miércoles, septiembre 07, 2016


Kamera Obskura, ovvero, Laughter in the Dark, ovvero, l’arte di Vladimir Nabokov nel raccontare la cecità (e i danni collaterali di quella strana malattia degli occhi e della mente che va sotto il nome di “amore”).




Kamera Obskura, così s’intitolava nel 1935 il libro che poi in italiano è stato tradotto come Una risata nel buio; nel 1938 il Nostro ci ripensa e lo ribattezza Laughter in the Dark, come a voler sottolineare, oltre all’elemento “ottico”, anche quello “comico”, o meglio ancora, “tragicomico” della storia (intanto, cambia anche l’incipit e altri pezzi, per l’allegria – si fa per dire – dell’editore): il fatto, cioè, che la cecità che colpisce il protagonista fa scaturire una serie di scenette familiari comiche, ma anche spaventose, risibili, ma anche perturbanti, umoristiche, ma anche scioccanti…come se ci trovassimo al contempo dentro un film di Buster Keaton (l’uomo che non rideva mai) e uno di Alfred Hitchcok… E dunque veniamo al dunque, ovvero, alla trama di questo romanzo che, seppur non tra i migliori del Nostro, è certamente uno spasso, un grandissimo romanzo, un godibilissimo libro, una vera manna dal cielo per gli amanti della Letteratura (Nabokov mi avrebbe certamente mandato a quel paese per l’uso della maiuscola, ma tant’è – scusa, Vladimir, noi si fa i retorici, porta pazienza, comprendici).

La trama è quella tipica, classica, già vista mille volte in tv o al cinema che vede al centro dell’azione un uomo sposato, ricco, un borghese altolocato che – imprevisti della sorte, scherzi del destino – s’innamora improvvisamente (ma pure “improvvidamente”) di una ragazzina, una sedicenne che lavora in un cinema (la settima arte ha un’importanza fondamentale all’interno di tutta l’opera, e così pure il linguaggio cinematografico e gli elementi visivi, quelli che girano, appunto, attorno all’occhio, all’atto del vedere, all’ottica, alla “camera oscura” di cui sopra). La ragazzina viene da una famiglia povera e disagiata e - da quel che ci racconta il narratore esterno e onnisciente e in terza persona singolare (un narratore che sa veramente tutto di tutti, anche un po’ troppo pettegolo, un fine poeta, quando vuole, e un astutissimo stratega, quando vuole farci commuovere, o convincerci d’un ritratto o sorprenderci con una descrizione inaspettata) - ne ha già passate di tutti i colori. E proprio per questo, fiuta l’occasione giusta per rifarsi una vita: accetta di uscire con Albinus (così si chiama il nostro anti-eroe borghese) e di farsi “regalare” un appartamentino per i loro incontri amorosi. Solo che la moglie di lui, anche grazie all’intervento del fratello, scopre una lettera in cui Margot  (così si chiama la nostra eroina erotica) si fa beccare in tutto il suo splendore (e la sua falsa passione per il nuovo amante). A complicare le cose, ci si mette di mezzo anche Rex, un antico amore di Margot, uno specialista d’arte e di disegno pubblicitario che è l’incarnazione del cinico perfetto, e la morte di Irma, la piccola figlia di Albinus ed Elizabeth (questo il nome della legittima sposa). Ecco, il quadro è quasi completo: dobbiamo solo aggiungere che il tutto si svolge a Berlino, anche se poi, con l’arrivo dagli USA di Rex, l’azione si sposta via via verso la Francia, la Svizzera e poi l’Italia…

Insomma, Nabokov prende ispirazione da una tipica storiella di amore frustrato e passionale per costruire una trama con al centro il tipico triangolo erotico composto da LUI (Albinus) LEI (Margot) e L’ALTRO (Rex).

E però stiamo parlando della Letteratura con la “L” maiuscola, sicché, tutto è molto più complicato e affascinante di quanto sembri a prima vista; e con il termine “vista” tocchiamo il punto algido di questo meccanismo narrativo che va in crescendo, fino al climax finale; dopo aver finalmente capito che Rex gli sta attaccato alle calcagna per amore di Margot e perché, fondamentalmente, grazie a lei sta progettando di prosciugargli il conto in banca, Albinus si arrabbia, afferra una pistola e minaccia l’amante. Questa riesce a calmarlo, ma Albinus non sopporta le corna, non accetta nemmeno l’idea (l’ombra) di un tradimento da parte sua dopo quello che è successo con Elizabeth e così, dopo aver riposto l’arma, parte sgommando alla volta di San Remo (lasciando Rex da solo in un hotel). E’ proprio durante la fuga da Rex che un incidente automobilistico rende Albinus cieco e Margot può tranquillamente continuare a stargli vicino, con in più la compagnia “occulta” del socio in affari. Ecco, sono queste le scene più assurde, atroci, divertenti, grottesche, surreali di tutto il libro: le scene in cui Margot e Rex si fanno le linguacce, si baciano, si toccano, si carezzano, in presenza del povero cieco che sospetta, ma non sa con certezza chi è quell’ombra, quel fantasma, quell’alito che gli passa accanto…

Sono pagine che tengono il lettore attaccato al testo; sono pagine dense che fanno ovviamente pensare a Lolita e alla gelosia assurda che attanaglierà l’animo di Humbert Humbert in quello che è (davvero) il capolavoro di Nabokov (Margot è, effettivamente, una Lolita ante-litteram); sono pagine che creano una tensione altissima, una suspense degna (appunto) di un Alfred Hitchcock. Sono pagine, infine, che ci mostrano come per Nabokov l’amore sia davvero sinonimo di cecità (della mente), ovvero, di malattia che parte dagli occhi (l’innamorato non sa vedere la realtà o il corpo esterni che ha di fronte con obiettività e razionalità) e che poi si propaga al cervello (Albinus fa discorsi assurdi e non si rende conto – se non molto tempo dopo – del doppio gioco dell’amante).

Era tutto già scritto nell’incipit:

“C’era una volta un uomo che si chiamava Albinus, il quale viveva in Germania, a Berlino. Era ricco, rispettabile, felice; un giorno lasciò la moglie per un’amante giovane; l’amò; non ne fu riamato; e la sua vita finì nel peggiore dei modi” (p. 9 dell’ed. Adelphi del 2016).

Come se si trattasse di una favoletta, Nabokov, sin da queste prime righe, è pronto per trasportarci nel suo mondo; un mondo in cui si posso leggere chicche come questa:

“Si sedette davanti allo specchio (gli specchi avevano un sacco da fare quel giorno) […] (id., p. 50)

O come questa:

“Irma osservò i peli bianchi che spuntavano dal grande e complicato orecchio del dottore e la vena a forma di W sulla tempia rosea” (id., p. 124).

O come questa:

“Quel futuro gli apparve come uno di quei lunghi, polverosi, scuri corridoi in cui si può trovare una cassetta inchiodata al muro o una carrozzina per bambini vuota” (id., p. 139).


