miércoles, junio 01, 2011

Il 1 Giugno del 2011

Il 1 Giugno del 2011 riuscì a terminare il libro; era stato un lavoro difficile, complicato, complesso, ma anche suggestivo, entusiasmante, originale... Scegliere il carattere per la stampa; scegliere - tra migliaia - l'immagine di copertina più consona (ricordandosi del fatto che l'immagine di copertina deve essere "evocativa" e non "descrittiva"; deve "suggerire" e non "spiegare" di cosa parla il libro); scegliere perfino il sommarietto (o piccolo riassunto della trama) da apporre in quarta di copertina... tutte queste operazioni lo avevano reso un neofito appassionato che gironzola nel mondo nuovo dell'editoria come Alice nel paese delle meraviglie (o come Cappuccetto Rosso nel bosco del lupo)...

E la cosa curiosa è che in Italia la sinistra ha vinto le amministrative; eccezionale la faccia di Berlusconi da Bucarest; formidabili le dichiarazioni di Cicchitto e di Maroni; Pisapia avrà mano libera per costruire le sue moschee e prendersi il caffè con quei tipacci dei centri sociali (ho chiesto a Fede, una cara amica che vive a Bruxelles da un paio d'anni, che cosa ne pensano i belgi dell'exploit della sinistra in Italia e lei - testuali parole -: "Non gliene frega un cazzo di niente a nessuno di quello che succede in Italia, ragazzo; siamo solo la scusa per battute di bassa lega e gossip da quattro soldi").

Ebbene sì, è il 1 Giugno del 2011 e anche se il cielo è nuvoloso sono speranzoso e ottimista verso il futuro. Non c'entra il libro; non c'entra Alyssa; non c'entra il fatto che stia percorrendo una media di 27 km al giorno in bicicletta (e in salita): c'entra il fatto che - forse - qualcosa sta cambiando in questo paese; c'è bisogno di un po' di sano buon senso e di sana voglia di incazzarsi contro lo status quo; c'è bisogno di aria nuova...


Non sono mai stato a Milano; se è vero che è diventato un covo di comunisti, credo che sia giunta l'ora per un viaggetto esplorativo (o di piacere, che dir si voglia).

E' il 1 Giugno 2011 e tutto va bene...

P.S.: Napoli è l'unica città (almeno per quanto ne so) la cui Feltrinelli (book-shop) mette a disposizione dei suoi clienti un'area di lettura: due tavoli e sette o otto sedie per potersi fermare e - nel caos della stazione di Piazza Garibaldi - godersi un po' di calma, leggendo e spelluzzicando le pagine del libro che ci piacerebbe comprare... Un'oasi di pace che sarebbe bello imitassero anche gli altri punti vendita della catena...

domingo, mayo 08, 2011

VOCI CHE NON SMETTONO DI PARLARCI


Non esistono rapporti d'amore che si chiudano all'unisono; o che si interrompono come il flusso d'energia che fa accendere una lampadina. Non ci si lascia come si spegne un interruttore. Mai... C'è sempre qualcosa che resta; qualche meccanismo o ragnatela che ti avvolge e non ti lascia in pace; qualche ricordo, o immagine, sapore o odore, parola o messaggio che resta nel limbo che si crea subito dopo la rottura... E quando vivi nel limbo diventa tutto molto più sfocato, e a tratti allettante, ma anche pericoloso (si possono commettere le sciocchezze più assurde quando si vive nella fase intermedia in cui non siamo più il marito o il fidanzato o il compagno di nessuno e, quindi, potremmo diventarlo virtualmente di tutte)...


Questa cosa l'ho comprovata sia con gli anni che chiacchierando con un'amica. Ogni tanto il suo ex la chiama al telefono; o le invia dei messaggi; o, molto più semplicemente, le manda degli squilli, magari solo per ricordarle che lui c'è, esiste, c'è ancora, non è sparito per sempre dalla faccia della terra (è vivo e vegeto, anche se inizia a vagare nel limbo, nella strana fase intermedia in cui ridiventiamo noi stessi, e siamo, forse, più noi stessi).


Ed è lo stesso per me: ogni tanto io e Alyssa ci sentiamo. Ci parliamo. Ci raccontiamo cosa ci è capitato negli ultimi giorni o settimane (o mesi) e ci aggiorniamo, con la stessa curiosità di quando questo gesto - raccontarsi le cose che ti capitano nella vita quotidiana - era quasi un meccanismo automatico, e veniva realizzato faccia a faccia, sul letto (o dentro il letto, e sotto le lenzuola, magari dopo aver fatto l'amore).


E' impossibile cancellare le persone che abbiamo amato con un colpo di spugna. E forse sarebbe anche sbagliato (o ingiusto). Quando ci si lascia (e anche quando ci si è lasciati in modo brusco, o violento, o "cattivo"), si resta comunque fedeli a certi gesti e a certe abitudini che, solo nel tempo e grazie al tempo, svaniranno, per fare spazio a (si spera) nuovi gesti, e abitudini e racconti.


Faccio notare alla mia amica che la storia degli squilli non mi quadra. Che senso ha uno squillo? Davvero lui lo fa solo per "ricordarti" che esiste? Che ti pensa? Che non ti dimentica? E tu che cosa farai, come ti sentirai il giorno in cui lui non farà più nemmeno quello squillo? Possibile che si possa sperare di sopravvivere nella mente dell'altra anche solo tramite uno squillo? E se tu lo anticipassi e prendessi la chiamata e gli rispondessi "Pronto"? Cosa direbbe lui? Riattaccherebbe?


La mia amica mi blocca: troppe domande. E alcune sono francamente assurde (o retoriche). Lui mi squilla, io so che è lì che mi ha pensata e punto. Basta. Finisce qui. Non c'è da ricamarci molto sopra.


E allora io le do ragione. Smetto di immaginare e di domandare. Mi guardo avanti e immagino di camminare (da solo) nel limbo... Con la speranza di arrivare ad essere più "me stesso", ora che sono solo.

miércoles, abril 27, 2011

E se Dio non fosse poi così infallibile? Habemus Papam di Nanni Moretti (2011)

Premessa: sono un fan incondizionato del cinema di Nanni Moretti (a mio modesto parere, uno dei registi più bravi, colti e acuti del cinema nostrano degli ultimi 20 anni - e non è vero che è il nostro Woody Allen, o non lo è in maniera assoluta, perché il regista americano fa sempre ridere, mentre quello nostrano a volte fa anche piangere - cfr. quel piccolo gioiello che è La stanza del figlio). Ovvio, dunque, che ciò mi rende (automaticamente) poco obiettivo, quando si tratta di giudicare o valutare la qualità di un suo film. Però una cosa voglio metterla in chiaro (a me stesso) sin dall'inizio: Habemus Papam non è (come pure qualcuno ha detto e scritto in questi giorni sui giornali o su vari blog "specializzati") il miglior film di Moretti. Così come non mi sembra che sia una "pagliacciata" o un nuovo modello di "cinepanettone", né mi sembra un film blasfemo o che debba offendere i cosiddetti "rappresentanti" del mondo della Chiesa. E', invece, o mi sembra che sia una bella messa in scena di un evento verosimile che si svolge nelle mura secolari di un'istituzione anche politica come lo è (e lo è eccome) la Chiesa cattolica (o Santa Romana Chiesa) a cui capo attualmente si trova Benedetto XVI (o Papa Ratzinger che dir si voglia).


