miércoles, febrero 19, 2014

Così è la morte (si fa per dire)



Oggi i casi della vita mi hanno riportato a contatto con la morte. Stavo finendo di correggere una valanga di esami quando la mia compagna di avventure mi avverte e mi dice per telefono che è morto il padre di una nostra cara e comune amica.

Io non lo conoscevo quest'uomo che ora non c'è più, stroncato da un infarto a un'età in cui – almeno secondo i parametri della società contemporanea – si è ancora “giovani” (54 o 55 anni, forse 56, ma non di più).

Non sapevo a cosa si dedicasse (l'ho scoperto al suo funarale: dentista), né quali fossero le sue passioni, i suoi hobbies, le sue manie, le sue idiosincrasie (ognuno di noi ce le ha, io, ad esempio, sono un instancabile collezionista di libri, morirò con un libro in mano, poco ma sicuro, non sopporto stare in una casa senza biblioteca, il mio sogno è proprio quello di trasformare la mia casa in una biblioteca, un po' sullo stile di quella di Babele di cui narra Borges nel famoso e omonimo racconto, ma non divaghiamo, torniamo al nostro amico dentista ormai morto...).

Dicevo: non sapevo quasi nulla della personalità del padre di questa mia amica, eppure... da quelle poche volte che ci siamo visti mi è sempre sembrato una persona a modo, gentile, allegra, simpatica di natura, una di quelle persone che quando fa una battuta fa quasi sempre ridere i presenti, una di quelle persone con cui è quasi impossibile annoiarsi... Ricordo che la prima volta che ci presentarono, in una pizzeria “italiana”, quando appurò che ero italiano, cominciammo a parlare di politica e, quindi, inevitabilmente, finimmo col parlare di Berlusconi.

Ricordo che mi disse che non si spiegava come un'intera nazione civilizzata e apparentemente democratica fosse ancora in ginocchio e ai piedi di un tale pagliaccio (usò proprio questa espressione: “pagliaccio”) e che si augurava che, prima o poi, riuscissimo ad alzare la testa (all'epoca c'era ancora Berlusconi al potere, nessuno di noi sapeva che Renzi sarebbe sceso in campo per scalzare Letta e mettersi a fare l'eroe: “Adesso!” il lemma della sua filosofia).

Ebbene, quella serata, al di là dell'argomento toccato, ricordo che ci scambiammo un sacco di battute, era davvero ironico e – magia – anche autoironico, non la smetteva più di criticare la Spagna e i politici spagnoli (tutti corrotti! Ma aveva da ridire anche sul Re Juan Carlos).

La seconda volta c'incontrammo vicino a un bar che da sul mare, faceva caldo, stava mangiando un gelato con la sua bellissima moglie (più giovane di lui di una decina d'anni). Ci raccontarono di un loro recente viaggio a New York, lui mi parlava della Grande Mela con un entusiasmo incredibile, quasi adolescenziale, gli brillavano gli occhi ed era la moglie quella chiamata a svolgere il ruolo dell'adulta, quante risate anche quel giorno, in riva alla spiaggia...

E oggi, 17 Febbraio 2014, lui non c'è più, il suo corpo ha smesso di muoversi, il suo cervello di ragionare, il suo cuore di pompare sangue... Ora è un cadavere che giace in una camera ardente dalla quale mi sono tenuto a debita distanza perché mi fa impressione guardare da vicino i morti e, soprattutto, perché io voglio continuare a ricordarlo così com'era quando l'ho conosciuto e, cioè, pieno di allegria e di energia positiva, sempre allegro e sorridente, sempre pronto a far ridere il prossimo, con intelligenza, finezza e buone maniere.

Non ho avuto nemmeno il coraggio di avvicinarmi alla sua giovane, bellissima moglie (perché la mia compagna di avventure mi ha detto che è letteralmente a pezzi). Mi sono fatto forza e sì che ho abbracciato i loro tre figli, due ragazze e un ragazzo, tra i 23 e i 29 anni, tre splendide persone, quei casi in cui in italiano usiamo l'espressione “pezzo di pane” per attribuirlo a una persona particolarmente buona o dotata di abbondante bontà d'animo.

E mi è bastato abbracciare la prima di loro per scoppiare a piangere. Perché non ho avuto altro modo per esternare il mio dispiacere verso di loro, diventati “orfani” di padre a un'età in cui non è affatto bello né giusto perdere un padre.

E loro hanno pianto con me, insieme a me, ognuno a modo suo, col suo ritmo e la sua forma di esternare i propri sentimenti.

E uno pensa a quale indicibile forza d'animo bisogna ricorrere in certe occasioni quando il vuoto è così grande da sembrare incolmabile. E quanta pazienza ci vuole per sopportare il via vai dei parenti, degli amici e dei semplici conoscenti che si avvicinano al capezzale per dare l'ultimo saluto al morto e per dare le condoglianze ai sopravvissuti. Quanta fermezza per non sciogliersi in lacrime a ogni stretta di mano o ad ogni abbraccio amico. Quanta ipocrisia anche, da parte di chi accudisce all'evento per semplice dovere di rito (“era una brava persona”, “sono sempre i migliori che se ne vanno”, “siamo a tua disposizione per ogni cosa”, “conta su di noi, ti staremo vicino”, etc. etc.). E quanta fermezza d'animo da parte di chi questa ipocrisia deve sopportarla fino a quando non saranno conclusi i funerali... Che strazio dover piangere o dover stringere la mano a tante persone, quando invece quello che uno potrebbe desiderare in quel momento è starsene da solo, rinchiuso in camera o accanto a sua madre per piangere – da soli – la perdita del padre. E invece il rito sociale prevede questa sfilata di vivi che si avvicinano ai parenti sopravvissuti del morto come ricordo “vivo” e “dal vivo” del morto stesso. E così facendo nessuno di loro si rende conto che sta semplicemente distraendo i sopravvissuti dal dolore e dall'elaborazione del lutto... Ma si sa: l'uomo è un animale sociale, nessuno vive da solo o può aspirare a vivere da solo, anche se, ahinoi, si muore sempre soli. E qui tocchiamo un altro punto paradossale del rito legato alla perdita di una persona cara: tanta gente si riunisce per stare vicino a uno che, ormai, non c'è più, è solo un cadavere: si muore soli e si giace morti circordanti (per un certo periodo almeno) da moltissime persone, care e meno care, a volte perfino sconosciute (cosa ci fai tu al mio funerale?, potrebbe domandarsi il morto se ce lo immaginassimo – come spesso succede – sotto forma di fantasma che torna dall'al di là per dare uno sguardo al cerimoniale; ma quanti ne siete? E perché piangete così forte? E tu, figlio mio, perché non piangi? E voi, figlie mie, perché piangete in questo modo così lacerante? E tu, moglie mia, perché non sei venuta? Dove sei ora?).


Così è la morte, mi verrebbe da dire, citando – ma all'incontrario – il post che subito dopo questo...

lunes, febrero 10, 2014

"Così è la vita"



"Così è la vita", si dice, a volte, quando invece quello che uno vorrebbe dire (o sottintendere) è che proprio "così non dovrebbe essere la vita" (ma la vita lo è, così, "è proprio così", prendere o lasciare, c'è poco da fare).

E io questa frase fatta oggi l'ho pensata (o sottintesa o evocata interiormente, fra me e me, in silenzio) almeno un paio di volte, oggi, mentre riandavo con la mente alla serie straordinaria di cose che (mi) sono capitate e di cui io sono venuto a conoscenza (senza volerlo, senza andarmele a cercare, le notizie su queste cose "sconvolgenti", senza farlo apposta, semplicemente perché mi sono trovato nel ruolo del testimone al momento "giusto" nel posto "giusto" – ma si potrebbe sostituire "sbagliato" al posto di "giusto" e la frase non cambierebbe poi così tanto di significato, essendo la "giustezza" o la "sbagliataggine" dei momenti e dei posti elementi del tutto arbitrari e relativi).

