miércoles, julio 21, 2010

Come le Mille e una notte



Oggi, 21 Luglio del 2010, ho finito la Recherche. Non riesco ancora a riprendermi dall'emozione; brividi lungo la schiena e pelle d'oca. Anche a me, come a Marcel, sembra di non riuscire più ad alzarmi, mi sembra di cadere o sbattere contro gli oggetti esterni che mi circondano, mi sembra di svenire (e per questo vorrei ora distendermi su un letto e riposarmi dopo una traversata del genere, ma non posso, perché non sono a casa, ma su un treno, in movimento, da Roma a Firenze, e poi forse, anche fossi stato a casa, avrei evitato il letto e mi sarei sdraiato sul pavimento, come per avere un contatto tangibile con la terra ferma)...
“Un giorno anche i miei libri, come il mio essere di carne, avrebbero certo finito per morire. Ma bisogna rassegnarsi a morire. Si accetta il pensiero che fra dieci anni noi, fra cento anni i nostri libri, non ci saremo più. La durata eterna non è promessa ai libri più che agli uomini” (vol. 4 dell'ed. Meridiani Mondadori, p. 755).
Vorrei piangere. Sono commosso. Sono pochi (me ne rendo conto solo oggi) i libri che riescono a farti commuovere in questo modo strano, così strambo e irrazionale che ti spinge a richiudere il libro e a voltare l'ultima pagina e a restare ancora per diversi minuti a bocca aperta...
Il passeggero che mi è seduto davanti (un vecchio arzillo con i capelli scompigliati sul cranio e un paio di occhiali con le lenti spesse del miope) mi dice qualcosa in inglese, lì per lì non lo capisco, e così ripete:
“Are you a teacher?”.
Non credevo di avere la faccia da “teacher”; comunque è la verità, gli dico di sì, s'interessa per il libro che ho appena finito di leggere, riempiendolo di sottolineature a penna, a matita, di frasi a margine, di appunti, di spunti e d'idee varie nate sul momento...
Legge e cita ad alta voce il titolo del libro:
“Alla ricerca...del...tempo...perduto...Oh, yes, In Search of Lost Time, I know it, Proust!”.
Anche lui è un professore; di Matematica; dell'Università del Cleveland. Ora è in pensione. Mi confessa che adesso sì, avrebbe tutto il tempo per leggere questo romanzo.
Penso alle ultime immagini del libro: i riferimenti sparsi a molte delle poesie che Victor Hugo scrisse in vecchiaia; le allusioni a Le mille e una notte; e vorrei che Proust-Marcel continuasse ancora a parlarmi e a raccontarmi di sé e di tutti quegli uomini e donne di mondo che ha conosciuto in vita, vorrei che continuasse a scrivere e a raccontare, come fosse una nuova Sherezade...
“...non essendo il mio libro che una sorta di quelle lenti d'ingrandimento come ne offriva a un cliente l'ottico di Combray; li avrei muniti [i miei lettori], grazie al mio libro, del mezzo per leggere in se stessi” (id., p. 743).
Fin

lunes, julio 19, 2010

Pirandello e Avezzano (AQ)

Al professor Gentile (di nome e di fatto)

L'UOMO DAL FIORE: Ma che povera signora! Vorrebbe, capisce? ch'io me ne stessi a casa, quieto, tranquillo, a coccolarmi in mezzo a tutte le sue più amorose e sviscerate cure; a godere dell'ordine perfetto di tutte le stanze, della lindura di tutti i mobili, di quel silenzio di specchio che c'era prima in casa mia, misurato dal tic-tac della pendola del salotto da pranzo. - Questo vorrebbe! Io domando ora a lei, per farle intendere l'assurdità... ma no, che dico l'assurdità! la màcabra ferocia di questa pretesa, le domando se crede possibile che le case d'Avezzano, le case di Messina, sapendo del terremoto che di lí a poco le avrebbe sconquassate, avrebbero potuto starsene tranquille sotto la luna, ordinate in fila lungo le strade e le piazze, obbedienti al piano regolatore della commissione edilizia municipale. Case, perdio, di pietra e travi, se ne sarebbero scappate! Immagini i cittadini di Avezzano, i cittadini di Messina, spogliarsi placidi placidi per mettersi a letto, ripiegare gli abiti, mettere le scarpe fuori dell'uscio, e cacciandosi sotto le coperte godere del candor fresco delle lenzuola di bucato, con la coscienza che fra poche ore sarebbero morti. - Le sembra possibile?

Luigi Pirandello, L'uomo dal fiore in bocca, 1922.

sábado, julio 17, 2010

Incostanti e incontentabili

Parlando con amici e conoscenti, discutendo con persone care di amore e di rapporti sentimentali, di matrimonio e di convivenze varie, m'accorgo sempre di più di quanto siamo incostanti (nei nostri desideri) e incontentabili (nelle nostre aspirazioni).

Chi ha già una moglie, continua a desiderarne un'altra, magari più bella (o più alta o più brava a letto o in cucina); chi ha già un'amante, continua a immaginarsi come sarebbe più bella e movimentata la propria vita se all'attuale si aggiungesse una nuova tresca; chi ha una bella casa, ma paga l'affitto, vorrebbe fare un mutuo per diventarne il legittimo proprietario; chi è già proprietario d'una bella casa, immagina come sarebbe più confortevole la propria vita se solo potesse avere una casa ancora più grande e spaziosa (e luminosa).

Siamo incontentabili e incostanti per natura (o almeno credo). Non ci accorgiamo di quello che abbiamo sotto gli occhi o lo diamo per scontato (perché è lì, sotto gli occhi, "saputo" e "noto" e perciò poco "attraente"). Non ci soddisfa la vita che conduciamo perché con l'immaginazione in movimento è impossibile non pensare ai vari "se" o "come sarebbe stato se" (le ipotesi ancora possibili - sul piano del futuro - e quelle impossibili e ormai irrealizzabili - su quello del passato remoto)...

Non siamo mai contenti. Corriamo, facciamo e disfiamo tutto, in una furia costante che ci fa girare come trottole sulla "ruota del mondo", come fossimo tutti un po' folli e un po' dementi...

Siamo schegge impazzite che non sanno poi bene dove andare e cosa fare per raggiungere i molteplici sogni di cui ci nutriamo...Il mondo è pieno di tentazioni, è difficilissimo non cedere loro, complicatissimo rispettare se stessi e gli altri, non tentennare, non tornare sui propri passi, non calpestare gli altri (o i passi degli altri che ci stanno affianco)...

In amore sbagliamo spesso strada; ci confondiamo e confondiamo la persona che crediamo (o credevamo) d'amare, e quando poi riconosciamo la verità è spesso troppo tardi per tornare indietro, rettificare, chiedere scusa e riprendere il cammino insieme...

Quanto sono stato stupido, diciamo con tono vittimista o falsamente tale... Che errore madornale, che svista! Quanto ho sbagliato a dirti quelle cose, quanti piani falliti, che illusione assurda, quanti specchi infranti, che litigate furibonde per un nonnulla, quanti lamenti e quante lacrime inutili, quanta voglia di riaggiustare quanto è ormai completamente a pezzi, rotto, distrutto...

Lo dice anche Proust, con la consueta eleganza (e l'immancabile "crudeltà" priva di fronzoli):

"E' raro che una donna che amiamo soddisfi tutti i nostri bisogni, e la inganniamo con una che non amiamo"...

