jueves, mayo 26, 2016

È nato


E così, alla fine, dopo alterne vicende, alti e bassi, ostacoli vari, pareri contrari di critici nemici, pareri esaltati ed esaltanti di colleghi amici, dopo innumerevoli riletture per la correzione degli eventuali refusi (ma non c'è refuso che, prima o poi, non sfugga all'attenzione anche dell'occhio del correttore di bozze più acuto della Terra), il libro è uscito, me lo hanno pubblicato, il quarto "parto", questa volta "generato" nella sua totalità in lingua spagnola e in territorio spagnolo!

Ancora non riesco a crederci: quasi 400 pagine (non ci sono figure di sorta, la tipografia è molto austera e il corpo del testo fitto fitto), anni di sforzi ermeneutici attorno ad un autore (di cui non farò il nome, per ora, qui) e attorno ad una questione "scottante" per ogni narrazione e opera di finzione che si rispetti, provo ad aprirlo a casaccio, per vedere, appunto, quanti refusi son rimasti, ma per ora non ne trovo. Lo annuso, lo assaporo, lo sfoglio con cura, quasi tremo, dinanzi a cotanto lavoraccio di anni e anni di sudore e di ragionamenti che sembravano non portare da nessuna parte, e invece, accidenti, da qualche parte mi hanno portato (e se non ho scritto le "conclusioni", sì che c'è una "coda", alla fine del viaggio).

Sono soddisfatto. Ne è valsa davvero la pena. E ora che ho pubblicato su Facebook la copertina del libro, ho capito quanto le persone che ci stanno attorno e che ci vogliono bene hanno contribuito a che il libro abbia questa forma (e non un'altra); perché, come provo a dire nel Prologo: "I libri non li scrive solo colui che li firma, ma vivono e respirano anche grazie al contributo, allo scambio d'idee, alle riflessioni e alle passioni condivise con gli altri".

A tutti questi "altri" che cito nella pagina dei Ringraziamenti va, di nuovo e ancora, tutto il mio riconoscimento e il mio plauso. Senza di voi, tutto questo non sarebbe stato possibile. Grazie, dunque, agli amici italiani, spagnoli, danesi, peruviani, portoghesi e inglesi (o amanti della Letteratura Inglese) che hanno dato il loro appoggio, le loro idee e i loro spunti.

E prepariamoci a vivere un nuovo viaggio...in compagnia dei libri e (si spera) della buona letteratura...

martes, mayo 10, 2016

Fasi inenarrabili (o indescrivili a parole)



“Los acontecimientos que experimentamos sobrepasan los límites del lenguaje”: è una citazione che appare nel libro (un “mattoncino” di quasi 600 pagine) Una historia natural de la curiosidad (Madrid, Alianza, 2015) di Alberto Manguel, un lettore inquieto e onnivoro che, anni fa, ci ha regalato (a noi lettori “insaziabili” e “curiosi”) uno dei più bei saggi che abbia mai letto sulla lettura, ovvero, Una historia de la lectura (apparso in Italia da Feltrinelli, nel 2009, con lo stesso titolo).

Traduco: “Gli avvenimenti che sperimentiamo oltrepassano i limiti del linguaggio”. È una frase dal tono aforistico in cui tutti possiamo vederci rispecchiati. In effetti, è proprio così: ci sono episodi che abbiamo vissuto in passato, o eventi che viviamo nel presente, o cose che potrebbero succedere in un orizzonte prossimo venturo che ci lasciano letteralmente “a bocca aperta” e “senza parole”; cose, eventi o episodi che è davvero complicato (quando non impossibile) trasmettere a parole con il linguaggio verbale (e la mente corre a Wittegenstein e a quella famosa frase – dal tono lapidario e non sempre condivisible – che dice: “Su ciò di cui non si può dire, si deve tacere”, dal Tractatus Logico-Philosophicus: la letteratura è possibile proprio perché non tace e tenta di dire ciò che non si riesce a dire a parole…ma torniamo a bomba).

Uno di questi eventi (o cose o avvenimenti) è l’amore, o meglio, l’innamoramento: quella fase in cui ci sentiamo attratti da qualcuno e non facciamo che concentrare la nostra mente, i nostri pensieri, le nostre paure, i nostri progetti in questo qualcuno (entrato all’improvviso all’interno della nostra vita per sconvolgerne i ritmi e allargarne gli orizzonti).

È una fase stramba e strana, quella dell’innamoramento, perché, in realtà, quando lo si vive non si sa bene in che situazione ci si viene a trovare, è una fase delicata in cui perdiamo di vista la “routine” che applichiamo tutti i giorni alla nostra vita quotidiana e in cui le nostre energie le sprechiamo (le dedichiamo totalmente) al “soggetto” divenuto “oggetto” dei nostri desideri (a volte “oscuri”, per parafrasare il titolo di un vecchio e geniale film di Luis Buñuel).

All’improvviso, il lavoro, la palestra, gli amici, il cinema, tutti quei riti che fanno parte della cosiddetta “routine” saltano in aria, esplodono, si frantumano, per lasciare spazio alla “novità”, a quell’ “oscurso oggetto del desiderio” che, appunto, ci attrae e ci attira a sè, con una forza, una prepotenza, un’esclusivismo che ci rendi succubi dello stesso (siamo “desiderio ambulante”, come pupazzi che si muovono grazie al desiderio stesso: desiderio irrefrenabile di vedere quella persona – quanta importanza ha la vista nella fase dell’ “innamoramento”! – e di sentir parlare quella persona – la sua voce ci diventa improvvisamente indispensabile e stranissimamente musicale – e di toccare, di abbracciare, di baciare – quando si arriva addirittura al bacio – di annusare quella persona, come se esistesse solo lei nell’Universo e come se, repentinamente, tutti gli altri non contassero più nulla).

Ecco, in questa fase, ripeto, quella cosiddetta dell’ “innamoramento”, diventiamo talmente succubi del desiderio (di stare accanto alla persona che ci scatena e ci rivoluziona tutti gli istinti animali, che ci rende subito suoi “schiavi”) da non renderci conto del fatto che ormai il dado è tratto, i giochi sono fatti, rien ne va plus, siamo “spacciati”, non si può più tirare il freno a mano, ci si lascia andare, sarà quel che sarà, diventiamo malleabili, manipolabili, a volte, addirittura, egoisti verso tutti quegli altri esseri umani che non sono – che non coincidono – con la persona che ci ha fatto innamorare di sè… E non esiste più “routine”, e non esiste più razionalità, e non esiste più la vita così come la concepivamo prima dell’ “innamoramento”.

Cosa fare in quei momenti (particolari) di perdita delle coordinate razionali e spazio-temporali standard? Non ho (ancora) trovato una risposta a questa domanda. Continuo a fare le mie ricerche; continuo a guardarmi dentro (e, quindi, a tentare di applicare il mandato di Socrate: “Conosci te stesso”) e, però, non so ancora come descrivere (a parole, per tornare al ragionamento di cui supra) quello che (ci) succede quando ci s’innamora… Ben strano fenomeno; ben stramba fase che dura quello che dura e che non sappiamo se e quando finirà; ben complicato mistero che (forse) nessuno di noi riuscirà (mai) a risolvere (o a sbrogliare).

jueves, mayo 05, 2016

Occhi verdi (quelli di Don Chisciotte)




“Después de todo, nada sabemos del color de los ojos de Don Quijote… ¿Serían, quizás, verdes? Verde era, al parecer, el color favorito de Cervantes”.

Ecco: è questa la domanda che si pone il recente Premio Cervantes del 2015 Fernando Del Paso (messicano) nel bel mezzo di un suo brillante saggio su Don Álvaro Tarfe, un personaggio che appare nel Quijote apocrifo di Avellaneda (pubblicato nel 1614) e che poi Cervantes, l’autore originale, il vero “inventore” del Chisciotte, reintroduce nella sua Seconda Parte del 1615 (obbligando il Don Álvaro Tarfe dell’autore apocrifo ad – addirittura – firmare davanti a un notaio che sì, che quello che ha davanti è il vero Don Chisciotte, non come quell’altro, quello “finto” che parla e che agisce nel romanzo “di seconda mano” (creando così Cervantes un cortocircuito ambiguo e modernissimo intorno ai due personaggi e ai concetti di “verità” e “finzione” così come si configurerebbero sia nel mondo del romanzo sia in quello della realtà).