E dunque, dicevo, ho pensato "così è la vita" in queste circostanze:

a) un'amica e collega di lavoro che – a pausa pranzo e all'improvviso – scoppia a piangere e ti confessa che suo marito l'ha lasciata, dopo appena 4 mesi di matrimonio (e dopo 10 di findanzamento ufficiale);

b) un'amica intima che – dopo vari tentennamenti e ripensamenti – si decide a dire tutta la verità, in macchina, dopo aver preso un caffè insieme: lei è incinta (da almeno 3 settimane) e suo marito ha perso il lavoro (così, di colpo, due notizie bomba una dietro l'altra, senza avere nemmeno il tempo di reagire come si deve, o di pensare bene a ciò che hai appena ascoltato: gravidanza + perdita del lavoro);

c)              un alunno che si avvicina con passo felino e ti sorride sornione per chiederti di correggere "con cariño" (traducibile in italiano con l'espressione "con amorevolezza") il suo esame scritto ("per favore, prof, è la seconda volta che mi presento, non ci sono più appelli disponibili fino a Settembre, suvvia, prof, sia buono");

d) un'amica non poi così tanto intima che mi confessa sul bus del ritorno (a casa) che si sente sola, qui, in questa città che è nuova, per lei, così come lo deve essere per me (ma ancora non sa che sono felicemente fidanzato e che non vivo o non percepisco la mia vita in questa città nuova così come la percepisce o la vive lei, e cioè, con un leggero stato di angoscia sopita o di solitudine incipiente a tratti insopportabile);

e) la segretaria del dipartimento che mi porge gentilmente il contratto sulla scrivania e mi suggerisce con voce flautata di porgere la mia firma in calce (la stessa segretaria arrossirà nel momento stesso in cui mi accorgerò che quel contratto è sbagliato e va rifatto perché lì risulto "laureato", quando invece sono "dottore di ricerca" – e ci ho sudato mesi per farmi riconoscere il titolo di "dottore di ricerca", prima di avere l'ok da parte di quelli dei piani alti –; la segretaria mi chiede di farle vedere bene, poi arrossisce, poi chiede scusa e, infine, scompare dal mio ufficio con la coda tra le gambe e lasciando dietro di sé una scia di fotocopie di contratti di altri colleghi);

f) un ragazzo che fa la pipì nel parcheggio dei prof., dietro un furgoncino di venditori ambulanti; uno dei venditori, evidentemente, lo sente, dall'interno, e inizia a sbraitargli contro (il ragazzo, spaventato, se la da a gambe levate);

g) una coppia di studenti che si bacia davanti a un prete che li guarda scandalizzato e anche alquanto schifato;

h) una studentessa che arrossisce quando mi vede avvicinarmi al suo banco (è quella che mi dedicava sulla lavagna strambe frasi d'amore tratte da alcune canzoni sdolcinate di Eros Ramazzotti e Laura Pausini – due veri miti, qui in Spagna, ahinoi) e io ne approfitto e mi avvicino ancora di più al suo banco e le chiedo: "Sicura che qui ci vuole questa risposta?", e la ragazza arrossisce ancora di più, e io le dico: "Stavo scherzando; vai avanti".

Ecco, quando in un giorno solo, quando nell'arco di sole 24 ore, (ti) succedono tutte queste cose "straordinarie" (nel senso che esulano dal corso "ordinario" delle azioni o dei rituali di tutti i giorni), a uno viene spontaneo dire (o sottintendere): "Così è la vita", quando sappiamo benissimo che, in realtà, volevamo dire: "Così non dovrebbe essere la vita".

viernes, enero 24, 2014

The Wolf of Wall Street


Scrivo sotto l’effetto ancora inebriante della visione (in anticipo d’un giorno rispetto all’uscita ufficiale in Italia) dell’ultimo film di Martin Scorsese, The Wolf of Wall Street: che gran film, che interpretazione da Oscar, quella di Leonardo Di Caprio, che ritmo sfrenato, quello che il regista di Taxi Driver dà al tutto!

Erano anni che non uscivo da una sala con tanta adrenalina addosso: il regista americano è abilissimo a trasmettere allo spettatore il senso di “spreco” e di “sfregio” morale che incarna il protagonista, un broker che in pochi mesi riesce a occupare un posto d’eccezione tra gli squali della finanza della borsa di New York (tutto vero – o “basato su una storia vera”, come si suol dire – e tutto narrato per filo e per segno nel libro omonimo pubblicato da Jordan Belfort, il vero “lupo di Wall Street” cui s’ispira il film).

Scorsese realizza una messinscena da grand guiñol della durata di 3 ore riuscendo in una doppia impresa: a) non annoiare mai lo spettatore (in alcune scene “rallentate” si nota, in realtà, un tocco “alla Tarantino” – cfr. quella della lotta tra Belfort e il suo socio in affari a suon di fili del telefono e sotto l’effetto di una droga scaduta da anni); b) spingere lo spettatore a sposare il punto di vista immorale e schizofrenico del protagonista stesso (tu guardi e sai che ciò che stai guardando è contrario a molte norme non scritte dell’etica di un essere umano “normale” eppure… provi un’innaturale simpatia verso questa specie di Robin Hood “al contrario” – ruba ai ricchi per dare a se stesso e diventare più rico dei ricchi; e il punto è che più guardi le imprese di un tale lestofante e più pensi: “a chi non piacerebbe avere una casa, una macchina, una moglie come le sue…).

Non racconterò il finale, ma, se parliamo del messaggio etico che si cela dietro lo “spettacolo”, è inevitabile scorgere nell’ultissima inquadratura un ghigno spietato del regista alla coscienza dello spettatore: “e tu cosa faresti con tanti soldi? E tu come ti comporteresti in certe situazioni? Perché non imiti uno come Belfort? Cosa te lo impedisce?”.

Sesso, droga, ambizione sfrenata, indifferenza arrogante verso ogni tipo di norma: Belfort è una specie di Faust in giacca e cravatta (firmate entrambe) che ci dice che il sogno americano è (ancora) possibile, che in una giungla (finanziara) senza pietà come Wall Street vince il più forte e il più scatenato, che migliorare la propria condizione economica si può (sempre).

E se la legge ti frena e l’FBI ti sbatte in carcere? Nessun problema: pagando laute cauzioni, si può evitare la pena più dura e tornare ad essere “vincenti” (inevitabile qui per lo spettatore italiano non pensare al caso nostrano di Berlusconi).

Scorsese ci fa fare un giro all’interno del luna-park della finanza senza risparmiarci nulla, anzi, facendoci vedere anche gli aspetti più ridicoli del successo senza limiti (e per me resterà da antologia la scena in cui – in preda agli spasmi della droga – Di Caprio tenterà di tornare a casa in macchina rotolando per le scale come un neonato che sa appena strisciare a gattoni – anzi, a questa scena ne aggiungo una seconda, quella in cui la moglie tradita decide che è giunto il momento di tenerlo a stecchetta, andrà in giro sempre nuda per casa, ma non gli si concederà più – e, a riprova del suo discorso spalanca le gambe, ignara della micro-spia che registra il tutto da dietro l’occhio di un orsetto di peluche per la gioia delle guardie del corpo: Belfort si inginocchia, prova ad avvicinarsi per baciarla, ma la donna modella lo respinge con i tacchi).


Un film da vedere e rivedere, un po’ come Fuori orario (anch’esso ambientato nei “fantastici” e rampanti o volgari anni 80, solo che lì il giro sulla giostra è ancor più surreale e grottesco di questo – con un altro finale da antologia).

lunes, enero 20, 2014

L'incantatore che strega: Vladimir Nabokov crea Un mondo sinistro


Cominciano subito col dire che Vladimir Nabokov non delude mai (come avevo accennato anche in un post precedente di fine d'anno). E Bend Sinister (o Un mondo sinistro, come è stato tradotto liberamente in italiano - o Curva sinistra, come potremmo tradurre letteralmente) lo conferma appieno.

Scritto nella prima metà degli anni 40, Nabokov – quando è già un cittadino americano – ricrea in questo romanzo distopico un mondo in cui vige un totalitarismo ottuso che tende ad annientare le differenze tra le persone. I cittadini sono considerati "parti integranti" dello Stato; lo Stato regna sovrano e assoluto al servizio (apparente) dei cittadini. Chi è contro è visto come una minaccia per il popolo e sarà condannato al silenzio, al carcere o all'esilio (quando non all'eliminazione fisica). Al centro della trama (ben congegnata, a dispetto o al di là delle molte digressioni e "a parte" del narratore onnisciente esterno) c'è un professore universitario che è anche filosofo e scrittore di successo, Adam Krug (che in russo significa "cerchio"), in piena fase di "elaborazione del lutto" in seguito alla morte di sua moglie Olga.