Siamo persone di cui ci si può fidare poco...Siamo uomini di poca fede che cercano fede in posti sbagliati...Siamo sempre troppo incostanti e incoerenti e incontentabili...

jueves, julio 15, 2010

Piano-ferie?


Bastano un paio di telefonate e un paio d'email per cambiarti la giornata (e forse la vita): grazie alle due telefonate so per certo che: a) il 22 Luglio mi operano (una robetta da niente, mi assicurano, è un "day hospital", dovrebbe durare una mezzora e poi fuori...o almeno lo spero, gli ospedali li odio, e poi sono altamente ipocondriaco) e che: b) il 19 Luglio dovrò fare un importante colloquio di lavoro nel Sud della Penisola. Invece, grazie alle due email sono venuto a scoprire (con enorme gioia) che: a) sono vincitore unico per la regione Toscana di una borsa di studio messa a disposizione del "Ministerio de Asuntos Exteriores" spagnolo (e grazie a questa borsa seguirò un corso di specializzazione all'Università di Salamanca dal 15 al 28 Agosto); e che: b) sono già con un piede in Spagna, perché uno dei miei migliori amici mi ha trascinato nel suo progetto per le vacanze tra Madrid e Barcelona e Girona e ha già comprato i biglietti aerei per entrambi (dal 4 al 13 Agosto). Ergo: mi sa che per l'intero mese di Agosto starò lontano dall'Italia! E questo mi alletta, mi rilassa, mi rallegra, mi entusiasma parecchio...Sì, è vero: la traduzione è in alto mare, la situazione sentimentale è a picco, l'Università italiana sta precipitando inesorabilmente verso il tracollo, la crisi c'è ancora e Berlusconi è ancora vivo, però...un po' di soddisfazioni ci vogliono nella vita, no?

lunes, julio 12, 2010

¡Que viva España!

Di questo Mondiale e della vittoria meritata della Spagna ricorderò, in particolare, il pianto irrefrenabile di Iker Casillas nel momento del fischio finale...


La partita non è stata un granché: troppi colpi bassi (soprattutto da parte degli olandesi); troppe interruzioni; troppo nervosismo; poco gioco spettacolare, come gli spagnoli ci hanno abituato a vedere sin dagli Europei del 2008. Però a me pare che questo ragazzo, capitano della Nazionale, sintetizzi bene l'atteggiamento che la squadra ha mantenuto sin dalla sconfitta contro la Svizzera: umiltà, serietà, voglia di giocare bene, e compattezza tra "i reparti", come dicono i telecronisti nel loro gergo assurdo...29 anni e una gioia irrefrenabile che non si ferma davanti alle telecamere di Telecinco. Questa qui sotto è la sua fidanzata, Sara Carbonero, giornalista sportiva: Casillas non resiste e la bacia davanti a tutti...(lasciando "la novia" a bocca aperta - l'unica cosa che riesce a dire è: "madre mia")...

...d'altronde, è la prima volta che la Spagna vince il Mondiale: è comprensibile (come è ovvio che quest'immagine resterà agli annali della Storia spagnola contemporanea - insieme alla data: 11/07/2010). E non oso immaginare quello che sarà successo per le strade di Madrid (o Barcelona o qualsiasi altra città...) ieri sera dopo la vittoria...¡Que viva España!

domingo, julio 11, 2010

Francis Ford Coppola’s Apocalypse Now e la Recherche: una cavalcata con Wagner.



E’ incredibile la quantità di cose che s’apprendono leggendo la Recherche (opera magmatica, mostruosa e infinita come poche). Uno è lì tranquillo che si gode le descrizioni molto cinematografiche che fa il Narratore della Prima Guerra Mondiale a Parigi (su Proust e il cinema credo esista più d’una monografia), quando all’improvviso s’imbatte in brani del genere (e leggendo gode, si gode lo spettacolo, e resta a bocca aperta, mentre un brivido percorre la schiena):
“Gli parlai della bellezza degli aerei che salivano nella notte. “E ancora di più, forse, di quelli che scendono, mi disse. Ammetto che è molto bello quando salgono, quando stanno per fare costellazione, e obbediscono in questo a leggi non meno precise di quelle che reggono le costellazioni, giacché quello che ti sembra uno spettacolo è il convergere delle squadriglie, i comandi che ricevono, la loro partenza in caccia, ecc. Ma non ti piace ancora di più il momento in cui, definitivamente assimilati alle stelle, se ne distaccano per andare in caccia o per rientrare dopo il cessato allarme, il momento in cui fanno apocalisse e nemmeno le stelle stanno più al loro posto? E le sirene, abbastanza wagneriane, no? – il che, del resto, era assolutamente naturale per salutare l’arrivo dei tedeschi, faceva molto inno nazionale, con il Kronprinz e le principesse nel palco imperiale, Wacht am Rhein; c’era da chiedersi se ad andar su erano degli aviatori o non piuttosto delle Valchirie”. Sembrava compiacersi di questa equiparazione fra aviatori e Valchirie, che spiegò, d’altronde, con ragioni puramente musicali. “Diamine, la musica delle sirene faceva talmente Cavalcata!”. Decisamente dovevano arrivare i tedeschi per poter sentire un po’ di Wagner a Parigi!”.
Sotto certi punti di vista, del resto, il paragone non era sbagliato. Dal nostro balcone la città appariva come un unico luogo fluido, informe e nero che dalle profondità e dalla notte passava di colpo nella luce e nel cielo, dove gli aviatori si lanciavano a uno a uno all’appello lacerante delle sirene […]. E, squadriglia dopo squadriglia, ogni aviatore si lanciava così dalla città, trasportata ora nel cielo, simile a una Valchiria. Tuttavia, qualche angolo della terra, all’altezza delle case, si illuminava e io dissi a Saint-Loup che se fosse stato a casa la sera prima avrebbe potuto, mentre contemplava l’apocalisse […]” (da Proust, Alla ricerca del tempo perduto. Il Tempo ritrovato, vol. IV, pp. 412-13 dell’ed. Meridiani Mondadori a cura di Luciano De Maria, sottolineature mie).
Ora, sarà stato un caso? Sarà dovuto a incredibile e sorprendete casualità? Sarà una stranissima coincidenza, ma non vi sembra che queste pagine proustiane contengano NON SOLO IL TITOLO, MA ANCHE UNA DELLE SCENE PIU’ BELLE ED EFFICACI del capolavoro di Coppola, Apocalypse Now? La famosa scena dell’attacco dell’aviazione americana a un piccolo villaggio di viet-cong sulle note della Cavalcata delle Valchirie? O non sarà che Francis Ford Coppola abbia girato questa scena (e abbia trovato quel titolo) proprio pensando a Proust e a queste pagine? E ancora: perché non ho mai letto nessun libro di critico cinematografico o esperto di Coppola che stabilisse un sia pur labile collegamento tra questo (brano letterario) e quella (scena cinematografica)? Ripeto: stiamo parlando di una delle scene più belle non solo di Apocalypse Now, ma, a detta di Quentin Tarantino e di altri registi ed esperti, di tutta la storia del cinema! Chiedo lumi, che qualcuno che sa dia consigli, lanci link utili, se sapete qualcosa di più, fatevi vivi, Gabrilù aiutaci tu (e fa pure rima!)…
Qui sotto il link da YouTube alla famosa scena (notare la disposizione degli elicotteri: sembrano dei bei giocattoli innocui – o dei mosconi neri inquietanti – disposti davvero in modo tale da “fare costellazione” o “fare apocalisse”, come dice Marcel – e come evoca Wagner con le note della sua musica “totale”):

martes, julio 06, 2010

Nostalgia di Roma

[come ogni anno in questo periodo dell'anno]


