viernes, marzo 18, 2011


Amore e altre catastrofi



E' doloroso e sempre complicato vivere la fine d'una storia. Quando veniamo al mondo siamo abbandonati a noi stessi e nessuno ci insegna ad amare e, tantomeno, a come imparare a lasciare una persona, quando non l'amiamo più (quando l'amore svanisce e comincia a diventare solo e soltanto un ricordo). E' doloroso e difficile lasciarsi, perché quando una storia d'amore finisce c'è sempre qualcuno, tra i due, che soffre più dell'altro (è matematico, credo, oltre che inevitabile – perché, inevitabilmente, c'è sempre qualcuno che ha amato più dell'altro; e di solito, chi ricopre il ruolo di colui che lascia è anche chi ha amato di meno – o ha iniziato a smettere d'amare da prima dell'altro).

Perché?”, chiede chi viene lasciato, e di solito aggiunge: “Dove ho sbagliato? Perché mi rifiuti? Perché non mi vuoi più? Hai un'altra? Non ti vado più bene così come sono? Sei stufo di come sono fatta? Ne vorresti una più giovane? Più porca? Più brava in cucina? Più attenta? Più simile a te?” (sono tante le domande che chi viene lasciato pone a chi lascia, ma sempre le stesse – autodifesa o accusa che si alternano in un processo altalenante che sa di farsa perché intentato quando chi lascia lo vede come superfluo, in ritardo, perfettamente inutile e privo di qualsiasi efficacia, ai fini d'una potenziale o possibile riunione o ritorno di fiamma o assoluzione dal reato).
E chi lascia si pone domande simili: “Perché non l'amo più? Quand'è che ho smesso di amarla? Perché non mi attira più? Perché non occupa i miei pensieri come prima? Dove ho sbagliato? Dove ha sbagliato lei? Dove abbiamo sbagliato entrambi? Dov'è finita quella fiamma, quella passione, quell'impeto che ci ha spinti l'uno nelle braccia dell'altra tanti e tanti anni fa? Dove sono finito io, dopo tutto questo amore?”.
Domande retoriche che non possono ricevere risposta. Né ora né domani. Né dopodomani. Ci s'interroga e si soffre, senza venire a capo di nulla. Così come era cominciata (con entusiasmo, voglia di fare e di stare insieme, progetti per il futuro, che si vedeva come qualcosa di ancora molto, molto lontano), così è finita (senza più voglia di farsi del male o di prendersi in giro; senza più uno straccio di progetto in comune; senza più voglia di fare l'amore – anche quello diventa ormai abitudine, e ci si sente in colpa quando ci si nega, chi è lasciato lo interpreta come l'ennesima pugnalata alle spalle, chi lascia si complica la vita perché sa che godrà, anche se in modo molto meno spirituale, il corpo dell'amata è sempre quello, anche quando l'amata è diventata una ex o si accinge e si appresta ad esserlo, suo malgrado... il corpo che è identico, eppure cambia, perché sappiamo che non potremo più baciarlo, toccarlo, carezzarlo, in futuro, così come era nostra abitudine fare nel passato).
Dove abbiamo sbagliato? Perché siamo diventati una coppia scoppiata? Chi dei due ha sbagliato di più e per primo?
Non ha proprio senso porsi domande del genere. Quando una storia d'amore finisce (per i casi più disparati) si tratta sempre di una sconfitta reciproca, della sconfitta di entrambi, che non si sentono o non sono più in grado di supportare quella fiamma, quell'impeto e quell'impegno che c'era all'inizio.
A volte penso che quando amiamo davvero qualcuno siamo (sempre) come i due amanti del famoso quadro di Magritte: gli occhi foderati di prosciutto (si dice, di solito, in italiano e in tono proverbiale), le bocche che si baciano, ma non si accorgono della fodera che impedisce un contatto puro e profondo. Siamo tutti annebbiati, quando amiamo qualcuno, e la nebbia ci ottunde la capacità di ragionare, nessuno si salva da questo effetto-notte, non si capisce niente, anche quando sentivamo di vivere una vita felice e di avere accanto la persona migliore del mondo... Siamo tutti immersi dalle lenzuola e fare l'amore in queste condizioni è sempre un rischio, non si riesce mai a vedere totalmente l'altro, anche se avviciniamo il nostro volto al suo volto quando è il volto d'una persona in procinto di provare il massimo godimento (vorremmo rubarle il respiro, in quei momenti, o penetrarle l'anima o il cervello, ma restiamo fuori, all'esterno del suo mondo, spettatori impotenti di un portento della Natura che si ripete sempre uguale a se stesso e sempre diverso)...
Chissà quando torneremo a contemplare quel viso, così vicino e, pure, così lontano...

sábado, marzo 12, 2011

Sterne docet 


being firmly persuaded that every time a man smiles, but much more so, when he laughs, that it adds something to this Fragment of Life”

Questa citazione proviene dall'incipit di uno dei capolavori più divertenti e smaccatamente anachici della storia della letteratura, ovvero The Life and Opinions of Tristram Shandy, romanzo magmatico e iperrealista scritto dal reverendo Sir Laurence Sterne intorno alla seconda metà del '700 e pubblicato “a puntate” in 7 (o 9) volumi.

essendo [sottinteso: “io”] fermamente convinto del fatto che, ogni volta che un uomo sorride, o meglio ancora, quando ride, aggiunge qualcosa a questo Frammento che è La Vita”, potremmo tradurre, prendendoci più d'una libertà dal testo originale...

Sto attraversando un periodo lontano mille miglia dal sorriso (o, ancora meglio, dal riso); il mondo intero sta attraversando un periodo buio (Berlusconi è ancora vivo, la sinistra italiana è ancora alla ricerca di un baricentro, il Giappone ha appena sofferto uno dei terremoti più violenti della sua storia, Gheddafi sfida il mondo dalla sua Libia – che non si è mai sentita poi così “sua”, evidentemente -, la scuola pubblica italiana patisce i tagli della Riforma Gelmini, i ragazzi non sanno più che significato dare alla parola “futuro”, e così via discorrendo); e insomma, facendo la somma degli eventi di cui ciascuno di noi può essere testimone, c'è davvero poco da ridere. E penso (o meglio: provo a immaginare) come doveva essere la vita nell'Inghilterra (o meglio: nella Scozia) del 1750, come si viveva da quelle parti, quanti dolori e guai (sia fisici che morali) dovette sopportare sulla propria pelle il reverendo succitato, che faccia dovette fare lo stampatore che doveva prendersi la briga di pubblicare materialmente il testo del Tristram Shandy, e che faccia dovette fare la moglie di Sterne (era un pastore anglicano, poteva sposarsi pur essendo un ecclesiastico) quando questi le disse che si era innamorato di un'altra, quando ormai avevano avuto già due figli e Sterne era diventato un caso letterario a Londra, quando gli restavano pochi anni da vivere (morì nel 1768 a 54 anni, da giovane, diremmo noi oggi...).

Insomma, la vita è piena di occasioni in cui piangere e avarissima di occasioni in cui ridere (o riderne). Quando ridiamo, aggiungiamo davvero qualcosa a questo piccolo frammento che è la vita? Credo di sì, proprio perché si tratta di occasioni rare e che bisogna saper vivere al massimo, cogliere al momento opportuno, senza freni inibitori.