Krug vive la sua nuova vita da vedovo riversando tutte le sue attenzioni su David, il figlio di 8 anni, cercando invano di non scendere a patti col Partito dell'Uomo Comune, fondato dal tiranno Paduk (un ex-compagno di liceo che Krug chiama anche col nomignolo offensivo di "Rospo").

L'abilità narrativa di Nabokov ci accompagna lungo il percorso di "discesa agli Inferi" di questo personaggio "integro" che tenta in tutti i modi di difendere le sue opinioni e la sua libertà d'opinione e di scelta (contro il gretto "pensiero unico" del dittatore), fino a che i nemici politici non gli rapiranno proprio il figlio (non starò a commentare qui una delle scene più atroci e spaventose che abbia letto negli ultimi anni, e cioè, quella che riguarda proprio l'uso che Paduk fa delle "creaturine" o dei "bambini" rapiti alle famiglie dei "dissidenti" per far sfogare la violenza indomita dei prigionieri delle carceri statali – è una scena che solo uno come Nabokov potrebbe scrivere con tanta destrezza, con tanta puntigliosità, con tanta efficacia visuale, con tanta crudezza).

Il lettore (anche quello meno attento) è spinto, ovviamente, ad accostare Un mondo sinistro sia all'altro romanzo "distopico" di Nabokov, Invito ad una decapitazione, sia all'arcinoto 1984 di George Orwell. In realtà – come lo stesso Nabokov ci ricorda nell'introduzione alla nuova edizione del romanzo del 1963 – si possono scorgere echi anche da Il processo di Kafka. E non vi sono dubbi che kafkiana sia la situazione esistenziale nella quale si trova costretto a vivere il protagonista (mi viene in mente anche la trasposizione cinematografica del 1962 di Orson Welles, con un bravissimo Anthony Perkins, già noto all'epoca per Psycho: Krug viene incriminato da una banda di polizziotti del regime che invadono il suo appartamento senza preavviso e senza mandato alcuno; ogni vicino potrebbe essere una spia; Mariane, la stessa governante che accudisce suo figlio, sembra essere la responsabile della denuncia finale del professore).

In un universo romanzesco così cupo, però, non manca l'umorismo tipico dell'autore (che a volte rasenta lo humor nero che più nero non si può) né il suo altissimo senso del ritmo: la trama viene spesso frammentata attraverso pensieri e riflessioni dello stesso narratore onnisciente che s'intromette nella mente del protagonista (per commentarne i pensieri più intimi e filosofici – cfr. il tema del "tempo", della "memoria", della "nascita" – o per criticarne ironicamente le scelte), oltre che attraverso squarci (in senso anche tipografico) in cui, tra parentesi, sembra fare capolino lo stesso autore (e nemmeno svelerò qui la parte conclusiva del romanzo, in cui il rapporto tra autore e personaggio di finzione arriverà a una svolta decisamente "inquietante" - oltre che molto "unamuniana" o anche "pirandelliana").

D'altronde, è lo stesso Nabokov a prendersi in giro (o a giudicarsi con sana auto-ironia) nell'introduzione del '63, quando – spiegandoci in che momento della sua vita elaborò questo incubo ad occhi aperti – ci confessa che quello fu:

"[...] un periodo particolarmente sereno e vigoroso della mia vita. La saluta era eccellente. Il consumo quotidiano di sigarette si era attestato sui quattro pacchetti. Dormivo come minimo quattro o cinque ore e per il resto della notte camminavo con la matita in mano nello squallido appartamento di Craige Circle a Cambridge, Massachusetts, dove abitavo sotto una vecchia signora dai piedi marmorei e sopra una giovane donna dall'udito ultrasensibile" (Vladimir Nabokov, Un mondo sinistro [1947], tr. it. di Franca Pece, Milano, Adelphi, 2013, p. 11).

Deliziose anche le critiche a quei futuri critici letterari che vorranno scovare simboli o significati nascosti all'interno del romanzo e più o meno riconducibili alle teorie del dottor Freud; Nabokov aborrisce la teoria psicanalitica e si diverte a citare quante volte apparirà nel testo una curiosa pozzanghera che tenderà ad ossessionare la mente del povero professor Krug.


Ecco: Un mondo sinistro è anche questo: la dimostrazione del fatto che la creazione di un mondo "distopico" non deve per forza di cose essere collegata o rapportata a uno stato d'animo triste o angoscioso; il vero artista è chi riesce a immaginare la paura e la fine del mondo anche godendo di ottima salute o di uno stato d'animo allegro o sereno. Nabokov è un incantatore che strega anche quando parla di paura o di una possibile, imminente fine del mondo.

jueves, enero 16, 2014

Io e il mio corpo 


Io e il mio corpo andiamo piuttosto d’accordo: conviviamo ormai da 37 anni sotto lo stesso tetto (o meglio, sotto lo stesso “cervello”) – anche se mancano ancora 11 mesi alla fatidica data – e seppure abbiamo affrontato momenti di crisi o di maretta (come succede anche nelle migliori case e nelle coppie più affiatate), possiamo affermare con tranquillità e senza tema di smentite che ci siamo reciprocamente simpatici e che ci vogliamo davvero un bene dell’anima.

Io e il mio corpo cresciamo letteralmente insieme, influenzandoci a vicenda, ogni giorno, a ogni ora, a ogni minuto, a ogni secondo che passa. Anche perché entrambi siamo coscienti del significato della frase di quel genio di Montaigne che era solito dire che “il mio io di adesso e il mio io di poco fa siamo certo due” (cambiamo in continuazione, anche se non ce ne accorgiamo, e se pensiamo alla velocità con cui si susseguono i cambiamenti, potremmo restare a bocca aperta).

Io e il mio corpo siamo diventati due cose diverse dal giorno in cui siamo venuti al mondo fino alla fase dell’infanzia (con quella foto accanto a Roby, un cane che più fedele di quello si muore) e poi fino all’adolescenza (con quella massa di capelli alla “giamaicana”, tutti ricci e spettinati di cui ora sento un’immensa mancanza) fino ad arrivare a oggi (in questa foto accanto alla mia dolce metà sembro quasi calvo; i capelli stanno abbandonando il mio cranio ad una velocità supersonica – ed è anche per questo non mi affido alle mani – o ai consigli – di un tricologo: è del tutto inutile, non puoi contrastare la forza di gravità con creme o pomate o liquidi speciali per il cuoio capelluto; se i capelli hanno deciso che cadranno, ebbene, allora essi cadranno, non c’è scampo alcuno e la forza di gravità vince su tutto).

Ma se ci spostiamo sul piano “spaziale” – mettendo da parte per un attimo quello “temporale” – ecco che la riflessione diventa ancor più vertiginosa: io e il mio corpo abbiamo vissuto in diverse città e in un numero notevole di camere, appartamenti, case e quartieri.

All’inizio, nei primi momenti di vita, quando emettere un vagito era già pretendere di comporre una frase di senso compiuto, nemmeno ci rendevamo bene conto di dove fossimo (quel lettino così bianco, quell’orsetto di peluche così grosso, quei due estranei che facevano l’amore vicino a quel lettino bianco ancor prima che potessimo capire che quello era, effettivamente, “far l’amore”) e del fatto che si trattasse di un paesino sui monti abruzzesi.

Poi ci siamo trasferiti a Roma, la capitale d’Italia, caotica e bellissima, con le sue mille strade e i suoi assurdi ingorghi, e abbiamo cominciato a sperimentare la vita universitaria, le canne, i primi amori, i baci rubati o mai dati (smettila con questo tono romantico e sdolcinato), le lunghe discussioni intorno alla terza critica kantiana (smettila anche col tono del saputello), le scoperte sensazionali, gli esami superati a occhi chiusi, le sbronze, il primo Maggio a San Giovanni, i film di Ejzensteijn al “Forte Prenestino”, le interminabili file alla mensa di Economia o a quella in Via Cesare De Lollis, ah, ne abbiamo combinate delle belle, io e il mio corpo, in quegli anni là (tono Moccia? Per carità di Dio!).

