jueves, febrero 05, 2009

LA FESTA E’ FINITA, ANDIAMO IN PACE

“Bene, ora mi spieghi la differenza tra parodia e satira”.
La studentessa alza gli occhi al cielo, poi li abbassa verso la sua copia del testo d’esame. Cervantes inizia a rivoltolarsi nella tomba…
“Non mi può parlare del Don Quijote senza dirmi la differenza tra parodia e satira”.
“Mah, ecco… la parodia è…, è, dunque, la satira è cattiva…”
“Sì, e la parodia è buona…”.
“Sì, ehm, ecco… così”.
Affondo maligno:
“Allora mi spieghi cos’è l’ironia. E’ per caso una tecnica? Un genere letterario? O una figura retorica?”.
E mentre la studentessa si arrabatta e le lacrime iniziano a fare capolino mi accorgo all’improvviso del fatto che Cervantes scrisse e pubblicò in un arco di tempo molto ravvicinato ad Ariosto e Shakespeare. Che trio! Ariosto, Cervantes e Shakespeare; potrebbero diventare i protagonisti di una di quelle barzellette tipo, allora c’è un italiano, uno spagnolo e un inglese (o un francese o un tedesco).
Qualcuna si alza e va al bagno (a piangere? Oppure a ripassare?); qualcuna mi viene vicino e mi dice che non è riuscita a fare l’iscrizione online all’esame perché c’è stato brutto tempo e le è saltata la connessione adsl. Non ho voglia di bocciare nessuno oggi. E’ il mio ultimo giorno in questa Università (“de cuyo nombre no quiero acordarme”).
Poi si presenta una signora, dice che è una madre di famiglia e che deve andare all’asilo a riprendersi i due figli, mi chiede se può passare davanti alle altre, e sostenere l’esame prima dell’una, che a quell’ora i bambini escono. Le dico, va bene, passi pure. Apro il libretto e vedo che è cubana, di nazionalità cubana, ma allora caspita, possiamo sostenere l’intero esame in lingua, no?
“No, ecco, vede, professo’, io so sposata a uno di qua, so diecianni che vivo qua con un italiano e ho perso un po’ la lingua”.
Cristo santo, ma come si fa a perdere la lingua madre, dico e domando…
“Sì, ecco, vede, per me sarebbe meglio in italiano”.
E vabbè, cominciamo con i tre romanzi previsti dalla bibliografia primaria.
“No, ecco, vede, professo’, io ne ho letto solo uno, credevo fosse uno a scelta tra i tre”.
“Ma scusi, scusi tanto, ma dove l’ha letto? Dove stava scritto?”.
“Ma no, ecco, vede, io immaginavo, e poi ho avuto dei dubbi, ma non gliel’ho chiesto”.
“Mi poteva anche solo scrivere un’email”.
La signora cubana alza gli occhi al cielo; poi li riabbassa sull’unico romanzo che ha preparato per l’esame (la copertina è consumata; il libro è pieno di postit e di fogli d’appunti che fanno capolino a ogni capitolo; beh, almeno questo è vero, questo qua se l’è studiato a fondo).
“Ecco, vede, io mi vergognavo a chiederglielo”.
Ma Cristo santo, a volte mandate le email più idiote, fate le domande più astruse, e non chiedete se i tre romanzi in programma d’esame vanni letti e studiati tutti e tre?!
La boccio. E’ inevitabile, in casi disperati come questi.
Lei capisce, si alza, mi stringe la mano, mi da l’arrivederci e se ne va (forse si sente un po’ in colpa; forse si vergogna perché realizza che la sua preparazione è insufficiente).
Poi c’è quella che, pur essendo timida, ha studiato e le metto trenta. E c’è quella che, furba, pur non avendo studiato, fa finta di sapere l’argomento, finge di dominarlo, di avere digerito certe letture, e allora scatta la domanda cattiva:
“Mi dice la differenza tra metafora e similitudine? E che s’intende per metonimia?”.
La studentessa resta interdetta. Poi si fa coraggio e reagisce:
“Ma scusi, professore, non c’era la metafora nel corso; non c’era da nessuna parte; e nemmeno la metonimia”. E immagino un dialogo impossibile: tra Cervantes, Shakespeare e Ariosto, che si accapigliano sul concetto di metafora e provano a spiegare cos’è una metonimia (ci avete mai fatto caso? Tutti e tre gli autori parlano, in certo qual modo, del tema della follia: Don Chischiotte è un pazzo che crede che quanto legge nei romanzi di cavalleria sia realtà pura; Amleto è uno che, all’inizio e per smascherare suo zio, si finge pazzo, poi impazzisce veramente – nel mentre, e tanto per gradire, fa impazzire pure l’amata Ofelia; Orlando è pazzo d’amore per quella povera di Angelica la bella; ci avete, dico, mai fatto caso, ripeto?).
E poi gli esami finiscono. E’ da stamane alle 5 che sono in piedi e in viaggio e ho voglia di fumarmi una bella sigaretta. Lo faccio all’ingresso principale. Quella che ha preso 30 mi saluta con un sorriso a 36 denti; l’amica che ha preso 24 mi sorride, ma con un sorriso falso. Possono i voti che dai a un esame orale modificare la purezza, la sincerità, diciamo pure l’ “ampiezza dentale” di un sorriso? Risposta secca: sì, certo che possono. Che mondo!
Fumo e ho la nausea, sempre così, quando fumo a stomaco vuoto. Mi fermo alla macchinetta e prendo un kinder bueno. Un ragazzo di cui non ricordo il volto mi si para davanti e tutto allegro e contento mi fa: “Professore! Ho trovato il titolo del film di cui le parlavo l’altra volta all’esame!”. Non mi ricordavo minimamente del suo esame. Né del film cui si riferisce: “E’ Vero come la finzione, di Marc Forster, con Dustin Hoffman ed Emma Thompson. Lo deve vedere, professo’, è proprio identico a Niebla”. Annuisco. Lo ringrazio molto del consiglio. E me ne torno con i registri e i libri su in ufficio.
Una specie di mini-sgabuzzino ad uso e consumo di noi precari. La campana delle 19 suona puntuale da una chiesa vicina. Accanto alla chiesa c’è una casa di riposo. E qualche metro più in là il cimitero vecchio. Un’allegria da far girare la testa.
Gli ultimi esami. Dopo un anno e mezzo di lavoro e di viaggi e di fatica sia fisica che mentale. Quanti ragazzi avranno seguito le mie lezioni? A quanti saranno piaciuti i miei corsi? Chi si ricorderà di me? E di quale studente mi ricorderò io in futuro?
La festa è finita, andate in pace.
Amen, risponde in corso l’intera classe.
E ho finito pure le sigarette. Cazzo.

05/02/09

martes, febrero 03, 2009

Il lungo addio

Chi è fan di vecchia data di Dylan Dog (come lo sono io), ricorderà senza dubbio che Il lungo addio è il titolo di una delle storie più belle mai scritte da Tiziano Sclavi per la serie bonelliana (si tratta, per l’esattezza, dell’albo n. 74). Risfogliandone alcune pagine (con sacrale attenzione; la rilegature è quasi andata, l’albo potrebbe sfaldarsi a ogni sospiro, l’ho davvero consumato), mi sono tornate in mente le tante volte durante le quali ho pianto, a leggere di questa romantica storia d’amore di un Dylan ancora giovane, ancora immaturo, e perciò pieno di quei dubbi che ci hanno travagliato l’anima quand’eravamo adolescenti pure noi. E a p. 45 mi sono di nuovo imbattuto in una poesia, una delle tante poesie che Sclavi scrive come se fossero canzoni (e, in effetti, oltre ad essere autore di sceneggiature per fumetti, oltre ad essere romanziere, e oltre ad essere folle – nel senso buono del termine -, è anche autore di canzoni): non resisto alla tentazione di trasporla per intero su questo blog (così come non resisto alla tentazione di spulciare la data di pubblicazione dell’albo: si era nel lontano Novembre del 1992, io avevo appena 15 anni, ed ero innamorato perso di una specie di Morticia che non sospettava nemmeno della mia esistenza; troppo timido per fare il primo passo, troppo stupido per capire che Morticia non sarebbe mai stata la donna della mia vita):

 

…E lunghe ore a ingannarci così

a dire lui e lei, sempre gli altri

e i palliativi sono sempre tanti

per non ammettere che siamo qui

e Charlie Brown e Mafalda e la scuola

storie un po’ vere a volte inventate

nei pomeriggi d’inverno e d’estate

di strani voli su una parola

 

Quando cantavo Plaisir d’amour

tu mi guardavi e ridevi più forte

non lo capivi e la furba eri tu

e mi hai sospeso su un filo di lana

e mi ci terrai ancora per molto

giovane amore, fiore non colto

o forse sì; ma da un’altra mano

 

E chi lo sa se anche tu mi vuoi bene

a volte credo di esserne certo

a volte invece sembra tutto uno scherzo

fuggono gli occhi come falene

amica mia sorella speranza

quello che vuoi io non ti dirò

quello che voglio non sentirò

quello che c’è dietro l’indifferenza

 

E tutto è morto e tutto è ancor vivo

e solamente tutto è cambiato

quello che provo l’ho sempre provato

e credo ancora in ciò in cui credevo

e il fiocco nero è l’unica cosa

che mi è rimasta con la malinconia

ma insieme a questa stanca anarchia

vorrei anche te, amica mia

 

Ma dimmi tu non è meglio così?

