miércoles, enero 25, 2012


Qualcuno mi legge (e non sono le solite 3 o 4 lettrici di vecchia data)




Non sono un informatico, né un esperto di computer; se qualcuno mi chiede di preparare una presentazione in power point, vado in crisi e inizio a sudare freddo (è successo, in passato, anche per convegni e congressi in varie Università italiane e straniere); se qualcun altro mi chiede d’introdurre una piccola didascalia sotto a una foto inserita come immagine all’interno di un documento word, mi viene l’ansia e l’emicrania. Però mi piace smanettare, cercare di vedere come funziona il giocattolo (mi piace sfruttare le funzionalità che dà un profilo su YouTube, ho ceduto a Facebook, sto imparando ad usare Twitter, m’interessa Linkedin, etc. etc.)… E così, inavvertitamente, improvvisamente, m’accorgo che questo blog è dotato della funzione che permette di vedere in diretta quanti utenti hanno letto questo o quel post, quante pagine sono state visualizzate nell’arco della giornata, o della settimana, o del mese… “Statistiche” che rivelano matematicamente quante volte qualcuno ha letto qualcosa dentro il tuo blog… E la cosa mi ha lasciato di stucco, perché, se i calcoli automatici che fa “blogger” non sono errati, allora vuol dire che, da quando ho messo online questo “diario”, le pagine viste sono state 11.376, di cui 698 visitate nell’ultimo mese, 21 viste ieri, 18 viste oggi (fino a ora)…

Ma allora non mi leggono solo le 3 o 4 lettrici affezionate e amiche di vecchia data! Ma allora qui c’è gente che legge e che io non conosco! Ma allora è tutta un’altra storia!

Ora, la domanda è: può questo dato, può questa informazione, influenzarmi e modificare il mio modo di intendere questo blog? Può la coscienza d’avere un pubblico che non credevo affatto di avere influenzare il modo in cui scrivo? Certamente no. Però lo confesso: mi fa uno strano effetto vedere quanti individui passano di qui per leggere (o magari neanche leggono, magari s’incuriosiscono solo per il titolo del post in questione e poi smettono e vanno da un’altra parte). Curiosare: lo faccio anch’io, nei blog degli altri, perché sorprendersi, perché restare a bocca aperta? Forse solo perché pensavo davvero di essere in buona e piccola compagnia; m’illudevo davvero che ci fossero solo gli happy few, come si suol dire…E invece mi sa che siamo in un gruppetto o comitiva più folta. Ma va bene lo stesso. Sono democratico e liberale: chiunque voglia passare e leggere è liberissimo di farlo; anzi, è liberrimo, in questo “diario” di bordo di “borderline”…

P.S.: se faccio una rapida ricerca su Google trovo perfino qualcuna che mi cita in un forum in cui si parla di Arte e Psichiatria! E i post più letti e apprezzati sembrano essere quelli che ho scritto sui film visti al cinema o rivisti dopo anni su internet o in dvd…(e c’è pure qualche altro blogger che mi cita sotto forma di “recensione” – il post su Fiorello e lo show più bello, ad es.: “Per approfondire consulta la fonte: Diariodiborderline)…

lunes, enero 16, 2012


Siamo spiacenti, l’editore è morto 


Non ricordo se era Sandro Veronesi a raccontare che una volta suo fratello gli raccontò di una donna che, tentando il suicidio, si gettò dal terzo piano per atterrare sul cofano della macchina del povero Giovanni (il regista e fratello dello scrittore) e, quindi, distruggergli quasi l’auto senza farsi danni seri (l’aspirante suicida finì all’ospedale, ovviamente, ma se la cavò, dopo non so più quanti giorni di degenza).
O forse è solo un ricordo inventato (da me o da Sandro Veronesi o che io attribuisco – e, direi anche, mi ostino ad attribuire – a Sandro Veronesi quando invece, e nella realtà, non è mai accaduto un incidente simile né qualcosa che gli si possa anche lontanamente associare o somigliare). E comunque, checché se ne dica, la vita è piena di racconti strani, o meglio: di racconti di fatti strani, di eventi che non si spiegano o che, quando ce li raccontano, restiamo a bocca aperta, per poi esclamare: “Ma no! Non ci credo! Non è possibile!”.

A me è capitato qualcosa di simile qualche giorno fa, mentre ero intento a cercare disperatamente un editore che si degnasse di pubblicare il mio primo saggio di critica letteraria (il terzo libro che porta il mio nome e cognome reali in copertina, se includo nella lista le due traduzioni che pubblicai qualche tempo fa per un’importante casa editrice pisana). Il mondo dell’editoria sta male e non lo dico perché io meriti di essere pubblicato e gli altri no, né per partito preso, né per vittimismo, dunque. Ma insomma: c’è gente assurda che dà risposte assurde, tipo quella che mi scrive: “Ci dispiace, il suo saggio non ha abbastanza appeal e sarebbe difficilmente spendibile sul mercato”, come se un saggio dovesse avere le stesse doti di un prodotto come una pomata contro la cellulite o un telefonino, come se davvero la bontà di uno scritto di tipo critico si misurasse con lo stesso metro che serve per vendere dei vestiti firmati o delle auto di grossa cilindrata (il mercato: parola-chiave per capire che l’industria culturale non è un’entelechia, esiste ed è sempre stata un ossimoro, checché ne dicano gli umanisti più à la page o avanguardisti – ma l’avanguardia è solo apparente, temo).
E poi c’è l’editore onesto che ti scrive in prima persona personale e ti dice sinceramente che sì, il saggio è molto bello, è ben scritto, ci ha dato un’occhiata veloce, ma non rientra, purtroppo, nella loro linea editoriale (anche su questo sintagma ci sarebbe molto da dire, “linea editoriale”, come “linea autunno-inverno”, come “linea sportiva” o “linea per la notte”… o “per lui” o “per lei” e via discorrendo…).

E poi accade l’incredibile: una segretaria di una casa editrice minore della provincia di Salerno mi scrive con tono commosso e contrito spiegandomi la loro nuova situazione: “Siamo spiacenti, professore, ma in questo momento non possiamo sottoporre il suo libro all’attenzione del nostro caro editore: l’editore è morto, è venuto a mancare la scorsa settimana, siamo ancora tutti molto scossi, ci scusi tanto”. E uno rimane di sasso e non sa come rispondere e se è il caso di rispondere, a me non è mai capitata una cosa del genere e dubito che si possano dare le condoglianze via email, io nemmeno lo conoscevo questo signore, questo editore di una piccola casa editrice salernitana, che pubblica libri di viaggi, romanzi d’avventura e qualche dignitoso saggio di letteratura e filosofia (oltre che di storia delle letteratura e storia della filosofia). Chi era costui? Com’è morto? Ha senso dare le condoglianze, ora che ne sono venuto a conoscenza?