E poi Pisa, con la famosa Torre e la splendida Piazza Dei Miracoli (dove andavamo a prendere il sole quando marinavamo con Mario e Enzo le lezioni del Dottorato) e poi Firenze, quando andammo a convivere con una delle ragazze più importanti della nostra vita (una delle relazioni più lunghe e più complicate e, proprio per questo, anche “più avvolgenti”, della nostra vita – dopo lei sarebbe andata in sposa ad un altro e molto meglio così, se ci pensiamo bene, perché altrimenti ci saremmo auto-distrutti a vicenda) e il lavoro in hotel (svolto senza troppo impegno) e quello a scuola, da supplente (svolto sempre con moltissimo impegno), e poi ancora Empoli, e Siena, e Arezzo, ho fatto il giro della Toscana io, assieme al mio povero corpo di giovane di belle speranze…

E poi Madrid, dove ho convissuto con tanta gente diversa e di diverse nazionalità, e Sevilla e Granada e Córdoba e Santander e Valencia e Murcia e Toledo e Gijón e Santiago de Compostela, ho girato quasi più la Spagna che l’Italia, insieme al mio corpo da nomade viaggiatore e girovago (se non parto almeno una volta al mese, ormai, mi sento male – ma è lui, è il mio corpo che me lo chiede).

E ancora: Parigi (una settimana a mangiare baguettes e croissants e a passeggiare sul Lungo Senna, facendoci le foto di rito sotto la Tour Eiffel) e la Tunisia (dove sfornano un pane ottimo a ogni ora del dì e della notte) e la Turchia (vivendo la magia di Istanbul, una delle capitali più colorate, chiassose, trafficate e vivaci che conosca) e l’Austria (per mangiare le famose “palle di Mozart”) e l’Ungheria (come dimenticare il famoso Lago Balaton e lo stile anni 80 di alcuni pedoni di Budapest?) e il Beglio (per assaggiare i famosi gouffres e i deliziosi macarons) e ancora mi manca Berlino e Londra e tante altre città da vedere con questi occhi qua e da percorrere con queste gambe qua, e ancora la Spagna, dove vivo ormai in pianta stabile da quasi 7 mesi e dove spero di continuare a vivere (perché la Spagna mi rende più giovane, è ovvio).

E se penso anche alle persone con cui è entrato in contatto questo mio corpo e ai corpi con cui ho avuto una certa confidenza, diciamo pure: con cui ho scambiato intimità ad alto grado di erotismo, i corpi che si sono intrecciati al mio, che lo hanno avvinghiato, graffiato, carezzato, baciato, succhiato, scosso, smosso, coccolato, vezzeggiato, ah, quanti romanzi interessanti si potrebbero scrivere parlando di due (o più corpi) che s’incontrano! (un po’ come fa Lars von Trier in quell’esperimento che ancora non so se è riuscito o meno che s’intitola Nymphomaniac – in uscita in Italia ad Aprile).

E la sorpresa di scoprire che ogni corpo è diverso e che il mio stesso corpo cambia e si adatta e si plasma in accordo all’altro con cui entra in contatto (mi riferisco in tal caso ad un contatto di tipo intimo o passionale o sessuale o tutte e tre le cose insieme)… per cui scopri che ogni donna raggiunge l’orgasmo in un modo diverso e ognuna è un mondo a sé e bisogna concentrarsi e avere pazienza e curiosità e molta, molta umiltà, all’inizio, per capire come lei raggiunge l’acme, e poi scoprire anche il piacere che mi provoca provocare piacere all’altra persona che mi sta di fronte o sotto o di lato o sopra o in diagonale – dipende dai casi…quante, Dio mio, quante variazioni sul tema (il sesso come musica, l’orgasmo come il punto finale, risolutivo, apoteosico della sinfonia creata in accordo con gli accordi della partner – quando dico alla mia compagna di sventure che “regalare orgasmi è una delle mie missioni su questa Terra”, lei ride e mi accusa di arrivismo o manie di grandezza, “ma quanto esageri, quanto sei esagerato, e poi è impossibile, non saprai mai come gode questa o quell’altra, a un certo punto ti dovrai fermare, non puoi scoparti l’universo mondo” – e lei non sa che ho già pensato di fermarmi e di restare con lei il resto dei miei giorni – ma, appunto,  questo non lo verrà mai a sapere perché lei non è un’assidua lettrice di questo diario al bordo dei bordi…).

Io e il mio corpo abbiamo scambiato baci e carezze e piacere con altri corpi e alcuni di questi ora non so più nemmeno dove abitano e se sono felici, ora che si sono sposati o accoppiati con altri corpi ancora, diversi dal mio (o forse solo lontanamente simili e somiglianti al mio).

Io e il mio corpo abbiamo conosciuto tanti altri corpi interessanti, di persone dotate di cervelli davvero in gamba, e aperti e stimolanti. Cervelli e corpi – anche – di persone che ora non ci sono più perché sono morte e uno si domanda che fine faranno i corpi sotto terra, quando uno opta per la sepoltura e non per la cremazione (più pulita, anche se più fredda, forse, come operazione “ultima” e “definitiva”) e vengono i brividi al solo pensiero di come si sta là sotto (cfr. il capitolo 6 dell’Ulisse di James Joyce, quando si parla dell’azione distruttrice – o non è forse anche “purificatrice”? – dei vermi che mangiano la carne umana, troppa impressione), meglio cambiare discorso.

Insomma, passano gli anni, cambiano i luoghi in cui vivo, ma io e il mio corpo continuiamo ad esplorare: realtà, vite, altri corpi che ci capita d’incontrare lungo il camino, libri e film e opere d’arte varia… Quanti libri abbiamo letto e continuiamo a leggere ancora oggi io e il mio corpo! E quanti film vediamo o ci ripromettiamo di vedere, distesi sul sofà, accanto alla nostra fantastica compagna di sventure!


E col passare degli anni io e il mio corpo iniziamo a preoccuparci anche per le prime rughe che spuntano implacabili e per le borse sotto gli occhi, ma sono problemi secondari, l’importante è andare d’accordo e non finire (mai più?) all’ospedale, come ci è capitato a Ferragosto, quando essere costretti a letto e in pigiama diventa una vera tortura, quando uno si accorge che godere della salute del proprio corpo è un miracolo, è quasi un dono quotidiano, una grande opportunità, una chance da sfruttare al massimo (e non pensiamo a cosa accadrà dopo, quando sopraggiungerà la vecchiaia, quello è un capitolo che per ora io e il mio corpo abbiamo deciso volutamente d'ignorare).

martes, diciembre 31, 2013

I libri di Natale

Dal 21 di Dicembre sono cominciate le vacanze; torno in Italia e mi lascio sorprendere da un pacco postale che ho ordinato io stesso via internet dalla Spagna. E' il pacco degli auto-regali, ovvero, dei libri che mi sono auto-regalato e che tenterò di leggere (per intero) entro il 6 di Gennaio.

1) Umberto Eco, "Scritti sul pensiero medievale" (Milano, Bompiani, 2012): perché il Medio Evo è una di quelle epoche storiche che mi hanno sempre affascinato e attratto (anche se poi, all'esame di Storia Medievale, presi solo un 25 - i Normanni e Federico II si sono rivelati ben più ostici di quanto andavo pensando prima di sedermi davanti alla prof.);

2) Sandro Veronesi, "Viaggi e viaggetti. Finché il cuore non è contento" (Milano, Bompiani, 2013): perché io di questo autore leggerò tutto; anche se so già che non si tratta di un capolavoro ("ni mucho menos") e anche se so già che non si tratta di uno dei suoi romanzi. E' che ci sono scrittori che uno impara a conoscere da ragazzo e che poi seguirà anche in futuro, anche nelle prove più "scadenti" o "passabili". Certo è che con Veronesi io non mi annoio mai... E forse non mi annoierò nemmeno leggendo questa raccolta di pezzi di diario dei suoi viaggi per il mondo;

3) Vladimir Nabokov, "Un mondo sinistro" (Milano, Adelphi, 2013): perché non si può inaugurare un nuovo anno senza una nuova traduzione di un libro di Nabokov; questo viene accostato a "Invito a una decapitazione" (bellissimo e ferocissimo) e al "1984" di George Orwell. Insomma, si tratta di un romanzo "distopico" e tra i più "politicizzati" dell'a-politico autore russo. Non vedo l'ora di godermelo davanti al fuoco del camino;

