domingo, julio 14, 2019

Impegni e priorità

Dunque, quest'anno avrei dovuto viaggiare di nuovo in Inghilterra e tornare sul "luogo del delitto", ovvero, l'Università di Oxford, che ho adorato e amato e ammirato l'anno scorso proprio di questi tempi, ovvero, verso la fine del mese di Giugno...

La nascita della mia prole mi ha obbligato a dare priorità alle cose e agli impegni estivi; quando uno diventa padre impara subito a capire cosa è prioritario e cosa secondario; una conferenza da dare nell'ambito di un congresso oxfordiano è secondaria rispetto alla nascita della propria prole; così la redazione di un articolo (non c'è articolo scientifico al mondo che non possa aspettare, quando tuo figlio ti chiede di mangiare o non è ancora in grado di mangiare da solo e con le proprie mani e dipende totalmente da te e dal biberon che tu gli offri in pasto).

E così pure il viaggio a Napoli: ho dovuto rimandarlo a Febbraio 2020, se tutto va bene e non sorgono imprevisti (e anche solo scriverlo "2020", mi fa un certo effetto, sembra davvero fantascienza...).

E così pure la traduzione di un libro di racconti dallo spagnolo all'italiano: sono mesi che rincorro l'autore e gli eventuali editori italiani interessati alla mia proposta, ma ora che sono diventato padre "partorire" questo libro, "dare alla luce" questi racconti nella lingua di Dante non è più prioritario come lo era mesi fa. E forse è un bene, forse è anche meglio così: anche un libro tradotto può aspettare, le traduzioni sono operazioni di lunga durata, operazioni complesse che richiedono la massima concentrazione e io ora questa concentrazione massima non ce l'ho più, perché la prole ti obbliga a seguire degli orari assurdi e l'insonnia diventa quotidianità e il ritmo di quando uno pranza e quando uno cena possono subire ritardi non previsti nell'arco di pochi minuti...

Prima mangiano i figli, poi i genitori. Non l'avrei mai pensato, prima di essere diventato tale...

E insomma, vivo questa nuova condizione di padre e genitore come se fossi in un limbo, dove tutto assume un significato relativo, dove la paura svanisce (non si può essere genitori avendo paura), dove si scopre una forza (fisica e d'animo) che non si sospettava d'avere.

E intanto, nei pochissimi ritagli di tempo che ho per stare solo e lontano da loro, dai figli e dalla compagna d'avventure, ecco che invento racconti che poi scriverò (chissà quando e chissà come, ma so che li scriverò); ecco che m'invento un futuro ancora tutto da scrivere, anche in loro compagnia...

E leggo saggi difficili, ma affascinanti, come L'inchiostro della malinconia di Jean Starobinski (Torino, Einaudi, 2014), o Ascoltare il passato con gli occhi, di Roger Chartier (Roma-Bari, Laterza, 2009), anche se a volte non capisco le frasi appena lette e devo tornare a rileggere, anche se a volte mi addormento sui libri e contemplo lo sguardo assonnato di chi mi ha reso padre...

sábado, junio 29, 2019

25 di Giugno del 2019

Ci sono date che uno non potrà mai dimenticare. Nel mio caso è quella che dà titolo a questo post, che pubblico dopo quasi più d'un mese d'assenza da questo "diario virtuale", scritto da me per me e per chissà chi altro...

Il sorriso della tua compagna di avventure quando esce dalla sala parto con in braccio le tue figlie; il brillio degli occhi di chi ha lottato per arrivare fino a quel punto, la nascita delle proprio figlie, sangue del tuo sangue, sangue del suo sangue...L'allegria, la felicità indescrivibile, l'assurda potenza dell'amore e della vita che si fa strada in mezzo a mille ostacoli, a dottori che danno versioni contrastanti e contraddittorie, a ginecologhe che t'ispezionano senza pietà, infilandoti le dita fino al collo dell'utero per dire che le contrazioni non sono poi così frequenti e che, quindi, forse è meglio il cesareo...

Il sorriso che diventa risata e poi le lacrime di gioia: la tua compagna d'avventure che ti abbraccia, tu che la baci, tutti che vi baciate, perché sapete che non è stato un parto normale, che sono pochissime le donne che mettono al mondo dei gemelli col parto naturale...

E l'ostetrica che ci fa i complimenti. E si mette a piangere anche lei. Gli infermieri che scherzano. I familiari che saltano di gioia, davanti ad altri padri in attesa di diventare padri; ad altri zii, in attesa di vedere i loro nipoti; ad altri nonni che non vedono l'ora di viziare i figli dei loro figli...

Non credo esistano al mondo dei luoghi più intrisi di emozioni umane come il reparto "maternità" di un ospedale... La suspense la si percepisce in ogni angolo di ogni sala d'attesa. Perché è nelle sale parto, che viene al mondo un nuovo essere umano; perché è lì che una donna diventa madre e rende un uomo padre, ovvero, un uomo nel pieno senso del significato del termine.

25 Giugno del 2019. È questa la mia data...

martes, mayo 28, 2019

La luce in fondo al tunnel



E così, arrivano all'improvviso quei momenti in cui tutto sembra risolversi, in cui problemi che ti sembravano macigni o scogli insormontabili diventano sciocchezzuole di cui sbarazzarsi in una scrollata di spalle, in cui ciò che sembrava impossibile, diventa non solo fattibile, ma quasi reale...

Se prima nessuno ti rispondeva, ora hai a disposizione due case editrici che potrebbero essere interessate al tuo progetto di traduzione (non importa che la scadenza cada nel 2020 o nel 2021: tu ci credi e speri di vivere almeno fino a quella data).

Se prima ti sentivi incapace di tornare a scrivere un racconto, ora non sono l'hai scritto (in seconda persona del singolare, come questa riflessione volante), ma l'hai anche fatto leggere ad una lettrice esperta e lei t'invoglia a scrivere di più, le è piaciuto, si vede, si nota dallo sguardo che ha fatto quando, stamattina, ti ha confessato: "L'ho letto! Ma è meraviglioso! Stupendo!".

Se prima ti sembrava impensabile organizzare le cartacce per fare una domanda a livello nazionale sul territorio italiano, ora hai capito come funziona il sistema e il meccanismo del programma informatico messo a disposizione dal Ministero e ci provi quasi gusto a caricare i files in pdf negli appositi spazi...condanna di Sisifo, ma sì, accidenti, si può fare...

Se prima ti veniva l'ansia a pensare al convegno da te organizzato all'interno della tua Università, ora che è finito, ora che i colleghi ti hanno fatto i complimenti per come è venuto, ora che perfino gli studenti ti manifestano il loro vivo interesse, ecco, ora capisci che nonostante il sudore e lo stress spesi per organizzare il tutto ne è davvero valsa la pena...

Se prima ti sembrava assurdo far parte di una giuria chiamata a scegliere il libro dell'anno della Regione del Sud del Sud della Spagna in cui pernotti, ora sai che le vie della letteratura sono infinite e che se uno coltiva la sua passione di lettore inquieto e irrequieto, ecco, se uno è davvero appassionato di ciò che fa, allora forse anche gli altri se ne accorgono e provano a metterti alla prova, ti fanno partecipare, si fidano del tuo gusto e della tua professionalità e tu speri, sinceramente, di non deluderli (e incroci le dita, sperando che arrivino libri degni d'interesse e di alta qualità letteraria)...

E che la morte ci sorprenda al lavoro, come diceva Picasso (o forse era Luis Buñuel)...

lunes, mayo 06, 2019

Roberto Calasso legge Sir Thomas Browne: o del senso della vertigine


Chi conosce Sir Thomas Browne sa già che leggendo le sue opere s'imbatterà in questioni di una certa trascendenza e, se ci riflettiamo un po' sopra, non è nemmeno poi tanto strano che ciò accada: Browne (nato il 19 Ottobre nel 1605 a Norwich e morto lo stesso giorno, ma del 1682, ovvero, 77 anni dopo, nello stesso luogo) era, innanzitutto un medico, e poi, subito dopo, un teologo e un erudito. Insomma, si trattava di un uomo d'un certo grado di cultura che, davanti a un cadavere, non solo si preoccupava di scoprire le cause ultime del decesso, ma si domandava anche dove potesse finire l'anima del deceduto, se all'Inferno, o al Paradiso, o al Purgatorio...dunque, uno che ci ricamava parecchio sopra, su certe questioni, anche perché - amante dei libri (rari e antichi) e di letteratura - era dotato d'uno stile proprio davvero geniale e particolare e perfino riconoscibile, quando uno vi entra in contatto e vi stabilisce una certa confidenza (basti leggere Religio Medici o Urn Burial, che è un po' il suo capolavoro, e un lettore attento si rende conto del tipico giro della frase "alla Browne").