Ricordo spesso le amiche con cui sono riuscito a ridere di gusto. Sono state amiche gioviali, che hanno saputo ascoltarmi, consigliarmi, ospitarmi, e regalarmi un sorriso nel momento del bisogno (al momento giusto, appunto). Mi ricordo le risate con la mia ex, quando uscivamo da un cinema dopo aver visto un film che era piaciuto a entrambi, anche se per motivi diversissimi (ma tu che film hai visto? Non lo so, e se c'ero dormivo). Ricordo le risate con mio fratello, poche, ma indelebili nella mia memoria, perché scatenate in seguito a un qualche ricordo comune d'adolescenza o d'infanzia. E ricordo le risate fatte in compagnia del mio migliore amico (con lui le occasioni sono ancora frequenti, è una salvezza, poter contare su un migliore amico, quando ci si sente in difficoltà o troppo, troppo soli su questo universo). E le risate fatte con qualche vecchio compagno di scuola o con qualche amico che non vediamo più da una vita. E la risata, allora, diventa un varco, uno spiraglio, una specie di soglia da cui intravedere tutto un mondo, un mondo migliore di quello in cui ci troviamo di solito, in cui puoi smettere di avere paura della morte o di avere paura di essere tradito dall'altro, o di essere ingannato e fregato, in cui, una volta tanto, puoi toglierti la corazza, poggiare la spada a terra, e smettere di lottare, per goderti finalmente la fine dalla battaglia che quotidianamente combatti per stare su questa terra senza farti calpestare dagli altri.

E allora forse ha ragione Laurence Sterne; aggiungiamo davvero qualcosa a questo Frammento di Vita (della Vita), quando sorridiano o, ancora meglio, quando ridiamo. Anche se è difficile ridere e complicato trovare le persone giuste con cui la risata sgorga in maniera spontanea e naturale, senza falsità o ipocrisie varie nel mezzo a rovinarci il panorama e la giornata...

jueves, marzo 10, 2011

Gasometro di Roma


E all'improvviso, quando meno te l'aspetti, tra la fermata della metro di Piramide e quella della Garbatella, spunta fuori il Gasometro, in tutto il suo splendore di ferro e metalli incrociati, a sovrastare il quartiere Ostiense...

Roma ti sorprende sempre, c'è poco da fare. Tu cammini e non ci pensi e lei ti si offre, gratuitamente, in tutta la sua bellezza sconfinata (priva di confini netti). E quante strade ancora non ho visto, io, di Roma, quanti quartieri in cui non ho mai messo piede, quanti angoli e svolte e viste panoramiche e monumenti e chiese e piazze nascoste. 

Roma non ha fretta: le piace farsi scoprire (e offrirsi) così, poco a poco, senza volere, con nonchalance da grande aristocratica (che sembra in declino, ma resiste nei secoli).

lunes, marzo 07, 2011

Mine vaganti (2010), di Ferzan Ozpetek: coesistere (sempre)




C'è un scena, nell'ultimo film di Ferzan Ozpetek, che mi piace più delle altre: è quella in cui lui (Riccardo Scamarcio) e lei (Nicole Grimaudo) sono a casa di lei e cenano a base di semplici tramezzini (è estate e fuori fa caldo). Lui è gay, anche se lei non lo sa; lei è una tipa complicata che, fregandosene dei passanti, guida come una pazza scatenata per i vicoletti del centro storico di Lecce. Lui è tornato a casa, lasciando a malincuore Roma e l'adorato fidanzato, per cercare di risolvere i guai in fabbrica del padre imprenditore in carriera; lei ci vive, in quella città, e ci lavora, nella fabbrica del padre di lui (producono pasta). E questi due tipi così distanti (per mentalità, per abitudini, per gusti sessuali, per carattere) a un certo punto entrano in contatto tra loro; si scrutano, si osservano, si studiano con lo sguardo e il regista, per un attimo, sembra suggerirci l'idea che lui possa baciare lei (o viceversa), sì, insomma, che il gay abbandoni la sua retta via e che la tipa eccentrica si avvii ad uno scambio amoroso-erotico-sentimentale senza freni inibitori o disturbi di personalità di sorta... Poi però finiscono di mangiare e, almeno fino a questo momento del film, non succede niente. Lui va via e lei si mette a dormire, da sola, in una casa che intuiamo enorme (e da benestante un po' viziata).


Nel complesso a me Mine vaganti è piaciuto; non mi ha entusiasmato, però, il modo in cui il regista tratta il tema dell'omosessualità; né mi sono piaciute certe scene da "commedia all'italiana" che, a mio parere, non s'accordavano in modo così armonico al resto; ma mi ha colpito il modo in cui, poco a poco, Ozpetek ci rende partecipi dei segreti dei vari componenti della famiglia intorno a cui ruota la trama. Nessuno si salva; o meglio, tutti hanno un segreto da celare agli altri; tutti coltivano una passione segreta o una relazione contorta di cui non sono riusciti a venire a capo. E spesso è così che succede, nella vita; credi di conoscere una persona fino in fondo, e ti accorgi (di solito, in ritardo) di non conoscerla affatto. Siamo troppo concentrati a rispettare gli schemi (quello che gli altri si aspettano da noi per quanto ci conoscono); non solo: a volte, siamo talmente concentrati a rispettare l'immagine che gli altri si sono creati di noi da arrivare a credere di dover sempre coincidere con quell'immagine (che è, di fatto, falsata, o comunque incapace di rappresentarci davvero nelle nostre mille sfumature, di incarnare fino in fondo quello che siamo - o che sogniamo di diventare un giorno, chissà, in futuro).


E poi c'è un'altra scena molto bella e che ispira tenerezza: quella in cui Riccardo Scamarcio guarda dalla riva Nicole Grimaudo mentre fa il bagno e balla e scherza con Marco (il suo ragazzo, venuto da Roma)... E uno prova a immedesimarsi nel personaggio e a come si possano riunire gli opposti o a come si possa vivere la propria vita in armonia con tutti (perfino con i nostri potenziali nemici, con quelli che potrebbero rubarci il fidanzato o soffiarci la ragazza da sotto gli occhi, con quelli che potrebbero tradirci o lasciarci per sempre, con quelli che ti sembrano amici, ma poi vatti a fidare sul serio).


Il film proprio questo sembra volerci dire: che alla fine sarebbe bello poter ballare con tutti; coesistere tutti insieme, coltivando la differenza; coesistere per sempre perfino con chi non c'è più (con i morti che ricordiamo quando non sono più tra noi, e che ci vengono a visitare anche quando sembra che se ne siano andati per sempre o quando meno ce l'aspettiamo).

lunes, febrero 28, 2011

Villa Mirafiori

Chi si è laureato in Lingue o in Filosofia alla "Sapienza" di Roma conosce bene Villa Mirafiori: la sede distaccata dalla "città universitaria", un ex-convento in cui si insegnano lingue come l'inglese, il tedesco e il francese, e materie come Estetica, Filosofia Modale e Filosofia Teoretica.

Questa mattina mi è capitato di rimetterci piede dopo anni d'assenza: un viaggio proustiano sulle orme delle macerie di un passato che sembra lontanissimo, ma è ancora accanto a me...

