sábado, noviembre 19, 2011

Effetto Murakami



Non so cosa sia di preciso, non saprei definirlo in modo razionale e logico, chiaro e diretto, però, a mio modesto parere, esiste un effetto peculiare che si percepisce subito quando si legge Murakami, come una specie di aura che aleggia sui personaggi, le trame e lo stile, un’atmosfera che solo Murakami sa creare e ricreare a suo piacimento per il suo e il nostro godimento di lettori (è come l’ “effetto Lynch” al cinema: bastano un paio d’inquadrature per capire che quello che stai guardando è un film di David Lynch).

Di Haruki Murakami mi parlò la prima volta Jesús Bregante, lettore inquieto e irrequieto, esempio sommo di docente che ha la passione per la Letteratura e sa trasmetterla ai suoi studenti senza infingimenti. In Spagna, già nei primi anni del 2000, lo scrittore giapponese era un idolo; di lui mi consigliarono due titoli, su tutti: Tokyo Blues e Dance dance dance.

In questi giorni di letture disordinate e onnivore, m’è capitato tra le mani la raccolta di racconti Tutti i figli di Dio danzano, un titolo apparso in Giappone proprio nel 2000 e arrivato in Italia nel 2005 (da Einaudi). Inutile dire che sono rimasto folgorato da questi racconti e da quello che, in mancanza di altre e più sensate e serie definizioni, chiamerei “effetto Murakami”.

Sia che si tratti dell’incontro inaspettato e fantastico tra un Ranocchio gigante e un umile impiegato di assicurazione chiamato a salvare Tokyo da un tremendo e devastante terremoto, sia che si tratti di una giovane dottoressa che, dopo un divorzio lampo, decide di prendersi una vacanza e si fa scorrazzare in macchina da un autista d’altri tempi; sia che si parli di tre amici e delle loro alterne vicende sentimentali dai tempi dell’Università fino all’età adulta, o di un trio di amici che si riunisce in riva al mare per accendere falò in pieno inverno e a notte fonda, Murakami riesce a dare verosimiglianza alle storie che racconta e a coinvolgerci con tutti e cinque i sensi, come solo i grandi scrittori sanno fare.

Si ascolta molta musica nei racconti di questo autore; e mi riferisco sia ai brani musicali citati nella trama perché ascoltati in quel particolare momento dai vari personaggi, sia alla ritmicità, alla musicalità che crea lo stile di Murakami (in tal senso è davvero degno di nota constatare la perfezione della traduzione; non conosco il giapponese, purtroppo, ma posso riconoscere quando il traduttore riesce a dare vita a un’opera che “suona” benissimo nella nostra lingua; Giorgio Amitrano, è questo il nome del traduttore italiano di tutti i libri di Murakami, è davvero un grande musicista, in tal senso).

E si dà molta importanza anche al tatto: i personaggi si toccano, si carezzano, si sfiorano, si annusano, perlustrano i rispettivi corpi coinvolgendo il lettore in modo molto diretto, e quasi malizioso (il lettore si sente quasi testimone oculare e intimo delle vite dei personaggi e si percepisce nell’atto di spiarli, seguirli, contemplarli da vicino).

E poi ci sono le “epifanie”, da intendersi in senso joyciano. Murakami è abilissimo nell’arte del racconto, sa bene che il racconto è il fermo-immagine di un evento che colpisce per la sua potenza, immediatezza, anormalità. Sa bene che chi racconta compie un’operazione simile al fotografo che scatta e tenta di catturare il momento clou di una scena o l’angolo privilegiato del volto di chi ha davanti. E così, quando si arriva alla fine del racconto, il lettore è diventato implicitamente anche lui testimone di questo evento o “epifania” che colpisce perché si presenta proprio come “rivelazione”, o “apparizione improvvisa” (di una verità, o della verità che si indovina dietro uno sguardo, un gesto, una parola, un movimento sottile).

“Effetto Murakami”: leggi sapendo benissimo di stare leggendo finzione; ma mentre leggi non riesci più a staccarti, a guardare quella finzione come tale, ti ritrovi avvolto e avvinghiato, coinvolto e affascinato da un insieme di sensazioni che non sai definire e che, solo quando arrivi all’epilogo, riesci a contemplare dalla distanza. Ma ormai è tardi, è troppo tardi; ormai ogni razionalizzazione è superflua (ogni spiegazione logica, allegorica, simbolica, psicanalitica, sociologica del racconto è inutile): Murkami ti ha già catturato, e tu sei finito dentro la finzione dell’autore e vorresti continuare ad ascoltarne la voce indefinitamente. Come se ogni pagina potesse svelarci l’ennesima “epifania”, come se il miracolo debba ripetersi all’infinito.

lunes, noviembre 14, 2011

Dio e il sesso (annessi e connessi)


Che poi questa storia del "sesso" e del senso del "peccato" ad essa annessa se la si considera e analizza dal punto di vista ortodosso del cristiano cattolico e credente è piuttosto curiosa... Ne parlavo (animatamente) con una mia collega di Pisa, una brava ricercatrice che si dedica alla poesia contemporanea (rara avis, quindi), e le facevo notare come, in realtà, se uno ci pensa e ci riflette un po' su, doveva essere molto ingegnoso e anche dotato d'un certo senso della perversione quel Dio che ci creò a sua immagine e somiglianza, dotandoci di organi sessuali così ricettivi, se stimolati in un certo modo, e così lesti ad essere stimolati e stuzzicati nelle posizioni e nei modi più svariati e variegati...


Voglio dire: un Essere Superiore che ci ha dotati, maschi e femmine, di tutti questi simpatici attributi e ci consente, tramite il nostro corpo, di fantasticare così tanto e di variare in modo così bizzarro i mille e uno modi di arrivare all'orgasmo (quando e se ci si arriva, che non è mica detto o scontato), dovette per forza di cose ingegnarsi parecchio e divertirsi assai nell'assemblaggio delle parti (yin e yang, il maschile e il femminile, ognuno predisposto in modo tale da combaciare plasticamente, oserei anche dire: musicalmente, con l'altro - e non affronto qui il tema dell'omosessualità - che la Chiesa giudica ancora oggi una "malattia", quando poi, all'interno della Chiesa si sono verificati casi di pedofilia omosessuale piuttosto eclatanti - e il tema, sottinteso, della perfetta armonia o del combaciare armonico tra due corpi dello stesso sesso; l'argomento ci porterebbe ad aprire una parentesi grossa come una casa e mi sembra opportuno chiuderla qua, per ora, sta benedetta parentesi)... sì, insomma, anche Lui, l'Ente Sommo, dovette divertirsi parecchio quando ci creò e ci dotò di tutti quegli attributi che ci consentono di divertirci nei modi più svariati (e non entro qui nell'ambito di cos'è che è considerato "norma" e cosa "anormale", cosa è "perverso" e cosa non è visto o percepito come tale, de gustibus...lo sappiamo, ognuno la vede come gli pare e non si può sindacare su chi ha gusti sessuali diversi dai nostri, l'importante è - credo - giocare rispettando le regole del gioco che, via via, si stabiliscono con l'altro - perché io, a differenza di alcune coetanee, non mi dimentico mai dell'aspetto "ludico" del sesso, che c'è e va rispettato e, anzi, coltivato e promosso, ogniqualvolta se ne trovi l'occasione, con la persona giusta e se è quella di cui ci si innamora, beh, allora ancora meglio, allora si può davvero "toccare il cielo con un dito" o sentire in Terra quello che chiamiamo volgarmente "il Paradiso" - anche se nessuno sa com'è fatto, anche se c'è chi ci crede e spera d'arrivarci, un giorno - nel futuro più remoto possibile - per goderne per sempre, ovvero, e in latino: per secula seculorum - a Dio piacendo).