Immaginare ed illudersi sempre

qui ad aspettare qualcosa o niente

qui ad aspettare un no o un sì

che in ogni caso sarebbero fine

di tutto questo che almeno è un ricordo

così studiato giorno per giorno

fatto di tanti cristalli di brina

jueves, enero 29, 2009


Liste

 

Dopo aver viaggiato dal Nord al Sud d’Italia, faccio una sosta di un paio di giorni dai miei, in terra d’Abruzzo. Il pomeriggio ho rivisto Marco, un amico d’infanzia, uno di quei vecchi amici che, anche se sono decenni che non vi vedete, poi è tutto come prima, come se non vi foste mai separati, come se il tempo non fosse passato e la distanza non contasse nulla…

 

Marco lavora in una ditta che rifornisce di caffè le macchinette automatiche che io e te (potenziale lettore che leggi) troviamo nelle Università, negli ospedali, e in un monte di altri locali pubblici. Marco lavora parecchio ed è già stanco (anche se sono solo le 17,36 del pomeriggio). Mi offre un campari corretto al gin (fin troppo forte, per le mie abitudini alcoliche) e mi dice che la fidanzata l’ha mollato per un altro. Convivevano da quasi due anni (davvero? Non lo sapevo mica che eri andato a convivere, accidenti! Il più grosso sbaglio della mia vita) e ora lei l’ha lasciato e Marco è dovuto tornare a stare dai suoi (e pensa che la consideravo la mia donna ideale, tu pensa, credevo perfino di farci un figlio insieme, con quella stronza! E che ci vuoi fare? E’ la vita, vagliò).

 

Mi conferma che qui la vita è sempre uguale (come se a Firenze, o Milano, o Catania, fosse diversa) e che si è rotto le palle. Sarà per Valeria (questo il nome della stronza), sarà per la routine o il lavoro (che lo stressa parecchio e che, economicamente, non lo soddisfa affatto), sta di fatto che Marco ha pensato anche alla fuga, si è arrovellato intorno all’idea più azzardata: lasciare tutto, casa dei genitori, lavoro sicuro e la nostra piccola cittadina arroccata sui monti, per costruirsi un futuro se non “migliore”, almeno “diverso” (è così che dice e me lo ripete, scolandosi il bicchiere dell’aperitivo con una rapidità estrema: “se non migliore, almeno diverso” e aggiunge: “cazzo!”, mi pareva strano che non mettesse il puntino).

 

Mi chiede di me. Se sto ancora con Alyssa, come mi va il lavoro all’Università (ma non sospetta che per campare me ne devo trovare un altro), se continuo a viaggiare (tanto, troppo, e aggiungo: “cazzo”, ovvio), se mi trovo bene con Alyssa e se lei è la donna della mia vita (grossa domanda, questa, vagliò: e chi lo sa per certo se quella con cui dorme tutte le notti e sotto lo stesso tetto è davvero la donna della sua vita? Chi? Già, hai ragione, non mi ci far pensare… Quella stronza, che troia, andarsene con un altro…).

 

Poi ci salutiamo. E mentre riesco a far uscire l’auto da un parcheggio troppo stretto senza fare danni alla carrozzeria, mi domando se Alyssa è davvero la donna giusta per me e se è quella della mia vita. E mi viene da pensare a un futuro remoto in cui saremo genitori. E a come ti cambia la vita avere un figlio. Marco ci avrebbe fatto anche dei figli con Valeria… se non fosse successo quello che è successo. E come si fa a mettere al mondo dei figli in un postaccio come il nostro, in una situazione come quella attuale?

 

Chiamo Alyssa e glielo chiedo: “tu sei tutto di fuori; cos’hai, bevuto?”. Le dico che ho solo sorseggiato un po’ di campari corretto con il gin. E le riassumo la chiacchierata che ho avuto con Marco, quel ragazzo, amico mio, che non vedevo da una vita. E mentre Alyssa prova a farmi ragionare, penso a come sarebbe bello, se avessi un bambino, fargli vedere tutti i film che hanno significato qualcosa per me, e a come sarebbe eccitante leggergli ogni notte (per conciliare il sonno) una delle tante pagine dei tanti libri che hanno segnato la mia vita di bambino (prima) e di adulto (poi).

 

Alyssa mi chiede di spiegarmi meglio. “Scegli dieci titoli di film e dieci dei libri che, a tuo parere, sono i primi dieci di un’ideale top-ten mondiale”. Alyssa mi richiede se ho bevuto. “Dai, su, quali sono secondo te i primi dieci film e i primi dieci libri più importanti della storia del cinema e di quella della letteratura?”. A me vengono in mente questi (ma riduco la lista della metà, non sta bene far vedere o scoprire tutto e subito, poi spetterà a lui, all’ipotetico bambino – o bambina – andare avanti da soli nella scoperta del meglio che, nonostante il postaccio in cui siamo, siamo riusciti a produrre nell’arco dei secoli):

 

I PRIMI 5 FILM:

 

1-Citizen Kane, ovvero: “Quarto Potere”, di Orson Welles;

2-Apocalypse Now, di Francis Ford Coppola;

3-La febbre dell’oro, di Charlie Chaplin;

4-2001: Odissea nello spazio, di Stanley Kubrick;

5-Sussurri e grida, di Ingmar Bergman.

 

I PRIMI 5 LIBRI:

 

1-Odissea, di Omero;

2-La Divina Commedia, di Dante;

3-Don Quijote, di Cervantes;

4-Ulysses, di Joyce;

5-Alla ricerca del tempo perduto, di Proust.

 

Ripasso mentalmente e velocemente le due liste, partendo dalla prima: forse ci sono troppi americani (ma come dare loro torto? Se è vero che i primi film li hanno girati i fratelli Lumière, è pur vero che il cinema inteso come “arte del sogno” e che “fa sognare a occhi aperti” l’hanno inventata loro); forse potevo metterci il Rossellini di Roma città aperta al posto di quel Bergman (o Umberto D., di De Sica, al posto di… boh?); e riguardando la seconda lista, m’accorgo che sono tutte e 5 opere-mondo, di narrativa, bene o male, e molto lunghe… Saranno adatte a una creatura nella fase della crescita? (Ma sì, basta leggerne dei passi, quelli “antologizzabili”, sono opere “smontabili” – come direbbe Umberto Eco…o no?).

 

Poi Alyssa riattacca, s’è stufata del gioco. A me verrebbe voglia di richiamare Marco e chiedere a lui le sue due belle liste. Ma Marco mi sa che è uno che lavora tanto e legge poco, non va quasi mai al cinema. Mi ha detto che l’ultimo film che ha visto è stato un horror, The Saw V, “l’enigmista” che sbudella le sue vittime con cinismo sopraffino. Forse Marco a quest’ora già dorme. O chissà se ancora non prende sonno, perché gli ho rinfrescato la memoria e starà ancora maledicendo la stronza…

domingo, enero 25, 2009

L’hotel di fronte casa

Ho scoperto che quello di fronte casa (non proprio di fronte, diciamo di fronte ma spostato sulla sinistra di dieci metri) non è un ospizio per anziani, né un collegio per studenti americani (come suggeriva la padrona), ma un hotel. Ecco spiegati i due fari che, dal basso, dal pianterreno, sparano due raggi di luce durante la notte, fino a che non spunta il sole. Ed ecco spiegata la nicchia scavata nel cemento con dentro il nome: “Hotel President”. Il punto è che sembra sempre vuoto. Non c’è ombra di turista nei paraggi. Né di dipendenti. Eppure… le luci sono sempre accese di sera. Se mi affaccio dal balcone riesco a vedere perfino un quadro, di quelli tristi tipici di certi ospedali, una natura morta. E, dalla finestra di fianco, un crocefisso e una porzione di lampadario…

L’hotel è immerso nel verde (come casa nostra, d’altronde – io di fronte ho una collina di ulivi). L’ingresso è dato da una stradicciola sterrata che conduce a un portone alto due metri. Di legno antico. Con due battenti di bronzo che, a occhio e croce, devono pesare un accidente.