E allora smetto di cercare un editore per il mio primo saggio di critica letteraria e vado dal mio dermatologo, un tipo in gamba, un dottore molto gentile e disponibile, colto ed elegante, uno che ama leggere Dostoevskj e Tolstoj, uno che conosce perfino Walter Benjamin. E così parliamo del più e del meno e gli racconto dell’editore morto e della segretaria sconvolta dalla triste notizia che mi scrive quell’email con tono contrito. E allora il mio dermatologo ride e mi racconta un aneddoto simile, capitato a sua moglie, una donna sulla quarantina già laureata in Economia e Commercio e che, non contenta, ha voluto prendersi anche una seconda laurea, nella sua materia prediletta: Teologia (un bel salto, non c’è che dire). E insomma, sua moglie si mette d’impegno a scrivere una tesi sulla Chiesa e sulle ingiustizie commesse dalla Santa Inquisizione, sul concetto di libertà individuale e schiavitù sociale (o una roba del genere), trova anche il relatore, un giovane prete sulla trentina, una persona molto seria e studiosa, forse uno che fa ricerca, e insomma, si avvicina il momento di spedire la versione definitiva della tesi, il giovane sacerdote tergiversa, da Giugno la rimanda a Settembre, per effettuare le correzioni in tutta calma, e a Settembre la santa donna richiama l’Università e il presidente del corso di laurea in Teologia le dice che gli dispiace, il suo relatore, il giovane prete studioso, “non è più dei nostri”; ha smesso i panni da curato e ha abbondonato la retta via, rinunciando ai voti…

Morale della favola: non sai mai quale assurdità ti può capitare, anche perché l’assurdità è ingrediente quotidiano di questo ammasso di fatti, persone e ricordi strambi che è la vita… 

domingo, enero 08, 2012


KARL SCHLÖGEL, LEGGERE IL TEMPO NELLO SPAZIO. SAGGI DI STORIA E GEOPOLITICA (2003), Milano, Bruno Mondadori, 2009






Ecco uno di quei saggi che si leggono con piacere e con trasporto, mai appesantiti da un eccesso d’erudizione e scritti con stile garbato verso il profano (il lettore che, ad es., e come me in questo caso, non sa un’acca di geopolitica)…

Che l’essere umano tenda – per convenzione, per abitudine secolare e per maggiore facilità di comprensione – a spazializzare il tempo è un dato di fatto che sappiamo sin dai tempi di Aristotele… Che lo spazio determini inevitabilmente e, a volte, “fatalmente”, il nostro destino è, invece, qualcosa che ho scoperto leggendo proprio Schlögel, studioso tedesco di geopolitica e storico del paesaggio (o dello spazio), come potremmo definirlo a lettura terminata di questo Leggere il tempo nello spazio. L’autore ci fa scoprire come, ad esempio e durante gli anni della guerra balcanica, moltissimi cittadini di Sarajevo (durante l’assedio della capitale iniziato nel 1992 e finito solo nel 96) diventarono esperti in “topografia urbana e ricognizione del territorio” (id., p. 40): dovevi saper individuare al volo i posti più sicuri, i bunker o le trincee più nascoste, se volevi salvare la pelle. Sottopassaggi, tunnel e nascondigli sia naturali che urbani divennero spazi strategici per buona parte della popolazione, se si voleva stare lontani dalle bombe e dalle mitragliatrici dei cecchini nemici…

Lo spazio determina la nostra vita (vivere è anche questo: abitare spazi, in modo costante e continuo, anche se non ce ne rendiamo conto). E’ quanto succede leggendo l’indirizzario (o elenco telefonico o Pagine Gialle attuali): in uno dei capitoli più affascinanti, Schlögel ci mostra come sia possibile ri-scrivere la storia della Germania moderna e contemporanea leggendo attentamente i vari indirizzari della Berlino degli anni 30 e 40: un conto era l’indirizzario del 1932, dove prevalevano determinate attività e professioni tra gli abitanti della capitale, e un conto molto diverso leggere l’elenco del 1933, quando Hitler è già salito al potere e il Nazismo si appresta a diventare l’unica religione di Stato. Dall’indirizzario del 1940, quando ormai ci si avvia verso la fine della guerra, non ci sono più gli ebrei o comunque, se non scompaiono del tutto, il loro numero e le loro attività commerciali si sono ridotte moltissimo; se prima prevalgono certe attività – birrai, macellai, calzolai – ora, dopo la guerra, prevalgono le attività di ricostruzione post-bellica – ricoveri, centri assistenza, centri per la ricostruzione, una mappa precisa della desolazione e del desiderio di ripartire verso un mondo migliore e una società più civile…

La situazione cambia di nuovo negli anni della Guerra Fredda e della contrapposizione tra i due blocchi (USA e Occidente da un lato, URSS e mondo “orientale” dall’altro). Come osserva acutamente e prontamente l’autore, la vita degli individui dipenderà dallo spazio in cui si nasce e si cresce: a seconda che si viva da un lato o dall’altro della linea divisoria che spartisce in due blocchi il mondo, la vita prenderà (o potrà prendere) un percorso ben preciso ed è per questo che: “L’indirizzo divenne un destino decisivo per le prospettive di vita, per gli studi, per quello che si sarebbe o non si sarebbe diventati” (p. 143). 

Pensiamo poi a quelli che, di mestiere, faranno le spie: in quei casi, la missione impossibile consisterà proprio in questo: abitare spazi “altri”, mescolarsi con il nemico, fingendosi “indigeni” e persone del posto…

Bellissimo, in tal senso, il cap. intitolato “Biografia, curriculum vitae”: è qui che lo storico ci fa capire come il curriculum altro non sia che lo schema o riassunto sintetico di quali luoghi abbiamo abitato in quel determinato momento della nostra esistenza. Il curriculum segnala gli spazi via via occupati prima di arrivare ad occupare la posizione che abitiamo nel presente. E ci dice che la vita (umana) è fatta di frecce, percorsi, movimenti da una città all’altra, da un luogo ad un altro, in nome dei nostri desideri, dei sogni, delle predisposizioni, dei “mestieri” per i quali ci siamo sentiti pronti e portati… oltre che, ahinoi, di false partenze e falsi approdi, di spostamenti inconsulti e di fughe disperate (pensiamo, ancora una volta, a come dovettero percepire l’Europa gli esuli ebrei scampati ai campi di concentramento – Primo Levi docet – o tutti quegli altri cittadini obbligati a lasciare le proprie case per cercare di rifarsi una vita all’estero o, attraversando l’Oceano, in America…).

“ ‘Di regola’ la vita procede ‘su binari regolari’. In periodi di catastrofe la vita deraglia.” (p. 166). E’ vero, e queste stesse espressioni ci spiegano meglio di qualsiasi trattato filosofico di come la “spazializzazione del tempo” sia consustanziata al nostro modo di pensare e di ragionare (geometrizziamo l’esistenza, anche quando non ce ne rendiamo conto in maniera conscia – la vita è fatta di alti e bassi; si superano gli ostacoli; ci si rimette in moto; si corrono rischi; si arriva in porto).

Schlögel ha anche un altro dono (o merito), che non tutti gli studiosi hanno: quello della sintesi. Come in questa frase lapidaria, che spiega la differenza tra democrazia e dittatura sulla base dell’aspetto che assumono i marciapiedi o le strade delle città: “Le dittature hanno le strade pulite, le democrazie in genere no” (p. 183). 

Ecco, allora, come e perché leggere il tempo nello spazio aiuta a renderci più consapevoli: di chi siamo, di cosa abbiamo fatto in passato (la cosiddetta Storia), di cosa potremmo diventare in futuro (con internet e l’abbattimento delle distanze spaziali tramite le realtà virtuali messe in piedi dalla rete, con tutti quegli stravolgimenti che la cosiddetta globalizzazione sta creando poco a poco sotto i nostri stessi occhi).

viernes, enero 06, 2012


Gli esordi di Antonio Moresco: percorrere strade interrotte, chiuse, infinite o soltanto intraviste


Ho adorato Lettere a nessuno (Torino, Einaudi, 2008); mi sono esaltato e sono rimasto scioccato dai Canti del caos (Milano, Mondadori, 2009); avevo proprio voglia di scoprire Gli esordi  (una prima versione apparve per Feltrinelli nel 1998; questa seconda versione è stata sottoposta a nuova revisione da parte dell’autore prima di venire pubblicata da Mondadori nel Settembre del 2011).  A primo impatto posso dire che Antonio Moresco non delude mai, soprattutto quei suoi lettori affezionati che, pur di seguirne gli andirivieni narrativi, le invenzioni più visionarie, le descrizioni più strambe, sono disposti a perdonargli qualche ripetizione di troppo, così come qualche neologismo che stona o suona male. Ma proviamo ad illustrare i contenuti di questo romanzo, diviso in 3 parti (o “scene”: si parte con quella “del silenzio”, si prosegue con quella “della storia”, per finire con quella “della festa”) e scritto con lo stile peculiare di Moresco per un totale di 647 pagine…