Ho fatto il giro delle aule che conoscevo a memoria e la memoria non mi ha abbandonato, non ho mai sbagliato un corridoio, stamane. Ma la cosa più strana di tutte è stato ritrovare gli uffici dei vari prof. che seguii all'epoca nelle stesse identiche postazioni, negli stessi uffici di sempre (ed è pure ovvio che sia così; anzi, sarebbe stato allarmante il caso contrario: un prof. non cambia studio a meno che non modifichino la struttura della sede o il docente in questione non muoia - e  allora, ho pensato, mentre vagavo per i corridoi pieni di annunci di "vendesi appunti..." o "vendesi copia testi d'esame del prof....." o "affittasi appartamento in zona P.zza Bologna..." o "affittasi stanza singola vicinanze Piazzale delle Province...", dicevo: ho pensato: quando un professore muore, sparisce anche il suo nome dalla targhetta che ne annuncia la presenza davanti alla porta del suo studio) e sorprendermi nel constatare come molte cose non cambiano e restano ferme lì dove le abbiamo lasciate anni prima, mentre noi abbiamo viaggiato, e fatto il giro del mondo, lontani chilometri dal posto in cui oggi ritorniamo a camminare...

E' stato alienante e, al contempo, divertente, vedere che c'è sempre lo stesso segretario svogliato nel gabbiotto dell'ingresso; lo stesso mobilio elegante tra Francesistica e Anglistica; addirittura, gli stessi testi d'esame (e non so se è un merito o un demerito, se giudichiamo dal punto di vista dei professori - come se fossero "attaccati" a quei libri, come se fossero rimasti legati a quel certo arcipelago di citazioni e di riferimenti colti ed eruditi...).

E' stato bello rivedere la fontana con i pesci che ci nuotano dentro; il bar con lo spiazzo verde per fumarsi una sigaretta in santa pace; le stanze distaccate degli uffici dei lettori d'inglese; le facce dei ragazzi che si assomigliano un po' tutte, malgrado gli anni e malgrado le mode del momento; i visi tirati per la paura prima dell'esame; i visi concentrati sugli appunti fotocopiati pieni di cancellature e di strisciate d'evidenziatore; i visi attenti e curiosi di ragazze bellissime che mi guardano e mi sorridono e se mi sbattono per disattenzione mi chiedono scusa dandomi del "lei" (e quando un giovane ti dà del "lei" vuol dire che stai davvero invecchiando, che tu, ai suoi occhi, fai parte - per sempre - del mondo degli adulti, o dei vecchi).

Una ragazza mi chiede se so dov'è l'ufficio del prof. Di Giacomo: glielo indico, al volo, con tono sicuro: "E' là in fondo, sulla sinistra". Di Giacomo sta ancora studiando i nodi che portano Wittgenstein dall'ordine ferreo del Tractatus logico-philosophicus all'anarchia devastante delle Ricerche filosofiche... 

Tutto scorre. E le stesse cose ritornano...come Villa Mirafiori, con i suoi alberi ancestrali e la sua aria di "isola felice", i suoi studenti che ripassano e gli annunci sparsi ad ogni angolo, la calma e la fretta di sempre...

viernes, febrero 18, 2011

Tradurre la luna piena



E' la prima volta che mi capita di stare sulla traduzione dall'alba al tramonto (si noti il capovolgimento del titolo d'un famoso film "cult" di Robert Rodriguez con la coppia - inedita - Quentin Tarantino/George Clooney, From Dusk till Dawn, in lingua originale, del '96 l'annata)...


La professoressa mi osserva con sguardo preoccupato e pensa che stia diventando pazzo: "Lei studia troppo e, a volte, si confonde, fa degli errori davvero sciocchi, prende cantonate". Che sciocco, cazzo! Me lo dico da solo, mentre mi reco in  bagno, ripetendomi - come fosse un mantra - la parola "cantonata" (cantonata, nata-canto, canta nata, canta nato, cantan ato e canton ata...).


Oggi andiamo a pranzo in un ristorante di Piazza Dante; l'ambiente è allegro e la piazza è piena di famigliole di studenti che si sono appena laureati (quante foto, quanto spumante, quanti sprechi, quante illusioni, ragazzi miei...).


E intanto le ore passano e si fa notte e sorge la luna, piena, una sfera bianca in mezzo al cielo stellato. E noi siamo ancora qui alle prese con la traduzione (solo la pausa pranzo e un mezzo minuto per andare al bagno a fare la pipì, niente di più, niente di meno).


Esco dall'Università che fuori è buio fondo (perché le nuvole hanno offuscato per intero la luna). E ricevo due strane telefonate: la prima, da parte di una ex-alunna che voleva tanto rivedermi a Pisa (ma non c'è stato verso, ho fatto troppo tardi per i suoi orari, i treni, gli andirivieni - andi e rivieni  e andiamo, dai); l'altra, da parte di una collega che dice di essere stufa di "mendicare l'amore di uno che, forse, non mi merita".


Le dico che è il verbo ad essere sbagliato, in questa storia: non si dovrebbe mai (dico: mai) "mendicare l'amore". Errore madornale; non si mendica, ci si dona e, se l'altro riceve e capisce quant'è prezioso questo dono, ci ricambia (oppure no, e allora è un'altra, la storia, e i motivi per cui sentirsi soli e sfortunati e amareggiati e, magari, cambiare il destinatario del nostro dono, se ci si riesce e ci si ha la forza).


Mia moglie mi aspetta a braccia aperte: la tavola è inbandita (o imbandita?) e il piatto ricolmo di patatine fritte e due hamburguer dall'aspetto molto, molto interessante (appetibile, sì, meglio).


Accendo la tv: San Remo, ti prego, no. Santoro (meglio?). Match Point di Woody Allen (questo sì che è un capolavoro, ragazzi!). Poi mi torna in mente (anche questo in modo alquanto strambo) il finale di Fight Club di David Fincher... E mi viene da pensare: ma quant'è geniale quel finale? 


"Mi hai conosciuto in un momento molto strano della mia vita", dice Edward Norton alla sua donna, dopo essersi sparato in bocca e esser così riuscito ad uccidere il suo "doppio" (Brad Pitt)... E i palazzi davanti a loro esplodono, in un subbuglio di fuochi d'artificio (non ricordo se anche lì c'è la luna piena)...

domingo, febrero 13, 2011

Asino chi legge, di Antonella Cilento: un bollettino di guerra pieno di speranza per il futuro


Tempo fa scrissi della mia prima esperienza di "scrittura creativa" vissuta proprio grazie a (oltre che insieme ad) Antonella Cilento, chiamata a intervenire nell'Università in cui lavoro per un incontro su "Giovani e scrittura". Non ero convinto dell'efficacia delle scuole di scrittura (creativa o meno), ma rimasi molto soddisfatto dei risultati ottenuti dall'autrice (i ragazzi dovevano scrivere tutto quello che passava loro per la testa entro 5 minuti d'orologio e a partire dalla frase: "L'anima è una farfalla").
Poi ho letto l'ultimo libro della scrittrice, Asino chi legge. I giovani, i libri, la scrittura (Parma, Guanda, 2010) e sono stato come risucchiato dal ritmo, dall'ironia, dall'autoironia, dalla limpidezza della scrittura (scrittura che nasce da un italiano molto vivace, in cui fa capolino - in modo sempre elegantissimo - il napoletano delle origini dell'autrice - fenomeno, questo, molto simile a quello che ho riscontrato in un altro autore partenopeo, il regista Paolo Sorrentino, col suo Hanno tutti ragione - ma questa è un'altra storia e torniamo a noi...).