Ora, leggere un saggio di un altro tipo esperto di mitologia, archeologia, sociologia, storia delle religioni e letteratura  comparata come Roberto Calasso (colui che - possiamo dirlo -  inventò l'Adelphi in Italia negli anni 70, dando vita ad uno dei cataloghi letterari più eleganti ed interessanti di tutto il Mondo) non può non riservare delle belle sorprese, per svariati motivi.

Il primo è, di nuovo, quello relativo allo stile: chi ha letto (e goduto della lettura di) Le nozze di Cadmo e Armonia (1988) sa già come scrive Calasso, di quale eleganza espositiva è dotato, di quanta erudizione si nutre, ma senza mai strafare, senza mai atteggiarsi a "colto" che ne sa più di te, sempre accompagnando il lettore con attegiamento davvero umile.

Il secondo è legato, invece, al contenuto del libro: fa davvero impressione scoprire che questo testo è la tesi di laurea di Calasso, discussa nel 1965 presso l'Università "La Sapienza" di Roma, quando Mario Praz fu suo relatore e, si suppone, maestro spirituale nel corso di una ricerca tutta a metà tra letteratura inglese, filosofia antica e, come dicevo supra, storia delle religioni. 

Il terzo motivo è legato alla data di discussione della tesi, il già ricordato anno del 1965. Ebbene, basta una rapida ricerca su Wikipedia per scoprire che nel 1965 Roberto Calasso aveva appena 24 anni! E allora l'ammirazione che uno sente verso uno scrittore e studioso ed erudito che scrive già così a soli 24 anni non può che aumentare fino all'Empireo...

Il quarto motivo deriva, invece, dalla struttura stesso del libro: ogni capitolo è un avvicinamento sempre più deciso verso il mistero dei geroglifici, così come li hanno "inventati" ed "utilizzati" gli antichi egizi. Fermo restando che il mistero resta tale, è incredibile constatare come e quanti autori canonici, oltre a Sir Thomas Browne, si siano interessati ai geroglifici come primordiale (o primitiva) forma di comunicazione tra gli esseri umani: da Ficino a John Donne, da Pico della Mirandola a Coleridge (grande ammiratore e fervido lettore di Browne), da Sant'Agostino fino a Paul Valèry, sembra che non ci sia scrittore di razza o poeta o intelletuale che non si sia fatto prendere dal fascino indelebile ed imperscrutabile dei geroglifici.

E Calasso, sorpassando, in parte, la rigidità tipica del genere "tesi di laurea", riesce nel miracolo di avvincerci, di trascinarci, di ipnotizzarci nelle mille pieghe (nei "Millepiani", mi verrebbe da dire, alla Gilles Deleuze e alla Félix Guattari) dei geroglifici e delle opere principali del grandissimo Sir Thomas Browne...

Succede, ad esempio, nella parte finale, quando Calasso chiosa il famosissimo e citatissimo capitolo V di Urn Burial (talmente famoso e talmente citato che Jorge Luis Borges, in combutta con l'amico Adolfo Bioy Casares, pensò bene di aggiungervi dei frammenti apocrifi, scritti secondo il perfetto stile Browne):

"Così arriviamo a parole famose e stupende: 'Quale canzone cantassero le Sirene, o quale nome abbia assunto Achille quando si nascose fra le donne, sono domande astruse che pur si prestano a congetture... Ma chi fossero i proprietari di quelle ossa, o quali corpi avessero costituito quelle ceneri, neanche gli annalisti potrebbero dirlo'. Tombe, urne, ceneri, tutto viene disperso; tutto torna all'anonimità; la memoria dei fatti è affidata al caso" (id., p. 167).

E noi, poveri lettori mortali, non potremo più evitare di porci quelle domande astruse: quale canzone cantassero le Sirene, quale nome abbia assunto Achille quando si nascose fra le donne...

La letteratura (per Calasso, ma anche per Browne) è anche questo: la possibilità di porsi delle domande cui è impossibile trovare una risposta. O anche: un insieme di geroglifici di cui abbiamo perso il codice.

jueves, mayo 02, 2019

Stazione Termini (o dell'impossibilità di raggiungerla)


Come ho già scritto in questo "diario di bordo" virtuale svariate volte, ho sempre vissuto accanto a luoghi di transito o, al contrario, spazi dove i morti dormono il sonno eterno; ovvero, ho sempre abitato a pochi metri da stazioni di autobus o treni, perfino di aeroporti (con tutto il rumore o l'inquinamento acustico che ciò comporta), o accanto ai cimiteri delle varie città in cui (fino ad oggi) s'è (più o meno) svolta la mia vita (Roma, Pisa, Firenze, Salerno, Madrid, e l'attuale città del Sud del Sud della Spagna da cui sto scrivendo).

Stanotte è toccato a Roma il compito di (ri)convertirsi nello scenario del mio incubo quotidiano (ma quanti incubi faccio - e ricordo - ultimamente? Troppi!): mi trovavo in una strada desolata della periferia più periferica della capitale e non riuscivo letteralmente a ritrovare la strada del ritorno a casa, ovvero, la direzione giusta per tornare alla Stazione Termini che, effettivamente, per me, quando abitavo a Roma, era davvero il sinonimo del "ritorno a casa" (vivevo a 12 minuti esatti di camminata a piedi dalla famosa stazione ferroviaria e a 15 minuti esatti dal Colosseo una volta attraversata Via Merulana e imboccata quella che - a tutt'oggi - è per me una delle strade più belle della capitale, ovvero, Via Mecenate, a pochissimi passi dal Colle Oppio, un altro dei miei luoghi del cuore - lì ci (ri)lessi per intero Cent'anni di solitudine di Gabriel García Márquez ed altri capolavori...).

Mi avvicinavo alle fermate degli autobus, ma non passava mai nessuno; fermavo qualche passante e questi mi evitava come se avessi la peste; poi appare una mia collega, molto giovane e molto carina, la tipica spagnola con i capelli ricci e folti e gli occhi scuri e le labbra carnose e la voce possente e mi abbraccia, come se fosse mossa da tenera compassione per me: "Marta, tu sai come faccio a tornare a Termini? Da che parte è?". E Marta mi risponde: "Il cammino è tortuoso e labirintico"; o "Troppo labirintico per te"; o "C'è un labirinto tortuoso prima di arrivarci, stai attento".

Poi vedo una macchina del car-sharing, una di quelle elettriche che qualche romano usa davvero per muoversi in città senza dover spendere troppo di benzina e parcheggi. Mi avvicino, ma appare subito un uomo (senza volto) che mi avvisa: "È passata la mezzanotte, non si può più noleggiare".

E allora appare un'altra collega, anch'ella spagnola, ma bionda e dai capelli lisci, molto giovane e molto bella, anche se di una bellezza più nordica, rispetto a Marta, e lei pure mi abbraccia e mi chiede che cosa diavolo ci faccio in giro per quel quartiere sporco e brutto di Roma a quell'ora tarda della notte. Non so cosa le rispondo. Forse non apro nemmeno bocca. La prendo per le mani e la invito a distenderci tutti e due a terra, sull'asfalto. Senza parlare, iniziamo a contemplare entrambi il cielo stellato. Poi le carezzo la pancia e poi le sbottono i jeans e continuo a perlustrarne il corpo, la pella liscia, i peli del pube, l'umidità della vulva. Mi sento felice, anche se dura poco, perché poi mi ritrovo di nuovo accanto alla fermata dei bus fantasma. Leggo vari numeri, ma non ne memorizzo nemmeno uno. Poi un'autista tipico romano mi dice in dialetto che "hai voglia a te pe tornà giù a Termini!". Come chi esclamasse: " Campa cavallo!". E allora la disperazione, l'angoscia, la frustrazione s'impossessano di nuovo della mia mente e del mio corpo; cani randagi a zonzo per le strade notturne; vialoni pieni di alberi mezzo abbattuti; luna piena e stelle in cielo, come nel set di alcune scene notturne di Profondo Rosso di Dario Argento; provo a camminare, ma tanto lo so che sto girando in torno, che mi sarà impossibile ritrovare la strada per tornare (a piedi) a Termini...

Mi sveglio immerso nel sudore diaccio degli incubi che ci fanno sospirare. In parte felice per aver toccato la mia bella collega (anche se solo su di un piano fittizio, onirico) e in parte angosciato, tristissimo, per non aver saputo portare a termine un'azione che, quand'ero romano anch'io, riuscivo a fare anche due o tre volte al giorno.

