lunes, septiembre 05, 2011

Tornare a casa: l'Italia e il filo del rasoio (o l'orlo dell'abisso)


Lasciare la Spagna per l'Italia, abbandonare Madrid per Roma, tornare a casa dopo quasi 2 mesi d'assenza è sempre un evento traumatico: uno deve ricominciare a riadattarsi ai ritmi nostrani, deve ricominciare a prestare attenzione a fatti, volti e cose che non dovrebbero richiedere in modo così insistente e ripetitivo la nostra attenzione, a dover fare i conti con i tanti, troppi disservizi italioti, a dover rapportarsi, nolens volens, con la mentalità contorta - e a volte corrotta - tipica italiana...

Che qualcosa non vada in questo paese lo si capisce subito atterrando a Fiumicino. Le segnalazioni luminose dei terminal e dei punti in cui verranno consegnati i bagagli sono difettose e confondono solo le idee. I ritardi nella riconsegna sono dell'ordine di un'ora circa. 

Mi avvicino alla biglietteria e con tutta innocenza chiedo un biglietto per Roma Tiburtina (onde evitare il costoso trenino per Roma Termini che, da Fiumicino, arriva a 14 o 15 euro - una follia). Il bigliettaio:
"Roma Tiburtina? Ma nun ce poi annà a Roma Tiburtina, che nun ce o sai che l'hanno incendiata?".
"Incendiata? Dio mio, e quando?".
"Un mesetto fa, aho, ma da ndo stai a tornà? L'hanno scritto su tutti i giornali, incendio doloso!".

E vabbé. Prendo il pullman o, come si dice oggi, lo shuttle bus. L'autista non sa dove farmi posare la valigia: il bagagliaio e pieno. Dovevamo partire alle 11. Sono le 11,30 e nessuno si smuove. L'autista ride e scherza e parla di calcio con una specie di parcheggiatore. Poi decide che è ora (nel pullman, zero aria condizionata: vedo tedeschi boccheggianti, inglesi stoici in un'unica goccia di sudore e francesi allucinati). Partiamo e una coppia di spagnoli urla: "El maletero! El maletero!". Stavamo partendo per Roma centro con il bagagliaio aperto. L'autista frena di botto, inchioda, scende e chiude. Quando risale, ci mostra il suo sorriso migliore e, in un inglese maccheronico, dice: "Sorry, madame!".

Tralascio i sorpassi azzardati dell'autista, le macchine parcheggiate in doppia o tripla fila, il caos tipico del traffico romano. Quando arriviamo a Termini una turista avanti con l'età sta per vomitare. Vado a casa di un mio vecchio amico romano e pranziamo con la televisione accesa.

La ministra Gelmini sta parlando in una conferenza stampa. Non so cosa dica, non so di cosa si tratti, chiedo gentilmente al mio amico di togliere l'audio (mi basta guardare la faccia della ministra per avere il mal di stomaco - che razza ci capigliatura antiquata, che faccia!).

Mi viene in mente la solita domanda che mi hanno fatto diversi spagnoli mentre ero là: "Ma com'è possibile che Berlusconi sia ancora al potere dopo tanti anni di corruzione e di traffici loschi? Come fate ad accettare una cosa simile?".

Ecco, la solita domanda che fanno agli italiani che si trovano all'estero. Com'è possibile?

Non lo so. Assaporo un piatto di pasta col sugo e basilico e sorseggio un buon vino rosso dei Castelli e mi risento a casa. Nel mentre, però, mi viene in mente quest'immagine: l'Italia non è un paese normale, sembra come quel clown che cammina sulla corda tesa e rischia di cadere giù nel vuoto; o come chi sfiora il filo del rasoio e può tagliarsi da un momento all'altro; già che ci siamo, mi viene in mente un'altro topos: quello del folle che cammina sull'orlo dell'abisso. In realtà, è davvero un miracolo che non siamo ancora precipitati, che siamo ancora in piedi. E' un miracolo che l'Italia continui a sopravvivere con questa banda di matti al governo e con tutti i problemi ancestrali e di malfunzionamento della res publica che ci portiamo dietro da secoli... Un vero miracolo, un portento, un'impresa che non so spiegarmi...

jueves, agosto 25, 2011

Questa volta è Gianni e le donne...


Continuiamo con il chiodo fisso (tanto sono soltanto 2 o 3 le donne che ancora continuano a leggermi...). Questa volta però si tratta di Gianni e le donne (2011). il secondo, delizioso, elegante e ironico film di Gianni Di Gregorio, il regista del fortunato Pranzo di Ferragosto (2008) - l'ennesima scommessa vinta dalla "Fandango" di Domenico Procacci -.

Ecco, Gianni e le donne rappresenta al meglio quello che diventerò a sessant'anni (se mai ci arriverò, un giorno, e non tiro le cuoia prima)...

Uomo medio, uomo della strada, il mite (ignoto) per eccellenza, Gianni è un sessantenne in pensione che passa il tempo a fare i servizi per la moglie (presente, ma - a livello sentimentale - ormai calata nel ruolo di sorella; i due coniugi, di fatto, dormono in camere separate o così sembra, e comunque, non assolvono più i doveri del matrimonio da anni); ad accudire una mamma tanto spendacciona e ricca quanto petulante e, nel suo piccolo, quasi comica; a chiacchierare tra una tazzina di caffè e l'altra con il fidanzato della figlia (una tipica diciottenne romana un po' svampita), oltre che a portare a spasso il sanbernardo della vicina di casa (giovane, bellissima e casinara).

Insomma, una vita comune e piatta come tante (come tutte?), finché un amico avvocato lo sprona a guardarsi attorno, a darsi da fare, è anziano, ma non un vecchio decrepito, il mondo è pieno di belle donne, la vita è breve, "carpe diem", Gianni...

E così lui ci prova: ricevendo sempre delle sonore testate contro il muro (solidissimo) della realtà...

C'è la figlia - cantante lirica - di un'amica della mamma che gli fissa l'appuntamento per Domenica, ma poi se ne dimentica (vanificando anche il tentativo, da parte di Gianni, di sembrare più giovane con vestiti firmati e più eleganti del solito).

C'è l'amica di vecchia data con cui Gianni, addirittura, sognava di sposarsi, che lo invita a cena, ma non ha nemmeno un po' di pasta e poi si addormenta senza pentimenti sul divano, mentre lui, poveretto, la osserva estasiato.

E c'è il disperato tentativo di andare in una casa d'appuntamenti segnalatagli dall'amico dopo apposita ingestione di viagra - un'ora di tempo l'effetto, deve sbrigarsi, se vuole arrivare all'appuntamento ringalluzzito - e invece, purtroppo, si perde, nonostante il TuttoCittà non trova la strada del postribolo e finisce per tamponare un furgone.

E c'è poi l'inaspettato invito a casa sua della vicina casinara, ma un'amico di lei gli offre un drink "drogato" e Gianni finisce col vagare per Roma con l'enorme cane, senza sapere bene dove andare...

E poi c'è la scena finale, che non descrivo, ma che è accompagnata da un bellissimo pezzo dei "Pixies" che s'intitola "Here comes your man"...

"Eccolo, ecco che arriva il tuo uomo, baby", ma le donne non se ne accorgono, e Gianni sbatte il muso contro i no (volontari o meno, osteggiati o soltanto allusi) delle tante donne che desidererebbe abbracciare, guardare con calma, baciare, toccare e, sì, insomma, amare...