Asino chi legge è una sorta di diario: l'autrice ci parla di sé in quanto "operatrice culturale" chiamata dai presidi delle scuole pubbliche italiane di ogni ordine e grado per i cosiddetti PON (quei progetti o laboratori che alcune scuole attivano affinché gli studenti possano sviluppare quelle capacità e/o svolgere quelle attività cosiddette "extra-curriculari" cui non è dato spazio la mattina quando si fa lezione "standard"). Non solo: il libro si presenta come un vero e proprio reportage sulla situazione dell'istruzione pubblica in Italia, come un viaggio dal Nord al Sud della Penisola.
E leggendo uno si rende conto immediatamente di due cose: a) dell'enorme passione che una come Antonella Cilento ci mette nel fare quello che fa (con energia, con pazienza e abnegazione invidiabili); b) degli enormi problemi che hanno afflitto e affliggono ancora oggi la scuola pubblica italiana (un luogo in cui, invece di sviluppare il senso critico dei ragazzi, si tira a campare, si diffonde un metodo di studio nozionistico che poca presa ha sui ragazzi e che dà scarsi risultati sul piano didattico). Un problema messo giustamente in risalto dalla Cilento è che a scuola non si impara più a leggere; non solo non si promuove la lettura (di testi letterari degni d'attenzione); non solo si continua a fruire la letteratura in pillole (brani di classici antologizzati e basta); non solo non si fa quasi niente per accattivarsi l'attenzione degli alunni sulle questioni inerenti la lettura e la scrittura, ma, addirittura, si sottraggono fondi (soldi) per promuovere quegli esperimenti che potrebbero portare i ragazzi a scoprire i libri (che non sono sempre e solo "libri di testo" - così odiati, e così asfittici, anche per un docente di buona volontà).

"Da qualche anno [...] leggere è considerato un errore, una perdita di tempo, un insignificante vizio. Studiare e leggere, è ormai noto, non ti porteranno da nessuna parte, non ti apriranno le porte del mondo del lavoro, non faranno di te una persona migliore" (p. 18).

Questa riflessione corrisponde alla verità (e all'attualità della triste cronaca di questi mesi): e non è affatto vero che i ragazzi del Nord siano più bravi (o preparati) di quelli del Sud; gli studenti si assomigliano tutti (e manifestano tutti le stesse identiche idiosincrasie) perché è la scuola pubblica italiana stessa che si comporta come un unico enorme mostro che si trascina da decenni gli stessi difetti (e le stesse tare).

Ecco allora l'importanza dell'azione di Antonella Cilento quando, una volta entrata in classe, si mette a parlare di scrittura o di libri e, addirittura, si mette a leggere a voce alta brani da Edgar Allan Poe, da Pasolini, o da Cechov: è quando legge e riesce a catturare l'attenzione degli alunni che Antonella Cilento riesce a scalfire il malfunzionamento di un'istituzione da cui dipende il grado di civiltà di un intero paese; e basta un sorriso, uno sguardo d'intesa, l'interesse dichiarato a viva voce anche da uno solo dei suoi alunni per dare alla Cilento la forza di proseguire in questa sua azione di contrasto al malfunzionamento dell'intero sistema scolastico italiano. Una sola pagina letta in più in classe; un solo esercizio di scrittura creativa in più; un sorriso, un barlume di curiosità intorno alle parole lette ad alta voce dalla scrittrice: sono questi i piccoli gesti che, a detta della Cilento, danno la forza per andare avanti e per sperare in un mondo migliore.

Ecco cos'è Asino chi legge: un bollettino di guerra (scritto direttamente dal fronte) pieno di speranza per il futuro. Un libro che racconta l'Italia di oggi e di cui dovrebbero far tesoro tutti quelli che a scuola ci lavorano (a volte controvoglia o senza la minima coscienza dei danni che possono fare non facendo bene il proprio mestiere). Un libro su come contrastare (con i fatti, e non solo a parole) quell'"analfabetismo mentale" che l'intera società sembra voler imporre a tutti, partendo proprio dalle giovani generazioni, quelle più influenzabili e manipolabili.

jueves, enero 20, 2011

L'amore per l'altro

Che poi tutta questa storia dell'amore (per maggiori informazioni leggere Alla ricerca del tempo perduto di Marcel Proust) potrebbe anche essere solo un falso problema, un rompicapo che ci fabbrichiamo con le nostre stesse mani solo per tenerci occupati a riempire l' “ego” (il nostro cosiddetto “io profondo”) dell'immagine che ci siamo fatti dell'altro; altro che modelliamo a nostro uso e consumo, di cui ci facciamo di solito un'idea sbagliata, proprio perché lo idealizziamo, lo ricreiamo in base alle nostre aspettative, alle nostre ansie, alle nostre ambizioni più tenaci o ai nostri sogni più irrangiungibili e pervicaci.

Ed è quindi ovvio che, a un certo punto (cfr. anche quel delizioso romanzo “giovanilistico” che è Paris Trance di Geoff Dyer), l'altro si stanchi, si scocci, si stufi, insomma, di stare lì a farci da spalla, da calco, da “immagine di quello che più desideriamo in questa vita”, da “specchio in cui vogliamo rispecchiarci ogni mattina al nostro risveglio”. Io personalmente non ci trovo niente d'interessante, nulla d'allettante, nel fare lo specchio o l'immagine riflessa di qualcun'altro. Ed è da questa divergenza (l'altro così com'è davvero e l'altro così come io lo sogno o lo desidero o auspico che sia) che poi scoppiano le crisi che poi portano ai divorzi (o alle separazioni o, più semplicemente e più tristemente, al calo del desiderio, alla rottura del rapporto, all'addio per sempre tra i partners). Quando io torno a stare da solo e l'altro torna ad essere, finalmente, se stesso (ovvero, e giocando un po' con le parole – facciamo un po' i Palazzeschi pazzi della situazione -: “altro da ciò che io credevo che fosse per me”, diverso da quell' “altro” che io gli ho cucito addosso, sbagliando e facendolo allontare per sempre da me).

Il trucco dov'è, allora? C'è davvero un trucco? Non lo so. So solo che sarebbe tutto molto più semplice e più facile (sarebbe tutto forse meno doloroso e deludente) se ci sforzassimo di accogliere e guardare l'altro per quello che è – rispettandolo per quello che è, inclusi i difetti o le caratteristiche che lo allontanano da noi e che, di fatto, ce lo rendono così “altro”, ovvero: così “diverso” da noi.

sábado, enero 15, 2011

Il cimitero di Praga di Umberto Eco: una spia che spiega i "buchi neri" della Storia

E' da un po' che porto avanti un'inchiesta tra amici e conoscenti: la domanda è sempre la stessa: "Ma a te piace Eco?". La risposta è quasi sempre negativa: conosco gente che non è riuscita a finire Il nome della rosa (o che, invece, è arrivata fino alla fine, ma non lo sopporta - e fatica a sopportare Umberto Eco). Così come conosco gente che pensa che con Il nome della rosa e, ancor di più, con L'isola del giorno prima, Eco abbia contribuito non poco a seppellire il (più volte dato per morto) genere romanzesco (che sia morto è una notizia infondata; il successo dei romanzi "best-seller" sta lì a dimostrarcelo ogni giorno). 

Io devo confessare che ho sempre provato un sottile piacere nel leggere i romanzi di quest'autore, e per varie ragioni: una, ad es., è la presenza costante del fenomeno (o tecnica narrativa) della cosiddetta "intertestualità": non c'è romanzo di Eco che non si costruisca attraverso un complesso sistema di echi / citazioni / allusioni / pastiches tra opere diverse (di autori diversi) scritte in epoche diverse (ovviamente). E' il piacere della meta-letteratura (o letteratura al secondo grado - o terzo, o anche quarto): ogni libro rimanda ad altri libri che, a loro volta, alludono ad altri libri ancora... (alcuni reali e realmente pubblicati, altri, addirittura, inventati - come nei racconti (o "finzioni") di Borges)...