La trama: un cardinale, monsignor Melville, viene eletto papa dopo un lungo conclave e una serie di fumate nere. Melville non se la sente. E dopo una crisi che lo spinge ad urlare tutto il suo senso d'inadeguatezza, poco prima di affacciarsi su Piazza San Pietro, riesce a sfuggire alla sorveglianza dei suoi e inizia a vagare per le strade di Roma per cercare di fare chiarezza nella sua testa (quando nemmeno uno psichiatra - interpretato da Nanni Moretti stesso - è riuscito a scavare nel suo inconscio e si è limitato a dargli l'indirizzo della sua ex-moglie, fissata col "deficit affettivo"). 

L'intero film si sviluppa su questo doppio binario (o doppia trama narrativa l'una intrecciata all'altra): a) cosa faranno i cardinali rinchiusi in Vaticano e, per le leggi del rituale, impossibilitati ad avere contatti col mondo esterno e b) cosa farà il papa andando a spasso tutto solo soletto per la capitale quando nessuno sa che lui è veramente il neo-eletto papa, anche se ancora non si è mostrato in pubblico dalla solita finestra e non ha fatto il suo bel discorso alla marea di credenti accorsi in Vaticano per salutarlo.

Dunque, fermiamoci a riflettere: lo spunto è interessantissimo. L'idea è originale (o almeno, sembra tale). Sia la trama a) che quella b) danno (o avrebbero potuto dare) adito a scene esilaranti, a piccole gag, a situazioni narrativamente accattivanti. Il problema è che Nanni Moretti sembra aver messo troppa carne al fuoco e che abbia lasciato troppi fili scoperti; che non abbia saputo sfruttare al meglio una sceneggiatura come questa per fare sfoggio di tutte le sue potenzialità di regista; come se Habemus Papam (per la potenza, l'originalità, la vastità di argomenti seri e comici messi in gioco dalla doppia trama) fosse un film irrisolto (o non risolto in tutte le sue parti) e come se mancasse qualcosa a dare coesione e perfezione al tutto (anche il finale, per dirne una: sembra che arrivi in modo un po' "costruito", un po' troppo "forzato", forse anche un po' troppo "prevedibile").

Ecco, queste sono le uniche critiche che mi sento di fare a un film che, in fondo, riesce sia a far ridere sia a far riflettere (e a commuovere) per il modo in cui è impostata la doppia trama di cui sopra.

Michel Piccoli è una colonna portante del tutto: lo stesso Moretti lo ha confessato da Fazio: se Piccoli non avesse recitato così bene e non si fosse immedesimato così tanto nel suo personaggio, Habemus Papam sarebbe stato un film più povero. E si può prendere spunto dall'attore ormai quasi centenario per osservare come Habemus Papam sia anche un film sulla religione, sulla fede, sul problema di come fare per credere in Dio. 

Chi elegge un papa? Un conclave di cardinali, sì, certo; ma, in ultima istanza, è Dio a scegliere il prescelto. Può Dio sbagliare persona? Può Egli, onnipotente ed onnisciente, commettere un errore così madornale da scegliere un suo ministro che non se la sente proprio di assolvere il ruolo di "guida spirituale" del gregge cristiano? Evidentemente no, se crediamo in Lui: Dio è infallibile e non può scegliere Melville sapendo chi sia davvero Melville (una pecorella smarrita, uno che, come Bartleby "lo scrivano", nell'omonimo racconto di Melville, "preferirebbe di no").

E spostandoci dal papa ai cardinali: ma come se la passano questi benedetti cardinali? Male, o in un modo non molto diverso dal resto dell'umanità tutta (questo è quello che il regista sembra suggerirci). Nanni Moretti si diverte a fare un ritratto assolutamente umano dei cardinali: e io credo che stia tutta qui la critica della Chiesa nei confronti del film di Moretti; credo che sia tutto questo il nodo della faccenda, e cioè che è proprio perché Moretti ci mostra dei cardinali in quanto esseri umani (dotati ognuno delle sue debolezze - c'è quello che prende tranquillanti per dormire la notte, quello che ama giocare a scopa, quello più invidioso degli altri, quello più taciturno, quello più insicuro di se stesso, ecc. ecc.) che alcuni "uomini di Chiesa" si sono arrabbiati e hanno proposto di boicottare il film... Quando, invece, è proprio l'umanità il valore che il regista mette in risalto nel tratteggiare questi personaggi (e in tal senso, possiamo dire senza tema di smentite che la scenetta dell'ormai famosa partita a pallavolo è davvero un esempio di alto cinema, o di cinema di alta qualità, oltre che di grande sensibilità - evviva l'Oceania!).


Ma accanto al tema della fede e del problema del credere in una potenza divina sovra-storica, sovra-umana e assolutamente super partes, Nanni Moretti ne sviluppa altri: primo fra tutti, quello del Potere. La Chiesa è un'incarnazione del Potere (e della gestione dello stesso). Moretti, nelle vesti di psicanalista, si intrufola (o per meglio dire: viene lasciato entrare) nei meandri, nel dietro le quinte di questa istituzione secolare di Potere per svelarci che il Potere porta anche la solitudine; che chi diventa il capo assoluto può anche non essere all'altezza e dire che preferisce essere condotto piuttosto che condurre; che il Potere è una facciata dietro cui si celano segreti inconfessabili; che non sempre godere del Potere è possibile o apporta vero godimento; che forse è molto più potente chi riesce a dire: no, e a dare priorità a valori, pensieri, azioni o gesti che col Potere hanno poco o nulla a che vedere (cfr. la passione di Melville per il teatro e il suo sogno infranto di fare un giorno l'attore di teatro).

E poi c'è il tema tutto morettiano della critica (divertita) alla psicanalisi: che si presenta (ancora oggi) come una scienza, ma che (ancora oggi) sembra perdere la partita della comprensione totale e risolutiva dei conflitti che albergano nell'animo di ognuno di noi. Lo psicanalista che interpreta Moretti è "il più bravo"; eppure, sembra quasi disperarsi quando capisce che deve restare recluso dentro il Vaticano (e non è che sia riuscito a fare domande "scientifiche" sul male che perturba l'animo del papa); lo psicanalista dovrebbe curare la psiche, così come il prete l'anima dei fedeli, ma sembra che così non è, che anche lui si trova davanti a un fatto inspiegabile e poco razionalizzabile.

Possiamo allora concludere dicendo che, forse, Habemus Papam è un film sui limiti: di Dio, in quanto essere superiore ed infallibile; dell'uomo di fede (come lo è il papa che si rifiuta di fare il papa); dell'uomo di scienza (lo psicanalista che manda il papa dalla ex-moglie). Certe volte nemmeno Dio sa tutto. Certe volte siamo noi a dover fare i conti con i nostri stessi limiti e a dover contare sulle rinunce; certe volte (sembra suggerirci il regista) è molto più eroico saper dire di no e rifiutare il Potere (qualunque sia la forma che esso possa assumere). Non siamo fatti tutti per comandare. E chissà se c'è davvero qualcuno che comanda i nostri destini. O se il destino ce lo forgiamo da soli, con i nostri limiti e le nostre stesse mani...

viernes, abril 22, 2011

IL PENSIERO DELLA MORTE (E GLI ABRUZZESI)



Esistono molti luoghi comuni intorno alle varie popolazioni (alle varie regioni) che formano l'Italia (crogiolo di razze, sin dai tempi della caduta dell'Impero Romano – e forse anche allora – e una delle chiavi del successo dei romani dovette essere proprio la loro capacità di “assorbire” le culture altrui, in modo osmotico e non solo violento). Noi abruzzesi, ad esempio, siamo catalogati, o etichettati, o chiamati in modo vezzeggiativo “forti e gentili”. Come se, in una sorta d'ossimoro, ciò che resta più impresso nella mente di chi abruzzese non è fosse la nostra tipica scontrosità, o rudezza apparente, unita inscidibilmente alla nostra tipica gentilezza, o ospitalità, o capacità di saper accogliere e ascoltare l'altro. Un abruzzese è sempre (per un non abruzzese) “forte e gentile”. E si sa: i luoghi comuni rispecchiano anche parti di verità (a tutti noi potrebbero venire in mente altri tremila esempi: i siciliani sono gelosi; i genovesi sono tirchi; i milanesi sono stacanovisti e pensano solo al lavoro; ai romani nun glie frega, ecc. ecc.).