Il tempo fugge. La vecchiaia incombe. Per fortuna che sognare non costa niente (e poi qualche donna che ricambia le nostre attenzioni deve pur esserci, suvvia, o una che ci ami davvero, e ci faccia sentire vivi, e giovani e forti)...

miércoles, agosto 17, 2011

Le donne


Ultimamente è un po' un chiodo fisso, comunque, continuiamo a battere questo chiodo... (mi riferisco, ovviamente, ai rapporti interpersonali e, in particolare, a quelli sentimentali; per traslato, e oggi, mi riferisco ai miei rapporti con le donne, sempre le donne... un'ossessione, ormai, un chiodo fisso, appunto).


1) Vivo (temporaneamente) nell'appartamento di Alice, una delle mie migliori amiche a Madrid. Alice si tiene informata sull'andamento della casa e io sono ligio al dovere: oltre ad annaffiarle le piante e a tenere lontani i ladri, ogni mattina apro la cassetta della posta per vedere cosa ci sia dentro. Ultimamente sono arrivate molte bollette (della luce, del gas, del telefono, dell'acqua). Io e Alice ci sentiamo via Skype: "Avanti, forza, dimmi oggi a chi tocca", dice Alice, con tono rammaricato o quasi scorato. "Oggi non lo so, è una lettera della tua banca, che faccio, la apro?". "No, meglio di no", fa Alice, triste.


Poi stamattina apro la solita cassetta e trovo una cartolina inviata dal Montenegro: "Ciao bello! Siccome la mia cassetta delle lettere è sempre piena solo di bollette, ho deciso di spedirmi da sola una bella cartolina! Un bacione, Alice".


Adoro le donne autoironiche; io ho una vera e propria debolezza verso le ragazze che sanno prendersi in giro... E non mi sembra ce ne siano molte in giro.


2) Poi leggo le email e mi arriva il messaggio (del tutto inaspettato, ma anche per questo molto gradito) di una mia vecchia amica e collega di Livorno: mi scrive che le manco e che è un secolo che non ci rivediamo per farci una chiacchierata come si deve, per vederci un film al cinema, per andare a mangiare una pizza senza fretta e che aveva talmente tanta voglia, stasera, di sentirmi che si è messa a leggere questo blog (evento raro, dato che ormai, il mio blog, lo leggono davvero solo due donne - prima erano quattro o cinque). Mi dice che sono un "ingenuo" e che questo aggettivo lo usa per farmi un complimento, non come un'offesa: dice Dany che non ci sono più molti uomini disposti ancora a sorprendersi e a guardare la vita con occhi "ingenui", come se le cose stessero succedendo proprio in quel momento lì in cui le si osserva e le si cattura con lo sguardo e le si tenta di spiegare a parole proprie... 


Adoro le donne che mi fanno questo genere di complimenti; forse sono proprio un ingenuo, ma è vero, Dany, mi piace ancora sorprendermi (o vedere il lato sorprendente delle cose).


3) L'altra sera, invece, e sempre tramite Skype, mi capita d'imbattermi in una mia vecchia ed ex-alunna. Si chiama Nadija, è di origini marocchine. Credo che abbia avuto un debole per me. Anche a me piaceva molto, ma mi sono sempre mantenuto a debita distanza. Iniziamo a raccontarci le nostre rispettive vite in quest'ultimo mese di temperature torride e viaggi per il mondo. Non so cosa mi succede, ma inizio davvero a divertirmi a scriverle delle "frolloccate" incredibili; mi invento delle battute stupidissime che fanno ridere solo me, e Nadija, giustamente, si preoccupa e mi chiede se ho bevuto: le dico di no, e mi trattengo; aggiusto il rito e alle battute seguenti inizia a ridere anche lei. Mi dice che sono matto. Un mattacchione.


Mi fanno morire le ragazze che sostengono che sono un matto (o un mattacchione) e quelle che ridono alle mie battute; so che alcune non ridono di cuore e lo fanno solo per compiacermi; ma quando scopro o intuisco e percepisco che la risata è sincera, beh, allora è davvero un piacere, un sollazzo, un divertimento puro... Non mi fermo più e ne sparo a raffica. E Nadija ride e io sorrido...


Avevo scritto un post, tempo fa, dal titolo "Io e le donne": so già che, se lo rileggessi oggi, arrossirei; meglio evitare; e comunque, questo "Le donne" andrebbe aggiunto come postilla a quell' "Io e le donne" di tanto tempo fa...

martes, agosto 16, 2011

Amare due volte

"L'amava due volte: come una meta e come una cosa perduta. Amava l'aspetto eroico del proprio lungo e pericoloso viaggio. Amava i sacrifici che erano necessari per raggiungere la fidanzata e la vanità di quei sacrifici. Tutto l'eroismo dei suoi anni di guerra gli pareva puerile rispetto all'impresa che ora tentava. A fianco del suo sconforto cresceva la speranza che soltanto a causa di quel periglioso ritorno sarebbe stato ancora un uomo desiderabile. Fu felice per tutto il viaggio. Gli avessero chiesto se lo rendeva felice la speranza o la tristezza, non l'avrebbe saputo. Nell'animo di alcuni uomini il dolore provoca un'esaltazione più intensa della gioia. Di tutte le lacrime che s'ingoiano le più care sono quelle piante su se stessi".

Joseph Roth, Fuga senza fine, 1927

miércoles, agosto 10, 2011

Love and other catastrophes




Amore e altre catastrofi, così s'intitolava, in italiano, una bella commediola degli anni 90 (per l'esattezza, del 1996), diretta dall'esordiente (all'epoca aveva 24 anni - non so ora se avrà fatto altri film, e di che qualità) Emma-Kate Croghan, regista australiana dallo spirito libertario e dal cipiglio cinefilo e alquanto "nouvelle vague"...


Risi molto guardando quel film, quando anch'io ero ancora un giovane di belle speranze e avevo ancora poca esperienza dell'amore... 


Ricordo che una volta scrissi un racconto solo per infilarci una frase storica che suonava più o meno così: "L'amore: non lo puoi definire, sarebbe come racchiudere un pezzo di cielo azzurro in un sacchetto nero dell'immondizia" (arrossisco a rileggere le cose che scrivevo in tenera età; oggi non scrivo più così - notare il contrasto cromatico ossimorico assolutamente voluto e assolutamente stucchevole).


L'amore è - più che altro - una catastrofe, quando nasce o lo si vede nascere; quando punge o ti spinge ad agire (a disturbare una che sta pensando solo a se stessa o al suo lavoro, e tu ti presenti e ti avvicini, e la guardi negli occhi, provando a mostrare il tuo sorriso migliore e più smagliante, per proporle: "Ti andrebbe di andarci a prendere qualcosa dopo lavoro?", domanda assurda, che ti impedisce di proseguire il discorso, perché a meno che lei non sia altrettanto cotta di te è davvero improbabile che ti risponda:"Sì, dai, andiamo a bere qualcosa qui all'angolo"; la cosa più prevedibile è che ti dica: "No, non mi va", oppure: "Ma chi ti conosce?", oppure: "Ma per chi mi hai presa?", oppure: "No, mi dispiace, non posso, sei molto gentile, ma proprio non posso" - perché magari lei è già accompagnata e, a fine turno, l'aspetta suo marito o il suo fidanzato, o il suo amante, d'altronde è davvero improbabile che una ragazza così bella e affascinante non abbia un marito, un fidanzato o un amante o - peggio per me - tutte e tre le cose insieme).