Letteratura con la “L” maiuscola (scusaci di nuovo, Vladimir), scrittura dotata di uno stile inimitabile, ritmo per l’udito di chi sa riconoscere questo stile che cattura sin dalle prime righe. Nabokov allo stato puro, insomma. Leggete Una risata nel buio. Non ci dormirete la notte.

miércoles, agosto 24, 2016

21 Agosto del 2016




Dunque, vediamo: è da più di un mese che non metto piede in questo “spazio virtuale”, in questo “diario” di bordo di uno che vive ai bordi… Care 3 o 4 lettrici affezionate, vi starete di sicuro chiedendo che fine abbia fatto, perché sia scomparso, perché non mi sia messo a scrivere recensioni di libri letti da poco, di film visti o di classici rivisti, perché non abbia più riflettuto sulla mia vita, sulla Vita e sulla Morte, in generale, su Dio e sul perché si invecchia… La risposta è presto detta (o meglio, scritta): perché ho trascorso un mese e passa a viaggiare in auto (una Volkswagen Golf con 14 anni di vita e 162 mila chilometri di strade percorse a tutto gas) per mezza Europa, tra Spagna, Francia e Italia...

Barcelona, Valencia, Madrid, Perpignan, Montpellier, Marseille, Aix-en-Provence, Nîmes, Bézier, Toulon, Cannes, Monaco, San Remo, Genova, Livorno, Pisa, Arezzo, Roma, Perugia, Orvieto, Terni, i nomi delle città in cui ho messo piede per la prima volta o in cui sono tornato dopo tanti anni (Pisa, ah! Il Lungarno pisano, quel Lungarno che anche Leopardi preferiva a quello di Firenze! La Piazza dei Miracoli, la Piazza dei Cavalieri, Borgo Stretto, la Piazza delle Vettovaglie, ah, quanti ricordi, miodio, legati a Pisa!) mi si accavallano nella memoria ed è difficile tenere il conto…

Mi risulta impossibile poter narrare anche solo una minima parte di questo viaggio lungo e appassionante; impossibile anche solo citare tutti i personaggi conosciuti lungo il cammino insieme alla mia “compagna di avventure”; impossibile ricordare tutte le esperienze che so già che mi lasceranno una traccia indelebile nell’animo; impossibile, anche se, come sosteneva Julio Cortázar, la scrittura migliore, quella più vera, è proprio quella che pretende di raccontare tutto, quella che ha l’ambizione di narrare il tutto, anche se sa già che ciò è una “missione impossibile”…

Vi basti sapere che mi trovo in una casa di montagna a circa 1200 metri di altitudine; in una regione spagnola del Sud ricolma di oliveti (qui fanno l’olio più buono del mondo, a detta di molti); in un paesino di circa 500 anime (d’inverno; perché d’estate si ripopola, grazie a quelli che tornano da Barcelona o da Madrid o da Sevilla per rivedere i familiari).

La casa è eredità della nonna della mia “compagna di avventure” ed è costruita su un promontorio isolato; dalla terrazza vediamo la croce della cima della montagna più vicina; dalla finestrella del bagno si vede il bosco (ogni tanto vedo lupi e cervi che saltano da una roccia all’altra o che si nascondono dietro un tronco).

La casa è enorme, ci potrebbero dormire almeno 14 persone, ho contato (per ora) almeno 4 o 5 camere da letto; ci sono 2 bagni; 2 cucine enormi; una terrazza (già citata) da cui si può godere una vista spettacolare sulla Natura che ci circonda. Insomma, un vero Paradiso e invece… siamo tutti e due impauriti all’idea di dover trascorrere la nostra prima notte dopo il viaggio ulissiaco in questa casa. In una delle camere abbiamo trovato una fotografia in bianco e nero degli anni 30. La mia “compagna di avventure” mi indica vari parenti morti e sepolti e, tra questi, una ragazzina di circa 12 o 14 anni che le assomiglia in un modo davvero inquietante. Lascio la fotografia sul comò, mi allontano da quello sguardo sperso di una giovane morta chissà da quanto tempo e chissà per quale malattia rara, quando mi reco in bagno inizio a credere di sentire un rumore strano, costante, e anche piuttosto fastidioso.
Tremo e chiamo la mia “compagna di avventure”: le chiedo di salire sopra e di ascoltare anche lei il rumorino di fondo. Viene da una seconda ed enorme terrazza di cui ignoravo l’esistenza. Il rumore cessa, poi riprende, come di qualcuno che sta scavando o graffiando la tapparella. Ora siamo entrambi a tremare, la paura ci paralizza entrambi, bisogna agire, faccio l’uomo (si fa per dire) e con una scopa in mano (ridicolo redivivo Don Quijote) mi avvicino alla finestra della terrazza e sollevo la tapparella di colpo: un gatto nero scatta all’indietro e poi ci fissa con atteggiamento di sfida, come se l’avessimo disturbato con la nostra paura, e la mia stupida e ridicola scopa in mano.
“Era solo un gatto”, fa la mia “compagna di avventure”.
“Sì, ma è nero e gli manca un occhio, non lo vedi?”, le rispondo, facendole notare il dettaglio anatomico perturbante di quest’animale che vorrebbe entrare da noi proprio quando noi vorremmo uscire da qui.
Chi riuscirà a dormire in queste condizioni? Come conciliare il sonno?
La mia consorte si lava i denti in bagno con la porta aperta perché ha paura del gatto orbo; io lascio la scopa in cucina; speriamo di riuscire a far l’amore e di non avere gli incubi. Maledette foto del passato, che congelano (per l’eternità) i volti dei morti di tanti e tanti anni fa…

E’ il 21 Agosto del 2016 e l’orologio segna la mezzanotte e 43 minuti…

P.S.: è il 24 Agosto del 2016, oggi; sono passati solo 3 giorni dal "post" che avevo intenzione di pubblicare il giorno stesso in cui lo scrissi e che poi, per vari imprevisti, non sono riuscito a far apparire su questo blog; solo 3 giorni, e in così breve arco di tempo, un terremoto ha messo a tappeto un paese (Amatrice) e sconvolta mezza Italia centrale (a pochi chilometri, in linea d'aria, dall'ameno paesino sui monti abruzzesi in cui ho visto la luce). Il pensiero va alle vittime; a chi aiuta e scava tra ciò che resta delle case; a chi è sopravvissuto e porta la paura nel cuore.

lunes, julio 18, 2016


Faces (1968) di John Cassavetes



Ieri (prima di prendere atto delle atrocità di Nizza – una città dove avevamo intenzione di fare tappa questo Agosto nel nostro viaggio interstellare tra la Spagna e l’Italia, passando per la Francia), io e la mia compagna di avventure abbiamo visto uno dei film più spettacolari e belli della Storia del Cinema: mi riferisco a Faces (1968) del grande regista americano John Cassavetes.

Faces è un film che ti cattura fin dalle prime inquadrature: la camera a mano traballa e resta attaccata ai volti (appunto, “faces”) degli attori in un modo tale che a te – spettatore – sembra di stare vivendo la vita dei personaggi del film stesso; ti sembra proprio di sperimentare tutta l’agitazione, l’allegria e la follia che vivono questi ultimi sullo schermo; ti pare di poter sentire il loro alito, di poter auscultarne la respirazione, di poter diventare vittima di qualche loro sputo, lanciato in aria in un momento di particolare fibrillazione. E la mente corre subito al manifesto DOGMA 95 di Lars von Trier e Thomas Vinterberg, i due danesi che, appunto, sul finire degli anni 90 hanno cercato di “rivoluzionare” il cinema d’autore facendo un passo indietro, neutralizzando l’uso (e, a volte, l’abuso) degli effetti speciali per tornare un po’ alle origini, a un “neorealismo” che diventa “iperrealismo”.