Traduco la domanda in italiano: “In fin dei conti, non sappiamo nulla del colore degli occhi di Don Chisciotte… Saranno stati forse verdi? A quanto pare, il verde era il colore favorito di Cervantes”. 

E questa domanda mi spinge a riflettere su quante poche volte certi autori ci offrano questa informazione: il colore degli occhi dei loro personaggi principali (essendo gli occhi lo specchio dell’anima). E mi ricorda subito quest’altra osservazione, da parte di una collega, durante la pausa del caffè, davanti alla macchina distributrice del caffè (marca italiana: per 0,80 centesimi si può bere un caffè degno di questo nome e non la solita acqua annerita): “Ma hai gli occhi verdi, non l’avevo mai notato prima, sai?”, mi fa, guardandomi dritto negli occhi (lei ce li ha marroni, o castani, per dirla in modo più elegante, come i suoi capelli, ricci, folti, tanti, belli e che fanno subito venire in mente quel detto: “Ogni riccio un capriccio”).

Parla benissimo l’italiano: ha un diploma che certifica un livello C2; in effetti, se non fosse per l’accento (per quel suo modo particolare - tutto ispanico - di pronunciare certi gruppi consonantici, come le “sp” o le “st” davanti a vocale) potrebbe passare per italiana. Fisico possente, corpulento, ma non grasso, camminata da Amazzone, vista da lontano (o da dietro) potrebbe ricordare Maria Grazia Cucinotta. Glielo faccio notare con garbo e lei sorride (un sorriso ampio, denti bianchissimi, labbra molto carnose, occhi intensi e portamento sensuale da donna del Sud, una mediterranea come Dio comanda) e mi dice che sì, che gliel’hanno già detto, parecchie volte, soprattutto in Italia…

Le chiedo dove è stata; mi risponde che è da quando ha 15 anni che viaggia per la Penisola, soprattutto Roma, dove ha alcuni parenti (in Vaticano), e poi anche Venezia, Firenze, Milano, Napoli, la Sicilia (ah, Palermo, e Catania, ah, che belle città!).

Ecco perché parla così bene l’italiano, accidenti: altro che diploma, questo è italiano che nasce dal contatto diretto con la cultura e i parlanti del luogo! Ma soprattutto Roma, lei ama, lei adora, lei agogna Roma (uno dei suoi sogni sarebbe poter vivere di fronte al Castel Sant’Angelo). Mi narra delle sue scorribande per la Città Eterna; mi descrive monumento e chiese in cui io non sono mai entrato (nonostante abbia trascorso 10 anni a Roma e ci torni in modo costante almeno 3 volte all’anno, ora che vivo qui); mi fa vedere, con gli occhi della mente, i posti che devo assolutamente visitare, prima di morire… Mi presenta l’immagine di un viaggio a due, per girare come si deve tutto il centro storico… Il suo sorriso diventa ancora più allegro; ogni tanto ci scappa una battuta; ogni tanto la malinconia prende il sopravvento; ogni tanto ci si consola al pensiero che, entrambi, prima o poi, torneremo ad atterrare a Fiumicino (o a Ciampino).


Poi la ferrea legge dell’orario di lavoro ci obliga a separarci. Ci diamo appuntamento al prossimo caffè (non si sa quando né a che ora di preciso). 

Che occhi aveva Don Chisciotte? Nessuno (quest’anno in cui si celebra il quarto centenario dalla morte di Cervantes, con molta scarna e scarsa pubblicità, qui in Spagna) si è posto una domanda simile; nessuno ci ha pensato a fare questo tipo di domande (Fernando Del Paso se la faceva nel 2004, quando mancava solo un anno al festeggiamento dei 400 anni dalla pubblicazione della Prima Parte del Quijote). Mi domando se la mia collega l’abbia mai letto tutto il Quijote. Mi domando se davvero torneremo ad incontrarci e a vederci per parlare di libri, di città, dei monumenti di Roma e di quelli di Madrid. Per parlare di noi. Dei nostri gusti. Delle nostre paure. Dei nostri orari maledetti. Della voglia di viaggiare.

jueves, abril 28, 2016

Tutto è bene (o male) quel che finisce bene (o male), ovvero: delle letture in sospeso



E così, alla fine, il Caso (o il Destino o il Fato) ha voluto che il mio libro veda la luce; me lo immagino già il mio critico più spietato, il nemico acerrimo che disse di no (a suo tempo) alla pubblicazione del mio parto perché (a sua detta) “non colloquiavo – o dialogavo – abbastanza con la critica più specializzata sull’argomento”. E va bene, ormai ci ho fatto il callo e so che verrò attaccato; spero solo che gli attacchi siano ben argomentati; e, perché negarlo?, spero anche che ci sia qualcuno che apprezzi lo sforzo, che dica che il libro gli è piaciuto, che non tutto è stato vano (dunque, stringiamo le dita, e iniziamo a fare la conta alla rovescia – fra 20 giorni, ergo: a metà Maggio, o giù di lì: quelli della casa editrice mi chiedono un riassunto, una breve nota bio-bibliografica e perfino una foto recente; i dubbi mi assalgono: che cazzo di foto posso mandare loro per la quarta di copertina? C’è davvero bisogno di metterci la faccia? A qualcuno interessa che faccia ho? Sulla quarta di copertina? O non sarà per caso che ho capito male? Non si staranno riferendo forse al “risvolto di copertina” che – come tutti sanno – è cosa ben diversa dalla “quarta di copertina”? Non è molto più importante ciò che appare all’interno del testo, le parole che vi ho messo, piuttosto che l’aspetto fisico che ho? Del bel viso che mi porto appresso? Bah!).

Tutto è bene quel che finisce bene; ma potremmo anche ribaltare la questione e scambiare il lessema “bene” con la parola “male” e non cambierebbe poi molto; mi ripeto (chiedendo scusa a quelle 3 o 4 lettrici che ancora mi sopportano): “siamo tutti frutti del Caso – o del Destino o del Fato – e il fatto che un libro appaia e venga messo in vendita o il fatto che, al contrario, finisca nel secchio della spazzatura e sparisca per sempre dalla faccia della Terra non ha importanza alcuna, perché succede tutti i giorni, come il susseguirsi delle nascite e delle morti sulla già citata, povera Terra nostra”…

E, guarda un po’, questo fine Aprile sono pure riuscito a portare a termine le 2 o 3 recensioni di cui parlai tempo fa su questo stesso “diario di bordo”… Una faticaccia immane: soprattutto quando il libro che devi recensire è scritto in inglese (da un belga trapiantato negli USA) e tratta un tema ostico (in un linguaggio tecnico ancora più ostico). Dunque, posso considerarmi pienamente soddisfatto del lavoro ben svolto, ora posso tornare a leggere (ciò che mi piace o mi appassiona) senza troppo stress e senza il fiato (di qualcuno) sul collo…

Che libri leggere ora che sono più libero? (lavoro quotidiano permettendo e a parte?). Sulla mia scrivania giace da tempo The Time Machine and Other Stories di H. G. Wells. Non ho mai letto nulla di questo scrittore di fantascienza: è un classico e, proprio per questo motivo, so che non mi deluderà (poi, il fatto che sia affascinato dalla tematica del “tempo” e dei “viaggi spazio-temporali” non può che accrescere la mia voglia di “scoprirlo” – mi torna subito in mente The Fly di David Cronenberg e la fatidica, surreale macchina del teletrasporto e la bruttissima fine che fa Jess Goldblum rinchiudendosi in quell’accrocco insieme ad una mosca).