E allora uno può anche consolarsi, dicendosi: "Vabbè, ci ho provato, mi è andata male, ma almeno ho ricevuto una risposta, ora posso mettermi l'anima in pace, posso darmi una calmata, d'altronde, non è che sia un Adone, perché mai avrebbe dovuto rispondermi di sì, perché avrebbe dovuto accettare un appuntamento praticamente al buio con me, con uno sconosciuto, un italiano, per giunta, vatti a fidare degli italiani, chissà come le sarò sembrato, se "sgarbato" o "troppo diretto" o "dongiovanni", io che non lo sono mai stato e non lo sono mai, in generale, ma qui è diverso, qui uno si sente diverso, quando parli e frequenti giornalmente un'altra lingua diventi un Altro...).


L'amore è catastrofico agli inizi e alla fine, quando non ci si sopporta più e allora si recrimina su tutto, si attacca l'altro per tutte le offese patite e subite e mai dichiarate, si recrimina e ci si offende per niente e per tutto, è tutto così assurdo...


L'amore è una catastrofe apocalittica anche perché c'è sempre di mezzo il sesso, inutile girarci intorno o fare finta di niente. E' sempre stato così e sempre lo sarà, finché esisterà la specie umana sul pianeta Terra.


L'altro giorno, davanti alla macchina del caffè, una mia cara amica ha rimembrato dei tempi passati in cui avevamo avuto un mezzo intrallazzo. Mi sono subito tornate in mente le immagini di quella notte folle, durante la quale io e lei ci siamo sbronzati come poche volte nelle nostre rispettive vite. E mi ero dimenticato a casa i preservativi (e lei non li aveva)..


"Oggi però ce li ho, li ho comprati, non si sa mai", dice ridendo, con quegli occhi verdi che ti stregano. 
"Anch'io ne porto almeno uno in tasca, non si sa mai", le confesso (anche se non è vero) e ridiamo ancora più forte (qualche utente della Biblioteca ci guarda in cagnesco, sembra sul punto di aprire la bocca per redarguirci - fate silenzio, cazzo, non si ride così forte in una biblioteca pubblica)...


E allora ripensare a quello che è stato e a quello che non è stato, a ciò che avrebbe potuto essere e a ciò che potrebbe ancora essere, si può correre il rischio di farsi il sangue amaro o di pensare che, in fin dei conti, è tutto così legato al caso, o al destino, che risulta davvero incomprensibile come ciascuno di noi si impegni ad amare o a cercare l'amore o la donna della propria vita, come sia vano ogni sforzo, e possiamo anche andare in giro a disturbare quella che ci sembra (ma non è quasi mai) la donna della nostra vita, tanto non è mai come vogliamo noi, tanto è tutto frutto della casualità, e un gioco di sguardi può aprire le porte di una convivenza, come chiuderle vita natural durante, può fare scattare una certa complicità, come una risata o un sorriso, un dialogo surreale o sincero, un'amicizia o un'odio assurdo e incomprensibile, una pacca sulle spalle o il preludio ad un rapporto solo carnale...


Viviamo dentro le catastrofi, anche quando non ce ne accorgiamo (o quando crediamo di essere in salvo e al sicuro da ogni imprevisto - amoroso, sentimentale, sessuale, passionale). Ci siamo dentro e non le vediamo...

jueves, agosto 04, 2011

Vicini di casa


Quando mi trasferisco in un'altra città, e mi ritrovo a vivere in un'altra casa, la prima cosa che che faccio è guardare chi mi sta intorno; vedere che razza di vicini di casa mi sono toccati in sorte questa volta. I vicini di casa sono una fonte importante d'ispirazione: chi ha velleità letterarie può trovare molti argomenti e spunti nuovi, se si mette a guardare dalla finestra chi gli sta di fronte (o di fianco o a fianco). Il mondo è pieno di gente strana (o stramba o lunatica, come dobbiamo sembrare strani noi - o strambi o lunatici - a quel vicino che si prendesse la briga di osservarci mentre siamo intenti e concentrati nelle nostre azioni domestiche e quotidiane, nei nostri affari così trascendentali - per noi - o così sciocchi e privi di senso - per gli altri).

Vivo in uno dei quartieri più ricchi di Madrid. Qui c'è gente che, sotto casa, parcheggia Mercedes di ultima generazione o BMW sportive o Audi dal motore ruggente. Eppure, ci sono anche tante altre persone "normali": che vanno in giro col carrello della spesa preso in prestito dal supermercato perché così fanno meno fatica a portarsi la roba al quinto piano (fastidioso il rumore che fanno le rotelle sul marciapiedi, ma posso capirli).

Io vivo al terzo piano, ergo: se mi affaccio vedo perfettamente gli appartamenti di tutti quelli che - nel palazzo di fronte al mio - vivono allo stesso piano (ci dividono i pochi metri di larghezza della strada).

L'altra notte, sul tardi (diciamo pure, quasi all'alba), dopo essere rincasato dopo una serata di bagordi, mi sono affacciato per curiosità: chi poteva avere ancora la luce accesa alle 3,30 del mattino? Era un uomo anziano; o forse no, uno sulla cinquantina, ma coi capelli bianchi. Era in mutande e guardava la televisione. Mi ha spaventato alquanto; poi, poco prima che abbassassi l'avvolgibile, il tizio si è affacciato e ha cominciato a fissarmi. Senza vergogna. Senza fretta. Senza un minimo di espressione facciale che lasciasse tramutare un seppur minimo o vago tipo di sentimento. Mi fissava. E basta. Mi ha letteralmente terrorizzato. E da quella notte non mi affaccio più verso il suo appartamento.

L'altra mattina, invece, mentre leggevo, sull'appartamento sulla destra, mi è apparsa una bellissima ragazza mulatta. Ho pensato: "Che bella!". E poi ho ipotizzato: "Deve essere cubana". E' bello sapere che un giorno potremmo chiamare la bella cubana e chiederle qualcosa, una sciocchezza qualunque, per poter avere così almeno una piccola chance di fare la sua conoscenza. E' bello vedere che una delle nostre vicine è una ragazza bella, affascinante e sorridente. 

Mi guarda. La riguardo. Mi riguarda. Sto quasi per aprire la bocca quando la ragazza mulatta si volta e torna dentro, in quella che - deduco, anche se a distanza - deve essere la cucina. 

Continuo a guardare. La ragazza riappare sul balcone, ma non è più sola. E' accompagnata. Da un cubano coi capelli ricci e il pizzetto lungo; ha un grosso tatuaggio sul petto e indossa solo dei pantaloncini bianchi (cammina scalzo per casa).

"Peccato", mi dico, senza farla tanto lunga. Ipotizzo: "Sarà fidanzata. Come non pensarci prima? Una così affascinante non può essere single".

Il giorno dopo lei e lui fumano tranquilli appoggiati alla ringhiera del balcone. Poi si sente un pianto forte di un neonato. La cubana non solo è sposata, non è soltanto una moglie, è anche madre. Sposta qualcosa all'interno della carrozzina. Il papà afferra il piccolo e lo solleva per aria. Il bimbo smette di piangere. Torno ai miei libri. Vorrei piangere. E penso alla figura di merda che mi sono evitato il giorno prima, quando ero sul punto di dire una qualsiasi sciocchezza alla bella dirimpettaia pur di attaccare discorso...