Che significa tutto ciò? Perché uno sogna di non riuscire a camminare verso un luogo che gli è ultra-familiare? E che c'entra l'intermezzo erotico con la seconda collega e quello enigmatico con la prima?

Una settimana fa mi trovavo in Italia e Roma l'ho soltanto sfiorata, perché una volta atterrati a Fiumicino, io e la mia compagna di avventure abbiamo subito preso un bus per andare a vedere i miei nel paesino arroccato sui monti abruzzesi di cui dò nota nel mio profilo di queste pagine, senza, appunto, passare dal centro della capitale. Mio fratello vorrebbe comprare un appartamento in zona Centocelle, niente a che vedere con l'Esquilino dove abitavamo quand'eravamo entrambi studenti universitari.
Mia sorella mi ha fatto vedere alcune puntate di Suburra, la famosa serie sui rapporti tra la Mafia, Roma e Ostia.
Ma che c'entra Termini? Che c'entrano le due colleghe? Perché tanta frustrazione nel non riuscire ad andare alla Stazione Termini?

sábado, abril 20, 2019

Racconti in potentia


In realtà, pensavo, la realtà stessa si presenta sotto forma di una costante miriade di "racconti in potentia", ovvero, di racconti che uno potrebbe raccontare o ri-raccontare in mille modi diversi... Provavo a spiegarlo alla mia compagna di sventure mentre lei era in cucina intenta a preparare un piatto di lenticchie (con una foglia d'alloro) e io ero intento ad accendere il televisore.

Poi successero mille altre sciocchezzuole, fino a quando, attorno alle ore 20:00, mentre io ero intento a leggere l'ultimo romanzo di Enrique Vila-Matas, Notre-Dame bruciava smuovendo alla commozione (e, in alcuni casi, alle lacrime) migliaia e migliaia di umani su questo pianeta...

Fa davvero impressione vedere cadere pezzi di legno ancestrale da quell'altezza; fa impressione vedere come basta così poco per cancellare (o deturpare) secoli di storia... E fa riflettere il fatto che, proprio mentre il tg mandava in loop quel crollo, io fossi arrivato a leggere uno dei brani più emblematici di Esta bruma insensata (ovvero, "Questa bruma insensata", ennesimo esempio della scrittura folle di Vila-Matas), quello in cui il narratore e protagonista narra in prima persona l'Apocalisse del giorno del referendum illegale in cui una parte dei catalani provò a rompere l'unità nazionale e si proclamò (anche se per pochi secondi) l'indipendenza della Catalogna dal resto della Spagna...e il narratore-protagonista si sorprende e resta a bocca aperta nel contemplare decine e decine di elicotteri che sorvolano il cielo di Barcellona come nella famosa scena della "cavalcata delle Walkirie" in Apocalypse Now di Francis Ford Coppola...

Un brano ben scritto che evoca una scena bellissima, una delle scene più impressionanti di tutto il film e di tutta la storia del cinema; e ora che ci penso, io venerdì scorso sono andato a teatro a sentire un concerto di Wagner, il Parsifal, in versione non-integrale, solo alcuni brani (e ciononostante è durato quasi 2 ore), che sono riusciti ad emozionarmi, a darmi un'idea del genio del musicista tedesco manipolato, tergiversato, strumentalizzato da Hitler e dai suoi comandanti nazisti...

"Se buttano troppa acqua dagli elicotteri potrebbero fare più danni che altro", dice un giornalista ai piedi della famosa cattedrale (quante foto avrò fatto lì dentro, quando andai a visitarla la prima volta in compagnia di Alyssa!). Poi smetto di leggere e smetto di guardare il tg che non si stufa di mandare in loop quelle immagini di distruzione e catastrofe apocalittica.

Fa girare la testa pensare ai diversi, molteplici punti di vista in cui si potrebbe narrare questa giornata del 15 di Aprile del 2019...Il punto di vista dei preti che vi hanno celebrato messa; quello dei fedeli accorsi a sentire la messa; quello dei pompieri, allertati e prontamente accorsi a spegnere - o a cercare di spegnere - le fiamme; quello dei giornalisti subito accorsi con le loro telecamere e i cellulari; quello dei milioni di turisti che non credono a ciò che vedono, anche se lo stanno vedendo coi loro occhi ed in diretta; quello di Macron; quello dei terroristi islamici che odiano la Francia, l'Europa e tutto ciò che sa di "cristiano"; quello di Marin Le Pen; quello di Trump e degli americani che, magari, non hanno mai messo piedi a Parigi; quello dei parigini che odiano la capitale e quello dei parigini che, al contrario, la amano in modo esagerato; quello degli uccelli - corvi, gabbiani o semplici piccioni - che erano soliti appolaiarsi lassù, magari sulla punta della croce della torre che perde pezzi di legno in fiamme...quello delle statue, le centinaia di santi, mostri, draghi, re e regine, suore e monaci che svettano a strapiombo dalla facciata e dagli archi laterali...

Che miriade di racconti in potentia! Che caos narrativo!

martes, marzo 19, 2019

Un minimo di cortesia


Dunque, i fatti sono questi: un amico scrittore mi ha proposto un'idea: "E se traducessi tu dallo spagnolo all'italiano i miei racconti?". Ed io ho subito detto di sì. Perché, a mio modesto parere, l'amico e scrittore in questione è molto più bravo nella corta che nella lunga distanza (anche se - guarda il caso - è stato grazie ad uno dei suoi ultimi romanzi più estesi - circa 300 pagine - che è riuscito ad arrivare penultimo in uno dei concorsi letterari più importanti e prestigiosi della Spagna).

E allora mi attrezzo e inizio a cercare le eventuali case editrici che meglio si confanno alle bisogna. E inizio ad appuntarmele in una bella lista che mi ricorda (nella memoria) quella volta in cui tentai di fare lo stesso per una scrittrice d'ogirini italo-argentine che ora vive a Parigi (o in altra città francese, non ricordo bene) e che, a suo tempo, mi chiese il favore di far circolare il suo romanzo (pubblicato in spagnolo) nell'ambito italiano (se mai avessi trovato un qualche editore disposto a pubblicarlo nella lingua di Dante) e niente, succede che nessuno risponde, ovvero, che nessuna delle email "di contatto" che appaiono sui siti di tutte le case editrici nostrane dà segnali di vita, come se le stesse nostrane case editrici fossero così impegnate a lavorare giorno e notte da non avere tempo né risorse né personale per dare una risposta a chi - incauto e sprovveduto o innocente lettore ingenuo - tenti di entrare in contatto con le stesse; come se tutte le case editrici italiane (e mi riferisco specialmente a quelle medie e piccole, non certo ad Adelphi, né a Feltrinelli, né tantomeno a Mondadori) non avessero previsto nemmeno una semplice email di risposta cosiddetta "automatica", del tipo: "Gentile utente, grazie per averci contattato; in questo momento, non siamo disponibili né possiamo darle una risposta; le scriveremo non appena potremo". Niente. Nulla. Zero. Come se fossero talmente ingombre di lavoro e di email di questuanti, di potenziali scrittori in erba e di potenziali molestatori seriali (gente che non la smette di bussare alla porta finché qualcuno non si degni di aprire loro o di dare loro una risposta), che, alla fine, hanno optato per il mutismo ("Caro lettore/aspirante scrittore delle mie scatole, scrivi pure quanto vuoi, tanto noi non ti daremo la soddisfazione d'una risposta; anzi, ti cestiniamo ancora prima di leggerti e di sapere cosa diavolo vuoi o pretendi scrivendo all'email di contatto che appare sul nostro sito").

E allora uno pensa, uno ipotizza, uno immagina che, in realtà, un modo di lavorare di questo tipo è sintomatico di scarsa capacità imprenditoriale, di nulla valorizzazione dei propri capitali, di mancanza di cortesia, soprattutto, verso l'aspirante scrittore o il lettore molesto. Perché se è vero che le case editrici italiane saranno sommerse da migliaia e migliaia di manoscritti inviati per email (e io in tal caso proibirei l'invio tramite email e obbligherei tutti alla spedizione cartacea via posta tradizionale), se è vero che saranno disturbate quotidianamente da una caterva di lettori che vogliono chiedere mille informazioni sciocche sul loro conto o fare mille proposte editoriali, è pur vero che non costa nulla (o molto poco) rispondere, magari anche con un'email già bella e pronta, come quella che ho citato supra.