L'ultima fatica, Il cimitero di Praga (Milano, Bompiani, 2010) non fa eccezione a questa regola. Roberto Recchioni (di cui seguo le disavventure sul suo bel blog di fumetti e non solo - vedi ad latere il link a "Dalla parte di Asso Merrill") l'ha definito (giustamente) un libro "oscenamente colto" (o "erudito"). Ed è così: sono centinaia i riferimenti colti a fatti di cultura (libri, giornali dell'epoca, enciclopedie, inventari, immagini e illustrazioni per libri rari e antichi, eventi storici, documenti vari etc. etc.). Ciò che colpisce di più, però, e a mio parere, sono i "pezzi" che compongono la trama: il protagonista (il piemontese Simonini) sembra essere sempre presente nei momenti più oscuri o enigmatici o inspiegabili della Storia (con la S maiuscola). E non è un caso, perché di mestiere fa la spia, ovvero: il delatore al servizio del miglior offerente (non ha scrupoli morali di sorta a passare informazioni al nemico - politico o religioso esso sia - se questo è pronto a offrirgli più denaro di quanto pattuito col primo committente). Simonini inventa documenti falsi; sa copiare le firme degli altri come pochi altri al mondo; è in grado di penetrare negli anfratti della legge dello Stato (qualunque sia il suo colore o la sua bandiera) per depistare indagini, incolpare innocenti o provocare la morte dei nemici (sa travestirsi e diventare "abate Dalla Piccola" - e non mi dilungo sui risvolti anche narrativi di questo "sdoppiamento di personalità" tra il chierico e il laico). E questo è interessante: Eco, attraverso la voce (e la maschera) del suo personaggio, ci fa intuire una cosa che, spesso, ci sfugge: ogni Stato (anche - forse, soprattutto - quelli cosiddetti "democratici") si regge non solo e non tanto su regole comuni e condivise, sulle leggi scritte e custodite in una qualche Costituzione, sulle forze armate che devono mantenere l'ordine pubblico dell'intero Stato, ma anche e soprattutto sul "gioco sporco" condotto dallo Stato stesso, tramite ambasciate e consolati, sia contro gli altri Stati (che potrebbero diventare nemici o emuli e concorrenti) sia contro gli oppositori interni (quelli che, magari come i garibaldini durante la caduta del Regno Borbonico, sognano un'Italia unita da Nord a Sud). Simonini svolge il ruolo del delatore che lo Stato usa a proprio uso e consumo e al fine di manovrare gli altri (è sempre successo e sempre succederà - anche se poi ci si indigna quando uno come Julian Assange costruisce un sito come "Wikileaks" e rende questi "giochi sporchi" pubblici o "visibili" da tutti gli altri cittadini ignari delle dinamiche interne ai vari Stati o governi al potere).

Ancora più curioso risulta l'obiettivo principale che sembra accomunare le varie e variegate imprese di Simonini: il suo scopo di una vita è debellare, annientare, cancellare dalla faccia della terra il Nemico per eccellenza: gli ebrei, di cui gli narra il nonno da bambino e verso cui nutre un timore quasi atavico. Simonini si convince (e per farlo genera e inventa anche prove ad hoc) che gli ebrei siano i registi che stanno dietro alle trame più nascoste dei massoni di tutto il mondo; che gli ebrei sono pronti ad eliminare i rivali religiosi; che gli ebrei sono e saranno sempre guidati da quella brama di denaro e di potere che gli altri (nemici politici e religiosi) si sono affrettati a cucire loro addosso in nome di atteggiamenti inequivocabilmente "razzisti".

Cosa ancora più curiosa: Simonini si trova sempre al centro dell'azione quando quest'azione è un giallo di cui - ancora oggi - non si conoscono bene i risvolti: c'è quando Ippolito Nievo, l'autore di Confessioni di un italiano salta in aria insieme alla nave che lo sta riportando in Nord Italia; c'è quando, a Parigi, scoppiano le rivolte dei Comunardi; c'è ancora quando sale alla ribalta dei giornali il famoso "caso Dreyfuss"; c'è anche quando si tratta di rendere pubblici e "smerciare" nelle librerie di ogni dove i famosi e famigerati Protocolli dei savi di Sion (quell'accozzaglia di prove false e tendenziose che daranno poi una base teorica ai "programmi scientifici" portati a compimento dagli antisemiti per eccellenza, ovvero: Hitler e i nazisti).

Insomma: è come se Eco, attraverso Simonini, si sia divertito a scandagliare e illuminare quei "buchi neri" della Storia recente (dalla fine dell'Ottocento ai primissimi anni del XX sec.) che ancora ci toccano e ci riguardano da vicino e che ancora fanno parlare di sé (perché noi deriviamo - anche senza esserne coscienti - da quei "buchi neri" e da quell'insieme di attentati, follie omicide, programmi strampalati che poi hanno segnato le due Guerre Mondiali e, conseguentemente, i due totalitarismi più violenti e beceri che l'Umanità abbia mai conosciuto).

Ovvio che un ebreo che leggesse Il cimitero di Praga senza la lente dell'ironia e della "meta-letteratura" potrebbe anche offendersi o, addirittura, imputare all'Autore le frasi scritte dal Narratore e/o dal Protagonista narrante; ma commetterebbe lo stesso errore di chi, andando al cinema a vedere Inglorious Basterds di Quentin Tarantino, tacciasse il regista americano di "antisemitismo" o, addirittura, di "revisionismo storico". L'autore non è un ipocrita; e non c'è falso moralismo o ambiguità morale da parte di Eco nel tratteggiare il suo anti-eroe antisemita. Tant'è vero che Eco sembra voler sottolinearlo anche nell'appendice intitola "Inutili precisazioni erudite", lì dove ci ricorda che: a) se è vero che Simonini è un personaggio di finzione, ma costruito a partire anche da personaggi storici e realmente esistiti, è pure vero che: b) Simonini "è in qualche modo esistito. Anzi, a dirla tutta, egli è ancora tra noi".

Ed è in queste parole che si scorge forse il potenziale messaggio didattico che un romanzo come questo (che di didattico ha ben poco; di ludico, parecchio; di didattico o "didascalico" molto molto poco) potrebbe trasmetterci: attenzione, perché è vero che quello di cui si racconta è passato, ma il passato potrebbe tornare in vita in futuro; non facciamo gli stessi errori del passato; di chi è vissuto prima di noi e non ha saputo scorgere i vari Simonini che tramavano nell'ombra...

In sintesi: Il cimitero di Praga non solo non mi ha annoiato (e mi ha riconfermato tutta la mia stima verso Eco), ma mi ha anche divertito molto (con l'eleganza dello stile, l'ironia "superiore" del Narratore e - perché no? - anche con le evidenti, iperboliche "esagerazioni" del suo Protagonista antisemita ante-litteram, canaglia di natura fino alla morte e nuova incarnazione del Demonio quando afferma che "l'odio è la vera passione primordiale" e che, addirittura, "l'odio riscalda il cuore").

Un'altra zappata sui piedi del genere "romanzo"? Non lo so (lascio ai posteri l'ardua...).

domingo, enero 02, 2011

Il punctum nei film

Come ogni fine d'anno, anche questo Dicembre 2010 mi sono rintanato in casa per fare scorpacciata di film di qualità (o che il mio fiuto riteneva tali) e, devo dire, non mi è andata male, anzi, mi è andata di lusso, come suolsi dire.