sábado, noviembre 12, 2011

Abitare case

Oggi, dopo la lezione, mi sono chiesto, osservando allibito il nuovo eco-mostro che stanno costruendo a pochi passi dalla Facoltà: ma quante case si possono abitare in una vita? Quante case può cambiare, nel corso della sua esistenza, un essere umano?
Mi vengono in mente i nomi di vari scrittori che hanno fatto del trasloco (volenti o nolenti) la loro filosofia di vita: basti pensare a Bruce Chatwin (viaggiatore instancabile tra Africa e Europa e autore di un libro con uno dei titoli più belli di tutti i tempi: Che ci faccio qui?), o a Rafael Alberti, il poeta della cosiddetta “Generación del 27” (che, insieme alla moglie – amata e tradita, María Teresa de León –, ha cambiato mille case, dopo l’esilio dalla Spagna, tra Roma, Argentina, New York, etc. etc.), o a James Joyce (che scrisse il suo Ulysses – come esplicita lui stesso, in calce all’ultima pagina del suo capolavoro – tra Dublino, Parigi e Trieste)…

Penso e rifletto a quante case ho già cambiato nel corso dei miei (attuali) 34 anni di vita vissuta… Eccezion fatta per la casa dei miei (quella del piccolo paese ridente sui monti abruzzesi citato anche a destra, sulla colonna del profilo), la casa, cioè, dove i miei hanno scelto di vivere insieme per nutrirmi, e farmi crescere, ed educarmi, ho cambiato almeno 10 diverse case, alcune abitate e cambiate all’interno della stessa città (3 a Firenze, ad es., e 4 a Madrid): ho vissuto a Roma, vicino alla Stazione Termini; a Pisa, vicino all’aeroporto “Galileo Galilei”, e poi, in un’altra casa, più grande e confortevole, a due passi dalla stazione; a Firenze (vicino allo stadio, la prima, poi a Via de’ Serragli, in pieno centro e dietro i Giardini di Boboli, la seconda; la terza e ultima, invece, si trovava nei pressi delle Cascine); a Madrid (una vicino alla stazione dei treni di Atocha – quella, per intenderci, degli attentati terroristici –, e una nei pressi di Ortega y Gasset, in zona residenziale; un’altra ancora nel quartiere più periferico di Legazpi e l’ultima, bellissima e spaziosa, nel quartiere di Chamberí). Ora vivo nel sud, in una piccola cittadina a due passi da Salerno. La casa in cui sto – temporaneamente, che è come ormai mi sono abituato ad abitare nelle case – è una piccola mansarda, un attico, una specie di sotto-tetto. E’ piccola, ma c’è tutto: una grande stanza che funge da salone e da camera da letto, con letto a due piazze comodissimo (comprato, ovviamente, all’Ikea); c’è anche un tavolino con 2 sedie per mangiare e studiare; e un piano di lavoro più grosso e ampio su cui lasciare i libri e gli appunti, le fotocopie e i documenti vari che mi porto dietro da anni, oltre alla radio e al computer; e poi, sulla destra, c’è un cucinino, con mattonelle in vista colorate e molto chic; e infine, un bagno, con lo spazio sufficiente ad ospitare una lavatrice e con la porta a soffietto, in perfetto stile da film western, mentre la doccia è a sinistra, appena si apre la porta, nella sala grande e nel punto in cui il tetto è più alto (la casa tende a scendere, ad abbassarsi, in corrispondenza matematica e geometrica con la linea del tetto).
L’unico neo è che è poco luminosa. Ci sono solo due finestre, costruite o ricavate direttamente dal tetto, per cui la luce passa, ma non in grandi quantità; se mi affaccio, la mia testa finisce direttamente sul tetto; da lì potrei vedere cosa combinano i vicini, quelli che hanno il balcone o la terrazza agli ultimissimi piani, o beccarmi la cacata volante di qualche piccione in missione tra le nubi.
Non oso immaginare come diventerà la casa d’estate: se ora ci si sta bene e un po’ come in un frigorifero a grandezza naturale, e a misura d’uomo, d’estate, col caldo, questa soffitta deve trasformarsi in una sauna. Ma non mi lamento. Qui ho tutto quello che mi serve: pace, silenzio, tranquillità, e libri, i miei libri, i tanti libri che mi hanno seguito fedeli nel corso degli anni e dei vari, molteplici traslochi…

E’ chiaro che quassù non viene nessuno da giù: fino al quarto piano sì, c’è un avvocato che sale le scale e a volte rincasa con le amiche e fa un po’ di rumore; ma dal quarto piano in su, ci sono soltanto le scale che portano alle altre mansarde; io sono il solo a viverci in pianta stabile… mentre per le capatine volanti, beh, sì, purtroppo qualcuno c’è: sono due ragazzetti che fanno i deejay e che approfittano del loro attico – proprio dirimpetto al mio – per fare le prove, e divertirsi col loro mixer mandando la musica dance e underground a tutto volume…

Non mi danno fastidio, quando non studio o non lavoro o non sto dormendo o non sono da solo (e in dolce compagnia). E le volte che hanno sbagliato orario, ho loro fatto gentilmente notare che sarebbe stato meglio abbassare un po’ il volume. Però io amo la musica da discoteca; a volte, mi sembra di essere in pista, anche mentre mi sto facendo la doccia o sto cuocendo due uova alla coque. Certe volte mi tremano i piatti, per la potenza dei watt. Ma sono giovani e li capisco. E me ne sto chiuso dentro casa a ballare al ritmo della loro musica.


Tornando a bomba: quante case possiamo abitare nel corso di una vita? E quale sarà quella definitiva? Cos’è che la renderà tale, cioè, che renderà ultima l’ultima casa che abiteremo? Chi ci sarà con noi dentro quella futura casa? In quanti staremo? Ci saranno anche dei figli? E ci saranno anche animali domestici, come gatti o cani? Ci sarà l’acquaio per i pesciolini rossi? O saremo solo noi? Noi e i nostri libri e le nostre cose più preziose e le nostre foto delle persone più care? Quante case posso ancora abitare?

jueves, octubre 27, 2011

Desirée


Oggi ho conosciuto Desirée, una studentessa di Lingue che non segue i miei corsi e che mi ha intrattenuto, mentre ero in coda all'ufficio prestiti della Biblioteca Centrale dell'Università in cui lavoro (da precario, come ormai da tanti anni), illustrandomi i suoi progetti per il futuro (immediato).

Desirée è una bella ragazza con gli occhiali spessi alla Woody Allen (sono tornati di moda, pare) ed è una tipa socievole, piuttosto espansiva, dotata di parlantina e di voglia di fare. Indossa un lungo cappotto scuro tutto sgualcito; ha i capelli lunghi neri e mossi e gli occhi verdi; una maglietta colorata (d'un verde o rosa o fucsia quasi fluorescente) e un paio di pantaloni strappati all'altezza delle ginocchia. Ai piedi, un paio di Converse rosse (anche queste piuttosto usate, di persona che cammina molto).