E poi c’è Cervantes (non poteva mancare il Manco di Lepanto sulla mia scrivania;  solo 5 giorni fa ero ad Alcalá de Henares per festeggiare i 400 anni della sua morte – anniversario importante, che Miguel ha condiviso con William, quell’altro grande classico immortale, il Bardo d’Inghilterra): la copertina de Los trabajos de Persiles y Sigismunda mi fa l’occhiolino da giorni, ormai; un paesaggio invernale di prati e boschi verdi viene percorso in diagonale da un fiume bianco su cui naviga placida una barca a tre vele (spiegate col vento in poppa) verso chissà quale costa. Si tratta del libro postumo del geniale autore del Quijote, pubblicato nel 1617, esattamente un anno dopo la scomparsa dello stesso. A quanto pare, Miguel de Cervantes Saavedra aveva riposto tutte le sue speranze di diventare uno scrittore “serio” ed “importante” proprio nel Persiles e, invece, il Destino (o il Caso o il Fato) ha voluto che questa fosse (e rimanesse) la sua opera più misconosciuta, quella meno letta di tutte e, forse, anche quella meno capita dal lettore contemporaneo (da quelle poche cose che so, qui Cervantes reinventa il modello della novela bizantina per adattarlo alla sua contemporaneità; il dubbio sorge spontaneo: dopo che hai inventato il genere del “romanzo moderno” – da cui poi prenderanno spunto tutti gli altri romanzieri europei e non fino ai giorni nostri – diventa alquanto strambo o anacronistico tornare al modello del “romanzo bizantino”, non ti pare? Ma staremo a vedere, voglio proprio vedere come se la cava il geniale inventore di Don Chisciotte con questo Persiles e il suo schema – o struttura a incastro – di tipo “bizantino”).

E poi ci sarebbe Gypsy, ovvero, le memorie di Gypsy Rose Lee (1914-1970), ovvero, di quella che viene presentata (nel risvolto di copertina dell’ed. Adelphi) come “la più celebre spogliarellista e ballerina di varietà dell’America degli anni Trenta”. Comprai questo libro su consiglio di Roberto Calasso, se non ricordo male e la memoria non m’inganna. Ne parlava con un certo accoramento (nonché accaloramento) in un’intervista in cui il famoso editore italiano faceva un po’ il punto della situazione dei molti anni di vita della sua creatura e, appunto, si fermava a riflettere su quelli che, secondo lui, erano stati i “colpacci” dell’Adelphi, tra cui appariva, appunto, anche lei, Gypsy Rose Lee, con il suo libro di memorie (pubblicato per la prima volta in America nel 1957 e apparso in Italia ben 40 anni dopo, nel 1997); m’incuriosisce la picaresca e mi attraggono gli anni 30; e visto che ci siamo, se è per questo, mi attraggono anche certe spogliarelliste vintage, come, per citare un’altra icona classica, Betty Page. Ora, vediamo se la succitata Gypsy è dotata anche di uno stile che cattura, se ci sa fare con la narrazione del sé, se gioca coi ricordi e se riesce, insomma, a tenere incollato a sé il lettore (certo, molto dipenderà anche dal traduttore dall’inglese, e per quelle 2 o 3 paginette che ho letto debbo dire che tremo un po’, ci sono frasi che sembrano tradotte male e altre che, nel giro della frase italiana, semplicemente suonano assurde).

Giugno e Luglio li passerò a correggere (esami, tesi e tesine) e a presenziare discussioni (di tesi e tesine) in aule con l’aria condizionata a palla per cercare di contrastare i 48 gradi centigradi che si raggiungono come nulla in questa città africana all’altezza di Messina (o di Palermo).


Per il resto, non ci possiamo proprio lamentare. La vita va avanti; i libri da leggere sono ancora tanti (troppi); la vista è affaticata; ma la voglia è sempre alta. Buona lettura a tutti…

viernes, abril 15, 2016

Cicatriz, di Sara Mesa: internet e l'inferno delle relazioni sentimentali




L’altro giorno, la mia compagna di sventure mi ha esortato a leggere un libro: “Questo romanzo lo devi assolutamente leggere!”, ha esclamato con perentorietà. Ed è raro che qualcuno mi dica la famosa frase, anche perché, in genere, sono io quello che la pronuncia e rompe le palle al prossimo: “Guarda, non puoi non leggere questo libro!”; oppure: “Ma come? Non l’hai ancora letto?”; o ancora: “Non ci posso credere! Ma come fai ad andare in giro per il mondo senza aver letto questo libro?!”.

E così, le ho dato retta, ho ascoltato il consiglio della mia consorte e non si sbagliava. Il libro s’intitola (in spagnolo) Cicatriz, l’autrice si chiama Sara Mesa, l’editore è Anagrama e l’anno di pubblicazione il 2015.

Di che parla un libro che in italiano suona come “Cicatrice”? Di un tema attuale e piuttosto inquietante: le relazione pseudo-sentimentali (o pseudo-passionali) che possono nascere grazie ad internet e all’uso della rete. 

Un uomo (sui cinquant’anni) e una ragazza (sui venticinque) s’incontrano in una chat in cui si parla di letteratura. Siamo ancora agli albori di quello che diventerà la realtà virtuale di oggi; e però, internet comincia a fare i suoi primi passi, le persone cominciano a conoscersi grazie al “chattare” con uno sconosciuto che sta dall’altra parte dello schermo del pc. 

Sonia (così si chiama la ragazza) si sente attratta da questo strambo individuo che sembra suggerirle le migliori letture (per la sua formazione culturale e spirituale) e che, non appena lei gli dà confidenza, inizia a mandarle dei pacchi-regalo a casa. Prima libri (affinché poi possano commentarli insieme); poi vestiti e scarpe; alla fine, profumi e lingerie di marca. Con una particolarità: che ogni prodotto che lo sconosciuto regala alla sua “fiamma” virtuale è stato sottratto dai grandi centri commerciali del centro. È merce rubata. Anche se regalata. E ciò comincia a turbare anche Sonia, che non naviga nell’oro, e che, se all’inizio si sente lusiganta da tante attenzioni, in un secondo momento comincia a tremare sia perché si sente, in parte, complice dei molteplici e ripetuti furti, sia perché non sa più come nascondere ai genitori e, poi, al futuro marito, tutti questi doni...

La storia va avanti, tra alti e bassi, tentativi di rottura (da parte di Sonia) e tentativi di riappacificazione (da parte di Knut Hamsum – questo il “nickname” che adotta l’anonimo Don Giovanni intellettuale nella chat letteraria: non è un nome a caso; si tratta dello scrittore norvegese che vinse il Premio Nobel per la Letteratura nel 1920; un autore che influenzò anche Franz Kafka, che fu ammirato, tra gli altri, da Thomas Mann, André Gide e H. G. Wells; anche se poi, allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, il suo aperto appoggio ad Hitler e al nazismo provocò non poche critiche e ripensamenti anche da parte dei suoi fan).

La storia va avanti; la narrazione si struttura attorno a vari salti temporali, fino a quando, seguendo i consigli di Knut, Sonia non inizia a scrivere racconti, cercando di dare retta alla sua passione e alle istruzioni per l’uso che le offre quest’uomo misterioso che, addirittura, rifuggirebbe dal sesso, se si trattasse di metterlo in atto con lei (una donna che ammira e che desidera solo dalla distanza, o in modo feticista: più volte le chiede di contraccambiare i suoi tanti regali con foto in cui appaia vestita con l'abbigliamento intimo che lui le ruba o con le scarpe eleganti che sceglie per lei con il rischio di essere scoperto e denunciato).


Cicatriz colpisce perché parla di una storia d’amore assurda e morbosa; perché riesce a farci penetrare nella mente sia dell’ossessionato e folle Knut che dell’apparentemente razionale e decisa Sonia; perché ci racconta la difficoltà di essere “noi stessi” (di assumere una identità stabile) in un mondo (virtuale e reale insieme) in cui questa assunzione è sempre più problematica; perché ci dice che nessuno si salva quando si tratta di sesso, d’amore, di storie inventate e nate da internet (ricettacolo del peggio e del meglio di cui siamo capaci); perché ci spinge a riflettere sul capitalismo (come forma di potere politico ed economico sulla massa) e sul consumismo (come forma "malata" di spendere la vita o di smarrirsi). 