4) Geoff Dyer, "In cerca" (Roma, Instar, 1996): perché Dyer è uno scrittore che non delude mai e che, anzi, al contrario, sorprende sempre. Lo scoprii per il saggio-romanzesco (o per il romanzo-saggistico) "L'infinito istante" (sulla fotografia) e lo apprezzai per "Natura morta con custodia di sax. Storie di jazz" (sulla musica jazz). In questo caso parliamo di un "thriller" o "poliziesco" che sfrutta tutti i "topoi" del caso per smantellare il genere. Intanto, aspetto la traduzione del suo ultimo romanzo-saggistico o saggio-romanzesco che s'intitola "Zona: A Book About A Film About A Journey To A Room" (sul film "Stalker" di Andreij Tarkowskij);

5) John Cheever, "Cronache dalla famiglia Wapshot" (Milano, Feltrinelli, 2013): perché Cheever lo conosco come fosse un amico dai suoi incredibili "Diari" e avevo davvero voglia di vederlo all'opera (o in azione) nel campo del romanzo. Philip Roth lo considera come uno degli scrittori americani più bravi e "onesti" di tutti i tempi. Cheever considerava Roth un "fuori-classe". E quando venne a fare una vacanza a Roma e si mise a leggere Nabokov si sentì una cacchetta, rispetto alle abilità romanzesche del russo. Staremo a vedere.

Intanto, apprestiamoci a festeggiare la fine di un 2013 che è stato per me foriero di tanti cambiamenti e avventure e disavventure. Uno degli anni più folli e travolgenti della mia vita...

jueves, diciembre 19, 2013

Una video-chiamata (del 1968)

E poi, riguardando per bene quel capolavoro della storia del cinema che è 2001: A Space Odissey di Stanley Kubrick, uno si accorge di un piccolo dettaglio, una breve scena della durata di 2 minuti e 25 secondi, una specie di siparietto in cui un'ingegnere aerospaziale sta viaggiando in direzione Giove (o Saturno) e, all'improvviso, avverte il bisogno di fare una chiamata a casa, in realtà, una "video-chiamata", di quelle che facciamo tutti, oggi, nel 2013, via Skype, quando parli a distanza anche di migliaia di kilometri e vedi chi ti sta davanti, e così fa l'ingegnere aerospaziale del film di Kubrick, entra in una specie di stanzetta o cabina pseudo-telefonica, usa la tastiera per digitare il numero di telefono e si pone in contatto con sua figlia, una bambina piccola di circa 5 o 6 anni che gli risponde e che gli fa capire che è arrabbiata perché per colpa del lavoro, in viaggio nello spazio, lontano migliaia di kilometri da casa, non potrà andare al suo compleanno, la bimba gli dice che vorrebbe una "scimmietta" come regalo (e chi ha visto il film sa benissimo che importanza hanno le scimmie in 2001: Odissea nello spazio) e il papà le risponde con una risata che va bene, che le farà il regalino, è una promessa, e la figlia ride, si sente più tranquilla, farà la brava, avviserà la mamma della chiamata (o video-chiamata), e solo dopo qualche secondo uno s'accorge che la stessa è avvenuta grazie all'uso di un pc e di una "web-cam" (benché enorme, rispetto a quelle che poi avremmo costruito dal 1968 in là), una telecamerina posizionata sopra la testa dell'utente, un'attrezzo che oggi tutti "consumiamo" giornalmente, ma che, se pensiamo al momento in cui Kubrick gira il film, fa venire i brividi, Kubrick anticipa di parecchi anni l'uso quotidiano (oserei dire anche "banale") della stessa "web-cam", parte ormai integrante (e fondamentale) dei computer e permette al suo attore di chiacchierare con la figlioletta, e non solo, fa anche un'altra cosa: la bimba che parla è sua figlia, che nel periodo in cui il padre sta girando quel capolavoro della storia del cinema che è 2001: A Space Odissey si sente trascurata e un po' messa da parte per colpa del troppo lavoro, e allora il padre si scusa, le chiede scusa facendola partecipare alla lavorazione del film, la figlia entra dentro lo schermo cinematografico in quanto figlia che si sente bistrattata, e il grande e geniale Kubrick le chiede scusa attraverso le parole dell'attore che fa l'ingegnere aerospaziale e a uno viene in mente anche questa ipotesi: "la bimba chiede una scimmietta come regalo e, forse, il padre l'accontenta, le regalerà una scimmietta, magari dopo averle mostrato anche i vari scimmioni che popolano la prima parte del film, qualcuno deve esser rimasto sul set del film, la realtà che entre dentro la finzione, la finzione che diventa il luogo ideale, perfetto, in cui chiedere venia a una figlia che mal sopporta che il padre si dimentichi di lei per il troppo lavoro, una scenetta familiare ambientata in un futuro - il 2001 - che noi abbiamo già sorpassato da ben 12 anni, quasi 13, essendo figli di questo 2013 che volge al termine - in cui le "web-cam" non sono più così grandi come quella che Kubrick monta sopra la testa del personaggio, ma svolgono comunque la funzione che Kubrick attribuisce loro in questi brevi frammenti di un film di fantascienza...Semplicemente impressionante (e che ironia darci il totale: chissà a quanti soldi corrisponderebbero oggi quei dollari spesi per la video-chiamata...)".





miércoles, diciembre 18, 2013

Incubi


Incubi. Mi affascinano gli incubi. Non a caso sono un fan di un fumetto dell’orrore come Dylan Dog (che, di mestiere, come tutti sanno, fa “l’indagatore dell’incubo” – ciò non toglie che, a volte, gli incubi facciano tremendamente paura anche a lui). Ultimamente, però, ne faccio troppi e troppo strambi, incubi atroci o sogni grotteschi che poi mi fanno stare male tutto il giorno, mi riducono a uno zombie, mi fanno camminare a passo lento e spento, mi spingono a riflettere su temi scottanti come la Morte, la Paura, il Suicidio, l’Eutanasia, la Violenza, l’Apocalisse, la Perdita Improvvisa dell’Identità… Insomma, temi che non ti lasciano respirare sereno e tranquillo.

L’altro aspetto inquietante è che questi incubi si ripetono: a volte con piccole variazioni, altre con aggiunte che vengono dalla notte precedente, altre ancora con cambi di ruoli e di personaggi basati su persone che conosco nel piano della realtà.

In uno di questi incubi ricorrenti faccio l’amore con la mia ex. Il set cambia velocemente: da Firenze, passiamo a Roma (una stanza d’hotel di lusso), poi al ridente paesello sui monti abruzzesi in cui sono nato (un prato fiorito in un bosco), infine a Salerno (il vecchio attico – o mansarda – in cui ho vissuto per un anno e mezzo). All’improvviso, entra in camera un essere mostruoso, una specie di oca gigantesca (o struzzo o papero) che mi afferra per la gola e tenta di cavarmi gli occhi con il becco.

In un altro incubo, invece, vengo rapito da un macellaio, un tipo all’apparenza bonario, con barba e pochi capelli sulla testa. In perfetto stile Hostel, il macellaio mi immobilizza su una sedia metallica con manette e corde strette e mi impianta dei bottoni sui polsi, facendomi sanguinare fino allo svenimento (questa scena mi ricorda, inevitabilmente, quella biblica di Gesù appeso sulla croce: sento ancora il fastidioso rumore della carne che si rompe sotto i colpi dei chiodi sul palmo delle mani).

Nell’incubo più recente, invece, cammino da solo per strada in una Roma stranamente deserta. M’inerpico su Via delle Quattro Fontane, sbuco su Via Nazionale, decido di andare fino a Largo Argentina per prendere il 64 e arrivare fino a San Pietro, quando, sempre senza previo avviso, dal cielo luminoso della capitale iniziano a cadere pezzi di metallo acuminati e ruote giganti. Ci vuole un minuto per capire che sono pezzi e ruote d’aereo. Dal cielo piovono aerei che vanno a schiantarsi sui monumenti più famosi e sui palazzi più alti (in perfetto stile “11 Settembre”). Il rumore degli schianti fa venire i brividi. Non so come riesco a non urlare e chiamo mio fratello da una cabina telefonica (solo nei sogni esistono ancora questi attrezzi ormai estinti per colpa dei cellulari) e lui mi conferma che anche a La Habana stanno piovendo aerei dal cielo. La cosa più brutta di tutte è sentire il rumore da Formula 1 prodotto dalle ruote giganti che ti sfiorano le orecchie (o il corpo). Basta poco e si viene ridotti in poltiglia (come succede a qualche sventurato pedone che attraversa la strada prima di me).