Per esperienza diretta, non esiste, in Spagna, casa editrice che non dia una risposta all'utente in men che non si dica. Diversi anni fa, quando ancora vivevo a Firenze, Anagrama (che potremmo paragonare alla nostra Einaudi) mi spedì una copia difettosa di Speak, memory, la pseudo-autobiografia di Vladimir Nabokov. Scrissi loro con tono non certo conciliante, perché mi pareva un'ingiustizia che il libro fosse stato stampato all'incontrario e iniziasse con il capitolo finale (anche se, chissà, forse Nabokov avrebbe sorriso d'un incidente simile). Non passarono nemmeno due giorni che Anagrama mi rispose per chiedere scusa dell'incidente e spedirmi (a carico loro e dopo una sola settimana) una nuova copia, questa volta in perfetto stato, del libro del Nostro.

E concludo dicendo che: l'indifferenza altezzosa o superba nei confronti dell'utente (qualsiavoglia sia la natura dello scritto dello stesso) è indice di scarsa professionalità. E a lungo andare, sia gli aspiranti scrittori sia i lettori molesti smetteranno di usare quell'email di contatto dietro cui si cela il nulla. E questo, diciamocelo francamente, è un grande auto-goal; non si può avviare un'azienda, non si può pretendere di farsi pubblicità positiva, non si può prosperare economicamente, assumendo un atteggiamento tanto scortese o tanto lontano dalla cortesia minima che si stabilisce tra il "produttore" e il "consumatore". Ipse dixit.

miércoles, marzo 06, 2019

A Tale of Two Cities di Charles Dickens e la primavera


A Tale of Two Cities: così s'intitola il romanzo di Charles Dickens che sto divorando in questi primi giorni di Marzo, mentre la primavera torna a farsi respirare per le strade della città del Sud del Sud della Spagna in cui vivo.
Parigi e Londra sono le due città evocate implicitamente nel titolo: due luoghi che, nelle mani del grandissimo scrittore inglese, diventano lo scenario su cui si stagliano descrizioni letterarie che ti lasciano letteralmente a bocca a aperta: per la precisione con cui il narratore ci mostra i luoghi, i personaggi e i fatti; per la ricchezza sinestesica con cui li rendi vivi (per cui - un po' come farà più tardi Marcel Proust nella sua Recherche - perfino gli oggetti "parlano" o diventano "animati"); per il ritmo cinematografico con cui si susseguono (ben prima dell'invenzione del cinema), per cui il lettore non può smettere d'andare avanti nella lettura (se ci si presta la giusta attenzione, ci si accorge che le descrizioni, lungi dal rallentare l'azione, la complicano, la amplificano e la rendono ancora più avvincente).
Cito al volo dal cap. 16 del Libro II (la traduzione dallo spagnolo all'italiano è mia e sarebbe interessante vedere come suona questo brano nel testo originale in inglese), da uno dei tanti brani in cui il narratore (e Dickens dietro di lui) ci rende partecipi del clima di terrore e rabbia sociale dei più poveri contro i più ricchi, della plebe contro l'aristocrazia, negli anni che precedono di poco lo scoppio della Rivoluzione Francese e quelli che seguono, detti, appunto "del Terrore":

"Le donne cucivano e cucivano cose inutili, essendo il lavoro meccanico un sostituto meccanico del mangiare e del bere: la mani si muovevano al posto delle mandibole e dell'apparato digestivo. Se le magre dita fossero rimaste inattive, gli stomaci si sarebbero sentiti ancor più attanagliati dalla fame".

E la descrizione va avanti, come se il narratore iniziasse una sorta di radiografia dello stato d'agitazione e di ansia, di attesa nervosa e rabbiosa delle donne nell'evolversi degli eventi:

"L'oscurità le circondò. E un'altra oscurità le avrebbe circondate quando le campane delle chiese, che, in quel momento, rintoccavano allegramente in ogni angolo della Francia, sarebbero state fuse e trasformate in cannoni tuonanti, e quando i tamburi militari avrebbero risuonato fino ad affogare una voce pietosa che, quella notte, riscuonava potente come la voce del Potere o dell'Abbondanza, della Libertà e della Vita. Tante cose iniziarono a circondare le donne che cucivano e cucivano e loro stesse iniziavano a circondare una struttura ancora non costruita e avrebbero continuato a cucire e a cucire, mentre avrebbero contato le teste che avrebbero cominciato a rotolare".

Contemplo le foglie degli alberi di fronte casa e mi domando quanto sia attuale ancora oggi questo brano se lo rapportiamo alle guerre ancora in atto sul Pianeta Terra (e all'odio che le hanno fatte nascere o che impedisce di frenarle). Penso a quanto ardore, a quanta energia, a quanta voglia di raccontare dovette percorrere le vene di uno come Charles Dickens da indurlo a scrivere brani come questi. E a quanto abbiamo da imparare, in quanto a scrittura romanzesca, da opere come A Tale of Two Cities...

Intanto, gruppetti di giovani donne vanno e vengono a piedi o in bicicletta, raggianti del sole primaverile, contente di andare a lavoro, mentre fuori la temperatura è ottimale.

domingo, febrero 24, 2019

Ulisse. L'ultimo degli eroi di Giulio Guidorizzi: un mito infinito


Ci sono opere letterarie destinate a permanere negli anni e nei secoli; opere che non perdono il loro fascino e che - anche a distanza di anni o di secoli - sembrano parlare proprio di noi, proprio a noi...lettori di quest'inizio del XXI secolo.

Una di queste opere è senza alcun dubbio l'Odissea di Omero; secondo alcuni, il primo poema epico della tradizione occidentale, ma anche il primo romanzo della letteratura europea. Si tratta di un "classico" che - per riprendere la famosa espressione di Italo Calvino - "non ha smesso di dire ciò che aveva da dire". Dentro c'è tutto o, meglio, c'è tutto ciò che ci rende esseri umani: l'amore, la passione, la guerra, la violenza, il tradimento, la nostalgia, gli affetti più puri e quelli più ambigui ed inclassificabili, l'ansia di conoscenza e la paura di sapere troppo...

L'Odissea è talmente potente, nei suoi contenuti, ma anche e, forse, soprattutto nel suo stile, che un lettore "attento" ed "inquieto" di oggi può riuscire a ri-narrarla coinvolgendo il lettore in una doppia ri-lettura: quella del testo originale, da un lato, e quella di un testo del tutto inedito in cui, a prendere la parola, sono quei personaggi (molti) che, in Omero, non ce l'avevano o parlavano poco o appena avevano modo di farsi sentire...

Ecco: è questa la doppia operazione che porta a termine (in modo egregio ed entusiasmante) Giulio Guidorizzi in Ulisse. L'ultimo degli eroi (Torino, Einaudi, 2018), un libro che si cala talmente tanto nell'Odissea da riuscire a farcene assoporare sfumature inattese o inaspettate, dettagli che forse nemmeno Omero aveva intenzione di svelarci del tutto, retroscena che si aprono sullo scenario principale e ci riportano indietro nel tempo, a quei giorni in cui l'Odissea la scoprimmo per la prima volta e la leggemmo tutta d'un fiato (anche quando non capivamo il senso di certi versi o di certe parole, ma non importa, a volte non bisogna capire tutto per apprezzare la grandezza di un'opera letteraria che ci parla di noi).

Io Giulio Guidorizzi l'ho scoperto grazie ad un altro lettore "inquieto" ed "attento", anzi, grazie al lettore più "attento" ed "inquieto" che conosca, ovvero, Piero Boitani (che ad Ulisse ha dedicato alcuni dei suoi saggi più belli, a partire da L'ombra di Ulisse che ebbi la fortuna di studiare a Villa Mirafiori, quando, studente di Lingue e Letterature Straniere, andavo a seguire le lezioni del Prof. Boitani, affascinato dal suo modo di leggere e interpretare i testi  - da Omero a Joyce, passando per Dante e Milton e T.S. Eliot e Borges e Shakespeare e tanti altri: quanto acume, quanta sensibilità, quanta erudizione e quanta passione ci metteva in quelle memorabili lezioni!).

E come non poteva essere altrimenti, Guidorizzi dedica il Prologo dell'opera proprio a Piero Boitani: "Il ritorno di Telemaco" s'intitola il primo testo che ci viene incontro in questo libro, un poema in cui è il figlio d'Ulisse a parlare in prima persona e a lamentarsi dell'avversa sorte... E già da qui capiamo che sarà proprio questa tecnica: cedere la prima persona narrante a tutti gli altri personaggi protagonisti (o co-protagonisti) dell'Odissea a rendere la lettura di quest'opera contemporanea un salto all'indietro (nel passato remoto delle nostre origini) e, al contempo, un salto in avanti (verso il futuro in cui ancora oggi si possono proiettare e capire le avventure dell'Odissea).