Desirée studia Inglese e Francese, si occupa di letteratura femminile (sarà anche femminista?) e di gender studies; ma un giorno - mi confessa - lesse Goethe, il suo Viaggio in Italia, e ne rimase folgorata. Le sono piaciuti, in particolare, i brani che lo scrittore dedica ai paesi e paeselli che ha trovato lungo il cammino da Napoli a Salerno (o viceversa); e Desirée è rimasta a bocca aperta pensando alla differenza abissale, ai cambiamenti inesorabili e in peggio che quei paesi hanno assunto oggi, nel trascorrere del tempo e a distanza di tanti anni (più di un secolo fa - il libro di Goethe uscì nel 1829, anche se il viaggio lo fece quando aveva 37 anni, nel 1786).

Desirée si è messa in testa di fare un documentario sui "paesi nascosti", sugli scempi che la camorra o lo Stato (o entrambi, insieme, e allo stesso tempo) hanno lasciato su questo territorio ben circoscritto e sul fatto che bisogna recuperarli e prendere coscienza di quanto non si fa e di quanto si potrebbe fare per migliorare il paesaggio, e l'Italia intera, forse.

A tratti, mentre l'ascolto infervorarsi contro chi ci governa, mi fa venire in mente Roberto Saviano. Altre, mi fa ridere (Desirée è una tipa anche molto "teatrale", gesticola molto, si muove, quando parla, ed ha una faccia davvero espressiva).

E rimango a bocca aperta quando mi racconta che, in alcuni di questi paesi a rischio, la gente (giovani come lei o anche persone anziane e con una certa esperienza dei pericoli locali) le consigliava caldamente di smetterla di fare foto, che lei è una ragazza, cosa ci fa una ragazza così carina e giovane in un posto simile? 

Desirée mi ha raccontato che se provi a domandare come si fa a raggiungere quel particolare paese, o quella determinata contrada di quel paese, la gente abbassa la voce e ti consiglia di riprendere armi e bagagli, di riprendere il trenino o l'autobus che ti ha portato fin là, e di tornare a casa... Ci sono posti che è bene non frequentare né fotografare...

Desirée, però, è anche una tipa "tosta", una testarda, che non si dà per vinta: ha già fatto diverse foto, ha accumulato un bel po' di materiale - anche se ha rischiato, in uno dei suoi tanti incontri "strani" o con gente "poco raccomandabile" - e ora è quasi pronta per scrivere (commenti alle foto e le sue riflessioni su quanto mostra, sull'Italia "nascosta" che vuol mostrare perché tanto si sa, i tg non ne parlano) e per montare il tutto (parole e immagini) e pubblicarlo su YouTube.

Desirée è l'esempio concreto, vivente, di quell'Italia che non si riconosce in chi la governa e la umilia. E' l'esempio di quella minoranza di ragazzi e ragazze che amano studiare, sono curiosi, non si limitano a leggere libri, ma cercano anche di capire toccando con mano ciò di cui si parla (o ciò di cui - volutamente - nessuno parla, perché sono argomenti scomodi o che vanno a toccare nodi irrisolti - come "a munnezza", la camorra, gli "ecomostri").

Ci scambiamo l'email; voglio proprio vedere come sarà il suo documentario. E Desirée usa subito la mia email per dirmi che si scusa se mi ha trattenuto così a lungo su certi temi. Le rispondo subito che non mi è affatto dispiaciuto: non erano chiacchiere da bar. La esorto a continuare, a non darsi per vinta, a non ascoltare chi la prende per pazza o "idealista". E penso: Desirée è "donchisciottesca" nel senso buono del termine: non una squilibrata che lotta contro i mulini a vento; ma una che, avendo ben presente la durezza e la pesantezza della realtà, cerca di staccarsene per dire la sua e farci vedere quella stessa realtà da nuovi punti di vista. Poi le consiglio il libro di un altro Don Chisciotte contemporaneo, il "paesologo" Franco Arminio (il libro, appena uscito da Mondadori s'intitola Terracarne), uno che ha perlustrato e continua a perlustrare l'Italia fatta di paesi e paesetti, villaggi e contrade che tendiamo a dimenticare o a evitare come luoghi poco interessanti o poco ospitali... quando forse è lì che si trova l'Italia più vera e sincera.

martes, octubre 25, 2011

This must be the place di Paolo Sorrentino: un film irrisolto


Premessa: non svelerò il finale di un film che, non sempre coerente o costante nei suoi risultati artistici, mi è comunque piaciuto – anche per il suo finale spiazzante o poco prevedibile (forse inverosimile?).
This must be the place, come Il divo e come Le conseguenze dell’amore, rispecchia alla perfezione alcuni dei temi centrali del cinema di Paolo Sorrentino: la solitudine come condizione esistenziale di alcuni essere umani che fuggono (dalla legge, dalla realtà, dal contatto con il prossimo – sto pensando anche al protagonista dell’unico romanzo scritto, ad oggi, dal regista, quell' Hanno tutti ragione, in cui un cantante melodico di successo si ritrova a vivere una seconda vita nel “buen retiro” di un villaggio tempestato dagli scarafaggi in mezzo all’Amazzonia; ma penso anche al Giulio Andreotti nervoso e insonne che cammina, anzi, corre quasi spasmodicamente da una stanza all’altra del proprio appartamento perché preda di ansia, o incubi, o cattiva coscienza del film succitato); la ricerca della verità dietro i veli delle apparenze (ancora una volta, il dialogo “impossibile” tra Andreotti e Moro è un esempio calzante); il presentarsi improvviso e inaspettato dell’occasione che può cambiare per sempre il senso di una vita… E con quest’ultimo tema mi avvicino all’ultimo lavoro di Sorrentino: un’ex-rockstar degli anni 80 (superbamente interpretata dal – come sempre – bravissimo Sean Penn, con tanto di chioma indomabile che tanto ricorda il cantante dei The Cure) riceve una telefonata che lo poterà lontano da casa e dalla moglie: suo padre sta morendo, deve lasciare l’Irlanda per tornare in America e portare l’estremo saluto.
Ora, bisogna dire una cosa: se la prima parte del film, quella meno “cinematografica” o “romanzesca”, è estremamente interessante per il modo in cui il regista riesce a creare un personaggio così sui generis con poche inquadrature perfette, con dialoghi essenziali e precisi, con una musica che rende la colonna sonora un tocco di bravura e di sensibilità sopraffina, la seconda parte, invece, quella che avrebbe potuto far sbizzarrire il regista, risulta meno ricca di pathos o di suspense o di “azione”; Sean Penn vaga per un’America che ricorda molto da vicino quella che abbiamo già visto in Paris, Texas  di Wim Wenders e, invece che andare alla ricerca di Natassja Kinski, segue le orme del criminale nazista che ha umiliato il padre fino a spingerlo a una sete di vendetta che non si è mai placata, nemmeno in procinto della morte.
Sean Penn incontra personaggi uno più strambo dell’altro; si limita ad ascoltare, eppure, anche lui cambia a contatto con gente del genere. Quando poi scopre dove vive il nazista (ormai ultraottantenne), il film subisce un’altra svolta, di cui però, come detto sopra, non dirò.
L’impressione è che Sorrentino abbia voluto dire tante cose e tutte insieme; che si sia divertito molto a girare in America con grandi mezzi (un budget milionario) e un grandissimo attore come Sean Penn; che sia riuscito a infondere ritmo e poesia alle immagini, ma non come c’era riuscito negli altri suoi precedenti film. Che, insomma, qualcosa stona, in un film in cui la musica diventa importante tanto quanto i personaggi che vengono messi al centro di questa storia di “scoperta di sé” e “vendette rimandate all’infinito”.
E’ come se il regista non riuscisse a seguire fino in fondo il percorso di ricerca che avvia il suo anti-eroe strambo e strampalato… e, quindi, come se un po’ anche lui si perdesse dietro i vaneggiamenti, le ironie, le prese di posizione sarcastiche o perennemente anti-conformiste del protagonista.
Qualche emozione, qualche brivido, lo trasmette (come nella scena in cui il figlio della cameriera chiede al vecchio cantante di suonargli “This must be the place”, il pezzo dei Talking Heads che dà titolo al film)… ma manca l’orchestrazione compatta, coinvolgente, avvolgente de Il divo o L’amico di famiglia o L'uomo in più o Le conseguenze dell’amore.