Se si segue la stradina che costeggia l’hotel si può arrivare fino a San Domenico e da qui su su fino a Fiesole. Da casa non solo riesco a vedere la cupola del Brunelleschi, ma anche spicchi di colline della zona fiesolana.

Leggo da una Storia della Letteratura Italiana edita da Einaudi che Fiesole e Firenze sono state acerrime nemiche durante il XIV e XV secolo. E che solo dopo anni di feroci battaglie campali, i fiorentini hanno avuto la meglio. Nel romanzo picaresco Guzmán de Alfarache, il cap. 1 del II Libro della “Segunda Parte” descrive la Firenze ai tempi della famiglia De’ Medici nei suoi più minuti dettagli; il narratore ne loda le strade pulite, l’ampiezza delle piazze, l’ordine e l’architettura delle case e dei palazzi, la vastità dei giardini di Palazzo Pitti, la grandiosità del Duomo, per poi sottolineare la gentilezza degli abitanti. A detta di Guzmán, Firenze gli stranieri “los admite, agrega, regala y favorece más que a sus propios hijos”. Oggi non mi sembra sia più così. E comunque fa un certo effetto leggere (oggi) di una città di oggi attraverso gli occhi di un autore (di ieri) puntati sulla stessa città così come appariva (allora).

C’è una finestra, al terzo piano, che resta sempre aperta, anche di notte. Solo che dentro non si vede mai nessuno (non a questa distanza, almeno).

Tutto intorno è buio. E stranamente, stanotte, soffia un vento caldo, pur essendo ancora pieno inverno. Ci sono solo due macchine, parcheggiate vicino all’ “Hotel President” e spero che siano di qualche dipendente. Perché io di turisti, qui attorno, non ne ho mai visti…né sentiti.

lunes, enero 19, 2009

Di che parla (o sembrerebbe parlare) INLAND EMPIRE: ovvero quante porte aprono i protagonisti nei film di David Lynch

 L’altra sera soffrivo d’insonnia e così mi è venuta la brillante idea di vedere l’ultimo film di David Lynch, INLAND EMPIRE, uscito nelle sale nel 2006, dopo anteprima mondiale alla Mostra del cinema di Venezia. Di che parla INLAND EMPIRE? (N.B.: il regista vuole che il titolo del film venga trascritto – e pubblicizzato – a caratteri cubitali. Motivo? Non lo so. Bisognerebbe chiederglielo. Questa puntualizzazione, comunque, me ne ricorda un’altra: quella del titolo del romanzo di Tiziano Sclavi, Nero., con “punto” finale incluso… ma non divaghiamo). La domanda: “di che parla?” è mal posta, ogni qualvolta si parla dei film di Lynch; e questo non perché egli non sappia raccontare una storia con un suo inizio, uno sviluppo e il suo finale catartico (vedi: The Straight Story (1999), ovvero: Una storia vera, in cui, appunto, Lynch racconta la storia vera di quel vecchietto che decide di rivedere suo fratello dopo anni di silenzio e di reciproco astio e che, per portare a termine la missione, lo raggiunge (da solo) con una specie di motozappa attraversando mezza America dopo non ricordo più quanti mesi), ma perché, sin dagli esordi, egli ha manifestato una particolare predilezione per la rappresentazione dell’inconscio e degli incubi o sogni inquietanti di cui questo si nutre (vedi: Eraserhead, ovvero: La mente che cancella, un film del lontano 1978 con al centro della trama un giovane padre che, abbandonato dalla compagna, continua ad accudire il figlio, una specie di esserino a metà tra un neonato e un coniglio, che per tutto il film non fa altro che giacere su un letto emettendo un fastidioso e monotono ronzio o lamento da far tremare i polsi anche al più imperterrito degli amanti dei film di terrore). Chi ha già visto Strade perdute (del 1996) o Mulholland Drive (del 2001) sa a cosa mi riferisco; chi non li ha mai visti, e fosse curioso, beh, caro il mio potenziale spettatore dei film di Lynch, un consiglio spassionato: metti da parte la logica aristotelica, la logica narrativa, la consequenzialità spazio-temporale, la verosimiglianza e il principio di causalità (insieme a quello di non-contraddizione e a quello di identità) e abbandonati per un po’ all’irrazionale e al surreale, a mondi dove risulta complicato sapere chi fa cosa e dove e quando, esattamente, lo fa, oltre che perché la fa… Pensiamo anche solo all’incipit di un altro capolavoro lynchiano “doc”: quel Blue Velvet (1986), ovvero Velluto blu, che ha come attore protagonista quello stesso Kyle MacLachlan che impersonerà poi l’agente Cooper in Twin Peaks: una scolaresca attraversa la strada guidata da una amabile nonna-vigile; un fiammante camion dei pompieri cammina al ritmo della canzone anni 50 che dà il titolo al film, tutto è luce, splendore, e gioia di vivere, quando ad un tratto la musica (del geniale Angelo Badalamenti) cambia, si fa cupa, e la macchina da presa si abbassa sul prato fino a mostrarci un orecchio umano immerso nell’erba… Ecco, è così che funziona coi film di Lynch: quando tutto sembra preannunciare qualcosa di già visto (o già noto e prevedibile), ecco che qualcos’altro irrompe per distruggere ogni forma di tranquillità (e razionale e filmico-narrativa). Da lì in poi, Velluto blu diventerà una specie di indagine amatoriale condotta da MacLachlan intorno all’uomo che ha perso l’orecchio e una specie di discesa agli inferi intorno alla pulsione verso il male che ognuno di noi sente (o ha sentito almeno una volta) nel corso della sua placida vita da “persona per bene”.

Ecco, in parte è quanto succede anche in INLAND EMPIRE: solo che qui le irruzioni nel surreale e nell’anormalità avvengono sin dall’inizio e di continuo; il film dura quasi 3 ore, ma non si ha proprio mai il tempo per realizzare in quale fase dell’incubo (o del sogno inquietante) ci troviamo (e una volta entrati nell’ottica, posso assicurare che diventa davvero difficile: a) annoiarsi; b) staccare gli occhi dallo schermo; c) guardare il film con calma). C’è (anche qui, come in Mulholland Drive, o ancora, come in Strade perdute) un minimo di “storia” e di “trama”. E’ il plot principale che riguarda Niki (impersonata dalla bravissima Laura Dern, già attrice lynchiana sin dai tempi di Velluto blu), una donna di mezza età,  felicemente sposata, che riesce ad ottenere la parte in un film in cui si parla di un triangolo amoroso tra lui, lei e l’altro. Nei primi venti minuti del film capiamo anche chi sia il regista (Jeremy Irons) e chi l’altro attore chiamato a impersonare la parte dell’amante (Justin Theroux). E capiamo anche che il film, in realtà, non è basato su un soggetto originale, ma che è una sorta di remake di un film polacco che sembra non si sia mai riusciti a finire di girare per la morte dei due attori protagonisti. Un film “maledetto”, dunque, intorno a cui iniziano a circolare varie storie macabre; un film polacco, come polacca è la lingua parlata (e tradotta in didascalia) dalla coppia che apre il film in un iniziale bianco e nero (lei è una prostituta, lui un cliente; entrambi dal volto oscurato come si fa quando si censura un particolare anatomico). Ecco, mi diventa impossibile continuare a “parafrasare” o a “riassumere” il film. Di certo, questa è la storia (o trama) iniziale che Lynch ci presenta in quanto condannata a spezzarsi, a frantumarsi, a moltiplicarsi in mille altre storie a essa (più o meno) concatenate. Laura Dern inizierà a confondere il piano della realtà e quello della finzione fino a credere di aver tradito davvero il marito con l’attore che è suo amante sul set e fino ad avere degli incubi allucinanti.

