (soprattutto quelle legate alla graduale e inarrestabile antropomorfizzazione della bambola, un esserino che sembra quasi muoversi di vita propria).

Un romanzo duro che ti colpisce per la struttura narrativa, per la ricchezza degli echi che evoca, per il coraggio oserei dire "morale" che mostra l'autrice (ancora oggi chiusa e protetta nell'anonimato di quello che si suppone sia un "nome d'arte", a dispetto dell'enorme successo internazionale della tetralogia - che, a questo punto, non vedo l'ora di affrontare - intitolata L'amica geniale, e sviluppata dal 2011 al 2014) nel descrivere l' "Ingegneria [...] e insieme necessità furibonda della riproduzione" (cit., La figlia oscura, Roma, e/o, 2006, p. 34).

Non lo so se in Italia esistono scrittrici capaci di farcela così bene e con tale coraggio come Elena Ferrante...un'autrice che a volte mi ricorda Anna Maria Ortese e altre volte Elsa Morante(e chissà che, in quest'ultimo caso, la rima assonante tra i due cognomi non sia affatto casuale).

jueves, diciembre 14, 2017

Grazie, Liszt


Di nuovo la maledetta insonnia. Sono le 2 e gli occhi stanchi contemplano il paesaggio esterno: 3 lampioni illuminano con luce al neon il selciato, ricoperto di foglie secche, foglie morte, foglie gialle. È il 10 di Dicembre, è normale, anzi, qui fa più caldo che a Madrid (o che a Roma).

Per non pensare al tempo che non vuole passare, mi metto a leggere un romanzo atroce, uno di quei libri che già so che non potrò smettere di leggere fino alla fine, Resistere non serve a niente, di Walter Siti (solo a lettura finita scoprirò che si tratta del “Premio Strega” del 2013). È un romanzo che parla di un giovane di borgata che, inseguendo la sua passione per la matematica e i calcoli, arriva a diventare un grande esperto di finanza mondiale, uno squalo sullo stile del Leonardo Di Caprio del bellissimo The Wolf of Wall Street di Martin Scorsese (che curioso! Anche questo film è uscito nel 2013).

“Non si scrive quello che si vuole, si scrive quello che si può”, afferma il narratore in prima persona in uno dei primi capitoli del romanzo. E come dargli torto. Mi faccio un cappuccino col caffè decaffeinato, con l’idea di poter trovare la pace interiore. Ripenso a ciò che sono stato nel 1997 (fidanzato con una spagnola arrivata a Roma per l’Erasmus); nel 2004 (dottorando all’Università di Pisa fidanzato con una fiorentina doc); nel 2012 (ricercatore a tempo in zona Campania, senza fidanzata e, perciò, una mina vagante, sempre pronto ad accogliere nel mio letto qualche giovane compagna che avesse voglia di sperimentare l’innominabile); nel 2014 (professore in un’Università spagnola, sposato, amante incallito e imperterrito della mia compagna d’avventure, com’è possibile che abbia sempre più voglia di fare sesso con lei? Cos’è che ci lega così tanto? Perché la libido non decresce, ma, anzi, sembra accrescersi sempre di più?).

Scatta l’effetto nostalgia: m’imbatto in vecchie foto (ma la cartella che le contiene s’intitola “Foto recenti”? Quanto è relativo l’aggettivo se lo applichiamo alle foto che scattiamo nel corso di un’intera esistenza? Quanto?), ci resto di sasso, soprattutto dinanzi a quelle scattate nel mini-appartamento di Pisa, vivevo in una stanza di 10 metri quadri ricolma fino all’inverosimile di libri, libri ovunque, per terra, sugli scaffali di una libreria di terza mano sul bordo del collasso, sotto il letto, sopra la scrivania che si piega sotto l’effetto del peso della cultura, libri letti e sottolineati ed evidenziati all’inverosimile, commentati a penna, a matita, non c’è pagina che abbia lasciato immune dalla mia foga critica o ammirativa, quanti elogi scritti al lato delle frasi che mi sembravano più belle e riuscite e compatte…

All’epoca (stiamo parlando esattamente del febbraio del 2003) avevo l’immagine di Marcello Mastroianni come sfondo del desktop del mio “Acer”: il Marcello che fuma e che veste di nero elegante in 8 ½ di Fellini; mi sono sempre identificato in questo personaggio un po’ solitario (anche se è perennemente circordanto da colleghi e amici) e un po’ dongiavanni (chi non sogna di diventare il Re di un harem pieno di belle donne pronte a soddisfare ogni nostro più turpe desiderio? Chi non sogna di giocare al dottore e all’infermiera con una belleza mediterranea e tutte curve come la Sandra Milo di quel film?).