La “Scena del silenzio” ci presenta un narratore in prima persona intento a sviscerare lo strano mondo chiuso e, a tratti, claustrofobico di un convento. E’ questa la sezione in cui il narratore adotta con maggiore frequenza la tecnica dell’ellissi: taglia scene intere o sottace interi dialoghi, ci sottrare la verità per spingerci a farci detective o investigatori dell’oscura trama che sembra svilupparsi sotto gli occhi del giovane aspirante prete… Il convento diventa il micro-cosmo angosciante da cui osservare il macro-cosmo; il convento è una specie di buco nero in cui è finito (quasi senza esserne cosciente) un narratore che dice “io” e che cerca di capire fino in fondo chi è, chi sono gli altri e qual è la vera ragione per cui si trova lì dentro… La città (contemplata spesso di notte e vista come un mondo scintillante o luminoso) è percepita come il mondo degli altri, delle persone normali; il convento (con i suoi orari fissi e stabiliti dal succedersi delle preghiere da recitare in modo meccanico ad ogni determinato momento della giornata) è, invece, il mondo che non si riesce a fare proprio, un mondo freddo e pericoloso, pieno di gente strana, come il Gatto, un viscido e inquietante superiore che sottrare carta e penna al giovane narratore intento a scrivere ciò che gli  succede. Il Gatto: una delle invenzioni più perturbanti di Antonio Moresco (e che ritroveremo sia nella terza parte de Gli esordi – nelle nuove vesti di un editore – sia nei Canti del caos – dove, addirittura, si mette in testa di svendere il mondo e d’inventarsi all’uopo la pubblicità più efficace e grandiosa mai pensata prima).
Insieme al Gatto, faremo la conoscenza dello Ziò (un paralitico che passa il tempo a sparare o a sognare di sparare agli uccelli e ai conigli) e la Pesca (una specie di fata turchina affascinante).
E’ già da questa prima parte che l’autore dà mostra del suo stile indescrivibile: a volte fa pensare a Lucrezio, quando si concentra microscopicamente sull’osservazione di dettagli naturali piccolissimi e apparentemente insignificanti, ma che diventano enormi, giganteschi, paurosamente incalcolabili, se rapportati (come nell’esempio che cito qui) ai movimenti planetari della Terra nei confronti del Sole:

“Sul tronco di un grande albero borchiato migliaia di dischetti luminosi lanciavano riflessi tutt’intorno, parevano accendersi e spegnersi e pullulare in zone della corteccia sempre differenti, aumentavano e diminuivano d’intensità registrando ogni minima mutazione d’angolo dei raggi solari per la rotazione incessante della Terra nello spazio” (p. 75).

Più spesso l’attenzione è tutta concentrata verso tutto ciò che ci risulta brutto, macabro o ributtante. E’ in casi come questi che Moresco mostra una strana attrazione verso quello che potremmo definire come “gusto del grottesco”; un esempio tra tanti: il brano in cui un personaggio ferisce a morte un gatto e il narratore descrive come non si riesca a spezzare una zampetta dell’animale:

“La zampetta era stata spezzata quasi del tutto, ma un unico tendine la teneva ancora tenacemente attaccata al resto del corpo, come un filo.
Provai a tirare due o tre volte, ma il tendine sembrava allungarsi sempre più senza spezzarsi, scivolava e brillava come la corda lucente di un violino. Provai a sfregarlo contro la dentatura di una sega da legno, […]. Emetteva una nota stridente, prolungata, che si diffondeva piano piano attraverso tutto il parco” (p. 114).

Stessa cosa per i conigli (e qui rasentiamo il “pulp”):

“Vedevo da lontano i loro corpicini scuoiati, i loro stivaletti di pelliccia ancora infilati alle zampette” (p. 154).

Questa attenzione agli animali (o tendenza a descrivere grottescamente l’animalità insita nell’essere umano) è presente anche in brani più filosofici o dal carattere aforistico (c’è da dire che a tratti Moresco pecca di retoricismo, o eccesso di retorica, come qui):

“Non più parlare e neppure essere parlati, ma scorrere semplicemente altrove, ma in un altrove che non si possa neanche più chiamare altrove, e lasciare dietro di sé un nulla che a qualcuno possa apparire come la coda della lucertola che fugge…” (p. 191).

E’ anche questa la sezione del romanzo più dura nei confronti del tema della fede e della religione. Il narratore legge la Bibbia o sembra ricordare eventi legati a Gesù, ma lo fa a modo suo, rileggendo i brani del Vangelo, come in queste battute (che pur non suonando blasfeme, turbano alquanto):

“Pensavo ad altri mondi…” disse Gesù, che si guardava attorno come assente.
Il suo corpo emanava ancora il profumo di aloe e di mirra della sepoltura.
“Ma che cos’è un sogno di Dio?” provò a chiedere ancora dopo un po’.
L’angelo si era adesso arrestato sul bordo del sepolcro, non si riusciva a distinguere quasi la sua voce.
“Signore, non capisco” sussurrò” (p. 205).
Questa prima sezione si chiude, non a caso, con una domanda: il cap. 17 (e ultimo) s’intitola, di fatti: “Che sia questa la Grazia?”. L’interrogativo resta tale; il convento e i preti che lo gestiscono e che si curano dell’educazione spirituale dei loro seminaristi sembrano piuttosto assumere i tratti del mondo post-apocalittico (o in attesa dell’Apocalisse giovannea).

La seconda sezione, “La scena della storia”, sposta la nostra attenzione su quello che sembra essere lo stesso protagonista e narratore in prima persona, ma in un’epoca diversa della propria vita: ora è un militante (di estrema sinistra?), che fa volantinaggio e comizi per preparare la rivolta collettiva (la Rivoluzione?). Come per il convento, così per la sezione di partito: il narratore si ritrova in uno spazio (un luogo che è anche un simbolo di lotta ideologica) che non riconosce come proprio, dove non vive a proprio agio. E a proposito di luoghi, l’intero secondo capitolo si svolgerà quasi integralmente all’interno di una “macchinina gialla”, un’auto scassata in cui il narratore si ritroverà a guidare insieme agli altri compagni di lotta: l’uomo senza volto, Sonnolenza (che dorme sempre e che fa addormentare gli altri perché noioso e lento), il Gagà, che ha tatuati sul petto la falce e il martello e che va in giro a derubare le mogli dei poveri operai o le vedove rimaste sole in casa. E’ attraverso il Gagà che la Storia con la maiuscola entra all’interno della trama romanzesca: è questo personaggio ambiguo e antipatico, strampalato e stralunato, a citare le sue passate scorribande per la Spagna (dice di avere conosciuto Durruti – il leader degli Anarchici spagnoli – e Rosa Luxemburg, oltre a Lenin stesso).

Ecco un nuovo (ennesimo) esempio di grottesco (stavolta “sonoro”) tipico di Moresco; descrive come il Gagà si taglia le unghie e l’effetto che tale operazione provoca nella stanza in cui riposa:

“Si cominciava a tagliare le unghie dei piedi, schizzavano via calcificate attraverso la stanza, andavano a colpire fragorosamente le pareti, lo specchio, facevano risuonare per qualche istante gli elementi del calorifero prima di piombare sul pavimento” (p. 442).

L’effetto sonoro viene descritto sinestesicamente anche in questo brano (all’apparenza inutile o insulso – in realtà, serve a descriverci bene il senso di solitudine che inizia a provare il protagonista quando si accorge che i suoi compagni sono scomparsi, che non c’è più un piano d’azione ribelle, che non esiste più la sede centrale del partito):

“Sentivo uno di quei lievi rumori che fanno le mentine quando vanno a sbattere infinitamente sottili contro i denti” (p. 502).