Nostalgia di Roma, delle sue strade trafficate e incasinate, piene di smog e di barboni che nemmeno ce la fanno a chiederti l'elemosina, tanto sono stanchi (o sbronzi o mezzo morti). Nostalgia della capitale e, in particolare, delle strade che ho percorso in lungo e in largo quando ero studente universitario e mi dilettavo di Letteratura... Dov'è, oggi, Via del Corso? E Largo Argentina? Quanti gatti pascolano, ancora, in mezzo alle colonne spezzate e agli altri resti dei Fori Romani davanti alla libreria Feltrinelli? Adoravo, all'epoca, andare da Via Merulana fino a Colle Oppio passando per Via Mecenate...E poi San Pietro, attraversare Ponte Milvio, costeggiare il Tevere fino alla famosa Isola Tiberina (inevitabile, il ricordo si sposta su quella sequenza quasi-pasoliniana in cui Nanni Moretti cammina da solo e poi corre e sale e scende dai parapetti dell'ospedale che si trova sull'Isola Tiberina, mentre pensa a suo figlio, a Pietro, che lo ha reso da poco padre, quanta poesia in quella passeggiata solitaria, con la moglie ancora dentro il reparto maternità, quanta dolcezza di neo-padre, in quella sequenza che dura così poco e colpisce così a fondo)... E poi i pub di San Lorenzo, quante serate passate a parlare di politica e donne insieme alle amiche di facoltà, davanti a una birra scura doppio malto, la Rive Gauche, oddio, te la ricordi la Rive Gauche? Esisterà ancora quel pub? E quella creperia e cornetteria aperta tutta la notte? E quella di Via Barletta, all'uscita della Metro Lepanto? Quant'erano buoni quei cornetti e quanto costavano poco (1000 lire, all'epoca, se non ricordo male - ci facevamo i kilometri, io e mio fratello, per andarli a comprare la notte e gustarli la mattina dopo sul tardi)...E il quartiere Ostiense, quello che ospitava l'Università rivale, la basilica di San Paolo Fuori le Mura, la Piramide Cestia (quasi un faro nelle notti alcolizzate dei primi tempi, quando serviva a orizzontarti e a indicarti la strada di casa)...E la Cristoforo Colombo fino al Luna Park dell'Eur (percorsa con scooter truccati lanciati a velocità non consentite dalla legge), per andare a seguire i concerti di Jovanotti e Ligabue (o Vasco Rossi), a quello che oggi chiamano il Palalottomatica (che orrore)...E poi il Viale dell'Università, Piazza Bologna, Via Stamira, Via Livorno, Via Nomentana percorsa in salita e a piedi fino a Via Carlo Fea numero 2, nella mitica, leggendaria sede distaccata di Lingue e Letteratura Straniere, la favolosa Villa Mirafiori...E la mensa di Viale Ippocrate (o forse era un'altra?), e Via del Castro Laurenziano, e Viale Regina Elena con quel tram, come si chiama, qual era il numero?, quel tram che attraversa mezza Roma, e porta su su, in cima, lungo Via Flaminia, fino a Via di Valle Giulia (architettura) e fino a Piazzale Thorwaldsen (da dove comincia la serie delle Accademie e delle varie Ambasciate, nei pressi o proprio in mezzo al verde di Villa Borghese)...E quanti libri letti sulle panchine di Villa Borghese, al tramonto, quante ragazze conosciute sulla scalinata di Trinità dei Monti, vicino la casa di Keats, e quanti tramonti (o albe) contemplate dal Pincio, quante passeggiate fino al McDonald di Piazza di Spagna, quante nottate passate a passeggiare davanti al Senato, in Via del Quirinale, prima di riprendere la lunga, infinita Via Nazionale e tornare poi a Piazza della Repubblica (Feltrinelli International e MelBookStore nel mezzo)...Oppure il percorso parallelo, Via Cavour, la salita di Via Giovanni Lanza prima d'incrociare nuovamente Via Merulana e passare per Via dello Statuto fino alle palme altissime di Piazza Vittorio (la piccola Torino, la chiamano a Roma i romani "de Roma")...E poi Via Leopardi e poi ancora Via Principe Amedeo, Via Marsala e finalmente la Stazione Termini (il punto di ritrovo e di smistamento di milioni di viaggiatori e nomadi e senza fissa dimora) da dove sono partito tante di quelle volte che ormai ho perso il conto e dove sono tornato così spesso e sempre con la stessa gioia di camminare, di lasciarmi coinvolgere, trasportare, trascinare dalla vita frenetica di una città caotica, bellissima e casinista come Roma capoccia...

domingo, julio 04, 2010

Nacho Vigalondo e la fantascienza

Lo devo ammettere, non sono un fan del genere “fantascientifico”, però Nacho Vigalondo (il giovane e talentuoso regista spagnolo del fenomenale Los cronocrímenes – di cui ho parlato anche in questo blog qualche tempo fa) mi sta facendo apprezzare il genere, mi ci sta facendo avvicinare in modo sempre più deciso…

Prendiamo l’ultimo cortometraggio, visibile sul sito dello stesso regista (link a lato, tra i miei preferiti): “Tres relatos de ciencia ficción” (a quanto vedo il film parte da solo, in mediaplayer, non appena ci si collega al blog dell’autore – e anche questo dettaglio è alquanto inquietante, ora che ci penso). Si tratta di un cortometraggio che, come suggerisce il titolo, è diviso in 3 parti, 3 mini-racconti fantascientifici. Una roba che dura appena 2 minuti e 54 secondi. Eppure, Vigalondo è capace di: a) raccontare 3 storie; b) intrecciarle perfettamente tra di loro; c) trasmettere paura, ansia, senso di vertigine e smarrimento o spaesamento; d) suscitare domande esistenziali su chi siamo e dove andiamo e da dove veniamo; e) trasmettere allo spettatore il veleno del dubbio; f) intrattenere con una suspense calibratissima, tutto in quei 2 minuti e 54 secondi che dura il cortometraggio…

Non mi sogno nemmeno lontanamente di riassumere la trama di “Tres relatos de ciencia ficción”. Faccio solo notare che Vigalondo costruisce l’intero film sui primi piano (o dettagli) di immagini che provengono dallo schermo di un computer (preferibilmente da internet). Spunto geniale: quando dice che il suo migliore amico, tra i contatti su Facebook, ha incluso anche una bella ragazza che lui ha conosciuto solo il giorno prima. Questa ragazza, tra i contatti, ha anche: il suo migliore amico, sua madre, sua zia e il figlio piccolo di un collega…Un figlio che ha solo dieci anni e che, scopriamo, è nato da un padre che sembra essere morto venti anni prima…I calcoli non tornano; c’è qualcosa che non va (o che continua a non andare). La domanda essenziale è: da quanto tempo siamo qui? (ovvero: “what’s on your mind?”)…