Nella foto s’intravede un’abat-jour di plastica rossa; sicuramente comprata da un cinese (all’epoca si tendeva al risparmio, la borsa ammontava a circa 800 euro al mese, se non erro, e dovevo pagarci l’affitto e mangiarci e – quando e ove possibile – acquistarci i libri, tutti quei libri che affogavano il mio spazio vitale, ma io ne godevo, non sono mai riuscito a vivere senza essere circondato letteralmente dai libri).

E poi delle fotocopie, di sicuro erano articoli relativi all’argomento della mia tesi di dottorato, quanti anni sono trascorsi da allora, quanti! Quasi 15, accidenti! Una vita fa…
Ascolto Franz Liszt, un pezzo famosissimo, La Campanella, una festa per l’udito, le dita che stuzzicano il piano con un brio, una gioia, una carica emotiva che fa venire voglia di sorridere al nulla.

Ciò che più colpisce di questa foto – ciò che Roland Barthes definirebbe il “punctum” della foto – è che manca il soggetto principale, il proprietario di tutti quei libri e delle fotocopie e del computer, manco io, perché nella foto c’è solo il fantasma del mio “io” di un tempo, un “io” totalmente diverso dall’ “io” che scrive ora, di notte, in una casa enorme del centro di una città del Levante spagnolo (il Sud del Sud della Spagna e del Mondo), un “io” che non riuscendo a dormire (a chiuedere letteralmente un occhio) si lascia accecare dalla contemplazione estasiata di una quantità enorme di foto del passato, anche se la cartella che le contiene si intitola “Foto recenti”, e uno si rende conto di quanto strambo, relativo, assurdo sia l’uso di quell’aggettivo…


Buonanotte, Franz Liszt. E grazie per la musica.

sábado, diciembre 09, 2017

Stanley Kubrick (o della difficoltà di creare)

In questi giorni di stress e di corsa ai regali per l'imminenza del Natale (non vedo l'ora che arrivi solo perché così potrò tornare in Italia e starmene rintanato nella casa dei miei genitori - in quella casa che mi ha visto crescere e trasformarmi dai 0 ai 18 anni, prima della fuga a Roma - per leggere e vedere i film che ho in lista d'attesa), sono riuscito a finire la biografia che John Baxter ha dedicato a Stanley Kubrick e che pubblicò nel 1997 (ovvero, due anni prima della morte del regista americano – avvenuta nel 1999, pochi giorni prima che Eyes Wide Shut iniziasse a fare il suo cammino sugli schermi dei cinema di tutto il mondo, a partire da quelli della Mostra di Venezia, dove io ebbi la fortuna di vederlo in anteprima assoluta – e 20 anni dopo la sua prima apparizione per Harper Collins) e la prima cosa che uno pensa quando chiude il libro è: “ma quanto è difficile creare? Quant'è dura la vita dell'artista che, dal nulla, e sfidando se stesso e il mercato e le mode del momento, decide di rischiare tutto per poter inseguire una sua particolare, individualissima, perturbante idea del mondo?”.

Spesso paragonato a Howard Hughes, Kubrick incarnò alla perfezione (secondo le tesi di Baxter) l'ideale del regista che è capace di vendersi la casa o di divorziare dalla moglie pur di arrivare al montaggio finale del film che ha in mente. Isolato dal mondo, in una tenuta di campagna inglese, in effetti, Kubrick passò quasi la metà della sua vita a elaborare film lontano dagli “studios” hollywoodiani (sebbene mantenesse un buon rapporto con la Warner Brothers e producesse i suoi film in accordo con la stessa produttrice cinematografica) e lontano dal "gossip" e dalle domande dei giornalisti e dei curiosi, oltre che dalle mode del momento. Anzi, spesso Kubrick dovette frenare o rimangiarsi un progetto o rimandare un film solo perché qualcuno prima di lui lo aveva già anticipato nel tempo: l'idea di Full Metal Jacket, ad esempio, gli venne quando Coppola aveva appena finito Apocalypse Now e Oliver Stone aveva appena mandato nelle sale il suo Platoon...scherzi del destino o gaffe dell'ultim'ora o sfortuna di chi a volte assume i tratti di Fantozzi.