La terza sezione, ovvero, “La scena della festa”, è quella che personalmente ho apprezzato di più e ci narra la terza fase della vita di questo ex-prete che non ha mai preso i voti ed ex-militante che non ha mai fatto la rivoluzione… Ci spostiamo a Milano e iniziamo a vivere la vita appartata, nascosta, disperata di questo narratore che ha scritto un romanzo (lo stesso che stiamo  ancora leggendo?) e che aspetta con ansia che l’editore gli dia una risposta e, possibilmente, gli permetta di pubblicare. E’ la sezione più polemica, più critica e più satirica del romanzo: anche quella più pericolosa per la tenuta narrativa del romanzo stesso, perché Moresco rischia di pontificare o di usare la voce narrante del suo personaggio per spiegare in modo fin troppo retorico che quello che sta scrivendo è opera originale, di rottura, libro che farà il vuoto attorno a sé, che cerca di rompere il conformismo in cui annaspa la cosiddetta “industria culturale”.
E’ qui che torna il Gatto, come già ricordato, in veste di editore che lascia sulle spine il povero esordiente (vive da solo in un monolocale nella periferia più triste e squallida della città e passa il tempo al telefono, a parlare con la segretaria dell’editore che è sempre in viaggio, e a contemplare la varia umanità del vicinato).

“Vuoi diventare per caso, come suol dirsi, un caso? Ma c’è già tutto un proletariato di casi, sono tutti già in fila col loro cartellino!” (p. 591) esclama il Gatto rivolgendosi al suo povero scrittore in erba e ancora inedito…

Ecco, è qui, è in casi come questi, è quando riesce anche ad adottare l’ironia (oltre che l’auto-ironia) che Moresco riesce ad evitare il rischio di cadere nella retorica (o nelle frasi smaccatamente costruite ad arte); è quando riesce a non prendersi troppo sul serio che ci cattura… E il finale di questa terza “scena” sarà davvero degno delle aspettative del lettore che, pazientemente, avrà avuto la forza, il coraggio e la volontà di seguirlo fino alla fine (non svelerò qui questo finale; posso anticipare che il lettore si ritroverà davanti gente come Bartleby lo scrivano, Cervantes o Pascal, per non dire di altri… reali e fittizi insieme… tutti mescolati in una festa grandiosa).

Antonio Moresco ci spiega  (in una nota apposta alla nuova edizione: “Come sono nati Gli esordi") che non ha una “visione geometrica” né della letteratura né della vita; questo romanzo lo dimostra ampliamente. A mio modesto parere, Gli esordi sono un tentativo: quello di cercare di ri-scrivere la propria vita in prima persona attraverso il filtro della letteratura (quella migliore e che più azzarda o rischia) e, al contempo, quello di cercare di vedere cosa succede quando si adotta l’imperfetto dell’indicativo per raccontare porzioni anche molto ampie e grosse e complicate della propria esperienza. In definitiva (e in sintesi): con questo romanzo Moresco tenta di usare la letteratura come una sonda per scoprire quello che non credevamo di sapere e sapevamo già, per illustrare e descrivere strade chiuse, interrotte, infinite o solo intraviste (la geometria aiuta, in questi casi, ma non risolve - come solo la letteratura sa fare - tutti i problemi legati alla nostra personale e sempre soggettiva “quadratura del cerchio”).

martes, diciembre 27, 2011


Come ogni anno




Come ogni anno, anche quest’anno siamo giunti alla fine di Dicembre e, come di consueto, è tempo di bilanci. Si stilano elenchi, si fanno le liste: dei libri più letti, dei film più visti, dei cd più ascoltati o più scaricati da internet. Si fanno bilanci, insomma. E io non ho più voglia di farne. Nemmeno di fare il bilancio della mia vita oggi. Non sono più adolescente; non sono più quel ragazzo che conservava tutti i ritagli di giornale, tutte le recensioni dei film che più lo interessavano; non faccio più l’elenco dei libri non ancora letti (o dei film non ancora visti); non colleziono più poster o manifesti dei film preferiti, come ero solito fare intorno agli anni 90.

E così, come ogni anno, di questi tempi, stacco il telefono fisso, spengo il cellulare e smetto di frequentare amici e parenti; una volta finita la vigilia di Natale e portati a termine i rituali previsti per i mega-pranzi e le mega-cene comandate da calendario, mi rintano in casa, non vedo nessuno, e mi limito a guardare il mondo da una finestra (quella della mia cameretta, della stanza che mi ha visto crescere, nel tempo, fino a oggi, che ho 35 anni, ormai…). E mi limito a guardare filmacci horror splatter come Hostel: Part II (2007) di quel sadico col gusto del “gore” di Eli Roth o The Exorcism of Emily Rose (2005) del collega – altrettanto visionario e amante delle scene sanguinolente – Scott Derrickson… A volte approfitto delle feste natalizie per riguardare quei film che, quando li vidi la prima volta, mi lasciarono a bocca aperta o mi coinvolsero in modo anomalo, o stimolarono la mia attenzione, roba tipo Cléo de 5 à 7 (1961) di Angès Varda, con la deliziosa Corinne Marchand, o lo “spielberghiano” The Goonies (1985) di Richard Donner, o il sottilmente inquietante, oltreché elegante, Festen (1998) di Thomas Vinterberg…

Mi piace starmene da solo in casa, in questo periodo di spese folli e di parenti serpenti che si ritrovano allo stesso tavolo dopo mesi d’indifferenza o di semplice distacco educato. E ascoltare musica, che mi rilassa e mi tiene compagnia, mentre guardo gente impazzita correre a destra e a sinistra dalla finestra della mia cameretta… Da Nina Simone a Luigi Boccherini, con la sua arcinota e notevole Musica notturna per le strade di Madrid, dai Radiohead (“Karma Police” e “No surprises” in cima alla lista) agli Skunk Anansie (con la voce acuta e potente di Skin), da Mozart (i brani più allegretti dal Don Giovanni di Monsignor Da Ponte) agli Articolo 31, da Cole Porter (riscoperto grazie all’ultimo film di Woody Allen) a Lou Reed, quando cantava con i Velvet Underground, da Billy Idol a Elvis Presley, da Nora Jones (“Not too late” mi fa piangere) ai classici di De André, etc. etc.

E ogni tanto passeggio tra i boschi dei monti dei paesini abruzzesi che mi circondano, ripensando a quante cose sono capitate anche quest’anno, incontri fortuiti, che solo in seguito crediamo scritti dal destino, e amori incipienti mai nati o diventati solo storie d’una notte di passione consumate su divani dell’Ikea (“per favore, usiamo il preservativo, non ho voglia di avere figli ora”), volti di amiche note (tra cui alcune delle 3 o 4 lettrici fisse di questo blog) e di amici ritrovati dopo anni (“Ma dai! Ti sei addottorato e non mi hai detto niente? Eri a Praga, non ci siamo sentiti, sei sparito tu, non io”), di morti ammazzati e di suicidi collettivi, di strepitosi crolli in borsa e di nuovi pianeti scoperti ai confini dello spazio noto, di libri freschi di stampa (pensavo che mi avrebbe fatto molto più effetto vedere il mio nome stampigliato sul frontespizio di un libro) a traduzioni appena finite (e romanzi gelosamente custoditi nel cassetto – prima o poi lo troverò il coraggio di fartelo leggere, abbi pazienza, amore mio…), e catene di Sant’Antonio che ti fanno solo bestemmiare, sigarette fumate davanti a perfetti sconosciuti e dialoghi surreali in mezzo al vorticare del traffico di Napoli, pizze alla margherita da 30 e lode e bacio accademico, e lezioni preparate con precisione svizzera, cronometri di precisione e appuntamenti (per sempre) mancati…

Avevo iniziato questo post dicendo che odio fare elenchi, bilanci e liste e invece… l’intero post non è altro che questo: un elenco (un bilancio?) o una lista di cose, persone, titoli, fatti e oggetti che prima o poi ci aiuteranno (forse) a capire il senso (della vita?). Buon Natale a tutti… e felice anno nuovo…

jueves, diciembre 22, 2011


Midnight in Paris: le età dell’oro (e i sogni ad occhi aperti)




Un uomo e una donna camminano lungo la balaustra secolare di un ponte di Parigi, di notte, mentre piove. “Parigi è più bella quando piove”, dice la ragazza, che non ha paura di bagnarsi e che s’accorda, senza saperlo, allo stato d’animo e ai gusti del suo interlocutore (in sottofondo parte la musica di Cole Porter, la canzone che s’intitola “Let’s do it” e che, in parte, traduce in musica il senso del film, Midnight in Paris, l’ultimo di Woody Allen).