Lo stile è quasi piatto; la trama è sempre avvincente; la tematica fa paura. Ecco perché (credo) Cicatriz sta riscuotendo un successo notevole tra i lettori spagnoli; e chissà (chissà) che non arrivi anche in Italia... E chissà (chissà) cosa diventerebbe un romanzo del genere nelle mani di un regista come David Lynch (un altro che se ne intende, di relazioni morbose e di tecnologia maniacale, di sdoppiamenti d’identità e di ricerca – disperata – della felicità).

jueves, abril 07, 2016

IL BUSTO DI MUSSOLINI



“La pazzia suscita in noi sentimenti analoghi a quelli ispiratici dall’indebolimento delle facoltà intellettuali nei vecchi o dalla morte”. 

Questa frase è una citazione della parte conclusiva dell’articolo che Marcel Proust intitolò (in modo alquanto enigmatico) Sentimenti filiali di un matricida (ora in M. Proust, Sulla lettura, a cura di Mariolina Bertini, trad. di M. Bertini e P. Serini, Milano, Rizzoli, 2011, p. 111) e che pubblicò subito dopo esser venuto a conoscenza dell’assassinio di un suo conoscente, amico della madre, un tal signor Blarenberghe, resosi, appunto, reo di aver ammazzato la propria madre… E questa citazione mi viene in mente quando contemplo lo spettacolo (mostruoso) di mio nonno, un quasi novantenne che, a causa della malattia che va sotto il nome di “demenza senile”, è diventato ciò che mia cugina ha giustamente definito “l’ombra di se stesso”.

Ed è questo che fa paura o incute timore in noi che siamo ancora vivi (e vigili): il fatto che si avvicini la morte di una persona cara e, soprattutto, il fatto che quell’ “io” d’un tempo non esiste più, l’identità del nonno soppiantata dalla falsa identità (dalla “maschera”) di uno zombie che trascorre le giornate seduto in una poltrona a dormire (o a dormicchiare) e le nottate disteso su un letto enorme senza avere assolutamente una coscienza chiara di ciò che gli sta capitando… L’oblio di ogni dato: confonde i nomi, i volti, le date, non sa più (letteralmente) in che mondo (e in che epoca) vive, non riconosce più nessuno, tranne sua moglie, nostra nonna, che lo accompagna (dalla sedie a rotelle) in questa discesa assurda verso gli Inferi, verso la nebbia assoluta, verso il nulla.

Ha ragione Proust ad associare la paura che sentiamo verso la pazzia a quella che proviamo verso la demenza senile e verso la morte. Queste tre cose si somigliano: in tutte e tre i casi l’ “io” si sperde, si annulla, svanisce, si trasforma in un “non-io”, in una “non-identità” che nessuno è in grado di rapportare a quella persona che conoscevamo prima, quando era ancora sana di mente, sveglia, in salute, ben lontana dalla minaccia della fine totale.

Mio nonno era un lettore assiduo (e mi fa male usare il verbo all’imperfetto – è un verbo che evoca la malinconia, secondo Proust) e adorava immergersi nei saggi di Storia: leggeva di tutto, dai libri sull’uomo primitivo, a quelli sulla Seconda Guerra Mondiale, da quelli sull’Impero Romano, a quelli sull'alto Medio Evo.

Mio nonno visse l’epoca del Fascismo come un periodo di prosperità e di gloria per l’Italia: ci diceva sempre che Mussolini aveva commesso un unico grosso sbaglio nella sua carriera politica: aver stretto l’alleanza con Hitler, essersi alleato al Nazismo, portando così l’Italia verso la catastrofe.

Mia nonna si vide costretta ad obbligarlo a rimettere in cantina un busto in bronzo del faccione squadrato di Mussolini, quando mio nonno pensò bene di ricordarci le sue simpatie ideologiche legate a un passato ormai tramontato (fortunatamente per noi, i nipoti venuti dopo, quelli nati alla fine degli anni 70 e diventati adolescenti – e poi passati alla fase della “giovinezza” – sotto il ventennio berlusconiano).

Non andavamo d’accordo, ovviamente, quando si parlava di politica e, proprio per questo, cercavamo di tenerci a debita distanza dall’argomento (tranne quando si trattava di andare a votare: e nostro nonno sapeva benissimo che non avremmo mai regalato il voto al candidato da lui considerato come “il meno peggio” o “il male minore”; le elezioni erano la scusa perfetta per litigare).

La bava gli scende dalla bocca che non sa restare chiusa. Gli occhi sono perennemente chiusi e, ciononostante, sembrano esprimere un dolore allarmato e costante: come se stesse per crollargli addosso qualcosa (non sappiamo cosa) e lui cercasse di ripararsi (invano) per l’impatto imminente. Le orecchie (già grandi di suo) sembrano essergli cresciute, ma non sente, ormai la sordità è totale (o quasi) e bisogna gridargli a due centimetri dalla faccia per sperare di scorgere un minimo di reazione. Quando torna nel mondo dei vivi, a volte sorride, e non si sa perché né verso chi è rivolto quel sorriso.

Giace sul divano circondato da un numero indefinito di scatole: medicine,rimedi inutili, ne deve prendere così tante che anch'io faccio fatica a tenere il passo (figuriamoci mia nonna, che a volte si confonde e gli dà la pasticca delle 16 alle 20 o viceversa).

Sappiamo che prima o poi arriverà quel momento fatidico che ci farà piangere ancora di più di quanto stiamo piangendo finora (ognuno per conto suo, ognuno vergognoso della propria debolezza e ognuno chiuso nel proprio dolore particolare – la morte allontana, non è vero che rende più socievoli, tutto il contrario, rende più solitari e asociali). E sappiamo pure che nostra nonna sarà la vittima principale di questa perdita.

Eppure… c’è chi dice che sarebbe meglio se la morte facesse in fretta il suo lavoro; che così perdiamo la nostra dignità; che la “demenza senile” è una vera tortura sia per chi la patisce in prima persona che per chi ne diventa testimone (involontario) giornaliero. Qualcuno dice anche che, se dovesse arrivare a 89 anni in questo stato, preferirebbe morire subito, con un colpo di pistola alla nuca (c’è anche chi patteggia un’eutanasia più pia e dolce: “fatemi una siringa, iniettatemi qualcosa che mi faccia dormire e che non mi faccia risvegliare mai più, per favore”).

Io non lo so perché scrivo queste cose ora, oggi, a quest’ora, ma è certo quello che diceva Proust in quell’articolo citato più sopra: la pazzia, la demenza degli anziani, la morte ci fanno paura, ci fanno tremare, ci spingono a riflettere su chi siamo diventati, su chi potremo essere in futuro, su chi siamo nel presente continuo che si consuma a ogni minuto, a ogni secondo…

Quando me ne sono andato, gli ho stretto la mano (calda, aveva un po’ di febbre). L’ho salutato (“ciao, nonno”), ma a bassa voce, così bassa che non mi ha sentito nessuno, figuriamoci lui…

Mia nonna ha pianto. Ci siamo abbracciati, le ho dato un paio di baci sulle guance paffute e ci siamo ripromessi di vederci ad Agosto, al mio rientro in patria… Io non ho pianto. Ma sono dovuto scappare da quella camera come se dentro vi fossero degli appestati, o dei cadaveri che qualcuno ha dimenticato di coprire con il telone bianco che ce ne nasconde i tratti e l’odore. Sono fuggito, con un certo senso di colpa verso colui che mi ha aiutato a crescere, a diventare chi sono oggi. Sono andato via di fretta e furia, come per scacciare un’immagine da incubo che si ripresenta sempre uguale a se stessa in un modo monotono, perfino banale, e, proprio per questo motivo, ancora più spaventosa e fastidiosa. Sono tornato a casa in aereo con un senso di morte nel cuore. E so che nessuno di noi potrà farci nulla.