P.S.: la scena in cui David Byrne, leader dei Talking Heads, canta lo stesso brano, beh, quella sì che rimane impressa nella mente dello spettatore (anche per la soluzione scenografica adottata).

lunes, octubre 17, 2011

LUIS GOYTISOLO DOCET (sulla "relazione erotica")



Oggi vorrei riflettere su queste parole di uno dei miei scrittori spagnoli preferiti in assoluto, e cioè: Luis Goytisolo (autore poco letto in patria e pochissimo noto in Italia – la Biblioteca Nazionale di Firenze, ad es., ha solo una copia de “I sobborghi” (Torino, Einaudi, 1961), più che decennale traduzione italiana del suo fortunato “Las afueras” (il romanzo vinse il primo “Premio Biblioteca Breve” indetto da Seix Barral, se non vado errato). Ecco le sue parole:

“La relación erótica es tanto más perfecta cuanto en mayor número estén presentes los elementos que la componen, de acuerdo con una gradación semejante a la del espectro solar: afecto, amistad, amor, deseo, lascivia, perversión, exceso. La serie es abierta, en el sentido de que puede dar comienzo con uno cualquiera de los elementos enumerados y, a partir de ahí, seguir adelante hasta completar el circuito”

parole che potremmo volgere in italiano così:

“La relazione erotica è tanto più prossima alla perfezione quando in maggior numero siano presenti gli elementi che la compongono, in base ad una gradazione simile a quella dello spettro solare: affetto, amicizia, amore, desiderio, lascivia, perversione, eccesso. La serie è aperta, nel senso che può avere inizio da uno qualsiasi degli elementi enumerati e, a partire da lì, proseguire in avanti fino a completare il circuito”.

Sono parole belle e che fanno riflettere, tratte da un romanzo che s'intitola Diario de 360° (Barcelona, Seix Barral, 2000, p. 137). Si tratta, in realtà, di un finto diario, scritto nell'arco di un anno (e a ridosso del 2000), in cui l'autore mescola abilmente piccoli pezzi di autobiografia, brani brevi di un lirismo intenso, alternandoli ad altri di narrativa pura: racconti surreali, incipit di romanzi tutti da scrivere, sogni, incubi e narrazioni perturbanti varie.

Rifletto, in particolare, su quelli che l'autore ci presenta come gli ingredienti della relazione erotica (si badi bene: “erotica”, non “amorosa” o “sentimentale”):affetto, amicizia, amore, desiderio, lascivia, perversione, eccesso.

Per deformazione professionale, io qui ci noto un climax ascendente. Poi penso alla metafora (se di metafora si può parlare) della relazione erotica come “spettro solare”: cos'è, in realtà, lo “spettro solare”? E' quel mix di onde o radiazioni elettromagnetiche che il Sole ci invia sotto forma di luce (sia visibile sia invisibile – dai raggi X, ai raggi ultravioletti; dai raggi gamma alle onde radio – grazie Wikipedia, grazie di esistere!). Insomma, l'Eros è qualcosa che nasce da un miscuglio di tutte queste diverse “emozioni” o “sentimenti” o “onde”: dall'affetto (che si può provare per un amico, un fratello, un cane) all'eccesso (che esce o fuori-esce dalla norma, in senso etimologico) passando per la lascivia (peccato che Dante condanna attraverso la narrazione straordinaria di Paolo e Francesca) e la perversione (che è campo quanto mai minato – fino a che punto qualcosa – una pratica, un abitudine sessuale, un gusto in fatto di sesso – è “perversione”? Chi stabilisce i confini? Chi fissa i paletti? Nessuno; o meglio, e a parer mio, i limiti, i confini, i paletti li fissano le due persone coinvolte nella pratica o relazione erotica).

Il bello (o l'aspetto curioso) è che, a detta di Goytisolo, questi ingredienti possono presentarsi in grado diverso tra loro e non tutti insieme; il massimo è quando coesistono e convivono e permettono di raggiungere il massimo del piacere e della soddisfazione o soddisfacimento personali.

Ripenso alle mie vecchie storie d'amore e alle relazioni erotiche che le hanno accompagnate; ripenso alle mie ex; ripenso a quanta perversione le altre hanno visto o intra-visto nel mio modo di intendere il sesso e l'eros; ripenso a tutte queste cose e mi piglia la tristezza, perché, a pensarci bene (appunto) a me è capitato soltanto una volta d'avere (di vivere fino in fondo) una relazione erotica di cui sopra (in cui, cioè, s'amalgamassero in modo costante nel tempo e in maniera armoniosa tutti – ma proprio tutti – gli elementi che Luis Goytisolo enumera).

Sola una volta nella vita...

Poteva andarmi peggio; avrei potuto avere meno fortuna e non vivere mai nemmeno quella singola storia d'amore e sesso così travolgente da sfiorare (se non raggiungere) la perfezione... Ma si sa che l'uomo è animale razionale e imperfetto. Forse, a dirla tutta, la perfezione su questa Terra non esiste. E lo “spettro solare” continua a mandarci raggi e onde senza che noi riusciamo nemmeno a percepirle.

jueves, octubre 13, 2011

La vita agra, di Luciano Bianciardi: il lato oscuro del “miracolo italiano”



Scritto a Milano l'inverno del 1961, pubblicato l'anno dopo, La vita agra di Luciano Bianciardi è un romanzo che ci permette (ancora oggi) di vedere il dietro le quinte del cosiddetto “boom economico” o “miracolo italiano” degli anni 60. L'autore, nato a Grosseto, ed emigrato al Nord (come tanti suoi concittadini e tanti italiani del Sud), ci mostra un'umanità che si affanna, si svena, si affatica per trovare un lavoro, guadagnare il giusto e, soprattutto per spendere e consumare quanto guadagnato; il lavoro non solo come fattore alienante o strumento che piega l'essere umano ai suoi tic e alle idiosincrasie di un'intera società (capitalista e rampante), ma anche come elemento quotidiano che quotidianamente ci rende tutti come dei robot senza cervello o come barbari pronti ad uccidere il prossimo, a calpestarlo, violentarlo e sfruttarlo in nome del Dio Denaro.