C’ho riflettuto a lungo e alla fine ho capito che, almeno quest’ultimo incubo, deriva, in parte, dalla visione (recente) di uno dei film sugli zombie più originali che abbia mai visto negli ultimi vent’anni, e cioè, da Juan de los muertos (2011) di Alejandro Brugués, uno dei primi film di zombie ambientato a Cuba (ecco perché parlo per telefono con mio fratello da La Habana).

Provo a riflettere anche sugli altri 2 o a mettere in relazione tutti e 3 gli incubi con le mie esperienze degli ultimi mesi e…non trovo un filo comune…


Una cosa sì è certa: i protagonisti a volte cambiano faccia (il macellaio può benissimo diventare il padre della mia ex, ovvero, il mio ex-suocero; il papero gigante può trasformarsi in uno dei miei più cari prof dei tempi dell’Università; la telefonata posso farla tranquillamente a Mosca, invece che a Cuba; etc. etc.), la paura che provocano questi incubi resta la stessa (anzi, a volte aumenta: perché quando s’apre il set, intuisco e capisco già cosa m’aspetta, so già in quale incubo sono finito).

martes, diciembre 10, 2013

Androidi e umani (ancora su Ma gli androidi sognano pecore elettriche?)



Stamattina l’ho finito e la prima cosa che ho pensato è stata la seguente: “Ma dove diavolo è finito il famoso monologo finale di Roy Baty, quell’androide impersonato al cinema da Rutger Hauer? Quello più feroce e, al contempo, più filosofico del grupo degli androidi cui da la caccia Rick Deckard? Quel monologo che comincia con la famosa frase (entrata ormai nell’immaginario collettivo – la sanno tutti, anche quelli che non hanno mai visto Blade Runner): ‘Io ho visto cose che voi umani non potreste nemmeno immaginare, navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni d’Orione’…” e finisce con la frase dal tono shakespeariano: ‘È tempo di morire’”? Risposta: “Non c’è, Philip Dick non ha mai scritto quel monologo, dunque, deve essere per forza di cose frutto del regista Ridley Scott – e dei suoi sceneggiatori –, non c’è altra spiegazione”.

E qui ti viene da pensare come, a volte, il regista sia davvero bravo non solo a trasferire in immagini i contenuti di un romanzo (operazione per niente facile né scontata), ma anche a ricrearne lo stesso spirito, perché – è evidente a chiunque abbia letto Ma gli androidi sognano pecore elettriche? – quelle frasi, in quel monologo, sono perfette se messe in bocca a uno come Roy Baty, sono lo specchio dei suoi ragionamenti straniati e l’occasione perfetta per riflettere su cosa pensano le macchine (create dall’uomo), se davvero arriveranno un giorno a pensare (pensiero oscuro e che mette i brividi).

E poi c’è la scena di sesso (nel film mai esplicita) tra il cacciatore di taglie e l’androide donna: Rick finisce a letto con Rachael sapendo che così sta trasgredendo la legge, non bisogna mai “mischiarsi” con le macchine, si rischia di confondere le parti in gioco… È una scena davvero bella, anche perché sviluppata tutta per ellissi. Rick accetta di cedere alla tentazione, ben sapendo che in quel modo sta tradendo sia sua moglie sia il codice morale della società post-bellica in cui è costretto a vivere…

“Amore è solo un altro nome del sesso”, dice Rachael (o Rick, ora non ricordo più bene), e forse ha ragione.

Questo spiegherebbe anche la gelosia dell’androide quando, tornato a casa, Rick trova sua moglie sconvolta sul terrazzo. Rick aveva comprato da poco una capra (anche questa elettrica) e Rachael – ingelosita e quasi per vendetta – si introduce in casa e spinge giù l’animale dall’ultimo piano, davanti agli occhi terrorizzati della moglie di Rick.

Ecco un altro aspetto affascinante e perturbante del romanzo: la San Francisco che riproduce Phil Dick (San Francisco, non Los Angeles, come scrivevo nel post precedente) è una città devastata dalla polvere radioattiva, dove le scorie, gli scarti, i rifiuti occupano la scena principale. Eppure, anche in queste condizioni, l’essere umano tenta di sopravvivere, di lottare, di diffondere la vita.

In tal senso, la voglia di allevare animali è il simbolo (e il sintomo) di un’umanità che ancora ha delle speranze. Peccato che questi animali siano (spesso) riproduzioni perfette, ma artificiali, degli animali veri.

Ecco allora l’importanza della scena finale: Rick, esausto dopo la caccia agli androidi, trova per caso quello che sembra l’ultimo rospo rimasto sulla Terra e lo raccoglie con grande emozione e tatto, lo custodisce all’interno di una scatola e lo porta in trofeo da sua moglie. Quel rospo è considerato ormai un animale in via d’estinzione. Rick vi scorge la fonte di una vita vera che ancora pulsa. Peccato che poi sua moglie lo disilluderà per l’ennesima volta.


Philip Dick ci spinge a riflettere su cos’è che ci rende davvero umani anche attraverso un animale così semplice, quotidiano e banale come un rospo… E questo fa del suo romanzo un libro degno d’essere letto (anche se poi non vi ritroviamo il monologo che al cinema ci ha fatto emozionare tanto, quel monologo che termina con le parole: “E tutti questi momento andranno perduti per sempre… È tempo di morire...”).

miércoles, diciembre 04, 2013

Ma gli androidi sognano pecore elettriche?


C’è una scena, all’interno del cap. 12 del romanzo di Philip Dick Do Androids Dream of Electric Sheeps? (1968), che colpisce e resta impressa nella mente del lettore (soprattutto di quel lettore che ha visto quel classico della storia del cinema che è Blade Runner (1982), geniale trasposizione in immagini dello stesso romanzo di Dick ad opera di Ridley Scott), ed è la scena in cui il “cacciatore di taglie” Rick Deckard deve “ritirare” insieme  all’ispettore di polizia Phil Resch la cantante d’opera lirica Luba Luft, una androide in tutto simile ad un essere umano e in quel momento intenta ad ammirare le sale di un museo in cui si espongono i quadri di Edvard Munch.

La situazione asumme tratti drammatici perché Rick non capisce ancora bene se l’ispettore di polizia che lo accompagna è anch’egli un androide. Come molti ricorderanno, il romanzo è ambientato a Los Angeles, nel 1992, quando la Terza Guerra Mondiale ha distrutto in parte il pianeta Terra e ha spinto molti americani ad emigrare su Marte. Tra gli effetti devastanti del conflitto, la permanenza di una polvere sottile che uccide lentamente ogni forma di vita e la presenza di androidi del modelo Nexus-6 che potrebbero mettere a repentaglio la vita degli stessi umani perché molto abili a mimetizzarsi e camuffarsi tra i “normali”.

Philip Dick ci presenta, dunque, un mondo apocalittico in cui la distinzione tra uomo e macchina diventa labile e pericolosamente indecifrabile. In tal senso, sono particolarmente efficaci le scene in cui il narratore ci presenta gli ultimi sopravvissuti intenti a vezzeggiare e nutrire animali domestici come cani e gatti: sulla Terra, gli animali veri sono diventati un lusso, ormai sono tutti frutto di tecnologie modernissime che ne mimetizzano i corpi, i versi, i movimenti (ma sempre di artifici si tratta).

Ci si muove, dunque, in un mondo angosciante in cui il “cacciatore di taglie” Rick Deckard deve agire per il bene dei più, anche quando l’esame cui sottopone i presunti “umanoidi” non dà risultati certi.