Il Nostro sembra Federico Fellini quando gioca con la “macchina-cinema” per dare libero sfogo all’immaginazione e farci attraversare (come Alice nel Paese delle Meraviglie) le soglie di mondi apparentemente distanti o contrapposti fra di loro: era già successo, in parte, nel geniale (a tratti onirico o fantascientifico) Zelig, del 1983, con il personaggio del povero ebreo che cambia personalità e tratti somatici a seconda di chi si trova davanti e, poco dopo, nel 1985, con La rosa purpurea del Cairo, quando Mia Farrow s’innamora dell’attore dei suoi sogni e finisce per indurlo ad “oltrepassare” lo schermo cinematografico per vivere una storia d’amore passionale proprio perché si sa già impossibile e destinata a fallire. Accade lo stesso in Midnight in Paris, in cui si raccontano le vicende di uno sceneggiatore frustrato che si guadagna da vivere scrivendo trame per film-spazzatura hollywoodiani e che, nel tempo libero, lavora al libro della sua vita, quello in cui tentare di esprimere tutte le sue doti letterarie. E’ in procinto del matrimonio con la sua fidanzata bella e superficiale, figlia di gente ricca, che Gil (questo il nome del protagonista) si ubriaca, perdendosi per le strade della sua amatissima Parigi e, a mezzanotte in punto - e a differenza di Cenerentola -, vive l’incantesimo di finire nella capitale degli anni 20. E’ qui che, dopo lo shock iniziale, entrerà in contatto con i suoi miti personali: da un rude e burbero Ernest Hemingway a un simpatico e gioviale Scott Fitzgerald (alle prese con le follie e la gelosia di Zelda); dall’intelligente e disponibile Gertrude Stein (che si presta addirittura a leggere e a dare consigli letterari all’incredulo scrittore in erba) al folle e mitomane Salvador Dalí; da Luis Buñuel (cui Gil suggerirà la trama del “futuro” L’angelo sterminatore) a Pablo Picasso. Un mondo meraviglioso, pieno di gente interessante, molto più affascinante e appassionante dei nostri primi anni 10 del XXI secolo…

In realtà, non è tutto oro quello che luccica: dopo aver conosciuto la bellissima amante di Picasso, Gil capisce che tutti sogniamo di vivere in una Parigi che non esiste più perché ormai appartenente al passato; il relativismo temporale (e il sogno di vivere in un passato visto come “età dell’oro”) colpisce tutti, anche chi, come l’avvenente fanciulla, sogna di vivere nella Parigi della Belle Epoque, quella dei Gauguin e dei Toulouse-Lautrec… (e così loro: molto meglio il Rinascimento! Quando a dipingere c’erano mostri sacri come Michelangelo o Raffaello)…

Ognuno ha il presente che si merita; e sognare non costa nulla, anzi, a volte ci aiuta a capire meglio quello che abbiamo davanti (o sotto) ai nostri occhi. Lo impara anche Gil, che tornato al “suo” (e al “nostro”) presente decide di lasciare la futura moglie e di restare a Parigi per scrivere e dedicarsi a ciò che più lo appassiona; forse lo impareremo anche noi spettatori – anche se per un’oretta e mezza abbiamo avuto il lusso di assistere alle chiacchiere e ai discorsi di gente molto più interessante di quella con cui abbiamo a che fare quotidianamente: Picasso, Hemingway, T. S. Eliot, Scott Fitzgerald, che mondo meraviglioso quello del passato… e quant’è piccolo e insulso e prosaico e privo di magia, quello del presente…

P.S.: alla fine, quando il film è finito e i titoli di coda hanno cominciato a scorrere, ho pensato a come potrebbe essere il futuro senza più Woody Allen che, anno dopo anno, sforna film come fossero biscotti al burro. E mi sono subito consolato, al pensiero che, anche quando non ci sarà più lui, fisicamente presente e in carne ed ossa, ci resteranno sempre i suoi film, a ricordarci chi era, e quant’era bravo a farci ridere, sorridere, e sognare ad occhi aperti per un’oretta e mezza o poco più con le sue storie e i suoi personaggi sognanti, perennemente insoddisfatti e alla perenne ricerca della felicità o di qualcosa che non esiste o che è, semplicemente, irraggiungibile.

lunes, diciembre 12, 2011


1Q84 di Haruki Murakami: quando l’inverosimile fa perdere mordente



Dopo l’entusiasmo che mi hanno trasmesso i suoi racconti (cfr. post dedicato alla raccolta Tutti i figli di Dio danzano), mi sono accinto a leggere l’ultimo romanzo di Haruki Murakami: 1Q84 è un’opera-mondo (per dirla con Franco Moretti) ambientato nella Tokyo del 1984 e, al contempo, in una sorta di universo parallelo in cui il cielo ospita due lune, simili, eppure diverse, l’una dall’altra (una è più piccola e di colore verde, rispetto a quella grigia – o giallastra – che conosciamo tutti). Non si tratta di un romanzo distopico alla 1984 (e i riferimenti a George Orwell e al personaggio del Grande Fratello ci sono, anche se non sono quelli più decisivi); né di un romanzo fantascientifico (sebbene si citino il film Un viaggio allucinante e universi in cui, appunto, è possibile scorgere due lune in cielo) né di un’opera fantastica (sebbene Alice nel paese delle meraviglie, con lo specchio che fa scivolare in un’altra dimensione, e il cappellaio matto, insieme allo Stregatto, facciano anche loro una piccola, breve comparsa); si tratta, piuttosto, di un’opera eterodossa, ibrida, in cui si mescolano tutti questi elementi per trasportare il lettore in un mondo romanzesco in cui si smarriscono le coordinate spazio-temporali e i personaggi vivono esperienze al limite (della verosimiglianza, della moralità, della fede religiosa).

Non riassumerò la trama di un libro che, nella traduzione italiana per Einaudi, arriva a un totale di 718 pp. (e siamo solo al primo dei due volumi previsti! Nell’ed. giapponese, e a quanto leggo da due recensioni del New York Times, il testo è suddiviso in 3 volumoni per un totale di… chissà quante pagine – nessuno lo dice, ma quante sono?); sottolineo, invece, come proprio il mancato rispetto del principio di verosimiglianza, in alcuni brani, tolga credibilità al narratore (esterno, in terza persona, come nei buoni romanzi ottocenteschi, o come in un romanzo di Dickens – pure lui viene citato al volo, all’interno della trama); è proprio la mancanza di verosimiglianza di certe scene o brani a togliere a volte al lettore il piacere di farsi cullare da questo stesso narratore abilissimo a seguire (come se si trattasse di due diversi spartiti musicali) i destini dei due protagonisti.