Memorabili le scenette grottesche in cui il narratore in prima persona ci racconta della sua esperienza a contatto con le “segretarie” (senza culo e senza curve, dalle guance incavate e lo sguardo prosciugato), con il mondo dei pendolari che si recano sul posto di lavoro in tram (sembrano tutti zombie o “morti viventi” senza occhi per guardare la realtà circostante); con il mondo degli editori e dei traduttori (“lei deve essere fedele al testo, non può tradire, non deve inventare” - cito al volo e non verbatim); con quello a tratti lirico, a tratti strampalato, degli artisti bohémienne (fotografi che, insieme al protagonista, fanno la fame o tirano a campare in camere in affitto dove fa freddo e l'acqua calda è quasi un lusso; pittori che non hanno l'ispirazione per superare o eguagliare almeno i modelli del passato - “Picasso è bravo”, “Monet è bravo”, “Manet è bravo pure lui”, etc. etc.) e, infine, con il mondo della Milano dell'epoca – la mattina è il momento peggiore, è quando tutti devono passare a chiedere soldi a tutti: i soldi dell'affitto, ma anche quelli della luce, del gas, del condominio, della nuova aspirapolvere tutta da provare, etc. etc.

Ecco allora che la morte, dinanzi a tali scocciature e a tanti problemi, diventa quasi la soluzione perfetta, il porto cui approdare quanto prima:

“Ed è per questo che il viso dell'agonizzante ci si mostra sempre così terreo e stravolto: sta lottando, non contro la morte, ma contro la vita, perché pensa e si arrabatta di trovare i soldi per pagare il prossimo. Poi, appena morto, lo vedete distendersi, riposare, e sorridere ironico. Ora – così par che dica – arrivederci a tutti e sotto voialtri, io stavolta vado in pensione sul serio. Pagateli voi, i conti, e non i vostri soltanto, ma anche i miei, per la cassa, il trasporto, la buca del cimitero. E sorride.” (p. 149)



E' un esempio, tra i tanti che si potrebbero fare, dello stile diretto, apparentemente colloquiale e, in realtà, strategicamente costruito, di Luciano Bianciardi: La vita agra, di fatto, è un romanzo dotato di uno stile proprio; non è soltanto una cronaca, o non vuole essere soltanto questo: è anche una storia emblematica, una narrazione vertiginosa intorno al “male di vivere”, un'esplorazione intorno all'abisso, per mostrarci fin dove può arrivare l'essere umano e quanto dolore può arrivare a sopportare. Narratore e lettore sono coinvolti entrambi, e insieme, in questa ricognizione del limite (o dei limiti umani), come è ben messo in evidenza in questo secondo brano (ennesimo esempio di come Bianciardi concepisse il suo romanzo come “romanzo” e non come semplice “cronaca” o “ritratto di società” o “di costume” - discorso a parte meriterebbe la storia d'amore con Anna, che lo porterà ad allontanarsi dalla moglie lasciata al Sud con un figlio con problemi di crescita...):



“Vi darò la narrativa integrale – ma la definizione, attenti, è provvisoria – dove il narratore è coinvolto nel suo narrare proprio in quanto narratore, e il lettore nel suo leggere in quanto lettore, tutti e due coinvolti insieme in quanto uomini vivi e contribuenti e cittadini e congedati dell'esercito, insomma interi” (p. 27).



La “narrativa inegrale”: è da tanto che non mi capitava di leggere un libro così potente, che spinge a riflettere, emoziona e colpisce così forte da spingere il lettore a rimuginare e a ripensare a quanto appena letto...

viernes, octubre 07, 2011

Per chi scrive chi scrive (un blog)?



Ieri sono stato a Trento: non c'ero mai stato, non mi ero mai azzardato ad arrivare così a Nord, e devo dire che la città mi è piaciuta molto, e anche la gente, i trentini sono ospitali, o almeno, quelli che io ho avuto modo di conoscere si sono comportati in modo eccelso e con un garbo e una gentilezza d'altri tempi, nei confronti miei e dei miei colleghi d'Università (bella Piazza Duomo, e molto bella anche la Facoltà di Lettere, con le sue aule dalle numerazioni quasi astrofisiche – aula 411, 563, 750...).

E a Trento, in occasione di un convegno sul “diario come forma letteraria”, ho avuto modo di chiacchierare del tema con una esperta in romanzo italiano epistolare dei primi anni 30 del Seicento. E allora io le ho chiesto cosa ne pensasse delle “emails” e di come hanno cambiato l'antica arte di scrivere lettere (con penna e inchiostro e calamaio) e, soprattutto, cosa ne pensasse dei “blog”, e se lei ne avesse uno. La studiosa mi ha risposto che sì, ha avuto un blog in passato, uno di tipo letterario in cui, dietro l'impunità che offre un nick-name, riversava tutte le sue critiche acide e senza veli e senza peli contro gli autori che aveva letto e che non gli erano piaciuti. E poi ha cercato di spiegarmi come è cambiata la forma di scrivere di sé, e di redigere un diario personale, nell'era di internet e del mondo virtuale. E mi ha fatto notare che, comunque, nel blog, non parlerai mai come quando scrivi un diario (quando scrivi per te, e riversi tutto, senza censure, tutto ciò che pensi, e che senti).

La discussione si è allargata ad altri colleghi; ognuno ha apportato la sua versione dei fatti; tutti hanno affermato di avere avuto o di avere ancora oggi un blog (di tipo letterario); molti si sono messi a ridere nel pensare che è ben strano che così tanti docenti di Lettere gestiscano blog letterari... (dove lo trovano il tempo?).

Poi sono tornato in albergo e mi sono chiesto: “Ma per chi ho scritto io fino a oggi? Chi è che mi legge o mi ha letto in passato? Perché sono sempre e solo 3 o 4 lettrici donne? Sono poi così sicuro che si tratti di sole donne (le amiche che conosco e che so che mi leggono)? E se mi leggessero anche persone che non conosco e di sesso maschile? E se mi leggessero più persone di quelle che penso? E se chi legge si annoia? (di sicuro ci si annoia, leggendomi, o almeno, non sono sempre brillante, e d'altronde, chi può esserlo? Forse perfino Proust, ogni tanto, avrà scritto con stile meno “elevato” e meno “intenso” del solito...) E se chi legge non mi sopporta? Si può sempre cambiare pagina, andare a navigare da un'altra parte – la blogsfera è immensa...e copre l'intera geografia nota, o quasi, a quanto ne so io...
E poi è arrivata la domanda più grande di tutte: e se chi legge non mi capisce? Ma questo può succedere anche quando parliamo! Quante volte, chiacchierando con un'altra persona, si scopre di essersi capiti male o di avere frainteso, quante volte scoppiano litigi o si rompono amicizie o rapporti sentimentali, quando si parla e sembra che ognuno stia parlando un linguaggio diverso, quando si parla due lingue differenti...