Alla fine una cosa credo di averla capita; o almeno, credo di aver carpito almeno un aspetto importante di questo film che affascina e inquieta proprio perché “ci si entra dentro” (quando e se glielo concediamo) e “non si è più capaci di uscirne” (almeno fino alla scena finale): ogni volta che Laura Dern o uno degli altri attori del film aprono una porta, ebbene, allora quella porta condurrà in un altro film, in una storia secondaria, in un incubo o in un universo parallelo (è un po’ come Alice nel Paese delle Meraviglie). Per cui la domanda sensata da porsi davanti a un film di David Lynch dovrebbe essere questa: “quante porte aprono i protagonisti dentro i film di David Lynch?”. Esempio tratto dai primi minuti del film: una ragazza (che sembra - ma non è - la prostituta intravista in bianco e nero e dal volto “censurato” citata più sopra) piange mentre guarda seminuda la televisione all’interno di una camera d’albergo; in tv danno una sorta di sit-com o rappresentazione del teatro dell’assurdo in cui tre attori travestiti da “conigli” (una reminiscenza di Eraserhead? Ma sono poi davvero dei “conigli”? Hanno le orecchie dritte, ma il muso potrebbe essere anche quello di un altro animale, un cane, un gatto, un topo, etc.) dicono frasi senza senso, scatenando le risate del pubblico che intuiamo sia presente in sala. Uno dei “conigli” a un certo punto si alza; sembra abbia sentito qualcuno; apre la porta e scompare per poi riapparire all’interno di un hotel che sembra (ma forse non è) quello in cui si trova la ragazza che sta guardando la sit-com o rappresentazione teatrale surreale dei tre “conigli”…

Due le scene geniali che non posso non citare: 1 - quella in cui Laura Dern, accoltellata con un cacciavite da una donna misteriosa, si accascia a terra su un marciapiede di Hollywood e agonizza tra una coppia di giovani sbandati e una barbona di colore (è una scena straziante, mi fa tremare e mi commuove anche solo ricordarla e scriverne; la donna sta agonizzando, si tiene la mano stretta sulla ferita, vomita sangue, mentre la barbona, con cinismo e indifferenza le sussurra: “non ti preoccupare, signora, stai solo morendo”, e poco dopo la ragazza cinese accoccolata al fidanzato di colore ricomincia a parlare di discorsi assurdi con la barbona che ascolta attenta); e 2 - quella in cui Laura Dern pronuncia una frase che riassume il dilemma che la corrode dopo il tradimento ai danni del marito, rivolgendosi a Justin Theroux, e poi si ferma e dice: “sembra una delle frasi del nostro copione”… e per un momento anche noi spettatori non sappiamo più se quanto la donna sta dicendo appartenga al piano della finzione del film o se, invece, è parte del piano della “realtà” vissuta dall’attrice…

In sintesi: INLAND EMPIRE è un film che parla di film; è un film sull’erotismo insito nell’atto del guardare e del farsi guardare; è un film sulla possibilità di scivolare da un universo (noto) a un altro (apparentemente sconosciuto) senza sorta di continuità e provando i brividi che si sentono sempre al risveglio dopo un brutto sogno. Ed è anche uno dei miei film preferiti, perché fa 3 cose per me imprescindibili e le fa tutte e 3 contemporaneamente: fa commuovere, fa riflettere e fa paura.

 

P.S.: commento a caldo di una mia ex dopo la visione di Eraserhead: “No lo entiende ni su puta madre”; commento a caldo di mia cugina dopo la visione (al cinema) di Mulholland Drive: “Lynch: linciamolo!”; commento a caldo di mia madre dopo la visione (fugace e a una certa distanza dalla tv) di Strade perdute: “Ma che schifezza è? Cambia canale, per favore!”.

lunes, enero 05, 2009

Calle Muntaner

 

Para Mauro, por su abundante hospitalidad

 

La finestra è socchiusa e, nonostante le fronde degli alberi, si riesce a intravedere l’interno della stanza. Una bella libreria bianca, il televisore al plasma sulla sinistra e la poltrona verde sulla destra. Un’ombra cammina, da destra a sinistra, per poi fuoriuscire dal mio campo visuale, dal rettangolo della finestra, dall’inquadratura di un film muto che, ormai, va avanti da troppi giorni.

 

E’ notte fonda. La ragazza (sui venticinque anni) spegne la luce dell’abat-jour accanto alla poltrona. E’ seminuda. Spensierata. Ignora che qualcuno possa spiarla dall’appartamento di fronte. Mi sento in colpa, ma la tentazione è forte. Come si può evitare di guardarla? Chi potrebbe resistere a un simile regalo? Le foglie degli alberi stanno ingiallendo; la temperatura si è fatta più fredda. Vivo in questa casa da due anni. Calle Muntaner è diventata più lugubre negli ultimi tempi. Una signora anziana apre la porta d’ingresso e sparisce dentro l’oscurità.

 

Tremo all’idea di avvicinarmi al citofono. Non so come si chiama. Non ho nemmeno il suo numero di telefono. Sfoglio l’elenco telefonico come fosse un libro di magia nera che mi offrirà la formula per scovare il tesoro nascosto. Forse sto davvero diventando pazzo. Però… è così, non ci sono dubbi: basterebbe scoprire la scala, il numero dell’interno e poi incrociare il cognome con il nome della strada per dedurne anche il numero del telefono. Ogni tanto la sento ridere. Volevo dire: la vedo, mentre ride. Chissà con chi parla. E se è fidanzata. A volte balla da sola. Una volta mi ha visto. Ho gettato il fazzoletto per terra e mi sono allontanato immediatamente dalla finestra. Devo smetterla o mi denuncerà alla polizia. Uno psichiatra parlerebbe di voyeurismo. Devo smetterla di toccarmi quando lei balla o attraversa le sue stanze seminuda (reggiseno e mutandine, un culo all’insù e sodo, spesso indossa dei perizomi minuscoli, sottile striscia di tessuto sulla carne). Calle Muntaner è stranamente affollata oggi: due vecchiette col bastone attraversano sulle strisce pedonali a una lentezza snervante. Una mamma chiacchiera allegramente con la figlia piccola in divisa scolastica di rigore. La mia cara dirimpettaia ha da poco spento la luce. Un auto sta per tamponare un camion della spazzatura e si sente la frenata improvvisa all’altezza dell’incrocio. Fine dello spettacolo: chiudo persiane e finestra e mi metto a fumare in sala davanti a uno degli episodi più esilaranti della serie dei Soprano; quello in cui Tony Soprano teme di essere stato avvelenato da una spia al ristorante indiano. E vomita l’anima, mentre la moglie Carmela prova a tirarlo su di morale. Geniale.

 

Questa mattina sono andato a fare la spesa al Corte Inglés. Prezzi alle stelle. Barcellona non è più la stessa. Sembra che sull’intera città sia scesa una nube di polveri sottili che ha reso la popolazione più inerme e più idiota del solito. Una mia vicina di casa mi riconosce. Mi saluta, anche se cerco di evitarla nascondendomi dietro la pila dei detersivi.

“Ma ieri notte lei non ha sentito niente?”.

Rispondo di no, seccato.

“E’ venuta perfino l’ambulanza, non ha sentito le sirene? Ah, beato lei, che riesce a dormire, io ho il sonno leggero e se prima non prendo almeno una goccia di valeriana non riesco a chiudere occhio, sa?”.

Soffro d’insonnia dall’età di quindici anni. E’ per questo che sono costretto a prendere i sonniferi. Ieri sera, però, devo aver esagerato. Non un rumore. Non un sussurro.

La vicina ha avuto un malore. Era giovane, sui venticinque anni, bella e intelligente. Dicono frequentasse l’ultimo anno di Medicina; lavorava come praticante al Gregorio Marañon. Ha sbattuto la testa contro lo spigolo della vasca mentre faceva la doccia.

La vicina continua a parlarmi, ma è come se fosse muta. Parla e muove le labbra, ma io non sento più niente. Mi metto in fila e pago con carta di credito. Salgo le scale del palazzo a due a due. Getto la spesa alla rinfusa sul pavimento e afferro il binocolo. L’abat-jour è spenta. La poltrona verde è al suo posto. La tv è accesa. La ragazza è viva e vegeta. Balla al ritmo di chissà quale musica. Devo smetterla di dare retta alle farneticazioni di vecchie rincoglionite che non fanno altro che spettegolare dei fatti degli altri. Se mi disturba ancora con le sue storie un giorno di questi l’ammazzo. La faccio a pezzi e poi la carico sul carrello e la prezzo… Un prezzo diverso per ogni pezzo del corpo…

 

Oltre ai Soprano adoro Woody Allen. Sono andato al Cine D’Ors per vedere Vicky Cristina Barcelona. Troppo sdolcinato, troppo romantico e l’immagine che offre di Barcellona è troppo oleografica. Mi sono piaciuti molto gli sketch tra Javier Bardem e Penélope Cruz; loro due sì, sono bravi, fanno ridere quando litigano; sono due comici nati.