Ho 34 anni, ormai, e in parte mi piace riconoscermi in questa etichetta di “abruzzese” (anche se la stessa mi è diventata antipatica poche ore dopo il terremoto aquilano, quando i giornalisti e gli sciacalli mediatici vari se ne sono impossessati e hanno cominciato a usarla a ogni telegiornale o collegamento esterno in diretta). Ma col passare degli anni, ho cominciato a notare anche un'altra caratteristica degli abruzzesi (e forse mi sbaglio, sto prendendo un abbaglio, e questa caratteristica non è solo “nostra”, ma di tutti – degli italiani in generale, o anche degli spagnoli, dei francesi, dei tedeschi, degli africani, degli australiani, non so, insomma, se è qualcosa che riguarda tutti, al di là della regione, del paese, della nazione, del continente d'appartenenza, sta di fatto che a me pare molto “tipica abruzzese”). Mi riferisco al nostro usuale modo di rapportarci al pensiero della morte; al modo abruzzese di avere a che fare con la morte, l'Oscura Signora che fa sempre paura a tutti (volenti o nolenti).

Sin da bambino, era scena quotidiana (all'ordine del giorno) assistere a una sorta di ripasso dei morti recenti da parte di mia madre e di mia nonna: appena mia nonna entrava in casa nostra, prima di prendere il caffè, non si limitava a chiedere a mia madre le novità del giorno, ma iniziava lei stessa a elencare a mia madre i morti del giorno (“oggi è morta Loreta”, “oggi è morto Luigi”, “Ma lo sai oggi chi è morto? Il figlio di Anna”, o Maria, o Giuseppina, o Teresa.....). E mia madre non si impressionava affatto: ascoltava e annotava il necrologio in diretta della nonna e magari apportava lei le sue novità (i morti da poco che erano di sua conoscenza), senza scomporsi e senza strapparsi i capelli (nemmeno quando quei morti recenti fossero parenti nostri più o meno alla lontana), con una calma apparente che rasentava l'indifferenza o il menefreghismo...

E ricordo pure con nitidezza come mia nonna provasse una sorta di piacere irrefrenabile nel leggere gli annunci mortuari affissi sui pali della luce o sulle mura delle case vicine alla sua. Esempio banalisssimo: si trattava di andare a comprare qualcosa nella bottega degli alimentari. Mia nonna avvistava un nuovo annuncio funebre. Si fermava e mi diceva: “Fammi un po' vedere chi è che è morto oggi?”. E leggeva: nome, cognome, giorno della dipartita, età e cordoglio dei parenti (“ne danno il triste annuncio i figli e i nipoti tutti”).

Anche quando sono andato via di casa, e ho cominciato a vivere la mia vita da solo a Roma, non sono mai venute meno queste chiacchierate tranquille dei miei intorno ai morti del paese. E ho iniziato a pensare a questi “pettegolezzi” dei vivi intorno ai morti recenti come se si trattasse di qualcosa di tipicamente abruzzese.

Ecco un tipico dialogo sulla morte da parte dei miei conoscenti o parenti abruzzesi (in italiano, anche se in dialetto abruzzese renderebbe meglio l'idea; sarebbe tutto molto più colorito, ironico, divertente, quasi irriverente):

Mia zia ottantenne: “Lo sai chi è morto oggi?”.
Mia nonna, di poco più vecchia della zia: “No, chi?”.
“Checchina, la figlia di.... la nipote di... quella che si è sposata con... e che vive vicino a...”.
“Ah, sì, ho capito. E com'è morta?”:
“E' cascata per terra dalle scale della casa. Dal secondo piano. Tre rampe di scale, poveretta. Quando l'hanno raccattata da terra i dottori le hanno trovato il bacino rotto e la spalla lussata e il collo tutto torto. Ma è stata fatale la cassa toracica: una costola le ha perfortato un polmone”.

“Eh, poveretta. Certo che quando arriva la tua ora”.
“Non ci sono cristi né santi. Se devi morire, devi morire e punto e basta”.

Sembra che noi abruzzesi non abbiamo paura della morte. O che amiamo esorcizzarla parlando sempre e soltanto della morte dei nostri vicini di casa o dei parenti o di qualcuno conosciuto solo alla lontana. Sembra come se noi abruzzesi volessimo mostrare tutta la nostra “forza” parlando con calma e tranquillità anche di una cosa spaventosa e che incute timore come la morte. Ci sembra quasi di essere “gentili” a ricordare la morte di chi magari abbiamo conosciuto in vita solo di sfuggita e en passant. Forti e gentili e pettegoli della morte degli altri solo perché così ci sembra di poter frenare la nostra paura tutta umana della morte che ci aspetta. Parliamo tanto dei morti perché forse temiamo il giorno in cui saranno gli altri a parlare di noi in quanto morti recenti. Quando non potremo più spettegolare sulla morte di nessun altro. Quando i pettegolezzi riguarderanno noi stessi.

viernes, abril 15, 2011



In a Lonely Place, di Nicholas Ray (USA, 1950): di chi (non) ci si può fidare (mai)


Ancora una volta, devo a quel cinefilo e "folle" di Enrique Vila-Matas la scoperta di questo classico della Storia del Cinema: In a Lonely Place (assurdamente tradotto in italiano con Il diritto di uccidere), un film del geniale, controverso, languido, melodrammatico e decisamente pessimista Nicholas Ray (il regista di - tanto per citare solo 2 titoli indimenticabili - Gioventù bruciata (del 1955) e di Johnny Guitar (1954) - incredibile, se ci pensiamo bene: 2 capolavori nell'arco di 2 anni).

Il film è tante cose insieme: a) una riflessione sul cinema come industria che, spesso, schiaccia chi vi lavora e premia la "ripetizione" dei soliti clichés contro la vera creatività e l'originalità; b) una storia d'amore straziante in cui lo spettatore si vede costretto a parteggiare prima per Dixon Steele (lo sceneggiatore irruento e irascibile interpretato da Humphrey Bogart) e poi per Laurel Gray (interpretata dalla bella bionda di turno, Gloria Gahame) e, infine, di nuovo per Dixon; c) un film sulla violenza che alberga nell'animo umano (e che può esternarsi anche contro chi amiamo di più e più ci è vicino, quando meno ce lo aspettiamo, rovinandoci la festa e la vita).