Impossibile riassumere le scene clou di quest'opera in cui si rivivono quasi in diretta gli affanni e le tribolazioni dei parenti più stretti dell'eroe (il primo, ma anche l'ultimo eroe della nostra tradizione culturale, perché dopo di lui si potrà - appunto - solo ri-scrivere il passato e l'opera che lo contiene, come dimostra Boitani nel saggio succitato). Mi limiterò a citare alcuni brani che mi hanno fatto venire voglia di andare avanti con lentezza: sì, perché non volevo arrivare all'ultima pagina, mentre leggevo questo testo; perché è stato bellissimo permanere per giorni e giorni all'interno di questo stesso testo, scritto con una delicatezza e una passione che non si trovano spesso nelle opere che costellano la letteratura contemporanea.

Ecco, dunque, Telemaco che s'imbatte in Nestore, vecchio compagno di battaglia di Ulisse. Il narratore ci dipinge la scena dell'incontro tra i due e riflette su cosa significava (all'epoca, per i greci) trattare bene un'ospite:

(p. 25): "Un ospite, uno xénos, è un dono degli dèi, insegnavano i vecchi ai più giovani. A chiunque un giorno sarebbe potuto capitare di essere accolto. Lo straniero doveva essere ospitato, e gli si dovevano offrire doni. E lui a sua volta poi avrebbe ricambiato. Nessuno appartiene soltanto a se stesso e alla sua famiglia, oltre questa cerchia ci sono altri uomini cortesi e generosi: lì si formava la rete delle amicizie e delle alleanze che si propagavano di generazione in generazione".

Ecco, basta leggere frasi come queste, alzare gli occhi dalla tastiera del pc (o dal foglio di carta, vergato a mano con la matita) e accendere le notizie del telegiornale, per rendersi conto di quanto attuale sia questo messaggio e di quanto venga calpestato oggigiorno nel Mediterraneo dei nostri antenati, di gente come Omero o Nestore, Telemaco o Ulisse...

E poi c'è la maga Circe, che ammalia e trasforma i suoi amanti in maiali o altri animali, ma con Ulisse è lei ad essere "ammaliata" e "stregata":

(pp. 57-58): "Ulisse sa come si raccontano le storie, parla e le parole escono dolci dalla sua bocca, in quella lingua strana che possiede tante parole per dire le cose; poi d'improvviso tace e ne pensa altre, migliori, mi guarda con i suoi occhi neri pieni di astuzia, e ricomincia a parlare. Mi ha raccontato cose vere e cose false per molte notti, dopo avere fatto l'amore, e su di noi la luna si è chinata molte notti ad ascoltare i nostri bisbigli, mentre eravamo sdraiati sull'erba morbida, e i fiori del mio giardino ci facevano da letto. Le notti sono dolci, qui, non soffia mai il vento".

E come dimenticare una descrizione così poetica, in un momento così passionale; e come non ricordare il finale: anche Penelope resterà a bocca aperta e vorrà ascoltare senza pause le storie che Ulisse inizierà a raccontarle dopo aver fatto l'amore (dopo 20 anni di assenza) su quel letto matrimoniale incavato nel tronco dell'albero che farà da "segnale" per il "riconoscimento" tra i due...

E poi c'è la discesa all'Ade, dopo le Sirene e dopo Calypso (che, come Circe, ha cercato di trattenere l'eroe a sè, offrendogli addirittura l'immortalità, ma Ulisse non ha ceduto, preferisce essere mortale): qui è lui a parlare in prima persona, è una delle poche scene in cui Ulisse si impossessa della voce narrante; Ulisse ha appena ascoltato la misteriosa profezia di Tiresia, quand'ecco che vede il fantasma della madre:

(p. 123): "Il mio cuore si riempì di dolore, e anche ora pensandoci le lacrime mi vengono agli occhi. Volli abbracciarla e mi gettai verso quella figura pallida che mi guardava e sembrava che solo i suoi occhi fossero vivi; volli abbracciarla, ma le mie braccia l'attraversarono come se fosse fatta di aria e me le trovai strette al petto. Tre volte tentai senza riuscirci. Quella è la sorte di chi muore: la carne si disfa, resta solo una bianca ombra senza forza, l'esistenza delle anime lì è un perenne dormiveglia, come quando ti ridesti per qualche istante dal sonno e poi cadi ancora preda dell'incoscienza".

Scena terribile, che ci lascia a bocca aperta e ci spinge verso gli abissi ontologici di ciò che chiamiamo (ancora oggi) vita e ciò che chiamiamo morte...

E poi c'è Penelope, la paziente, che ha dovuto tenere a freno l'ansia di potere e la lussuria dei Proci, senza sapere se e quando sarebbe tornato l'uomo di cui si è innamorata, il padre di suo figlio...

Ecco come ricorda il loro primo incontro amoroso; ecco come si sfoga, riflettendo su come i ricordi non svaniscono per sempre, perché l'oblio non scalfisce tutto il nostro passato:

(p. 175): "Siamo discesi e lì, sulla spiaggia, dove finisce l'onda, tra la terra e il mare, ci siamo abbracciati; sul fianco sentivo la carezza dell'acqua che si rompeva lieve sulla spiaggia, e le mani di Ulisse sul mio corpo bagnato. Fu quella volta, credo, che concepimmo Telemaco.
Questi momenti mi tornano di continuo in mente, e nel cuore ho il rimpianto che siano stati troppo pochi e passati. Se gli dèi potessero restituirmi qualcuno di questi attimi! Invece no, stanno solo nella mia memoria, e quando sarò morta quelle emozioni moriranno anche loro, non ci potrà mai essere nessuno che le ricorderà. Quante cose ingoia la morte! Non solo i corpi, ma, peggio di tutto, gli istanti, i ricordi e le emozioni che ognuno ha vissuto attimo per attimo e sono solo suoi, e svaniranno nel nulla. Il corpo è uno soltanto, le emozioni innumerevoli e tutte andranno perdute".

E ci fa tenerezza, questa Penelope che parla e riflette, perché mentre leggiamo i suoi pensieri profondi sappiamo che non è così, che non è vero quello che dice, proprio perché ne stiamo leggendo i pensieri, la letteratura può trattenere i pensieri e i ricordi, perfino quelli di personaggi che non sono mai esistiti e non hanno mai camminato sulla Terra, ma Penelope continua, anche se còlta dal dubbio:

"Forse c'è un luogo anche per queste cose, non è possibile che ricordi così vivi da sembrarti veri scompaiano come soffi di vento. Solo i poeti sanno fermarne alcuni; io ho cercato di mettere le mie sensazioni sulla tela, ma quando le racconti o le tessi sono diverse, non potrai mai trattenerle così come sono comparse nel tuo cuore".

E allora uno pensa a quanto ingegno dimostri anche Penelope; a come il tessere la trama della tela sia (tra le altre cose) metafora della scrittura di finzioni; a come Giulio Guidorizzi sia riuscito a far rivivere la scrittura di Omero; a come la vera letteratura ci aiuta a non perderci e a non perdere di vista la nostra umanità.

sábado, enero 26, 2019

Roma - Amor


Atterrato alle 18 del 20 di Gennaio del 2019, ti appresti a vivere 5 giorni pieni (fino al venerdì 25) tra Viterbo e Roma. Se un giorno è costituito da 24 ore, capisci che avrai 120 ore per riassaporare la melodia, i ritmi e i suoni tipici (fondanti) della tua lingua madre, oltre che per re-immergerti nelle tue radici. E così, spegni la musica che ti suona in testa dall'mp3 per lasciarti travolgere dall'italiano che parla la gente per strada. L'immancabile dialetto romano; l'accento francese di un'italiana appena arrivata da Parigi; quello romagnolo di qualcuno che deve andare a Bologna. Fiumicino è sempre un gran caos, è il prologo al Grande Raccordo Anulare e alla Babele di macchine, motorini e pedoni che è la capitale d'Italia.

Le insegne luminose della Stazione Termini ti danno il benvenuto: domattina all'alba dovrai svegliarti e percorrerla per prendere il treno per Viterbo (ma scoprirai subito che l'indicazione della macchinetta è erronea e fuorviante: il tratto Termini-Ostiense dovrai farlo in bus, anche se, appunto, Trenitalia non te lo spiega e accenna solo al fatto che "la tratta non è compresa nel prezzo").