E un'altra delle cose che si pensano a libro terminato è che, in realtà, Kubrick dovette soffrire parecchio a causa della propria genialità, delle proprie ossessioni, delle proprie manie sul set. Era un perfezionista, che riusciva a portare all'esaurimento chiunque decidesse di lavorare con lui (anche se Emilio D'Alessandro, il suo autista personale, riesce a farci vedere anche il suo lato più umano e più tenero, per così dire, nel libro confezionato da Filippo Ulivieri (cfr. il post che ho dedicato a Stanley e me (Milano, il Saggiatore, 2012) quando uscì: bellissima l'esperienza avuta a Roma alla presentazione del libro, gentilissimo Ulivieri e generosissimo D'Alessandro nel raccontare la sua avventura con il regista).



Un esempio fra tanti: quando, prima di Eyes Wide Shut e subito dopo Full Metal Jacket, Kubrick torna all'idea di fare un secondo film di fantascienza (quell' A.I. che poi avrebbe girato Spielberg, anni dopo la morte del collega) decide che è ora di appoggiarsi a un esperto e ordina a Aldiss, uno dei suoi più fedeli collaboratori, di contattare Hans Moravec, uno dei maggiori esperti al mondo di “Intelligenza Artificiale”.

Aldiss ci riesce e gli comunica che in quel momento Moravec è in Giappone per un ciclo di conferenze e Kubrick (secondo la testimonianza di Aldiss):

“Ok, trovalo in Giappone”.
“Ah, Stanley, come faccio?”
“Chiama la Warner a Tokyo. Digli di muovere il culo e trovare Moravec”.
“Ma Stanley, è mezzanotte a Tokyo...”
Un'ora più tardi Moravec era al telefono” (cit. John Baxter, Stanley Kubrick. La biografia, Torino, Lindau, 1999, p. 466).

E allora uno si ferma a riflettere: Kubrick era un solitario, un regista autoritario, uno inflessibile, eppure, doveva pur avere una qualche qualità speciale, una capacità invidiabile, se davvero riusciva (dal suo cottage inglese immerso nei boschi) a parlare con personalità ed esperti mondiali da ogni parte del Globo. E l'ambivalenza sorge anche contemplando le molte foto che appaiono nel libro: a partire dalla copertina, dove un Kubrick ancora relativamente giovane sorregge nella mano destra un obiettivo attaccato ad un'occhio e poggia paternalmente la mano sinistra sulla spalla di Gary Lockwood nei panni dell'astronauta di 2001: A Space Odissey. L'ipotetico spettatore che non avesse mai visto nemmeno un film di Kubrick potrebbe facilmente pensare che si tratta della foto di un padre con il figlio, intento a fargli forza, a infondergli coraggio e a fare il tifo per lui poco prima che inizi il gioco (la partita del film).

Ma possiamo citare anche un'altra foto in cui Kubrick, in una pausa sul set di Orizzonti di gloria, completamente avvolto in un giaccone enorme di fustagno, sorseggia un caffè americano in compagnia di Kirk Douglas e di quella che poi sarebbe diventata la sua terza moglie, Christiane Harlan. Kubrick ha la testa avvolta in un cappello di lana e sembra davvero un superstite della Prima Guerra Mondiale, un soldato scampato alla morte e alle bombe nelle trincee, le mani inguantate, lo sguardo rivolto all'orizzonte, mentre gli altri due attori ridono e scherzano, anche loro sorseggiando del caffè bollente.

O come in un'altra foto dal set di Arancia meccanica: Kubrick, già più vecchio, con la barba incolta e i capelli scompigliati, sembra un prete intento ad officiare la messa a pochi passi da un enorme crocefisso. Sopra di lui, un secondo crocefisso sembra osservarlo dall'alto in basso. E' lo spazio che ricrea la cappella all'interno del carcere minorile in cui finirà Malcon MacDowell dopo che i “drughi” si saranno ribellati e lo tradiranno. Uno spettatore ingenuo contempla la foto e pensa che a breve quest'uomo barbuto leggerà brani dal Vangelo secondo Matteo.



Kubrick e la difficoltà di creare. Kubrick e la genialità di un regista che sapeva benissimo che cosa stava girando e che, per questo motivo, era capace di sferzare la forza psichica e fisica di chi gli stava attorno. Kubrick e la serietà di chi gioca a un gioco rischioso: quello di ri-creare il mondo a partire dalle immagini e dal montaggio cinematografico sperando di avere (sempre) il controllo assoluto e totale sul risultato finale. Kubrick e il cinema come arte che ri-produce (all'infinito) la bellezza di inquadrature che sono rimaste (e forse rimarranno anche in un futuro lontano) nella retina di milioni di spettatori. Kubrick e la difficoltà di generare questo tipo d'immagini indelebili.

sábado, diciembre 02, 2017

Intertestualità

Stanco e senza quasi voce (mal di gola maledetto, che arriva puntuale al primo abbassarsi della temperatura), mi reco in aula come il condannato a morte verso la sedia elettrica. Tanti, troppi alunni seduti in attesa del prof. che li illumini.