In soldoni: Dixon Steele scrive sceneggiature - alcune tratte da romanzi di serie B - e vive da "anti-eroe solitario" una vita fatta di tante donne, ma di nessun amore vero; una sera invita una giovane cabarettista a casa sua perché non ha voglia di leggere il romanzaccio da cui dovrà trarre ispirazione per il suo prossimo film, ma, caso vuole, non appena quella ragazza varcherà la soglia di casa sua morirà: qualcuno la strozza e la getta da un auto in corsa in una strada solitaria, nel cuore della notte. Dixon verrà subito sospettato di essere l'autore dell'omicidio, ma una sua vicina di casa, Laurel Gray, giura di averlo visto restare in casa sua - la ragazza, affascinante e misteriosa, confessa di averlo contemplato dal balcone del suo appartamento, che si trova proprio di fronte a quello di Dixon. Tra i due nasce l'amore; un colpo di fulmine a ciel sereno rovinato - tra le altre cose - dalle indagini della polizia, che tallona Dixon, credendolo l'unico possibile autore dell'assassinio.


Il regista è abilissimo nel mostrarci il sorgere della passione tra questi due personaggi: lei bella, giovane e bionda e di cui non sappiamo quasi nulla; lui bruttino (anche se si tratta di un sex-symbol come Bogart, qui veste malissimo e il trucco non lo aiuta), irascibile, vittima di depressione e scatti d'ira anche contro il suo miglior amico. Bastano pochi indizi, poche frasi, per far scattare l'insicurezza e la paura del tradimento in Dixon: da una scenetta romantica in riva al mare (in compagnia di un'altra coppia) si passa subito ad una scena paurosa in cui Dixon, che si crede tradito anche da un poliziotto suo vecchio amico ai tempi della guerra, si mette a guidare come un pazzo e per poco non ammazza un povero conducente che prova ad esternargli le sue rimostranze. 

Avevamo iniziato a fare il tifo per lui (un perdente, uno che in fondo ha bisogno d'una donna che lo comprenda e lo aiuti a superare le sue crisi d'ira - oltre che quelle d'ispirazione), ma poi cominciamo a tifare per lei (che lo ama, ma ci sembra debole, una bella statuina che potrebbe rompersi da un momento all'altro tra le ruvide mani di Dixon). 
Si finisce con climax con una patetica scenata in un ristorante pubblico: l'uomo è ormai convinto che l'amata lo tradisca o voglia mandarlo in galera o non abbia più alcun desiderio di passare le giornate intere in sua compagnia (mentre lui scrive la sceneggiatura del film ancora da farsi rinunciando perfino al sonno e al cibo).


C'è un aspetto che mi ha colpito del film e riguarda lo spazio: come in tanti film di David Lynch, anche in questo di Nicholas Ray vediamo il dietro le quinte di Hollywood, le zone d'ombra che vengono tenute nascoste ai più; il cinema è un'industria e non guarda in faccia nessuno. Se Dixon è diventato uno sceneggiatore famoso lo deve a Hollywood; ma se smette di "produrre storie" (per banali o commerciali che esse siano), smette anche di guadagnare e, soprattutto, di esistere agli occhi dei registi che potrebbero ingaggiarlo. E Lynch deve essersi ispirato anche a The Lonely Place per quelle strade buie e tutte curve che vediamo all'inizio di Mulholland Drive, che è il nome di una delle tante strade che percorrono Hollywood, un posto in cui non è tutto oro quello che luccica e dove spesso a luccicare sono le lacrime sulle guance dell'amata non più amata di Dixon. 

Non ci si può fidare di nessuno su questa terra: e quando poi capiamo di avere sbagliato e di essercela presa con l'unica persona che ci amava davvero è (sempre) troppo tardi. Dixon/Bogart lo sa, ed è per questo che si allontana dando le spalle alla sua donna, alla sua casa e a noi spettatori... Lo spazio della città delle infinite possibilità si trasforma all'improvviso nello spazio angusto e claustrofobico di un cortile dal quale l'attore sparisce per non farvi più ritorno...

miércoles, abril 13, 2011

Walter Benjamin legge Proust

Chi ha già letto un qualche saggio di Walter Benjamin, sa già che si tratta di qualcosa di più d'un semplice "critico letterario". Mi piace definire Benjamin una sorta di "filosofo a-sistematico", uno che non ha mai dedicato nemmeno un minuto della sua vita a costruire un sistema filosofico, ma che, al contempo, è riuscito a "guardare" anche gli aspetti più banali e quotidiani della vita umana da un punto di vista altamente filosofico (intendendo con tale aggettivo un atteggiamento continuamente teso a interrogare la realtà, a metterla in dubbio, a indagarla in modo nuovo, straniante, originale, irruento, anche, se vogliamo). E' un atteggiamento, quello di Benjamin, che appare in tutto il suo fascino in Angelus Novus o nei famosi Passages de Paris. L'altra mattina, invece, mi sono imbattuto in una raccolta di saggi letterari, e, all'interno di questi, in un bellissimo, puntuale, perfetto, "Per un ritratto di Proust". Non oso chiosare (è talmente chiaro, talmente esatto, talmente bello quello che dice l'autore che non c'è bisogno di "chiosare" proprio nulla); mi limiterò a citare:

“Poiché qui, per l'autore che ricorda, la parte principale non è affatto svolta da ciò che egli ha vissuto, ma dal lavoro del suo ricordo, dalla tela di Penelope della memoria. O non sarebbe meglio dire dalla tela di Penelope dell'oblio? La “memoria involontaria” di Proust non è forse assai più vicina all'oblio che a ciò che si chiama comunemente ricordo? E quest'opera della memoria spontanea, in cui il ricordo è la trama e l'oblio l'ordito, non è forse il contrario dell'opera di Penelope, piuttosto che la sua copia? Poiché qui il giorno disfà ciò che che aveva fatto la notte. Ogni mattino, quando ci svegliamo, teniamo in mano per lo più debolmente, solo per qualche frangia il tappeto dell'esistenza vissuta, quale l'ha tessuto in noi l'oblio. Ma ogni giorno disfà il tessuto, gli ornamenti dell'oblio con l'agire pratico e, ancor più, con il ricordare legato alla prassi. E' per questo che Proust alla fine ha trasformato i suoi giorni in notti, per dedicare tutte le sue ore all'opera, indisturbato, nella stanza buia, alla luce artificiale, per non lasciarsi sfuggire nessuno degli intricati arabeschi”.

Walter Benjamin, "Per un ritratto di Proust", in Avanguardia e rivoluzione. Saggi sulla letteratura, Torino, Einaudi, 1973, p. 28 (la sottolineatura è mia - e risponde implicitamente, oltre che un po' ironicamente, a un commento precedente della simpatica ed "esperta in materia" Gabrilù) .

sábado, abril 09, 2011

Francesco Orlando docet

“Nutro la singolare convinzione che due rettangoli, due sempre più ubiquitari rettangoli orizzontali, quello della televisione e quello del computer, facciano alla letteratura una sorta di concorrenza sleale: a modo loro canalizzano e socializzano anch'essi, sia pure più banalmente o più meccanicamente, l'immaginario. Ma non mi spingo affatto al timore apocalittico che, di ciò che chiamiamo letteratura, sia prossima la morte – anche perché, essendone stato 'professore', non dimentico a quali e quanti scossoni storici di non minore violenza la letteratura si è adattata e ha resistito sull'arco di tre millenni. Dunque bisognerà continuare a studiarla. Dunque il mestiere di studiarla continuerà ad adempiere una funzione sociale” (p. 16 della Premessa alla raccolta di saggi “Testo e commento”, a cura di Federica Accorsi e Chiara Tognarelli, Pisa, Felici, 2011 ).

jueves, abril 07, 2011

Blade Runner: senza ricordi che uomo sei?