John Cassavetes fa esattamente la stessa cosa, ma prima di von Trier e Vinterberg; inspirandosi (a quanto leggo al volo su internet) al Cesare Zavattini del cinema-verità o “cinema documentaristico”, trasforma la macchina da presa in un testimone oculare che si muove a distanza ravvicinatissima dagli attori. Da qui quello strano effetto di sentirsi come all’interno dell’inquadratura, e anche di percepirsi come all’interno di una guerra, quella che il film stesso va sviluppando stando alle spalle o sulla faccia in primo piano degli attori…

La trama di Faces è semplice: un uomo e una donna sulla cinquantina in crisi sentimentale dopo 17 anni di matrimonio; lui decide di rifarsi una vita con una prostituta di cui s’innamora (la bellissima Gena Rowlands, moglie di Cassavetes nella vita reale e sua musa ispiratrice fino alla propria morte), lei finisce con l’andare a letto con un gigoló dopo una nottata di sbronze euforiche con un paio di amiche. Ciò che rende questa trama “semplice” un’opera d’arte è il modo in cui viene raccontata: la tecnica diventa consustanziale agli obiettivi estetici del regista. I primi piani costanti, continui ed iperrealisti ci portano sul campo di battaglia in cui si combatte a suon di dialoghi assurdi una guerra senza fine e senza pietà. Le inquadrature non sono mai banali, anzi, sembra come se Cassavetes si impegnasse a sorprendere sempre lo spettatore (come in quella sena in cui lui, il marito fedifrago, si è appena riappacificato con un cliente della sua prostituta favorita, e lei, Gena Rowlands, appare in mezzo ai due uomini, il viso inquadrato in modo geometrico tra le geometrie perfette delle giacche dei due rivali in amore e nel sesso; e così in molte altre scene, come quella finale, in cui marito e moglie, come sopravvissuti, tirano le somme della loro lotta seduti sulle scale che portano in camera da letto a distanza di pochi gradini l’uno dall’altra).





Insomma, e per farla breve, Faces colpisce perché non dà tregua, non è mai scontato, anche quando i personaggi sembrano parlare del nulla, anzi, direi “soprattutto” quando sembra che non stia accadendo nulla e che si parli solo di sciocchezuole. Eppure…tutta la “macchina narrativa” viene innescata per un tradimento e la richiesta di divorzio di lui contro sua moglie (si lamenta del fatto che non fanno più sesso; per questo il cinquantenne dai capelli bianchi decide di godere dei servizi della prostituta che poi diventa amante). 

Un dramma quotidiano, un dramma qualunque (che comunque dovrebbe farci riflettere: perché gli uomini, all’interno di un matrimonio, sono così portati al tradimento? Perché hanno apparentemente più velleità belliche delle donne? Perché hanno sempre voglia e loro no?) che Cassavetes trasforma in una specie di documentario sulla vita e la società americana degli anni 60. Un documentario crudo, dove allo spettatore non viene nascosto nulla, dove, anzi, allo spettatore è affidato il compito di “presenziare” il dramma fin nei più piccoli particolari (le espressioni del volto dell’attore in campo; le parole che lascia scorrere senza fine; le risate o le lacrime che erompono in un modo così naturale e diretto che uno si chiede quanta bravura debbano aver mostrato tutti in questa messa in scena così spettacolare - penso, in particolare, all'attrice che impersona la "moglie" tradita e adultera; Lynn Carlin si chiama, da Oscar nella scena in cui rischia di morire dopo aver ingurgitato un barattolo intero di barbiturici...). Un film da vedere e rivedere. Un film da gustare in ogni sua inquadratura.

jueves, junio 30, 2016



 L'origine del mondo: una poesia di Carlos Marzal


Non lo conoscevo Carlos Marzal; non sapevo neppure che fosse un poeta; e che fosse nato a Valencia nel 1961; e che per le sue opere avesse ricevuto dei riconoscimenti importanti, qui in Spagna, che è da dove scrivo questo folle "diario di bordo" di uno che vive ai "bordi" della vita...

E così, l'altro giorno, per caso, navigando in rete, mi sono imbattuto in questo poema che mi permetto di riprodurre in questo spazio virtuale, senza tradurlo, perché penso che la musicalità dello stesso possa essere apprezzata anche da un lettore italiano, o da un lettore di qualunque altra nazionalità che non conosca lo spagnolo... 

È un poema lungo che cerca di spiegare (o ancora meglio, di "cantare") un mistero enorme, irrisolvibile, affascinante come pochi: quello legato all'organo genitale da cui tutti deriviamo... quell' "origine del mondo" che è anche il titolo di un famoso quadro che, ancora oggi, nel 2016, fa parlare di sé e crea polemiche infinite, quel primo piano di una vagina che Gustave Courbert dipinse nell'ormai lontano 1866 e che io potei vedere dal vivo nell'estate del 2008 al Museo d'Orsay, quando scoprii per la prima volta le bellezze di Parigi...

Dedicato a tutti quelli che si sentono (si sono sentiti, si sentiranno sempre) "esclavos del deseo" (o, il che è lo stesso: "schiavi del desiderio"). Perché, in fondo, lo siamo tutti... schiavi del desiderio...


El origen del mundo

                                                                  A Felipe Benítez Reyes

No se trata tan sólo de una herida
que supura deseo y que sosiega
a aquellos que la lamen reverentes,
o a los estremecidos que la tocan
sin estremecimiento religioso,
como una prospección de su costumbre,
como una cotidiana tarea conyugal:
o a los que se derrumban, consumidos,
en su concavidad incandescente,
después de haber saciado el hambre de la bestia,
que exige su ración de carne cruda.

No consiste tan sólo en ese triángulo
de pincelada negra entre los muslos,
contra un fondo de tibia blancura que se ofrece.
No es tan fácil tratar de reducirlo
al único argumento que se esconde
detrás de los trabajos amorosos
y de las efusiones de la literatura.

El cuerpo no supone un artefacto
de simple ingeniería corporal;
también es la tarea del espíritu
que se despliega sabio sobre el tiempo.
El arca que contiene, memoriosa,
la alquimia milenaria de la especie.

Así que los esclavos del deseo,
aunque no lo sospechen, cuando lamen
la herida más antigua, cuando palpan
la rosa cicatriz de brillo acuático,
o cuando se disuelven dentro de la hendidura,
vuelven a pronunciar un sortilegio,
un conjuro ancestral.
                                             Nos dirigimos
sonámbulos con rumbo hacia la noche,
viajamos otra vez a la semilla,
para observar radiantes cómo crece
la flor de carne abierta.

La pretérita flor.

Húmeda flor atávica.
El origen del mundo.

Carlos Marzal, Metales Pesados, Barcelona, Tusquets, 2001.

jueves, junio 16, 2016


 STATISTICHE E BACI





“La statistica afferma che spesso chi dà il primo bacio nel seguito del primo amplesso sarà quello che ne uscirà male”. 