Domenica mattina, sul tardi. Dall'appartamento del secondo piano che si trova sotto quello della cubana si vede un uomo intento ad allacciarsi le scarpe. E' vestito in modo piuttosto elegante, oltre che piuttosto scomodo, visto il caldo che fa qui (oltre ad una camicia a maniche corta, porta una cravatta nera). Mi domando che lavoro faccia un tipo del genere, così distinto, che si appresta ad uscire di casa di Domenica mattina. Poi fuoriesce dall'inquadratura e, al suo posto, si vede una cinquantenne coi cappelli biondi ossigenati e tutti scompigliati che raccatta qualcosa per terra. E' una donna di una bellezza appassita, ma ancora dignitosa. Veste malissimo, sembra che vada in giro in pigiama, o con una sottoveste tutta consunta; è truccata, ma il trucco è tutto sbavato. Mi chiedo che razza di relazione possano avere due persone così diverse (all'apparenza) dentro lo stesso spazio abitativo. Lei è la sua amante? La sua governante? La donna delle pulizie? O sono, molto più semplicemente, sposati e lui sta andando a lavoro (di Domenica?) e lei inizia a fare i lavori di casa? Hanno appena fatto l'amore? O lui l'ha appena picchiata e se ne va arrabbiato lì dove non vorrebbe andare?

Ultimamente tengo le finestre chiuse. O le tapparelle abbassate. Mi domando cosa avranno visto in me quelli che io ho visto dalla mia finestra fino a oggi...

jueves, julio 28, 2011

Quando si vive in un paese straniero

E' una piacevolissima sensazione quella che si prova quando ci si trova a camminare per le strade di un altro paese, lontano dal nostro, lontano dalle nostre radici (dagli affetti familiari, dagli amici e dalle persone che ci conoscono, dalle strade che conosciamo a memoria e che ci portano sempre dritti a destinazione). E' bello sapere che qui, a Madrid, nessuno mi conosce (o almeno, sono pochi quelli che sanno della mia esistenza e - soprattutto - della mia presenza a Madrid in questi giorni). Ci si scopre diversi: "io non sono più io" quando sono a Madrid (o a Parigi, o a Berlino, o in un'altra qualsiasi città diversa da quella in cui vivo stabilmente). E allora, uno si sente libero di fare quello che, magari, stando a casa, non farebbe mai (come scattare delle foto assurde a degli assurdi cartelli pubblicitari o manifesti cinematografici di film altrettanto assurdi - la Spagna, più ancora dell'Italia, si lascia placidamente invadere dalle americanata; Spagna resisti! No ai "Puffi" in 3D, per cortesia!).

Il cervello agisce e reagisce ad una velocità superiore: o almeno, questo è quello che mi capita, quando passeggio per le strade del centro e non riesco a non captare spezzoni di conversazioni dei passanti o delle persone che mi trovo vicino, è come se il cervello fosse continuamente attento a captare le frasi e a tradurle dallo spagnolo all'italiano (diventano importanti anche i dialoghi più insipidi - o che, a casa nostra, in Italia, non avremmo degnato di un ascolto, nemmeno di uno involontario... come ieri sera, quando mi sono imbattuto in una madre sulla cinquantina che diceva alla figlia quindicenne qualcosa del tipo: "Che cosa vuoi? Cosa pretendi? Che cambi interamente?").

Non solo: quando uno vive da solo e vive all'estero, quando uno vive per molto tempo all'estero e frequenta a lungo una lingua straniera, inizia davvero ad essere "un altro", perché capita che si possa iniziare a sognare in lingua (a me è capitato, anche se sono solo 9 giorni che sono in Spagna: ho sognato di avere una discussione con un prof. che conosco nel suo studio della "Complutense"; parlavamo e discutevamo in lingua, una roba veramente alienante). E ci si domanda come sia possibile o quante strade nascoste o sotterraneo conosce il nostro inconscio, che ci fa parlare un'altra lingua in sogno...

E' bello anche perdersi, andare a zonzo senza meta, quando si vive da soli all'estero. E se questa cosa potrebbe farci arrabbiare se ci succedesse a casa, nella nostra patria, ci alletta e ci stimola, quando ci succede "fuori", all'estero, quando c'è ancora molto da vedere di una città che si conosce sì, ma non così a fondo come la nostra (sempre ieri sera mi è capitato d'imbattermi in un vecchio locale in cui andavo a ballare con le mie amiche qualche anno fa, un locale che è una sorta di discoteca in cui suonano soprattutto musica latino-americana; ritrovata così, per puro caso, senza volerlo).

Certo è bello, ancora più bello, quando, in una città che non è la nostra, ci si da appuntamento con i vecchi amici e si dispone di tutto il tempo per stare con loro a chiacchierare o a riaggiornarsi (come ti va? Sei poi riuscito a fare il lavoro che sognavi? Ti sei poi sposato? Sei divorziato? Non mi dire! E tu? Come stai? Quanto tempo che non ci vediamo...).


E allora la città, il paese straniero, ridiventano all'improvviso il set abituale della nostra vita quotidiana, qualcosa che fa da sfondo alle nostre giornate, qualcosa di assolutamente familiare, che ci culla e ci ospita e ci fa stare bene...

lunes, julio 25, 2011

Tu rostro mañana, di Javier Marías: saper leggere il volto delle persone, o dei "traduttori di vite"


Non ricordo più in quale occasione (e in quale articolo) lo scrittore spagnolo Javier Marías (più volte nominato tra i candidati più quotati nella corsa al Nobel per la Letteratura) disse che l'attività del romanziere si assomiglia per molti aspetti a quella della spia: chi inventa una storia, un po' come un investigatore privato o un agente segreto, deve appunto "inventare" (ovvero, dall'etimologia latina, "trovare", "scovare", "rintracciare") uno sviluppo eventuale, verosimile, potenziale alla storia che va costruendo e intessendo per il lettore; è vero pure che ci sono romanzieri che hanno "tutta la storia in mente"; ma ci sono pure quelli che "trovano" (e poi "scoprono") la storia senza sapere bene dove questa li porterà; inventano nel momento stesso in cui danno avvio ai fatti (e predono in mano la penna); scoprono insieme al lettore che legge la storia dove questa li potrà portare (mi viene in mente Cervantes: il Quijote doveva all'inizio essere soltanto un racconto breve; per l'esattezza, doveva finire all'altezza dell'attuale cap. VI; poi, la storia si è evoluta tanto - grazie al personaggio che, poco a poco, prendeva corpo nella mente dello scrittore - che è diventata un romanzo in due tomi); mi viene pure in mente Laurence Sterne, il cui Tristram Shandy si è allargato così tanto che l'autore irlandese non sapeva più come fare per chiuderlo; o penso anche a Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, dell'ing. Gadda, un'altro romanzo complesso e infinito...). E, dunque, è piuttosto normale, leggendo il suo capolavoro, Tu rostro mañana (trad. it."Il tuo volto domani", a cura di Glauco Felici per i tipi di Einaudi - 3 volumi apparsi tra il 2002 e il 2007, per un totale, nell'ed. originale, di circa 1600 pagine), imbattersi in un narratore-protagonista che, in modo improvviso e alquanto inverosimile, entra a far parte di un gruppo di lavoro interno ai servizi segreti britannici (il MI5 e il MI6 - il primo si occupa di politica e sicurezza interna, mentre il secondo si occupa di spionaggio e controspionaggio estero). 