La legge di natura, dice qualcun altro. E’ la vita, dice un altro ancora. E io non so perché è dovuto capitare proprio a lui, un uomo colto (per la sua epoca e il contesto geografico in cui è nato e vissuto), un lettore accanito, una persona istruita anche solo con la quinta elementare che era riuscito ad ottenere prima che diventasse un Balilla (agli ordine del Duce, uno dei suoi miti personali).


E mi chiedo che fine farà quel busto di bronzo (quell’immagine assurda e orrenda) quando lui non ci sarà più, chi lo erediterà, a chi spetterà farsi carico di quella faccia muscolosa e stizzita. Una faccia grottesca. Un ghigno che non ispira fiducia, né ottimismo, né serietà. A chi toccherà…

jueves, marzo 10, 2016

GOMORRA




Uno degli effetti immediati che produce la lettura di Gomorra (Milano, Mondadori, 2006) riguarda il modo in cui il libro cambia il nostro punto di vista sulla realtà esterna; se prima della lettura, ci sentivamo “innocenti”, a lettura terminata siamo diventati (quasi inconsapevolmente, quasi in modo ineluttabile) “complici” dell’autore, co-autori del reportage di Roberto Saviano. A partire da questo momento, non potremo più ignorare certi fatti (certi nomi e cognomi), certi meccanismi di potere, certe storpiature interne al Sistema (e con questo termine non mi riferisco solo e soltanto alla Camorra – che è il senso che Saviano dà a questa parola – ma anche allo Stato – e non soltanto quello italiano, che è anche quello che subisce più da vicino e quotidianamente le storpiature e le manipolazioni della Camorra – il Sistema all’interno del Sistema –, ma anche quelli esteri, tutti gli Stati che compongono il panorama geopolitico attuale, dalla Cina all’Uganda, passando per l’Australia e la Norvegia).

Roberto Saviano riesce a trasmetterci l’odore del sangue delle vittime delle faide camorriste; il senso della filosofia capitalista brutale che si trova alla base della fame di denaro e di potere dei clan; il senso d’impotenza e la rabbia profonda di chi sente il bisogno di dare una testimonianza diretta, netta e chiara dei fatti.

La parola (letteraria o giornalistica: i dubbi sono leciti, a tratti il libro lascia incerti circa l’uso di uno stile che pare continuamente a metà tra Letteratura e Giornalismo) come arma che può cambiare le cose. Ecco, anche solo per questo aspetto, Gomorra merita il plauso che ha ottenuto dal 2006 fino ad oggi (un plauso paradossale, perché – come tutti sanno – proprio a causa del successo del libro Saviano è stato fatto oggetto di minaccia di morte da parte di quegli stessi boss di cui racconta le imprese criminali).

E se dovessi scegliere il capitolo più riuscito perché più sconvolgente, sceglerei l’ultimo, intitolato “Terra dei fuochi”: qui Saviano ci racconta come funziona lo smaltimento illegale dei riufiti tossici e ci offre un quadro apocalittico della società attuale. Il mondo come enorme container di spazzatura; l’essere umano come assurdo pupazzo che paga per eliminare ciò che non è più utilizzabile (gli scarti che inquinano) e che, pagando, si scava la tomba con le proprie mani… Come se fossimo precipitati all’interno di un circolo vizioso in cui l’aria è irrespirabile e in cui la speranza di vita si riduce ogni giorno di più.

Tremendo e atroce atto d’accusa verso un Sistema che non vuole aprire gli occhi e che, così facendo, permette all’altro Sistema di crescere e prosperare sulle spalle degli ignari (a volte, anche innocenti) cittadini…

jueves, marzo 03, 2016


Echi di Eco (e di Sebald)




E insomma, è il 3 Marzo del 2016 e dopo 10 anni mi accorgo del fatto che il protagonista de La misteriosa fiamma della Regina Loana (Milano, Bompiani, 2004) si chiama Yambo Bodoni come omaggio: a) all’illustratore e scrittore per ragazzi Enrico Novelli (in arte, appunto, “Yambo”); b) al carattere omonimo del programma di scrittura Word.

Echi di Eco. Quanto ci mancherai, Umberto E.?

Dico 10 anni perché proprio 10 anni fa gli dedicai un articolo al succitato romanzo di Eco (per me, uno dei suoi migliori marchingegni narrativi, insieme a Baudolino, e uno dei suoi libri più allegri e autobiografici e colorati), in occasione di un congresso di Letteratura Comparata (e di fatto, accostavo Eco a W. G. Sebald per l’uso delle immagini – o di vari e variegati “documenti visivi” – all’interno della trama romanzesca e del corpo del testo – con esiti, a dire il vero, tutt’altro che simili, anzi…quasi simmetricamente contrapposti: il protagonista di Eco cerca di ricordare il passato a partire dalle immagini (di libri, giornali, pubblicità d’epoca); i narratori di Sebald, invece, introducono le immagini per dare maggiore effet du réel a quanto vanno raccontando, storie che sembrano del tutto irreali, o inverosimili, e di fatto, stranamente, le foto (anche di persone realmente esistite) non fanno altro che aumentare i dubbi del lettore, che non sa che pesci prendere, a cosa appigliarsi, nonostante la profusione dei documenti visivi del narratore, un caos).

E chissà, forse fra 10 anni scoprirò qualche altro dettaglio interessante che mi era sfuggito leggendo Vertigini o Gli anelli di Saturno (i due capolavori, per me, di Sebald).

Intanto, mi godo il momento della scoperta (quella frazione di secondo in cui senti che c’è un filo comune tra le cose che hai letto e che leggi, che si scova un significato nascosto dietro le parole, che quelle parole aprono la porta verso interpretazioni cui non avevi prestato attenzione all’inizio, a una prima lettura, che ogni lettura è nuova e può apportare nuova luce al senso di ciò che hai letto, anche se – come giustamente ci ricorda Eco – c’è un limite alle interpretazioni, a tutto c’è un limite, non ci si può abbandonare alla semiosi infinita).


Echi di un grande Eco (quello in foto, invece, è "Yambo").

lunes, febrero 29, 2016

Antonio Gramsci e le Lettere dal carcere


Mai avrei immaginato che la lettura di questo “testamento umano” (come si suol dire, a volte in modo grossolano o fin troppo giornalistico) potesse essere così avvincente.

Ciò che più colpisce delle Lettere dal carcere è il tono assunto da chi le scrive: Antonio Gramsci sa che si trova in carcere per il suo pensiero politico; sa che il regime vuole azzittirlo; sa pure che finirà per morirci in carcere (anche se continua ad essere ottimista e a mantenere la calma fino all’ultimo) e, nonostante tutto, si sforza di difendere la propria vita dalle storpiature, dai “vizi” e dai molteplici ostacoli che implica la priogionia.

Leggendolo, sorprende vedere come instaura un rapporto intimo privilegiato con Tania, sua cognata, una figura fondamentale che gli permette di mantenere un rapporto diretto con la famiglia e con il mondo esterno; soprende vedere come – col passare degli anni – va deteriorandosi il rapporto con Giulia, sua moglie, vittima di disturbi psichici che cerca di risolvere con la psicoanalisi freudiana (cui Gramsci non crede); colpisce e sorprende e fa una certa compassione vedere come Gramsci si preoccupa, comunque, dell’educazione dei due figli, cui manda lettere di una tenerezza incredibile, anche se non li ha mai visti dal vivo, anche se sa come sono fatti solo grazie a foto a volte sbiadite (il “prigioniero politico” si lamenta della cattiva qualità delle fotografie che moglie e cognata gli inviano per dargli l’illusione di poter vedere come crescono i due bambini). E sorprende, colpisce e fa venire davvero i brividi vedere come un uomo privato della libertà continua a sentirsi libero grazie ai libri: soprattutto nei primi anni della prigionia (dal 1927 al ‘32), Gramsci chiede in continuazione nuovi libri a Tania e delinea una serie di progetti che vorrebbe portare avanti anche da dentro la prigione: una ricerca sulla figura dell’ “intellettuale” in Italia; una sul Machiavelli; una di linguistica generale; una “notarella” (come la definisce lui) sul canto X dell’Inferno dantesco (quello su Farinata e Cavalcanti); uno sul successo della filosofia idealista di Benedetto Croce; uno sul teatro di Pirandello (così all’avanguardia, all’epoca, e ancora oggi)…

Antonio Gramsci legge avidamente di tutto e in varie lingue (soprattutto inglese e francese, anche se vorrebbe migliorare il suo russo e il rumeno); si appassiona per i racconti di Kipling e Wells; racconta delle novelle divertenti e d’un umorismo a volte macabro a Tania e ai figli; critica i saggi che considera insulsi in poche righe e senza censure; si sorprende se la cognata dimentica di rinnovare il pagamento dell’abbonamento mensile alle riviste che i capi fascisti gli permettono di consultare. Insomma, Gramsci mostra uno stoicismo che ha dell’incredibile e continua credere nella vita, anche quando la depressione sembra avere la meglio, anche quando il “potere” politico che vuole annientarlo sembra complottare affinché non esca mai più di prigione.