martes, junio 29, 2010

Proust e la crudeltà


Più vado avanti nella lettura del maremagnum della Recherche (un mare immenso, sconfinato, intervallato, ogni tanto, da scogli improvvisi e pericolosi, da isole paradisiache, da acque putride, ristagnanti, in cui sembra di essere bloccati come nella bonaccia del Vecchio Marinaio dell'omonima ballata di Coleridge, di tramonti e albe estasianti, di ingorghi paurosi e pantani melmosi, etc. etc.) e più mi convinco del fatto che Proust sia uno scrittore "crudele", e anche crudo, perché non si censura; è uno dei pochi che va fino in fondo nel descriverci ciò che sente e che pensa; non conosce limiti di sorta (né morali né ideologici); non c'entra molto la morale, con Proust, il suo è un discorso che esula dalla "doxa" (dall'opinione comune) per sprofondare nell'io più intimo e sfuggente, e carpire da quell'io le verità più scomode e deprimenti. Forse un giorno studierò, al riguardo, i contatti tra il progetto di Proust e gli Essais di Montaigne (forse il primo saggista dell'era moderna; forse il primo romanziere moderno della modernità, ancor prima di Cervantes). Intanto, mi sottolineo e pongo note a margine su due frasi scelte a caso (su due temi tra tanti) che dimostrano quanto vado ipotizzando a proposito dell'esser crudeli (o crudelmente sinceri) come lo sono solo gli scrittori come Proust:
a) L'UOMO E LA CONOSCENZA DELL'ALTRO:
"I legami fra un essere e noi non esistono che nel nostro pensiero. L'affievolirsi della memoria li allenta, e a dispetto dell'illusione di cui vorremmo essere vittime e di cui, per amore, per amicizia, per cortesia, per rispetto umano, per dovere, rendiamo vittime gli altri, è da soli che esistiamo. L'uomo è l'essere che non può uscire da sé, che non conosce gli altri se non in sé; e, se dice il contrario, mente" (da Albertine scomparsa I, p. 43 dell'ed. Meridiani Mondadori, vol. IV - grassetti miei);
b) L'IDEA DELLA MORTE E QUELLA DEL MORIRE:
"L'idea che si morirà è più crudele del morire, ma meno dell'idea che un altro sia morto, che, nuovamente piatta dopo aver inghiottito un essere, senza nemmeno un risucchio a segnalarne il luogo, torni a distendersi una realtà da cui quell'essere è escluso, in cui non esiste più nessun volere, nessuna conoscenza, e da cui risalire all'idea che quell'essere è vissuto è tanto difficile quanto dal ricordo ancora recentissimo della sua vita al pensiero che esso sia assimilabile alle immagini senza consistenza, ai ricordi lasciatici dai personaggi d'un romanzo che abbiamo letto" (id., p. 112).
Brividi e vertigini...(e tra poco c'è Il tempo ritrovato).

domingo, junio 27, 2010

FRANCESCO ORLANDO SORRIDE SORNIONE (in memoriam)


Francesco Orlando sorride sornione. I capelli grigi tirati all'indietro, come fossero stati stirati, e rasati (o piuttosto corti) ai lati, gli occhi neri che fissano l'obiettivo senza timore, le labbra sottili mentre sorride, e quel sorriso produce le tipiche fossette ai lati della bocca, il naso pronunciato, ma nobile, le borse sotto gli occhi tipiche di chi legge molto e tira tardi la notte, Orlando appoggia la mano destra al mento come chi sa di essere fotografato per un ritratto e vuole fare bella figura (ripeto: non c'è segnale di timidezza alcuna, in questa immagine; né di timore reverenziale o vergogna verso il fotografo e l'eventuale futuro spettatore).

Vestito elegante, sembra un uomo d'altri tempi: questa foto potrebbe essere stata scattata anche negli anni 40 o 50 (non fosse per il colore - o fosse stata stampata in bianco e nero). Le orecchie grandi, la testa sinceramente più grande rispetto al resto del corpo che si può intuire dal mezzo busto in primo piano della foto, ha l'aria di chi tutto ascolta e tutto registra (non gli sfugge niente di quanto dice o possa dire l'eventuale interlocutore). Per la professione svolta (professore universitario), Orlando dimostra in questa foto d'avere una qualità che non tutti i docenti hanno: quella di saper ascoltare chi gli sta davanti (quando, in genere e solitamente, i professori sono coloro che parlano a chi sta loro davanti - a quella massa spesso amorfa ed eterogenea di ascoltatori giovani e distratti). Orlando parla e sa parlare con abilità di retore; ma è anche uno che ascolta e sa ascoltare come fosse un analista. Non critica mai il suo interlocutore in modo netto, la sua eleganza si esprime anche quando non si professa d'accordo con l'altro. Orlando parla, spiega e fa domande: e ascolta ogni domanda, come se ognuna delle domande che provengono dal pubblico fosse degna di estrema attenzione e di una risposta (anche quando, magari, è lontana o si allontana dalla questione dibattuta principale).

Elegante nel vestire, ma prima ancora, nel parlare, Orlando può discettare di Wagner o di Proust; della letteratura romantica inglese o del surrealismo francese primonovecentesco; di Shakespeare o di Flaubert; di Cervantes o del Don Juan di Tirso de Molina con una padronanza tale dell'argomento da lasciare esterrefatti anche gli specialisti delle varie discipline o aree linguistiche. Di fatto, nato francesista, Orlando si trasforma negli anni in "teorico della letteratura" e "comparatista" puro, capace di studiare i nodi centrali della letteratura stessa a partire da una qualsivoglia letteratura nazionale (si lamentava solo di non conoscere il russo; per il resto, credo che leggesse in originale i testi inglesi, spagnoli, portoghesi o tedeschi che gli capitavano sotto mano).

Elegante e abilissimo nell'accogliere le critiche degli altri, era in grado di smontare il discorso dell'altro per dimostrarne carenze o vuoti o contraddizioni. Orlando partiva sempre dalle premesse del proprio metodo d'indagine: e una volta che lo si accettava, era impossibile non dirsi d'accordo con lui quando si arrivava (tutti insieme - docente e discenti) alla soluzione (parziale) del quesito (o della questione letteraria dibattuta in classe).

Abile nella retorica anche quando scrive: non si possono leggere (oggi) i saggi di Francesco Orlando con la stessa facilità con cui si leggono gli altri critici o teorici della letteratura. E il punto è che, anche quando scrive di letteratura in modo teorico, Orlando non smette mai di preoccuparsi dello stile con cui sviluppa le sue argomentazioni, uno stile fatto di periodi brevi, ma densi, di un linguaggio colto, a volte erudito, ma mai serioso; uno stile contraddistinto dall'erudizione dello specialista e dall'ironia del romanziere che conosce già la fine, sa come terminerà la trama...anche se, prima d'arrivare alla fine, tempesta il suo discorso di tesi e antitesi, di paradossi e enigmi che appaiono insolubili o insanabili... Quanti problemi avranno trovato nella loro versione i traduttori inglesi de Gli oggetti desueti nelle immagini della letteratura (del 1996 - quello che, a mio modesto parere, resta uno dei libri più belli e geniali di Orlando)!