 

La ragazza si chiama Laura Rodríguez Pastorino. Ho incrociato i dati; ho scoperto la scala dall’ascensore (sì, l’ho seguita fino all’ascensore, facendo finta di essere il postino e infilando una copia sdrucita dell’elenco telefonico dell’anno scorso nella casella di un inquilino del primo piano). Calle Muntaner, 29, scala C, interno 12. Non è stato poi così difficile. E inoltre, se un uomo è dotato di buona volontà e sa portare pazienza, allora potrà realizzare ogni suo sogno, raggiungere ogni meta, non esisterà ostacolo che possa frenarlo. Ho il suo numero telefonico, lo so già a memoria: 914483196. Lo so a memoria e me lo ripeto mentalmente e, a volte, lo pronuncio a bassa voce, come in una litania. Ma non ho ancora avuto il coraggio di usarlo, ancora non l’ho chiamata. Laura. Ho il tuo numero. So chi sei. Sai chi sono? Pronto? Pronto? C’è nessuno?

 

Laura chiacchiera al telefono; potrebbe essere il fidanzato, l’amante, il marito, il collega dell’ospedale, il compagno di facoltà… Sorseggio il mio caffè di metà mattinata e mi diverto a spiarle le fossette che le spuntano quando ride di gusto alle battute di chissà chi. Poi squilla il telefono. E’ mio fratello, Mauro. Un tipo simpatico e schietto, ma ultimamente è troppo apprensivo nei miei confronti. Crede che da quando sono andato a vivere da solo in questo appartamento, subito dopo il divorzio, sia diventato troppo taciturno.

“Allora, come va il caso clinico? Da quanti giorni sei rinchiuso nella tua tana?”.

“Non dire cazzate, Mauro. Sono uscito ieri”.

“Sì, certo, per andare a comprare le sigarette o il giornale, o sbaglio?”.

“No, stupido. Sono andato al cinema a vedere l’ultimo di Woody Allen”.

“Hai visto la scena del bacio lesbico tra la Penélope Cruz e la Johansson?”.

“Era un trio, c’era anche Bardem in quella scena”.

“Sì, sono d’accordo, ma tutto ha inizio grazie al bacio lesbico, non ti pare?”.

Laura ha riattaccato. Mauro continua a fare lo scemo e a scherzare. Crede stia diventando un maniaco depressivo, un misantropo.

“Quando passi da queste parti?”.

“Non lo so. Ho molto da fare, ultimamente”.

Laura si alza e chiude le persiane. Spettacolo finito. Game over. Les jeux sont faites. Almeno per oggi.

“Scusa,  ma cos’hai da fare ? Non sei tu quello che è andato in pensione per godersi gli ultimi giorni che gli restano ancora da vivere prima di tirare le cuoia?”.

“Sì, ed è per questo che vado al cinema e che… ho molto da fare”.

“Non è che invece stai ancora pensando a lei?”.

“Tu Carmen la devi lasciare da parte, non la devi nemmeno nominare in mia presenza, capito?”.

 

Se Carmen sapesse cosa faccio, da questa finestra, col binocolo, mi sputerebbe in faccia e, molto probabilmente, avviserebbe sia Laura che la polizia.

Ma Carmen non mi conosce, non capisce, non mi ha mai sopportato.

Ed è per questo che ci siamo lasciati.

 

“In realtà è stata lei a mollarti. Non ce la faceva più e aveva le sue buone ragioni. Stavi diventando un maniaco ossessivo. Eri più geloso di Otello e Carmen ha fatto proprio bene a chiedere il divorzio”.

“Sei uno stronzo, Mauro, sappilo”.

Gli riattacco in faccia. Lo odio quando comincia a sproloquiare di cose che non conosce. Forse nemmeno mio fratello mi ha mai conosciuto veramente.

 

Estraggo dal lettore il dvd della sesta stagione dei Soprano. Ho letto su El País che James Gandolfini ha da poco divorziato dalla giovane e bella moglie tailandese. Si dice che fosse una tipa alquanto gelosa e che lo abbia tenuto a stecchetto. Prima delle nozze lo ha obbligato a seguire una dieta ferrea. E Gandolfini lo ha fatto: è dimagrito per lei di sedici chili.

Quanta fatica sprecata.

 

Sono le 2,36 del mattino e Laura è da poco rincasata. Indossa un vestito nero molto elegante e pieno di trasparenze. Deve aver fatto bisboccia. Si slaccia il reggiseno. La chiamo:

“Pronto?”.

Cosa posso dirle? Mi sono innamorato di te, Laura; tu non sai chi sono io, non mi conosci, ma io ti ho vista milioni di volte e mi piaci tanto. Cosa dire per non suonare falso e retorico? Vuoi sposarmi, sono un tuo fan da molti mesi, ormai, cosa ne pensi?

Cosa dire?

 

Ho riattaccato. Laura chiude le persiane. Calle Muntaner è bagnata. Ha piovuto e io non me ne sono accorto, concentrato com’ero a non dire nulla a Laura. Non mi sono reso conto delle condizioni climatiche esterne. Ero troppo concentrato.

 

“Ma come, non mi dica che nemmeno ieri notte non si è accorto di nulla! Sono arrivati anche quelli delle Forze Speciali, non ha sentito niente?”.

Di nuovo lei, la pettegola, la vicina di casa, la signora Trejo. Questa volta siamo dal tabaccaio. Ora le do fuoco. Anzi, meglio: prima la strozzo, poi la cospargo di benzina e infine la illumino a giorno come fosse un albero di Natale…

“No, dormivo, non mi sono accorto di niente, signora Trejo, chi è che è venuto sotto casa?”.

“Le Forze Speciali, non le ha viste?”.

Ignoro cosa siano queste Forze Speciali. Saluto con sguardo cattivo la mia cara vicina di casa e torno su. Afferro il binocolo. Laura è distesa sul divano, sembra che stia dormendo. Squilla il cellulare. E’ ancora lui, Mauro. Non ho voglia di starlo a sentire. Non ho voglia di riparlare del mio divorzio e di Carmen. Non è tutta colpa di Carmen, accidenti. Ora è colpa di Laura. Non riesco più a toccarmi. Il fazzoletto sporco giace accanto al posacenere. Sperma ingiallito e mozziconi di sigaretta. Polvere siamo. La chiamo di nuovo. Laura si sveglia di soprassalto e solleva la cornetta con lentezza, è tutta spettinata (Laura, non la cornetta), ha ancora il segno del cuscino sulla guancia:

“Pronto?”.

“Laura?”.

“Sì, chi è?”.

Non ce la faccio. E’ più forte di me. Riaggancio. Laura urla o dice qualche parolaccia contro la cornetta. Forse sto esagerando. Potrebbe farsi mettere il telefono sotto controllo. Potrei essere scoperto dalle microspie delle Forze Speciali. Eppure ieri notte ero sveglio, non ho preso le solite pasticche, perché non ho visto né sentito niente?

 

Faccio colazione davanti al tg. Apro la pagina di cronaca nera del giornale e leggo della morte della mia vicina di casa, la signora Trejo. Si è suicidata gettandosi dal quarto piano del mio palazzo, due piani sotto di me. Ma come mai non ho visto né sentito niente? Dov’ero, quando la poveretta si è gettata nel vuoto sfracellandosi contro l’asfalto?

 

E’ ancora Mauro:

“Carmen ti amava, Luis, e tu l’hai fatta impazzire per colpa della tua gelosia ossessiva. Devi farti curare, non puoi continuare così, potresti farti del male”.

“Tu sei pazzo, Mauro”.

 

Alzo la cornetta. La chiamo. Laura non si vede in giro e non risponde. Scendo di corsa le scale. Ho la strana sensazione che le sia successo qualcosa (non vorrei che facesse la fine della signora Trejo; dalla finestra si vede la tv accesa, ma la poltrona è vuota e ci sono dei vestiti eleganti sparpagliati per terra, nessuna traccia della fanciulla).