Jacques Deza (ma il narratore viene chiamato anche Jack, Jacobo, James, Iago) diventa, senza quasi volerlo, un impiegato di questa sorta di agenzia segreta (all'interno delle agenzie suddette) perché molto abile a "tradurre" il volto dei sospettati: sa leggere tra le righe e sa intravedere come pochi il carattere e le potenzialità degli individui che il suo capo, Mr Bertram Tupra, gli mostra da dietro i vetri di una specie di "cabina" o "vagone" di un treno. Jacques Deza conosce o intuisce o ipotizza con un minimo margine di errore se colui che ha davanti è un codardo, un killer spietato, una persona vendicativa o una pronta a cedere di fronte a minacce o ritorsioni violente.

Ci sono due scene - particolarmente efficaci, anche perché particolarmente crude - in cui Deza inizia a scoprire anche il risvolto negativo del mondo che frequenta (e non solo: inizia a capire anche che, più che un dono, questa sua capacità di "pre-scienza" può diventare una condanna; a nessuno di noi farebbe mai piacere poter intuire cosa pensa davvero la persona che abbiano di fronte). Una appare nella metà del secondo volume (intitolato in spagnolo "Baile y sueño", cioè, "Ballo e sogno") e l'altra, invece, appare all'inizio del terzo vol. ("Veneno y sombra y adiós", cioè, "Veleno e ombra e addio").

Nella prima scena il lettore si ritrova insieme a Deza all'interno di un bagno per disabili di una discoteca alla moda del centro di Londra: il suo capo, il temibile, perspicace, sempre molto pungente e ironico Tupra (una delle figure più misteriose dell'intero romanzo) sta per staccare di netto la testa dal collo di un diplomatico spagnolo rozzo e molesto; Tupra estrae dall'interno del suo impermeabile una spada e la solleva sulla testa del povero malcapitato per ben due volte, fingendo di sgozzarlo; Deza rimane impietrito di fronte a tanta violenza e si domanda perché oggi, nel XXI secolo, ci sia ancora qualcuno pronto a sfoderare una spada per raddrizzare i torti e piegare chi non ci da ascolto o ci crea solo problemi (la scena - come ammesso dallo stesso Marías - è una sorta di citazione o allusione all'episodio delle spade levate in aria nel corso del duello tra Don Chisciotte e il biscaglino di cui si narra sul finire del cap. VIII della Prima Parte; solo che l'azione si interrompe proprio sul più bello, nel momento della massima tensione narrativa, e potrà riprendere solo al cap. IX, solo dopo che Cervantes ci racconta di come sia riuscito a trovare il proseguimento di quel duello su uno "scartafaccio" trovato per caso al mercato di Toledo - l'interruzione di Javier Marías è altrettanto efficace: dovranno trascorrere varie pagine, prima che il lettore scopra davvero come andrà a finire - e vedrà come la spada di Tupra è brandita solo per spaventare a morte la vittima, e non per eliminarla sul serio).

La seconda scena, invece, vede Jacques Deza a casa di Tupra, subito dopo l'episodio del bagno dei disabili: è notte fonda, Deza è arrabbiato con Tupra, ma il capo ha ancora qualcosa da mostrare al suo allievo (o impiegato); si tratta di alcuni video terribili in cui il lettore scopre come lo Stato stesso (anche quando si definisce o si presenta come democratico) costruisce il proprio potere e mantiene saldo il rispetto della legge tramite il ricatto, la manipolazione e l'applicazione "pervertita" della legge stessa. Sono immagini frammentate, spezzoni quasi horror in cui vediamo personaggi famosi (o politici e rappresentanti dell'autorità) darsi alla droga, all'alcol, alla violenza gratuita, al sesso estremo, alle bassezze più truci che essere umano possa commettere.

Quando ci si avvicina alla fine di questa "opera-mondo", il lettore inizia a chiedersi cosa potrà mai fare, come potrà mai agire, allora, uno come Jacques Deza, uno 007 di questo tipo, un agente in grado di captare anche dal minimo gesto le intenzioni del prossimo: in un mondo in cui il male, la violenza e il sopruso costituisco ciò che Tupra stesso definisce "el estilo del mundo", come ci si può difendere? Cosa può fare il lettore che, insieme a Deza, va "inventado" (ovvero, "trovando", "scovando" e "scoprendo") la storia di una discesa agli inferi da cui sembra molto complicato risalire?

Tu rostro mañana è un romanzo costruito sul dubbio, con una prosa che ipnotizza, e che spinge il lettore a porsi domande cui è molto complicato trovare una risposta. Se è vero che anche noi, come Deza, sappiamo a volte "leggere il volto" delle persone che abbiamo dinanzi; se è vero che anche noi possiamo diventare "traduttori di vite", è pur vero che il mondo in cui viviamo ci impedisce troppo spesso di vedere chiaramente dove sta la verità (e dove il bene); oltre che di evitare la falsità (e il male). Anche perché i due poli, le due sfere d'azione, convivono (da sempre) dentro di noi. Nessuno conosce davvero il proprio volto (né quello presente, né quello che avrà in futuro).

miércoles, julio 20, 2011

Madrid: una città che ha ritmo nelle vene (delle sue strade)

Dopo quasi meno di un anno, sono di nuovo a Madrid, la mia seconda casa, la città che più mi piace al mondo, dopo Roma...

Madrid è una città cosmopolita, trafficata, ma non caotica; rispetto allo stress che dà Roma, Madrid è una sorta di paradiso terrestre; e così pure rispetto alla gente. Qui sorridono tutti; o almeno, non c'è così tanta gente incazzata come a Roma. Se mi limito a stamattina, e mi metto a fare il confronto (fatale) tra Roma e Madrid (due capitali di due dei paesi più importanti e ricchi dell'UE - almeno fino a pochi minuti prima della "crisi"), le differenze sono lampanti (e anche piuttosto allarmanti e tristi per l'Italia).

Ore 6,50: il trenino per Fiumicino Aeroporto è già in ritardo di 5 minuti. Il punto però è un altro: non è un trenino, usare il diminutivo per il carro bestiame che vedo spuntare all'orizzonte e che sembra fare fatica anche a compiere l'ultima curva è un complimento eccessivo; "ini" sono i sedili, così stretti che le ginocchia di due passeggeri che si trovassero l'uno di fronte all'altro cozzerebbero inevitabilmente (e con grande fastidio da parte di entrambi). Sembra di stare su un treno merci; su un carro di povere bestie condotte al macello; non c'è aria condizionata e la gente che prende il "trenino" per andare a lavorare suda e pazienta, pazienta e suda e mi domando: "Ma come fanno? Come fanno a sopportare ogni giorno una cosa simile?". 

Va aggiunto un dettaglio: il "trenino" l'ho preso da Roma Tiburtina per evitare di pagare 14 euro (che è il prezzo del "Leonardo Express" che si prende da Termini). Il mio, di biglietto, l'ho pagato quasi la metà (8 euro) e i tempi di percorrenza sono gli stessi (così come le fermate della "via crucis").

Altro piccolo dettaglio: del controllore nemmeno l'ombra. Lo capisco, se vuole evitare le proteste della gente. Ma tanto qui sembra che non protesti nessuno; forse il controllore è in un vagone nascosto dove funziona l'aria condizionata. O forse è sceso da solo alla seconda fermata perché non sopportava più l'afa.

Ore 13,05: Madrid, aeroporto di Barajas. Aria condizionata ovunque; la segnaletica che ti indica dove andare a prendere la Metro è chiarissima. Il biglietto per spostarsi (senza treni né taxi né bus) da Barajas al centro della città costa 2 euro. La Metro è incredibilmente moderna per occhi italiani come i miei (abituati alle povere Linee A e B di Roma capoccia). Non solo: qui i passeggeri chiacchierano. Sorridono. Qualcuno ride. Non sembrano pecore al macello: non sudano e non hanno il volto tirato. Si percepisce nell'aria che la città è viva. E la gente che vi abita vivace.