Stanco e stressato, con la testa a Roma (dove una casa editrice abbastanza seria ha appena ricevuto il nostro "visto si stampi" - il che vuol dire che, a partire da quel momento, il libro va in stampa e non sarà più possibile apportare correzioni o ripulire gli inevitabili refusi), mi accingo a spiegare un concetto non certo facile: che cos'è l'intertestualità e come funziona. Che vuol dire che i testi (soprattutto quelli del cosidetto "postmodernismo") dialogano tra di loro, a distanza, a volte sotto forma di parodia, altre sotto forma di omaggio, altre ancora (la maggior parte delle volte) come ri-scrittura di un modello appartenente a un'altra epoca, un altro contesto culturale, un'altra ideologia...

E non so né come né perché, mi rammento della famosa scena della carrozzina ne La corazzata Potemkin di Sergej Ejzenstejn (del 1925!): è una scena mitica, ogni cinefilo che si rispetti la conosce a memoria:


L'esercito sta trucidando il popolo ribelle e una madre prova come può a difendere il figlioletto, ma un soldato le spara e mentre la donna si accascia a terra, spinge senza volere la carrozzina del bimbo... E la carrozzina, ovviamente, comincia a scendere lungo la scalinata, inesorabilmente, inevitabilmente, e Ejzenstejn, che ha inventato il montaggio alternato, riesce a creare una suspense immane con l'alternarsi (appunto) di primi piani (delle vittime) e campi lunghi (del paesaggio), di movimenti inarrestabili dei soldati e di movimenti sincopati del popolo innocente... Dura 2 minuti, ma sono intensissimi, gli studenti trattengono il fiato, è incredibile come un film del 1925 riesca ancora oggi a sorprendere e a scioccare lo spettatore.


Bene, e ora guardate cosa fa Brian De Palma nel 1987 ne Gli intoccabili, un gangster-movie americano tipico:


Il bambino nella culla è un po' più grandicello di quello del film russo: la scena è molto più lunga (circa 7 minuti) e, soprattutto, il finale è specularmente opposto a quello di Ejzenstejn. Perché? Una ragazza coi capelli neri lunghi alza la mano: "Perché qui i buoni vincono e i cattivi perdono".

La ringrazio e le rispondo che ha ragione: ma non solo. Qui De Palma spettacolarizza la scena de La corazzata Potemkin, perché il bambino si salva in mezzo a una pioggia di proiettili e di mafiosi intenzionati a fare fuori chiunque gli si pari innanzi. Perché qui l'agente amico di Kevin Costner arriva (proprio all'ultimo momento) a frenare la corsa spericolata della carrozzina parandola come fosse un pallone sul punto di finire in rete (anzi, ha perfino il tempo di lanciare una pistola carica all'amico rimasto a secco).

Omaggio? Parodia? Ironia? Ri-scrittura?

Possiamo rifletterci un po' su, ma è quasi inevitabile constatare come tra la Russia degli anni 20 di Ejzenstejn e gli USA degli anni 80 di De Palma c'è un vero e proprio abisso. E il fatto che l'americano non possa fare a meno dell' "happy end" la dice lunga su un certo modo d'intendere la vita, e il cinema, e la realtà tutta (da parte dello stesso regista, ma anche da parte della politica degli "studios" e di Hollywood tutta...). Riflettiamoci. Riflettetici. E poi tornate a leggervi l'Odissea e, in parallelo, aprite Ulysses di Joyce.

La voce completamente svanita, il bruciore in gola mi paralizza, ma mi faccio violenza e esco dall'aula con in mano lo zainetto pieno d'acqua. Sta piovendo a dirotto. Il cielo è nero. E tira un vento che fa tremare le auto. Le chiome degli alberi sbandano come alcolizzati sulla via del ritorno. È il primo giorno del mese di Dicembre. E siamo riusciti a portare a termine una lezione che sembrava un macigno. Un'alunna che si era seduta nelle ultime file mi si avvicina con un ombrello in mano e mi chiede se accetto una caramella alla menta: "Per il suo mal di gola", aggiunge. Ha un sorriso bellissimo. Vorrei abbracciarla forte forte. Mi trattengo e accetto, la ringrazio e affronto la tempesta. Iniziamolo bene quest'ultimo mese di fatica prima delle vacanze natalizie. Dai.


 Quasi fatto tutto (in tempi record) Non so esattamente come ci sono riuscito, ma ho quasi fatto tutto (in tempi record). Sarà che sotto str...