Questa frase mi risuona nel cervello mentre torno a casa in bici; in realtà, la frase è un verso di una canzone di un gruppo italiano di “indie-rock” (sic.) denominato I cani (non male, devo dire, sono molto ballabili, e il cantante ha una voce strana che cattura; alquanto strano, scoprirli stando in Spagna, invece che in Italia). La canzone s’intitola “Le coppie” e, come deducibile dal titolo, parla della vita di coppia. I fidanzati che vanno a cena fuori, poi a un concerto, poi tornano a casa. Insomma, la routine della vita di tanti (anche della mia, quando ero studente e vivevo a Pisa e poi a Firenze con la mia fidanzata d’un tempo).

E poi, verso la fine della canzone, appare questa variante:
“La statistica afferma che spesso il primo a staccarsi dal primo dei baci è lo stesso che alla fine dirà di troncare”.

E mi viene da domandarmi: ma queste due affermazioni non sono poi speculari? E poi: ma le due affermazioni hanno (possiedono) un che di verità? Si avvicinano alla realtà dei fatti? Chi fu, tra i due, a dare quel primo bacio sul Ponte Vecchio, quella sera d’estate? Chi si staccò per primo dopo i baci dell’ultimo amplesso? Ma soprattutto: eravamo coscienti, io e la mia ex, del fatto che quello sarebbe stato (ahinoi) l’ultimo amplesso?

Quante domande assurde, ne converrete. Domande che fanno rima con alcune frasi che appaiono in un racconto che ho scritto tra il 21 Maggio e il 6 Giugno, un racconto che parla di tradimenti (tanto per cambiare) e di coppie e di amore e di sesso e di passioni irrefrenabili… Erano anni che non scrivevo un racconto così lungo (20 pagine) in così poco tempo (in genere, un racconto posso portarmelo appresso anche 6 o 7 mesi, prima di arrivare al punto finale – che poi non è mai quello “finale” e definitivo…almeno, non lo è una volta che ho finito e riletto il tutto).

La persona che mi ha ispirato il racconto sa che è stata la fonte d’ispirazione dello stesso, ma ancora non ha avuto il tempo (e il modo) di leggerlo. Succede sempre qualcosa. C’è sempre qualche imprevisto che c’impedisce di vederci. Sembra che sia destino che non riesca ad entrare in possesso di queste 20 pagine (è una lettrice accanita e della vecchia scuola: le sembrerebbe triste ricevere il file Word e leggermi sul pc, preferisce la carta stampata).

E insomma: i casi della vita fanno sì che colei che mi ha ispirato il racconto sia ancora ignara del contenuto dello stesso benché abbia manifestato una gran voglia di leggerlo. E i casi della vita vogliono anche che io m’imbatta nella canzone succitata de I cani mentre corro come un folle in bici sotto al sole d’estate e a 35 gradi centigradi all’ombra.

Chi ne uscirà male da tutta questa storia? Non lo so proprio. E poi non è detto che lei si riconosca nella protagonista femminile che sta al centro del racconto; né è detto che si veda rispecchiata nei fatti che si raccontano attraverso il filtro della “finzione”. E, di fatto, forse non è poi nemmeno producente scrivere un racconto pensando solo ad una determinata persona reale; i racconti devono respirare un’atmosfera amplia, diventare “universali”, cattutare la fotografia di un momento trasformandola in una radiografia valida in un senso più generale (pensiamo alle favole).

E insomma, e per farla finita: è vero che “il primo a staccarsi dal primo dei baci è lo stesso che alla fine dirà di troncare”? È vero che “spesso chi dà il primo bacio nel seguito del primo amplesso sarà quello che ne uscirà male”?

Mi verrebbe voglia di chiamarla, la mia ex, per chiederglielo e verificare qual è la versione corretta (se la sua o la mia o se entrambi coincidono)...

jueves, mayo 26, 2016

È nato


E così, alla fine, dopo alterne vicende, alti e bassi, ostacoli vari, pareri contrari di critici nemici, pareri esaltati ed esaltanti di colleghi amici, dopo innumerevoli riletture per la correzione degli eventuali refusi (ma non c'è refuso che, prima o poi, non sfugga all'attenzione anche dell'occhio del correttore di bozze più acuto della Terra), il libro è uscito, me lo hanno pubblicato, il quarto "parto", questa volta "generato" nella sua totalità in lingua spagnola e in territorio spagnolo!

Ancora non riesco a crederci: quasi 400 pagine (non ci sono figure di sorta, la tipografia è molto austera e il corpo del testo fitto fitto), anni di sforzi ermeneutici attorno ad un autore (di cui non farò il nome, per ora, qui) e attorno ad una questione "scottante" per ogni narrazione e opera di finzione che si rispetti, provo ad aprirlo a casaccio, per vedere, appunto, quanti refusi son rimasti, ma per ora non ne trovo. Lo annuso, lo assaporo, lo sfoglio con cura, quasi tremo, dinanzi a cotanto lavoraccio di anni e anni di sudore e di ragionamenti che sembravano non portare da nessuna parte, e invece, accidenti, da qualche parte mi hanno portato (e se non ho scritto le "conclusioni", sì che c'è una "coda", alla fine del viaggio).

Sono soddisfatto. Ne è valsa davvero la pena. E ora che ho pubblicato su Facebook la copertina del libro, ho capito quanto le persone che ci stanno attorno e che ci vogliono bene hanno contribuito a che il libro abbia questa forma (e non un'altra); perché, come provo a dire nel Prologo: "I libri non li scrive solo colui che li firma, ma vivono e respirano anche grazie al contributo, allo scambio d'idee, alle riflessioni e alle passioni condivise con gli altri".

A tutti questi "altri" che cito nella pagina dei Ringraziamenti va, di nuovo e ancora, tutto il mio riconoscimento e il mio plauso. Senza di voi, tutto questo non sarebbe stato possibile. Grazie, dunque, agli amici italiani, spagnoli, danesi, peruviani, portoghesi e inglesi (o amanti della Letteratura Inglese) che hanno dato il loro appoggio, le loro idee e i loro spunti.

E prepariamoci a vivere un nuovo viaggio...in compagnia dei libri e (si spera) della buona letteratura...

martes, mayo 10, 2016

Fasi inenarrabili (o indescrivili a parole)



“Los acontecimientos que experimentamos sobrepasan los límites del lenguaje”: è una citazione che appare nel libro (un “mattoncino” di quasi 600 pagine) Una historia natural de la curiosidad (Madrid, Alianza, 2015) di Alberto Manguel, un lettore inquieto e onnivoro che, anni fa, ci ha regalato (a noi lettori “insaziabili” e “curiosi”) uno dei più bei saggi che abbia mai letto sulla lettura, ovvero, Una historia de la lectura (apparso in Italia da Feltrinelli, nel 2009, con lo stesso titolo).

Traduco: “Gli avvenimenti che sperimentiamo oltrepassano i limiti del linguaggio”. È una frase dal tono aforistico in cui tutti possiamo vederci rispecchiati. In effetti, è proprio così: ci sono episodi che abbiamo vissuto in passato, o eventi che viviamo nel presente, o cose che potrebbero succedere in un orizzonte prossimo venturo che ci lasciano letteralmente “a bocca aperta” e “senza parole”; cose, eventi o episodi che è davvero complicato (quando non impossibile) trasmettere a parole con il linguaggio verbale (e la mente corre a Wittegenstein e a quella famosa frase – dal tono lapidario e non sempre condivisible – che dice: “Su ciò di cui non si può dire, si deve tacere”, dal Tractatus Logico-Philosophicus: la letteratura è possibile proprio perché non tace e tenta di dire ciò che non si riesce a dire a parole…ma torniamo a bomba).