Madrid è una città che ha ritmo: la musica è onnipresente, per strada, nei negozi, nei supermercati (e certe volte il volume alto dà pure fastidio), dalle case private della gente. E il ritmo si percepisce nel modo in cui gli spagnoli e tutti gli altri cittadini che vivono a Madrid sfruttano la strada per farne luogo d'incontro, di svago, di pure e semplice divertimento.

A Madrid è facilissimo imbattersi in terrazze di bar e caffetterie piene di vecchiette che bevono birra e magari giocano anche a carte; o di intere famiglie che mangiano il gelato e chiacchierano a voce alta degli affari loro. A Madrid ho visto tre ragazzi neri fare il tip tap in centro e ricevere l'applauso generale dei passanti (qualcuno ha provato pure ad imitarli). E ho visto anche una ragazza coi rasta che cantava a squarciagola la sua canzone preferita ascoltata via cuffiette dall'Ipod (e che se ne tornava a casa in minigonna, da sola, a mezzanotte - senza avere paura, a quanto dava a intendere).

Insomma: a Roma devi uscire con lo scudo per difenderti dal prossimo e indossi la maschera del dolore rassegnato; a Madrid puoi uscire a qualsiasi ora e col sorriso sulle labbra perché tanto, prima o poi, un motivo per sorridere (o per ballare o per urlare a squarciagola il tuo pezzo preferito) lo trovi sempre.

viernes, julio 15, 2011

Sotto stress? Forse forse...(brevissima relazione sull'Italia di oggi, mentre la si attraversa tutta da Nord a Sud e viceversa)

Saranno ormai una decina di giorni che giro l'Italia, come mio solito, e più passano i giorni che spendo su pullman e treni e più mi convinco del fatto che l'Italia dei politici che ci governano poco o nulla ha a che vedere con l'Italia vera, fatta di gente che, come me, tira a campare per portare a casa la prosaica pagnotta ed è pronta a sopportare file, code, smargiassi, tirapiedi, mafiosi, leccapiedi, rompicoglioni, falsi e ipocriti, maneggioni e lestofanti di ogni sorta pur di fare quello che più ci appassiona (anche se è vero che è complicatissimo fare il lavoro che ti appassiona - e pochissimi ci riescono).

In questa settimana ho conosciuto molta gente nuova del Nord e del Sud Italia: e non è vero neppure che ci siano tutte queste differenze, quando le persone che incontri sono "persone", aperte e disponibili al dialogo, anche se l'accento che si adotta è diverso (ci sarà qualcuno, ogni tanto, che si sveglia la mattina e ricorderà a Bossi e co. che la Padania - in quanto stato - non esiste? Ci sarà qualche anima pia che li avvisi?). Ho visto, parlato, scambiato pareri su lavoro, e prospettive future per il lavoro (del futuro) con gente che va dai 20 ai 40 anni d'età e tutti mi hanno fatto riflettere su una cosa triste: nessuno ha più fiducia o molta speranza nel futuro. Ma una cosa è chiara: c'è ancora molta, molta gente disposta a lottare per realizzare i suoi sogni (e non in un altro paese, ma hic et nunc, qui e ora, in Italia, nel 2011). Ragazzi e ragazze col sorriso sulle labbra che, quando chiedi loro che lavoro facciano, ti rispondono: "Sono disoccupato", e lo fanno con un sorriso che sembra spegnersi, ma poi resiste, hanno il volto segnato, molti si sentono inutili, o impotenti, o inadatti a fare più nulla, e molti continuano a lottare: "Ma domani porto altri curricula, la situazione deve cambiare, non può piovere per sempre".


Agli esami orali della mia materia arrivano ragazzi che non sanno più mettere in fila due parole: sbagliano le congiunzioni dei verbi, tentennano, si ingarbugliano, forse non sanno nemmeno più cosa vuol dire leggere un libro e capirlo, e qualcuno lo boccio, e qualcuno lo promuovo con il massimo, perché sì, esistono anche quelli che continuano a studiare e ad avere curiosità intellettuale per le cose che non conoscono; a una grande maggioranza di persone poco o scarsamente preparate (e qui bisognerebbe indagare a fondo cosa si fa per la scuola e cosa la scuola fa davvero per questi ragazzi) fa da contraltare una piccola, selezionata minoranza di ragazzi in gamba, brillanti (i futuri cervelli in fuga del paese?).

E mentre ripenso a come è stato bello conoscere anche quell'amico regista che fa film horror a basso costo e a come è stato emozionante recitare in un suo corto (particina: ero il morto, morivo alla seconda inquadratura, senza avere nemmeno il tempo d'esclamare una parola), e mentre rifletto su quanti chilometri ancora m'aspettano, e mentre il caldo di questi giorni m'impedisce anche solo d'accendere il computer per vedere un film o ascoltare un po' di musica (Radiohead a palla), penso a quanto è difficile vivere oggi in modo degno in questo paese, e a quant'è bello, comunque e nonostante i mille problemi, vedere che in giro c'è gente completamente opposta a Berlusconi e co., che cerca di fare bene il proprio mestiere, che cerca di non farsi incantare dalle chiacchiere della gente (cfr. supra fotogramma del grande Buster Keaton - in mezzo agli "imbonitori"), e che prova a realizzare i propri sogni in mezzo a situazioni complicate e tristi e a problemi secolari che chissà se un giorno riusciremo mai a risolvere e a scrollarci di dosso... 

domingo, julio 03, 2011

Quando la moglie è in vacanza (1955) di Billy Wilder: l'eterna lotta tra istinto e razionalità

Ieri sera, con imperdonabile ritardo, quand'era l'unico film di Billy Wilder che mancava al mio personale appello, ho visto finalmente Quando la moglie è in vancanza, film del lontano 1955, interpretato da Tom Hewell e dalla fantastica (e, qui, in forma più che mai smagliante) Marilyn Monroe.


Il film ha una trama semplice e lineare e ciò che lo rende (ai miei occhi) altamente interessante è proprio il fatto che il regista sia riuscito a creare un film brillante e mai noioso, interessante e mai lento sulla base di una trama tanto semplice e tanto lineare. 


Un "uomo medio", un impiegato che di mestiere "erotizza" titoli e copertine di romanzi classici e non, si ritrova da solo, come la maggior parte dei maschi americani che vivono a Manhattan, dopo aver accompagnato moglie e figlioletto alla stazione: loro si daranno alla pazza gioia delle vacanze; lui resterà a gestire il lavoro e la casa, cercando di far fronte all'afa della metropoli.


In realtà, questo "uomo medio" o borghese modello ci assomiglia parecchio: è il tipico frustrato che non fuma e non beve perché così vuole il medico; il tipico marito che sopporta le prediche della moglie per il comune quieto vivere; il tipico lavoratore che sogna una vita migliore. E il bello è che sogna ad occhi aperti: prima un dialogo in terrazza con la moglie appena partita (il dialogo è esilarante: sia perché lo spettatore sa bene - lo vede con gli occhi - che quella moglie è solo un fantasma o proiezione mentale del protagonista, sia per le parole che lui rivolge a lei, con l'intenzione di suggerirle che in passato è stato un playboy di spicco, uno cui le donne piovevano tra le braccia e senza volerlo, uno che le donne le ha perfino rifiutate in nome della fedeltà al sacro vincolo del matrimonio...); poi una serie citazionista di avventure romantiche con fanciulle procaci che non sono altro che una serie di omaggi a scene da film famosi (e qui, più che il protagonista è Billy Wilder stesso a sognare ad occhi aperti e a omaggiare alcuni film del passato - recente e lontano - da lui amati).