L'incomprensione è dietro l'angolo, sia quando si scrive sia quando si parla a viva voce con un altro... Solo che scrivere e lasciarsi leggere da altri assume sempre, comunque, i tratti del dono, di una specie di regalo che tu, “scrivente” (più che “scrittore”) regali a lui, il “ricevente” (potenziale e possibile) del tuo scrivere... del tuo atto di scrittura. Il lettore è libero di non ricevere il dono o regalo o la “scrittura di sé” che si presenta come dono o regalo; il lettore è liberissimo (liberrimo?) di fare ciò che vuole di quanto io scrivo, anche d'insultarmi, se vuole, o di mandarmi a quel paese, o di scrivermi (se mai si prendesse la briga) commenti negativi o sarcastici o acidi, e io dovrei comunque accettare la sua reazione, perché è nella logica delle cose (io scrivo, tu mi leggi: io intendo farti arrivare un determinato messaggio, tu leggi e interpreti il messaggio nel modo che più ti si confà). E a meno che non ci si incontra per parlare davvero a viva voce, in questo ambito, è “impossibile” capirsi al volo. Tu lettore puoi anche criticarmi; io posso rettificare o specificare meglio quello che intendevo dire; ciò non toglie che scrivendo ti ho fatto un regalo e, forse, mi sono fatto un regalo... Perché scrivo anche per questo: per potermi rileggere, per avere il modo di poter tornare sul già scritto e “capirmi” meglio... Perché quando scrivo riesco a capire meglio ciò che credevo di sapere... Perché scrivendo ho scoperto di sapere cose che non sospettavo di sapere. Perché scrivendo mi schiarisco le idee o me le complico e mi piacciono entrambe le cose: sia schiarirmele che complicarmele (forse perché anch'io sono così... chiaro e limpido, a volte, e altre complicato e ingarbugliato).

Scrivere è un regalo sia per chi scrive (e si vede riflesso nella scrittura e approfondisce o complica la conoscenza di sé – che vuol dire, si badi bene, anche conoscenza dell'altro e della realtà che ci circonda) sia (soprattutto?) per chi legge (e ha modo di conoscere meglio se stesso attraverso lo specchio che gli offre un altro con la sua scrittura, proiezione in qualche modo “virtuosa” del proprio io).

Basta ora scrivere... che sennò mi si complicano ancora di più le cose (o perché forse me ne schiarisco troppe e io non voglio avere tutto chiaro, mi piace sapere che ci sono cose che non so o non capisco o non ho ancora capito e che la scrittura, prima o poi, potrà aiutarmi a capire, se mi sforzerò di usarla per questi scopi e mi sforzerò di portarla lì dove lei vuole portarmi, dove non m'aspettavo che mi potesse portare).

P.S.: dopo questo “post”, probabilmente, mi leggeranno ancora meno persone, ma non è che uno tiene un blog per vedere quanti lo leggono o battere un record o guardare a che posizione è nella classifica dei blog più letti... C'è gente che lo fa, ma non io, non è proprio nel mio stile... Io vorrei che si continuasse ad essere in pochi qui dentro (in queste quattro colonne virtuali di scrittura elaborata col Word... Vorrei che continuassimo ad essere i famosi, noti e proverbiali “happy few”...)

viernes, septiembre 23, 2011

Il mondo a rotoli (?): scampoli di fine Settembre




Mi sembra tutto così strano, oggi... Tra poco ci sono gli esami e mi risulta strano dover prendere carta e penna, fare l'elenco dei nomi, vedere chi è presente e alza la mano e procedere alle interrogazioni (sempre le solite domande, alla fine, si esce dall'aula a pezzi, perché non si sa più cosa diavolo inventarsi per non cadere addormentati e stecchiti sulla cattedra)...

Ieri, invece, ero nello studio di una collega più avanti con l'età, anche se non di molto. Una brava, in gamba, un po' arcigna, a volte, ma nel complesso, una persona degna e che fa il proprio lavoro con serietà e passione. Ci siamo scornati sul mio stile: dice che così non va, che così questo libro non lo posso pubblicare, che il lettore si stanca, che questi aggettivi stonano al suo udito, che uso troppe volte la parola "mistero" e la parola "inquietudine", che a volte i miei periodi sono troppo lunghi e ci sono troppe, davvero troppe digressioni, così il lettore si stanca dopo le prime 30 pagine e smette di seguirti, il lettore, ricordati che di là c'è qualcuno che ti legge, mettiti nei panni del povero lettore...

E io ci provo a mettermici, ma non riesco poi mica così bene a immaginarmi com'è e che faccia avrà (o potrebbe avere) questo fantomatico lettore... Che ne so io chi mi leggerà? Non so neppure se ci sarà davvero un lettore, a questo punto dell'opera! E poi mi viene in mente la citazione di non ricordo più chi, uno che diceva: "Lo stile è l'uomo", e mentre lo penso e lo scrivo ora, a freddo, nella mia stanzetta, mi accorgo che a certi vezzi, a certi giri di frase, a certe parole mi risulterà davvero difficile rinunciare, ognuno ha il suo stile, se il mio a volte risulta barocco, o difficile, o troppo complesso o stancante, pazienza, "l'uomo è lo stile" o "ognuno ha il suo stile"...

Il mondo va a rotoli. C'è chi predica e vuol razzolare; e chi, invece, sta fermo e finisce magari sotto i resti di un satellite esploso che cade giù dal cielo come un meteorite di cui è difficilissimo calibrare matematicamente la traiettoria (è questo il mio stile, ok?).

Una mia ex mi chiama: me l'avevo promesso, me l'aveva perfino anticipato via Facebook, e l'ha fatto davvero. Il mondo sta impazzendo: ridiamo e scherziamo e ci facciamo le vecchie battute come due comici che si ritrovano a distanza di 10 anni... Tanti ne sono trascorsi dall'ultima volta che ci siamo baciati con una certa passione e un certo trasporto.

E' incredibile: non solo il tempo non cura le ferite e non migliora le cose, non solo noi non cambiamo, e non miglioriamo, anzi, è il contrario: il tempo ferma le ferite, le blocca, le lascia aperte e, nel tempo, noi diventiamo peggiori di quello che sembravamo, perché i nostri difetti sono sempre gli stessi, solo che ora sono aumentati, o meglio, si manifestano all'ennesima potenza.

"E quando mi chiamavi "piccola"? Te lo ricordi?".
"E quando andavamo a fare la spesa insieme e tu avevi sempre pronta la lista e io compravo sempre qualcosa che non era nella lista e t'arrabbiavi?".
"Dio, quanto ti ho amato!".
"E quanto ti ho pensata in questi ultimi mesi, e quante volte ho pensato di chiamarti e non l'ho fatto, perché temevo che tuo marito potesse arrabbiarsi!".
"Ma mio marito non deve arrabbiarsi, perché queste sono cose mie, private, tu fai parte di me, e mi conosci fino in fondo, lui non capirebbe".
"E ti confesso che anch'io penso lo stesso: tu fai parte di me, sei dentro la mia memoria, il mio cuore, il mio spirito, non posso né potrei mai dimenticarti"... e così di seguito, fino alla fine del mondo che va a rotoli tra i rantoli...

Mi sembra tutto così strano... Tornare in cattedra, vedere i volti di studenti mai visti prima, ascoltarne le chiacchiere seduto e in ordine, con la giacca stirata e la camicia pulita... E' tutto così strano, questo fine Settembre qua...

miércoles, septiembre 14, 2011

Los girasoles ciegos, di Alberto Méndez: Guerra Civile e morti in vita (che tornano a morire)




La bibliografia su uno dei drammi più feroci e ancora "scottanti" della Storia della Spagna contemporanea, ovvero, la Guerra Civile, continua a crescere ogni giorno che passa; non c'è mese che non faccia la sua apparizione (tra i libri più venduti) un romanzo, un saggio o un film o documentario ambientati, o sviluppati o incentrati sull'analisi dei dati che si possiedono a oggi su quell'evento fratricida.