Ieri ho rivisto per la sesta o settima volta Blade Runner, il capolavoro di Ridley Scott del 1982, tratto dal romanzo fantascientifico di Philip Dick Ma gli androidi sognano pecore elettriche?


C'è una scena del film che mi colpisce sempre - a ogni nuova visione, anche se la conosco a memoria e me l'aspetto, perché so esattamente quand'è che "capiterà" - ed è quella in cui Rachael si siede davanti ad un pianoforte, si scioglie i capelli (che porta pettinati secondo la moda degli  anni 40 o 50) e inizia a suonare con grande abilità e senso del ritmo. Deckard si alza dal letto su cui riposa e le si avvicina, posizionandosi dietro le spalle di lei. Lei continua a suonare e dice una frase strana: "Non sapevo di saper suonare". E infatti, Rachael, come lo spettatore a questo punto sa già, è un'androide, ovvero, una macchina dalle sembianze umane talmente perfetta e realistica che - nella società futuristica immaginata nel film, nella Los Angeles del 2019 - è diventato difficile, se non impossibile riuscire a distinguerla dagli esseri umani.


Rachael non sapeva di saper suonare e Deckard le spiega che anche le sue abilità, i suoi gusti e i suoi ricordi non sono in realtà "suoi", ma pezzi di memoria inseriti dall'azienda che l'ha fabbricata, con tanto di data di scadenza.


Ecco: scoprire che i nostri ricordi non sono nostri, ma infilati nel cervello da qualcun'altro, sapere che quello che provi e che ti emoziona corrisponde a una serie numerica di formule e dati e computi matematici è un incubo, uno dei tanti incubi che Philip Dick immaginava scrivendo le sue storie ambientate in un futuro cupo proprio perché privo di quel senso dell'umanità che ci rende umani e perciò deboli, limitati, consci del fatto che, prima o poi, la "macchina" si spegne (il cuore smette di pompare sangue e moriamo).




La paura, o meglio ancora, l'angoscia che inizia a invadere Rachael è evidente dalle espressioni del volto che avrà da quel momento in avanti, fino alla fine del film, al di là dell'amore che Deckard inizierà a provare nei suoi confronti fino all'altra scena famosa, quella in cui è lui a ordinarle di dirgli "Ti amo" e "Stringimi forte"...


Blade Runner è un classico perché - esattamente come le opere classiche della letteratura - ci parla di problemi eterni attorno a cui continueremo ad interrogarci finché riusciamo a sopravvivere su questo pianeta.


Rachael non sapeva di saper suonare; e ora dovrà pure imparare ad amare (sempre che le abbiano introdotte le "informazioni" giuste per provare un sentimento come l'amore). E Deckard? Che amore può pretendere da un androide? Non rischia di innamorarsi di una macchina? Si può scaldare il cuore di una donna fatta su misura dai computer? Ma gli androidi sognano pecore elettriche?




Qualche critico suggerisce un'ipotesi interpretativa affascinante: anche Deckard potrebbe essere un androide, simile in tutto e per tutto all'amata Rachael. E questo spiega ancora meglio la fuga dei due alla fine del film... lontano dai magnati dell'impresa elettronica che ha fabbricati i "replicanti"; lontano dalla polizia; lontano dalla città sporca e piovosa, piena di spot e di pubblicità che proiettano sempre le stesse identiche immagini da schermi che volano in un cielo senza stelle.

viernes, marzo 18, 2011


Amore e altre catastrofi



E' doloroso e sempre complicato vivere la fine d'una storia. Quando veniamo al mondo siamo abbandonati a noi stessi e nessuno ci insegna ad amare e, tantomeno, a come imparare a lasciare una persona, quando non l'amiamo più (quando l'amore svanisce e comincia a diventare solo e soltanto un ricordo). E' doloroso e difficile lasciarsi, perché quando una storia d'amore finisce c'è sempre qualcuno, tra i due, che soffre più dell'altro (è matematico, credo, oltre che inevitabile – perché, inevitabilmente, c'è sempre qualcuno che ha amato più dell'altro; e di solito, chi ricopre il ruolo di colui che lascia è anche chi ha amato di meno – o ha iniziato a smettere d'amare da prima dell'altro).

“Perché?”, chiede chi viene lasciato, e di solito aggiunge: “Dove ho sbagliato? Perché mi rifiuti? Perché non mi vuoi più? Hai un'altra? Non ti vado più bene così come sono? Sei stufo di come sono fatta? Ne vorresti una più giovane? Più porca? Più brava in cucina? Più attenta? Più simile a te?” (sono tante le domande che chi viene lasciato pone a chi lascia, ma sempre le stesse – autodifesa o accusa che si alternano in un processo altalenante che sa di farsa perché intentato quando chi lascia lo vede come superfluo, in ritardo, perfettamente inutile e privo di qualsiasi efficacia, ai fini d'una potenziale o possibile riunione o ritorno di fiamma o assoluzione dal reato).
E chi lascia si pone domande simili: “Perché non l'amo più? Quand'è che ho smesso di amarla? Perché non mi attira più? Perché non occupa i miei pensieri come prima? Dove ho sbagliato? Dove ha sbagliato lei? Dove abbiamo sbagliato entrambi? Dov'è finita quella fiamma, quella passione, quell'impeto che ci ha spinti l'uno nelle braccia dell'altra tanti e tanti anni fa? Dove sono finito io, dopo tutto questo amore?”.
Domande retoriche che non possono ricevere risposta. Né ora né domani. Né dopodomani. Ci s'interroga e si soffre, senza venire a capo di nulla. Così come era cominciata (con entusiasmo, voglia di fare e di stare insieme, progetti per il futuro, che si vedeva come qualcosa di ancora molto, molto lontano), così è finita (senza più voglia di farsi del male o di prendersi in giro; senza più uno straccio di progetto in comune; senza più voglia di fare l'amore – anche quello diventa ormai abitudine, e ci si sente in colpa quando ci si nega, chi è lasciato lo interpreta come l'ennesima pugnalata alle spalle, chi lascia si complica la vita perché sa che godrà, anche se in modo molto meno spirituale, il corpo dell'amata è sempre quello, anche quando l'amata è diventata una ex o si accinge e si appresta ad esserlo, suo malgrado... il corpo che è identico, eppure cambia, perché sappiamo che non potremo più baciarlo, toccarlo, carezzarlo, in futuro, così come era nostra abitudine fare nel passato).
Dove abbiamo sbagliato? Perché siamo diventati una coppia scoppiata? Chi dei due ha sbagliato di più e per primo?
Non ha proprio senso porsi domande del genere. Quando una storia d'amore finisce (per i casi più disparati) si tratta sempre di una sconfitta reciproca, della sconfitta di entrambi, che non si sentono o non sono più in grado di supportare quella fiamma, quell'impeto e quell'impegno che c'era all'inizio.
A volte penso che quando amiamo davvero qualcuno siamo (sempre) come i due amanti del famoso quadro di Magritte: gli occhi foderati di prosciutto (si dice, di solito, in italiano e in tono proverbiale), le bocche che si baciano, ma non si accorgono della fodera che impedisce un contatto puro e profondo. Siamo tutti annebbiati, quando amiamo qualcuno, e la nebbia ci ottunde la capacità di ragionare, nessuno si salva da questo effetto-notte, non si capisce niente, anche quando sentivamo di vivere una vita felice e di avere accanto la persona migliore del mondo... Siamo tutti immersi dalle lenzuola e fare l'amore in queste condizioni è sempre un rischio, non si riesce mai a vedere totalmente l'altro, anche se avviciniamo il nostro volto al suo volto quando è il volto d'una persona in procinto di provare il massimo godimento (vorremmo rubarle il respiro, in quei momenti, o penetrarle l'anima o il cervello, ma restiamo fuori, all'esterno del suo mondo, spettatori impotenti di un portento della Natura che si ripete sempre uguale a se stesso e sempre diverso)...
Chissà quando torneremo a contemplare quel viso, così vicino e, pure, così lontano...