Quando la moglie è in vacanza è un film sul cinema: sulla potenza dell'immaginazione; sulla capacità tutta terrena che abbiamo di forgiarci un'altra realtà quando quella che viviamo e in cui siamo costretti a vivere ci sembra brutta, triste e affatto allettante.


Il punto è che a un certo punto è la realtà stessa a far sognare ad occhi aperti Richard Sherman (questo il nome del personaggio dell' "uomo medio"): al piano superiore del suo palazzo va ad abitare in affitto "la ragazza" (nel corso del film non sapremo mai come si chiama), interpretata dalla prorompente Marilyn Monroe, qui chiamata ad incarnare un tipo di donna che conosciamo tutti: la svenevole fanciulla un po' ingenua e un po' scemarella che tutti (i maschi eterosessuali) vorrebbero portarsi sull'altare (oltre che - magari anche prima - a letto).


Sherman la invita a bere qualcosa da lui; ha l'aria condizionata, e del wiskey. Comincia a bere e a fumare, contravvenendo agli ordini di medico e moglie; suona un motivetto musicale davvero divertente al piano con la ragazza; e poi prova a baciarla e a toccarla con un certo impeto, finendo con il far cadere entrambi per terra.


Siamo tutti stressati dalla dicotomia costante e continua tra "senso" e "ragione", tra "istinto" e "razionalità". C'è poco da fare. Nessuno si salva. Nemmeno un marito fedele e modello come Sherman. Dubbi su dubbi, anche quando, la sera successiva, riesce a convincere la ragazza ad andare al cinema insieme (per vedere un filmuccio horror di serie B - Il mostro della laguna?): basta una grata da cui fuoriesce dolcemente l'aria della metropolitana sottostante per sollevare la bianca gonna di lei e offuscare la vista al borghese che non sa che pesci pigliare (ecco uno dei rari casi di "scena cinematografica" che ricordano o hanno visto tutti, anche coloro che non hanno mai visto - per intero - il film).




I dialoghi sono sempre veloci, divertenti e acuti; l'ironia maliziosa che li permea fa sorridere lo spettatore contemporaneo; certe invenzioni o trovate scenografiche ci fanno pensare a com'era bello quel cinema degli anni 50 e a quanto dovevano essere felici gli spettatori che andavano a vedere questo tipo di film nei cinema americani di quegli anni lì (cfr. la "scala che non porta in nessun posto" dell'appartamento di Sherman e che, invece, risulta condurre proprio all'abitazione del piano superiore della ragazza - la quale, una volta scoperto come fare per aprire la botola, si presenta in casa in vestaglia semi-trasparente; la scusa è sempre la stessa: "tu hai l'aria condizionata, su da me si soffoca dal caldo; posso restare a dormire da te? Anche il divano mi va bene").




Unico neo che ho riscontrato (e che forse ci possiamo spiegare rapportando il film e i contenuti maliziosi dello stesso al clima culturale e sociale di quell'America lì di quegli anni 50 lì) è il finale. Un po' ci dispiace che Sherman si mantenga per tutto il tempo fedele alla moglie in vacanza; e suona davvero inverosimile che non ci scappi nemmeno un bacetto con lingua, vista la bellezza della ragazza che Sherman si trova davanti... Ma erano altri tempi, altri luoghi e un'altra mentalità... Oggi siamo sicuramente più cinici, più freddi e meno romantici di una volta, anche quando si lotta tra "istinto" e "ragione".

domingo, junio 05, 2011

Tra Manzoni e Gadda: Andrea Camilleri (quello de Il birraio di Preston)


Non avevo mai letto nulla prima, di Andrea Camilleri... E mi ero ripromesso di farlo (un amico danese ci rimase di stucco quando scoprì che non conoscevo i libri di Camilleri, un "bene nazionale", un grande autore, un pezzo grosso...). E così ho iniziato da questo piccolo romanzo pseudo-storico, comico, grottesco, irriverente e divertentissimo che va sotto il nome de Il birraio di Preston (Palermo, Sellerio, 1995).

Niente a che vedere, dunque, con i ben più noti (e fortunati) romanzi del ciclo Montalbano. Molto a che vedere, invece, con lo stile-Camilleri: credo che siano stati pubblicati già un po' di studi sulla materia (o, comunque, verranno pubblicati - Camilleri è perfetto per una tesi di laurea o di dottorato). Io non posso giudicare, finora, ma ne posso apprezzare impressionisticamente le qualità: Camilleri mescola il siciliano all'italiano e agli altri dialetti nostrani (qui: il fiorentino, il romano e un paio d'altri dialetti del Nord Italia) per creare un linguaggio dotto che non esiste nella realtà; nel senso che anche il siciliano che adotta è un siciliano addomesticato agli usi e consumi dell'autore; piegato dall'autore per dire ciò che egli intende fargli dire (diceva Italo Calvino che in questo consiste l'arte dello scrivere - e la scrittura letteraria). 

Impossibile non pensare all'altro grande sperimentatore di linguaggi (e miscelatore abilissimo di dialetti) come Carlo Emilio Gadda (che sul romanesco ha fondato poi il garbuglio del suo romanzo più famoso, ambientato in Via Merulana - romanesco diverso, dunque, per fini e modalità d'utilizzo da quello "appassionato" di un poeta come Pasolini - ma non divaghiamo).

Camilleri racconta con questa lingua (o "idioletto" sperimentale) una piccola storiella legata alla rappresentazione dell'omonima opera del titolo (un oscuro dramma di un oscuro autore teatrale di fine 800) per farci rivivere (o permetterci di sbirciare) l'ambiente che c'era nella Sicilia degli anni 60-70 del XIX secolo. Il tutto, con un tono ironico, una verve comica, una vis satirica davvero invidiabili (ed è impossibile non ridere, in alcuni brani particolarmente riusciti).

Per certi versi, Camilleri qui fa pensare a un Manzoni postmoderno (ovvero: a un Manzoni redivivo che rifacesse I promessi sposi in versione comica). Ogni capitolo prende il proprio titolo da una frase estratta da un romanzo famoso; non solo, ogni capitolo funziona come una "macchina autonoma", per cui la trama esplode o si rifiuta di compattarsi grazie a una struttura aperta e malleabile la cui intelaiatura si basa fondamentalmente sull'arte (tutta barocca, ancor prima che postmoderna) della variatio (si intuisce che Camilleri deve essersi divertito un mondo ad abbandonarsi a una tale variatio)...

Il birraio di Preston si legge con piacere e si degusta come un buon vino; si consuma poco per volta (perché il lettore avverte subito che qui c'è da ridere e da divertirsi assai e non c'è nessuna fretta d'arrivare all'ultima pagina - tanto, non è risolutiva, e il giallo resta tale - perché il prefetto fiorentino dell'immaginaria Vigàta vuole imporre al teatro del paese proprio quest'opera da quattro soldi?).