Ecco cosa scrive il 12 Settembre del 1927:

Tutta questa vita mi ha rinsaldato il carattere. Mi sono convinto che anche quando tutto è o pare perduto, bisogna rimettersi tranquillamente all’opera, ricominciando dall’inizio. Mi sono convinto che bisogna sempre contare solo su se stessi e sulle proprie forze; non attenderci niente da nessuno e quindi non procurarsi delusioni. Che occorre proporsi di fare solo ciò che si sa e si può fare e andare per la propria via (p. 62 dell’ed. Einaudi del 2011).

Lo scrive a Carlo, che se non ricordo male è suo fratello, ovvero: uno che soffre in prigione scrive all’altro che gode di tutte le libertà per fargli coraggio, per spingerlo ad accettare la nuova situazione familiare! E poi aggiunge (p. 63), offrendo al lettore una sorta di definzione semplice e diretta di sé stesso: “Credo di essere semplicemente un uomo medio, che ha le sue convinzioni profonde, e che non le baratta per niente al mondo”.

Quante volte, di fatto, Gramsci si preoccuperà di spiegare alla madre che non è finito in carcere per aver rubato o ucciso qualcuno, ma perché è quella la sua posizione: negarsi ad accettare gli ordini che vengono dall’alto; non scendere a compromessi con Mussolini…

Il 3 Ottobre del 1932 ribadisce questo suo pensiero (quanto dura sia stata la sua vita e quanto abbia dovuto contare solo sulle sue forze) all’amata Tania:

Del resto non devi credere che io abbia intenzione di suicidarmi o di abbandonarmi, come un cane morto, al filo della corrente. Mi digiro da me da molto tempo e mi dirigevo da me già da bambino. Ho incominciato a lavorare da quando avevo 11 anni, guadagnando ben 9 lire al mese (ciò che del resto significava un chilo di pane al giorno) per 10 ore di lavoro al giorno compresa la mattina della domenica e me la passavo a smuovere registri che pesavano più di me e molte notti piangevo di nascosto perché mi doleva tutto il corpo. Ho conosciuto quasi sempre solo l’aspetto brutale della vita e me la sono sempre cavata, bene o male (id., p. 235).

E poi ci sono i momenti di felicità: quando l’insonnia gli dà tregua e riesce a dormire qualche ora e l’intestino non gli dà problemi e torna a divorare libri (riesce a leggerne anche uno al giorno) e s’interessa per il mondo esterno (ma ci sono scene in cui è il mondo esterno a fare l’ingresso nel mondo interno del carcere: come quando narra dei suoi tentativi di addestramento di un topo, di qualche uccellino che ha perso la direzione o di altri insetti domestici.

Ecco: se uno pensa a quello che dovuto sopportare un uomo come Gramsci in un’Italia come quella in cui gli toccò vivere; se uno pensa a quanta forza avesse, nonostante la privazione della libertà, e a come fosse lui a cercare di dare forza ai parenti che vivevano nel mondo “di fuori” liberi; se uno pensa a tutte queste cose e a che cosa è diventata la politica italiana di oggi, non può non provare dei brividi e un senso enorme di gratitudine verso Antonio Gramsci e il suo pensiero e i suoi sforzi di mantenere la calma in una situazione estrema che avrebbe schiacciato chiunque.

Il 18 Maggio del 1931 si rivolge alla moglie e le scrive una frase che sembra tratta da Shakespeare (anche se scritta con un certo tono ironico o quasi auto-ironico): “In conclusione: il mondo è grande e terribile e complicato, e noi stiamo diventando di una saggezza che diventerà proverbiale”.

Non so quanto fosse cosciente di quanta saggezza stesse esprimendo con questa frase lapidaria, diretta e limpida come molte di quelle che compongono queste Lettere dal carcere.


jueves, febrero 25, 2016



PETALOSO (agg. m. sing.)

"Petaloso"... Ciò che più colpisce di tutta questa storia, se la si osserva dall'estero, non è tanto l'atteggiamento della maestra che si è sentita in diritto-dovere di avvisare l'Accademia della Crusca circa l'invenzione neologistica del suo bravo alunno (un fanciullo innocente), né la risposta solerte dell'Accademia stessa ("Bravo, hai formato una nuova parola composta: "petalo + oso" - e uno che legge Cervantes pensa a neologismi ben più ingegnosi - cfr. il "baciyelmo" di Sancho Panza), come se all'Accademia ci si annoiasse da morire o, al contrario, come se si stesse vigilando sulla correttezza o meno dei "neologismi" che entrano a far parte del coacervo italico tutti i santi giorni, no... Ciò che più colpisce e dà da pensare è che un Premier, Matteo Renzi, trovi il tempo per scrivere sul suo profilo del Twitter i suoi complimenti al bambino "neologo", e per dirci che va bene così, vai avanti, inventa (senza pensare nemmeno un secondo alla distruzione della lingua italiana cui anch'egli sta contribuendo alla grande con il suo costante e supino abbassarsi alla "potenza" e al "fascino" degli anglicismi ("stepchild adoption" + "jobs act" + “spending review” + un lunghissimo eccetera), lui, che, quando c'era ancora la buonanima di Mike Bongiorno, comprava una vocale o girava la ruota (la "Bbbbuona Scòla", certo)...

sábado, febrero 20, 2016


Umberto Eco



20 Febbraio del 2016. Questa mattina la prima notizia di cui sono venuto a conoscenza dai “social media” è stata la morte di Umberto Eco. Facebook è intasato d’immagini e di link ad articoli che ne parlano, ricordando l’importanza di Eco nel panorama culturale e letterario non solo italiano, ma internazionale (forse è stato lo scrittore italiano più noto all’estero, in questi ultimi 40 anni).

Da Whatsapp anche mia madre mi avvisa e mi scrive, con tono mesto: “Hai visto? E’ morto Umberto Eco”, come se fosse un parente o un’amico di famiglia…
E così altre amiche: “Appena l’ho saputo ho pensato a te”, come se davvero avessi fatto pubblicità ad Eco presso le mie conoscienze.

L’ultima volta che lo vidi in televisione fu un mese fa circa: uno dei giornalisti più bravi di Spagna lo intervistava sul concetto di “macchina del fango”. Gli spagnoli non hanno una traduzione esatta e concreta per questa espressione così “nostra” e “nostrana”, così italiana e l’esimio semiologo provava a spiegargliela con alcuni esempi brevi, ma molto efficaci. Aveva pochissimi capelli, ora, e la barba ancora più bianca; gli occhi ancora più infossati, dietro le lenti dei suoi storici occhiali, e le rughe del collo più marcate.

L’ultima volta che lo vidi dal vivo fu ad un congresso organizzato dall’Università di Roma Tre. Ci parlò di James Joyce e delle avanguardie letterarie dei primi del Novecento, riflettendo sul concetto di “tradizione” e di “innovazione”. Ricordo che gli studenti lo ascoltavano come si ascolta la narrazione di una favola da parte di un nonno; erano imbambolati, e così io e gli altri colleghi presenti all’evento. Ricordo quando si mise a raccontarci cosa contenesse il cassetto di Leopold Bloom e come Molly reagisse al rientro (in tarda notte: le 2) di suo marito, quando lo aveva appena tradito con un altro.