sábado, marzo 12, 2011

Sterne docet 


“being firmly persuaded that every time a man smiles, but much more so, when he laughs, that it adds something to this Fragment of Life”

Questa citazione proviene dall'incipit di uno dei capolavori più divertenti e smaccatamente anachici della storia della letteratura, ovvero The Life and Opinions of Tristram Shandy, romanzo magmatico e iperrealista scritto dal reverendo Sir Laurence Sterne intorno alla seconda metà del '700 e pubblicato “a puntate” in 7 (o 9) volumi.

“essendo [sottinteso: “io”] fermamente convinto del fatto che, ogni volta che un uomo sorride, o meglio ancora, quando ride, aggiunge qualcosa a questo Frammento che è La Vita”, potremmo tradurre, prendendoci più d'una libertà dal testo originale...

Sto attraversando un periodo lontano mille miglia dal sorriso (o, ancora meglio, dal riso); il mondo intero sta attraversando un periodo buio (Berlusconi è ancora vivo, la sinistra italiana è ancora alla ricerca di un baricentro, il Giappone ha appena sofferto uno dei terremoti più violenti della sua storia, Gheddafi sfida il mondo dalla sua Libia – che non si è mai sentita poi così “sua”, evidentemente -, la scuola pubblica italiana patisce i tagli della Riforma Gelmini, i ragazzi non sanno più che significato dare alla parola “futuro”, e così via discorrendo); e insomma, facendo la somma degli eventi di cui ciascuno di noi può essere testimone, c'è davvero poco da ridere. E penso (o meglio: provo a immaginare) come doveva essere la vita nell'Inghilterra (o meglio: nella Scozia) del 1750, come si viveva da quelle parti, quanti dolori e guai (sia fisici che morali) dovette sopportare sulla propria pelle il reverendo succitato, che faccia dovette fare lo stampatore che doveva prendersi la briga di pubblicare materialmente il testo del Tristram Shandy, e che faccia dovette fare la moglie di Sterne (era un pastore anglicano, poteva sposarsi pur essendo un ecclesiastico) quando questi le disse che si era innamorato di un'altra, quando ormai avevano avuto già due figli e Sterne era diventato un caso letterario a Londra, quando gli restavano pochi anni da vivere (morì nel 1768 a 54 anni, da giovane, diremmo noi oggi...).

Insomma, la vita è piena di occasioni in cui piangere e avarissima di occasioni in cui ridere (o riderne). Quando ridiamo, aggiungiamo davvero qualcosa a questo piccolo frammento che è la vita? Credo di sì, proprio perché si tratta di occasioni rare e che bisogna saper vivere al massimo, cogliere al momento opportuno, senza freni inibitori.

Ricordo spesso le amiche con cui sono riuscito a ridere di gusto. Sono state amiche gioviali, che hanno saputo ascoltarmi, consigliarmi, ospitarmi, e regalarmi un sorriso nel momento del bisogno (al momento giusto, appunto). Mi ricordo le risate con la mia ex, quando uscivamo da un cinema dopo aver visto un film che era piaciuto a entrambi, anche se per motivi diversissimi (ma tu che film hai visto? Non lo so, e se c'ero dormivo). Ricordo le risate con mio fratello, poche, ma indelebili nella mia memoria, perché scatenate in seguito a un qualche ricordo comune d'adolescenza o d'infanzia. E ricordo le risate fatte in compagnia del mio migliore amico (con lui le occasioni sono ancora frequenti, è una salvezza, poter contare su un migliore amico, quando ci si sente in difficoltà o troppo, troppo soli su questo universo). E le risate fatte con qualche vecchio compagno di scuola o con qualche amico che non vediamo più da una vita. E la risata, allora, diventa un varco, uno spiraglio, una specie di soglia da cui intravedere tutto un mondo, un mondo migliore di quello in cui ci troviamo di solito, in cui puoi smettere di avere paura della morte o di avere paura di essere tradito dall'altro, o di essere ingannato e fregato, in cui, una volta tanto, puoi toglierti la corazza, poggiare la spada a terra, e smettere di lottare, per goderti finalmente la fine dalla battaglia che quotidianamente combatti per stare su questa terra senza farti calpestare dagli altri.

E allora forse ha ragione Laurence Sterne; aggiungiamo davvero qualcosa a questo Frammento di Vita (della Vita), quando sorridiano o, ancora meglio, quando ridiamo. Anche se è difficile ridere e complicato trovare le persone giuste con cui la risata sgorga in maniera spontanea e naturale, senza falsità o ipocrisie varie nel mezzo a rovinarci il panorama e la giornata...

jueves, marzo 10, 2011

Gasometro di Roma


E all'improvviso, quando meno te l'aspetti, tra la fermata della metro di Piramide e quella della Garbatella, spunta fuori il Gasometro, in tutto il suo splendore di ferro e metalli incrociati, a sovrastare il quartiere Ostiense...

Roma ti sorprende sempre, c'è poco da fare. Tu cammini e non ci pensi e lei ti si offre, gratuitamente, in tutta la sua bellezza sconfinata (priva di confini netti). E quante strade ancora non ho visto, io, di Roma, quanti quartieri in cui non ho mai messo piede, quanti angoli e svolte e viste panoramiche e monumenti e chiese e piazze nascoste. 

Roma non ha fretta: le piace farsi scoprire (e offrirsi) così, poco a poco, senza volere, con nonchalance da grande aristocratica (che sembra in declino, ma resiste nei secoli).

lunes, marzo 07, 2011

Mine vaganti (2010), di Ferzan Ozpetek: coesistere (sempre)




C'è un scena, nell'ultimo film di Ferzan Ozpetek, che mi piace più delle altre: è quella in cui lui (Riccardo Scamarcio) e lei (Nicole Grimaudo) sono a casa di lei e cenano a base di semplici tramezzini (è estate e fuori fa caldo). Lui è gay, anche se lei non lo sa; lei è una tipa complicata che, fregandosene dei passanti, guida come una pazza scatenata per i vicoletti del centro storico di Lecce. Lui è tornato a casa, lasciando a malincuore Roma e l'adorato fidanzato, per cercare di risolvere i guai in fabbrica del padre imprenditore in carriera; lei ci vive, in quella città, e ci lavora, nella fabbrica del padre di lui (producono pasta). E questi due tipi così distanti (per mentalità, per abitudini, per gusti sessuali, per carattere) a un certo punto entrano in contatto tra loro; si scrutano, si osservano, si studiano con lo sguardo e il regista, per un attimo, sembra suggerirci l'idea che lui possa baciare lei (o viceversa), sì, insomma, che il gay abbandoni la sua retta via e che la tipa eccentrica si avvii ad uno scambio amoroso-erotico-sentimentale senza freni inibitori o disturbi di personalità di sorta... Poi però finiscono di mangiare e, almeno fino a questo momento del film, non succede niente. Lui va via e lei si mette a dormire, da sola, in una casa che intuiamo enorme (e da benestante un po' viziata).