Ma torniamo alla foto: qui il prof. Orlando sorride sornione. E' il sorriso di chi sa perfettamente per quale motivo il fotografo stia scattando proprio quella foto (in primo piano); è il sorriso dell'uomo elegante anche un po' narcisista, che non prova vergogna davanti alla macchina fotografica. Di uno che sa il fatto suo, che è abituato a essere osservato e che, soprattutto, sa osservare attentamente l'altro. Quegli occhi scuri sembrano indagare (a loro volta) l'obiettivo del fotografo che tenta di carpire l'essenza dello sguardo dell'indagato... Sono occhi di chi sa ascoltare e vedere oltre l'apparenza. E in un certo senso sono anche occhi "perturbanti" proprio perché sembrano capovolgere le intenzioni del fotografo (o dell'obiettivo della macchina fotografica): "non sei tu che mi scopri, sono io che tento di scoprire chi sei e cosa vuoi da me". Sono occhi che possono incutere timore, se li svisceriamo dal contesto di quel mezzo busto di uomo elegante e gentile che sembra uscito da un film degli anni 40 o 50. Gli occhi di un professore universitario che ne sa una più del diavolo. E che, ne sono certo, mancherà ai tanti studenti che lo hanno conosciuto in vita e ne hanno seguito - entusiasti - i corsi su "Teoria della letteratura"...

domingo, junio 20, 2010

Elizabeth Costello di J. M. Coetzee: uno sguardo dentro l’abisso (con Lord Chandos sullo sfondo)

Difficile parlare di questo romanzo, anche perché – come spesso succede con il suo autore – sono difficili le tematiche stesse che vengono affrontate sotto forma di conferenza. E questa è già una novità: il libro non si divide in capitoli, bensì in “lezioni”, quelle che da, che scrive, che detta o che legge la Elizabeth Costello del titolo (una scrittrice famosa che vive della rendita che le danno i romanzi giovanili pubblicati nel passato e che trascorre buona parte dell’esistenza che le resta da vivere a parlare in pubblico di letteratura e questioni letterarie – essendo uno dei suoi più famosi successi il romanzo The House on Eccles Street al cui centro sta la mitica Molly Bloom inventata da James Joyce nel suo Ulysses).

La Lezione Uno s’intitola semplicemente “Il realismo”. Che cos’è il realismo? E’ una domanda cui non è facile trovare risposta, anche limitandoci all’ambito letterario. Realismo sono i dettagli insignificanti, quelli che, ad esempio, Daniel Defoe fa notare a Robinson Crusoe nell’omonimo romanzo. Ed è proprio perché si tratta di dettagli banali che il lettore di romanzi li riconosce e inizia ad osservarli (grazie al romanziere) sotto una nuova lente, da un nuovo, straniato, originale punto di vista. Una seconda risposta potrebbe essere questa (ed è la stessa Elizabeth Costello a sviscerarla di fronte al suo pubblico con l’acribia dell’esperta): realismo è “incarnazione delle idee astratte” perché (cito da p. 13 dell’ed. Einaudi del 2005) “il realismo si fonda sull’idea che le idee non godano di vita autonoma, che possano esistere solo nelle cose”. Ma a questo punto è il narratore a guidarci dentro l’esistenza apparentemente grigia e banale della scrittrice e ci mostra (attraverso varie ellissi) i passaggi centrali dell’esistenza del figlio di Elizabeth Costello che, da semplice spettatore della conferenza, si trasforma in attore di primo piano, con le sue riflessioni sulla madre e su una delle spettatrici, una studiosa che ha appena scritto un saggio critico sulla scrittura femminile e – tra le altre – sulla stessa Costello.

La Lezione Due s’intitola “Il romanzo in Africa”. Questa volta a dare la sua conferenza non è Elizabeth, ma un suo collega, uno scrittore africano di successo che tenta di spiegare similarità e differenze tra romanzo europeo-occidentale e romanzo africano. Il perno, però, non riguarda affatto la questione del razzismo (o della colonizzazione o della sopraffazione dell’uomo bianco sull’uomo nero), bensì il problema del tempo (di come anche il romanziere, esattamente come lo storico, cerca di dare un ordine ai fatti accaduti in passato, cerca di dare coerenza logica al passato per poter – nei casi più felici – interpretare correttamente il presente e anticipare profeticamente il futuro). Accanto a questa, il conferenziere sviluppa una seconda idea: quella della prevalenza dell'oralità sulla scrittura nel continente africano (gli africani non sono stati storicamente abiutati all'esercizio solitario della lettura individuale; hanno sempre amato sentirle raccontare oralmente, le storie dei loro padri, dei loro antenati, di quelli che li hanno messi al mondo).

La Lezione Tre è quella che più mi ha colpito e s’intitola “Le discipline umanistiche in Africa”. Elizabeth Costello viene invitata alla celebrazione della laurea honoris causa che viene concessa da un’importante Università africana alla sorella diventata suora (ed esule da ormai diversi anni dalla madre patria, l’Australia). La sorella di Elizabeth spiega da un punto di vista cristiano e religioso cosa ha rappresentato per l’Umanità il sorgere dei cosiddetti studia humanitatis nel corso del Rinascimento e quanta importanza abbiano assunto nell’elaborazione di una vera e propria arte dell’esegesi (applicata, prima che ai classici, alla Bibbia). Ma poi si domanda: hanno ancora senso, oggi, le discipline umanistiche? Ha senso studiare la letteratura all’Università? A detta della suora (id., p. 74) “Gli studia humanitatis hanno impiegato molto tempo a morire, ma oggi, al termine del secondo millennio della nostra era, sono davvero in fin di vita”. Se prima esistevano ancora uomini che leggevano la Bibbia, o Dante, o Shakespeare, o Dostoevskij, per cercare conforto o una qualche possibile verità, oggi ciò è reso impossibile dal fatto stesso che anche questo tipo di studi si è immolato all’altare della Ragione, il mostro dai mille occhi che tutto distrugge (e contro cui non esiste difesa). L’intero capitolo si sviluppa dialetticamente attraverso il contrasto e le divergenze d’opinioni tra Elizabeth Costello e sua sorella, tra colei che non crede in Dio (o non pienamente) e colei che fa del volto di Cristo un motivo per continuare ad aiutare i bambini africani malati di Aids.

La Lezione Quattro s’intitola “Il problema del male”. Coetzee è autore dostoevskijano perché si ferma spesso a riflettere sul male e sul diritto (o meno) che hanno gli scrittori di parlarne nelle loro opere di finzione. Fino a che punto è vera l’affermazione che “leggere” ci rende persone migliori? E’ davvero accettabile leggere anche di cose che sono “oscene” e che, in quanto tali, dovrebbero essere lasciate “fuori dalla scena” pubblica (fuori dalla portata dei nostri occhi)? Chi ci dice che la lettura di un saggio sulle stragi naziste non ci trasmetta, surrettiziamente, il veleno del male che, nella realtà, hanno praticato con tanta perizia i carnefici che operavano al soldo di Hitler (o di Stalin)? Sono domande – anche queste – cui è davvero complicato trovare risposta.

La Lezione Cinque s’intitola “Eros” e tratta il rapporto ancestrale tra “uomini” e “dèi” dalla mitologia classica alle storie moderne. Forse gli dèi tendono a mescolarsi alla vita degli umani perché invidiosi della nostra stessa mortalità (oltre che carnalità). Omero e compagnia raccontano spesso di accoppiamenti non-giudiziosi tra divinità alate e donne umane, troppo umane. Che il sesso non sia l’ultimo ponte che mette in comunicazione con l’al di là? Il desiderio come base che dà luogo a Cassiopea e Alpha Centauri, allo spazio siderale e all’al di là che si trova oltre ogni confine umano… (il capitolo senza dubbio più romantico del libro).