Uno di questi eventi (o cose o avvenimenti) è l’amore, o meglio, l’innamoramento: quella fase in cui ci sentiamo attratti da qualcuno e non facciamo che concentrare la nostra mente, i nostri pensieri, le nostre paure, i nostri progetti in questo qualcuno (entrato all’improvviso all’interno della nostra vita per sconvolgerne i ritmi e allargarne gli orizzonti).

È una fase stramba e strana, quella dell’innamoramento, perché, in realtà, quando lo si vive non si sa bene in che situazione ci si viene a trovare, è una fase delicata in cui perdiamo di vista la “routine” che applichiamo tutti i giorni alla nostra vita quotidiana e in cui le nostre energie le sprechiamo (le dedichiamo totalmente) al “soggetto” divenuto “oggetto” dei nostri desideri (a volte “oscuri”, per parafrasare il titolo di un vecchio e geniale film di Luis Buñuel).

All’improvviso, il lavoro, la palestra, gli amici, il cinema, tutti quei riti che fanno parte della cosiddetta “routine” saltano in aria, esplodono, si frantumano, per lasciare spazio alla “novità”, a quell’ “oscurso oggetto del desiderio” che, appunto, ci attrae e ci attira a sè, con una forza, una prepotenza, un’esclusivismo che ci rendi succubi dello stesso (siamo “desiderio ambulante”, come pupazzi che si muovono grazie al desiderio stesso: desiderio irrefrenabile di vedere quella persona – quanta importanza ha la vista nella fase dell’ “innamoramento”! – e di sentir parlare quella persona – la sua voce ci diventa improvvisamente indispensabile e stranissimamente musicale – e di toccare, di abbracciare, di baciare – quando si arriva addirittura al bacio – di annusare quella persona, come se esistesse solo lei nell’Universo e come se, repentinamente, tutti gli altri non contassero più nulla).

Ecco, in questa fase, ripeto, quella cosiddetta dell’ “innamoramento”, diventiamo talmente succubi del desiderio (di stare accanto alla persona che ci scatena e ci rivoluziona tutti gli istinti animali, che ci rende subito suoi “schiavi”) da non renderci conto del fatto che ormai il dado è tratto, i giochi sono fatti, rien ne va plus, siamo “spacciati”, non si può più tirare il freno a mano, ci si lascia andare, sarà quel che sarà, diventiamo malleabili, manipolabili, a volte, addirittura, egoisti verso tutti quegli altri esseri umani che non sono – che non coincidono – con la persona che ci ha fatto innamorare di sè… E non esiste più “routine”, e non esiste più razionalità, e non esiste più la vita così come la concepivamo prima dell’ “innamoramento”.

Cosa fare in quei momenti (particolari) di perdita delle coordinate razionali e spazio-temporali standard? Non ho (ancora) trovato una risposta a questa domanda. Continuo a fare le mie ricerche; continuo a guardarmi dentro (e, quindi, a tentare di applicare il mandato di Socrate: “Conosci te stesso”) e, però, non so ancora come descrivere (a parole, per tornare al ragionamento di cui supra) quello che (ci) succede quando ci s’innamora… Ben strano fenomeno; ben stramba fase che dura quello che dura e che non sappiamo se e quando finirà; ben complicato mistero che (forse) nessuno di noi riuscirà (mai) a risolvere (o a sbrogliare).

jueves, mayo 05, 2016

Occhi verdi (quelli di Don Chisciotte)




“Después de todo, nada sabemos del color de los ojos de Don Quijote… ¿Serían, quizás, verdes? Verde era, al parecer, el color favorito de Cervantes”.

Ecco: è questa la domanda che si pone il recente Premio Cervantes del 2015 Fernando Del Paso (messicano) nel bel mezzo di un suo brillante saggio su Don Álvaro Tarfe, un personaggio che appare nel Quijote apocrifo di Avellaneda (pubblicato nel 1614) e che poi Cervantes, l’autore originale, il vero “inventore” del Chisciotte, reintroduce nella sua Seconda Parte del 1615 (obbligando il Don Álvaro Tarfe dell’autore apocrifo ad – addirittura – firmare davanti a un notaio che sì, che quello che ha davanti è il vero Don Chisciotte, non come quell’altro, quello “finto” che parla e che agisce nel romanzo “di seconda mano” (creando così Cervantes un cortocircuito ambiguo e modernissimo intorno ai due personaggi e ai concetti di “verità” e “finzione” così come si configurerebbero sia nel mondo del romanzo sia in quello della realtà).

Traduco la domanda in italiano: “In fin dei conti, non sappiamo nulla del colore degli occhi di Don Chisciotte… Saranno stati forse verdi? A quanto pare, il verde era il colore favorito di Cervantes”. 

E questa domanda mi spinge a riflettere su quante poche volte certi autori ci offrano questa informazione: il colore degli occhi dei loro personaggi principali (essendo gli occhi lo specchio dell’anima). E mi ricorda subito quest’altra osservazione, da parte di una collega, durante la pausa del caffè, davanti alla macchina distributrice del caffè (marca italiana: per 0,80 centesimi si può bere un caffè degno di questo nome e non la solita acqua annerita): “Ma hai gli occhi verdi, non l’avevo mai notato prima, sai?”, mi fa, guardandomi dritto negli occhi (lei ce li ha marroni, o castani, per dirla in modo più elegante, come i suoi capelli, ricci, folti, tanti, belli e che fanno subito venire in mente quel detto: “Ogni riccio un capriccio”).

Parla benissimo l’italiano: ha un diploma che certifica un livello C2; in effetti, se non fosse per l’accento (per quel suo modo particolare - tutto ispanico - di pronunciare certi gruppi consonantici, come le “sp” o le “st” davanti a vocale) potrebbe passare per italiana. Fisico possente, corpulento, ma non grasso, camminata da Amazzone, vista da lontano (o da dietro) potrebbe ricordare Maria Grazia Cucinotta. Glielo faccio notare con garbo e lei sorride (un sorriso ampio, denti bianchissimi, labbra molto carnose, occhi intensi e portamento sensuale da donna del Sud, una mediterranea come Dio comanda) e mi dice che sì, che gliel’hanno già detto, parecchie volte, soprattutto in Italia…

Le chiedo dove è stata; mi risponde che è da quando ha 15 anni che viaggia per la Penisola, soprattutto Roma, dove ha alcuni parenti (in Vaticano), e poi anche Venezia, Firenze, Milano, Napoli, la Sicilia (ah, Palermo, e Catania, ah, che belle città!).

Ecco perché parla così bene l’italiano, accidenti: altro che diploma, questo è italiano che nasce dal contatto diretto con la cultura e i parlanti del luogo! Ma soprattutto Roma, lei ama, lei adora, lei agogna Roma (uno dei suoi sogni sarebbe poter vivere di fronte al Castel Sant’Angelo). Mi narra delle sue scorribande per la Città Eterna; mi descrive monumento e chiese in cui io non sono mai entrato (nonostante abbia trascorso 10 anni a Roma e ci torni in modo costante almeno 3 volte all’anno, ora che vivo qui); mi fa vedere, con gli occhi della mente, i posti che devo assolutamente visitare, prima di morire… Mi presenta l’immagine di un viaggio a due, per girare come si deve tutto il centro storico… Il suo sorriso diventa ancora più allegro; ogni tanto ci scappa una battuta; ogni tanto la malinconia prende il sopravvento; ogni tanto ci si consola al pensiero che, entrambi, prima o poi, torneremo ad atterrare a Fiumicino (o a Ciampino).