Nel complesso a me Mine vaganti è piaciuto; non mi ha entusiasmato, però, il modo in cui il regista tratta il tema dell'omosessualità; né mi sono piaciute certe scene da "commedia all'italiana" che, a mio parere, non s'accordavano in modo così armonico al resto; ma mi ha colpito il modo in cui, poco a poco, Ozpetek ci rende partecipi dei segreti dei vari componenti della famiglia intorno a cui ruota la trama. Nessuno si salva; o meglio, tutti hanno un segreto da celare agli altri; tutti coltivano una passione segreta o una relazione contorta di cui non sono riusciti a venire a capo. E spesso è così che succede, nella vita; credi di conoscere una persona fino in fondo, e ti accorgi (di solito, in ritardo) di non conoscerla affatto. Siamo troppo concentrati a rispettare gli schemi (quello che gli altri si aspettano da noi per quanto ci conoscono); non solo: a volte, siamo talmente concentrati a rispettare l'immagine che gli altri si sono creati di noi da arrivare a credere di dover sempre coincidere con quell'immagine (che è, di fatto, falsata, o comunque incapace di rappresentarci davvero nelle nostre mille sfumature, di incarnare fino in fondo quello che siamo - o che sogniamo di diventare un giorno, chissà, in futuro).


E poi c'è un'altra scena molto bella e che ispira tenerezza: quella in cui Riccardo Scamarcio guarda dalla riva Nicole Grimaudo mentre fa il bagno e balla e scherza con Marco (il suo ragazzo, venuto da Roma)... E uno prova a immedesimarsi nel personaggio e a come si possano riunire gli opposti o a come si possa vivere la propria vita in armonia con tutti (perfino con i nostri potenziali nemici, con quelli che potrebbero rubarci il fidanzato o soffiarci la ragazza da sotto gli occhi, con quelli che potrebbero tradirci o lasciarci per sempre, con quelli che ti sembrano amici, ma poi vatti a fidare sul serio).


Il film proprio questo sembra volerci dire: che alla fine sarebbe bello poter ballare con tutti; coesistere tutti insieme, coltivando la differenza; coesistere per sempre perfino con chi non c'è più (con i morti che ricordiamo quando non sono più tra noi, e che ci vengono a visitare anche quando sembra che se ne siano andati per sempre o quando meno ce l'aspettiamo).

lunes, febrero 28, 2011

Villa Mirafiori

Chi si è laureato in Lingue o in Filosofia alla "Sapienza" di Roma conosce bene Villa Mirafiori: la sede distaccata dalla "città universitaria", un ex-convento in cui si insegnano lingue come l'inglese, il tedesco e il francese, e materie come Estetica, Filosofia Modale e Filosofia Teoretica.

Questa mattina mi è capitato di rimetterci piede dopo anni d'assenza: un viaggio proustiano sulle orme delle macerie di un passato che sembra lontanissimo, ma è ancora accanto a me...

Ho fatto il giro delle aule che conoscevo a memoria e la memoria non mi ha abbandonato, non ho mai sbagliato un corridoio, stamane. Ma la cosa più strana di tutte è stato ritrovare gli uffici dei vari prof. che seguii all'epoca nelle stesse identiche postazioni, negli stessi uffici di sempre (ed è pure ovvio che sia così; anzi, sarebbe stato allarmante il caso contrario: un prof. non cambia studio a meno che non modifichino la struttura della sede o il docente in questione non muoia - e  allora, ho pensato, mentre vagavo per i corridoi pieni di annunci di "vendesi appunti..." o "vendesi copia testi d'esame del prof....." o "affittasi appartamento in zona P.zza Bologna..." o "affittasi stanza singola vicinanze Piazzale delle Province...", dicevo: ho pensato: quando un professore muore, sparisce anche il suo nome dalla targhetta che ne annuncia la presenza davanti alla porta del suo studio) e sorprendermi nel constatare come molte cose non cambiano e restano ferme lì dove le abbiamo lasciate anni prima, mentre noi abbiamo viaggiato, e fatto il giro del mondo, lontani chilometri dal posto in cui oggi ritorniamo a camminare...

E' stato alienante e, al contempo, divertente, vedere che c'è sempre lo stesso segretario svogliato nel gabbiotto dell'ingresso; lo stesso mobilio elegante tra Francesistica e Anglistica; addirittura, gli stessi testi d'esame (e non so se è un merito o un demerito, se giudichiamo dal punto di vista dei professori - come se fossero "attaccati" a quei libri, come se fossero rimasti legati a quel certo arcipelago di citazioni e di riferimenti colti ed eruditi...).

E' stato bello rivedere la fontana con i pesci che ci nuotano dentro; il bar con lo spiazzo verde per fumarsi una sigaretta in santa pace; le stanze distaccate degli uffici dei lettori d'inglese; le facce dei ragazzi che si assomigliano un po' tutte, malgrado gli anni e malgrado le mode del momento; i visi tirati per la paura prima dell'esame; i visi concentrati sugli appunti fotocopiati pieni di cancellature e di strisciate d'evidenziatore; i visi attenti e curiosi di ragazze bellissime che mi guardano e mi sorridono e se mi sbattono per disattenzione mi chiedono scusa dandomi del "lei" (e quando un giovane ti dà del "lei" vuol dire che stai davvero invecchiando, che tu, ai suoi occhi, fai parte - per sempre - del mondo degli adulti, o dei vecchi).

Una ragazza mi chiede se so dov'è l'ufficio del prof. Di Giacomo: glielo indico, al volo, con tono sicuro: "E' là in fondo, sulla sinistra". Di Giacomo sta ancora studiando i nodi che portano Wittgenstein dall'ordine ferreo del Tractatus logico-philosophicus all'anarchia devastante delle Ricerche filosofiche... 

Tutto scorre. E le stesse cose ritornano...come Villa Mirafiori, con i suoi alberi ancestrali e la sua aria di "isola felice", i suoi studenti che ripassano e gli annunci sparsi ad ogni angolo, la calma e la fretta di sempre...

viernes, febrero 18, 2011

Tradurre la luna piena



E' la prima volta che mi capita di stare sulla traduzione dall'alba al tramonto (si noti il capovolgimento del titolo d'un famoso film "cult" di Robert Rodriguez con la coppia - inedita - Quentin Tarantino/George Clooney, From Dusk till Dawn, in lingua originale, del '96 l'annata)...


La professoressa mi osserva con sguardo preoccupato e pensa che stia diventando pazzo: "Lei studia troppo e, a volte, si confonde, fa degli errori davvero sciocchi, prende cantonate". Che sciocco, cazzo! Me lo dico da solo, mentre mi reco in  bagno, ripetendomi - come fosse un mantra - la parola "cantonata" (cantonata, nata-canto, canta nata, canta nato, cantan ato e canton ata...).


Oggi andiamo a pranzo in un ristorante di Piazza Dante; l'ambiente è allegro e la piazza è piena di famigliole di studenti che si sono appena laureati (quante foto, quanto spumante, quanti sprechi, quante illusioni, ragazzi miei...).


E intanto le ore passano e si fa notte e sorge la luna, piena, una sfera bianca in mezzo al cielo stellato. E noi siamo ancora qui alle prese con la traduzione (solo la pausa pranzo e un mezzo minuto per andare al bagno a fare la pipì, niente di più, niente di meno).