L’ultimo libro che ho comprato di Eco è stato il suo ultimo romanzo Numero Zero (2015): lo lessi a Natale, ma non mi convinse molto, anche se i brani in cui il narratore parla dei due Mussolini, della fuga dell’originale e della sostituzione con un sosia che poi sarebbe finito impiccato a Piazzale Loreto erano interessanti, e anche alquanto inquietanti, per il finale alternativo che offrivano su un fatto centrale per la Storia d’Italia (e mi venne in mente il finale di Inglorious Basterds di Quentin Tarantino, dove addirittura il regista s’inventava un finale positivo, un happy end apoteosico sulla morte di Hitler, per mano di un gruppo di fuoriusciti ebrei americani).

L’ultimo libro di Eco che ho provato a portare in Spagna dall’Italia è stato Scritti sul pensiero medievale, un bellissimo tomo, un libro elegantemente stampato come si faceva un tempo per i “libri importanti”, apparso per Bompiani nel 2012, in cui – in circa 1300 pagine – Eco stesso raccoglieva tutte le sue opere principali di argomento medievale, a partire dalla sua stessa tesi di laura sul pensiero e l’estetica di San Tommaso d’Aquino. Pesava troppo, il tomo, e dovetti rinunciare (speriamo di avere più fortuna al prossimo tentativo, a Pasqua, quando riattererò in patria).

L’ultimo libro di Eco che ho prestato a qualcuno è stato Vertigine della lista, del 2009, se non ricordo male: lo lesse avidamente la mia compagna di avventure e ne rimase abbagliata per la ricchezza delle immagini e l’apparente infinità dei riferimenti letterari. Un libro sulle enumerazioni, sugli elenchi che sembrano non finire mai, sulle liste che, appunto, potrebbero andare avanti all'infinito... Era una tecnica che conoscevo già da Il nome della rosa, il romanzo che – come si suol dire in gergo giornalistico – catapultò Eco sul palcoscenico della fama internazionale...Un giallo, un romanzo storico, una specie di thriller, una specie di trattato di letteratura in cui si ipotizzava l’esistenza della seconda parte della Poetica di Aristotele, quella in cui lo Stagirita si sarebbe presuntamente occupato della “commedia” e del “comico”, temi scomodi in un’abbazia gestita da monaci in cui serpeggiano tutti e sette i peccati capitali...

E poi Dire quasi la stessa cosa, un bel saggio sulla traduzione, e poi Scritti letterari, e poi Kant e l’ornitorinco, insomma, la lista la conosciamo tutti e non è il caso di farla per intero.

Ricordo solo che quando lessi Il nome della rosa, a 16 anni, mi sentii sperso: non sapevo esattamente dove poter poggiare i piedi, andavo avanti e mi domandavo dove volesse arrivare l’autore, mi annoiavo, e poi volevo seguire la storia fino a scoprire la verità, perché avvertivo che c'era una verità da scoprire all’interno di quello spazio “narrativo” e architettonico così magnificamente ricostruito con le sole parole.

Ricordo l’italiano maccheronico e il latino volgare dell’incipit di Baudolino, uno dei libri più “felici” e “allegri” di Eco; e ricordo i vuoti di memoria, i salti temporali e l’uso efficace delle immagini nel corpo del testo nella trama de La misteriosa fiamma della Regina Loana, forse il miglior romanzo di Eco, quello in cui ci parla più di sé.

E fare tutto questo resoconto mi rende malinconico, perché penso che a partire da oggi non ci sarà più modo di leggere “l’ultimo di Eco”. Non potrò più svagarmi con i suoi romanzi multi-strato; non potrò più riflettere come un semiologo di razza con i suoi saggi dotti e sempre ironici.


Umberto Eco: una delle menti più acute d’Italia, uno di quegli studiosi che non smettevano mai di fare ricerca; uno che ora mi piace immaginare a colloquio con il suo “amico” San Tommaso d’Aquino (quanti dibattiti, quante discussioni ad infinitum, queste sì, ad libitum)…

viernes, febrero 19, 2016

 Fuoco nemico



Tempo fa scrissi una recensione a un saggio di critica letteraria che, a mio modesto parere, non manteneva quanto prometteva sin dal titolo; troppo ambizioso, troppo vasto il campo d’indagine, troppo limitato il punto di vista dell’autrice. E più d’una collega mi disse di smussare i toni, di non essere così spocchioso, di non fare troppo il gradasso, perché io non ero nessuno per crocifiggere una docente esperta, una persona degna, un’americana che lavora in Germania (o una tedesca che lavora negli USA, ora non ricordo più bene) che non mi aveva fatto nulla di male e che non si meritava i miei strali…

Ci pensai su solo dopo che la recensione venne pubblicata presso una rivista specializzata che leggeranno, sì e no, i cinque o sei abbonati che amano trastullarsi con questioni non poi così tanto trascendentali. E mi dissi che era vero, che le mie colleghe avevano ragione, che nemmeno il tuo più acerrimo nemico si merita una stroncatura del genere, e un po’ mi pentii di aver agito in quel modo, ma ormai era fatta, la recensione è lì, stampata, la possono leggere tutti (quelli che si prendessero la briga di cercarla).

Tempo dopo narrai su questo diario di bordo le vicissitudini di una scrittrice d’origini spagnole (o meglio, italo-argentine) che avrebbe voluto provare a pubblicare il suo primo romanzo in Italia; quella volta mi prodigai per cercarle tutti gli indirizzi ufficiali e affidabili di quasi tutte le case editrici più importanti d’Italia (non tralasciando, a dirla tutta, nemmeno quelli delle case editrici più piccole o quasi minuscole).

Ora tocca a me: un mio libro, un saggio pesante che potrebbe funzionare perfettamente come sonnifero ad effetto istantaneo, è stato bloccato per il parere negativo di un “revisore anonimo” che, a quanto pare, si è preso una bella rivincita nei miei confronti perché, a quanto pare, ripeto, non l’ho citato abbastanza e, quindi, non vede come io possa proporre all’attezione del pubblico spagnolo un testo in cui i riferimenti ai suoi dotti saggi non siano assidui, fondati e sensati. Dovevo dialogare di più con i suoi saggi, non l’ho fatto, il verdetto è la bocciatura assoluta. Senza se e senza ma.

Questo stesso libro (un mattone di quasi 400 pagine) è stato elogiato da un altro revisore, anch’egli “anonimo” ed esperto nel mio campo di studi, che, a quanto pare e a quanto si sente dire nei corridoi, ha apprezzato moltissimo i miei sforzi ermeneutici e crede che il saggio meriti assolutamente di apparire in lingua spagnola e presso un importante editore spagnolo, affinché anche gli esperti dell’area ispanofila e ispanica possano apprezzare i frutti che sono riuscito a cogliere dopo anni di ricerche dotte e approfondite.

In realtà, come è evidente anche a un lettore non coinvolto direttamente nei fatti, a me questo duplice esito assurdamente speculare non dovrebbe preoccuparmi più di tanto: o almeno, non tanto da farmi venire gli incubi o da togliermi il sonno. E’ sempre stato così, da che mondo è mondo: non possiamo pretendere di piacere a tutti; non possiamo assolutamente credere che i nostri sforzi debbano essere riconosciuti da tutti allo stesso modo e negli stessi termini. Che un libro veda o meno la luce non importa poi molto, se, per dire, lo compariamo alla nascita o meno di un bambino (anche quando l’autore del libro sente di averlo “partorito” come fosse un suo piccolo, fragile, piangente “figliolo”). Che un libro finisca in stampa o nel secchio della spazzatura o del tritacarte è questione all’ordine del giorni di tutti i giorni che Dio comanda su questa Terra (penso ad Antonio Moresco, ad esempio, e ai suoi 50 o 60 o forse 70 rifiuti accumulati in quasi 20 anni di sforzi e di tentativi; oggi è Antonio Moresco, i suoi romanzi cominciano a tradurli in francese, in tedesco, in spagnolo e in inglese e qualche prof. coraggioso comincia a organizzare corsi sulla sua opera all’Università e qualche collega illustre è arrivato a dire di lui che è un “classico contemporaneo”, e roba del genere). No, quello che è sorprendente o che lascia un po’ l’amaro in bocca è constatare che, in questo mondo, il fuoco nemico è sempre attivo e all’erta, c’è sempre qualcuno che si ricorderà di te per stroncarti, ostacolarti o criticarti, magari perché tu, in una tua precedente recensione, hai stronato, ostacolato o criticato una sua amica; non c’è bandiera bianca che valga, quando qualcuno che occupa un incarico superiore al tuo si ricorda di quando tu ti sei azzardato a dire male di qualche suo collega amico.