Poi la ferrea legge dell’orario di lavoro ci obliga a separarci. Ci diamo appuntamento al prossimo caffè (non si sa quando né a che ora di preciso). 

Che occhi aveva Don Chisciotte? Nessuno (quest’anno in cui si celebra il quarto centenario dalla morte di Cervantes, con molta scarna e scarsa pubblicità, qui in Spagna) si è posto una domanda simile; nessuno ci ha pensato a fare questo tipo di domande (Fernando Del Paso se la faceva nel 2004, quando mancava solo un anno al festeggiamento dei 400 anni dalla pubblicazione della Prima Parte del Quijote). Mi domando se la mia collega l’abbia mai letto tutto il Quijote. Mi domando se davvero torneremo ad incontrarci e a vederci per parlare di libri, di città, dei monumenti di Roma e di quelli di Madrid. Per parlare di noi. Dei nostri gusti. Delle nostre paure. Dei nostri orari maledetti. Della voglia di viaggiare.

jueves, abril 28, 2016

Tutto è bene (o male) quel che finisce bene (o male), ovvero: delle letture in sospeso



E così, alla fine, il Caso (o il Destino o il Fato) ha voluto che il mio libro veda la luce; me lo immagino già il mio critico più spietato, il nemico acerrimo che disse di no (a suo tempo) alla pubblicazione del mio parto perché (a sua detta) “non colloquiavo – o dialogavo – abbastanza con la critica più specializzata sull’argomento”. E va bene, ormai ci ho fatto il callo e so che verrò attaccato; spero solo che gli attacchi siano ben argomentati; e, perché negarlo?, spero anche che ci sia qualcuno che apprezzi lo sforzo, che dica che il libro gli è piaciuto, che non tutto è stato vano (dunque, stringiamo le dita, e iniziamo a fare la conta alla rovescia – fra 20 giorni, ergo: a metà Maggio, o giù di lì: quelli della casa editrice mi chiedono un riassunto, una breve nota bio-bibliografica e perfino una foto recente; i dubbi mi assalgono: che cazzo di foto posso mandare loro per la quarta di copertina? C’è davvero bisogno di metterci la faccia? A qualcuno interessa che faccia ho? Sulla quarta di copertina? O non sarà per caso che ho capito male? Non si staranno riferendo forse al “risvolto di copertina” che – come tutti sanno – è cosa ben diversa dalla “quarta di copertina”? Non è molto più importante ciò che appare all’interno del testo, le parole che vi ho messo, piuttosto che l’aspetto fisico che ho? Del bel viso che mi porto appresso? Bah!).

Tutto è bene quel che finisce bene; ma potremmo anche ribaltare la questione e scambiare il lessema “bene” con la parola “male” e non cambierebbe poi molto; mi ripeto (chiedendo scusa a quelle 3 o 4 lettrici che ancora mi sopportano): “siamo tutti frutti del Caso – o del Destino o del Fato – e il fatto che un libro appaia e venga messo in vendita o il fatto che, al contrario, finisca nel secchio della spazzatura e sparisca per sempre dalla faccia della Terra non ha importanza alcuna, perché succede tutti i giorni, come il susseguirsi delle nascite e delle morti sulla già citata, povera Terra nostra”…

E, guarda un po’, questo fine Aprile sono pure riuscito a portare a termine le 2 o 3 recensioni di cui parlai tempo fa su questo stesso “diario di bordo”… Una faticaccia immane: soprattutto quando il libro che devi recensire è scritto in inglese (da un belga trapiantato negli USA) e tratta un tema ostico (in un linguaggio tecnico ancora più ostico). Dunque, posso considerarmi pienamente soddisfatto del lavoro ben svolto, ora posso tornare a leggere (ciò che mi piace o mi appassiona) senza troppo stress e senza il fiato (di qualcuno) sul collo…

Che libri leggere ora che sono più libero? (lavoro quotidiano permettendo e a parte?). Sulla mia scrivania giace da tempo The Time Machine and Other Stories di H. G. Wells. Non ho mai letto nulla di questo scrittore di fantascienza: è un classico e, proprio per questo motivo, so che non mi deluderà (poi, il fatto che sia affascinato dalla tematica del “tempo” e dei “viaggi spazio-temporali” non può che accrescere la mia voglia di “scoprirlo” – mi torna subito in mente The Fly di David Cronenberg e la fatidica, surreale macchina del teletrasporto e la bruttissima fine che fa Jess Goldblum rinchiudendosi in quell’accrocco insieme ad una mosca).

E poi c’è Cervantes (non poteva mancare il Manco di Lepanto sulla mia scrivania;  solo 5 giorni fa ero ad Alcalá de Henares per festeggiare i 400 anni della sua morte – anniversario importante, che Miguel ha condiviso con William, quell’altro grande classico immortale, il Bardo d’Inghilterra): la copertina de Los trabajos de Persiles y Sigismunda mi fa l’occhiolino da giorni, ormai; un paesaggio invernale di prati e boschi verdi viene percorso in diagonale da un fiume bianco su cui naviga placida una barca a tre vele (spiegate col vento in poppa) verso chissà quale costa. Si tratta del libro postumo del geniale autore del Quijote, pubblicato nel 1617, esattamente un anno dopo la scomparsa dello stesso. A quanto pare, Miguel de Cervantes Saavedra aveva riposto tutte le sue speranze di diventare uno scrittore “serio” ed “importante” proprio nel Persiles e, invece, il Destino (o il Caso o il Fato) ha voluto che questa fosse (e rimanesse) la sua opera più misconosciuta, quella meno letta di tutte e, forse, anche quella meno capita dal lettore contemporaneo (da quelle poche cose che so, qui Cervantes reinventa il modello della novela bizantina per adattarlo alla sua contemporaneità; il dubbio sorge spontaneo: dopo che hai inventato il genere del “romanzo moderno” – da cui poi prenderanno spunto tutti gli altri romanzieri europei e non fino ai giorni nostri – diventa alquanto strambo o anacronistico tornare al modello del “romanzo bizantino”, non ti pare? Ma staremo a vedere, voglio proprio vedere come se la cava il geniale inventore di Don Chisciotte con questo Persiles e il suo schema – o struttura a incastro – di tipo “bizantino”).