La Lezione Sesta (ed ultima) s’intitola “Davanti alla porta”. Come è facile intuire dal titolo, qui Coetzee riscrive il famoso racconto (o apologo) di Kafka per sprofondare la protagonista (e alter-ego femminile?) in una sorta di incubo senza vie di fuga. Elizabeth Costello deve rispondere a questa semplice domanda: in cosa credi? Il problema è che lei non crede (sempre e univocamente) in Dio o in una certa, stabile versione dei fatti: in quanto scrittrice, è costretta (per mestiere) a scrivere le varie e anche contrastanti verità che gli dettano gli altri e che lei, in quanto “segretaria dell’invisibile”, si preoccupa di mettere per iscritto all’interno delle trame dei suoi romanzi. Nemmeno i suoi libri trasmettono un messaggio o dei messaggi univoci. Non insegnano niente, mostrano solo come vivevano un certo gruppo di persone in un certo luogo e in un certo tempo. E’ come se Kafka venisse trasportato di peso all’interno di un gulag o di un campo di concentramento: è nel centro dell’abisso che Elizabeth Costello (e noi in quanto suoi lettori) è costretta a sviscerare il senso del suo essere scrittrice (e autrice di finzioni).

Il libro, però, non finisce qui. C’è anche un “Poscritto”. Una lettera che Elizabeth Costello - che si firma qui Lady Chandos - scrive a Francis Bacon (l'11 Settembre del 1603) in merito alla follia che sembra aver attanagliato il povero marito, quel Lord Chandos dell’omonima e famosissima “Lettera” che Hofamannsthal scrisse nel 1902 (agli albori del XX secolo).

Con questo libro Coetzee si conferma quel grande scrittore e intellettuale che è; e ci regala momenti di puro piacere e di scoperta (sempre sul limite dell’abisso, e sempre con lo sguardo teso verso lo stesso).

miércoles, junio 16, 2010

Doubts



Sarà che ultimamente ho visto troppi film sulla crisi della coppia e sul matrimonio (cfr. l'Ingmar Bergman di Scene da un matrimonio del 1973;o la Liv Ullmann de L'infedele del 2000; o il Woody Allen di Mariti e mogli del 1992; o quello di Alice del 1990...), sarà che sono alquanto irrequieto e stressato, ma non passa giorno che non nutra dubbi sulla mia compagna, sulla mia vita amorosa, sulla possibilità che abbiamo (entrambi) di costruire una vita da adulti insieme (per formare una famiglia, dei figli, dei legami di sangue che esulano dal tuo corpo individuale e confluiscono in quelle persone che, tutte insieme, formano, appunto, una famiglia).

Sono confuso e felice: lavoro anche 12 ore al giorno ma poi, non si sa come, riesco perfino a trovare il tempo per andare ad ubriacarmi con una collega e amica al bar della stazione; una birretta si trasforma in un cuba libre; un aperitivo in una cena; mi sorride e ha già capito: voglio fumare anch'io (anche se non sono un fumatore incallito). E così respiro a pieno polmoni quantità preoccupanti di nicotina (ignaro del treno che è arrivato ed è già ripartito, senza di me)...

Mi sento così rintronato che sbaglio le aule in cui stanno svolgendo l'ennesimo consiglio di classe. E mi ritrovo a parlare di filosofia con il bidello sordomuto che, quando vuole, si fa capire benissimo, anche a gesti. A volte penso che sia più eloquente lui di tanti illustri colleghi che pascolano per i corridoi della scuola alla ricerca di una bevanda rinfrescante (con il caldo che fa!).

Sono pronto a fare un passo del genere? E' possibile non nutrire dubbi e promettere amore e fedeltà eterne alla persona che penso di amare? Che sono convinto di amare?

Immagino il giorno prima della celebrazione delle nozze: fino a quel momento, fino al fatidico "sì, lo voglio", puoi ancora tornare indietro. Dal "sì, lo voglio" e dallo scambio delle fedi in avanti, non si può più (in teoria; nella pratica, lo sappiamo tutti che esiste il divorzio, ma in teoria se ti sposi è per sempre...come diceva una certa pubblicità di diamanti) tornare indietro, non si può più fare dietro-front. E come si fa a pensare di voler stare sempre e solo con una stessa donna? Come è possibile anche solo immaginare un'intera esistenza al fianco di una e una sola donna? E il resto? E tutte le altre? Diventano per caso e immediatamente off limits? Fuori dalla nostra portata? Desideri destinati a restare per sempre tali? Illusioni romantiche da avventure romanzesche che si possono solo sognare? Si può davvero amare solo una persona sulla Terra ed escludere le altre? (su questo argomento meglio non cfr. Proust, il vol. su La prigioniera e La fuggitiva, perché Proust è sincero e troppo, troppo crudele con la sua incredibile sincerità, meglio evitare, se si vuole evitare il suicidio o la depressione permanente...).

Ricordo una citazione da Strindberg nel migliore dei film che ho citato sopra (Scene da un matrimonio non è un film drammatico; neppure sentimentale; per certi versi potremmo includerlo nella categoria "horror" - e chi l'ha visto mi capirà): "Non esiste essere più tragico di un marito o una moglie insoddisfatti" (cito al volo e non a memoria, potrei anche sbagliare, ma il succo è questo). Ed è vero, cazzo, è vero! Non c'è tragedia più grande e macabra e triste e deprimente...

Mi sento confuso come quando vidi Profondo rosso (del 1975) per la prima volta: riconoscevo scorci che sapevo appartenere a Roma, ma c'erano altre scene e altre inquadrature in cui si scorgevano monumenti e chiese che non erano di Roma. Crescendo ho scoperto che si trattava di un trucco voluto dal regista: Dario Argento, in Profondo rosso, s'inventa una città irreale mescolando Roma a Torino, creando un mix che non esiste se non nella geografia fittizia del film, per cui può succedere che David Hammings si trovi a passeggiare (di notte) per Piazza Vittorio Emanuele (a Torino) e per svoltare poi su Piazza della Repubblica (a Roma), e lo spettatore finisce con il provare lo stesso senso di spaesamento (inquietante) provato dall'attore protagonista...

Spaesato è la parola giusta: mi ritrovo a fare le 3 del mattino in casa di amici di amici che abitano in periferia in una città che non è la mia per parlare di Wittegenstein e della filosofia del linguaggio come se fosse la cosa più normale del mondo (quando di normale, in conversazioni del genere, c'è ben poco)... Oppure, mi ritrovo a commentare Italia-Paraguay a Roma, in compagnia di mio fratello, in casa di amici suoi, e a chiacchierare per cellulare con Mauro, che è un amico uruguaiano che vive a Madrid e non sospetta minimamente che io, in quel preciso istante, sto guardando la prima partita dei Mondiali del Sudafrica della mia nazionale...