Tra i libri che più mi hanno colpito ultimamente sull'argomento c'è, senza dubbio, la raccolta di racconti Los girasoles ciegos di Alberto Méndez (Barcelona, Anagrama, 2004 - esiste una trad. it., a cura di Bruno Arpaia, I girasoli ciechi, presso Guanda), un professore dell'Università "Complutense" di Madrid, morto a 63 anni, proprio quando il suo libro stava per ottenere un successo notevole sia presso il grande pubblico che presso i critici più attenti e raffinati...


Il libro raccogli 4 racconti, ogni racconto rappresenta una "derrota", ovvero, una "sconfitta"; ogni racconto è ambientato in un anno diverso e presenta anche un sottotitolo che specifica subito il tema che verrà affrontato.


Il primo si intitola "Si el corazón pensara dejaría de latir" ("Se il cuore pensasse smettere di battere") e parla della imminente condanna a morte di un generale franchista catturato dai repubblicani e in attesa di giudizio perché sembra che, proprio nel giorno della vittoria di Franco, sia passato al nemico (o abbia passato ai repubblicani informazioni top-secret). L'ottusità dei soldati; le ferree leggi dell'esercito nazionalista; la retorica ampollosa dei vincitori; la violenza delle carceri franchiste e l'abbrutimento dell'essere umano costretto a vivere in carcere in attesa della sua ultima ora sono tutti elementi che il narratore ci descrive e ci trasmette con un linguaggio plastico e visivo molto forte e diretto.


Il secondo racconto, "Manuscrito encontrado en el olvido" (ovvero, "Manoscritto trovato nell'oblio") è, a mio modesto parere, quello più scioccante di tutti: un ragazzo di appena 18 anni fugge insieme alla sua giovane fidanzata (o moglie) che muore nel mettere al mondo il loro bambino. Il padre deve far fronte alla sconfitta del suo esercito (quello del Fronte Popolare), alla fame del neonato e sua, alla presenza costante ed inquietante del cadavere della donna all'intero di una stalla nascosta in una montagna piena di neve. Il racconto si presenta come il diario di bordo che il ragazzo scrive per non impazzire e perché possa diventare testimonianza diretta dell'orrore della guerra appena finita. La morte è incarnata nella paura di sopravvivere in un contesto in cui non c'è più speranza. Quando muore anche l'unica mucca che può dare il latte necessario alla sopravvivenza del bambino, il giovane padre non sa più che fare, se non sfruttare quel poco di matita che gli resta per sognare un mondo migliore e per mettere nero su bianco le sue sensazioni in prossimità della fine... E' uno dei racconti più belli che abbia mai letto fino ad oggi...


Il terzo s'intitola "El idioma de los muertos" (ovvero, "La lingua dei morti") ed è il racconto con gli echi più biblici dei quattro. Un soldato si salva da un'esecuzione sommaria finendo, ferito, sotto il cumulo dei cadaveri dei suoi compagni di battaglia. Nessuno si è accorto che sotto quei corpi c'è ancora vita, c'è ancora qualcuno che, in mezzo al sangue e all'odore fetido dei morti, respira e vive. Sorta di Lazzaro tornato dal mondo dei più, il soldato Juan Serna passeggia tra i vivi come una sorta di fantasma. Viene nuovamente catturato dai franchisti e sottoposto a giudizio (sommario, come voleva la prassi). Rispondere alle domande insistenti dei suoi carnefici gli risulta assurdo come essere riuscito a sopravvivere in mezzo a quei cadaveri. Si chiede in che lingua comunichino i morti nell'al di là e si prepara ad affrontare il boia per una seconda, definitiva morte... Impossibile non provare brividi nel leggere questa storia di un redivivo che torna in vita solo per essere di nuovo condannato a morte dai boia del dittatore...


Il quarto e ultimo racconto, "Los girasoles ciegos", quello che da il titolo all'intera raccolta, è narrato dalle voci di più personaggi: un prete che s'invaghisce di Elena, la madre di Lorenzo, un bambino di 7 anni il cui padre vive nascosto in casa all'interno di un armadio a muro; Lorenzo, quando ormai ricorda quegli eventi da adulto e a posteriori; un narratore esterno che segue gli andirivieni del prete tra la scuola e la casa del piccolo alunno, perché ormai invaghitosi perdutamente della madre di lui. La lascivia con cui il prete tocca la donna in un primo approccio sessuale; il tono dottorale o professorale con cui prova ad istruire Lorenzo sul senso della vita e su chi sono i buoni e chi i cattivi; l'ipocrisia con cui cerca di giustificare le proprie azioni davanti a Dio e alla propria coscienza sono tutte caratteristiche che fanno di questo prete una nuova reincarnazione del Demonio. 
Altrettanto (se non più) emblematico di questo personaggio, quello del padre del ragazzino, un padre che vive dentro un armadio, nell'oscurità più totale, perché ha avuto la colpa di appoggiare l'esercito che ha perso. La paura di essere scoperto lo spinge a rintanarsi con tale cura dentro la propria abitazione da non sopportare più i rumori e le luci che provengono dal mondo esterno.
Si tratta dell'ennesimo, bellissimo tassello di un racconto sulla Guerra Civile che spiazza e turba e fa riflettere il lettore contemporaneo, così lontano, eppure, così vicino a quegli avvenimenti ricordati con uno stile così deciso, forte, realistico e crudo.


[L'immagine è il poster del film  tratto dal libro: il regista è José Luis Cuerda; il film è del 2008, ancora non l'ho visto, ma sapere che tra gli sceneggiatori c'è anche Rafael Azcona, il mitico co-autore di tanti film di Marco Ferreri, mi fa ben sperare...]

lunes, septiembre 12, 2011

Avere 34 anni (e non sapere ancora bene cosa fare della propria vita)


L'8 Settembre non è solo il giorno della Natività della Vergine (Maria). E non è soltanto il giorno dell'armistizio seguito al "proclama Badoglio" (1943, era l'inzio della fine della Seconda Guerra Mondiale). E' anche il giorno del mio compleanno... il mio 34esimo compleanno, per essere precisi. "Allora, come ti senti?", chiede mia madre, in procinto di apparecchiare la tavola (non verranno molti invitati, solo i nonni). Come mi sento? Felice e confuso, mi verrebbe da risponderle citando il titolo di una famosa canzone di Carmen Consoli (Dio mio, che fine avrà fatto Carmen Consoli? Dove sarà in questo preciso istante? Abita a Catania o a Palermo? Sarà in tournè? Che strani pensieri mi vengono in mente oggi).

In realtà, mamma sta preparando la festa per mio fratello che, dopo tanto, è riuscito a superare anche la parte orale dell'esame da avvocato. Oggi è un giorno felice per entrambi. Gli ho regalato una bottiglia di champagne: abbiamo stappato non appena la commissione ha emesso il verdetto, e ci siamo sbronzati come due scemi davanti al Tribunale minorile dove si svolgevano i colloqui... Mia madre era felice. Mia sorella era felice. Mio padre (che pure non c'era) era felice. Io ero felice? Sì, in parte, insomma... ero felice per mio fratello, felicissimo per lui, ma per me, insomma, stavo compiendo i 34 anni e un po' di dubbi mi sono venuti... sto invecchiando, è stato il primo pensiero, invecchio, Cristo...