È quello che succede nella scena del museo. Luba Luft sta osservando il famoso quadro di Munch intitolato L’urlo e, intanto, risponde alle domande dell’ispettore Resch, insinuando l’ipotesi che anche Resch possa essere un androide, uno di quelli più intelligenti, che si finge polizziotto per incastrare lo stesso Deckard. Mentre contempla il gesto angoscioso del protagonista del quadro, Deckard non fa in tempo a fermare l’ispettore che afferra per il polso Luba, la spinge in un ascensore e la uccide senza pietà con un raggio laser che la fa accasciare a terra, priva di vita. Rick resta scosso da tanta facilità e riflette sul fatto che gli androidi, a differenza degli umani, non provano “empatia”. Non sanno accordarsi allo stato d’animo di chi hanno davanti. L’ispettore Resch, invece, lo tratta con condiscenza e inizia una chiacchierata sui concetti di realismo e di iperrealismo nella pittura di Munch.

Chi ha ragione? Luba Luft, quando avvisa Rick e gli dice di stare attento a Resch perché anche lui è un androide o Resch, quando avvisa Rick e gli dice che deve agire con freddezza se non vuole soccombere all’astuzia degli androidi?

Philip Dick viene considerato come uno scrittore di genere. Ma basta leggere alcuni brani di questo romanzo distopico per capire che è uno scrittore tout court e anche molto bravo.

Basta leggere il cap. 12 con la scena appena ricordata. O anche questa descrizione (dal cap. 2) del palazzone in cui vive John Isidore, un altro personaggio “sperduto”, che percepisce tutto il vuoto che si è creato sulla Terra dopo lo scoppio della guerra:

“Abitava da solo in questo palazzo cieco e sempre più fatiscente, tra mille appartamenti disabitati. Un edificio che, come tutti quelli simili, cadeva di giorno in giorno, in uno stato sempre maggiore di entropia. Con il tempo tutto ciò che c’era nel palazzo si sarebbe fuso – una cosa nell’altra –, avrebbe perso individualità, sarebbe diventato identico a ogni altra cosa, un mero pasticcio di palta ammonticchiato dal pavimento al soffitto di ogni apartamento. E dopo di ciò lo stesso palazzo, senza che nessuno ne curasse la manutenzione, avrebbe raggiunto uno stadio di equilibrio informe, sepolto dall’ubiquità della polvere. Quando ciò si fosse verificato, naturalmente, lui sarebbe stato già morto da un pezzo; ecco un altro interessante argomento su cui meditare, lì in piedi in quel salotto sfatto, solo con l’onnipervasiva assenza di respiro del possente silenzio del mondo” (p. 27).


Ecco una citazione interessante su cui riflettere: una riflessione dal tono quasi biblico sul tempo in quanto “divinità distruttrice” che tutto consuma e livella; una frase dal ritmo musicale che fa pensare a uno scrittore a metà tra Marcel Proust e W. G. Sebald.

lunes, diciembre 02, 2013

Pisa (coi suoi fantasmi)



E così, dopo ben 2 anni d’assenza, torno a Pisa, la città che mi ha visto crescere come studioso e che mi ha accolto come dottorando, per ben 3 anni (vissuti intensamente), quando ancora si era giovani e non si sapeva minimamente che si sarebbe finiti a fare i prof. (o i docenti, o gli insegnanti, o i maestri, che tanto – in molti casi – è uguale, anche se – spesso – cambia lo stipendio e la metodologia da utilizzare in classe, la fauna umana che ci si ritrova davanti o i libri su cui si studia, ma non lo stress, non l’impegno o il sudore che implica un lavoro del genere, usare le parole per convincere, persuadere, informare, smuovere dal torpore dei ragionamenti della società del momento, etc.).

Pisa, con il suo fantastico Lungarno (superiore anche a quello di Firenze, a detta di Giacomo Leopardi) e la Torre arcinota nella bellissima Piazza dei Miracoli, e la sua Scuola Normale Superiore, con Piazza dei Cavalieri a far da sfondo alle nostre chiacchiere da congresso (o conferenza o simposio) e Piazza delle Vettovaglie, vero centro nevralgico della gioventù studentesca del luogo, punto di riferimento per chiunque voglia sbronzarsi a suon di vino economico e birretta in bottiglia… E Piazza Garibaldi, una delle mie preferite, anche perché lì ci trovi una delle gelaterie migliori di Pisa, e le Piagge (dove andavo a correre quando ero troppo stanco e stressato per la scrittura della tesi), e la stazione, e l’aeroporto, entrambe vicine, ai miei occhi di “romano” o di “madrileño” giramondo…

È davvero bello tornare, quando si è stati assenti tanti mesi da un posto in cui abbiamo lasciato un pezzo di cuore. Perché a Pisa ho conosciuto alcune delle persone più simpatiche e intelligenti che conosca; perché qui ho lasciato almeno un paio di buoni amici, di quelli che non ti dimenticherai d’invitare al matrimonio, il giorno in cui deciderai di sposarti, gente come Nico o Selene, gente che ti fa un caffè quando più ne hai voglia, o che ti aiuta a fare la valigia quando mancano pochi minuti alla partenza del tuo aereo…

Ecco: io a Pisa mi trovo come a casa mia, perché ci sono alcuni di quegli amici fondamentali che ti rendono la vita più facile, più sopportabile, più interessante o intrigante, più degna d’essere vissuta, insomma.
Come Nico, che mi parla delle sue potenziali fidanzate (ma nessuna gliel’ha ancora data, povero), e come Selene, che si sorprende se infilo un dito dentro il bollitore del latte per verificare se è caldo (e mi sgrida contro: “Non conoscevo il tuo lato primitivo!”).

E poi ci sono i colleghi (che fanno parte integrante inevitabile dei congressi o i convegni o i simposi), tra i quali si contano sia persone amiche che persone sgradevolissime, impossibile fare di tutt’erba un fascio…

E molti che mi chiedono: “Ma come ci sei finito in Spagna?”. E altri: “Chissà come te la starai spassando in Spagna?!”. E altri ancora: “Beato te, che sei in Spagna!”, come se la Spagna – la cui crisi è, per certi versi, ancora peggiore della nostra – fosse il Paradiso sulla Terra, come se davvero qui uno fosse in grado di vivere senza le angoscie tipiche d’Italia (ma non è così, non è che la Spagna sia meglio dell’Italia, è semplicemente che qui si vive con una mentalità diversa dalla nostra – e un giorno mi metterò ad analizzare da vicino in che senso l’una mentalità sia diversa dall’altra e perché gli spagnoli – al di là e nonostante la crisi – vivano con uno spirito un po’ più allegro del nostro).

A cena andiamo in un hotel di lusso del centro: c’invita l’Ambasciatore di Spagna in Roma. Ovvero: l’Ambasciatore si è scomodato e si è spostato da Roma ed è arrivato fino a Pisa per omaggiare professori come noi, che si dedicano allo studio (e alla diffusione) della lingua, della letteratura e della civiltà spagnola…

E quante risate, chiacchierando e criticando il vicino, insieme a Selene, quanti commenti che non ho captato, quanti ricordi, parlando con l’uno e con l’altro, quante teste ingrigite (ma i capelli bianchi stanno crescendo anche sul mio cranio), quanti tuffi nel passato, quanti ricordi legati a Pisa, quanti volti noti e meno noti, quante parole vacue e vane e vuote di senso e quante, invece, talmente intrise di significato da lasciarti a bocca aperta quando le senti in bocca a qualcuno che hai amato in passato, perché a Pisa ci sono anche persone che ho amato in passato, persone che mi hanno reso ciò che sono oggi, ragazze che oggi sono donne, donne che oggi sono spose, spose che domani saranno madri, madri che dopodomani saranno nonne… E allora questa città diventa il centro di gravità permanente dei miei ricordi, la città dei fantasmi del passato, fantasmi grati, che non mi fanno paura, anzi, tutto il contrario, sono fantasmi che mi coccolano, che mi ricordano ciò che fui e che mi dicono – senza esserne consapevoli – ciò che potrò essere, lontano da Pisa, lontano dall’Italia, lontano dagli anni belli della beata gioventù.

martes, noviembre 19, 2013

Un filosofo al cinema: Eugenio Trías, De cine: aventuras y extravíos (Barcelona, Galaxia Gutenberg/Círculo de Lectores, 2013)

Quando un filosofo si predispone a parlare di cinema, in genere, il rischio è quello di sovra-interpretare i testi filmici presi in esame, ovvero, quello di vedere nelle immagini in movimento schemi mentali o ragionamenti logici che il regista nemmena sospettava, al momento di girare o montare quelle stesse immagini.