E allora uno si rende conto del fatto che: a) non si gioca mai ad armi pari (il più potente ha un maggiore peso militare e, quindi, una maggiore capacità di abbattere colui che considera come suo nemico); b) si gioca sempre come se fossimo all’interno di una guerra costante, infinita, fatta di opinioni, recensioni, pareri, critiche, in definitiva, parole che commentano parole altrui allo scopo di dire la propria versione dei fatti e di captare quella che all’emissore di tali parole dovrebbe essere la verità.

Ma le versioni dei fatti sono inevitabilmente soggettive e la verità, semplicemente, è troppo complessa per essere definita una volta per tutte. Un libro può essere considerato, allo stesso tempo, contemporaneamente, una robaccia con cui accendere un falò o un testo d’importanza capitale per l’Umanità. E non solo: anche noi siamo relativi, nel senso che il nostro parere, o giudizio, o critica può cambiare da un mese all’altro, da un momento all’altro, a seconda dello stato d’animo, a seconda dell’autore che abbiamo di fronte, a seconda delle relazioni che pensiamo di avere con quel determinato autore (se è amico di un mio amico, beh, allora è anche amico mio e non potrò mai parlarne male).

E così va il mondo, non solo quello letterario, o editoriale, o accademico; così va il mondo un po’ in tutti i campi dello scibile umano e dei lavori umani (di sicuro c’è il muratore che criticherà l’operato di un collega più giovane o più anziano; sono certo che esistono gli idraulici che bestemmieranno vedendo i rattoppi di altri colleghi meno professionali). E quindi, alla fine dei conti, che il mio libro sia piaciuto o che sia stato stroncato non ha, in realtà, importanza alcuna, soprattutto se, un po’ filosoficamente, ci mettiamo a pensare al fatto che noi stessi siamo frutto del caso; non era scritto da nessuna parte che dovessimo nascere in quel giorno, in quella città, da quella coppia di genitori. E il fatto che alla fine lo spermatozoo di nostro padre sia riuscito a fecondare l’ovulo di nostra madre dovrebbe renderci immuni agli attacchi o alle critiche degli altri, anch’essi frutto di casi fortuiti, di incroci strambi e casuali, di sviste o incidenti di percorso.


E poi, diciamocela tutta: in questo mondo ci sono fin troppi libri; uno più o uno meno, non fa tanto la differenza. E che accada quel che deve accadere. “As you like it”, sarà la mia shakespeariana risposta alla domanda: e se poi davvero non te lo pubblicano?

miércoles, enero 27, 2016

David Bowie e "Lazarus"



E poi c’è David Bowie, morto il 10 di Gennaio (esattamente 17 giorni fa), dopo una vita di successi, di apparizioni stellari, di camei o partecipazioni in primo piano in vari film “cult” o, a volte, di serie B o Z, star protagonista della cultura “pop” che finirà nei libri di Storia che vogliano delucidare cosa accadde tra gli anni 70 del XX sec. e i primi anni 20 del XXI…

E ovviamente, manco a farlo apposta, torna fuori Lazzaro (lo so, ormai è una vera e propia ossessione, le mie tre o quattro lettrici ne avranno già piene le scatole di questa storia e di questo personaggio biblico-mitico), sin dal titolo di quella che viene giustamente presentata come una delle ultime canzoni del “Duca Bianco”, uno dei suoi ultimi “single” per il lancio dell’ultimo album, Blackstar: mi riferisco, ovviamente, a Lazarus, una canzone strana promozionata da un video ancor più strano, un cortometraggio angosciante che ci mostra David Bowie nei panni del “resuscitato”, qui disteso in un letto di una stanza spoglia e piena di angoli bui. La benda che porta sugli occhi è anch’essa angosciante e stramba, perché, proprio all’altezza degli occhi, presenta due bulloni, due pezzi di metallo sferici che sembrano stare lì al posto delle pupille.

Si vedono chiaramente le vene delle mani del morto che è tornato alla vita; la macchina da presa si concentra su questi dettagli che non fanno altro che esaltare la “vecchiezza” della pelle di Lazzaro.

Ai primi piani si succedono campi lunghi in cui lo stesso personaggio appare vestito completamente di nero, a lutto. Canta e trema. Trema e canta. A tratti pare essere vittima di attacchi epilettici. A tratti sembra spaventato da un’essere che si accuccia sotto ad un tavolino. Sullo stesso, Lazzaro scrive una specie di diario. In realtà, sembra che sia proprio la strana presenza al di sotto del tavolini ad obbligarlo a muovere la penna sulle pagine in bianco.

Alla fine, Lazzaro torna indietro, come in una specie di replay, fino a infilarsi dentro ad un armadio nero, più buio degli angoli bui della stanza.

E scompare, completamente e inesorabilmente, dalla nostra visuale.

L’armadio è come una tomba, come il sepolcro da cui Gesù ha fatto risorgere l’amico, almeno stando alle Sacre Scritture.

Ma di che parla Lazarus?

“Look up here, I’m in Heaven
I’ve got scars that can’t be seen”.

Lazzaro parla direttamente dal Paradiso. Ci dice che “Everybody knows me now”, tutti lo conoscono. Ma tutti chi? A chi si riferisce? E perché dice che ha “scars”, cicatrici, che non possono essere viste? A che tipo di cicatrici si riferisce qui Lazzaro?

“Look up here, man, I’m in danger
I’ve got nothing left to loose”

Che possiamo tradurre così:

“Guarda quassù, uomo, sono in pericolo
Non ho più niente da perdere”

E dal punto di vista di un morto che torna in vita, la cosa è del tutto verosimile. Ma poi continua:

“I’m so high it makes my brain whirl
Dropped my cell phone down below”

Che possiamo tradurre con:

“Sono così in alto che il mio cervello gira
Il cellulare caduto laggiù”.

E qui inziano i riferimenti a oggetti reali e quotidiani e perfino banali. Lazzaro, ascendendo al Paradiso, ha perso il cellulare; ora inizia a ricordare chi era prima di andare all’altro mondo: ci dice che viveva a New York, che era ricco, (“living like a King”), ma che poi ha perso tutto (non sappiamo come, non ce lo dice) e che comunque ora si sente libero, “Oh, I’ll be free”, canta, come in una specie di rito liberatorio, ora sarà libero, ma se seguiamo lo sviluppo di questa canzone attraverso il video vedremo che è esattamente il contrario, Lazzaro, qui, non è affatto libero, sia perché sembra incatenato al letto, sia perché poi, quando si alza, sembra essere obbligato a scrivere sul diario dalla presenza oscura e angosciosa di quell’essere demoniaco che si nasconde sotto al tavolo, sia, soprattutto, perché il video finisce con Lazzaro che entra in un armadio che si chiude, come una bara, come una tomba, come il sepolcro del passo biblico.


Il mistero resta. David Bowie – l’autore di questo testo – non c’è più. E chissà se si trova lassù, se è in “Heaven”, e si sente davvero “free”.

https://youtu.be/y-JqH1M4Ya8

 Diario di viaggio (da Barcelona all'Abruzzo, passando dai laghi - di Como e di Garda) 2/8/2026 Partiti alle ore 10:00 dalla città del S...