Si può amare tutta la vita la stessa persona? Si può cambiare in parallelo con l'altra persona senza ferirsi o farsi del male reciproco? Si può convivere con tutta questa massa di desideri improvvisi che a volte ci spingono a ferire la persona amata? Quante domande. Ho bevuto troppo anche stasera. Meglio tornare a letto. E leggere un po'...Basta scrutini. Basta voti. Basta consigli.

martes, junio 15, 2010

CONSIGLI DI CLASSE


Che poi non è che succeda proprio così, ma Daniele Luchetti ci si è avvicinato parecchio...

lunes, junio 07, 2010

The Dalkey Archive di Flann O’Brien, ovvero: un paese di matti

Erano anni che non leggevo un libro così divertente: L’archivio di Dalkey (1964) di Flann O’Brien (tradotto in italiano da Adriana Bottini per Adelphi) è un romanzo ironico (e a volte esplicitamente comico) e lo si capisce fin dal paratesto, con la strana dedica dell’Autore al suo “angelo custode”:

Dedico queste pagine

al mio Angelo custode,

con la precisazione

che sto solo scherzando

e l’avvertimento

che toccherà a lui

far sì che non si creino malintesi

quando tornerò a casa

Ora, a lettura terminata, uno può anche immaginare quale sia l’Angelo custode cui si sta rivolgendo qui Flann O’Brien; per chi non l’avesse mai letto, non voglio svelare oltre; possiamo dire che questo romanzo è ambientato in una città immaginaria a pochi chilometri da Dublino; che questa città è abitata da una variegata e piuttosto eccentrica cittadinanza; che i protagonisti principali (gli amici Mick e Hackett) sembrano due novelli Bouvard e Pécouchet di flaubertiana memoria; che il nemico che tentano di sconfiggere si chiama De Selby e fa il fisico-teologo; che questo De Selby ha inventato una formula per fermare il tempo e poter entrare in contatto con le anime del Paradiso e tutte quelle che appartengono al nostro passato, tra cui sua eminenza Sant’Agostino di Ippona; che De Selby sembra avere in mente un piano per eliminare l’uomo dalla faccia della terra; che nelle vicinanze di Dalkey, in un altro paesino sulla costa, si scopre vivere anche James Joyce, scomparso durante le rappresaglie naziste della Seconda Guerra Mondiale e mai più tornato alla ribalta proprio per evitare la fama che gli aveva dato l’Ulisse, opera “sporca” e immonda che, in realtà, lui non ha mai scritto (i fautori dell'operazione letterario-commerciale essendo Sylvia Beach e una strana cricca di scrittorucoli da strapazzo e pornografi).

Il libro ha un tono colloquiale scorrevolissimo, ma anche molto studiato; si prenda l'incipit, in cui facciamo la conoscenza (amabile) della (a volte stressata e a volte involontariamente comica) voce narrante:

"Dalkey è una cittadina a una dozzina di miglia a sud di Dublino, sulla costa. Una citta improbabile, raggomitolata, tranquilla, che fa finta di essere addormentata: strade strette, poco assiomatiche come strade, e con incroci che si direbbero casuali; negozietti che sembrano chiusi e invece sono aperti" (id., p. 11 dell'ed. Adelphi del 1995).

Insomma, Dalkey appare in un modo essendo in un altro; ovvero: a Dalkey niente è come sembra.

Il romanzo è infarcito di discussioni “alcoliche” (nel senso che si svolgono tra personaggi che parlano o chiacchierano davanti a un'immancabile pinta di birra o bicchiere di wiskey) su Dio e la religione cattolica; anzi, in questo libro i preti e quanti ruotano attorno alla Santa Romana Chiesa la fanno da padrona. Si discute di Bibbia, di dogmi, di fede, e dei misteri più noti e inspiegabili (perché Giuda Iscariota deve fare sempre la parte del “cattivo” quando, invece, Dio ha scelto proprio lui per permettere il tradimento che condurrà Gesù Cristo sulla croce, con le conseguenze benefiche che ogni buon cristiano conosce? Che cos'è il fantomatico Spirito Santo, elemento fondante della Santissima Trinità? Siamo sicuri che non si tratti di una cattiva interpretazione della parola ebraica ruach – in greco pneuma, in latino spiritus – ovvero: respiro? E così di seguito...).

A tratti sembra di leggere Cervantes (per l'umorismo e l'ironia e l'auto-ironia della succitata voce narrante – che, a tratti, sembra narrare malgrado tutto e quasi controvoglia, nonostante la realtà “incredibile” dei fatti che vengono presentati al benevolo lettore); altre, di leggere o ri-leggere il Reverendo Laurence Sterne; i dialoghi che Mick intrattiene con James Joyce, poi, sono un vero spasso; intrisi di tutta l'amara ironia, l'ammirazione sperticata e la pietas cristiana che O'Brien professa a uno dei suoi amici e modelli letterari. E' quasi normale, quindi, che a lettura finita si resti un po' rattristati; ci si affeziona subito agli abitanti un po' folli di Dalkey...e si spera sempre in un nuovo, imprevedibile incontro con qualche altro maestro del passato...

In due parole: postmodernismo puro, e pieno d'ironia, quando ancora il postermodernismo non esisteva e la parola “postmoderno” era ancora lungi dal divenire una “categoria” del filosofare contemporaneo. Si capisce che il libro è stato scritto nei favolosi anni 60: sprigiona un'energia e una carica che certi romanzieri di oggi se le sognanano (di notte).

jueves, mayo 27, 2010

Giugno (the cruellest month)


Inizia il mese di Giugno; le ragazze non si tengono; fremono e piangono a ogni piccola richiesta di correzione degli esercizi ("Prof. mi deve giustificare: i miei compiti li ha mangiati il cane", o "Prof. mi scusi, ma ieri non ho potuto studiare, mia nonna si è sentita male e abbiamo dovuto portarla al pronto soccorso", o "Prof. mi perdoni, ma non ce l'ho fatta, ho avuto le mie cose e quando ce le ho con questo caldo mi buttano a terra"...). I colleghi sono cotti, anch'essi, chi più chi meno. Il distributore di caffè non funziona e non da più resto (io questa mattina ho pagato 1 euro e 10 un caffè che, di solito, costerebbe 30 centesimi). Quello che si occupa delle fotocopiatrici ha un diavolo per capello: è sordomuto, ma quando vuole e s'incazza sa farsi capire benissimo (ci tratta come fossimo dei somari imbecilli che non sanno ancora da che parte iniziare per fare le fotocopie fronte-retro). E c'è la docente più anzianotta che tenta di stare al passo coi tempi: non la conosco, a male pena le rivolgo il saluto (buongiorno e buonasera, sono comunque educato, quando entro in sala-professori), e questa prende e mi fa: "Guarda, guarda com'è bella, ma guardala, la mia micia!". Che poi uno a quest'ora del mattino potrebbe pure equivocare...la mia micia...la gatta. Distolgo lo sguardo dal pc per guardare lo schermo del suo: ha aperto una pagina sul suo profilo su Facebook, è incredibile, una donna di una sessantina d'anni che scrive le sue cose su Facebook, "questa è Milù, la mia gatta, non è un tesoro?". Faccio cenno di sì con la testa e balbetto un sì incerto. Poi torno agli affari miei (e la docente continua a parlare da sola: "Come ti senti oggi?"; per un attimo ho pensato che la domanda fosse rivolta a me, ma no, era solo una domanda retorica cui rispondere per far sapere agli altri amici e contatti di Facebook come ti senti oggi).
E il caldo si fa sentire potente; hai voglia a cercare di spiegare la differenza tra "metafora" e "similitudine" (o quella tra "simbolo" e "allegoria"). Fa troppo caldo per dei cervelli abituati a sapere le cose tramite Google (anche se qualcuno mi ha fatto notare che Wikipedia avrebbe bisogno di una bella revisione - prof., in italiano ci sono degli articoli scritti coi piedi - e questo lo dice Tommy, ovvero, Tommaso, uno dei più scarsi nella mia materia, insomma, è tutto dire).
Lo scrissi una volta in questo stesso blog e oggi lo ribadisco: sia che si tratti di Università, sia che si parli di scuola, quando sei dentro un'aula e provi a insegnare qualcosa, ebbene allora, in quello stesso istante in cui prendi la parola e cominci la lezione, tu prof. ti trasformi immediatamente ed irrevocabilmente nel maestro d'orchestra che cerca di suonare al meglio mentre tutti fanno altro; insomma, da che mondo è mondo, il prof. è come quel direttore dell'orchestrina del Titanic che continua a dirigere anche se la nave cola a picco (e tutti scappano o provano a scappare per ogni dove). Non è una bellissima sensazione; sai che prima o poi affonderemo tutti, insieme alla nave; però provi a dare il meglio, provi a suonare e a far suonare i componenti dell'orchestrina nel migliore dei modi possibili, sapendo benissimo che ti trovi in uno dei peggiori posti possibili del mondo intero...
Giugno. Il 12 Giugno finisce la rappresentazione scenica di quest'opera buffa. Poi, il 22 (a dire di Tommy, o Tommaso) ci sono gli esami di maturità. E lì sì che ci sarà da ridere, con le solite scenate di pianto o di isteria collettiva, di disperati e d'insonni che hanno tirato fino all'alba nella vana speranza di capire Svevo o Montale...Lì sì che mi voglio divertire.