Prenderai così il 170: e tornerai d'improvviso ai tempi dell'Università, di quando eri uno studente di buona volontà e di belle speranze. Ma il bus non parte subito, anzi, l'autista sembra preoccupato e anche un po' scocciato: esce e rientra dalla porta centrale e vi domanderà: "Ma che se sente puzza de gas?". E voi gli risponderete in coro: "Sìiiii!!!". E l'autista a voi, con tono allegro: "Vabbè, allora si pijamo a fòco fateme 'n cenno che ve faccio scenne!".

Roma col suo caos e lo smog e lo stress: non capisci come fanno questi pendolari a prendere questi mezzi per andare a lavorare tutti i giorni, con questi ritmi assurdi e queste strade sempre intasate. La leggi scritta sui volti la disperazione di chi non ce la fa o ce la fa arrancando e a fatica; a Roma c'è davvero bisogno di un fisico bestiale per sopportare lo stress sia fisico che psicologico che implicano i tanti micro-stres nei quali uno s'imbatte non appena esce per strada (le auto vanno a mille all'ora e nessuno rispetta i pedoni; i pedoni a volte sbandano perché ubriachi fradici anche alle due del pomeriggio; i barboni dormono nei portici di Piazza Vittorio o vicino agli ingressi di Termini; la polizia guarda ma non smuove un dito, la puzza di pipì è diventata parte del loro paesaggio olfattivo, ormai).

E così, dopo quasi 2 ore piene di viaggio in un treno regionale coi sedili "vintage" ridipinti di azzurro, verde e giallo, arrivi a Viterbo per scoprire che nevica. La città laziale non è abituata alla neve. La collega scivola sulle scale, la sua macchina sbanda, ci si scambia sguardi d'intesa e sorrisi isterici per non pensare al peggio (sarebbe un bel guaio esser partiti dalla Spagna per morire in un incidente stradale nel pieno centro storico di Viterbo, mentre fuori il termometro segnala 1 grado).

E poi conoscerai altri colleghi e quelli che lavorano in Segreteria e nelle Relazioni Internazionali; e poi farai la tua lezione e gli alunni staranno stranamente molto attenti, a differenza di quello che sono soliti fare i tuoi; e infine tornerai in camera da letto all'interno di un Bad and Breakfast davvero molto carino, sito in Via Sant'Andrea, non molto distante dalla Facoltà di Lettere dell'Università della Tuscia in cui hai fatto quest'ennesima esperienza di vita e di docenza. La camera è comoda, anche se sei in mansarda e ti toccherà ogni volta piegarti per non sbattere la testa contro il soffitto con le travi a vista. C'è anche una finestra che dà la possibilità di godere di una visione a 360 gradi sulla città innevata; i comignoli fumano; la neve continua ad apposarsi; è uno spettacolo invernale che fa pensare al Natale passato da poco meno di un mese...

Ma Viterbo sarà solo una parentesi: riuscirai a tornare nella capitale d'Italia sempre utilizzando lo stesso treno regionale lentissimo che ti lascerà alla Stazione di Roma Ostiense. E poi andrai in metro fino a Piazza di Spagna, perché avrai una strana voglia di tornare sui luoghi del delitto (non è vero che non bisognerebbe mai tornare nei luoghi in cui uno è stato felice). E poi sarà la volta della Fontana di Trevi. E poi su su fino a Piazza Barberini e poi Via delle Quattro Fontane (salita maledetta!) e poi di nuovo Piazza della Repubblica e poi Via del Castro Pretorio, dove ne approfittarei per re-immergerti nel tuo passato di studioso e di ricercatore e ti re-introdurrai nell'immensa, ora pulita e apparentemente ordinata Biblioteca Nazionale di Roma.

La responsabile che si occupa di rilasciare le tessere d'ingresso ti farà una foto decente in cui mostrerai tutta la tua gioia di tornare a fare lo studente (anche se vesti come un professore d'una certa età - la cravatta nera con la camicia bianca e la giacca pur'essa nera stonano un po' in un ambiente come quello; troppa eleganza, se ci si ritrova a contatto con un numero notevole di giovani studenti con le scarpe da tennis ai piedi e i jeans strappati e di ricercatori dai 40 anni in sù che lì non vanno certo per fare le sfilate di moda).

E ti sembrerà emozionante vedere, anzi, constatare quant'è cresciuta la Biblioteca Nazionale sul fronte dell'informatizzazione e della digitalizzazione, perché ogni computer di ogni sala è predisposto in modo tale da permetterti di richiedere i libri che vorresti leggere e di decidere anche in quale postazione di quale sala leggerli. Basta far scivolare la tessera personale nell'apposita fessura ed il gioco è fatto (e ti esalti a chiedere i libri di Piero Boitani, tuo antico maestro, su Dante e - immancabilmente - sulla figura e il mito di Ulisse; sarà bello toccare con mano la bellezza elegante del tomo pubblicato 2 anni fa per il Mulino, 2 chili di saggezza, erudizione, amenità e pronfodissimo amore verso un personaggio che non smette di affascinarci e d'insegnarci qualcosa; Il grande racconto di Ulisse, il titolo dell'opera che - lo sai già - farai arrivare a casa tua per posta).

Come non recarsi alla "Sapienza", dopo quasi 3 ore di studio ininterrotto in Biblioteca Nazionale (ma un'oretta la spenderai in "Spazi900", una bellissima mostra itinerante su alcuni dei maggiori scrittori del nostro Novecento: Elsa Morante, Pier Paolo Pasolini, Alberto Moravia, Italo Calvino, Carlo Emilio Gadda, Sandro Penna, Edoardo Sanguineti...è incredibile la quantità di geni che ha prodotto la Letteratura Italiana nel XX secolo)? E così, da Via del Castro Pretorio ti avvierai verso il Viale dell'Università e l'esperienza proustiana della ricerca del proprio passato si acuirà e diverrà davvero complicato trattenere le lacrime verso quel tuo "io" d'un tempo di vent'anni prima che non sapeva che sarebbe finito a insegnare e a vivere - una vita felice - in Spagna...

Lo stesso percorso, gli stessi marciapiedi semi-diroccati, lo stesso muschio sugli stessi alberi (più vecchi e contorti, più anneriti rispetto a 20 anni prima) e, all'improvviso, ecco l'ingresso da Piazzale Aldo Moro: geometrie ferree, bandiere col nome e il simbolo della "Sapienza" al vento; e poi lei, la statua della Minerva il cui sguardo non andava mai incrociato pena la bocciatura all'esame...Quanti ricordi! Quanti tremori! Quante illusioni!

Scatti foto all'impazzata: l'ingresso della Facoltà di Lettere e Filosofia è identico, così come identico è l'entusiasmo di diversi laureandi appena laureati (cambia solo una cosa: l'avviso - che vedrai ripetuto all'infinito sulla porta d'ingresso di ogni aula - che recita che "è severamente vietato l'uso di coriandoli all'interno della Facoltà"). Genitori e figli che si fanno le foto per immortalare un giorno importante; i nonni si siedono sulle panchine perché affaticati dal viaggio da chissà quale regione d'Italia; le mamme tagliano torte, offrono pizzette, stappano bottiglie di spumante con una nonchalance e una simpatia davvero notevoli e che t'ispirano tanta tenerezza (soprattutto se pensi a quello che attende lì fuori i loro figli se pensi al "mondo vero" che li aspetta senza pietà per nessuno).

E poi salirai al secondo piano dove c'è Italianistica e Scienze dello Spettacolo e poi al terzo dove c'è Lingue e Letterature Straniere e ti metterai a leggere tutti i programmi di tutti i tuoi ex professori dei tempi andati...ed entrarai perfino nel bagno dei maschi per rivedere quella scritta che è rimasta lì e che nessuno s'è degnato di cancellare, nonostante siano passati così tanti anni: "W LA FREGNA", scritto a caratteri cubitali con pennarello indelebile di colore nero...

E cercherai gli uffici dei tuoi ex professori e non ne troverai nemmeno uno in situ, perché non li hai avvisati per email, perché forse sono liberi o perché forse stanno facendo una pausa pranzo, dato che sono le 14:30 del primo pomeriggio.

E poi te ne andrai, ripensando a quant'angoscia t'attanagliava il cor quando dalla "Sapienza" t'avviavi verso Piazza Vittorio e pensavi e ripensavi a quali esami era meglio prepararsi con anticipo e quali lasciare in un secondo momento e come fare per affrontartli tutti e che lavoro cercare una volta arrivati alla laurea, il traguardo finale che non è mai tale...