Il portiere del palazzo mi intercetta all’ingresso e mi ferma:

“Dove sta andando?”.

“Mi scusi, abito qui di fronte, al sesto, quello lassù è il mio appartamento. Vorrei salire dalla signorina Rodríguez Pastorino, la studentessa di Medicina, per favore. Sono un suo vecchio amico. L’ho chiamata prima e non mi risponde. Non vorrei le fosse successo qualcosa di grave”.

Il portiere mi fissa con freddezza e si gratta la testa.

Mi chiede se sono sicuro che in quel palazzo abiti la signorina Rodríguez Pastorino.

“Certo che sono sicuro”.

“A che piano?”.

“Al sesto, scala C, interno 12”.

Il portiere smette di grattarsi la testa:

“Ci deve essere un errore, signore. In questo palazzo non esiste nessuna scala C e non c’è nessun inquilino che risponda al nome della persona che va cercando”.

Non lo degno di un cenno di saluto. Gli volto le spalle e risalgo su al sesto. Afferro il binocolo, ma di Laura nemmeno l’ombra. Calle Muntaner si riempie di gente allegra e festosa. Non mi ero accorto degli addobbi natalizi e delle illuminazioni nei negozi. Tra poco è Natale e saremo tutti più buoni. Forse chiamo Carmen e le chiedo scusa per tutto. Forse richiamerò anche Mauro. Dopotutto, è mio fratello e non merita un trattamento del genere.

viernes, diciembre 26, 2008

Diavolo d'un von Trier

Come ogni anno, m'ingegno (e m'impegno) a trascorrere le feste natalizie in modo divertente e, soprattutto, rilassante (per questo non esco, non viaggio, non rispondo al cellulare, ai messaggini d'auguri - tranne poche eccezioni, non vedo nessuno - tranne i parenti e gli amici più stretti, me ne sto rintanato, manco fossi un orso bruno in letargo - o un orso marsicano incazzato col mondo intero)... e così, anche quest'anno faccio scorpacciata di libri e film che m'interessano o mi incuriosiscono, che titillano la mia fantasia, al di là delle mode del momento... e così decido di rivedermi le quasi 4 ore della prima parte della serie per la tv The Kingdom (1994) di quel geniaccio malefico di Lars von Trier... che errore madornale! che sciocco sono stato! addio sonni tranquilli!

The Kingdom è forse l'opera migliore del regista di tanti (discutibili e assai discussi, per la verità) successi cinematografici degli ultimi dieci anni (pensiamo a Breaking the waves - Le onde del destino o a Dogville; pensiamo a The element of crime - tra le sue "opere-prime", il primo film in "giallo e nero" della storia del cinema - o il primo che mi sia capitato di vedere con questo abbinamento - o all'assurdo Idiotern - Idioti o al melò con Bjork Dancer in the dark); è una serie che si sviluppa in 4 puntate di circa un'ora ciascuna; e in quanto prodotto seriale è fortemente giocato-orchestrato-strutturato sulla base della regola d'oro della suspense (e dell'interruzione improvvisa della trama in coincidenza con i momenti di massima tensione narrativa). Alcuni critici lo hanno etichettato come "una specie di E.R. girato come se fosse Twin Peaks"); ed in effetti, i riferimenti sono piuttosto azzeccati (David Lynch deve essersi divertito molto a vederlo, se mai lo abbia visto). 

Il "Regno" del titolo non è nient'altro che l'ospedale moderno in cui si svolge l'azione; un luogo di scienza, un centro medico rinomato della Copenaghen di oggi, nato però sulle ceneri di un antico Lazzaretto dove morte, peste e corruzione (dei corpi e delle anime) erano all'ordine del giorno; qui si ammucchiavano i malati incurabili; qui si compivano riti al di là dell'ortodossia cristiana. E il "Regno" dei morti torna a farsi sentire. Una medium avverte la presenza e le grida disperate di una bambina che si scoprirà uccisa in oscuri frangenti nel lontano 1919; i medici ovviamente non danno importanza all'accaduto e trattano la vecchia strega come fosse una pazza che dà i numeri; il primario, svedese (bravissimo l'attore, di cui ora non riesco a trovare il nome su Google), inizia a maledire i colleghi danesi (famosissime in Danimarca le scene in cui questo scienziato pazzo urla contro i suoi vicini di casa chiamandoli "cani, canaglie, pezzenti" dal punto più alto dell'ospedale); gli altri si danno da fare a mettergli i bastoni tra le ruote (sembra che questo famoso chirurgo abbia commesso qualche errore di troppo durante un'operazione al cervello causando la semi-paralisi della piccola paziente - un'altra bambina sfortunata o "dannata", dopo quella che ci appare sotto forma di fantasma all'inzio del film). C'è pure chi, ancora studente, si diverte a spaventare le amiche tagliando la testa al cadavere che il prof. di anatomia usa per le sue lezioni; e chi, come il nemico numero uno del primario svedese, ne approfitta per crearsi una "stanza privata" nei sotterrani del "Regno" riciclando e accumulando la roba che non si usa o viene sprecata in ospedale (riciclo e smercio di microscopi; colliri; garze; etc. - che idea assurdamente geniale)... e c'è chi resta incinta (nota bene: almeno questa prima parte di The Kingdom è altamente sconsigliato a un pubblico femminile impressionabile e/o che sia in stato di gravidanza). E poi ci sono i due disabili che, dalle cucine dell'ospedale, commentano la storia come fossero una sorta di "coro" che contribuisce da un lato a raccapezzarsi nella trama intricata del film, dall'altro a trasmettere ancora più inquietudine nel povero spettatore...

Lars von Trier si diverte a prendere in giro proprio le nostre paure più arcaiche e ancestrali; e ci porta con mano sicura (anche se traballante - quasi tutta la serie è girata con camera a mano - uno dei principali "recursos" del cosiddetto Dogma) fin dentro gli incubi più atroci legati a questa vicenda di morte e di anime in pena che non riescono a trovare la pace nel mondo dei più.

Risultato: ci si prendono dei grossi spaventi; si ride (in alcune scene in cui il grottesco la fa da padrona e gli attori sembrano marionette impazzite in mano a uno scienziato - appunto - pazzo); e si trema per tutta la durata della serie... Ieri sono riuscito ad addormentarmi verso le 3 del mattino.

Oggi ho preso un treno da Roma in cui si pubblicizzava una mostra dedicata a Jean-Michel Basquiat che, guarda caso, s'intitola "Fantasmi da scacciare" (appunto - fino a Febbraio, al Museo del Corso, in via del Corso).

Stasera avverto degli strani rumori provenire dalla soffitta di casa; il che è allarmante perchè la soffitta è vuota, non ci vive nessuno, ci appoggiamo reti e materassi vecchi che non usiamo...

Diavolo d'un Lars von Trier...

P.S.: una mosca si è posata sullo schermo del computer (al 26 Dicembre... col freddo che fa... una mosca... porca vacca!)

sábado, diciembre 20, 2008

Tempus ruit

Nel bel saggio Mimima temporalia (Roma, Sossella, 2005), il filosofo teoretico Giacomo Marramao ci fa riflettere, tra le altre cose, sull’incredibile “accelerazione” dei tempi cui ci stiamo ormai abituando in questa nostra età moderna che sembra andare sempre più di fretta; cito:

 “La condizione moderna vive […] sotto una costrizione perenne: per guadagnare tempo, essa non può fare altro che temporalizzare tutto ciò che incontra sul suo cammino. Ma questa inflazione del tempo induce il paradosso della “morte del tempo”, del “tempo esaurito”: ogni futuro che il progetto moderno “intenziona” può sussistere nella sua effettualità solo in quanto delineato al passato”.

Temporalizzare: pensiamo alle offerte pubblicitarie che ci giungono da ogni mezzo di comunicazione (radio, tv, gionali, cartelloni in mezzo alla strada, etc.); non ce n’è quasi più nemmeno una che non punti sul fattore “tempo”: “approfittatene ora, comprate questa tv al plasma, questo cellulare, questa cucina, quest’auto, vi costerà il 20, il 30, il 40, il 50% in meno”, con la solita, eterna postilla: “offerta valida fino al 31/12/2008”…. Quando poi, scaduta l’offerta, basta guardare la pubblicità del mese seguente che ripete la stessa solfa, anche se con la “scadenza” spostata di un mese, per cui l’ “offerta sarà valida fino al 31/1/2009”…

O pensiamo alla programmazione cinematografica: l’ “ultimo” film di Woody Allen, l’ “ultimo” dei fratelli Vanzina (quello sì, a scadenza annuale, ogni Natale una boiata pazzesca per fare stare tranquilla la gente che paga per “non pensare”), l’ “ultima” puntata sull’Uomo Ragno, o Batman, o i Magnifici Quattro, etc. etc….