domingo, mayo 23, 2010

Jean-Luc Godard e l'inquadratura (una quesione estetico-politica)


Ci sono dei libri i cui titoli esercitano sul lettore una forza tale d’attrazione per cui diventa poi impossibile non prenderli e vedere di cosa parlano. Ultimamente mi è capitato con un saggio di Jean-Luc Godard, dal titolo (curioso e, al contempo, ambizioso, fors’anche pretenzioso): Introduzione alla vera storia del cinema (Roma, Riuniti, 1982) (dove l’aggettivo “vera” pone domande non meno serie del sintagma “storia del cinema”, visto colui che scrive).

Si tratta, in realtà, di una specie di saggio ricavato dalle lezioni che Gordard tenne presso l’Università di Montréal nel 1978. L’idea era parlare della storia del cinema studiando quei registi e quei film che maggiormente avevano colpito e influenzato uno dei cosiddetti “padri” della Nouvelle Vague francese. In pratica, più che di un saggio strutturato in capitoli, si tratta della sbobinatura delle conversazioni (più che delle lezioni, in senso stretto) che Godard fece davanti a un pubblico di studenti di Cinema. Ed è per questo che la lettura mi è sembrata amena, scorrevole e, a tratti, esilarante (con tutti quei puntini di sospensione e quelle ripetizioni e quei tentennamenti da parte del “conferenziere”).

Godard è un tipo difficile: ci sono intere schiere di ammiratori cinefili che lo osannano e che pendono dalle sue labbra; così come esiste un folto esercito di spettatori che non lo sopporta e lo considera uno strafottente, borioso e vanaglorioso maître à penser. Ebbene, entrambe le caratteristiche o tratti caratteriali vengono fuori dalla lettura di questa “vera storia del cinema” godardiana.
Sono davvero tanti gli spunti di riflessione. Ne seguo e ne cito uno soltanto: il significato dell’inquadratura (termine tecnico del linguaggio cinematografico che, per slittamento semantico, è entrato a far parte anche del linguaggio comune).

(p. 25): “Oggi, non so neanche più cosa sia un’inquadratura. In questi ultimi anni ho ripreso delle cartoline, e questo mi ha fatto ripensare ai quadri. E difatti perché il quadro è diventato quadrato, o un po’ rettangolare, e non rotondo? E perché per registrare questo quadrato bisogna passare attraverso degli obiettivi che, invece, sono rotondi? Mettiamo per esempio una telecamera che vi riprende, voi che parlate e io che rispondo, o il contrario; a quel punto ci si chiede: “Se si dovesse inquadrare quel che succede, come bisognerebbe fare? Bisognerebbe mettere la telecamera lì, e poi inquadrare tutto insieme? Bisognerebbe fare un primo piano vostro? O un primo piano mio? O cosa?”. Dunque, bisogna sapere quel che si vuole, per decidere. A quel punto uno avrebbe un’idea di come può essere un’inquadratura e a cosa possa servire. E allora si penserebbe a quel che in francese si dice “un cadre de vie”; ci sono quelli che vengono inquadrati; e, generalmente, quelli che dirigono, vengono chiamati “i quadri”…”

Non ci avevo mai pensato: l’obiettivo della macchina da presa è rotondo, mentre lo schermo è sempre rettangolare (così come, in pittura, la cornice predominante non è quella tonda o ovale, ma quella quadrata o rettangolare).

Ma andiamo avanti: anche noi, anche senza rendercene conto, “siamo inquadrati”, tutti i giorni, anche nella nostra vita quotidiana. Come? Ecco la risposta:

(p. 181): “In che quadro ci troviamo? Tu entri in casa: hai almeno una finestra in casa tua, questo è già un quadro. Anche la porta. Poi c'è la tavola che è quadrata, il letto che è quadrato...Per forza quindi ti trovi inquadrato. Il modo stesso in cui ci accostiamo all'embriologia, o alla nascita, o al codice genetico, sono tutti quadri di una data forma. A volte è un bene che il quadro sia rigido, altre volte lo è meno”.

Uhmm…neanche a questo avevo mai pensato…Eppure, queste osservazioni hanno delle conseguenze enormi, se, appunto, e come fa Godard, ci accostiamo alla storia del cinema (al modo in cui l’uomo, da quando i fratelli Lumiére hanno scoperto il cinema, ha imparato ad inquadrare ciò che vede intorno a sé):

(p. 191): “Quello che conta allora sono i limiti; perché è solo grazie ai limiti che noi possiamo conoscere il nostro desiderio di non-limiti, sia un senso che nell'altro; e conoscere la realtà. Quindi la cornice, il quadro. E' questo ciò che conta. Nella realtà tutto è inquadrato. E che una cosa sia inquadrata in tondo oppure in quadro dipende dal fatto che anche l'immagine è una cosa della vita, e che rappresentare è appunto un modo d'inquadrare. Del resto anche noi abbiamo qualcosa che c'inquadra anche fisicamente, ed è ciò che chiamiamo il nostro corpo. E poi dopo c'è anche il quadro sociale, e c'è il problema dell'inquadratura o dell'angolazione da cui prendi l'inquadratura, che è pure una cosa interessantissima”.

Da qui Godard riflette sulle diverse tecniche d’inquadratura adottate da Ejzenstejn, per il cinema russo, e da Griffith, per quanto concerne il cinema americano (essendo stato il primo l’inventore del cosiddetto “montaggio” – o arte di collegare due o più inquadrature; e il secondo l’inventore del cosiddetto “primo piano” – o arte di valorizzare l’espressione del volto del divo).

Mi fermo qui, questo post è anche troppo lungo (e forse noioso per chi non s’intende o non s’appasiona di cose di cinema).

Godard doveva presentare di persona il suo ultimo film al Festival di Cannes, ma alla fine ha dato buca, lasciando le schiere (contrapposte) di cui sopra con l’amaro in bocca. Qui sotto il trailer (il film s’intitola – in perfetto stile godardiano – “Film Socialisme”):

http://www.youtube.com/watch?v=FN27Hhfkf6k

 Quasi fatto tutto (in tempi record) Non so esattamente come ci sono riuscito, ma ho quasi fatto tutto (in tempi record). Sarà che sotto str...