Ho visto, nell'ordine, i seguenti "capolavori":

a) A single man, di Tom Ford (USA, 2009);
b) Jarhead, di Sam Mendes (USA, 2005);
c) Il marchese del Grillo, di Mario Monicelli (Italia, 1981).

Mi hanno appassionato tutti e tre e tutti e tre in modi diversi; sono film che raccontano storie distanti anni luce l'una dall'altra; eppure... guardandoli attentamente mi sono accorto che tutti e tre ce l'hanno qualcosa in comune, ed è qualcosa che, forse, accomuna tutti i grandi film, e cioè (vediamo se riesco a spiegarmi), il fatto che tutti i grandi film presentano, a un certo punto, una scena "memorabile" o che si fissa in maniera indelebile nella mente dello spettatore come a sintetizzare l'intero contenuto del film. Una scena, ma in realtà può trattarsi anche solo di una singola inquadratura: ed eccole, le scene o inquadrature che, a un certo punto della trama, interrompono il flusso temporale della stessa e spingono lo spettatore a riflettere su quello che Roland Barthes chiamò (per applicarlo alla fotografia) il punctum (riprendendo dal latino il termine), ovvero: il "punto focale", l'elemento visivo che attrae l'occhio dello spettatore (in questo caso, dello spettatore di film, e non solo di quello di fotografie) e lo spinge irresistibilmente a concentrarsi su quel "particolare" significativo che da un senso al tutto (gli esempi di punctum che fa Barthes si possono leggere nel suo studio ormai classico: La chambre claire).


A single man (interpretato dal bravissimo Colin Firth) narra la storia di un professore di Lettere che deve far fronte al lutto della scomparsa del suo compagno di una vita (15, per l'esattezza, gli anni della loro felice relazione). Il film è davvero bello e disperato; anzi, bello perché assolutamente disperato (voglio dire: il regista riesce a trasmettere a ogni singola inquadratura quel senso di angoscia, di smarrimento, di apatia che colpisce chi ha perso una persona cara e desidererebbe raggiungerlo sparandosi un colpo di pistola in fronte). Il punctum, o scena "focale", o scena "clou" che spezza la narrazione e ferma la storia, si ha quando il professore raggiunge a casa sua un'antica amante (Julian Moore, anche lei angosciata, per il divorzio dal marito) e i due si mettono a ballare sulle note della canzone "Green Onions" dei Booker T & MG's... E' un momento di apparente allegria; festosità; ironia; è tutto sospeso, e per un attimo, né il professore né la sua amica divorziata pensano più alle loro angosce personali; ballano e la telecamera sta loro addosso come ad avvolgerli; è un momento, appunto; dura poco, poi cadono a terra entrambi esausti dal ritmo forsennato del ballo e ricominciano a parlare del dolore e del lutto, della morte e di come finì (male) la loro relazione, quando lui, evidentemente, non era ancora così omosessuale da non disdegnare le attenzioni dell'amica; non svelo cosa si dicono subito dopo questo balletto in camera; ma è chiaro che quel balletto incarna proprio "il momento prima della tempesta".

Jarhead è uno dei film di guerra più belli e riusciti che abbia visto negli ultimi anni; Sam Mendes (quello di American Beauty e di Revolutionary Road) cita il Kubrick di Full Metal Jacket e il Coppola di Apocalypse Now per parlarci della Guerra del Golfo e della famosa operazione "Desert Storm", riprendendo "in diretta" e "da vicino" le violenze psicologiche, i disagi, la rabbia dei marines chiamati all'uopo per servire l'Esercito e la loro Nazione. Qui, a mio giudizio, il punctum arriva in uno dei momenti più drammatici dell'intero film, quando i soldati si vedono piovere letteralmente sulla faccia e sulle uniformi una lenta pioggerella del petrolio dei pozzi bruciati dagli iracheni. In mezzo a questo caos fatto di fuoco, fiamme, lapilli e cielo oscurato dal petrolio, il protagonista, Anthony Swofford, s'imbatte improvvisamente in un cavallo, privo del padrone e in preda alla paura. E' un cavallo arabo, bellissimo, e ricoperto anche lui del liquido nero. Il marine si ferma (ma ripeto, in questo caso, nei casi delle scene "clou" ricche di "senso", è l'intero film a fermarsi) per carezzarlo e rasserenarlo, per dirgli che presto tutto finirà, che andrà tutto bene... Un'apparizione quasi fantasmagorica, una specie di "illusione ottica" in pieno deserto in cui l'animale smarrito serve all'essere umano per tranquillizzare se stesso e pensare che quell'Apocalisse, prima o poi, finirà... E il cielo tornerà a schiarirsi... Davvero una scena bellissima, e commovente.


Il marchese del Grillo è uno dei pochi film di Monicelli che - mea culpa - non avevo ancora visto. E qui c'è tutta la poetica del grande regista recentemente scomparso in quel modo assurdo, e brutto, e triste, che sappiamo... Il marchese del Grillo del titolo non è altri che un nobile romano squattrinato che, per vincere la noia, si da alla pazza gioia; passa il tempo a tramare scherzi di pessimo gusto; a mescolarsi tra la plebe, travestendosi da ubriacone che frequenta le peggiori bettole di Roma capoccia; a fare l'amore con la serva o la governante di turno; a far vivere a un vero ubriacone (suo sosia) una vita che questi potrà solo sognare. Alberto Sordi è da Oscar; la regia è impeccabile; l'ironia amara è ai massimi livelli. Il punctum che ti fa fermare a guardare attentamente il film (la scena che ferma il film per lasciarsi guardare essa stessa e a lungo) la troviamo nel momento in cui il marchese viene incarcerato e poi, subito dopo, scarcerato dalle guardie che, appunto, lo scambiano per uno qualunque, un morto di fame qualunque dei tanti che passano il tempo a giocare a carte e ad ubriacarsi nelle più malfamate trattorie romane. Il capitano che lo scagiona - perché lo ha riconosciuto - redarguisce severamente una delle guardie; e il marchese, rivolgendosi agli altri astanti, ai poveracci, alla gente di borgata, si ferma e prima di salire in carrozza dice: "Perché io so io e voi nun siete un cazzo" (citato a memoria, ma la sostanza è questa). E' una frase che spiega tutto il film; ma ciò che è più interessante notare (ciò che spinge lo spettatore a fermarsi a riflettere e a bloccare per un minuto il normale scorrere delle inquadrature) è la faccia e il tono con cui Alberto Sordi la pronuncia: strafottente, ma anche serio; ironico, ma anche amaro. Sembra quasi suggerire che lui non è poi così convinto d'essere migliore di loro; sembra quasi (e dico: quasi) che gli dispiaccia "non essere un cazzo" come loro.


E le riflessioni da farsi sarebbero troppo lunghe per non annoiare ancora di più il paziente (improbabile) lettore di questo post (ma sul tema del punctum al cinema ci tornerò; e poi in fondo il cinema non è altro che "fotografie" in movimento; deve avercelo pure lui, sto "punto" che colpisce, e frena, e rallenta o sgancia la scena dal resto per spiccare e brillare di luce propria, proprio come accade con l'arte della fotografia)...

viernes, diciembre 31, 2010

31 Dicembre 2010


E' il 31 Dicembre del 2010; è da poco iniziato l'ultimo giorno dell'anno; è tempo di bilanci.