Tua sorella verrà a trovarti dalla ridente cittadina abruzzese in cui sei nato e ti proporrà d'andare all'Ara Pacis a vedere la mostra su Marcello Mastroianni e tu accettarai al volo, subito, senza pensarci su due volte, perché ami Marcello Mastroianni e perché il suo volto ti ricorda quello di tuo nonno, il violinista autodidatta, l'amante della Storia dell'Impero Romano, il fascista nostalgico, morto di Alzheimer a 88 anni il 18 Ottobre del 2016...

E guardando i tanti ritratti del famoso attore nostrano ti renderai conto di quanto siamo cambiati somaticamente noi italiani dagli anni 50 e 60 ad oggi...Non c'è paragone possibile tra i volti di quegli italiani (Sophia Loren, Vittorio De Sica, Federico Fellini, Luchino Visconti, Ennio Flaiano, etc. etc.) e quelli di questi qui...Anche l'Italia è cambiata, ovviamente, anche il cinema italiano non è più quello d'una volta, ti verrebbe da dire per intavolare un bel discorso con tua sorella, che ha scritto una tesi sul cinema di Pier Paolo Pasolini e conosce bene l'argomento. Ma forse il confronto è vano e fuorviante. Ogni epoca vive un proprio presente che sembrerà sempre peggio (degradato) rispetto a un passato visto sempre come migliore, più elegante, più degno, più entusiasmante.

E allora ti fermerai a scattare una foto ad una foto che ritrae Marcello Mastroianni mentre fuma e ride (o meglio, fa ridere a crepapelle) l'amica di una vita, la collega perfetta sul set di tanti film, Sophia Loren, icona per eccellezza della bellezza italiana nel mondo... E ti verrà da riflettere su questa foto proprio perché ti sembrerà incarnare la bellezza e l'eleganza che gli altri (stranieri) attribuiscono quasi per inerzia alla genìa italiana. Ma non è solo bellezza o eleganza, penserai, c'è qualcosa di più in questa foto che ti ossessionerà e ti stregherà in un modo improvviso e anomalo, no, lo dirai ad alta voce a tua sorella, c'è anche grazia, in questa foto di questi due grandissimi attori e mostri sacri e icone del cinema mondiale: c'è leggerezza, voglia di fare le cose per bene, professionalità ed umiltà, tutti valori che ammiri e di cui forse senti la mancanza negli italiani di oggi, nell'Italia a te contemporanea, e abbandonerai le sale della mostra all'Ara Pacis pensando anche a quest'altra questione scottante e cioè: "Che cosa diavolo gli starà dicendo in questo momento Marcello Mastroianni a Sophia Loren per farla ridere a quel modo? Cosa?".

E infine ripartirai per Fiumicino, conscio d'aver speso bene le 120 ore di vita romana che ti sei potuto regalare in questo periodo della tua vita accademica; conscio d'aver rivisto persone care senza le quali tu non saresti "tu"; conscio d'aver lasciato indietro le radici. 

viernes, enero 04, 2019

Dogman (2018), di Matteo Garrone: un film sulla bestialità degli esseri umani


Ci sono due aspetti che colpiscono di Dogman, l'ultimo film di Matteo Garrone (vincitore - a ragione - di svariati premi internazionali, tra cui la Palma d'Oro al Miglior Attore al bravissimo Marcello Fonte): il primo è dato dal modo in cui è inquadrato il paesaggio (un'innominata città di mare che ricorda, o potrebbe vagamente ricordare, Ostia o il litorale romano); il secondo è rappresentato dal modo in cui è presentato il protagonista, un uomo qualunque, un uomo della strada, un "uomo senza qualità" (per citare Musil), qui incarnato dal bravissimo e succitato Marcello Fonte.

Il paesaggio (fotografato in un modo incredibilmente poetico ed elegante) sembra ricondurci ai film western o alle atmosfere di John Ford o di Sergio Leone: è un paesaggio triste, tremendamente cupo, in cui la vicinanza col mare non dà - paradossalmente - alcuna speranza a chi è costretto a viverci. Anzi, il mare sembra lontanissimo, anche se da qualche inquadratura in campo lungo se ne intuisce il suono e se ne intravede qualche lembo. In questo ambito, la sabbia che arriva a toccare i marciapiedi e le strade asfaltate, il parco giochi e il negozio per cani di cui è proprietario Marcello sembra essere cemento o polvere sporca, sembra essere cenere o scarto da cantiere.

Va notato pure che, in questo paesaggio freddo e ostico, non appaiono mai bambini o se appaiono sono sempre ripresi fuori campo, sgranati o sfocati (tranne la figlia di Marcello, che ha un'evidente funzione drammatica: elevare all'ennesima potenza i dilemmi morali di un poveraccio che vorrebbe evitare di delinquere, vorrebbe salvarsi dalle grinfie di un drogato senza scrupoli, e non sa che pesci pigliare, non sa come farsi rispettare). E se è per quello, in questo contesto spaziale non ci sono quasi vicini di casa, non si sentono voci umane, tranne quelle dei pochi colleghi e amici di Marcello, destinati poi a diventare i suoi nemici acerrimi (suo malgrado).

In quanto al personaggio, al protagonista, Marcello: fa davvero impressione constatare come il regista ci spinga ad empatizzare con lui, con quest'omino che quasi senza accorgersene finisce tra le braccia di Samuele, il drogato pazzo di cui sopra: un giovane senza speranze che trova sfogo nella droga e nei furti che gli permettono di comprarsela. Marcello (che deve moltissimo alle espressioni a metà tra l'innocenza e lo stupore sinceri di Marcello Fonte, qui attore pasoliniano in epoca post-pasoliniana e post-neorealista e che può ricordare quello stesso Franco Citti che Pasolini assoldò per Accattone) ci ispira pietà e, al contempo, fastidio, perché noi vorremmo parteggiare per lui, vorremmo aiutarlo a salvarsi, ma è lui che non apre gli occhi, è colpa sua se finisce a farsi un anno di carcere pur di non fare il nome del vero colpevole di un furto con scasso che lo renderà "ostile" agli occhi degli altri poveracci che frequentano il quartiere.

La scena in cui, dopo aver scoperto che Simone e un socio hanno letteralmente rinchiuso nel freezer un cagnolino che abbaiava troppo nell'appartamento in cui sono entrati a rubare, Marcello decide di tornare indietro per liberarlo e "scongelarlo", ecco, questa sola scena rende merito all'intero film, per come ci obbliga a guardare ciò che succede davanti alla telecamera, per come ci spinge a metterci nei panni del protagonista, per come ci obbliga a guardare con altri occhi la realtà che ci circonda (per non parlare della tenerezza che ispira il personaggio quando, con tenerezza, si rivolge ai cani chiamandoli "amore"; un modo di rapportarsi agli animali che non può vigere nei rapporti tra gli esseri dis-umani che vivono nel suo quartiere).

Dogman è un film duro, violento, ma di una violenza non spettacolarizzata (come è quella di Tarantino, per intenderci), che va dritto al nodo della questione: come un uomo qualunque, un uomo all'apparenza "per bene" possa essere costretto a diventare "cattivo" o a vendicarsi per i soprusi dei "cattivi".

Non commenterò la scena finale: non solo perché voglio evitare di fare spoiler, ma perché, credo, una volta iniziato il film, lo spettatore non potrà fare a meno di aspettare con ansia che arrivi questa benedetta scena finale. Perché è quando arriva che si ha la sensazione di aver vissuto un incubo, in compagnia di un "dogman" che sa che gli esseri umani possono essere molto più "bestie" degli stessi animali.

martes, enero 01, 2019


Le vacanze mordi e fuggi (l'Italia vista in un lampo)



Troppo poco il tempo a disposizione, quando si torna in Italia, nella propria nazione, la propria patria, le radici culturali e sociali, linguistiche, soprattutto, da cui dipende la tua identità e l'evolversi della stessa nel corso degli anni. 

Non si ha il tempo di visitare la Feltrinelli con tutta la calma necessaria a scovare le novità (sono troppe, le novità, non è vero che il mercato editoriale italiano è in crisi, o se lo è davvero, non si nota, moltissimi gli autori italiani di cui non ho mai sentito parlare, fin troppi i famosi che pubblicano, da Totti a Pif, passando per la Littizzetto ed altri che non voglio citare). E proprio mentre sono in procinto di sfogliare l'ultimo saggio del grande Nuccio Ordine (Gli uomini non sono isole. I classici ci aiutano a vivere, Milano, La nave di Teseo, 2018), un paio di polizziotti ci invitano ad "evacuare il locale per motivi di sicurezza" (la sera dopo, al telegiornale delle 13:00, scopriremo che si trattava di una valigia contenente non ricordo più quanti chili di cocaina purissima; l'Italia è anche questo: paura degli attacchi terroristici e costante porto di mare in cui continuano a sbarcare le droghe che poi finiscono nei piatti del resto delle nazioni del mondo occidentale).