E’ vero, non possiamo non dirci d’accordo con Marramao: tutto è temporalizzato; ergo, tutto è soggetto a “morire nel tempo”, che fugge, scappa via, sguscia senza scampo, ci domina, ci perseguita, ci ingloba e ci include (sempre da sempre e ogni giorno in continuazione). Tanta l’angoscia che ogni cosa (ancora prima di nascere) non può che essere presentata, vagheggiata, “sperata” e “aspettata” se non come “cosa già da sempre appartenente al passato”… Perfino un progetto futuro può apparire, presentarsi, mostrarcisi come “progetto già declinato al passato”…

Che paradosso, che assurdità, che spreco di energia, ma quant’è vera questa asserzione se, ancora una volta, osserviamo quanto succede nel campo dell’arte… Ormai un film resta e resiste nelle sale cinematografiche per “non più” di una settimana (due al massimo, se ha davvero un successo tale da consentirne il “parcheggio temporaneo” per più di quel tot); o pensiamo ai libri, non solo ai cosiddetti best-sellers, ma ai libri di qualità, o che tali ci appaiono… Quanto dura oggi un libro in libreria (possiamo includere nel discorso i discount, i grandi supermercati o, in generale, la grande distribuzione – Feltrinelli, Ricordi, MelBookStore, etc.)? Quanto tempo ha a disposizione il lettore per comprare il libro che lo attira prima che questo venga ritirato dagli scaffali? Gli unici a resistere negli anni sembrano Omero, Dostoevskij o Proust, ovvero i cosiddetti “classici”… e per gli altri? Quanto il tempo a disposizione?

Ma pensiamo anche alle “anticipazioni”… Pensiamo ai “trailers” che dovrebbero metterci al corrente di un nuovo film… Perfino i “trailers” nascono morti; persino una pubblicità che dovrebbe titillare la nostra fantasia (i nostri “progetti per il futuro”) sembra appartenere al passato… e questo per due motivi fondamentali: 1) perché i trailers si assomigliano tutti più o meno tra loro (la ripetizione non aiuta a distinguere o a ricordare distintamente un film dall’altro); e 2) perché anche i trailers durano troppo poco per restare impressi nella nostra memoria troppo labile, e troppo “pressata” dalla succitata accelerazione dei tempi, per cui passa una settimana e di quel film di cui ho visto il trailer non ricordo già più nulla, o pochi dettagli, e poi se anche li ricordassi, ormai è tardi, è passata una settimana, il film è letteralmente “scomparso” dalle sale, dovrò aspettare la versione in dvd, o la copia pirata scaricata da internet… che noia, che palle, che sòla…

Il tempo fugge; le notizie che il giornale di oggi vuole presentarci (o darci in pasto) come fossero “le ultime novità scottanti”, “l’ultimo scoop straordinario”, già il giorno dopo sono polvere e cenere, già nessuno le ricorda più in tutta la loro “scottanza”; le novità diventano ricordi sbiaditi nell’arco delle 24 ore; il mio pc (nemmeno un anno di esistenza) è già preistorico, rispetto agli ultimi modelli; idem per il mio televisore (che non è né al plasma né a cristalli liquidi, e seppure lo fosse…); idem per il mio stereo; idem per quella notizia che ho registrato dalla tv o staccato e ritagliato dal giornale di ieri… In una situazione simile, che fare? Rallentiamo? Ci accontentiamo di restare a galla? Scegliamo di viaggiare con lentezza e di coltivare il ricordo come arte sopraffina che “trattiene” solo quanto ci colpisce davvero ed è davvero importante per noi? Fino a quando saranno vere le notizie che ricaviamo da una ricerca su internet? Fino a quando saranno lette come “notizie”? Fino a quando continueremo a leggere (leggere vuol dire anche esercitare la memoria per interpretare e conservare il senso di quanto sta scritto nel libro – o supporto tecnologico che esso sia)? Fino a quando continueremo ad assistere alla “morte del tempo” o al suo “esaurimento”? Davvero Google ci renderà tutti più stupidi? Io non lo so; e non è che Marramao ci dia risposte confortanti… Anche se ribalta la questione: forse non è possibile fare esperienza del tempo senza lo spazio; anzi, ogni esperienza di tempo è sempre anche (da sempre?) “spazializzazione del tempo”. E allora le domande da porsi saranno altre e riguarderanno i luoghi, gli spazi fisici, i quadri e i confini che ci abitano/abitiamo ogni giorno, giorno dopo giorno, cambiando necessariamente il punto di vista su quanto abitiamo, occupiamo, vediamo, sentiamo… Ma, appunto: questa è un’altra questione (spinosa), meglio fermarsi qua.

martes, diciembre 16, 2008


INSOMNIA

16 Dic 08, ore 1,43

Uno si può ritrovare talmente solo, a volte, da preferire la lettura dell'articolo di un amico filosofo (danese) dal titolo “L'Esistenzialismo è un Umanesimo?” alla visione dei programmi della tv di prima serata. E può patire talmente tanta solitudine da appoggiare l'orecchio alla porta per spiare chi stia entrando in questo preciso momento nella porta dell'appartamento di sotto (è Lunedì, ovvero Martedì: improbabile si tratti di qualcuno che torna dalla discoteca, domani è giorno lavorativo, non si rincasa così tardi se poi la mattina bisogna essere operativi per il lavoro). Chi sarà l'insonne? Come faccio a superare anche questa nottata in bianco?
Dopo la lettura dell'articolo decido che è giunta l'ora di far sapere all'autore cosa ne penso del suo contributo (poteva pure toglierlo quel punto interrogativo nel titolo). Mi piace il modo in cui pone le domande più complesse, quelle cui è quasi impossibile rispondere. Mi piace sentire il rumore della sirena d'una volante a quest'ora tarda della notte, ti fa sentire meno solo, e più in centro (noi che siamo in periferia; è sì, zona residenziale, ma è pur anco e pur sempre periferia, checchè ne dica la padrona).
La volante sfugge via sgommando. L'inquilino del piano di sotto accende la tv, è a tutto volume, l'abbassa immediatamente, forse arrossisce di vergogna (tutto sto rumore a quest'ora, che diranno). Spengo il pc; apro la finestra (freddo becco); due cani randagi camminano lentamente annusandosi mutuamente, vicino ai secchioni della spazzatura. E' notte fonda e non vedo l'ora che torni il sole. Un po' di giorno, per cortesia. Luce, per favore...sennò qua famo notte!

lunes, diciembre 15, 2008

Luoghi percorsi e frequentati nell’arco di una giornata

 

Ci sono dei giorni durante i quali il nostro “io” (con tutto l’ambaradan di corpo e di spazio e di mente e di cellule che esso si porta dietro) percorre (o si trova ubicato in modo temporaneo in) una diversità – a volte davvero – impressionante di luoghi e posti e città diverse. E quando accade, quando il corpo e la mente si ritrovano per lassi di tempo determinati dentro (o entro) spazi, città e luoghi diversi, quando ciò si verifica (per una molteplice e variegata serie di concause che non è qui il caso di nominare) allora è come se l’ “io” si disperdesse e non fosse più “io” (o come se l’ “io” facesse una fatica immane nel riconoscersi come “io” e nel ricostruire con esattezza l’ordine cronologico degli spazi visitati).