Se mi guardo indietro vedo una lunga distesa di progetti pensati e mai realizzati (o mai portati a termine entro i termini stabiliti); ma tutto sommato, non mi posso lamentare. Ho sempre lavorato (e oggi è quasi un lusso poter fare un'affermazione del genere) ed ho sempre fatto quello che più mi piaceva: studiare, leggere, insegnare (nei limiti del possibile e senza fare troppi danni) a persone che poi sono riuscito a coinvolgere nella mia materia di studio....


Ho conosciuto colleghi validissimi; persone generose, d'un altruismo che sembra venuto da un altro pianeta (forse perché di altruisti in giro se ne vedono davvero pochi). Professori d'una certa età che, invece di gettare i remi in barca, si danno ancora da fare; lottano e sudano e cercano di aiutare chi sta per passare lungo il loro stesso cammino (complicato, tortuoso e lungo, lunghissimo, d'una lunghezza che non si può misurare tanto sembra infinito).


Ho viaggiato spesso e in lungo e in largo: una mia amica dice che gli sembro più "cosmopolita" di un altro nostro comune amico che vive e lavora a Londra da ormai 5 anni (è diventato un direttore di banca; l'ho ricontattato; non potevo non fargli i complimenti, quando i nostri prof delle superiori lo consideravano una capra e lo davano per spacciato - il tipico caso disperato; ma il tempo cambia le cose e le persone diventano quello che nessuno si sarebbe mai aspettato prima).


Ho frequentato città come Pisa, Arezzo, Salerno, Potenza, Firenze, Madrid, Siena, Salamanca, Roma e tutte per motivi di studio (o di lavoro, il che, nel mio caso, è lo stesso), e in tutte ho trovato ospitalità e cordialità da parte di persone che prima non conoscevo affatto (o conoscevo solo in modo superficiale e formale).


Ho amato; e fatto soffrire per amore (più di quanto potessi immaginare; più di quanto avessi voluto). E pago le conseguenze dei miei atteggiamenti non sempre coerenti (ma chi è sempre coerente? Si può essere coerenti quando si è umani?).


Mi appresto ad iniziare il 2011 in nome dei viaggi: non so se traslocherò di nuovo in un'altra (l'ennesima) città; non so se mi poterò dietro quella che è destinata ad essere la mia biblioteca ambulante (sono diventato un mostro nel fare le valigie).


Posso fare meglio e dare di più (sto parlando sia dell'ambito lavorativo che di quello personale, sentimentale). Mia zia dice che se dico una cosa allora è vera; non so mentire. Mia zia mi vuole troppo bene; e forse non mi conosce fino in fondo (cambiamo, nel tempo: ecco un'altra disgrazia cui siamo condannati - per sempre - in quanto esseri umani).


Spero di fare meglio e di più...come tutti...quando l'anno vissuto sta per finire e si prospetta l'arrivo di quello nuovo...


Staremo a vedere (come sempre, d'altronde).

domingo, diciembre 19, 2010

Scrittura automatica

Non ho molta fiducia nella cosiddetta "scrittura automatica"; nemmeno credo molto nell'efficacia dei corsi di scrittura creativa, o nelle scuole che impartiscono questo tipo di corsi in cui ti insegnano a scrivere (anche perché - credo - è difficile insegnare una cosa simile; e il miglior modo per imparare a scrivere resta - a mio modesto parere - la lettura; bisogna prima leggere molto, per poter poi tentare di scrivere qualcosa di minimamente degno; se non erro o non sragiono).

Comunque, il punto è che l'altra settimana ho assistito a una lezione tenuta dall'autrice del recente Asino chi legge (Guanda, 2010) e questo è quello che è venuto fuori dall'esperimento che la stessa Antonella Cilento (brava e preparata e di una gentilezza spontanea e contagiosa - può la gentilezza essere "contagiosa"? Non lo so, nel suo caso mi pareva di sì e dunque lo dico: "gentilezza contagiosa" - e dunque, dicevo, questo è il risultato - il titolo lo propongo ora che lo trascrivo, ché mentre lo scrivevo non ci avevo pensato):

Nei pozzi d'argento dove riposa la sintassi

Anima significa farfalla. Farfalla significa montagna. Nella montagna magica i sentieri sono nidi di ragno che portano a pozzi d'argento dove riposa la sintassi.
Poi si volta. No. Ti volti. E il volto di lei che ti è accanto sospira affannato (l'aquilone - intanto - è scappato. Ma non era una farfalla, scusa? Sì, ma ora è diventato un'aquila).
Poi si volta. E si gira e vede Euridice. Ma non era Ulisse?
Sì, ma ora è diventato Euridice. Cammina, cammina, lentamente, sudando sette camicie.
Poi si volta. E' annoiata. Domanda: "Quando si arriva?". Risposta: "Manca poco. Pazienza. Pazienta un altro poco, che diamine!".
E mentre l'uno domanda e l'altra risponde cala la notte sul bosco e la montagna diventa una lastra di ghiaccio, scivolano insieme, senza meta, senza riuscire più a vedere niente, nemmeno i piedi, non si capisce bene dove metti i piedi. Bene. Siete arrivati.

[Il tempo a disposizione per riempire la pagina bianca: 5 minuti, cronometrati; il momento più critico: quando ha chiesto anche a me di leggere a voce alta, davanti all'intera classe...].

jueves, diciembre 16, 2010

Addio a Blake Edwards

Che peccato! E' morto anche lui! Il regista di questo:


E di questo:
E di quest'altro:


E di quest'altro ancora:


sábado, diciembre 11, 2010

TRADURRE E' SEMPRE UN'IMPRESA


Non so se è qualcosa che capita solo a me, che sono un principiante, una cacchetta, un Don Nadie (come direbbero gli spagnoli) nel campo della traduzione (anche perché, quella che sto cercando di portare a termine in questi mesi, è solo la prima delle mie possibili traduzioni).... Però, il punto è questo: tradurre è un'attività folle, o che può indurre a uno stato d'irrazionalità costante. La frequentazione quotidiana di un testo letterario e il tentativo costante di trasportare quel testo scritto in una certa lingua in un testo scritto in italiano sono attività "infinite" e infinitamente complesse per le quali non c'è (apparentemente) fine...Non si finisce mai di trovare soluzioni ideali. Non si smette mai di trovare "un altro modo" per dire (quasi) la stessa cosa.
Tradurre può indurre chi lo fa a non dormire la notte (o a rimuginare tutta notte) per la scelta di un sinonimo che potrebbe calzare meglio in quella determinata frase. E se uno si mette a riflettere su quanti sinonimi possiamo usare per rendere bene il pensiero espresso da certe frasi, beh, si rischia davvero di non finire più (o di finire al manicomio).
Esempio stupidissimo: si sa che l'avvocato emette "pareri" e il giudice "sentenze". Ma cosa succede quando è il giudice a dare il suo "parere" su un certo caso ed è l'avvocato ad emettere la "sentenza" o il "verdetto"? Non potrebbe mai darsi (sul piano della realtà) che un avvocato - come un giudice - emetta "sentenze" e "verdetti"? E se, invece, sul piano della letteratura, ciò fosse possibile? Come se la dovrà cavare il traduttore nella scelta del termine (o del sinonimo) giusto, tra "sentenza", "verdetto", "parere"?
Sono infiniti (o lo sembrano) i modi per dire (quasi) la stessa cosa. Solo che a un certo punto (per non impazzire del tutto) anche il traduttore deve fare una scelta definitiva, deve fermarsi, deve auto-imporsi l'imperativo assoluto "smetti". Perché sennò rischia di impazzire; e perché altrimenti anche quella frase rischia di venire riscritta all'infinito... E ciò è impossibile: perché una frase che durasse all'infinito sarebbe una follia; e perché anche i libri devono finire. Il bello dei libri è che abbiano una fine (certa e univoca, anche quando il libro si presenta come "opera aperta"). E il bello delle traduzioni è che, pur essendo tutte - sempre - contingenti, devono arrivare a una versione che sia quella concepita, vista e presentata come "definitiva"...