E poi ci sarebbe Gypsy, ovvero, le memorie di Gypsy Rose Lee (1914-1970), ovvero, di quella che viene presentata (nel risvolto di copertina dell’ed. Adelphi) come “la più celebre spogliarellista e ballerina di varietà dell’America degli anni Trenta”. Comprai questo libro su consiglio di Roberto Calasso, se non ricordo male e la memoria non m’inganna. Ne parlava con un certo accoramento (nonché accaloramento) in un’intervista in cui il famoso editore italiano faceva un po’ il punto della situazione dei molti anni di vita della sua creatura e, appunto, si fermava a riflettere su quelli che, secondo lui, erano stati i “colpacci” dell’Adelphi, tra cui appariva, appunto, anche lei, Gypsy Rose Lee, con il suo libro di memorie (pubblicato per la prima volta in America nel 1957 e apparso in Italia ben 40 anni dopo, nel 1997); m’incuriosisce la picaresca e mi attraggono gli anni 30; e visto che ci siamo, se è per questo, mi attraggono anche certe spogliarelliste vintage, come, per citare un’altra icona classica, Betty Page. Ora, vediamo se la succitata Gypsy è dotata anche di uno stile che cattura, se ci sa fare con la narrazione del sé, se gioca coi ricordi e se riesce, insomma, a tenere incollato a sé il lettore (certo, molto dipenderà anche dal traduttore dall’inglese, e per quelle 2 o 3 paginette che ho letto debbo dire che tremo un po’, ci sono frasi che sembrano tradotte male e altre che, nel giro della frase italiana, semplicemente suonano assurde).

Giugno e Luglio li passerò a correggere (esami, tesi e tesine) e a presenziare discussioni (di tesi e tesine) in aule con l’aria condizionata a palla per cercare di contrastare i 48 gradi centigradi che si raggiungono come nulla in questa città africana all’altezza di Messina (o di Palermo).


Per il resto, non ci possiamo proprio lamentare. La vita va avanti; i libri da leggere sono ancora tanti (troppi); la vista è affaticata; ma la voglia è sempre alta. Buona lettura a tutti…

viernes, abril 15, 2016

Cicatriz, di Sara Mesa: internet e l'inferno delle relazioni sentimentali




L’altro giorno, la mia compagna di sventure mi ha esortato a leggere un libro: “Questo romanzo lo devi assolutamente leggere!”, ha esclamato con perentorietà. Ed è raro che qualcuno mi dica la famosa frase, anche perché, in genere, sono io quello che la pronuncia e rompe le palle al prossimo: “Guarda, non puoi non leggere questo libro!”; oppure: “Ma come? Non l’hai ancora letto?”; o ancora: “Non ci posso credere! Ma come fai ad andare in giro per il mondo senza aver letto questo libro?!”.

E così, le ho dato retta, ho ascoltato il consiglio della mia consorte e non si sbagliava. Il libro s’intitola (in spagnolo) Cicatriz, l’autrice si chiama Sara Mesa, l’editore è Anagrama e l’anno di pubblicazione il 2015.

Di che parla un libro che in italiano suona come “Cicatrice”? Di un tema attuale e piuttosto inquietante: le relazione pseudo-sentimentali (o pseudo-passionali) che possono nascere grazie ad internet e all’uso della rete. 

Un uomo (sui cinquant’anni) e una ragazza (sui venticinque) s’incontrano in una chat in cui si parla di letteratura. Siamo ancora agli albori di quello che diventerà la realtà virtuale di oggi; e però, internet comincia a fare i suoi primi passi, le persone cominciano a conoscersi grazie al “chattare” con uno sconosciuto che sta dall’altra parte dello schermo del pc. 

Sonia (così si chiama la ragazza) si sente attratta da questo strambo individuo che sembra suggerirle le migliori letture (per la sua formazione culturale e spirituale) e che, non appena lei gli dà confidenza, inizia a mandarle dei pacchi-regalo a casa. Prima libri (affinché poi possano commentarli insieme); poi vestiti e scarpe; alla fine, profumi e lingerie di marca. Con una particolarità: che ogni prodotto che lo sconosciuto regala alla sua “fiamma” virtuale è stato sottratto dai grandi centri commerciali del centro. È merce rubata. Anche se regalata. E ciò comincia a turbare anche Sonia, che non naviga nell’oro, e che, se all’inizio si sente lusiganta da tante attenzioni, in un secondo momento comincia a tremare sia perché si sente, in parte, complice dei molteplici e ripetuti furti, sia perché non sa più come nascondere ai genitori e, poi, al futuro marito, tutti questi doni...

La storia va avanti, tra alti e bassi, tentativi di rottura (da parte di Sonia) e tentativi di riappacificazione (da parte di Knut Hamsum – questo il “nickname” che adotta l’anonimo Don Giovanni intellettuale nella chat letteraria: non è un nome a caso; si tratta dello scrittore norvegese che vinse il Premio Nobel per la Letteratura nel 1920; un autore che influenzò anche Franz Kafka, che fu ammirato, tra gli altri, da Thomas Mann, André Gide e H. G. Wells; anche se poi, allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, il suo aperto appoggio ad Hitler e al nazismo provocò non poche critiche e ripensamenti anche da parte dei suoi fan).

La storia va avanti; la narrazione si struttura attorno a vari salti temporali, fino a quando, seguendo i consigli di Knut, Sonia non inizia a scrivere racconti, cercando di dare retta alla sua passione e alle istruzioni per l’uso che le offre quest’uomo misterioso che, addirittura, rifuggirebbe dal sesso, se si trattasse di metterlo in atto con lei (una donna che ammira e che desidera solo dalla distanza, o in modo feticista: più volte le chiede di contraccambiare i suoi tanti regali con foto in cui appaia vestita con l'abbigliamento intimo che lui le ruba o con le scarpe eleganti che sceglie per lei con il rischio di essere scoperto e denunciato).


Cicatriz colpisce perché parla di una storia d’amore assurda e morbosa; perché riesce a farci penetrare nella mente sia dell’ossessionato e folle Knut che dell’apparentemente razionale e decisa Sonia; perché ci racconta la difficoltà di essere “noi stessi” (di assumere una identità stabile) in un mondo (virtuale e reale insieme) in cui questa assunzione è sempre più problematica; perché ci dice che nessuno si salva quando si tratta di sesso, d’amore, di storie inventate e nate da internet (ricettacolo del peggio e del meglio di cui siamo capaci); perché ci spinge a riflettere sul capitalismo (come forma di potere politico ed economico sulla massa) e sul consumismo (come forma "malata" di spendere la vita o di smarrirsi). 

Lo stile è quasi piatto; la trama è sempre avvincente; la tematica fa paura. Ecco perché (credo) Cicatriz sta riscuotendo un successo notevole tra i lettori spagnoli; e chissà (chissà) che non arrivi anche in Italia... E chissà (chissà) cosa diventerebbe un romanzo del genere nelle mani di un regista come David Lynch (un altro che se ne intende, di relazioni morbose e di tecnologia maniacale, di sdoppiamenti d’identità e di ricerca – disperata – della felicità).

jueves, abril 07, 2016

IL BUSTO DI MUSSOLINI



“La pazzia suscita in noi sentimenti analoghi a quelli ispiratici dall’indebolimento delle facoltà intellettuali nei vecchi o dalla morte”. 

Questa frase è una citazione della parte conclusiva dell’articolo che Marcel Proust intitolò (in modo alquanto enigmatico) Sentimenti filiali di un matricida (ora in M. Proust, Sulla lettura, a cura di Mariolina Bertini, trad. di M. Bertini e P. Serini, Milano, Rizzoli, 2011, p. 111) e che pubblicò subito dopo esser venuto a conoscenza dell’assassinio di un suo conoscente, amico della madre, un tal signor Blarenberghe, resosi, appunto, reo di aver ammazzato la propria madre… E questa citazione mi viene in mente quando contemplo lo spettacolo (mostruoso) di mio nonno, un quasi novantenne che, a causa della malattia che va sotto il nome di “demenza senile”, è diventato ciò che mia cugina ha giustamente definito “l’ombra di se stesso”.