Questa giornata che si appressa a finire è stata, per me, una di quelle: provo a fare mente locale; dunque, sono stato, in meno di 24 ore in due città diverse: Firenze e Pisa; in molti luoghi diversi: casa mia, la strada che da casa mia porta alla stazione, dentro il treno regionale che unisce Firenze a Pisa (direzione Livorno), la strada che dalla stazione centrale di Pisa porta all’Istituto Comprensivo “Fibonacci”, dentro le aule 1A, 2A, 1B e 2B (con relative classi di studenti di medie scalmanati e indisciplinati), dentro la segreteria (e poi la presidenza) di suddetto Istituto, di nuovo lungo la strada che porta dalla scuola alla stazione, dentro la mia ex-casa pisana in compagnia di un mio ex-coinquilino, lungo la strada che unisce la mia ex-casa con l’Università, l’Università di Pisa (in particolare, dentro un ufficio di una mia collega nel Dipartimento di Lingue), poi dentro il bar sotto il Dipartimento, e poi di nuovo per strada, fino a raggiungere la biblioteca di Scienze Naturali (una biblioteca ultra-moderna e nuova di zecca, computer Mac per gli utenti, possibilità di navigare in internet gratis via wireless se si è studenti e si è dotati di apposito numero di matricola), e poi di nuovo la strada fino alla stazione centrale di Pisa, e di nuovo ancora dentro il treno regionale che unisce Pisa a Firenze Santa Maria Novella, e da qui all’hotel Magnum, in viale Amendola, vicino Piazza Beccaria, per risalutare degli ex-colleghi cui sono rimasto particolarmente affezionato, e poi di nuovo lungo la strada che, percorsa in bici, mi ha riportato finalmente dentro casa mia, zona Piazza Le Cure, vicino a viale dei Mille…

L’ “io” si smarrisce e si domanda quanti “io” siamo stati per tutte quelle persone con cui siamo entrati in contatto, con tutti quelli che conoscevamo già prima o con quelli che non conoscevamo affatto, quanti “io” siamo stati mentre parlavamo con l’amico di vecchia data, la collega dalla gonna dallo spacco provocante, la sindacalista dalla faccia acida, la preside dalla faccia stressata e i capelli arruffati, gli studenti che fanno i furbi e le pernacchie, gli studenti universitari che, chini sui libri, fanno delle lunghe pause davanti ai Mac e si mettono a chattare con gli amici via messanger, la barista, i camerieri, i controllori dei treni, i barboni di Santa Maria Novella, i drogati che ti chiedono 2 euro per il biglietto, la fidanzata che ha appena finito di prepararti la cena…

Il solo elenco delle persone e dei luoghi che “io” ho percorso o visitato temporaneamente in questa giornata mi da i brividi… Troppi posti diversi e troppi “io” contrapposti da poter ricordarli e visualizzarli tutti… Troppi luoghi che ci hanno ospitato troppo in fretta forse; e chissà se domani avremo voglia o modo di tornarci; e chissà fino a quando queste strade che percorriamo ogni giorno ci vedranno ancora passare come “passanti abiutali”…

jueves, diciembre 11, 2008



Senza internet (si può stare)

 

Per non so quale oscura ragione mi è scomparsa la connessione wire-less grazie alla quale riuscivo a tenermi “attaccato” a internet. Provo e riprovo, ma nulla, non va. Mi dispiace non poter leggere il giornale, non poter ascoltare Radio 2, non tenere aggiornato il blog, non poter leggere il blog letterario “Non solo Proust”, di Gabriella Alù (una simpatica lettrice inquieta, curiosa e “obliqua” come ogni vero lettore di razza che si rispetti – lungi da lei il tono accademico di taluni critici nostrani – che poi sbagliano anche i congiuntivi). E mi dispiace non poter rispondere a Giovanna per quella questione sull’Università e le date degli esami di Gennaio… e non poter sapere se Silvia ha alla fine risposto alla mia, di email.

Come ci siamo ridotti: a dover dipendere da internet, a doverci sentire soli o persi senza internet (la rete globale che ci ha ormai inglobati dentro di sé, facendoci spesso perdere di vista i contatti “reali” con le persone “reali”)…

Fumo una sigaretta in balcone e osservo la cupola del Brunelleschi. Mi telefona Roby, dice che ha scoperto di soffrire di una malattia della pelle incurabile (in sottofondo si sentono le campane di chissà quale chiesa della periferia romana): “Non posso sta al sole, so intollerante ai raggi solari, te rendi conto? E st’estate so annato pure ar mare, capisci che cojone so stato?”. Roby mi riporta col pensiero a Roma, a quest’estate, quando trascorrevo intere ore della giornata a girare in mountain-bike per i monti abruzzesi. Ora sono fermo; isolato dal mondo; in una casa nuova che non sento ancora come “la mia casa”; circondato da vicini fantasmi; incazzato col mondo intero; nostalgico dell’ultimo viaggio a Madrid; in attesa che il Natale passi il più in fretta possibile…

E ripenso a quell’amico pisano che, il giorno in cui decise di farsi mettere la connessione adsl, scoprì che la linea telefonica era intestata al vecchio padrone di casa, una persona morta nel 1982: “Le bollette continuano ad arrivare a nome suo; è lui l’intestatario, e non sai che imbarazzo quando mi chiamano quelli del call-center e mi chiedono se è in casa il signor Conti e io sono costretto a fingere, a dire che per il momento non c’è, riprovate più tardi, perché ho paura che, se dicessi loro la verità, potrebbero fare dei controlli e scoprire che siamo in nero, in affitto, ma senza contratto legale, ti rendi conto, sono incastrato, cazzo, non posso mettermi la linea internet adsl 24 ore su 24 perché tutto dipende dalla dipartita di un caro signor Conti che chissà ora cosa penserebbe se vedesse ancora il suo nome stampato sulle bollette che paghiamo io e mia moglie, che situazione assurda”.

E proprio perché sono senza internet, ne approfitto per leggere più di quanto non faccia di solito: ho iniziato The Great Gasby, di Scott Fitzgerald, che grande classico, ragazzi, che colpo al cuore, che emozioni palpabili a ogni scorrere di pagina, ha un incipit che ti lascia con il fiato in gola. Sembra di ascoltare la voce di Marlow quando ci presenta i primi dati intorno a Kurtz, quel genio impazzito che vive nel “cuore di tenebra” della giungla congolese, lontano anni luce dalla razionalità della cosiddetta “civiltà” (occidentale). Siamo negli anni del boom economico e del rilassamento dei costumi sociali della puritana e ricca America (i cosiddetti “roar twenties” – i magici e ruggenti anni 20). Siamo a pochi passi dalla casa del Gasby che dà il titolo al romanzo. Siamo insieme a Nick, che ci parla di sé e parlando di sé ci fa conoscere passo dopo passo questo grande personaggio che risponde al nome di Gasby. Siamo testimoni oculari delle apoteosiche feste che Gasby offre a casa sua; il bello è che è talmente ricco e generoso da permettere a perfetti sconosciuti di infilarsi nelle sue feste; ed è talmente di larghe vedute da fingere di essere davvero loro amico quando questi perfetti sconosciuti gli si avvicinano per un brindisi o per una stretta di mano sportiva. Siamo tutti amici di Gasby, anche se continuando a leggere ci rendiamo conto del fatto che qualcosa non torna, qualche particolare ci sfugge, Gasby sembra essere l’uomo più felice sulla Terra, ma forse non è così, e Nick lo intuisce, anche se nemmeno lui sa spiegarne il motivo… Siamo in biblioteca; un personaggio misterioso (forse quello più misterioso di tutti), un tipo occhialuto che viene apostrofato dagli altri come “il Gufo”, è mezzo ubriaco e sdraiato su un divano. Appena vede entrare il gruppo di ragazzi e fanciulle in cui si trova immerso anche Nick fa un’osservazione per niente banale: “Sono tutti veri”, dice, e lo ripete: “tutti veri”. Si sta riferendo ai libri, ai tantissimi libri che costituiscono la biblioteca personale del padrone di casa. Continuiamo a leggere, con l’idea che l’osservazione del Gufo potrà aiutarci a sbrogliare la matassa delle domande che restano senza risposta intorno alla vera natura di Gasby. Il ritmo è musicale, lo stile ci cattura, Nick continua il suo racconto e noi lettori perdiamo per un po’ il contatto con la realtà grigia che ci circonda… con la cupola del Duomo sullo sfondo, quasi immersa nel buio delle quattro del pomeriggio…

P.S: se ora (11 Dic 08, ore 13,22) sono riuscito a riconnettermi, è evidente che quanto scritto appartiene a un tempo ormai consumato e svanito nello scorrere dei giorni; quindi, è ovvio che ora guardi a quanto accaduto come a un incidente di cui conosciamo il finale; nessuno si è fatto male, i feriti sono lievi, la strada è di nuovo percorribile (in avanti o all'indietro, come più ci garba)... 

 Quasi fatto tutto (in tempi record) Non so esattamente come ci sono riuscito, ma ho quasi fatto tutto (in tempi record). Sarà che sotto str...