miércoles, diciembre 08, 2010

Brevissimo breviario sulla scrittura nabokoviana (a partire da Ada o ardore)



Questo è solo un tentativo di stendere un breviario (brevissimo) sulla scrittura di uno degli autori che più amo rileggere (e ad ogni nuova lettura i suoi libri regalano nuove scoperte o preziosi dettagli che, la prima volta, ci erano sfuggiti da sotto gli occhi); il tentativo prende le mosse da uno dei suoi romanzi più affascinanti e (a mio modesto giudizio) più complessi: Ada o ardore, del 1969, poi rivisto nel 1970 e apparso in Italia nel 2000 per Adelphi con traduzione di Margherita Crepax...Cominciamo:

1- La scrittura di Nabokov è fatta di immagini; spesso, di immagini poetiche (o che non sfigurerebbero in un componimento poetico); eccone un piccolissimo esempio (l'azione che il narratore ci segnala è banale, nella sua quotidianità, ma diventa subito “straordinaria” - extra-ordinaria – fuori dalla normalità – per il modo in cui è descritta e inquadrata):

Sempre ansante, il cameriere accostò le tende: ormai del giorno non rimanevano che pittoresche rovine ('Ada o ardore', Milano, Adelphi, 2000, p. 263);

2- La scrittura di Nabokov è spesso metaletteraria: ovvero, gioca con i meccanismi stessi che stanno alla base della scrittura (romanzesca) e tende alla metafinzione; è come se lo scrittore, nel momento stesso in cui sta scrivendo, si scostasse leggermente dalla pagina che sta componendo per farci vedere (per far vedere a noi lettori) che quanto leggiamo è finzione e, quindi, gioco di parole dell'autore con il linguaggio; un gioco serio, anzi, serissimo, tanto che l'autore si erge a Dio della sua opera e rende noi lettori dei coprotagonisti inconsapevoli della stessa; smonta l'opera per farci entrare dentro i suoi meccanismi e dirci...molte cose, su noi stessi, sui romanzi e sulla letteratura in quanto creazione di mondi fittizi; ecco l'esempio:

Avevano preso un'infinità di precauzioni – tutte perfettamente inutili, perché niente può cambiare la fine (scritta e archiviata) di questo capitolo (id., p. 446).

3- La scrittura di Vladimir Nabokov tende a creare mondi fittizi a partire da quello reale per poi sganciarsi da ogni pretesa di verosimiglianza. Al Nostro non interessa parlare di realtà (o della “realtà oggettiva”). Interessa piuttosto parlare di quello che, pur appartenendo alla realtà, sfugge alla nostra attenzione e al nostro sguardo. La scrittura nabokoviana è quello sguardo (quella vista supersonica) che ci permette di recuperare i particolari più nascosti e più originali, più strani e, al contempo, pure più quotidiani, su cui raramente siamo spinti a riflettere (è la scrittura che si interroga su cos'è il ricordo, il passato, il sogno, il destino, il caso, etc.). Proprio per questo, la scrittura di Nabokov non ha limiti; non conosce freni; non si ferma davanti a niente: e l'autore lo sa, ne è cosciente, anche in modo narcisistico ed egocentrico, oltre che ironico:

Non puoi immaginare” - “Io posso immaginare tutto”, ribattè lui (id., p. 493).

4- Nabokov parla di sé anche quando sta descrivendo una farfalla o una montagna; ma non riesce a parlare di sé in prima persona e in modo esplicitamente autobiografico, come fanno molti: la sua è una scrittura che rifugge dalla messa in mostra (pubblica) dei propri stati d'animo e dei propri sentimenti:

Non conosco l'arte di scandire i miei lamenti (id., p. 392).

5- La scrittura nabokoviana ha un che di erotico anche quando non parla di erotismo (o di ciò che si potrebbe associare all'erotismo: il corpo nudo o svestito, il sesso, la passione, il folle accavallarsi delle mani e dei pensieri mentre facciamo l'amore, etc.). L'esempio che adduco può contraddire quanto ho appena detto: ma lo faccio, perché mi piace e perché rende benissimo l'idea di che cos'è la poesia (di Nabokov) e di che cos'è scrittura erotica (per me):

Il nostro miserabile libertino non potè fare a meno di intenerirsi alla vista dell'ideale simmetria di quelle squisite fossette gemelle che solo i giovani corpi perfetti hanno, appena sopra le natiche, nella cintura sacrale della bellezza (id., p. 429 – sia detto per inciso, e en passant, una scrittura del genere riempie Lolita, ossia: il romanzo che rese internazionalmente famoso Nabokov; ma credo che ne approverebbe il ritmo, la bellezza, la concisione geometrica, la musicalità interna anche uno come Proust; un brano del genere potrebbe anche sembrare una citazione dalla Recherche, se non lo si specificasse prima – e se si volesse far agitare Nabokov nella tomba – anche se lui l'amava, la prima parte del romanzo-mostro di Proust).

6- La scrittura di Nabokov è filosofica malgré soi; Nabokov non aveva molta simpatia per i filosofi di professione; né per gli psichiatri (considerava Freud una specie di ciarlatano, o un cantastorie, e la psicanalisi una specie di favoletta per bambini). Però ci sono dei brani, all'interno dei romanzi di Nabokov, in cui il lettore è invitato a riflettere secondo lo stile della filosofia (uno stile che consiste nel meravigliarsi – la meraviglia è, secondo Aristotele, la causa prima che spinge l'uomo all' “amore per il sapere” - e nel porsi domande senza avere per forza il bisogno di trovare le risposte giuste; oltre che nello smontare quelle risposte che sembrano ovvie e correte, ma magari lo sono in rapporto a domande malposte). Ecco due esempi, estratti da due “luoghi” del romanzo che sembrano, ma non sono, molto distanti tra loro:

[…] ci sono milioni di strade principali al mondo (id., p. 321)

e, ancora più inquietante:

Le strade si muovono (id, p. 497).

7- Infine, e per dare una conclusione (almeno parziale o apparente) a questo brevissimo breviario, la scrittura di Nabokov è piena d'ironia. Può anche stare lì a parlarci di morte, dell'enigma del tempo, delle nostre paure più ancestrali, di incubi e di caducità dei beni terreni, ma Nabokov è un autore che non sa rinunciare all'ironia (e, anche, all'auto-ironia). Anche stavolta voglio citare due frasi, diverse, ma simili, proprio per il tono ironico che contraddistingue questo grande scrittore (e con loro mi fermo):

[…] sono allergico all'allergia (id., p. 451)

e (una delle più belle fra tutte)

[…] noi siamo visitatori e investigatori di un davvero strano, strano universo (id., p. 121).

 Luis Goytisolo Questa settimana che finisce oggi, 19 luglio, giorno della finalissima tra Spagna e Argentina, è iniziata nel peggiore dei m...