Poi accendo internet. Una mia carissima amica mi ha mandato il suo particolarissimo regalo... una sua foto, scattata in riva al mare, al tramonto, con i capelli al vento e un sorriso che spiazza... (sì, è una delle 2 o 3 lettrici di questo blog, è una di loro). Le rispondo immediatamente: "Quanta abbondanza! Che Iddio ti benedica!".

E poi vado a vedere la lista enorme (e per me inusuale) di persone che mi hanno fatto gli auguri via Facebook (sì, avete capito bene: Facebook, alla fine ho ceduto anch'io, per colpa di un gruppo di colleghi spagnoli che mi prendevano in giro e che volevano mandarmi a tutti i costi le foto delle nostre numerose cene insieme a Madrid... ho ceduto, cazzo, e mi rendo conto di quale schiavitù possa diventare avere un profilo su Facebook, comunque, questo è tema di un altro post, concentriamoci sul compleanno)...

Incredibile, mi fanno gli auguri anche persone che non ricordavo neppure più di avere conosciuto (a Roma, a Napoli, a Torino o a Salerno, a Madrid, Barcelona, o a Santiago de Compostela). Mi fa piacere. Ma è facile fare gli auguri quando sulla destra dello schermo un messaggino t'avvisa: "Oggi è il compleanno di Chiara - o Francesca o Sara o Marta o Jorge o Pablo - falle gli auguri!", caspita, è troppo facile così, eh!

Rifletto sull'efficacia comunicativa dei social network come Facebook, poi torno a chiacchierare con mio fratello. Gli rigiro la domanda di nostra madre: "Allora, come ti senti?". Lui mi guarda, mi abbraccia e mi risponde, emozionato: "Sollevato".

Allora, io come mi sento? Che effetto fa avere 34 anni? Strano. Mi avvicino a grandi passi alla pensione. Alla vecchiaia piena di acciacchi.  Alla morte in persona. Alla tomba. Al nulla (pulvis et umbra). No, mi dico, basta pessimismo, vivi la vita, cazzo!

E allora mi ricordo che, se pure quello scrittore famoso cui ho scritto una lettera non mi ha ancora risposto, ho ricevuto email molto lunghe e molto carine da parte di quella ricercatrice che tanto mi stava a cuore (una tizia alquanto misteriosa che ho conosciuto in Biblioteca Nacional). Mi manda gli auguri anche lei, a modo suo, con un simpatico video da YouTube: un gruppo di marmocchi canta "Feliz cumple" danzando al ritmo di una tipica musichetta anni 80... Troppo simpatica! 

La verità è che ancora non so cosa fare della mia vita. Eccola, è questa la triste verità... E a volte ho come la sensazione che la mia vita sappia perfettamente cosa fare di me (l'ha già fatto, e continua a farlo). Cioè: è lei che dispone di me. Io m'adatto. E certe volte andiamo d'accordo. Ed è bellissimo quando tra uno e la propria vita s'instaura una bell'amicizia e un'onesta alleanza. E' come stare in pace col mondo... O almeno così mi sembra (mi è sembrato) fino a oggi... 8 Settembre...del 2011...

lunes, septiembre 05, 2011

Tornare a casa: l'Italia e il filo del rasoio (o l'orlo dell'abisso)


Lasciare la Spagna per l'Italia, abbandonare Madrid per Roma, tornare a casa dopo quasi 2 mesi d'assenza è sempre un evento traumatico: uno deve ricominciare a riadattarsi ai ritmi nostrani, deve ricominciare a prestare attenzione a fatti, volti e cose che non dovrebbero richiedere in modo così insistente e ripetitivo la nostra attenzione, a dover fare i conti con i tanti, troppi disservizi italioti, a dover rapportarsi, nolens volens, con la mentalità contorta - e a volte corrotta - tipica italiana...

Che qualcosa non vada in questo paese lo si capisce subito atterrando a Fiumicino. Le segnalazioni luminose dei terminal e dei punti in cui verranno consegnati i bagagli sono difettose e confondono solo le idee. I ritardi nella riconsegna sono dell'ordine di un'ora circa. 

Mi avvicino alla biglietteria e con tutta innocenza chiedo un biglietto per Roma Tiburtina (onde evitare il costoso trenino per Roma Termini che, da Fiumicino, arriva a 14 o 15 euro - una follia). Il bigliettaio:
"Roma Tiburtina? Ma nun ce poi annà a Roma Tiburtina, che nun ce o sai che l'hanno incendiata?".
"Incendiata? Dio mio, e quando?".
"Un mesetto fa, aho, ma da ndo stai a tornà? L'hanno scritto su tutti i giornali, incendio doloso!".

E vabbé. Prendo il pullman o, come si dice oggi, lo shuttle bus. L'autista non sa dove farmi posare la valigia: il bagagliaio e pieno. Dovevamo partire alle 11. Sono le 11,30 e nessuno si smuove. L'autista ride e scherza e parla di calcio con una specie di parcheggiatore. Poi decide che è ora (nel pullman, zero aria condizionata: vedo tedeschi boccheggianti, inglesi stoici in un'unica goccia di sudore e francesi allucinati). Partiamo e una coppia di spagnoli urla: "El maletero! El maletero!". Stavamo partendo per Roma centro con il bagagliaio aperto. L'autista frena di botto, inchioda, scende e chiude. Quando risale, ci mostra il suo sorriso migliore e, in un inglese maccheronico, dice: "Sorry, madame!".

Tralascio i sorpassi azzardati dell'autista, le macchine parcheggiate in doppia o tripla fila, il caos tipico del traffico romano. Quando arriviamo a Termini una turista avanti con l'età sta per vomitare. Vado a casa di un mio vecchio amico romano e pranziamo con la televisione accesa.

La ministra Gelmini sta parlando in una conferenza stampa. Non so cosa dica, non so di cosa si tratti, chiedo gentilmente al mio amico di togliere l'audio (mi basta guardare la faccia della ministra per avere il mal di stomaco - che razza ci capigliatura antiquata, che faccia!).

Mi viene in mente la solita domanda che mi hanno fatto diversi spagnoli mentre ero là: "Ma com'è possibile che Berlusconi sia ancora al potere dopo tanti anni di corruzione e di traffici loschi? Come fate ad accettare una cosa simile?".

Ecco, la solita domanda che fanno agli italiani che si trovano all'estero. Com'è possibile?

Non lo so. Assaporo un piatto di pasta col sugo e basilico e sorseggio un buon vino rosso dei Castelli e mi risento a casa. Nel mentre, però, mi viene in mente quest'immagine: l'Italia non è un paese normale, sembra come quel clown che cammina sulla corda tesa e rischia di cadere giù nel vuoto; o come chi sfiora il filo del rasoio e può tagliarsi da un momento all'altro; già che ci siamo, mi viene in mente un'altro topos: quello del folle che cammina sull'orlo dell'abisso. In realtà, è davvero un miracolo che non siamo ancora precipitati, che siamo ancora in piedi. E' un miracolo che l'Italia continui a sopravvivere con questa banda di matti al governo e con tutti i problemi ancestrali e di malfunzionamento della res publica che ci portiamo dietro da secoli... Un vero miracolo, un portento, un'impresa che non so spiegarmi...

 Quasi fatto tutto (in tempi record) Non so esattamente come ci sono riuscito, ma ho quasi fatto tutto (in tempi record). Sarà che sotto str...