Aomame (in giapponese il nome significa “pisello verde”) è una giovane fredda e determinata che, di giorno, fa l’insegnante di aerobica e stretching per clienti ricchi e facoltosi e, di notte, si trasforma in una spietata serial-killer che “manda all’altro mondo” uomini che odiano le donne, stupratori di bambine e odiosi mariti che si macchiano di sadismo nei confronti delle povere mogli.
Tengo, invece, è un trentenne calmo e tranquillo che conduce una vita regolare e fa il docente di matematica in una scuola privata che prepara ad entrare all’Università. Ogni Venerdì ospita nel suo umile appartamento una donna sposata di dieci anni più vecchia di lui. E nel tempo libero, Tengo coltiva la passione per la scrittura, anche se finora ha scritto solo racconti e non ha pubblicato mai nulla con il proprio nome.

1Q84 si sviluppa attraverso le trame dei due protagonisti per cui, ai capitoli dedicati ad Aomame si alternano quelli dedicati a Tengo. Fino a quando, in modo rocambolesco e con spiegazioni che lasciano alquanto di stucco, i destini dei due non si incroceranno (cosa che accade, per poco, nei capitoli finali di questo primo volume e che, spero, verrà narrato distesamente nell’altro tomo ancora non pubblicato in italiano).

Perno attorno a cui ruotano sia Aomame che Tengo è la diciassettenne Fukada Eriko, autrice di un romanzo che s’intitola La crisalide d’aria e che, invece che una narrazione fittizia, sembra essere scritto come una “cronaca” di eventi realmente accaduti. Fukada Eriko, cresciuta all’interno di una sorta di setta religiosa con regole tutte sue, ha lasciato morire una capretta che le era stata lasciata in custodia; punita e lasciata sola all’interno di una stanza isolata e buia, di notte, la ragazza vede fuoriuscire dalla bocca dell’animale i cosiddetti Little People, degli esseri dalle sembianze umane, ma in miniatura, che, a quanto pare, si divertono a sbilanciare l’equilibrio tra bene e male all’interno del mondo parallelo di 1Q84… (non disdegnando nemmeno di cantare in coro un motivetto musicale che fa “ho ho”)…

Ecco: ci siamo; è qui, è proprio qui che trovo l’inghippo o l’intoppo. Il narratore è troppo, davvero troppo inventivo (e, ahinoi, anche troppo inverosimile) nel creare quest’altra Terra su cui agiscono e si muovono nell’oscurità questi cosiddetti Little People. La verosimiglianza è fondamentale, anche all’interno di un universo di finzione di stampo distopico (anche se, ripeto, qui Orwell c’entra poco; ci sono solo velati accenni alla contrapposizione tra comunismo e capitalismo, ma in quanto a una presa di posizione netta, dal punto di vista ideologico, il narratore resta sul vago).

Il problema aumenta, se pensiamo a come potrà finire la storia (d’amore) tra Tengo e Aomame (chiamati, forse per il tramite di Fukaeri – questo il nome d’arte della diciassettenne – a risolvere i problemi del mondo nell’eterna lotta tra bene e male).

Murakami è un maestro nell’arte di raccontare le vite minime, banali, piatte dei suoi anti-eroi e lo fa con uno stile peculiare che affascina e strega, ma sbaglia quando, seguendo la sua immaginazione, si lascia andare a soluzioni narrative che sfiorano il fumetto manga o il film di serie Z. Eppure… ho letto questo tomo in poco meno di due settimane, e ogni volta che smettevo di leggere, perché dovevo studiare o lavorare o uscire di casa, non vedevo l’ora di tornare ad aprire il libro per seguire le vicende di Aomame e Tengo… e chissà, a questo punto, come finirà la loro storia d’amore e che fine faranno quei brutti mostriciattoli detti Little People…

domingo, diciembre 04, 2011

Tra operetta e film noir

Esterno notte: una città di provincia, nel Sud Italia, completamente immersa nella nebbia. E' l'alba e mi sveglio con una strana sensazione di angoscia, come se un peso mi opprimesse il petto e facessi fatica a respirare. Sono le sei del mattino; fisso il soffitto vicino, a pochi centimetri dal mio volto (la mansarda si abbassa lungo la pendente del tetto e il letto è posizionato nel punto più basso): osservo delle macchie di cui non mi ero mai reso conto prima d'ora, macchie che sono come ombre sul soffitto, ombre che mimano forme strambe, come un topo, un serpente, forse un gufo dalle ali spiegate... Mi alzo e preparo tutto l'occorrente per fare una lauta colazione (tazza di latte e caffè, uno yogurt, delle fette biscottate imburrate, la marmellata, il cucchiaino e il cucchiaio più grande, lo zucchero e i corn-flakes, i biscotti al cioccolato e una banana). Accendo la tv e un giornalista dai capelli bianchi molto ricci ripassa le notizie principali a partire dalle prime pagine dei giornali. Fa freddo. Mangio in fretta. Mi rinchiudo nel bagno e mi lavo rapidamente la faccia e le ascelle. Preparo i libri e gli appunti per la lezione. Afferro le chiavi e indosso al volo il cappotto imbottito. Scendo le scale e mi preparo a vivere la mia giornata di lavoro quotidiano.

Esterno giorno: la nebbia è ancora folta; la prima persona che incontro, camminando a passi rapidi sul marciapiede, è un vecchietto stranissimo che indossa la tipica coppola e sostiene, nella mano sinistra, un bastone di legno tutto piegato e, nella destra, una motosega, luccicante, con i denti bene in vista, senza la copertura o la guaina di plastica d'ordinanza. Il vecchio cammina aiutandosi col bastone e mi domando come faccia a sostenere con tanta facilità una motosega all'apparenza pesante, lui che sembra magro come un chiodo...

Arrivo al piazzale da dove partono i pulllman. L'autista che guida quello che mi porterà all'Università indossa gli occhiali da sole. Accende il motore, accelera lasciando la marcia in folle, come per verificare che sia tutto in ordine, e poi parte, allegro, sorridente. Fortunatamente, solleva gli occhiali da sole sulla fronte; mi vedevo già in mezzo alle lamiere del pullman fumante e accartocciato contro qualche altra auto o contro il guard-rail della superstrada. Altri studenti intorno a me chiacchierano allegramente della giornata che li attende, tra lezioni, pranzi a mensa, riunioni con gli amici e organizzazione di feste in discoteca per la serata che verrà.

Interno giorno: ufficio. Sulla mia scrivania un caos di libri e appunti sparsi, fotocopie a colori e foto di vecchi poeti morti ormai tre o quattro secoli fa. Entra la donna delle pulizie, senza bussare: "Mi scusi, professore, non sapevo che fosse dentro". Le spiego che mi ha spaventato e che la prossima volta, prima di entrare, è pregata di bussare. La donna si scusa di nuovo e comincia a passare l'aspirapolvere. Il punto è che quello non è l'orario delle pulizie.

Ormai sono a lezione, nelll'aula 21, una delle più grandi e capienti dell'Università. Parlo di Shakespeare, sto spiegando la funzione del "meta-teatro" all'interno di The Tempest (Prospero, Miranda, Calibano... li cito come fossero persone reali, come se anche loro fossero presenti, presenze vere e in carne ed ossa, in aula, lì, insieme a noi, davanti a noi). Finché, nella parte finale, preso dall'entusiasmo e nel corso della spiegazione, tocco con il dorso della mano sinistra la bottiglietta d'acqua che uso sempre quando sono a corto di saliva... L'acqua si rovescia sulla cattedra; una parte dell'aula ride; altri studenti hanno il viso preoccupato; chiedo aiuto a qualcuno che possa darmi dei fazzoletti di carta: una ragazza in prima fila mi cede il suo pacchetto intero e, mentre continuo a parlare a voce alta e forte dal microfono, cerco di rimediare e di prosciugare il laghetto artificiale che si è creato, mio malgrado, mentre continuo a parlare di "meta-teatro".