Esco dall'Università che fuori è buio fondo (perché le nuvole hanno offuscato per intero la luna). E ricevo due strane telefonate: la prima, da parte di una ex-alunna che voleva tanto rivedermi a Pisa (ma non c'è stato verso, ho fatto troppo tardi per i suoi orari, i treni, gli andirivieni - andi e rivieni  e andiamo, dai); l'altra, da parte di una collega che dice di essere stufa di "mendicare l'amore di uno che, forse, non mi merita".


Le dico che è il verbo ad essere sbagliato, in questa storia: non si dovrebbe mai (dico: mai) "mendicare l'amore". Errore madornale; non si mendica, ci si dona e, se l'altro riceve e capisce quant'è prezioso questo dono, ci ricambia (oppure no, e allora è un'altra, la storia, e i motivi per cui sentirsi soli e sfortunati e amareggiati e, magari, cambiare il destinatario del nostro dono, se ci si riesce e ci si ha la forza).


Mia moglie mi aspetta a braccia aperte: la tavola è inbandita (o imbandita?) e il piatto ricolmo di patatine fritte e due hamburguer dall'aspetto molto, molto interessante (appetibile, sì, meglio).


Accendo la tv: San Remo, ti prego, no. Santoro (meglio?). Match Point di Woody Allen (questo sì che è un capolavoro, ragazzi!). Poi mi torna in mente (anche questo in modo alquanto strambo) il finale di Fight Club di David Fincher... E mi viene da pensare: ma quant'è geniale quel finale? 


"Mi hai conosciuto in un momento molto strano della mia vita", dice Edward Norton alla sua donna, dopo essersi sparato in bocca e esser così riuscito ad uccidere il suo "doppio" (Brad Pitt)... E i palazzi davanti a loro esplodono, in un subbuglio di fuochi d'artificio (non ricordo se anche lì c'è la luna piena)...

domingo, febrero 13, 2011

Asino chi legge, di Antonella Cilento: un bollettino di guerra pieno di speranza per il futuro


Tempo fa scrissi della mia prima esperienza di "scrittura creativa" vissuta proprio grazie a (oltre che insieme ad) Antonella Cilento, chiamata a intervenire nell'Università in cui lavoro per un incontro su "Giovani e scrittura". Non ero convinto dell'efficacia delle scuole di scrittura (creativa o meno), ma rimasi molto soddisfatto dei risultati ottenuti dall'autrice (i ragazzi dovevano scrivere tutto quello che passava loro per la testa entro 5 minuti d'orologio e a partire dalla frase: "L'anima è una farfalla").
Poi ho letto l'ultimo libro della scrittrice, Asino chi legge. I giovani, i libri, la scrittura (Parma, Guanda, 2010) e sono stato come risucchiato dal ritmo, dall'ironia, dall'autoironia, dalla limpidezza della scrittura (scrittura che nasce da un italiano molto vivace, in cui fa capolino - in modo sempre elegantissimo - il napoletano delle origini dell'autrice - fenomeno, questo, molto simile a quello che ho riscontrato in un altro autore partenopeo, il regista Paolo Sorrentino, col suo Hanno tutti ragione - ma questa è un'altra storia e torniamo a noi...).

Asino chi legge è una sorta di diario: l'autrice ci parla di sé in quanto "operatrice culturale" chiamata dai presidi delle scuole pubbliche italiane di ogni ordine e grado per i cosiddetti PON (quei progetti o laboratori che alcune scuole attivano affinché gli studenti possano sviluppare quelle capacità e/o svolgere quelle attività cosiddette "extra-curriculari" cui non è dato spazio la mattina quando si fa lezione "standard"). Non solo: il libro si presenta come un vero e proprio reportage sulla situazione dell'istruzione pubblica in Italia, come un viaggio dal Nord al Sud della Penisola.
E leggendo uno si rende conto immediatamente di due cose: a) dell'enorme passione che una come Antonella Cilento ci mette nel fare quello che fa (con energia, con pazienza e abnegazione invidiabili); b) degli enormi problemi che hanno afflitto e affliggono ancora oggi la scuola pubblica italiana (un luogo in cui, invece di sviluppare il senso critico dei ragazzi, si tira a campare, si diffonde un metodo di studio nozionistico che poca presa ha sui ragazzi e che dà scarsi risultati sul piano didattico). Un problema messo giustamente in risalto dalla Cilento è che a scuola non si impara più a leggere; non solo non si promuove la lettura (di testi letterari degni d'attenzione); non solo si continua a fruire la letteratura in pillole (brani di classici antologizzati e basta); non solo non si fa quasi niente per accattivarsi l'attenzione degli alunni sulle questioni inerenti la lettura e la scrittura, ma, addirittura, si sottraggono fondi (soldi) per promuovere quegli esperimenti che potrebbero portare i ragazzi a scoprire i libri (che non sono sempre e solo "libri di testo" - così odiati, e così asfittici, anche per un docente di buona volontà).

"Da qualche anno [...] leggere è considerato un errore, una perdita di tempo, un insignificante vizio. Studiare e leggere, è ormai noto, non ti porteranno da nessuna parte, non ti apriranno le porte del mondo del lavoro, non faranno di te una persona migliore" (p. 18).

Questa riflessione corrisponde alla verità (e all'attualità della triste cronaca di questi mesi): e non è affatto vero che i ragazzi del Nord siano più bravi (o preparati) di quelli del Sud; gli studenti si assomigliano tutti (e manifestano tutti le stesse identiche idiosincrasie) perché è la scuola pubblica italiana stessa che si comporta come un unico enorme mostro che si trascina da decenni gli stessi difetti (e le stesse tare).

Ecco allora l'importanza dell'azione di Antonella Cilento quando, una volta entrata in classe, si mette a parlare di scrittura o di libri e, addirittura, si mette a leggere a voce alta brani da Edgar Allan Poe, da Pasolini, o da Cechov: è quando legge e riesce a catturare l'attenzione degli alunni che Antonella Cilento riesce a scalfire il malfunzionamento di un'istituzione da cui dipende il grado di civiltà di un intero paese; e basta un sorriso, uno sguardo d'intesa, l'interesse dichiarato a viva voce anche da uno solo dei suoi alunni per dare alla Cilento la forza di proseguire in questa sua azione di contrasto al malfunzionamento dell'intero sistema scolastico italiano. Una sola pagina letta in più in classe; un solo esercizio di scrittura creativa in più; un sorriso, un barlume di curiosità intorno alle parole lette ad alta voce dalla scrittrice: sono questi i piccoli gesti che, a detta della Cilento, danno la forza per andare avanti e per sperare in un mondo migliore.

Ecco cos'è Asino chi legge: un bollettino di guerra (scritto direttamente dal fronte) pieno di speranza per il futuro. Un libro che racconta l'Italia di oggi e di cui dovrebbero far tesoro tutti quelli che a scuola ci lavorano (a volte controvoglia o senza la minima coscienza dei danni che possono fare non facendo bene il proprio mestiere). Un libro su come contrastare (con i fatti, e non solo a parole) quell'"analfabetismo mentale" che l'intera società sembra voler imporre a tutti, partendo proprio dalle giovani generazioni, quelle più influenzabili e manipolabili.

 Quasi fatto tutto (in tempi record) Non so esattamente come ci sono riuscito, ma ho quasi fatto tutto (in tempi record). Sarà che sotto str...