Eugenio Trías, il filosofo "del limite", evita questo errore parlandoci in modo appassionato dei suoi registi (e dei suoi film) preferiti, con tatto, con ironia, con intelligenza. Personalmente, sono rimasto impressionato dalla quasi totale coincidenza di gusti. Trías studia e analizza, racconta con trasporto e ricorda le scene più belle di alcuni dei film dei registi che più ho amato anch'io nel corso degli anni (anche se ammetto che ultimamente sto perdendo colpi, non sono più così "cinefilo" come una volta... Mancanza di tempo? Scarsità di film memorabili o che ti restano impressi nella memoria? Biglietti del cinema troppo cari?).

Ecco, dunque, che il primo capitolo si apre con una riflessione sulle città (reali o immaginarie) nei film di Fritz Lang, il geniale autore di Metropolis (1927) e di M, il mostro di Düsserdolf (1931) (due film estremi sul Male, due esempi classici di cinema "espressionista" in cui la distorsione o la manipolazione dell'immagine è finalizzata a creare un universo in cui tutto è incerto e instabile e in cui l'essere umano diventa una specie di "burattino" o "pupazzo" nelle mani del Potere - o del Caso o del Destino).


Il capitolo 2 si concentra, invece, su Alfred Hitchcock, il "re del terrore" (o il "maestro della suspense"). A lui l'autore ha dedicato un intero saggio, dal titolo Vértigo y pasión (del 1998, se non erro) sul film omonimo (in italiano noto come La donna che visse due volte, del 1958). Qui Trías ripercorre le tappe della filmografia del regista americano mostrandoci come spesso e volentieri le sue siano storie d'amore, più che di paura (o del terrore). Si pensi a Rebecca, la prima moglie (1940) - film che anticipa diversi temi e aspetti iconografici di Vertigo - o a Marnie (1964): due opere che mettono in scena in modo drammatico due forme "malate" di amare. O si pensi ancora a quello che - a mio modesto giudizio - è il film migliore del Nostro (o dovrei dire: del "Mostro"?): mi riferisco a Rear window (o La finestra sul cortile), del 1954, con l'affascinante e splendida e splendente Grace Kelly e il simpatico, riflessivo e impaurito James Stewart, implicati in una specie di guerra interna tra gatti e topo in cui l'amore trionferà solo alla fine, dopo peripezie e scivoloni che rischiano di condurre alla morte.


Il capitolo 3 ripercorre, invece, i successi planetari di un altro genio come Stanley Kubrick (uno che di sicuro ammirava Hitchcock, o almeno credo). Dell'autore di 2001: A Space Odissey Trías analizza, in particolare, e con grande brio, Shining (1980), film dell'orrore filosofico, e Eyes Wide Shut (1999), film sull'adulterio e sull'eterna lotta tra sogno e realtà, tra Eros e Thanatos (sotto il segno di Freud).


Trías ci spiega come Kubrick sia sempre stato affascinato da una cosa e cioè: da come l'essere umano razionale possa fare un buono o un cattivo uso della stessa "ragione", uno degli strumenti più raffinati (ma anche tra i più pericolosi) che abbiamo. Perché si salva il piccolo Dany-Teseo nel labirinto dell'Overlook Hotel? Perché sa tornare sui suoi passi e cancellare le orme che suo padre (Jack Torrance-Minosse) insegue come un disperato fino a che non trova la morte per congelamento all'interno di una delle tante trappole del labirinto stesso. E perché Tom Cruise si salva dalle grinfie dei ricchi della mega-orgia in villa? Perché smette di cercare la verità (quella cruda verità che sua moglie, Nicole Kidman, gli ha fatto intravedere in una nottata a base di sesso e cannabis).

Col cap. 4 passiamo a un altro genio mostruoso, ossia, a Orson Welles. Dell'autore di Citizen Kane (o Quarto Potere, del 1941) Eugenio Trías studia, in particolare, The Magnificent Ambersons (L'orgoglio degli Amberson), del 1942, un'opera in cui l'invenzione precedente del "piano-sequenza" trova la sua migliore esplicitazione. 


Non mancano ottime analisi di quell'altro capolavoro wellesiano che è Touch of Evil (1958), da noi noto come L'infernale Quinlan, con una malinconica Marlene Dietrich nei panni di una zingara che legge le carte. Con questo film si capisce come l'analisi etica dei personaggi sia un tema caro a Welles e che lo ha assorbito fino ai film tratti da William Shakespeare e all'incompiuto Don Quixote.

Il cap. 5 studia il tema del tempo nel cinema di Andrej Tarkowskij, il regista di opere raffinate, complesse, affascinanti, perturbanti come L'infanzia di Ivan (1962), Solaris (1972) e Stalker (1979). Trías ci fa notare come l'uso del "piano-sequenza" sia finalizzato a quello che lo stesso autore russo chiama "scolpire il tempo": non interessa tanto narrare (o raccontare) cosa succede all'interno dell'inquadratura, quanto far vivere (in differita) allo spettatore quanto sta succedendo (in diretta) all'interno della stessa. Ogni oggetto, ogni foglia che cade, ogni specchio su cui si riflette l'immagine diventano elementi fondamentali per "sospendere" il movimento e "scolpire" il tempo, in modo drammaticamente incisivo (e lirico, come accade nel finale di Stalker).


Siamo arrivati al cap. 6 e c'imbattiamo in Ingmar Bergman, un autore che Trías non sa bene come catalogare perché - cito non a memoria - "i suoi temi non sono sintetizzabili in un'unica formula". Se al filosofo piacciano soprattutto film come Il settimo sigillo (1957) e Persona (1966), in cui i conflitti interni sono rappresentati per immagini attraverso "invenzioni" rimaste nell'immaginario collettivo come la partita a scacchi tra Antonius Blok e la Morte o come il doppio volto mostruoso tra le due protagoniste del secondo film citato, io preferisco Il posto delle fragole (1957) e, soprattutto, Sussurri e grida (1973), vero e proprio film horror sul senso della vita e sui limiti del corpo umano (mai visto così da vicino il volto di una persona che si appresta a morire dopo una lunga malattia incurabile).


E con il capitolo 7 arriviamo alla conclusione del libro, dedicata all'unico regista ancora vivo (e speriamo che ci resti ancora per molto): David Lynch, l'inventore di Twin Peaks ("Chi ha ucciso Laura Palmer?"), l'autore di opere magistrali come Blue Velvet (1986) o Una storia vera (1999). 


Di Lynch Trías studia soprattutto Mulholland Drive (2001) e Inland Empire (2006), spiegandoci come all'autore americano piaccia inventare mondi immaginari in cui il principio della verosimiglianza e quello di non contraddizione saltino non tanto (e non solo) perché nella "finzione" tutto è permesso, quanto (e soprattutto) perché i film di Lynch sono mondi immaginari che (si) aprono verso altri mondi in cui il mistero, l'inconscio, l'onirico sono tutti ingredienti (o elementi) onnipresenti e posti al servizio della "messa in scena" del conflitto (tra realtà e sogno, tra bello e brutto, tra razionale e irrazionale, tra bene e male, tra giusto e ingiusto). A Lynch, di fatto, interessa più l'aspetto conflittuale che quello pacificatore. I suoi film sono continui attentati contro il buon senso, il decoro, il bello, affinché lo spettatore sia in grado di porsi dall'altro lato del "limite" (concetto caro a Trías che, non a caso, viene chiamato anche "filosofo del limite").

In conclusione: la domanda che potremmo porci a lettura finita del libro è: "Ma che cos'hanno in comune questi 7 registi?". E la risposta che (mi) do è la seguente: "Tutti e 7 sono stati in grado di re-inventare il mondo reale in cui vive - e vegeta - lo spettatore allo scopo di trasportarci in mondi "altri" in cui il dubbio, l'interrogazione costante sul senso del nostro esistere, la riflessione su chi siamo sono elementi portanti di "messe in scena" che restano impresse (per sempre?) nella mente di chi guarda (o ha il coraggio di guardare) sempre oltre..."

 Diario di viaggio (da Barcelona all'Abruzzo, passando dai laghi - di Como e di Garda) 2/8/2026 Partiti alle ore 10:00 dalla città del S...