Sono a pranzo e una collega che non conosco inizia a parlarmi di sé e dei suoi guai personali. Vorrei spiegarle che la nostra confidenza non è tale da permettere di simili confidenze (lei tradisce il marito, per ripicca e vendetta, perché ha scoperto che lui la tradisce da anni con un'altra), ma non c'è verso di intendersi, di capirsi, di comunicare alcunché, questa donna è pazza, e non smette, e parla e parla, aggiungendo dettagli intimi e sgradevoli che non ho nessuna intenzione di ascoltare, faccio finta di prestare attenzione, la guardo dritta negli occhi, ma in realtà, rivolgo il mio udito verso il dialogo che due professori anziani stanno avendo a pochi passi da noi, mentre sorbiscono una zuppa o minestrone vegetale.

Sono di nuovo sul pullman, lungo la via del ritorno: una studentessa mi sorride e mi mostra una cifra scritta a penna sul dorso della sua mano sinistra. E' un numero di telefono? E' per caso il suo numero di telefono? Le sorrido anch'io, per non essere scortese. E lei cambia all'improvviso espressione, diventa acida, arcigna, mi guarda come fossi un maniaco sessuale, come a dire: "Cosa cazzo hai da guardare?".

Esterno notte: è ora di cena. Le strade sono deserte. La nebbia, però, è scomparsa. Il vecchietto con il bastone e la motosega, pure. Salgo le scale a due a due e mi rintano in casa. Non c'è più il frigorifero. Non riesco a credere ai miei occhi, ma il frigorifero che era in cucina è scomparso. Mi siedo sul divano, l'unico divano che ho, e mi guardo attorno, osservo la scrivania piena di libri e fotocopie, la libreria sul punto di crollare per il carico eccessivo di libri, il tavolino su cui mangio, e all'improvviso sento un rumore, il rumorino tipico del motore interno del frigorifero: viene dal bagno. Il frigo è finito in bagno; qualcuno ce l'ha portato e ha attaccato la spina al posto della lavatrice. La lavatrice c'è, anche se è lì dove non dovrebbe essere, e cioè, a pochi centimetri dalla vasca da bagno, staccata.

E' notte fonda, ormai. Le quattro del mattino. Non ho chiuso occhio e prevedo di starmene a occhi aperti fino a che non sorga il sole. Squilla il cellulare. E' mia madre. Mi chiede quand'è che mi decido ad andarla a trovare. Ci sono stato ieri (Domenica), come sempre. Ma lei non ricorda, mi chiede se mi sento bene. Le dico di sì. Come fa a non ricordarsene? Ci siamo visti ieri, a casa sua. Mia madre mi chiede se ho bevuto. Io le chiedo cosa ci fa alzata a quell'ora del mattino, Mia madre non risponde. E riattacca, dopo avermi augurato buon lavoro.

Verso mezzogiorno, vado a buttarmi sul letto, per disperazione, più che per stanchezza o sonno. Sul soffitto non ci sono più macchie o ombre strane. Solo bianco, un bianco luminoso, come se avessero riverniciato da poco le pareti della mansarda. Come se qualcuno fosse entrato mentre ero via e avesse dato una riverniciata alla casa...

sábado, noviembre 26, 2011

Dialoghi assurdi




 N.1

“Ma tu fumi?”
“Sì”.
“Vuoi una sigaretta?”
“No, grazie, ce le ho. E tu fumi?”.
“Sì”.
“Ne vuoi una?”.
“No”.

N.2

“Ma per caso tuo padre fa il dentista?”.
“No, perché?”.
“Hai denti così bianchi… Sono bellissimi”.

N.3

“Sai, in quanto a cinema c’azzecco sempre, riesco sempre a dare degli ottimi consigli…”.
“Sì, infatti, se io mi sono appassionata a Bergman lo devo a te”.
“Infatti… pensa che le mie ex ancora oggi si ricordano dei film che ho consigliato loro quando stavamo insieme, mi hanno confessato che mai avrebbero scoperto quel film o quel regista senza di me… Peccato poi che sposano gli altri e non me”.

N.4

“Stamattina, quando mi sono svegliata, ho guardato il soffitto per una decina di minuti, non capivo più dove mi trovavo e non avevo voglia di fare niente”.
“Io, invece, avevo voglia di farmi un caffè, ho riempito la macchinetta, ho messo la macchinetta sul gas e poi… la macchinetta è esplosa. Per fortuna che ero in bagno, sennò morivo. Le tracce di caffè sono arrivate fino al soffitto. Poteva essere una strage”.

N.5

“Sei una persona, come dire? Gradevole”.
“Accipicchia! E’ la prima volta che una ragazza mi definisce ‘gradevole’. Lo devo prendere come un complimento?”.
“Certo”.

N.6

“Prof., la prego, mi faccia un’altra domanda, la domanda di riserva”.
“Signorina, lei guarda troppa televisione, non siamo a ‘Chi vuol esser milionario’, o come si chiama, siamo all’Università… Cosa vuole: comprare una vocale? Girare la ruota? Dare la risposta? L’accendiamo?”.

N.7

“Cosa mi assicura del fatto che non ti stai prendendo gioco di me? Cosa mi dice che non mi tratti come un fenomeno da baraccone o come un cane?”.
“Tendenzialmente, considero le persone con cui parlo e cui do una certa confidenza come esseri umani, tali e quali a me, con le loro paure, le loro ansie, le loro idiosincrasie, i loro desideri confessabili e inconfessabili, le loro paranoie”.
“Ho capito”.
“Cosa?”.
“Niente”.

N.8

“Ciao maialone? Stai trombando?”
“Veramente no…anzi, sto studiando, un saggio filosofico, una palla infinita”.
“Ahahah!!! Scherzavo, lo so che non stai trombando. Ti piacerebbe, eh?”.
“Intendi: con te?”.
“Eh, sì, con chi sennò?”.
“Tu sei pazza”.
“E tu un porcello”.

N.9

“Mio Dio! Non ci posso credere, Marta, che cavolo ci fai qua?”.
“Mi hanno chiamata a testimoniare a un processo, devo presentarmi davanti al giudice entro l’una, ce la facciamo a prenderci un caffè al bar?”.
“Ma certo, io per te farei i salti mortali, lo sai, vengo giù in un secondo, aspettami all’ingresso del bar di Ingegneria!”
“Ma io sono già al bar!”.
“E tu aspettami lo stesso”.

N.10

“Mio Dio, quanto sei bella, ma come fai a essere così bella? Mangi saponette?”.
“Ahahah!!!! Tu sei tutto suonato! Ma davvero, sai?!”.

N.11

“Come dice Nanni Moretti: io credo nelle persone, solo che non credo nella maggioranza delle persone”.
“Ma hai la stessa voce di Nanni Moretti!!! Nooo!!! Io muoio! Mi fai troppo ridere!”.
“Ma guarda che lo stavo solo imitando… E’ che l’imitazione di Nanni mi viene particolarmente bene… Senti questa: ‘Cacare, non cagare, fica, non figa, Giulia, Marco, non la Giulia, il Marco, siamo a Roma, non a Milano’”.
“Sei identico! Sputato! Cazzo, sei uguale!”.

N.12

“Morire, partire…”
“Arrivare in ritardo…”.
“Perdere la valigia all’aeroporto…”
“E sperare che ti diano un buono per comprarti le mutande…”.
“E per fare una lieta colazione…”.
“Forse volevi dire lauta…”
“Lauta e lieta colazione…sì, dai”.

N.13

“L’altro giorno, nel bagno dei maschi, ho letto una frase fantastica, nel suo piccolo: ‘Ti amerò per sempre, se me la dai’. Forte, no?”.
“Rispecchia perfettamente i tempi moderni e la mentalità di certi maschi che nemmeno nella Preistoria…”.
“Io la trovo romantica, nel suo piccolo”.
“Tu hai un senso del romanticismo alquanto distorto, non ti sembra?”.
“No. Sono romantico…”
“…nel tuo piccolo”.

sábado, noviembre 19, 2011

Effetto Murakami



Non so cosa sia di preciso, non saprei definirlo in modo razionale e logico, chiaro e diretto, però, a mio modesto parere, esiste un effetto peculiare che si percepisce subito quando si legge Murakami, come una specie di aura che aleggia sui personaggi, le trame e lo stile, un’atmosfera che solo Murakami sa creare e ricreare a suo piacimento per il suo e il nostro godimento di lettori (è come l’ “effetto Lynch” al cinema: bastano un paio d’inquadrature per capire che quello che stai guardando è un film di David Lynch).