Ed è questo che fa paura o incute timore in noi che siamo ancora vivi (e vigili): il fatto che si avvicini la morte di una persona cara e, soprattutto, il fatto che quell’ “io” d’un tempo non esiste più, l’identità del nonno soppiantata dalla falsa identità (dalla “maschera”) di uno zombie che trascorre le giornate seduto in una poltrona a dormire (o a dormicchiare) e le nottate disteso su un letto enorme senza avere assolutamente una coscienza chiara di ciò che gli sta capitando… L’oblio di ogni dato: confonde i nomi, i volti, le date, non sa più (letteralmente) in che mondo (e in che epoca) vive, non riconosce più nessuno, tranne sua moglie, nostra nonna, che lo accompagna (dalla sedie a rotelle) in questa discesa assurda verso gli Inferi, verso la nebbia assoluta, verso il nulla.

Ha ragione Proust ad associare la paura che sentiamo verso la pazzia a quella che proviamo verso la demenza senile e verso la morte. Queste tre cose si somigliano: in tutte e tre i casi l’ “io” si sperde, si annulla, svanisce, si trasforma in un “non-io”, in una “non-identità” che nessuno è in grado di rapportare a quella persona che conoscevamo prima, quando era ancora sana di mente, sveglia, in salute, ben lontana dalla minaccia della fine totale.

Mio nonno era un lettore assiduo (e mi fa male usare il verbo all’imperfetto – è un verbo che evoca la malinconia, secondo Proust) e adorava immergersi nei saggi di Storia: leggeva di tutto, dai libri sull’uomo primitivo, a quelli sulla Seconda Guerra Mondiale, da quelli sull’Impero Romano, a quelli sull'alto Medio Evo.

Mio nonno visse l’epoca del Fascismo come un periodo di prosperità e di gloria per l’Italia: ci diceva sempre che Mussolini aveva commesso un unico grosso sbaglio nella sua carriera politica: aver stretto l’alleanza con Hitler, essersi alleato al Nazismo, portando così l’Italia verso la catastrofe.

Mia nonna si vide costretta ad obbligarlo a rimettere in cantina un busto in bronzo del faccione squadrato di Mussolini, quando mio nonno pensò bene di ricordarci le sue simpatie ideologiche legate a un passato ormai tramontato (fortunatamente per noi, i nipoti venuti dopo, quelli nati alla fine degli anni 70 e diventati adolescenti – e poi passati alla fase della “giovinezza” – sotto il ventennio berlusconiano).

Non andavamo d’accordo, ovviamente, quando si parlava di politica e, proprio per questo, cercavamo di tenerci a debita distanza dall’argomento (tranne quando si trattava di andare a votare: e nostro nonno sapeva benissimo che non avremmo mai regalato il voto al candidato da lui considerato come “il meno peggio” o “il male minore”; le elezioni erano la scusa perfetta per litigare).

La bava gli scende dalla bocca che non sa restare chiusa. Gli occhi sono perennemente chiusi e, ciononostante, sembrano esprimere un dolore allarmato e costante: come se stesse per crollargli addosso qualcosa (non sappiamo cosa) e lui cercasse di ripararsi (invano) per l’impatto imminente. Le orecchie (già grandi di suo) sembrano essergli cresciute, ma non sente, ormai la sordità è totale (o quasi) e bisogna gridargli a due centimetri dalla faccia per sperare di scorgere un minimo di reazione. Quando torna nel mondo dei vivi, a volte sorride, e non si sa perché né verso chi è rivolto quel sorriso.

Giace sul divano circondato da un numero indefinito di scatole: medicine,rimedi inutili, ne deve prendere così tante che anch'io faccio fatica a tenere il passo (figuriamoci mia nonna, che a volte si confonde e gli dà la pasticca delle 16 alle 20 o viceversa).

Sappiamo che prima o poi arriverà quel momento fatidico che ci farà piangere ancora di più di quanto stiamo piangendo finora (ognuno per conto suo, ognuno vergognoso della propria debolezza e ognuno chiuso nel proprio dolore particolare – la morte allontana, non è vero che rende più socievoli, tutto il contrario, rende più solitari e asociali). E sappiamo pure che nostra nonna sarà la vittima principale di questa perdita.

Eppure… c’è chi dice che sarebbe meglio se la morte facesse in fretta il suo lavoro; che così perdiamo la nostra dignità; che la “demenza senile” è una vera tortura sia per chi la patisce in prima persona che per chi ne diventa testimone (involontario) giornaliero. Qualcuno dice anche che, se dovesse arrivare a 89 anni in questo stato, preferirebbe morire subito, con un colpo di pistola alla nuca (c’è anche chi patteggia un’eutanasia più pia e dolce: “fatemi una siringa, iniettatemi qualcosa che mi faccia dormire e che non mi faccia risvegliare mai più, per favore”).

Io non lo so perché scrivo queste cose ora, oggi, a quest’ora, ma è certo quello che diceva Proust in quell’articolo citato più sopra: la pazzia, la demenza degli anziani, la morte ci fanno paura, ci fanno tremare, ci spingono a riflettere su chi siamo diventati, su chi potremo essere in futuro, su chi siamo nel presente continuo che si consuma a ogni minuto, a ogni secondo…

Quando me ne sono andato, gli ho stretto la mano (calda, aveva un po’ di febbre). L’ho salutato (“ciao, nonno”), ma a bassa voce, così bassa che non mi ha sentito nessuno, figuriamoci lui…

Mia nonna ha pianto. Ci siamo abbracciati, le ho dato un paio di baci sulle guance paffute e ci siamo ripromessi di vederci ad Agosto, al mio rientro in patria… Io non ho pianto. Ma sono dovuto scappare da quella camera come se dentro vi fossero degli appestati, o dei cadaveri che qualcuno ha dimenticato di coprire con il telone bianco che ce ne nasconde i tratti e l’odore. Sono fuggito, con un certo senso di colpa verso colui che mi ha aiutato a crescere, a diventare chi sono oggi. Sono andato via di fretta e furia, come per scacciare un’immagine da incubo che si ripresenta sempre uguale a se stessa in un modo monotono, perfino banale, e, proprio per questo motivo, ancora più spaventosa e fastidiosa. Sono tornato a casa in aereo con un senso di morte nel cuore. E so che nessuno di noi potrà farci nulla.

La legge di natura, dice qualcun altro. E’ la vita, dice un altro ancora. E io non so perché è dovuto capitare proprio a lui, un uomo colto (per la sua epoca e il contesto geografico in cui è nato e vissuto), un lettore accanito, una persona istruita anche solo con la quinta elementare che era riuscito ad ottenere prima che diventasse un Balilla (agli ordine del Duce, uno dei suoi miti personali).


E mi chiedo che fine farà quel busto di bronzo (quell’immagine assurda e orrenda) quando lui non ci sarà più, chi lo erediterà, a chi spetterà farsi carico di quella faccia muscolosa e stizzita. Una faccia grottesca. Un ghigno che non ispira fiducia, né ottimismo, né serietà. A chi toccherà…

 Quasi fatto tutto (in tempi record) Non so esattamente come ci sono riuscito, ma ho quasi fatto tutto (in tempi record). Sarà che sotto str...