E non si ha nemmeno il tempo di rendersi conto di come, a dispetto della discreta pulizia dell'aeroporto di Fiumicino, il G.R.A. resta ciò che ha sempre incarnato, ovvero, il Caos (con la maiuscola). Noi italiani guidiamo come pazzi, non c'interessa il rispetto delle norme stradali, perché non superare sulla corsia d'emergenza (a destra) se è sempre libera? Che ce ne frega della polizia che sta circolando dietro di noi con le sirene accese (ma senza la sirena)?

E non si ha il tempo di rendersi conto di quanto invecchiano le nonne. Le rughe sono ormai innumerevoli; i movimenti, lenti, sempre più lenti, come se annaspassero nel buio; il carattere è inacidito dai dolori fisici del corpo che crolla, che sta smettendo di lottare per la sopravvivenza, perché è stanco, forse nauseato, e non ce la fa più a tirare avanti (i medici c'insegnano che, spesso, è tutta una questione di testa, è il cervello l'organo che ci permette di risorgere ogni mattina al risveglio, e vaglielo a dire alle nonne - 89 anni l'una, 93 l'altra - di essere ottimiste, che la vita va avanti, che non bisogna lamentarsi, che molte altre non ci sono arrivate alla loro età, non serve a niente, no, a niente, perché, in realtà, in cuor nostro, ci auguriamo caldamente di non arrivare mai alla loro età veneranda, perché fa schifo la vita quando non sei più in grado di lavarti da solo e anche fare i bisogni diventa un'impresa senza il pannolone che ti aiuta a trattenere i liquidi; perché 89 e 93 anni sono sì età incredibili da raggiungere, ma ne vale davvero la pena, in queste condizioni? Dipendere dai figli, dalla badante, dai nipoti, con il fantasma dell'ospizio all'orizzonte: "Io voglio morire qua, voglio morire a casa mia", mi dice quella di 89 anni, costretta sulla sedia a rotelle dopo una caduta e conseguente rottura del femore...e come darle torto? Come costringerla ad accettare per buona l'altra ipotesi? Che progetto di vita è quello di una anziana sulla sedia a rotelle costretta a parcheggiare la propria sedia a rotelle in una casa di cura per anziani, per bella ed elegante, per efficiente ed accogliente che essa possa essere?).

E non si ha nemmeno poi tanto tempo per vedere le pubblicità, sintomo delle mode del momento, specchio della mentalità di una nazione ("dimmi cosa compri e come spendi i tuoi soldi e ti dirò chi sei"). I panettoni e i pandori la fanno da padrona, come è ovvio e giusto che sia, dato il periodo dell'anno in cui ci troviamo; seguono a ruota moltissimi prodotti nostrani, dal latte al parmigiano, dal caffè alla mozzarella; è la mia compagna di avventure a farmelo notare: "Ma perché state sempre lì a sottolineare "prodotto in Italia"? O: "fatto solo con latte italiano?"; o: "100% italiano?". Cos'è tutta questa mania nazionalista?". Ed è vero, è piuttosto curioso vedere quanto siamo orgogliosi dei nostri cibi e delle nostre specialità e quanto ci vergognamo, al contempo, di certi nostri politici contemporanei, di certi loro slogan assurdi, di certi nostri vizi atavici (dalla mafia alla camorra, passando per l'arroganza degli ignoranti che sono fieri d'esser tali).

Se uno guarda l'Italia dai tg nazionali si rende conto subito di questo strano contrasto tra l'esaltazione di quanto è più puro e italico e la critica (di almeno la metà della nazione, o è così che voglio sperare) di chi non ha nulla da esultare e si lamenta, nonostante Salvini (o a causa di Salvini) e nonostante Di Maio (o a causa di Di Maio). 

Se poi uno si azzarda a contemplare l'Italia da Blob (uno dei programmi televisivi più intelligenti e acuti che siano mai stati creati nella storia della televisione italiana) si rende conto del fatto che l'Italia sembra davvero sull'orlo del precipizio: si crolla a pezzi, come gli anziani di cui sopra; e non mi riferisco solo al famoso ponte di Genova che è costata la vita a tanti "innocenti"; non mi riferisco solo a Pompei o al Colosseo o agli grandi monumenti simbolo dell'Italia che, col tempo, si deteriorano senza che chi di dovere ponga rimedio; mi riferisco alle tante scuole, ai tanti edifici, ai tanti centri storici a rischio frana, terremoto, nubifragio... E va bene che non è costruttivo essere pessimisti o apocalittici, ma a me pare davvero che ci sia ben poco da stare allegri...e che siamo anche parecchio sfortunati...e che certi problemi, ahinoi, non sono né saranno mai all'ordine del giorno di nessun governo, a meno che non ci scappi il morto...

E insomma, quando uno fa un viaggio mordi e fuggi non ha tempo di fare nulla, quando arriva in Italia, nella propria nazione, nella patria in cui si coltiva la lingua madre, e si riparte sempre con un senso di smarrimento, di nostalgia, di malinconia, di tristezza pacata. Perché siamo comunque certi che torneremo; perché siamo sempre attenti a vedere come procede la "cosa" in Italia; perché quelle radici lì non possiamo proprio smarrirle o trascurarle o, peggio, reciderle.

miércoles, diciembre 12, 2018

La fragilità dei corpi



Siamo deboli e mortali, questo lo si sa; basta poco a ferirci, a trapassare il sottile velo della pelle che riveste i muscoli e i tendini, le ossa e le cartilagini. La spina di una rosa, un ago che cade per terra, uno spillo, perfino un foglio di carta (se lo si sfiora dal verso sbagliato) sono sufficienti a fiaccarci la pelle e a permettere la fuoriuscita anche di quantità ingenti di sangue.

Siamo deboli, mortali e preda di malattie. Basta andare all'ospedale e vedere lo spettacolo che ci si presenta davanti (e non mi riferisco soltanto alla sala d'attesa, dove l'ansia si respira e si taglia col coltello, ma anche alla sala chirurgica). Indossare la vestaglia azzurra (o verde) al contrario (per cui schiena e natiche restano allo scoperto e al freddo) è già di per sé un'azione che ci mette a nudo e che mette a nudo la nostra impotenza e fragilità, che ci fa sentire ridicoli e inermi. Indossare, inoltre, la cuffietta (fatta di un sottilissimo strato di carta, quasi trasparente) ne è la riprova (e allora sì che ci si sente totalmente spiazzati: dottore, faccia di me e del mio corpo ciò che vuole, faccia come vuole, ma mi salvi).

Siamo deboli, mortali, prede di malattie e sempre bisognosi dell'aiuto degli altri. Perché senza gli altri siamo persi, perfino quando l'altro è un perfetto sconosciuto, come quest'infermiera che mi chiede di togliermi tutto ciò che di metallico indosso (le monete sono dentro la tasca dei pantaloni; la cintura di cuoio con la fibbia di ferro giace a terra accanto alle scape; il cellulare è dentro la tasca del giaccone; cos'altro potrei mai indossare di materiale metallico? La fede...mi fa, con tono sommesso, quasi vergognandosi...la fedina...è vero!, esclamo a voce fin troppo alta, trattandosi di una sala chirurgica, e mi sfilo il simbolo d'amore eterno per riporlo su un piano di ferro impoluto su cui sono predisposti gli attrezzi del mestiere, mestoli e pentole, garze e bisturi, ferri di ogni forma dall'uso a me ignoto).

Senza gli altri siamo ancora più deboli e inermi e impotenti, ed è per questo che mi fa tenerezza l'anziana signora che mugola di dolore accudita dalla figlia: "Che c'è mamma? Che vuoi? Hai freddo?". E la figlia si avvicina al volto della madre e le carezza la fronte con una tenerezza e un tatto, una dolcezza e una malinconia, una saggezza ancestrale che mi fanno venire voglia di piangere. Questo è amore. Non ci sono dubbi. E la donna malata continua a lamentarsi e la figlia continua a cullarla con le sue parole di rassicurazione: "Dopo andiamo a farci un altro giro in macchina, ti va?", le chiede e lei allora si calma e fa di sì, dice "sì" e le sorride, e il volto della figlia s'illumina - per un istante - della gioia che esprime istantaneo il volto della madre.

 Quasi fatto tutto (in tempi record) Non so esattamente come ci sono riuscito, ma ho quasi fatto tutto (in tempi record). Sarà che sotto str...