Di Haruki Murakami mi parlò la prima volta Jesús Bregante, lettore inquieto e irrequieto, esempio sommo di docente che ha la passione per la Letteratura e sa trasmetterla ai suoi studenti senza infingimenti. In Spagna, già nei primi anni del 2000, lo scrittore giapponese era un idolo; di lui mi consigliarono due titoli, su tutti: Tokyo Blues e Dance dance dance.

In questi giorni di letture disordinate e onnivore, m’è capitato tra le mani la raccolta di racconti Tutti i figli di Dio danzano, un titolo apparso in Giappone proprio nel 2000 e arrivato in Italia nel 2005 (da Einaudi). Inutile dire che sono rimasto folgorato da questi racconti e da quello che, in mancanza di altre e più sensate e serie definizioni, chiamerei “effetto Murakami”.

Sia che si tratti dell’incontro inaspettato e fantastico tra un Ranocchio gigante e un umile impiegato di assicurazione chiamato a salvare Tokyo da un tremendo e devastante terremoto, sia che si tratti di una giovane dottoressa che, dopo un divorzio lampo, decide di prendersi una vacanza e si fa scorrazzare in macchina da un autista d’altri tempi; sia che si parli di tre amici e delle loro alterne vicende sentimentali dai tempi dell’Università fino all’età adulta, o di un trio di amici che si riunisce in riva al mare per accendere falò in pieno inverno e a notte fonda, Murakami riesce a dare verosimiglianza alle storie che racconta e a coinvolgerci con tutti e cinque i sensi, come solo i grandi scrittori sanno fare.

Si ascolta molta musica nei racconti di questo autore; e mi riferisco sia ai brani musicali citati nella trama perché ascoltati in quel particolare momento dai vari personaggi, sia alla ritmicità, alla musicalità che crea lo stile di Murakami (in tal senso è davvero degno di nota constatare la perfezione della traduzione; non conosco il giapponese, purtroppo, ma posso riconoscere quando il traduttore riesce a dare vita a un’opera che “suona” benissimo nella nostra lingua; Giorgio Amitrano, è questo il nome del traduttore italiano di tutti i libri di Murakami, è davvero un grande musicista, in tal senso).

E si dà molta importanza anche al tatto: i personaggi si toccano, si carezzano, si sfiorano, si annusano, perlustrano i rispettivi corpi coinvolgendo il lettore in modo molto diretto, e quasi malizioso (il lettore si sente quasi testimone oculare e intimo delle vite dei personaggi e si percepisce nell’atto di spiarli, seguirli, contemplarli da vicino).

E poi ci sono le “epifanie”, da intendersi in senso joyciano. Murakami è abilissimo nell’arte del racconto, sa bene che il racconto è il fermo-immagine di un evento che colpisce per la sua potenza, immediatezza, anormalità. Sa bene che chi racconta compie un’operazione simile al fotografo che scatta e tenta di catturare il momento clou di una scena o l’angolo privilegiato del volto di chi ha davanti. E così, quando si arriva alla fine del racconto, il lettore è diventato implicitamente anche lui testimone di questo evento o “epifania” che colpisce perché si presenta proprio come “rivelazione”, o “apparizione improvvisa” (di una verità, o della verità che si indovina dietro uno sguardo, un gesto, una parola, un movimento sottile).

“Effetto Murakami”: leggi sapendo benissimo di stare leggendo finzione; ma mentre leggi non riesci più a staccarti, a guardare quella finzione come tale, ti ritrovi avvolto e avvinghiato, coinvolto e affascinato da un insieme di sensazioni che non sai definire e che, solo quando arrivi all’epilogo, riesci a contemplare dalla distanza. Ma ormai è tardi, è troppo tardi; ormai ogni razionalizzazione è superflua (ogni spiegazione logica, allegorica, simbolica, psicanalitica, sociologica del racconto è inutile): Murkami ti ha già catturato, e tu sei finito dentro la finzione dell’autore e vorresti continuare ad ascoltarne la voce indefinitamente. Come se ogni pagina potesse svelarci l’ennesima “epifania”, come se il miracolo debba ripetersi all’infinito.

lunes, noviembre 14, 2011

Dio e il sesso (annessi e connessi)


Che poi questa storia del "sesso" e del senso del "peccato" ad essa annessa se la si considera e analizza dal punto di vista ortodosso del cristiano cattolico e credente è piuttosto curiosa... Ne parlavo (animatamente) con una mia collega di Pisa, una brava ricercatrice che si dedica alla poesia contemporanea (rara avis, quindi), e le facevo notare come, in realtà, se uno ci pensa e ci riflette un po' su, doveva essere molto ingegnoso e anche dotato d'un certo senso della perversione quel Dio che ci creò a sua immagine e somiglianza, dotandoci di organi sessuali così ricettivi, se stimolati in un certo modo, e così lesti ad essere stimolati e stuzzicati nelle posizioni e nei modi più svariati e variegati...


Voglio dire: un Essere Superiore che ci ha dotati, maschi e femmine, di tutti questi simpatici attributi e ci consente, tramite il nostro corpo, di fantasticare così tanto e di variare in modo così bizzarro i mille e uno modi di arrivare all'orgasmo (quando e se ci si arriva, che non è mica detto o scontato), dovette per forza di cose ingegnarsi parecchio e divertirsi assai nell'assemblaggio delle parti (yin e yang, il maschile e il femminile, ognuno predisposto in modo tale da combaciare plasticamente, oserei anche dire: musicalmente, con l'altro - e non affronto qui il tema dell'omosessualità - che la Chiesa giudica ancora oggi una "malattia", quando poi, all'interno della Chiesa si sono verificati casi di pedofilia omosessuale piuttosto eclatanti - e il tema, sottinteso, della perfetta armonia o del combaciare armonico tra due corpi dello stesso sesso; l'argomento ci porterebbe ad aprire una parentesi grossa come una casa e mi sembra opportuno chiuderla qua, per ora, sta benedetta parentesi)... sì, insomma, anche Lui, l'Ente Sommo, dovette divertirsi parecchio quando ci creò e ci dotò di tutti quegli attributi che ci consentono di divertirci nei modi più svariati (e non entro qui nell'ambito di cos'è che è considerato "norma" e cosa "anormale", cosa è "perverso" e cosa non è visto o percepito come tale, de gustibus...lo sappiamo, ognuno la vede come gli pare e non si può sindacare su chi ha gusti sessuali diversi dai nostri, l'importante è - credo - giocare rispettando le regole del gioco che, via via, si stabiliscono con l'altro - perché io, a differenza di alcune coetanee, non mi dimentico mai dell'aspetto "ludico" del sesso, che c'è e va rispettato e, anzi, coltivato e promosso, ogniqualvolta se ne trovi l'occasione, con la persona giusta e se è quella di cui ci si innamora, beh, allora ancora meglio, allora si può davvero "toccare il cielo con un dito" o sentire in Terra quello che chiamiamo volgarmente "il Paradiso" - anche se nessuno sa com'è fatto, anche se c'è chi ci crede e spera d'arrivarci, un giorno - nel futuro più remoto possibile - per goderne per sempre, ovvero, e in latino: per secula seculorum - a Dio piacendo).

 Quasi fatto tutto (in tempi record) Non so esattamente come ci sono riuscito, ma ho quasi fatto tutto (in tempi record). Sarà che sotto str...