Un esempio (a metà tra Manzoni e Gadda) dell'arte narrativa di questo Camilleri (poi vedremo come se la cava con i romanzi della saga Montalbano...):

"Nella matinata del giorno in cui l'ammazzarono [l'incipit viene da Cronaca di una morte annunciata, di Gabriel García Márquez], il dottor Gammacurta se ne stette come al solito nel gabinetto medico, e magari il dopopranzo ci passò, dopo una pausa per il mangiare e per una dormitina di mezz'ora. Ma non era del suo solito umore, anzi era decisamente nirbuso, non ebbe pacienza per i picciliddri con gli occhi pisciati, s'incazzò per febbri terzane e quartane, s'infuriò quando dovette incidere un vesparo darrè al collo di uno che per buon peso, per lo scanto che aveva del bisturi, non si riusciva a tenerlo fermo.
Quando poi stava per chiudere il gabinetto e tornarsene a casa, lo vennero a chiamare di corsa perché il mare aveva gettato a riva un forasteri mezzo annegato. Appena lo vide, Gammacurta pigliò a santiare come un turco.
"- Ma porco di chi dico io! Quale mezzo annegato! Non lo vedete che è morto da almeno una simana e che i pesci se lo sono mangiato? Chiamate chi minchia volete, il parrino, il diligato, ma non scassate i cabasisi a me!"
La scascione del malumore, tanto strammo in una persona all'urbi e all'orbo cògnita come gentile e perbene, consisteva nel fatto che quella sera, non c'erano santi, a teatro doveva andare" (p. 45)

miércoles, junio 01, 2011

Il 1 Giugno del 2011

Il 1 Giugno del 2011 riuscì a terminare il libro; era stato un lavoro difficile, complicato, complesso, ma anche suggestivo, entusiasmante, originale... Scegliere il carattere per la stampa; scegliere - tra migliaia - l'immagine di copertina più consona (ricordandosi del fatto che l'immagine di copertina deve essere "evocativa" e non "descrittiva"; deve "suggerire" e non "spiegare" di cosa parla il libro); scegliere perfino il sommarietto (o piccolo riassunto della trama) da apporre in quarta di copertina... tutte queste operazioni lo avevano reso un neofito appassionato che gironzola nel mondo nuovo dell'editoria come Alice nel paese delle meraviglie (o come Cappuccetto Rosso nel bosco del lupo)...

E la cosa curiosa è che in Italia la sinistra ha vinto le amministrative; eccezionale la faccia di Berlusconi da Bucarest; formidabili le dichiarazioni di Cicchitto e di Maroni; Pisapia avrà mano libera per costruire le sue moschee e prendersi il caffè con quei tipacci dei centri sociali (ho chiesto a Fede, una cara amica che vive a Bruxelles da un paio d'anni, che cosa ne pensano i belgi dell'exploit della sinistra in Italia e lei - testuali parole -: "Non gliene frega un cazzo di niente a nessuno di quello che succede in Italia, ragazzo; siamo solo la scusa per battute di bassa lega e gossip da quattro soldi").

Ebbene sì, è il 1 Giugno del 2011 e anche se il cielo è nuvoloso sono speranzoso e ottimista verso il futuro. Non c'entra il libro; non c'entra Alyssa; non c'entra il fatto che stia percorrendo una media di 27 km al giorno in bicicletta (e in salita): c'entra il fatto che - forse - qualcosa sta cambiando in questo paese; c'è bisogno di un po' di sano buon senso e di sana voglia di incazzarsi contro lo status quo; c'è bisogno di aria nuova...


Non sono mai stato a Milano; se è vero che è diventato un covo di comunisti, credo che sia giunta l'ora per un viaggetto esplorativo (o di piacere, che dir si voglia).

E' il 1 Giugno 2011 e tutto va bene...

P.S.: Napoli è l'unica città (almeno per quanto ne so) la cui Feltrinelli (book-shop) mette a disposizione dei suoi clienti un'area di lettura: due tavoli e sette o otto sedie per potersi fermare e - nel caos della stazione di Piazza Garibaldi - godersi un po' di calma, leggendo e spelluzzicando le pagine del libro che ci piacerebbe comprare... Un'oasi di pace che sarebbe bello imitassero anche gli altri punti vendita della catena...

domingo, mayo 08, 2011

VOCI CHE NON SMETTONO DI PARLARCI


Non esistono rapporti d'amore che si chiudano all'unisono; o che si interrompono come il flusso d'energia che fa accendere una lampadina. Non ci si lascia come si spegne un interruttore. Mai... C'è sempre qualcosa che resta; qualche meccanismo o ragnatela che ti avvolge e non ti lascia in pace; qualche ricordo, o immagine, sapore o odore, parola o messaggio che resta nel limbo che si crea subito dopo la rottura... E quando vivi nel limbo diventa tutto molto più sfocato, e a tratti allettante, ma anche pericoloso (si possono commettere le sciocchezze più assurde quando si vive nella fase intermedia in cui non siamo più il marito o il fidanzato o il compagno di nessuno e, quindi, potremmo diventarlo virtualmente di tutte)...


Questa cosa l'ho comprovata sia con gli anni che chiacchierando con un'amica. Ogni tanto il suo ex la chiama al telefono; o le invia dei messaggi; o, molto più semplicemente, le manda degli squilli, magari solo per ricordarle che lui c'è, esiste, c'è ancora, non è sparito per sempre dalla faccia della terra (è vivo e vegeto, anche se inizia a vagare nel limbo, nella strana fase intermedia in cui ridiventiamo noi stessi, e siamo, forse, più noi stessi).


Ed è lo stesso per me: ogni tanto io e Alyssa ci sentiamo. Ci parliamo. Ci raccontiamo cosa ci è capitato negli ultimi giorni o settimane (o mesi) e ci aggiorniamo, con la stessa curiosità di quando questo gesto - raccontarsi le cose che ti capitano nella vita quotidiana - era quasi un meccanismo automatico, e veniva realizzato faccia a faccia, sul letto (o dentro il letto, e sotto le lenzuola, magari dopo aver fatto l'amore).


E' impossibile cancellare le persone che abbiamo amato con un colpo di spugna. E forse sarebbe anche sbagliato (o ingiusto). Quando ci si lascia (e anche quando ci si è lasciati in modo brusco, o violento, o "cattivo"), si resta comunque fedeli a certi gesti e a certe abitudini che, solo nel tempo e grazie al tempo, svaniranno, per fare spazio a (si spera) nuovi gesti, e abitudini e racconti.


Faccio notare alla mia amica che la storia degli squilli non mi quadra. Che senso ha uno squillo? Davvero lui lo fa solo per "ricordarti" che esiste? Che ti pensa? Che non ti dimentica? E tu che cosa farai, come ti sentirai il giorno in cui lui non farà più nemmeno quello squillo? Possibile che si possa sperare di sopravvivere nella mente dell'altra anche solo tramite uno squillo? E se tu lo anticipassi e prendessi la chiamata e gli rispondessi "Pronto"? Cosa direbbe lui? Riattaccherebbe?


La mia amica mi blocca: troppe domande. E alcune sono francamente assurde (o retoriche). Lui mi squilla, io so che è lì che mi ha pensata e punto. Basta. Finisce qui. Non c'è da ricamarci molto sopra.


E allora io le do ragione. Smetto di immaginare e di domandare. Mi guardo avanti e immagino di camminare (da solo) nel limbo... Con la speranza di arrivare ad essere più "me stesso", ora che sono solo.

 Limbo temporale A me piacciono i momenti di mezzo, quei periodi dell'anno in cui non si è ancora in vacanza, ma se ne respira già l...